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La commedia degli equivoci

Menecmi

Non è certo la prima volta che la sinistra chiede ai suoi elettori di armarsi di santa pazienza. Questa volta tocca loro farlo per i risultati deludenti del voto siciliano, ma ancor più per il dibattito che ne sta sortendo.

Che non è in grado di chiarire quale sia il punto di capitone, quello intorno al quale si annoda tutto il resto: si tratta di Renzi, o delle politiche adottate dal Pd in questa legislatura? Si tratta della leadership, o del jobs act? Per un pezzo della sinistra – quella, grosso modo, che fa capo a Sinistra italiana di Fratoianni e ai nuovi eroi della società civile, i Falcone e i Montanari – il problema sono le politiche, e Renzi solo in quanto è stato lo strumento più efficace della loro attuazione. In questa chiave, fra Gentiloni e Renzi non c’è tutta questa differenza. E in verità differenza sostanziale non c’è nemmeno rispetto al precedente governo Letta, se non per questioni di stile e di energia politica. Che differenza vi può mai essere, poi, sempre dal punto di vista di questa sinistra più radicale, col Pd di Bersani che sosteneva lealmente il governo Monti, insieme a Forza Italia? Nessuna vera differenza. E a riprova: mentre Bersani celebra il Presidente Grasso come un dio, Tomaso Montanari ha già scritto una lettera aperta per dire rispettosissimamente che per lui Grasso (come ieri Pisapia) non può affatto rappresentare il mutamento di politiche di cui vi sarebbe bisogno.

Le cose stanno invece tutt’al contrario per i fuoriusciti di Mdp: per loro il problema è Matteo Renzi, e solo subordinatamente le politiche. Se non la vogliono mettere troppo sul personale diranno che è il nefando giglio magico, ovvero un certo modo di gestire il potere, oppure la concezione renziana del partito e della democrazia, o semplicemente il suo essere troppo divisivo. Ma insomma: è lui. Le politiche di questi anni c’entrano solo strumentalmente: hanno votato persino il pareggio di bilancio in Costituzione (quasi una bestemmia, per la sinistra radicale), hanno ingoiato ogni specie di rospo finché sostenevano responabilmente il governo: quale altro anfibio non deglutirebbero, una volta che si fossero sbarazzati di Renzi?

Queste cose le sanno tutti, dentro il Pd e fuori il Pd. Le sanno gli avversari interni, che, preoccupati o sollevati che siano, spingono Renzi verso il passo indietro, e le sanno quelli di fuori, che però non hanno alcun interesse a sciogliere tutte queste ambiguità.

E neppure hanno interesse a vedere quello che davvero è successo in Sicilia, dove il Pd non ha preso un solo voto in più rispetto al 2012, mentre ha subito una emorragia di voti che cinque anni fa erano venuti dal centro (dalle parti dell’Udc, non proprio una formazione di sinistra), e dove Mdp non ha aggiunto un solo voto a quelli raccolti da Fava nelle passate elezioni, quando Mdp non esisteva. Che è come dire che non esiste neanche adesso, se non come indice di un problema, certo non di una soluzione.

La soluzione, però, non ce l’ha nemmeno Matteo Renzi. Perché da un lato è perfettamente consapevole che dalla sconfitta al referendum ad oggi ha perso il suo appeal verso l’elettorato che lo aveva portato su, fino al 40% delle europee – un elettorato che solo una fervida fantasia potrebbe connotare come di sinistra, in una qualunque accezione ideologicamente significativa del termine –, ma che si trova, volente o nolente, invischiato in un logorante dibattito sul destino del campo democratico, che in realtà si fa sempre meno distinguibile, agli occhi dell’opinione pubblica, da un dibattito sul destino dei suoi gruppi dirigenti. E questa, c’è poco da fare, è una maniera sicura per avvitarsi su se stessi, e lasciare che le uniche proposte politiche credibilmente offerte al Paese siano quella del centrodestra (i cui problemi interni appaiono oggi in via di soluzione) e quella dei Cinquestelle (che per definizione problemi interni non ne hanno).

La discussione in corso a sinistra finisce così con l’essere una commedia degli equivoci: però voluti, per nulla involontari. Ci si mette in cerca del nome giusto per riunire finalmente il centrosinistra, e si fa finta che l’esigenza del partito democratico di allargare il campo, di costruire una coalizione di forze che restituisca al Pd un profilo innovatore, aperto, vincente, sia la medesima di esigenza di chi vuole semplicemente togliere di mezzo Renzi. Si cerca di produrre la necessaria discontinuità, il che di nuovo significa sacrificare Renzi, e si finge di credere che in questo modo i voti della sinistra radicale si potranno facilmente sommare a quelli del Pd. Il tutto avendo a disposizione soll quattro mesi, il tempo che ci separa dalle elezioni. Come se il centrosinistra non l’avesse già provata questa strada, nel 2001, quando a un passo dal voto cambiò cavallo e scelse Rutelli al posto di Giuliano Amato. Coi risultati che sappiamo.

