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La politica debole e le Procure forti

Serra 1984

R. Serra, Malmo Roll (1984)

«La mia esperienza mi dice che quei reati sono difficili da provare»: parola di Antonio Di Pietro. Parola non di oggi, ma del gennaio 2008. Clementa Mastella, ministro della Giustizia del secondo governo Prodi, ha ricevuto un avviso di garanzia per concussione: è accusato di aver esercitato pressioni indebite su Antonio Bassolino, a proposito della nomina di un commissario nella sanità campana. Di Pietro, allora ministro pure lui, vede giusto, ma la sentenza di assoluzione in primo grado è arrivata solo qualche giorno fa: la bellezza di nove anni e mezzo dopo. «Non riesco a immaginare Sandra Mastella che minaccia, concute e fa morire di paura Bassolino», diceva Di Pietro. Lui non ci riusciva, ma i magistrati invece sì, perché Sandra Mastella finisce agli arresti domiciliari, e tutto il partito di Mastella, l’Udeur, viene travolto dallo scandalo. Non rinascerà più. Così come non rinascerà più l’esperienza politica dell’Unione, la maggioranza che portò Prodi a Palazzo Chigi per la seconda volta.

Ma l’intervista di Di Pietro a Repubblica merita di essere citata ancora. Di Pietro non interveniva per esprimere solidarietà a Mastella, ma per prendere le distanze dalle critiche ai magistrati che si era permesso di formulare. Lui, i suoi compagni di partito, tutto il Parlamento che lo aveva applaudito con uno «scrosciante battimano bipartisan». Non si fa. È un atto di eversione democratica. E lo è anche se è perfettamente chiaro, a Di Pietro per primo, che tutto finirà in un nulla di fatto. I magistrati – lo dice lui stesso – hanno «scoperto l’acqua calda», cioè come si fa politica al Sud. E come volete che si faccia? Con logica clientelare e spartitoria, spiega l’ex pm molisano. L’obiettivo diventa allora azionare la legge penale per sradicare questa maniera di fare politica. L’ex-magistrato, il simbolo di Mani Pulite, lo dice a chiarissime lettere: «La difficoltà di individuare un reato per contestare comportamenti lottizzatori e clientelari esiste». Quel che non dice, è perché, in base a quale idea e civiltà del diritto, comportamenti lottizzatori e clientelari debbano essere trasformati ipso facto in reati, piuttosto che essere sanzionati democraticamente alle elezioni. Che qualcosa non quadra è chiaro però pure a lui, visto che aggiunge: «non è affatto detto che tutto debba essere risolto per via giudiziaria».

Non è detto, però viene fatto: le notizie di questi giorni lo dimostrano. Caso Cpl-Concordia. 2015. L’inchiesta riguarda la metanizzazione dell’agro aversano e di Ischia. Il governo in carica è quello di Matteo Renzi. Cosa c’entra Renzi con il gas metano? Fa per caso le vacanze ad Ischia? Non risulta. Ma finisce intercettato lo stesso. Una soffiata – non si sa bene se pilotata o no – spinge infatti gli spaventati dirigenti della cooperativa a cercare di capire perché sono finiti sotto inchiesta. Si rivolgono a un generale. Il generale, per gli inquirenti, è Michele Adinolfi. Vengono disposte le intercettazioni. Il generale parla con Renzi, e le conversazioni finiscono sui giornali, scatenando un putiferio. Del versante giudiziario si son perse le tracce: nessuno sviluppo processuale, nessuna incriminazione per il generale Adinolfi, nessuna rilevanza penale delle parole riportate su tutti i quotidiani nazionali. Ma l’effetto mediatico c’è tutto. Non cade nessun governo, quella volta, ma ora vien fatto di pensare che ciò è dipeso solo dal fatto che il capo della Procura di Modena, Lucia Musti, a cui è trasmessa parte dell’indagine napoletana guidata da John Henry Woodcock, decide di non far esplodere «la bomba» che gli consegnano i carabinieri del Noe, il capitano Scafarto e il suo superiore, Sergio Di Caprio. Per loro, infatti, a Renzi si può arrivare. Loro sì che riescono a immaginarlo, e anzi quasi lo suggeriscono al magistrato. Che nel luglio scorso (due anni dopo), sentita dal Csm presso il quale è aperta un’istruttoria nei confronti di Woodcock, usa parole di fuoco: per gli spregiudicati ufficiali del Noe, e per il Pm chi ne coordina il lavoro: una «informativa terribile, dove si butta dentro qualunque cosa, che poi si manda in tutta Italia.  La colpa è anche di noi magistrati, perché siamo noi a dover dire che le informative non si fanno così». Non si dovrebbero fare, ma intanto si continuano a fare.

