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I pentiti degli effetti del «No»

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Nell’editoriale di ieri sul Mattino il professor Giovanni Verde ha tratto il bilancio di questo mese trascorso dal referendum del 4 dicembre. Le sue parole hanno il pregio della franchezza. «Quando mi sono speso per il No non era questo ciò che volevo», ha scritto. Non voleva il professor Verde le dimissioni di Matteo Renzi, e il lento scivolamento del Paese all’indietro, verso un quadro politico che sembra indirizzato a cancellare tutti i motivi di rottura introdotti dal governo guidato dall’«arrogante» segretario del Pd.

Quel che però colpisce, nel leggere l’articolo, è la relativa sorpresa che accusa solo oggi, quando era ben chiaro, già prima del voto, che il successo del No avrebbe comportato esattamente questo. La mia valutazione del merito della riforma era opposta, perché non ravvisavo nessun attentato alla democrazia, nessuna involuzione autoritaria, nessuno pericoloso squilibrio fra i poteri costituzionali nel disegno di legge Boschi. Però non è sui contenuti della riforma che vale la pena oggi discutere, bensì sulla situazione politica che la vittoria del No ha determinato. Se vi era un fronte riformatore che sosteneva il nuovo disegno costituzionale, era evidente che la sua sconfitta lo avrebbe indebolito complessivamente: non solo non si sarebbero fatte subito (in pochi mesi! In pochi settimane! In pochi giorni!) la riforma del bicameralismo e la riduzione del numero dei parlamentari, per rendere più snello il nostro sistema istituzionale, ma la corrente di risacca avrebbe trascinato il Paese con sé, nella direzione opposta a quella perseguita dall’esecutivo. È quello che sta accadendo. Sono sicuro che alcune misure prese – sul lavoro, sulla scuola, sul sistema bancario, sulla pubblica amministrazione, sul fisco, sulle politiche europee – potevano essere discutibili, ma quel che ora si fa avanti non è tanto la necessità di correggere questo o quel provvedimento, quanto piuttosto la volontà di marcare con un segno negativo quelle politiche, come se l’idea stessa di procedere in una direzione riformatrice andasse riveduta e corretta. D’improvviso, appare arrischiata l’idea stessa di sfidare le mille corporazioni che frenano l’Italia. Basti vedere come Michele Salvati (che pure ha votato Sì) sente lo spirare del vento e la triplice lezione che viene dal referendum: rassegnarsi alle grandi coalizioni, salvare il salvabile di questi anni di governo, rinunciare al vaglio popolare per i cambiamenti costituzionali. Di fatto, è – sempre con le migliori intenzioni – la rinuncia a pensare che il consenso popolare possa arridere a politiche di stampo riformatore. Che era ed è il senso della sfida di Renzi.

Verde (non solo lui) sembra ritenere che il segretario del Pd ha compiuto un errore colossale, legando la sua sorte a quella delle riforme costituzionali. Visto l’esito, è difficile dargli torto, se si guarda al personale destino di Renzi, oggi più incerto che mai. Ma se invece si guarda al progetto complessivo, è difficile negare che non ci si poteva voltare dall’altra parte, o nascondersi dietro una presunta neutralità delle riforme, come se non bisognasse assumersene la piena responsabilità politica. Non è che Renzi abbia perso la pazienza e abbia deciso all’improvviso di intestarsi le riforme: è andato al governo portando avanti quelle idee, enunciandole nel suo programma. I tempi sono stati sbagliati (non voglio dire sfortunati), perché la mancata crescita del Paese ha reso poco attraente una prospettiva di cambiamento affidata al solo veicolo della riforma costituzionale, ma non si è trattata di un’improvvisa alzata di ingegno, ed è singolare che il giorno dopo quel voto molte anime belle si dolgano e si battano il petto. Sono quelli che volevano bocciare le riforme, senza dare una botta a Renzi, e quelli che volevano dare una botta a Renzi, pazienza se di mezzo ci sarebbero andate le riforme. Il risultato è diverso da quello che si aspettavano, ma non occorre scomodare l’astuzia della ragione di hegeliana memoria per scoprire che la storia ha una sua oggettività, contro cui poco possono i pii desideri dei professori di diritto. Fa sorridere vedere ora Vladimiro Zagrebelsky e Nadia Urbinati avere dubbi sulla possibilità che la loro sapienza politica e costituzionale possa accasarsi fra i grillini. Per dirne una soltanto: l’idea, tecnicamente eversiva, del mandato parlamentare imperativo non è un’invenzione ad uso dei giornali, come quella strampalata delle giurie popolari che stabiliscono la verità delle notizie. Questa, che spinge Zagrebelsky a prendere oggi allarmato la penna, è solo l’ultima trovata mediatica; quella, che meriterebbe ben altro allarme, è invece un pezzo del programma pentastellato, e sta lì da ben prima del 4 dicembre.

La verità è che aveva ragione Umberto Saba, il poeta: siamo un Paese di fratricidi, roso da rivalità e campanilismi fra simili. Faceva, Saba, l’esempio di Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani «Gli italiani sono l’unico popolo – diceva – che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ma è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione». Non è forse andata così, anche questa volta? Altro che rottamazione dei padri: non abbiamo assistito piuttosto a un fratricidio? Renzi viene ancora dipinto come un bullo, come un ducetto, come un apprendista stregone: ma non dai suoi avversari politici, dai suoi compagni di partito!