Ma più di un cambiamento del genere il Pd non è in grado di proporlo, al punto in cui è. Non potendo restar fermo, è possibile che cercherà di qui in avanti tra le formule che consentano di salvare capra e cavoli: distinguendo fra premiership e leadership; fra segretario del partito e presidente del Consiglio; fra leader del partito e leader della coalizione. Come se davvero questo si aspettassero gli italiani, per portare il centrosinistra al 40%, o almeno Mdp a una percentuale di voti significativa. E poi non dite che non occorra molta, moltissima pazienza.

(Il Mattino, 8 novembre 2017)

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Se la partita per il Paese si gioca a due

Klee

P. Klee

La forbice di numeri è ancora ampia, e può fare la differenza. Ma gli exit poll siciliani alcune cose le dicono fin d’ora. La prima è indiscutibile: non sappiamo se l’asticella toccherà davvero la quota psicologica del 40%, o si manterrà al di sotto, ma in ogni caso il risultato dimostra che nell’isola il centrodestra si è ripreso il suo elettorato. È vero che nelle passate elezioni regionali il centrodestra superò il 40%, ma cinque anni fa si presentò diviso, e questo consentì a Crocetta di divenire presidente della Regione, mentre questa volta si è presentato unito. La differenza l’ha fatta dunque la capacità di presentarsi con un solo candidato, Nello Musumeci. Dopodiché però la tenuta del centrodestra, soprattutto in proiezione nazionale, è ancora da dimostrare. Sentito da questo giornale, Salvini si è limitato a parlare di un punto di partenza, negando che il patto dell’arancino – la cena con Berlusconi e la Meloni – equivalesse a un accordo elettorale per le politiche del prossimo anno. Quel che vale in Sicilia non è ancora detto che valga a Roma. Anche se dalla Sicilia riceve una grossa spinta: il centrodestra unito, ha detto ieri sera il coordinatore di Forza Italia nell’isola, Micciché, farà il pieno nei collegi uninominali. Un argomento maledettamente convincente.

La seconda evidenza è il risultato dei Cinquestelle: da soli, hanno superato sicuramente il 30%, ed è probabile che siano sopra il 35%. È persino possibile che Cancelleri arrivi davanti a Musumeci e diventi il primo presidente di Regione a cinque stelle: sarebbe un esito clamoroso, che proietterebbe la sua ombra anche sul voto della prossima primavera. Comunque vada a finire il testa a testa fra i due candidati, è chiaro fin d’ora che i grillini sono di gran lunga il primo partito dell’isola. Non solo. Benché sia presto per avere numeri attendibili sui voti di lista, è sicuro che i Cinquestelle prendano il doppio o più dei voti andati a Forza Italia e al Partito democratico. Il doppio anche dei voti che lo stesso Cancelleri prese nel 2012, quando raggiunse il 18%. Grillo e i suoi sono ora di fronte al dilemma dinanzi al quale si troveranno probabilmente anche a marzo: sono la prima forza siciliana, stravincono tra i giovani (cosa di per sé significativa), e soprattutto vincono da soli contro quelle che chiamano «le armate Brancaleone» schierate da centrodestra e centrosinistra; ma proprio perciò, senza alleati di sorta, rischiano di fermarsi a un passo dal governo. Fin qui e non oltre, rischiano di infrangersi contro l’impossibilità di fare accordi con tutti gli altri.

La terza evidenza riguarda lo stato della sinistra. Difficile, a dir poco. Non solo il Pd è andato male, è andata male anche la sinistra di Fava. Il Pd ha preso gli stessi voti delle precedenti elezioni regionali, o forse anche meno, e questo dà tutto il senso della sconfitta: oggi come cinque anni fa, vuol dire che il renzismo in Sicilia è passato invano, o non è mai arrivato. Anche Claudio Fava ha preso però all’incirca i voti della volta scorsa (quando presentò liste col suo nome, pur non potendo essere candidato). Se Sparta piange, Atene non ride, insomma. E intanto Micari, se gli exit poll dovessero essere confermati, si troverebbe una decina di punti sotto il 2012, avendo perso tutta un’area di voto centrista che nelle scorse elezioni aveva sostenuto Crocetta. In questo contesto, pesa anche il risultato fortemente deludente di Alternativa popolare, il partito di Alfano, ridotto a poca cosa in quella che restava forse la sua ultima roccaforte.