Altra inchiesta, e stessa disinvoltura. Spinta anzi fino a un’incredibile spudoratezza. Il caso Consip è un caso di corruzione, che parte da Napoli ma anche in questo caso arriva fino a Roma, fino a Renzi. Anche in questo caso ci sono di mezzo intercettazioni e fughe di notizie. Anche in questo caso a muoversi sono gli uomini del Noe. E in prima fila c’è, su incarico del pm Woodcock, il fidatissimo capitano Scafarto, lo stesso che ha confezionato l’informativa-«bomba» recapitata a Modena. Questa volta la confezione è ancora più esplosiva. Perché la trascrizione delle intercettazioni contiene manipolazioni, che consentono di mettere sotto tiro Tiziano Renzi, e sono arricchite di un capitolo, totalmente infondato, su presunte attività di pedinamento e controspionaggio dei servizi segreti a danno degli investigatori. Se si guarda più da vicino l’intrico imbastito in quelle carte, e il modo in cui han preso a circolare, si trovano elementi in tutto analoghi a quelli del caso Cpl-Concordia. Non solo i protagonisti – a cominciare dal duo Scafarto-Woodcock – ma pure il modus operandi. Al centro del quale ogni volta compaiono fughe di notizie che mettono in allarme le persone coinvolte, fughe che più che danneggiare il lavoro della Procura, sembrano alimentarlo. Sembrano, in poche parole, consentire di estenderne il raggio e di arrivare sempre più su: dal Cardarelli alla centrale di acquisti Consip; dalla centrale di acquisti Consip a Palazzo Chigi – dove investono il fedelissimo del premier Renzi, Luca Lotti, accusato di aver informato i vertici Consip delle intercettazioni ambientali in corso – e a Rignano sull’Arno, dove sulla graticola finisce il padre dell’ex premier. Tutto questo accade prima, ovviamente, che si sappia che la madre di tutte le frasi, quella che avrebbe dovuto inguaiare Tiziano Renzi, era in realtà stata pronunciata non dall’imprenditore napoletano arrestato, Romeo, ma dal suo consulente Italo Bocchino. La cosa prende tutt’altro senso.

Svista? Fretta? Negligenza? Leggerezza? Può darsi. Ma com’è possibile che si proceda con fretta, negligenza o leggerezza in un’indagine che lambisce i massimi vertici istituzionali, che rischia di portare sotto processo il padre del Presidente del Consiglio in carica, e che riguarda appalti di importi miliardari? Quante volte bisognerebbe ricontrollare una frase, prima di metterla a verbale rischiando di provocare un terremoto politico?

Il premier tiene duro, e il governo non cade per mano della Procura. Ma la botta è forte. Questa volta però non ci sono battimani in Parlamento a difesa del premier. La strategia scelta dal partito democratico è quella di abbassare la temperatura dello scontro fra politica e giustizia. Renzi rimane in sella, ma quale sarà il bilancio? La legge sulla responsabilità civile dei giudici? La riduzione dei giorni di ferie dei magistrati? Bilancio piuttosto magro, visto che né l’ordinamento giudiziario è stato in sostanza toccato, né si sono fatti passi avanti sui due punti di maggiore sofferenza: da un lato la disciplina delle intercettazioni, su cui il Ministro della Giustizia ha oggi in mano una delega che difficilmente riuscirà ad attuare; dall’altro la prescrizione, che anzi, per non vanificare il lavoro delle Procure, è stata allungata per i reati contro la pubblica amministrazione, pazienza se un imputato rischia di rimanere sotto processo per corruzione per vent’anni.

In compenso, sono state introdotte nuove figure di reato, come il traffico illecito di influenze, che aumentano l’area di indeterminatezza dell’azione penale, o introdotte modifiche al codice antimafia, sempre in materia di corruzione, che ampliano anziché ridurre l’area dell’intervento cautelare.

Ma forse una riflessione più generale andrebbe fatta sui vagiti di riforma della giustizia spesso soffocati in culla. Appena insediatosi, Renzi aveva annunciato di voler cambiare le regole del Csm. Di quella riforma non c’è traccia. L’impressione è che una politica debole, che si sente vulnerabile alle inchieste delle Procure – ai loro riflessi mediatici, e alla loro durata intollerabilmente lunga – preferisca abbozzare, non svegliare il can che dorme, non attaccare per non essere attaccata. Invece di una riforma, dunque, una tregua. Anche se poi c’è sempre qualche procura che non la rispetta e riapre le ostilità. Così succede che la politica rinunci a riformare la giustizia, mentre la giustizia non rinuncia affatto a riformare la politica. Con i mezzi penali che ha a disposizione, cioè per la via di una criminalizzazione che dovrebbe aprire la via alla grande bonifica morale, e, solo dopo, al lavacro purificatore delle elezioni. Già, perché fra poco si vota: chissà che clima ci sarà, allora.