Siccome però, come diceva Keynes, l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre, è meglio non fare previsioni su quel che succederà di qui in avanti: se la lenta ma costante spinta restauratrice prevarrà, o se invece assisteremo a un nuovo cambio di palcoscenico. Sarà bene però attrezzarsi, per non fare ancora una volta sfoggio soltanto del senno di poi.

(Il Mattino, 7 gennaio 2017)

Grillo e gli altri: la sfida che verrà

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Massimo Adinolfi: Caro Direttore, ieri nel commentare a caldo il risultato del voto, mi sono servito dell’idea contenuta in un gran libro, «Malacqua». Ma in realtà meno per l’immagine di una pioggia ininterrotta che scende e ridiscende senza tregua, presagio di qualche funesta sventura, che per l’evocazione finale del mago della pioggia, Grillo. Non voglio scomodare la categoria del populismo a proposito del voto di ieri, anche se giudico sciocca l’obiezione di chi risponde dicendo che non si può considerare populista il 60% degli italiani. Certo che no: infatti il populismo è una malattia della politica, delle sue classi dirigenti. Non è il popolo ad essere populista, ma se mai i leader di turno. Detto ciò, resto convinto che il No abbia un significato politico più grande del merito della riforma costituzionale, e molto diverso da quello di un soprassalto di virtù civiche, repubblicane e antifasciste (qualunque cosa ne pensi l’Anpi). Questo significato sta nel rigetto delle diverse declinazioni delle politiche europee di uscita dalla crisi, un po’ più liberali o un po’ più socialiste che siano. In mancanza di alternative reali, tangibili, che mordano davvero la realtà di vita delle persone, meglio confidare nel repulisti proposto dal mago o dai maghi a Cinquestelle. Può darsi che Renzi abbia sbagliato a personalizzare o che abbia sbagliato strategia, ma francamente non avrei saputo suggerirgliene un’altra, se non proprio quella di evitare di portare a referendum la riforma costituzionale.

Alessandro Barbano: Caro Professore, evitare il referendum poteva e forse doveva essere la scelta di un leader legittimato dalle elezioni, ma non è questo il caso di Renzi. La genesi del suo governo spiega perciò in parte l’errore strategico della consultazione, assieme al clima dei tempi, che vuole che tutto si decida in una pubblica piazza. Ma di errori tattici Renzi ne ha invece commessi due, e la sua assunzione di responsabilità in diretta TV dopo il risultato del referendum rappresenta un’indiretta ammissione. Il primo, come molti hanno notato, riguarda l’aver personalizzato la battaglia referendaria, non solo e non tanto perché questa scelta ha definito i tratti di una sfida di uno contro tutti – che comunque era l’obiettivo dei suoi rivali – ma perché gli ha impedito di spaccare i fronti avversari andando a pescare alleanze trasversali capaci di portare consensi accessori alla sua causa. Il secondo errore riguarda l’unificazione delle modifiche costituzionali in un unico quesito, che ha trasformato una contesa sui contenuti in una contesa sui simboli. In un Paese la cui cultura politica è storicamente costruita sui simboli e refrattaria ai contenuti, la scelta è stata un involontario assist agli avversari, intenzionati a trasformare il voto sulla costituzione in un referendum sul premier. Ma gli errori di cui parliamo sono anche il riflesso della forte pressione mediatica che la politica subisce nel Paese, e che suggerisce, a chiunque voglia proporsi e confermarsi leader, di personalizzare la sua opzione. Diciamo che il premier ha risposto a una necessità del nostro sistema ma fatto male i calcoli. Personalizzando la battaglia referendaria, ha riacceso la passione civile dei cittadini italiani nel momento meno indicato: in primo luogo quando la sua immagine iniziava a subire un certo appannamento, pagando il prezzo inevitabile di riforme necessarie ma scomode e non prive di difetti, come quella della scuola, in un Paese geloso del suo immobilismo; in secondo luogo quando spirava un vento antielitario che non era, come qualcuno credeva, una tramontana di tre giorni, ma piuttosto un monsone destinato a segnare un’intera stagione di instabilità in Europa e in Occidente.

A tal proposito la mappa del risultato elettorale ci consegna una divisione netta dell’Italia del sì e del no attorno ad alcune coordinate: la geografia, il censo e, in minor misura, il livello di istruzione. Il No sfonda a Sud e nei vari Sud del Paese, tra i ceti meno abbienti e meno istruiti, cioè in un’area di esclusione sociale che la crisi del ceto medio ha acuito, e a cui si accompagnano ampissimi spezzoni della burocrazia pubblica, come la scuola, l’università e parte del pubblico impiego, affetti da una cronica frustrazione. Il Sì raccoglie proseliti nella parte alta della piramide sociale, tra gli imprenditori e i liberi professionisti, perdendo smalto man mano che si scende verso la base. È impressionante la proporzione diretta che esiste nelle metropoli tra il risultato del Sì e il reddito pro-capite: a Napoli, nei quartieri di Chiaia e Posillipo i favorevoli alla riforma superano il 46%, come nella città metropolitana di Milano. Al Vomero e all’Arenella scendono poco sopra il 30%, e nei quartieri periferici e più deboli di Scampia e Secondigliano non arrivano al 25. Questa geografia racconta una classe dirigente assediata in un centro genericamente metropolitano che non ha più contatti con il resto della società, e, attorno, le guarnigioni della rabbia e della protesta sociale con i loro condottieri, che si contendono le spoglie della democrazia rappresentativa. È un’iperbole drammatica, ma non molto lontana dalla realtà.