Se poi si facessero raffronti con le politiche del 2013, o peggio con le europee del 2014, si misurerebbe più vistosamente l’arretramento del Pd e del centrosinistra. Si tratta di un confronto parecchio improprio, ma inevitabile. Soprattutto per un partito che aspira a governare il Paese, e che per farlo dovrebbe – almeno in linea teorica – traguardare quota 40%. Forse, però, più dei numeri conta il quadro politico complessivo. Micari è andato male per due ragioni: perché pagava il giudizio dei siciliani sul governo uscente di centrosinistra, che era ed è assai negativo, e perché non gli è riuscita l’operazione di allargare il suo campo. Fin da subito la sua è parsa così una candidatura marcata dal segno dell’isolamento. Ora, è vero che lo scenario locale è diverso da quello nazionale, ma il rischio è che anche nel resto del Paese il Pd non venga percepito come il perno di uno schieramento ampio. Né è minimamente immaginabile che siano gli altri, quelli alla sinistra del Pd, a poter assolvere questa funzione. Anche su questo il voto siciliano fa chiarezza, perché non regala a Fava, finito probabilmente sotto le due cifre, nessuna ragione per festeggiare, ma solo motivi per recriminare.

Il voto siciliano ha dunque, se gli exit poll saranno confermati, due sicuri sconfitti e due probabili vincitori. Farà ovviamente differenza se la guida della Regione andrà al centrodestra, come sembra, oppure ai Cinquestelle, ma rispetto al futuro politico del Paese gli uni e gli altri sanno già dove andare, mentre è il centrosinistra che deve probabilmente inventarsi nuove strade.

(Il Mattino, 6 novembre 2017)

Il prezzo alto di una strategia all’attacco

Testo 2

La giornata politica ha regalato tre fatti di grande rilievo: primo, l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale; secondo, la decisione del presidente del Senato Piero Grasso di lasciare il gruppo del partito democratico; terzo, l’indicazione, da parte del governo, per il secondo mandato alla guida della Banca d’Italia, del governatore uscente Ignazio Visco, nonostante il diverso avviso del Pd. I primi due fatti sono collegati fra di loro, perché Grasso ha solo atteso che si concludesse l’iter di approvazione del Rosatellum prima di compiere una scelta già maturata nei mesi scorsi; il terzo no, ma ha comunque un denominatore comune, perché chiama in causa la linea politica con la quale Renzi ha scelto di andare alle prossime elezioni. Dopo la giornata di ieri, infatti, è facile misurare la distanza del segretario del partito democratico dai massimi vertici istituzionali del Paese: i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, non si candideranno (se si candideranno) nelle file del principale partito di maggioranza: salvo errori, non era mai accaduto che una legislatura si concludesse con un esito del genere. Con la sortita su Bankitalia, si è prodotta una certa freddezza fra Renzi e il Quirinale, che di sicuro non ha gradito la mozione parlamentare su Visco presentata dal Pd; e ora che Gentiloni è andato dritto per la sua strada, anche con il presidente del Consiglio l’allineamento non è perfetto. Ovviamente non mancano le attestazioni di stima reciproca, né, a quanto pare, sono in discussione i rapporti personali, però se il sistema bancario continuerà ad essere, nelle prossime settimane, un tema di confronto politico, oggi sappiamo che non sarà Gentiloni e l’attuale governo a interpretare la linea del partito.

Distanza dai vertici istituzionali, autonomia rispetto alle decisioni assunte dal governo: con lo schema di gioco adottato, Renzi sembra voler rinunciare all’andatura compassata che i partiti di maggioranza di solito tengono, anche in prossimità del voto, e interpretare all’attacco, e da solo sul palcoscenico, la prossima campagna elettorale, con quella forte impronta personale che è nelle corde del segretario dem. È fin troppo chiaro, infatti, che il Pd non sarà, in campagna elettorale, il partito di Renzi e Gentiloni: sarà il partito di Renzi. Così come è chiaro che i risultati da presentare a giudizio dell’elettorato non saranno i risultati dei governi Renzi e Gentiloni: saranno i risultati conseguiti nel corso della legislatura dal Pd, il cui segretario è Matteo Renzi. Una strategia del genere va messa ovviamente alla prova dei fatti (cioè delle urne), ma va intanto spiegata nei suoi termini politici. E in termini politici: non v’è alcun dubbio che sia stata la forza di Renzi a consentire la prosecuzione di una legislatura, nata sghemba e precaria, fino al suo termine naturale.  È però la stessa forza che a sinistra ha prodotto continue lacerazioni. È facile supporre che se il referendum del 4 dicembre avesse avuto un esito diverso, la diaspora sarebbe stata contenuta; dopo la sconfitta referendaria, invece, sia all’interno delle istituzioni che nel partito si sono scavati fossi, intorno a Renzi. Tuttora, però, è difficile misurare peso e proposta politica alla sinistra del Pd se non in relazione a quel che Renzi fa o non fa, a dimostrazione che se Renzi pecca per eccesso, gli altri peccano assai per difetto.