(Il Mattino e Il Messaggero, 17 settembre 2017)

Le responsabilità e le ipocrisie della sinistra

Ebzo-Cucchi

E. Cucchi, Paesaggio Barbaro (1983)

Un fatto di una gravità istituzionale enorme, secondo il ministro Franceschini. Di una gravità inaudita, secondo il presidente dei senatori Zanda. Ed è difficile dar loro torto. A loro, come agli altri esponenti del partito democratico che hanno preso la parola in queste ore, per denunciare fatti e comportamenti ai limiti dell’eversione, dopo che sono stati diffusi i contenuti delle dichiarazioni rese al Csm dalla procuratrice di Modena Lucia Musti. La quale avrebbe avuto tra le mani, consegnatale dal capitano del Noe Scafarto e dal suo superiore, Sergio De Caprio (il comandante Ultimo), la bomba per far saltare in aria il premier Matteo Renzi, la bomba essendo l’inchiesta napoletana, trasferita per competenza nella città emiliana.
Spregiudicatezza e delirio di onnipotenza dimostravano secondo il magistrato i due ufficiali, nello spingere il capo della Procura modenese a proseguire le indagini sul caso Cpl-Concordia avviate a Napoli. Di quel caso, in realtà, nulla è arrivato a processo. E quanto alla vicenda Consip, che ha avuto gli stessi protagonisti, quel che sappiamo allo stato è che a Matteo Renzi si arrivava, attraverso il padre, manipolando le intercettazioni e inventandosi di sana pianta interventi dei servizi segreti.
Un verminaio, di cui non si vede la fine. Ma di cui si è visto l’inizio solo per l’iniziativa di un’altra Procura, quella di Roma, che ha tolto le indagini al Noe e che – notizia di queste ore – indaga per falso il pm napoletano che al Noe aveva affidato l’inchiesta, John Woodcock, già sotto esame disciplinare al Csm.
E la politica? La politica arriva tardi e con una enorme dose di ipocrisia. Perché le ombre che si allungano sulle istituzioni democratiche vengono da lontano, vengono da un uso distorto della giustizia che si trascina dai tempi di Mani Pulite – ora lo dice persino Di Pietro! –, vengono da una cultura emergenzialista che in nome della lotta alla corruzione consegna una libertà d’azione sempre più ampia e indeterminata ai pubblici ministeri, vengono da uno squilibrio sempre più accentuato fra accusa e difesa, vengono da un’opinione pubblica cresciuta a pane e avvisi di garanzia.
Al partito democratico andrebbe chiesto in queste ore: e l’altro giorno? L’assoluzione di Clemente Mastella, l’altro giorno, non dovrebbe far dire le stesse cose che si dicono oggi, con le rivelazioni del magistrato Musti? Non cadde un governo allora, con le dimissioni del Guardasigilli? Come si fa a non giudicare anche quel fatto di una gravità istituzionale enorme? Lì c’è ormai un’assoluzione, la quale dice chiaro e tondo che i magistrati, presi da furia moralizzatrice, avevano provato a criminalizzare una trattativa politica, a trasformare un fatto politico in un fatto penale. E dunque: come si fa a non vedere che uno schema si ripete, che più delle finalità perseguite allora, come di quelle perseguite ora, quel che deve preoccupare è l’incrinatura profondissima dei rapporti tra i poteri dello Stato, per cui la politica può essere tenuta sotto scacco, e un governo può cadere e un altro essere aggredito da un’inchiesta farcita di manipolazioni quasi senza colpo ferire, se è vero che quel che veniamo a sapere oggi è rimasto per mesi e mesi sottaciuto (anche da Modena, dove la presunta bomba è stata consegnata la bellezza di un anno fa), finché un’altra Procura non si è mossa. Un conflitto tra Procure, in cui la politica è vaso di coccio fra vasi di ferro.
L’ipocrisia sta però in ciò, che senza una riconsiderazione vera delle politiche della giustizia promosse in tutti questi anni, non serve a nulla mandare alti lai solo quando salta fuori quel che si cucina in certi uffici. La vera domanda non è chi c’è dietro, chi ordisce il complotto o chi tira le fila, ma chi ha messo a disposizione la cucina.
Gli storici faranno la storia, risalendo indietro fino a Tangentopoli; intanto, però, facciamo la cronaca. Non più tardi di due mesi fa, il Pd ha approvato modifiche al codice antimafia che estendono le misure cautelari anche ai corrotti. Più ampio, non più limitato, è ora l’intervento della giustizia prima di un qualunque giudicato. Una logica di carattere emergenziale, introdotta in via eccezionale per far fronte ai fenomeni di criminalità organizzata, diviene abituale, ordinaria, e viene estesa anche ad altre fattispecie. Il verso di questi provvedimenti rimane dunque lo stesso: non una cultura delle garanzie e dei diritti, ma il suo preciso opposto. Certo: in nome della lotta alla corruzione, in nome dell’efficacia nel contrasto al crimine, cioè per le migliori intenzioni e in vista dei più alti fini. Ma quelle intenzioni e quei fini sono gli stessi che avranno avuto il capitano Scafarto e il comandante Ultimo nel recarsi a Modena. La spregiudicatezza e il delirio di onnipotenza che la dottoressa Musti dice oggi di aver avvertito nei loro comportamenti è la spregiudicatezza di una consolidata maniera di fare le cose, di inquisire e di indagare, non solo la bizzarria di due individui isolati, schegge impazzite di un sistema che ha i suoi anticorpi.
E no, gli anticorpi non ci sono o non sono più sufficienti. Perché sventare un complotto – se di complotto si tratta –, beh: quello è compito di un’altra procura, ed è quello che sta facendo Roma. Ma riformare la giustizia, ricondurre nel suo letto l’azione inquirente che ormai tracima da tutte le parti: quello è compito della politica. Che non lo ha fatto e non lo sta facendo. E la sinistra, che ha grandi responsabilità nell’aver rotto gli argini al fiume sempre più limaccioso delle indagini, cavalcando per decenni l’ansia giustizialista dell’opinione pubblica, non ha che da battersi il petto e fare mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