Poi ci sono i giovani. La loro adesione al No è plebiscitaria, ma non deve stupire: se hanno inibito fino ad annientare la loro naturale spinta trasformativa è perché hanno maturato coscienza piena del tradimento generazionale. Sono quelli che di più soffrono lo scarto apertosi nelle società globali, e in Italia in misura maggiore, tra aspettative e realizzazioni concrete. E qui entra in gioco la modesta performance di quelle che lei definisce le ricette liberali e socialiste rispetto alla crisi. Mi piace raccontarla in altro modo: è cioè l’incapacità della democrazia in Europa di governare l’innovazione e i suoi effetti bifronti sulle società postmoderne.

Ma torniamo al referendum. Quello che lei chiama mago della pioggia, e cioè Grillo, ha saputo far convogliare questa enorme massa di disagio in due canali: nel primo ha utilizzato il radicalismo morale per dare forma alla protesta e alla rabbia sociale; nel secondo ha sviluppato una dialettica partecipativa dal basso attraverso la rete, che ha riempito il vuoto lasciato dalla caduta dei corpi intermedi della politica tradizionale. Alla morte delle sezioni e dei circoli, allo scolorire dei comizi e di tutte le infrastrutture immateriali del vecchio pensiero politico, Grillo ha sostituito le piazze virtuali dove la passione civile si propone e si percepisce come autodeterminazione. È un’illusione, utopia di una democrazia diretta attraverso il web, ma non ancora smentita alla prova dei fatti, perché le esperienze di governo dei Cinquestelle, per quanto modeste o fallimentari, ancora non fondano quella che si direbbe una prova politica. Tant’é vero che la fretta che i grillini hanno ora di andare al voto è pari tanto alla convinzione di trovarsi con l’onda dei consensi in poppa, quanto alla preoccupazione di non subire un danno reputazionale dal protrarsi dell’avventura di Virginia Raggi alla guida del Campidoglio.

M.A.: Caro Direttore, quanto agli errori tattici seguiti sono d’accordo soprattutto su un punto: era il momento meno indicato. Sono meno d’accordo invece sulla personalizzazione, e meno ancora sull’opportunità dello spacchettamento. Sulla personalizzazione, in fondo lo dice lei stesso: è nelle cose, prima ancora che nelle scelte di leadership. Difficile del resto capire con quali altre armi Renzi avrebbe potuto motivare il suo elettorato. Più che su un limite di Renzi, mi sembra che ragioniamo su un limite ormai cronico del sistema politico italiano.

Lo spacchettamento, invece, proprio no: non credo che sia possibile fare una buona riforma per via referendaria, ritagliando con le forbici il lavoro fatto dal Parlamento. È chiaro che la suddivisione in più quesiti avrebbe magari consentito di vincere su alcuni punti minori, come l’abolizione del Cnel o quella delle Province. Forse Renzi avrebbe in tal caso limitato i danni, ma la sostanza del giudizio politico sarebbe rimasta immutata.

Del resto, la sua analisi è di gran lunga più convincente quando affronta i dati reali: la crisi e lo scollamento del ceto medio, il disagio fin quasi all’estraneità delle classi meno abbienti, il disincanto delle giovani generazioni. Gli errori tattici credo non abbiano inciso quasi per nulla: se è fondata la sua analisi, e credo lo sia, anche a non volerli commettere sarebbe cambiato molto poco.

Al tirar delle somme, resta il fatto che Matteo Renzi ha pensato di proporre al Paese come volano del cambiamento una riforma dell’ordinamento della Repubblica, a mio giudizio incisiva, che rispondeva a delle obiettive necessità di sistema, ma che non riguardava da vicino le condizioni reali di vita delle persone. E il Paese ha risposto di no, che non crede affatto che la ripresa economica e sociale dipenda da una migliore organizzazione dei poteri pubblici.

Questo è il nodo della questione. Sono francamente ridicoli quelli che si inebriano al pensiero che gli italiani hanno scelto – magari previa consultazione di un buon manuale di diritto costituzionale – fra Calamandrei e Boschi, fra Togliatti e Renzi, fra vecchi e nuovi costituenti. Gli italiani hanno detto chiaro e tondo, invece, che non è questo il punto: i giovani hanno detto che temono per il loro futuro, le piccole imprese hanno detto che pagano ancora troppe tasse, il personale scolastico che sono scivolati indietro nella considerazione della società e via di questo passo. So bene, e mi duole, che c’è in questo ragionamento un pericolo classista: i temi costituzionali non sarebbero per la generalità delle persone. Allora correggo il tiro e torno alla preoccupazione machiavelliana per l’occasione: questa non era l’occasione. Il momento non era opportuno, per tutti i motivi che lei ha spiegato. Che assumano però a uno: la crisi non è affatto alle nostre spalle.

Anche Renzi ha provato a correggere il tiro, in verità, cercando di imprimere alla riforma il significato di una legge contro la casta: non c’è riuscito, e non poteva riuscirvi. Perché quel fronte è ormai presidiato dai Cinquestelle, perché non si fanno le riforme costituzionali per tagliare i costi della politica, e perché dopo quasi tre anni di governo quello che dovevi fare su questo fronte dovevi averlo già fatto. Se pensi che le elezioni si vincono ancora su quel versante, coi tagli agli indennizzi e alle poltrone, hai perso prima ancora di cominciare.

Ora però resta da capire che fare. Con buona pace di tutti gli altri – la sinistra del Pd e le altre frange di contorno, i vari pezzi del centrodestra – si avvicina sempre più il momento in cui agli italiani le elezioni chiederanno una cosa soltanto, se vogliono o no un governo pentastellato (un monocolore?). Io mi auguro solo che le altre forze politiche si attrezzino sul serio per misurarsi con questa domanda, la sola che conti, perché dalla Brexit a Trump si è visto ormai che l’elettorato non teme più il salto nel buio, l’avventura o l’inesperienza. Anzi: magari è proprio quello che vogliono! La parola stabilità piace ai mercati e alle persone responsabili, ma non vuol dire nulla per chi ha le tasche vuote.