Ma in politica vale il motto del riformatore Lutero: pecca fortiter, sed crede fortius. Pecca pure fortemente, ma abbi ancora più fiducia. Per smuovere le acque e giocare di rottura, non c’era altro modo. Per portare la sinistra fuori dal suo steccato tradizionale non c’era altra strada. Così dunque si è mosso Renzi: questa era la sua scommessa nel 2014 e questa è la sua scommessa anche adesso. E come nel 2014 Renzi non ne volle sapere di fare le europee dietro a Enrico Letta presidente del Consiglio, così questa volta non eviterà certo lo scivolamento di Gentiloni in secondo piano. I rapporti sono diversi, e diverso pure il contesto e il momento politico: e infatti quel governo cadde e questo rimane in piedi. Ma uguale è l’esigenza di Renzi di giocare la partita da prima punta, tutta davanti. Se saranno uguali anche i risultati è più difficile a dirsi. Oggi la partita è molto più complicata. Se poi il voto siciliano, fra dieci giorni, dovesse sospingere il pd troppo indietro, allora si farebbe ancora più dura. Renzi ha voluto tenersi alla larga dall’isola, e infatti il suo treno non varcherà lo stretto. Ma se il Pd perde di brutto ci vorrà un attimo a leggere le regionali siciliane in chiave nazionale: quanto più si deideologizza il voto, tanto più lo si lega alle aspettative di successo o di insuccesso. E su quelle, qualunque cosa se ne vorrà dire, il risultato siciliano peserà.

(Il Mattino, 27 ottobre 2017)

Un azzardo che spariglia il gioco dei 5 Stelle

Picasso MInotauromachia 1935

P. Picasso, Minotauromachia (1935)

Un sasso nello stagno? Qualcosa di più, a giudicare dalle reazioni che la mozione parlamentare su Bankitalia presentata dal Pd ha scatenato. Non solo i più alti vertici istituzionali, ma anche esponenti democratici di primo piano – come il capogruppo al Senato Zanda, o come Walter Veltroni – hanno giudicato severamente la mossa del segretario: «deplorevole», «incomprensibile», «incommentabile». A giudicare dall’onda sollevata, il minimo che si possa dire è che Matteo Renzi questa volta è stato assai improvvido. Malaccorto. Per qualcuno, per giunta, non si tratta nemmeno della prima volta, ma anzi della riprova di quanto sia divisivo e contundente il modo di procedere del segretario del Pd.

Ma le acque in cui è caduto il sasso scagliato da Renzi non erano (e non sono) affatto stagnanti: sono anzi uno dei mari preferiti in cui nuotano i Cinque Stelle. Che della critica al sistema bancario italiano e a Bankitalia hanno fatto uno dei loro cavalli di battaglia. Ancor prima dello scandalo di Banca Etruria, con cui hanno tirato dentro la Boschi e il giglio magico. La polemica contro la finanza speculatrice che affama piccole e medie imprese è da sempre uno degli argomenti preferiti dei partiti populisti, ad ogni latitudine. Non a caso, la mozione del Pd è arrivata dopo la mozione presentata in Parlamento dai grillini, che impegnava l’Esecutivo ad «escludere l’ipotesi di proporre la conferma del Governatore in carica». Una mozione dello stesso tenore era stata presentata anche dalla Lega, il che rappresentava un chiaro segnale di quali munizioni i due partiti stessero accumulando in vista della campagna elettorale. Quali saranno gli argomenti su cui si giocherà il voto del 2018? I migranti, sicuramente. Poi l’Europa, probabilmente. Ma sui temi dell’economia la legislatura si chiude con i primi segnali positivi di ripresa, che sono venuti consolidandosi negli ultimi mesi del governo Gentiloni. Se su questo terreno riuscisse allora ai Cinquestelle di spostare tutta l’attenzione sulle nefande responsabilità in tema di banche, addossandole tutte al Pd, il più sarebbe fatto. La tempesta perfetta: paura dei migranti, impopolarità dell’Unione europea, rabbia contro gli affamatori del popolo. Il tutto, con il solito contorno giustizialista.

Con la mozione su Visco e Bankitalia, Renzi prova a sparigliare il gioco. Ed evita di rimanere con il cerino acceso in mano. Perché non c’erano solo le mozioni di Lega e Cinque Stelle. C’era anche l’astensione di Mdp sulla mozione grillina – il che non ha impedito a Bersani di giudicare «fuori da ogni logica» la mozione firmata dai democratici. E c’era lo stesso giochetto dentro Forza Italia: Brunetta ha giudicato «ipocrita e ignobile» la presa di posizione del partito democratico in Aula, ma questo non ha impedito a Berlusconi – che pure era Presidente del Consiglio quando fu nominato Visco – di criticare la Banca d’Italia per «non avere svolto il controllo che ci si attendeva».