(Il Mattino, 16 settembre 2017)

 

Le inchieste ridimensionate dai tribunali

Hamilton

R. Hamilton, The Critic Laughs (1971)

Investito dalla Cassazione, il Tribunale del Riesame di Roma è tornato a decidere sulle misure di restrizione della libertà a carico di Alfredo Romeo, e questa volta ha mandato libero l’imprenditore napoletano. A marzo dentro, ad agosto fuori. Non c’è nulla che non sia andato secondo le procedure: il gip firma gli arresti, la difesa ricorre e il Tribunale conferma; la difesa ricorre ancora e la Cassazione rinvia al riesame, che questa volta accoglie la richiesta dei legali di Romeo. Tutto regolare, salvo che nel frattempo Romeo ha trascorso quasi sei mesi agli arresti: prima in carcere, poi, nell’ultimo mese e mezzo, ai domiciliari.

C’era, comunque, da aspettarselo: quando, nel luglio scorso, si era pronunciata la Cassazione, era saltato fuori che, a giudizio della Suprema Corte, il Tribunale aveva motivato in maniera largamente insoddisfacente la propria decisione. Ritornando sui propri passi, il Tribunale dà ragione al massimo vertice giurisdizionale. Ma nelle pieghe di quella sentenza si trovava anche affermato un giudizio non proprio lusinghiero sul modo in cui si era proceduto sin lì: la Cassazione non riusciva a capire dove diavolo fosse il «sistema Romeo», o il «metodo Romeo», di cui gli inquirenti erano andati a caccia, e avanzava dubbi anche sul modo in cui gli inquirenti avevano fatto ricorso, per le intercettazioni, ai famigerati trojan informatici: supponendo legami con la criminalità organizzata al solo scopo di vedersi autorizzati gli strumenti investigativi più invasivi. Infine, provava a dare un senso preciso alla previsione del carcere come «extrema ratio», così come richiesto dalla legge, e come invece disinvoltamente troppo spesso ci si dimentica.

Ora la situazione è questa, che l’ipotesi accusatoria da cui tutto era partito, con gli appalti all’ospedale Cardarelli in odore di camorra (secondo la Procura di Napoli), di colpo si rivela costruita male, grazie a qualche forzatura di troppo (secondo la Suprema Corte), mentre sull’altro versante delle indagini, che puntava su Roma e sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione, la Consip, sono venute fuori addirittura manipolazioni di prove da parte del capitano dei carabinieri Giampaolo Scafarto, insieme a fughe di notizie a ripetizione che forse hanno intralciato le indagini ma che di sicuro hanno costruito una enorme cassa di risonanza mediatica per il lavoro della magistratura inquirente.