A.B.: Caro Professore, c’è un segnale nelle reazioni pentastellate al referendum che spiega il tentativo del movimento di compiere un salto di qualità e proporsi come forza di governo. «Non chiamateci più populisti», diceva l’altra sera in TV Alessandro Di Battista, rivendicando con la vittoriosa difesa della Costituzione un’acquisita maturità. Che evidentemente non c’è, e non può esserci, per debolezza e ambiguità di un pensiero politico in cui coesistono, a fianco ad alcune intuizioni felici, troppe contraddizioni. E non può esserci, ancora, fino a quando la selezione della classe dirigente pentastellata oscillerà tra il settarismo di una comunità arbonara e ll’anomia di un plebiscito internettiano.

Ma, come lei dice, la mancanza di maturità non esclude la vittoria, soprattutto se i partiti tradizionali, e in primo luogo il Pd, continuano a suicidarsi cronicizzando uno scontro all’ultimo sangue dietro il quale i cittadini non vedono che una lotta di potere fra fazioni. Non v’è dubbio che il Movimento sia la forza politica, anche attraverso la Rete, è riucita a sintonizzarsi meglio con gli umori del Paese, e in parte a determinarli. Lo ha capito Matteo Renzi, che dimettendosi anticipatamente in pubblico davanti alla TV e non, come vorrebbero le forme ufficiali della demmocrazia, sul Cole davanti al capo dello Stato, ha ritrovato il lessico del «cuore» smarrito nel Palazzo, suscitando emozione e rispetto tra i suoi sostenitori, ma anche tra gli avversari. Un congedo in stile populista, il suo, se dovessimo definirlo secondo i canoni della tradizione. Ma, che piaccia o no, la politica in Italia è rmai questo. E se per salvare la sostanza della democrazia rappresentativa bisogna giocare sulla mozione degli affetti, allora sì, forse ha ragione lei: la personalizzazione è il linguaggio obbligatorio del leaderismo contemporaneo. A tempo scaduto il premier è sembrato ribadirlo. A tempo scaduto, ma lui sa bene che stanno per iniziare i supplementari e che la partita è ancora alla sua portata.

(Il Mattino, 6 dicembre 2016)

L’eccezione di Matteo cancellata

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Tanto tuonò che piovve. Bisognerà, al solito, aspettare i dati definitivi, ma la pioggia è arrivata. E forse continuerà, come nel piccolo, prezioso capolavoro di Nicola Pugliese, Malacqua, la pioggia continuerà fin quando non si sarà «reso palese l’accadimento». Perché ancor prima della sconfitta di Renzi c’è nelle urne di ieri (se i risultati confermeranno le previsioni) un vincitore indiscutibile: i Cinquestelle, insomma Beppe Grillo e i suoi. Difficile pensare che siano altri a potersi intestare la vittoria. E l’accadimento è quello preconizzato fin dall’inizio: la liquidazione di un’intera classe politica inetta e corrotta, su cui il Movimento ha costruito le sue fortune elettorali. E che continua, come la pioggia di Malacqua: che scende e ridiscende interminabilmente.

Il referendum costituzionale aveva infatti un oggetto di merito – la fine del bicameralismo paritario, la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni, e insomma un certo numero di articoli sui procedimenti legislativi, il CNEL, gli istituti della democrazia diretta, le Province e qualcos’altro ancora – ma l’eccezionale percentuali di affluenza, ben al di sopra di quelle delle ultime consultazioni referendarie, dimostra che al voto si è andati ben dentro uno schema politico, il cui significato è ancora una volta lo stesso (ripetiamolo: con i dati di cui attualmente disponiamo): il ceto dirigente, la «casta» va spazzata via. Va buttata giù. L’eccezione che Matteo Renzi aveva rappresentato, con il voto alle Europee del 2014, stando così le cose sarebbe cancellata.

Non è facile prevedere come se ne verrà fuori, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Ma resta un punto di fondo, al quale la seconda Repubblica rimane evidentemente inchiodata: il rapporto di fiducia tra le classi dirigenti e il resto del Paese non si è ancora riannodato. La crisi economica e sociale è sempre più – anche in altri Paesi, non solo in Italia – una crisi democratica, che si esprime in una reazione di rigetto nei confronti dell’establishment, o di ciò che viene così descritto. Mondi come quello del lavoro dipendente, della piccola impresa, della scuola, appaiono sempre più lontani dalla rappresentanza politica e sindacale, sia dal punto di vista dell’espressione di voto che, più in profondità, dell’affidamento simbolico e culturale a ciò che la mediazione politica dovrebbe significare, nella ricerca di un interesse generale intorno al quale costruire una prospettiva di crescita complessiva del Paese.

Quella prospettiva non c’è, non viene afferrata o non viene rappresentata. Gli elementi di socialità che temperavano le leggi di mercato grazie al compromesso del Welfare State, si sono sempre più ridotti. C’è di volta in volta una logica economica, un quadro di compatibilità, un insieme di impegni istituzionali, un sistema di valori, un corredo di politiche o anche semplicemente un principio di realtà che viene respinto. Perché restringe sempre di più lo spazio di chi ne apprezza i benefici, mentre amplia la platea di chi invece se ne sente escluso. I governi – tutti i governi, non solo quello italiano – si presentano come cementati in un unico blocco: saldato in uno con l’assetto finanziario che sorregge l’euro, in uno con l’edificio della globalizzazione, in uno con l’architettura istituzionale nazionale e sovranazionale.