In queste condizioni, con il nervo ancora scoperto di Banca Etruria, a Matteo Renzi proprio non andava giù di rimanere a fare solo soletto il palo dinanzi a Palazzo Koch. Del resto il suo giudizio su questa stagione Renzi lo aveva già consegnato nel libro uscito di recente: «abbiamo seguito quasi totalmente le indicazioni della Banca d’Italia, è stato un errore».  Dopo l’atto di indirizzo presentato alla Camera, Renzi si copre il fianco dalle critiche che sarebbero inevitabilmente piovute su di lui e sul Pd se la nomina fosse andata liscia e senza scossoni. Il Segretario sarebbe rimasto intrappolato nella Casta, proprio adesso che, con la campagna elettorale alle porte e senza la responsabilità diretta del governo, gli conviene tornare ad assumere i panni del rottamatore.

Certo, due argomenti possono ancora essere sollevati contro l’azzardo. Il primo: non si finisce in questo modo per inseguire i Cinquestelle, per andargli appresso scimmiottandone le mosse? Non è la trappola in cui il Pd è già caduto, con Renzi e prima di Renzi, su temi come la corruzione o il finanziamento della politica? Il secondo: non aveva detto Renzi che il Pd rappresenta l’unico argine al populismo? Con la mozione contro Bankitalia non si finisce con lo scavalcare a piè pari quell’argine? Critiche legittime, così come fondate sono le preoccupazioni di ordine istituzionale. Ma guardiamo al risultato: più che inseguire, ora il Pd sulle banche è inseguito da tutti gli altri. Fin qui era la comoda posizione tenuta dai Cinquestelle; ora, almeno sulle banche, non lo è più. E quanto a populismo, c’è del vero: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tutte le leadership che si sono fronteggiate in questi anni ne hanno assunto qualche tratto. Ma è anche vero che fare una sinistra senza popolo non si può. Che Renzi provasse anche lui a riacchiapparlo da qualche lato è il minimo che ci si potesse aspettare, dopo l’anno di purgatorio seguito alla sconfitta referendaria. Del resto, la partita elettorale Renzi se la gioca contro Grillo e contro Berlusconi: non so se mi spiego.

(Il Mattino, 20 ottobre 2017)

 

I democratici nell’era proporzionale

The Beached Margin 1937 by Edward Wadsworth 1889-1949

E.  Wadsworth, The Beached Margin (1937)

Fra i grandi vecchi che intervennero ad Orvieto nel 2006, nel seminario di studi che precedette la nascita del partito democratico, prese la parola anche Alfredo Reichlin. Cominciò da lontano, dal movimento operaio, dal quale provenivano quelli come lui, e parlò del disagio del cattolicesimo democratico che confluiva nel nuovo partito con il timore che l’egemonia sarebbe rimasta saldamente nelle mani degli ex comunisti, ma anche del malessere della sinistra, che temeva dal canto suo di stingersi in un nuovo contenitore non ancorato saldamente nella tradizione del socialismo europeo. Poi però accorciò le distanze, guardando ai compiti ai quali il nuovo partito era chiamato – crisi della democrazia, diritti di cittadinanza, ricostruzione della politica, europeismo – ed aggiunse: «l’identità di un grande partito non è l’ideologia, ma la sua funzione storica reale». Parole sante, a dar retta alle quali la si finirebbe in un sol colpo di chiedersi quanto è di sinistra, o di centrosinistra, il partito democratico, a dieci anni dalla sua fondazione.

Quel che davvero conta non sono i richiami identitari, tantomeno le medianiche evocazioni dello spirito originario, ma quale funzione in concreto il Pd abbia esercitato, e quale funzione pensi ancora di esercitare. Certo, il contesto è cambiato: la democrazia competitiva nella quale il nascente partito democratico doveva inserirsi non c’è più. Non c’è il maggioritario, ma una legge che, faute de mieux, rimette in campo le coalizioni, o qualcosa che prova a rassomigliarci. La partita a due, centrosinistra versus centrodestra, è diventata una partita a tre, o a quattro: maledettamente più complicata. Così che la crisi della democrazia, di cui ragionavano ad Orvieto i partecipanti al seminario, è ben lungi dall’essere alle nostre spalle. La partecipazione politica continua a calare, il virus populista si è grandemente diffuso, la risposta immaginata in termini di riforme costituzionali è naufragata: la salute complessiva del sistema politico, insomma, non è gran che migliorata. Quando dunque Renzi oggi dice che senza il Pd viene giù tutto, non usa solo un argomento da campagna elettorale, ma rivendica quella funzione nazionale di cui parlava Reichlin, e che ha portato i democratici ad occupare a lungo posizioni di governo. Caduto Berlusconi, il Pd ha sostenuto prima Monti, poi Letta, poi il governo del suo segretario Renzi, adesso Gentiloni. In nessuna di queste esperienze di governo il Pd ha governato da solo, o con i soli alleati di centrosinistra: non ve ne sono mai state le condizioni, ed è difficile anche che vi siano nel prossimo futuro.