Naturalmente, non siamo dinanzi a sentenze definitive e la vicenda non è chiusa. L’accusa farà la sua parte, così come cerca di farlo la difesa (possibilmente, su un piede di parità). Ma se uno riavvolge il film di questi mesi si accorge di quale enorme distorsione si sia prodotta. E si produca ogni volta. Con indagini, arresti e intercettazioni il quadro accusatorio si fa subito chiarissimo, lampante, praticamente certo, mentre le controdeduzioni della difesa devono aspettare mesi e mesi perché riescano a farsi strada prima nei tribunali e poi sui giornali. Con imputazioni e incriminazioni accade l’esatto opposto: prima le accuse arrivano sui giornali; poi, in tribunale, si vedrà (se si vedrà).

Uno potrebbe dire: come però la carcerazione preventiva non significava colpevolezza, così il ritorno alla libertà non vuol dire che l’accusa sia stata smontata. Il che è vero, ma è vero pure che di mezzo ci sono messi in carcere e ai domiciliari, e c’è una campagna di stampa che di fatto trasforma indagati e imputati in colpevoli ben prima di qualunque verdetto. E tanti saluti ai diritti e alle garanzie.

In questa inchiesta, poi, qualcosa non è stato chiaro persino nel metodo. Non dico solo delle gravissime alterazioni del contenuto delle intercettazioni, con cui si è cercato di mettere nei guai il padre di Matteo Renzi, Tiziano, ma dico proprio del modo in cui l’indagine ha potuto estendersi. Invece di andare in profondità, è sembrato fin da subito che si volesse solo andare in lungo e in largo. In giro, insomma, a tirar dentro di tutto e di più: una volta è la camorra, un’altra sono le fughe di notizie, un’altra ancora sono opportuni “aggiustamenti” delle carte. Una volta è un’ipotesi accusatoria, un’altra sono i trojan, un’altra ancora sono intercettazioni a strascico. Inchieste dal raggio sempre più grande – dal Cardarelli a Consip, da Napoli a Roma – purtroppo affette da un’inesorabile proporzione inversa: più allarghi e meno vai a fondo; più gonfi, enfatizzi e ingrandisci e meno il tutto si fa distinto e regge alla prova del processo.

Che però è ancora di là da venire, e chissà se e quando arriverà. Quel che però si capisce, è che non vi arriverà come era stato annunciato, ma solo dopo una robusta tosatura. Come quella a cui gli antichi prìncipi sottoponevano le monete, riducendone progressivamente il contenuto aureo, così va con l’ipotesi di processo che continua a circolare sui giornali, che ad ogni nuova notizia vale, lentamente ma inesorabilmente, ogni giorno di meno.

(Il Mattino, 17 agosto 2017)

Se il voto spezza le vecchie identità

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F. Bacon, Three Studies of Lucian Freud (1969)

Vi sono due punti interrogativi dinanzi al sistema politico italiano, che proverà a misurarsi con essi nei prossimi mesi. Il primo riguarda la legge elettorale: quella che ci è stata consegnata dai pronunciamenti della Corte costituzionale e dal risultato del referendum del 4 dicembre non viene giudicata soddisfacente da nessuno degli attori politici in campo. Ma nessuno degli attori politici in campo sembra avere forza sufficiente per cambiare il sistema di voto. Sicché, al di là di piccoli aggiustamenti “tecnici”, è molto probabile che ci terremo un proporzionale con un premio di maggioranza fissato a un’altezza irraggiungibile (40%).

Il secondo interrogativo è rappresentato naturalmente dalle elezioni politiche della prossima primavera. Al confronto si recheranno forze politiche profondamente diverse da quelle che si sono misurate nel 2013. Le due principali forze politiche, di centrodestra e di centrosinistra, intorno alle quali è stato imperniato il confronto politico nel corso di tutta la seconda Repubblica hanno subito scissioni e lacerazioni che ne hanno mutato la fisionomia. L’appello che Berlusconi rivolge oggi ad Angelino Alfano ed a Giorgia Meloni non ha, nelle parole stesse del Cavaliere, il significato di una proposta politica pronta per affrontare il voto nazionale. Eppure Alfano e Meloni, nel 2013, stavano nella stessa coalizione, il Popolo della Libertà (si è persa memoria del nome). E in quella stessa coalizione c’era la Lega (però a guida Maroni, non ancora a guida Salvini), la cui traiettoria ha seguito tutt’altra linea da quella presa nel corso della legislatura dai centristi di governo.