Questo blocco ispira sempre meno fiducia. Soddisfa sempre meno i bisogni delle persone, mentre per altro verso continua ad alimentarne i desideri. Più si allarga questa forbice – fra ciò che sarebbe possibile, e ciò che è invece tristemente reale – più prevale il risentimento nei confronti di quelli che del blocco fanno parte. Dall’altra parte sta Grillo, stanno (di nuovo: non solo in Italia) le formazioni populiste, capaci di innescare meccanismi di identificazione molto più forti, molto più immediati.

A questo dato che una volta si sarebbe detto strutturale, si aggiunge un elemento di carattere sovrastrutturale, che di nuovo premia forze politiche come quella dei Cinquestelle. Nell’età della disintermediazione, la capacità di politica che i partiti sono in grado di sviluppare si è quasi azzerata. Il consenso non si costruisce più dentro i corpi intermedi; il professionismo della politica è respinto; l’idea stessa della rappresentanza è guardata con sospetto, e la sfera pubblica è sempre più segmentata in nicchie personalizzate, che sempre meno sfociano in uno spazio comune, condiviso, universale.

Il referendum, nel suo oggetto, c’entra forse poco con tutto questo. Ma è caduto dentro un’onda più lunga, che si è sollevata molto più in alto di quanto Renzi immaginasse. Sarà stato un errore dare al cambiamento le vesti di un passaggio sulla riforma dell’ordinamento della Repubblica, o sarà che l’acqua continua a cadere incessantemente: in ogni caso è sempre più da credere che sarà Grillo, più di ogni altro, a provare a vestire ora, innanzi agli italiani, i panni del vero mago della pioggia.

(Il Mattino, 5 dicembre 2016)

Il diktat del sindaco ha due pesi e due misure

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E così il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha sferrato in poco più di ventiquattro ore un uno-due micidiale, un paio di colpi – uno sopra l’altro invero sotto la cintola – da far invidia al miglior Cassius Clay. Dunque. Domenica De Magistris è andato a Roma, a piazza del Popolo, a parlare dal palco del «corteo sociale» indetto per sostenere il no al referendum costituzionale. Poi è rientrato, si è cambiato d’abito, e allarmatissimo ha annunciato che avrebbe subito verificato se davvero i vertici del San Carlo siano impegnati nella campagna referendaria perché la cosa, ha tuonato il Sindaco, sarebbe molto grave, e configurerebbe l’utilizzo a fini politici di incarichi istituzionali.

Par di aver le traveggole. La persona che nei giorni festivi sfila nella capitale e colà si perita di chiedere dinanzi alla piazza «costituente e ricostituente» nientepopodimeno che «un governo popolare di liberazione nazionale» (qualunque cosa sia), in quelli feriali bacchetta severamente la soprintendente del Massimo partenopeo, Rosanna Purchia, perché avrebbe partecipato a un’iniziativa a favore del sì al referendum. Cioè: De Magistris può andare il giorno prima al corteo romano, parlare e comiziare, mentre Rosanna Purchia non deve il giorno dopo muoversi dal San Carlo, ed è anzi meglio che stia zitta. Lo impone il rispetto delle istituzioni, dice De Magistris, lo esige la necessità di non strumentalizzare un bene pubblico, anzi un bene comune.

Ora, sarebbe il caso che De Magistris spiegasse meglio che cosa significhi rispetto delle istituzioni e cosa bene comune. A giugno, infatti, la giunta da lui guidata ha approvata una delibera con la quale lui, insieme a tutta l’amministrazione comunale, si schierava contro «la deriva autoritaria» della riforma, colpevole di stravolgere l’impianto istituzionale della Repubblica italiana. Non c’è una legge che lo vieta, ma è perlomeno un atto irrituale, che tra le deliberazioni di una giunta comunale spunti fuori una delibera del genere. Invece, quanto al ruolo tecnico della Soprintendente Purchia, per farsi un’idea si potrebbe far così: passare in rassegna le nomine del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, e chiedersi se le persone chiamate a ricoprire incarichi in forza degli atti a firma del Ministro competente non sia meglio che si astengano dal prendere posizione. Il direttore della scuola archeologica di Atene, ad esempio, come la Purchia nominato con decreto del ministro, può dire pubblicamente se vota sì o no, o lo vieta il decoro della Scuola? E il Presidente e i vice-Presidenti dell’Accademia dei Georgofili: loro possono pronunciarsi? E i componenti della Consulta territoriale per le attività cinematografiche, di nomina ministeriale: tutti zitti? Se valesse il criterio di De Magistris per imporre continenza di parole e forse anche di pensieri al Soprintendente del massimo teatro cittadino, la cosiddetta società civile sarebbe ridotta al silenzio d’un sol colpo. E, certo, in tal caso le parole roboanti di De Magistris, la sua battaglia domenicale per «l’autogoverno, l’autogestione, l’autonomia» e per «un’internazionale dei beni comuni» (qualunque cosa siano) rimbomberebbe ancora di più.