Di tutte le riflessioni che il Pd è oggi chiamato a fare, questa è forse la più urgente: come si attrezza un partito nato con l’ambizione veltroniana della vocazione maggioritaria, dentro una congiuntura che quella vocazione ha abbondantemente smentito, ridimensionando anzi sempre di più le forze maggiori. Basta guardare al di là delle Api quel che succede alla socialdemocrazia tedesca, o al socialismo francese, per convincersene.

Quanto al suo profilo programmatico, il Pd ha sempre rivendicato il carattere di una forza progressista, riformista, europeista. Non sempre però è stato chiaro a tutti, dentro il Pd, di cosa riempire queste parole. Basti pensare che ad Orvieto era nientedimeno che D’Alema a chiedere «una nuova cultura politica che andasse oltre il vecchio schema socialdemocratico». Si voleva andare al di là, e si è ricaduti al di qua. Quella nuova cultura politica, che veniva identificata con la terza via, con il New Labour di Blair, o il Neue Mitte di Schroeder è proprio ciò che il D’Alema di oggi, quello che ha mollato il Pd da sinistra, mai prenderebbe ad esempio. Ma più che la contraddizione palese, o la credibilità dei suoi interpreti, conta politicamente il fatto che con questa giravolta è rispuntata quella sinistra identitaria, radicalizzata, che il Pd aveva cercato di riassorbire.

Certo, di mezzo c’è stata la grande crisi economica e finanziaria del 2008: il Pd ha avuto la sventura di nascere con il vento contro, mentre finiva la spinta euforica della globalizzazione, e la marea, ritirandosi, lasciava riaffiorare tutti i problemi rimasti aperti: le diseguaglianze crescenti, l’erosione delle classi medie, le precarietà diffuse, le insicurezze e le paure non governate. Ma, anche così, la funzione storica del Pd non è cambiata di molto, tra ancoraggio europeo e prospettive di riformismo sociale ed economico dentro una solida cultura di governo. Questo è, o dovrebbe essere, il Pd, una cosa riconoscibilmente diversa dalla destra nazionalista di Lega e Fratelli d’Italia, dal populismo giustizialista dei Cinquestelle, dal centrismo moderato di Forza Italia.

Nessuna mutazione genetica è dunque in corso. Altra storia è se, in questa fase, in cui il mondo sembra un’altra volta finire fuori dai cardini, sia abbastanza essere una forza tranquilla – come diceva il Mitterand che saliva per la prima volta all’Eliseo – o se invece non prevalgano passioni e umori più forti, al cui confronto il riformismo appare una pietanza scipita. Le elezioni non sono lontane, e fra poco questo interrogativo verrà sciolto dalle urne.

(Il Mattino, 15 ottobre 2017)

La sindrome dei fratelli coltelli

PABLO-PICASSO-THE-FIRST-STEPS 1943

P. Picasso, Primi passi (1943)

È finita come non poteva non finire: a sinistra del partito democratico non c’è una formazione, ce ne sono (almeno) due. Una lavora per costruire un nuovo Ulivo, un centrosinistra allargato, un campo progressista: qualcosa – la si chiami come si vuole – che non sta politicamente in piedi senza il partito democratico; l’altra lavora invece per costruire un’alternativa di sinistra alla maggioranza che ha governato in questa legislatura: un’alternativa al Pd, dunque, che viene accusato di essere solo nominalmente un partito di centrosinistra. L’atto di maggior rilievo politico di questa fine di legislatura è la legge di stabilità: i parlamentari di Mdp vicini a Bersani e D’Alema non lo condividono; i parlamentari vicini a Pisapia invece sì. La spaccatura non potrebbe essere più fragorosa. Si può imbellettare come si vuole questa conclusione, si possono usare perifrasi e circonlocuzioni, ma il dato politico è questo: a sinistra gli uni non ne vogliono sapere di Renzi e del Pd, gli altri invece provano a lavorarci assieme. I primi considerano sbagliato cercare un terreno di intesa, almeno in questa fase e fino alle prossime elezioni; i secondi, invece, provano a fare esattamente questo, in vista di una possibile alleanza.