Anche a sinistra le cose sono cambiate. Al tornante dei suoi dieci anni di vita, il Pd vede di nuovo spuntare alla sua sinistra quella molteplicità di formazioni che, nel progetto originario di Veltroni, dovevano essere superate dalla vocazione maggioritaria del nuovo partito. L’impresa non è riuscita. La forza centripeta di Renzi ha innescato spinte centrifughe anche fra i democratici, se persino il candidato premier del 2013, Pierluigi Bersani, milita oggi in un nuovo movimento, che galleggia fra il Pd e le altre piccole forze politiche che del Pd non vogliono più saperne. Grosso modo, si tratta di un’area che nel 2013 si raccoglieva sotto la bandiera della Rivoluzione civile di Antonio Ingroia: anche di questo nome si è persa memoria.

(L’unica cosa che non è cambiata è il Movimento Cinque Stelle. Il che si spiega ovviamente con il giudizio di estraneità, anzi di ripulsa, reso nei confronti degli altri, screditatissimi partiti e finanche della dialettica parlamentare. Ma anche lì qualcosa dovrà prima o poi cambiare, se i grillini vorranno tentare manovre di avvicinamento al governo del Paese).

Il secondo interrogativo è dunque: come è possibile ipotizzare che dopo il voto questo insieme di forze – così avventizio, frutto più della fortuna che di strategie precise – continuerà ad offrire la stessa fotografia che si presenterà agli italiani nella domenica elettorale? Certo, nei prossimi mesi, i tentativi di mettere mano al sistema elettorale – veri o fittizi che siano, soltanto declamati o anche praticati – proseguiranno. Non c’è solo la doverosa preoccupazione del Presidente della Repubblica per la tenuta del futuro Parlamento; c’è un evidente impasse in cui il Paese intero rischia di cacciarsi, per l’impossibilità di offrire una soluzione di governo all’indomani del voto. Ma guardiamo le cose in maniera rovesciata: se i partiti non sono in condizione di cambiare la legge elettorale, e se con questa legge ben difficilmente potranno assicurare stabilità e governabilità, non finirà con l’accadere il contrario, che cioè saranno i partiti a cambiare? Chi scommetterebbe, del resto, sulla resistenza nella lunga durata del quadro politico attuale, prodotto dal fallimento dei percorsi di riforma esperiti in questa legislatura, non certo dai suoi successi?

C’è però una differenza rispetto al passato. Tutte le legislature dell’ultimo quarto di secolo hanno conosciuto una stessa deriva verso la scomposizione di coalizioni faticosamente costruite per affrontare la prova del voto. La politica aveva le sue sistoli e le sue diastole, le fasi di avanzamento in cui l’accento era posto, per necessità elettorale, sull’unità, seguite dalle fasi di rilasciamento, in cui l’accento tornava indietro, verso la divisione. E tutti i capi di governo ne hanno fatto esperienza: Prodi e Berlusconi, ma anche, in tempi a noi più vicini, Letta e Monti. E infine Renzi, che in verità era riuscito a rimandare l’appuntamento con il Big Bang della frantumazione fino al giorno del referendum. Poi, liberi tutti.

Questi movimenti erano però gli spasmi di un sistema maggioritario rispetto ai quali i partiti riluttavano, e che quindi accettavano alla vigilia del voto solo per disfarlo il giorno dopo. Ora è il contrario: con una legge proporzionale, il moto avrà segno opposto, l’appuntamento con le urne esalterà le differenze, che il giorno dopo le elezioni bisognerà trovare il modo di superare. Ma per questo diverso andamento del ciclo politico nessuno dei partiti oggi in campo è preparato, e tutti tentano di allontanare da sé l’inconfessabile sospetto di voler “inciuciare” con gli altri (cosa invece richiesta dal sistema proporzionale). Bisognerà dunque farsi una nuova cultura politica, e non sarà semplice. E questo, a pensarci, è un terzo interrogativo, più grande ancora dei primi due: i partiti di centrodestra e di centrosinistra non vedranno ridisegnata in profondità la loro fisionomia, la loro identità e la loro stessa leadership da questa nuova necessità?

(Il Mattino, 13 agosto 2017)

L’autorevolezza e la condivisione da recuperare

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David Hockney, We Two Boys Together Clinging (1961)

La nomina del nuovo Capo della Procura di Napoli, Giovanni Melillo, non è arrivata prima dell’estate, come aveva auspicato il vice-Presidente del CSM, Legnini, ma è infine arrivata, e con un consenso più ampio di quello preventivato alla vigilia. Non c’è stato voto unanime, bensì «voto consapevole», così ha detto Legnini, ed è davvero da augurarsi che sia in tutti la consapevolezza di quanto sia difficile, e complesso, il lavoro che attende il nuovo Procuratore. Non solo per i cronici problemi organizzativi che affliggono la Procura più grande d’Italia, chiamata a fronteggiare estesi fenomeni di criminalità organizzata, di criminalità comune, di criminalità minorile, e insieme emergenze come quella ambientale – lo si è visto in queste settimane – che mettono a dura prova un territorio già segnato da profonde condizioni di degrado, ma anche per le partite, spinosissime, che le inchieste avviate da questa Procura ha aperto.