Ma per fortuna il rispetto delle istituzioni è una cosa ben diversa dal modo in cui lo interpreta De Magistris. Che è un ex-magistrato, e dovrebbe sapere che i primi a prendere la parola senza tema di compromettere il loro ruolo e la loro funzione sono i magistrati italiani. I magistrati, non i soprintendenti (o gli accademici di questa o quella prestigiosa scuola). Non solo prendendo la parola a titolo personale, ma impegnandosi come associazione. È il caso di magistratura democratica, che a gennaio ha aderito al comitato per il No. Ora, se è un diritto dei magistrati partecipare alla campagna costituzionale referendaria – sentirlo anzi come un dovere civico, quando è in gioco l’architettura democratica del Paese – diviene difficile pensare che il Soprintendente di un teatro invece non possa. Che rischi lei di gettare nella mischia l’istituzione, e non tutti gli altri che si esprimono in un senso o nell’altro.

A meno che De Magistris non si sia ricordato di essersi opposto, lo scorso anno, alla nomina del Soprintendente, e tutta questa sensibilità istituzionale di cui sembra dimenticarsi quando è impegnato a derenzizzare la città non sia piuttosto qualcosa come un sassolino che ancora gli duole nella scarpa, da quando il cda della Fondazione del Massimo decise di procedere nonostante l’opposizione del Sindaco. Lui vuole toglierlo, quel sassolino, e magari prima o poi gli riuscirà di riprendersi uno di quei «palazzi della collettività» (qualunque cosa siano) che gli altri, a suo dire, occupano. Ma decoro, rispetto, dignità e prestigio delle istituzioni può starne sicuro: non c’entrano nulla.

(Il Mattino, 29 novembre 2016)

Mattarella e la forza della mitezza

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L’arroganza, la protervia, la prepotenza. E poi, al polo opposto, c’è la mitezza. Quando Norberto Bobbio scrisse il suo fortunato elogio della mitezza, aveva in mente una virtù che doveva anzitutto esercitarsi nelle relazioni personali, come disposizione a non sopraffare l’altro, a non esibire la propria forza. Una virtù che si costruisce trattenendosi, ritirandosi dal potere che si potrebbe usare e che si decide invece di non usare. Una virtù che si attaglia benissimo al ruolo che svolge, nell’ordinamento italiano, il presidente della Repubblica.

In realtà, i giuristi hanno ormai adottato l’immagine coniata da Giuliano Amato, di un potere «a fisarmonica», che si espande o contrae a seconda delle condizioni complessive in cui si trova il sistema politico. E certo, maggiore è la fibrillazione in cui il sistema versa, più è richiesto al Presidente di svolgere una funzione di equilibrio e di garanzia.

Manca ormai meno di una settimana al referendum costituzionale, e forse è il momento giusto per un elogio della mitezza che il presidente Mattarella ha fin qui dimostrato. Non è solo una questione di galateo, o di stile personale ispirato alla sobrietà. Non è nemmeno un nobile esercizio di pazienza o di cristiana rassegnazione. I toni del confronto politico si sono di molto alzati, e non solo perché è aumentato il rumore della propaganda, o perché non sono mancate le grida scomposte e le espressioni ingiuriose, ma perché più volte sono venuti al pettine i nodi politici e istituzionali che, all’indomani del voto, bisognerà che siano sciolti. E il primo a cui tocca disbrigare quei nodi è proprio il presidente della Repubblica.  Ci sarà o no una crisi di governo, nel caso in cui il no dovesse prevalere? E che genere di crisi sarà? Quali saranno i suoi passaggi parlamentari? E quale governo si farà, dopo? Ma anche in caso di vittoria del sì, non è detto affatto che prosegua tranquilla la navigazione di questa legislatura, e le elezioni potrebbero essere già dietro le porte. E il nodo della legge elettorale, sul quale si attende ancora la pronuncia della Corte costituzionale? Il combinato disposto di Italicum e riforma costituzionale è stato presentato da alcuni come un pericolo, che avrebbe dovuto mettere in allarme le supreme magistrature del Paese. Ma anche il combinato disposto di una mancata riforma e di una bocciatura dell’Italicum porta con sé una quantità di dubbi e di incertezze non piccola, e il rischio di un’impasse istituzionale. E gli stessi partiti, che rimangono i primi interpreti della volontà popolare: anche per loro, il 4 dicembre potrà provocare un energico rimescolamento di carte. Non c’è solo il Pd, la maggiore forza politica presente in Parlamento, che andrà a congresso il prossimo anno. Anche il centrodestra non è chiaro quale fisionomia assumerà, e neppure chi lo guiderà (e verso dove). Persino nei Cinquestelle, che appaiono molto più compatti dietro il megafono di Grillo, non è detto affatto che il processo di selezione della leadership non procuri qualche scossone. Deciderà la Rete, dicono con finta ingenuità, come se, siccome decide la Rete, non si trattasse di una vera decisione politica, con tutti i sussulti che ciò comporta.

E quindi: dal prosieguo della legislatura alla tenuta del governo, dalla legge elettorale ai rapporti politici, le incognite non mancano, così come non mancano i punti di applicazione dei poteri del presidente della Repubblica. Ebbene, immaginate che cosa comporterebbe un altro stile presidenziale, fatto di dichiarazioni pubbliche, interviste, magari messaggi alle Camere, e insomma l’esercizio di una moral suasion condotto in pubblico. Immaginate se salissero i giri anche del «motore di riserva» della Repubblica, se la presenza del Presidente fosse avvertita in questi giorni come più marcata, più decisa, più determinata: un putiferio.

