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Senno e sensibilità – un riassunto

[capitolo I-V + l’inizio del VI]
Renata: Un signore, a cui era morta la moglie dieci anni prima che lui stesso morisse, aveva avuto un figlio maschio da una moglie, e tre figlie femmine da un’altra.
Dell’eredità il figlio non si importava molto, perché sua madre aveva già abbastanza soldi. [Fammi pensare: è un libro complicato da capire], mentre le sue sorellastre avevano una madre più povera. Il padre avrebbe voluto lasciare di più alle figlie, ma l’eredità andò al figlio. Il padre, prima di morire, chiese al figlio se avrebbe potuto dare un aiuto economico alle sorelle, che erano con la loro madre. Egli disse che glielo prometteva, e pensò di dare a ciascuna tremila sterline. Ci pensò dei giorni e disse che andava bene. Intanto la signora e le figlie si erano stabilite nel loro alloggio, a Norland, che era la residenza del figlio che aveva ereditato. [Barbara: – Ma gli incontri d’amore si devono ancora verificare? -. – Ho letto solo dell’incontro di Elinor con Eduard, che ne so! – ].
La moglie del figlio disse al marito: "Non dovresti dar loro 3000 sterline, pensa al nostro povero Henry (il loro figlioletto). Quando sarà grande potrà sentire il bisogno delle sterline che hai dato alle tue sorelle". " Hai ragione, amor mio, diminuirò".
Così, parlando e parlando, si decise a dare meno, cioè circa 500 sterline all’anno, ma senza avere un impegno fisso. Così, avendo lo stesso carattere della moglie, si convinse e accettò.
Un giorno, alla Signora Dashwood (madre delle ragazze) arrivò una lettera, che parlava di un loro lontano parente che le offriva per un modesto affitto una casa costruita pochi anni prima che se andava bene sarebbe stata riammordenata e sarebbe andata bene per loro.
Intanto Elinor si era innamorata un po’ [sottolinea "un po’", papà] di Eduard, fratello di Fanny, che era la moglie del figlio ereditiere, di nome John Dashwood. Ma Elinor non era sicura che il ragazzo provasse gli stessi sentimenti che lei provava per lui. Intanto erano diventati ottimi amici, e la Signora Dashwood decise di dire sì a quel lontano parente e andare a trasferirsi in quel villino. Sotto consiglio della figlia maggiore Elinor, che aveva 19 anni, vendette cavalli e carrozza. [Mo’ faccio la descrizione delle signorine].
La mamma [aspe’, fammi pensare. Allora:]. Il trasloco fu semplice: argenteria, biancheria, alcuni mobili, e il pianoforte di Marianne, la seconda figlia, che aveva preso intelligenza romanticismo e tutte queste belle doti dalla sorella maggiore, ma lei si conteneva un po’ di meno. Infine c’era Margaret, figlia tredicenne, che anch’essa aveva tutte queste belle doti, che in tre avevano preso dalla madre, però alla madre somigliava più di tutte Marianne. Margaret si conteneva molto di meno.

[Fammi pensare. Dunque. Allora]. L’inizio del viaggio fu duro, perché a tutte mancava Norland, ma poi si calmarono. Quando arrivarono, scoprirono che il villino era abbastanza bello: conteneva un salotto di circa sei metri quadri da ciascun lato dell’ingresso [Io: – Ma che vuol dire? -. Renata: Papà, c’è scritto così: controlla! -. Ed effettivamente: «Da ciascun lato dell’ingresso c’era un salotto di circa sei metri quadrati», p. 33, Newton Compton, Milano 1995]. Poi conteneva due mansarde e quattro camere da letto (giustamente, erano tre figlie e la mamma). La madre aveva, sempre sotto consiglio di Elinor, limitato il numero dei domestici, facendolo arrivare a tre: due donne e un uomo. Una delle due cameriere e il domestico andarono prima delle Dashwood per preparare la casa, e questi accolsero molto bene le signorine Dashwood, che, l’una per rispetto dell’altra, si dimostrarono allegre, e questo contagiò tutti. Oltre tutto, lì c’erano molte colline coltivate e pascoli. Certo, era un bel posto. Ma, in confronto a Norland, era più piccolo e povero.

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Idee chiare

– Papà, non ti preoccupare. L’anno prossimo non mi fidanzo. Mi fidanzo alle scuole medie -.