Prima fra tutte, naturalmente, l’inchiesta su Consip e il cosiddetto sistema Romeo, che ha lambito il Presidente del Consiglio Matteo Renzi prima di finire pressoché sepolta sotto una valanga di dubbi, tra fughe di notizie a ripetizione e incredibili manipolazioni del materiale raccolto tramite le intercettazioni. L’inchiesta continua a tenere banco dopo la recentissima pronuncia della Corte di Cassazione, che intervenendo sulla richiesta di scarcerazione dell’imprenditore napoletano ha fra l’altro detto, a chiare lettere, di non aver trovato tracce del presunto sistema. La sentenza della Corte – ne abbiamo parlato sulle colonne di questo giornale – prova a ristabilire un quadro di principi e di garanzie che troppe volte l’attività inquirente, a caccia del risultato, rischia di travolgere: ricorrendo in maniera disinvolta alla custodia cautelare; avanzando ipotesi accusatorie di comodo, formulate al solo scopo di rendere più ampia e invasiva l’attività inquirente. Se si volesse ulteriore conferma delle responsabilità che gravano, in materia, sul Capo della Procura basterà riflettere sulle parole usate dinanzi al Csm da Nunzio Fragliasso, in questi mesi facente funzioni in attesa della nomina del nuovo Capo. Fragliasso ha spiegato che lui era per iscrivere nel registro degli indagati, per traffico di influenze illecite, insieme all’amico imprenditore Carlo Russo, anche Tiziano Renzi. Cosa che peraltro sarebbe in seguito accaduta per iniziativa della procura di Roma. Di diverso avviso sono stati però i pm titolari dell’inchiesta, nonostante la posizione di Tiziano Renzi fosse del tutto analoga a quella di Russo. Come spiegare questo diverso atteggiamento, se non perché indagare il padre dell’ex Presidente del Consiglio per traffico di influenze non avrebbe consentito, in base alla legge, di tenere sotto controllo il suo cellulare? In una vicenda così delicata, in grado di destabilizzare l’assetto politico e istituzionale del Paese, sono state dunque compiute scelte perlomeno opinabili, a detta degli stessi vertici della Procura napoletana. A cui non spetta naturalmente il compito di ridurre l’autonomia e l’indipendenza dei singoli magistrati, stabilita costituzionalmente: non di questo si tratta, ma sì di restituire autorevolezza di guida e condivisione di indirizzi. Autorevolezza e condivisione che forse non hanno costituito negli ultimi mesi e anni argine sufficientemente alto e robusto per incanalare il lavoro dei pm nel loro alveo naturale.

E infatti le inchieste sono tracimate un po’ ovunque, coinvolgendo per mille rivoli un’intera classe dirigente. Se oggi la notizia della nomina del nuovo Capo della Procura apre «Il Mattino» è perché queste vicende sono state epicentro di una crisi profonda nei rapporti fra giustizia e politica. E non solo. Dalla Procura napoletana sono stati tirati in ballo tutti o quasi: esponenti politici di spicco, ma anche vertici delle forze dell’ordine, vertici degli ordini professionali, autorità portuali, dirigenti ospedalieri, amministratori locali. Peccato però che di risultanze processuali se ne siano viste davvero pochine, a fronte di una mole amplissima di indagini che non hanno mai smesso di alimentare le cronache giudiziarie, e di formare quindi, e allarmare, la pubblica opinione. Una simile sproporzione contiene una distorsione preoccupante, che altera la fisiologia dei rapporti fra i poteri, e ha per giunta l’effetto non secondario di allontanare energie, intelligenze e professionalità da una sfera pubblica sempre più rappresentata come i bassifondi di una società deliquenziale.

Non è l’unica sproporzione. Lo scorso anno il Csm, in visita nel distretto giudiziario di Napoli, si è soffermato sulle molte criticità ed emergenze degli uffici, e in particolare sul numero abnorme di sentenze passate in giudicato e rimaste ineseguite, con danno per la sicurezza pubblica ma anche per l’economia. In un territorio a così alta densità criminale, un simile schiaffo alla giustizia è intollerabile. Ed è ovvio che non solo i cittadini, ma anche la magistratura inquirente, quanto quella giudicante, ne traggono motivo di sconforto e di desolazione. È importante che anche su questi aspetti, che concernono l’efficienza e l’efficacia della giustizia, si ascoltino le voci dei capi degli uffici. Al nuovo Capo della Procura toccherà dunque anche rimotivare la squadra, gli aggiunti, i coordinatori, i sostituti, fissare gli aspetti organizzativi, concertare i rapporti con gli uffici giudicanti, razionalizzare le risorse, declinare le specializzazioni, individuare le priorità, e in generale assicurare un esercizio corretto e uniforme dell’azione penale.