Eppure, si potrebbe persino dire che il Presidente ne avrebbe ben donde. Da un alto è indubbio che, da Sandro Pertini in poi, il volume delle esternazioni è progressivamente cresciuto, in corrispondenza con i mutamenti del sistema politico, la diminuita partecipazione, la crisi di credibilità, la frammentazione dei partiti e degli schieramenti, la fine del bipolarismo. In questo confuso scenario, il Quirinale ha assunto negli anni una posizione sempre più centrale, ma anche propulsiva, fin quasi ai limiti dell’iniziativa politica diretta. Dall’altro, il Presidente rimane pur sempre il garante degli equilibri costituzionali, il difensore dei diritti fondamentali e del bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione: una riforma vasta e incisiva fa necessariamente arrivare fin sul più alto Colle della Repubblica le più diverse sollecitazioni.

Dinanzi a tutte queste spinte, attuali o potenziali, reali o virtuali, c’era materia per dare una curvatura per dir così «governante» alla propria funzione, certo con il rischio di incrinare la stabilità del quadro politico e istituzionale. Mattarella si è ben guardato dall’assumere un simile profilo, mettendo a disposizione la propria forza moderatrice, la propria interpretazione mite del ruolo presidenziale. Ha scelto di pesare il meno possibile sul 4 dicembre. Il Paese ne guadagna una certezza: nessuno mette in discussione che siano in buonissime mani le decisioni che dovranno essere prese a partire dal giorno cinque. Bobbio diceva che compagna della mitezza è la semplicità, «il rifuggire intellettualmente dalle astruserie inutili, praticamente dalle posizioni ambigue». Comunque andrà il voto, la mitezza di Mattarella garantisce al Paese che non saranno percorse strade astruse o ambigue, soluzioni improvvisate o dissennate. E scusate se è poco.

(Il Mattino, 28 novembre 2016)

Chi ha paura (e disprezzo) della politica

A turkey looks around its enclosure at Seven Acres Farm in North Reading

È possibile che nel falò del 4 dicembre si bruceranno molte ambizioni. Se avesse ragione l’Economist, che ieri ha provato a ragionare sul significato del voto referendario e i possibili scenari futuri, è l’intera classe politica italiana che dovrebbe, se non bruciarsi, almeno farsi da parte, per lasciare spazio ad un «governo tecnico ad interim». L’autorevole settimanale britannico, schierandosi per il no al referendum, sostiene che la riforma costituzionale darebbe troppo potere al futuro premier. Giudizio discutibile, naturalmente, ma ancor più discutibile è il paradosso che l’Economist ne ricava. Che cosa succederebbe infatti, se a riforma approvata, gli italiani votassero Grillo alle prossime elezioni? Il timore che la riforma targata Renzi possa fare il gioco dei Cinquestelle spinge il giornale a suggerire la soluzione tecnica: per timore di un ribaltamento degli istituti della democrazia liberale, ad opera dei grillini, si suggerisce di cominciare subito con una specie di commissariamento soft, una sorta di prudente sospensione più o meno concordata, magari etero-diretta da Bruxelles.

Una simile logica è in reale proprio ciò che tiene lontana l’Unione europea dai cittadini. Perché l’argomento dell’Economist consiste in sostanza nel chiedere di sterilizzare gli effetti del pronunciamento elettorale: proprio come si continua a fare, nel tentativo di far passare in Europa riforme che si giudicano al contempo necessarie ma impopolari. Il populismo, in questo schema, è lo spauracchio, ma è anche il contraccolpo dell’ostinazione con la quale nelle capitali europee di perseguono politiche che non sono in grado di conquistare il necessario consenso.

La cosa notevole è però che questa volta è il sì il risultato da sterilizzare. È evidente, infatti, che la deriva autoritaria è un pericolo sovrastimato: l’Economist cita (e mette sgradevolmente sullo stesso piano) Mussolini e Berlusconi, ma sono paragoni del tutto privi di senso storico. Tanto Mussolini quanto Berlusconi arrivano alla guida del governo per la debolezza del sistema politico e istituzionale, e non già perché l’assetto costituzionale del paese ha tolto le garanzie e i contrappesi, facendo spazio all’uomo forte. Nel caso di Berlusconi, poi, era tanto poco forte la sua condizione che nel ’94 il suo primo governo cadde dopo pochi mesi. Dunque il raffronto storico è del tutto improponibile e va rovesciato: è la debolezza che apre la strada, se mai, a soluzioni autoritarie, non già il rafforzamento delle istituzioni.

Perciò la preoccupazione del settimanale sembra avere un altro senso, e cioè che il sì alla riforma metta in circolo troppa energia politica. Per il prudente e tecnocratico establishment dell’Unione è una condizione con cui è meglio non misurarsi.

Ma chi utilizzerà questa energia, sgombrato il campo dai timori per la democrazia (che spingono per paradosso – come si è visto – a mettere tra parentesi la democrazia): ecco ora il tema. Negli ultimi giorni, si è fatto sempre più chiaro che una parte decisiva sul risultato finale può giocarla il Mezzogiorno, e la Campania in particolare. Se tutta l’attenzione si è concentrata sulle esternazioni di De Luca, al di là dei toni esorbitanti, una ragione c’è. La Campania può essere veramente l’ago della bilancia. È come se sui due piatti stessero da una parte il governatore campano, e dall’altra quello della Puglia. Il sì e il no possono decidere chi dei due peserà di più. In gioco c’è sicuramente la rappresentanza delle ragioni del Sud, ma c’è anche il partito democratico e gli equilibri di tutto l’arcipelago della sinistra. È in vista di quei futuri, nuovi equilibri, che a Napoli si avvicinano a De Magistris pezzi del bassolinismo, la Cgil, i dalemiani: tutto quello che può essere manovrato contro Renzi, insomma. Nella stessa prospettiva si muove anche Emiliano, che nella futura partita congressuale proverà a giocare da principale antagonista di Renzi. Tutt’altro scenario si disegna se invece sarà il sì a prevalere, e De Luca a determinare il risultato con il voto campano. I piccoli fuochi si spegneranno, e si aprirà una fase diversa, incentrata sull’asse preferenziale fra il premier e il governatore. Questo è ovviamente solo una parte del significato che avrà il voto del 4 dicembre. Ma è una parte non piccola, perché, al di là dei futuri meccanismi elettorali o del nuovo ordinamento istituzionale, imprimerà un segno forte anche al sistema politico italiano.