Chi volesse capire com’è possibile che a pochi mesi dalla nascita della nuova formazione politica – anzi: ancor prima di ritrovarsi in un unico partito – bersaniani e pisapiani si separino su un atto così importante come la nota al documento di economia e finanza (necessaria alla presentazione della legge di stabilità), non ha bisogno – io credo – di scomodare la storia lunghissima di divisioni, scissioni e lacerazioni che attraversa tutta la storia della sinistra. Che non è tutta uguale, peraltro: un conto è la scissione di Livorno fra socialisti e comunisti, nei primi decenni del Novecento; un altro la spaccatura dentro Rifondazione comunista, negli anni Novanta. Una cosa sono Gramsci o Bordiga; un’altra Bertinotti o Turigliatto. Se proprio si vogliono fare paragoni, questa vicenda somiglia al triste epilogo della stagione ulivista, o, più in generale, a tutto quello che è accaduto a sinistra dall’89 in poi: da una parte la spinta maggioritaria a costruire un partito che superasse antichi steccati ideologici e si proponesse come forza di governo; dall’altra i contraccolpi identitari, e minoritari, che producevano micropartitini a iosa, o si riducevano ad essere scialuppe di salvataggio per personale politico in disuso.

C’entra la storia, la coazione a ripetere sempre gli stessi errori? C’entri o no, sicuramente ha contato di più la valutazione su come presentarsi alle prossime elezioni. Questione cruciale per i fuoriusciti del Pd, che si rendono conto di non poter giustificare la propria esistenza in vita se non proponendosi come alternativi alla formazione dalla quale hanno preso in maniera così dirompente le distanze. Pisapia, Bersani e gli altri (pochi, in verità) non hanno fatto solo una battaglia di minoranza all’interno del Pd, hanno ritenuto che non ci fossero le condizioni minime per restare dentro un partito che giudicavano snaturato rispetto alle motivazioni originarie: con quale coerenza potrebbero ora pensare di fare un tratto di strada insieme? Più prosaicamente ancora: come possono rendersi visibili all’opinione pubblica, e appetibili a sinistra, senza rompere col Pd? Dunque: niente Pd, almeno finché c’è Renzi. Un problema di coerenza però ce l’hanno comunque, perché questa sinistra dura e pura è la stessa che votava con Forza Italia prima il governo Monti e poi il governo Letta. L’onorevole Speranza, che non ce la fa a votare la nota al Def perché giudica insoddisfacente le risposte sul lavoro o sul sociale del ministro Padoan, è lo stesso che faceva il capogruppo alla Camera con Letta a Palazzo Chigi e Saccomanni (non proprio un comunista) al Tesoro. E Filippo Bubbico, che oggi si dimette da viceministro dell’Interno, era viceministro già allora, in quel governo Letta che, al posto di Minniti, aveva Angelino Alfano (anche lui: non proprio un marxista-leninista). D’Alema soleva dire: il capotavola è dove sono seduto io. Di fatto, è come se ora provasse a dire, insieme a Bersani e ai suoi: la sinistra è dove ci siamo noi. Solo che, a furia di fare la guerra agli altri, quel “noi” si è molto rattrappito: è rimasto il capotavola, ma un tavolo comune non c’è più.

Tutte queste circonvoluzioni ruotano in realtà attorno a un punto, anzi a un nome: Matteo Renzi. C’è poco da fare: gliel’hanno giurata. Dopodiché è vero che in politica non contano (solo) le motivazioni personali. Ma per il modo in cui Mdp è nata non c’è altra traiettoria da intraprendere che non si prolunghi in una linea di fuga dal Pd.

Pisapia invece non ha bisogno di prendere cappello. Per lui, anzi, si è sempre trattato di aggiungere, non di sostituire. Nel giudizio dell’ex sindaco di Milano il Pd rimane tuttora una forza di centrosinistra: se non è sufficiente, si costruirà un campo più largo, per riorientare le politiche del governo. Ma non si butterà tutto a mare. Mdp è interessata solo alla pars destruens; Pisapia sta provando a fare la pars costruens: le due cose, evidentemente, non riescono a stare insieme.

Naturalmente tutto può essere. Persino che insieme ci rimangano, per mere ragioni di opportunità. Ma, politicamente parlando la storia di Mdp-Campo progressista è finita prima ancora di cominciare: si può già scommettere, anzi, che la sinistra che entrerà in Parlamento nella prossima legislatura uscirà, al suo termine, diversa da come vi è entrata, divisa e rimescolata ancora una volta. Com’è sempre stato, del resto, in tutte le legislature della Seconda Repubblica.

(Il Mattino, 4 ottobre 2017)

La nuova scommessa bipolare

Ligabue 1945 Lotta di galli

A. Ligabue, Lotta di galli (1945)

All’ultima curva, prima di imboccare il rettilineo finale della legislatura, la legge elettorale torna ad essere tema di confronto politico e parlamentare, e si torna a parlare di una sua possibile approvazione.

Difficile, però, fare previsioni: sulla carta, le forze politiche che sostengono il Rosatellum bis – così è stata ribattezzata la nuova proposta – avrebbero i numeri per farla passare. Ma da qui al voto finale ci sono un’ottantina di voti segreti, e la partita è così delicata che incidenti sono sempre possibili.