Due mani

In parrocchia fanno le cose per bene (a parte qualche errore di battitura): E dunque sul sito trovate la cronaca della giornata, nonché gli articoli e la foto della vincitrice (delle vincitrici).

Fra poco facciamo il blog a due mani, visto che il sottoscritto annaspa.

Giornalisti per un giorno

Ve lo dico in anteprima, perché sul sito il risultato non è ancora stato inserito. Ma a me è giunto a casa, alle 13.30 (in compagnia della notiziata): Martina Villani e Renata Adinolfi premiate ex-aequo per il miglior testo giornalistico al primo concorso "Giornalisti per un giorno", organizzato dal giornale Incontro e dalla Parrocchia San Pietro di Aiello di Baronissi (prov. SA – Campania – Italia – Europa – Mondo).

Fin qui tutto bene. Il premio: oltre alla Bibbia, donata a tutti i partecipanti, Il piccolo Principe di Saint-Exupéry. E questo va un po’ meno bene.

Inversione

Report. A parte l’imperdonabile errore di mettere lo scarpone destro al piede sinistro di mia figlia Renata, e lo scarpone sinistro al piede destro, e avere dovuto provvedere sulle piste, dopo qualche discesa e dietro segnalazione di un maestro di passaggio, alla complicata operazione di inversione, tutto bene. Bel tempo, freddo polare, tutto bene.

Storie

Ormai Renata ha quasi nove anni. Stamattina la vedo sull’ampio balcone della sua camera andare da un angolo all’altro come un uccellino in gabbia, e come un uccellino muovere le braccia e le mani mentre inventa le sue storie. Appena può star sola, appena ha un angolo tutto per sé, Renata piega le braccia in su, agita le mani e vola via.
C’è una differenza con i fratelli. I fratelli non hanno avuto tutte le sere i racconti della Città Arcobaleno per tre anni. Tutte le sere Beth, Bill e gli altri. Le storie si sono progressivamente diradate, e da un po’ di tempo si sono interrotte del tutto.
Così Renata ha preso a volare per conto suo.

Dentro di loro

Il tema dell’estate assegnato da Il Foglio è: "che c’è dentro di me". Il quale mi pare che dica – se capisco bene – che c’è una cosa che chiamiamo "sé", la quale ha un "dentro" (e immagino anche un "fuori", però evidentemente meno interessante), in cui ci sarebbe "qualcosa", che però non è ben chiaro cosa sia, perché altrimenti non staremmo a ragionarci sopra per l’intera estate. Nonostante questa poca chiarezza, ci sarebbe già un nome per questa "cosa" che si trova "dentro" di "sé" ma che non si sa bene che cos’è, ed è, stando a Il Foglio, "coscienza". Oppure la "coscienza" è ciò che serve per cercare quel che c’è "dentro" di "sé": ma allora dove si trova, a sua volta, la "coscienza"? Oppure chi "ha" coscienza (perché la coscienza è una cosa che si ha – oppure che si è?) sa già, per il fatto stesso di aver coscienza, che ha coscienza, e che ce l’ha dentro di sé? Ma perché per aver coscienza di aver coscienza, bisogna avercela "dentro"? O si tratta di quel che è "dentro" la coscienza, e di cui la coscienza stessa nulla sa? Ma come fa la "coscienza" ad avere un "dentro"?  (Son metafore? D’accordo, e allora me le sostituite, per favore, con le espressioni proprie?)

Com’è chiaro, io ho difficoltà non con la ricerca di ciò che è dentro di me, ma con l’assegnare un significato chiaro ai termini che definiscono il campo dentro cui si dovrebbe condurre la ricerca. Presumo che mi si chiederà di non far finta di non capire, e di fare qualche sforzo, per esercitare in prima persona quella riflessione grazie alla quale ciascuno scopre di avere un sé (o scopre di avere un dentro, o scopre che il suo sé ha un dentro?). Come se poi fosse ben chiaro cos’è la "prima persona". In ogni caso, adesso è tardi, ma domani giro la domanda di Ferrara a Renata, di anni otto e mezzo, Enrico, di anni cinque e mezzo, e Mauro, di anni tre, e vediamo se loro capiscono meglio di me cosa si vuole con questa storia di quel che è dentro di loro