(Il Mattino, 25 novembre 2016)

La democrazia e i giochi pericolosi

alfano

L’idea di Angelino Alfano, di rinviare il referendum costituzionale, non ha fatto molta strada. Il ministro dell’Interno l’aveva avanzata con molta prudenza, sostenendo che c’era soltanto, da parte del governo, una disponibilità a valutare l’ipotesi nel caso in cui le opposizioni avessero avanzato una richiesta in tal senso. Ma le opposizioni hanno comunicato subito, a stretto giro di posta, la loro posizione: non se ne parla nemmeno. E la cosa è finita là.

Come poteva essere altrimenti? Come si poteva immaginare che i Salvini, i Grillo e i Brunetta chiedessero per favore di lasciar perdere, e che dall’altra parte Renzi, quello che ha cominciato tutto con lo slogan “Adesso”, si risolvesse per il rinvio della data? Solo chi non ha seguito i due anni di navigazione del governo Renzi, e chi, prima ancora, non ricorda che questa legislatura è partita, sotto l’egida dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il mandato esplicito di realizzare le riforme, può credere che dopo i numerosi passaggi parlamentari, dopo il voto di Camera e Senato, dopo l’indizione del referendum, dopo l’apertura della campagna elettorale, sia ancora possibile fermare il treno in corsa.

Angelino Alfano lo ha pensato per davvero? Difficile a credersi. Più probabilmente, ha pensato – o ha dato voce a chi pensa – che l’eventualità di una vittoria del No rappresenta un pericolo troppo grande che il Paese non può correre, e che dunque è necessario trovare una via d’uscita. O perlomeno prendere tempo, procrastinare, e usare i margini concessi dal rinvio del voto per una precisa manovra politica. Se infatti per far passare il referendum – questo è il ragionamento che circola in certi ambienti – bisogna scindere il suo esito dagli altri temi che nel corso della campagna si sono ad esso sovrapposti – la legge elettorale, la sorte del governo e della legislatura, il destino del premier – e se a questo fine non basta la correzione di rotta, impressa sul piano della comunicazione nelle ultime settimane, bisogna evidentemente fare di più.

Si è già data disponibilità a cambiare la legge elettorale? In effetti, è un’esigenza formulata a chiare lettere anche dal Presidente Napolitano, che Renzi stesso ha finito con l’accogliere nella Direzione nazionale del suo partito. Ma ecco: siccome non basta ancora, siccome i sondaggi rimangono sul filo e danno anzi il Sì un passo indietro, bisogna mostrare una più grande disponibilità: a superare anche il governo Renzi, se fosse necessario, per avere in cambio il sì alla riforma. Ecco allora che prende corpo l’ipotesi: un rinvio, dettato dall’emergenza terremoto, e qualche mese per costruire un diverso scenario politico in cui non sia più Renzi l’unico dominus della situazione. Un modo per cuocerlo a fuoco lento, o semplicemente per creare le condizioni perché passi la mano. In maniera indolore o traumatica si vedrà, ma intanto si sarà trovata una maniera per decantare, e al limite depoliticizzare il voto sulla riforma.

Non occorre attribuire tutti questi pensieri al ministro Alfano. È sufficiente, per comprenderne l’esternazione, tenere presente che il suo interesse e l’interesse del suo partito è quello di portare a termine questa legislatura, perché la fine anticipata rappresenterebbe la fine anche di Ncd. Un minuto dopo il No, Alfano sarebbe spazzato via. Renzi no: si giocherebbe la sua partita alle politiche, ma Alfano a quale santo potrebbe votarsi? Da una parte avrebbe il trionfo bacchico dei Grillo e dei Salvini a togliergli ogni spazio, e dall’altra avrebbe un partito democratico pronto a chiedere correzioni di rotta a sinistra.

Ma soprattutto Alfano non avrebbe (e non ha) i voti. Lo spazio della politica in cui si muove, in cui continua a muoversi, non è quello della legittimazione popolare, ma è quello dell’accordo di palazzo, tutto interno alle trame politiche che vengono tessute fuori dal confronto franco e aperto con gli elettori. È  a loro, invece, che tocca decidere se affidare alla riforma costituzionale il futuro del Paese, ed è naturale che a porre questa domanda sia il governo nato sostanzialmente a questo scopo.

Del resto, uno dei significati della riforma non è forse il compimento di una transizione costituzionale che esponga con chiarezza governo e Parlamento al giudizio del corpo elettorale? E non è dunque in palese contraddizione con il verso stesso della riforma l’ipotesi ventilata da Angelino Alfano il Temporeggiatore? Mentre si sottolinea che la riforma è indispensabile per dare alla politica più speditezza, si cercano strategie più o meno confessate per troncare e per sopire, come il Padre Provinciale dei Promessi Sposi. Ma quello, si sa, era un personaggio secondario. E forse anche l’esile trama imbastita da Alfano ha dietro di sé protagonisti innominati.

(Il Mattino, 3 novembre 2016)