In realtà, la nuova versione del Rosatellum non risolve i problemi di governabilità del Paese, ma per quello ci vorrebbe un doppio turno alla francese che non è nel novero delle cose possibili. La legge in discussione si limita a distribuire per due terzi i seggi su base proporzionale, e per il terzo rimanente assegna i seggi in collegi uninominali dove i singoli candidati possono essere sostenuti, anziché da liste singole, da una coalizione. Chi può investire sulla costruzione di coalizioni plaude alla legge; chi non ha alcun potere coalizionale la avversa.

A preoccuparsi sono quindi, innanzitutto, i Cinque Stelle, che non saprebbero a chi sommare i loro voti nella parte uninominale. E infatti il fuoco di sbarramento è cominciato subito: il neo candidato premier Di Maio ha avuto parole durissime contro quello che ha definito “un attentato alla volontà popolare”, con argomenti che in verità varrebbero per qualunque legge che abbia effetti disproporzionali. Dopodiché in Parlamento hanno piazzato una mina, nella forma di un emendamento contra personam, che non consente di indicare come “capo della forza politica” chi non può essere eletto in Parlamento. Leggi: Berlusconi. E leggi pure il tentativo di pescare su questa norma voti a sinistra per far saltare l’accordo sulla legge.

Ma di che genere di accordo si tratta? Detto che, se passasse, questa legge elettorale penalizzerebbe i grillini, chi, viceversa, se ne avvantaggerebbe? Guardando tra gli emendamenti presentati, si capisce qualcosa guardando la proposta di rimettere l’indicazione del futuro leader alla forza politica della coalizione che ha preso più voti. L’emendamento è a firma Forza Italia, ma avrebbe anche il favore della Lega. Il che significa che la competizione per la leadership si trasferirebbe dentro la legge elettorale, invece di stare nelle primarie che fin qui Salvini chiedeva e che Berlusconi non aveva nessuna voglia di concedere. Ma significa anche che le distanze nel centrodestra si sono accorciate, e che il Cavaliere comincia a pensare di avere tutto l’interesse a calarsi nuovamente in uno schema bipolare. Assisteremmo così ad una nuova piroetta: dopo essere stato, per tutta la seconda Repubblica, il campione della democrazia maggioritaria, Berlusconi si era convertito al proporzionale, e in lunghe e pensose interviste aveva spiegato come il proporzionale fosse ormai l’unico abito confacente al sistema politico italiano. Ora, invece, complice forse i sondaggi siciliani che danno il centrodestra avanti a tutti, Berlusconi cambia di nuovo: vada per la coalizione con Salvini, e per un voto che in qualche modo la sancisca e leghi le mani per il dopo voto.

Ma le lega veramente? In primo luogo, va detto che l’emendamento è ai limiti, se non oltre il dettato costituzionale. Perché nessuna formula sulla scheda elettorale può limitare il potere del Presidente della Repubblica di nominare il Presidente del Consiglio: cosa dunque comporti indicare il “capo della forza politica” non è chiaro. In secondo luogo, e soprattutto, queste coalizioni, che esistono solo su un terzo dei seggi, ben difficilmente raggiungeranno il 51%, con gli attuali rapporti di forza: e allora come si farà? Ci sarà un inciampo in più per la formazione di maggioranze parlamentari diverse da quelle indicate nella parte uninominale della legge. La qual cosa può forse essere persino apprezzata, almeno da chi non ama il carattere parlamentare della nostra Repubblica. Ma senze vere maggioranze popolari emergenti dalle urne il risultato sarebbe: nessuna maggioranza.

Il rischio è alto, insomma. E l’impressione è che l’emendamento sia una spia del ricompattamento che si sta producendo nel centrodestra, piuttosto che una strada realmente percorribile.

A meno che la cosa non piaccia pure a Renzi, che sarà sicuramente, a sinistra, quello che prenderà più voti. Ma un conto è il singolo emendamento, un altro è l’impianto complessivo della legge. Lì la partita sembra essere un’altra, perché questo tema delle coalizioni è stato gettato tra i piedi del Segretario da chi, dentro il partito democratico, lo considera ormai un ostacolo alla costruzione di un nuovo centrosinistra, di un nuovo Ulivo o di quel che sarà. Franceschini non perde infatti occasione per ripetere che la coalizione s’ha da fare, col che evidentemente sottintende che se, per dialogare con Mdp, fosse necessario mettere da parte Renzi, ci sarebbe chi, nel Pd, farebbe da sponda.

Questo è, alla fine, il nodo decisivo: la legge è studiata per contenere i Cinquestelle, ma non dà affatto garanzie di governabilità, promette intanto di rimescolare le carte nel centrosinistra, e, forse, di dare una mano al centrodestra. E però è firmata dal Pd, come se Renzi scommettesse sul fatto che, alla fine, prevarrà comunque la sua forte leadership nel partito. Ce n’è abbastanza per considerare i giochi tutti aperti.

(Il Mattino, 30 settembre 2017)