Un compito enorme, che è bene cominciare subito. Perché chi ben comincia è già a metà dell’opera: il detto è ispirato a un certo ottimismo, ma per una volta vogliamo consentircelo.

(Il Mattino, 28 luglio 2017)

Una lezione di diritto e di storia

 

Banchetto

Mannuel Blasco, Banchetto offerto da Picasso in onore di H. Rousseau, Il Doganiere (1960)

La sentenza della Cassazione di accoglimento del ricorso di Alfredo Romeo contro l’ordinanza di custodia cautelare a suo carico contiene una piccola lezione di diritto, che conviene seguire nei suoi snodi principali. Romeo – lo si ricorderà – è finito in carcere accusato di condotte corruttive nell’ambito di un’attività investigativa che, partita dagli appalti all’ospedale Cardarelli, si è poi estesa ai rapporti con la centrale di acquisti pubblici Consip. La rete delle intercettazioni è stata gettata per pescare di tutto e di più, e nell’indagine è finito dentro anche il padre di Matteo Renzi, Tiziano, su cui si indaga per traffico di influenze illecite. Nel corso degli ultimi sei o sette mesi se ne sono però viste di tutti i colori: la Procura di Roma – per competenza divenuta titolare della parte dell’inchiesta che riguarda Consip – ha di fatto sconfessato il lavoro svolto dal Noe dei Carabinieri a cui la Procura napoletana aveva affidato le indagini; clamorose fughe di notizie si sono moltiplicate, intrecciate, accavallate; il pm napoletano John Henry Woodcock è finito sotto indagine disciplinare; infine, e soprattutto, il lavoro dei pm romani ha portato alla luce gravi manipolazioni del contenuto delle intercettazioni allegate all’inchiesta, opera del capitano Scafarto, con livelli di responsabilità tutti però ancora da chiarire.

Cosa c’è ora di nuovo nel pronunciamento della Cassazione? Una gragnuola di dubbi sul modo in cui si è proceduto sin qui. La Cassazione si rivolge al Tribunale del riesame, invitandola a riconsiderare i motivi del ricorso. E già qui c’è una prima lezione: contro un certo andazzo a motivare “in fotocopia” i provvedimenti, la Suprema Corte ricorda che l’apprezzamento del Tribunale deve essere «autonomo». Ciò in breve significa che se in fase di indagini preliminari sono state autorizzate intercettazioni (il cuore dell’indagine, per non dire il suo intero contenuto), non basta che il Tribunale faccia in seguito propria quell’autorizzazione: in presenza di eccezioni della difesa deve prendersi il disturbo di riconsiderare la materia per offrire una «autonoma valutazione» della legittimità delle captazioni effettuate.

Non basta. La Corte trova necessario ricordare che le intercettazioni non si autorizzano ex post, sulla base di quello che risulta dall’acquisizione del loro contenuto. Quindi, anche se l’ipotesi accusatoria dovesse in seguito cadere o essere riformulata, non per questo verrebbe meno il fondamento di legittimità di quegli atti. Si tratta di un principio di elementare buon senso, oltre che di diritto, che però viene sistematicamente utilizzato in modo furbesco. E la Cassazione non lo manda a dire. Spiega anzi in modo del tutto esplicito che soprattutto nell’impiego di strumenti di captazione particolarmente invasivi (i cosiddetti trojan informatici),  ci vuole un «onere motivazionale rafforzato». Non va bene – dice insomma la Cassazione: e meno male che lo dice! – che certi fatti si inquadrino sbrigativamente come fatti di criminalità organizzata allo scopo non di perseguire davvero l’ipotesi accusatoria, ma di vedersi autorizzare le intercettazioni. Questo è un altro, cattivo andazzo a cui la sentenza di ieri cerca per fortuna di mettere uno stop. Lo fa naturalmente affermando «un quadro di principi», ma non è ovviamente un caso che lo faccia proprio in questa circostanza, a proposito del caso Consip.

L’ultima lezione riguarda la custodia cautelare. Qui il giudizio della Corte è particolarmente severo, e colpisce ancor più in quanto vi è stata di recente, nel 2015, una riforma legislativa volta a rendere più stringenti e più rigorosi i motivi che rendono possibile l’adozione della misura. Se in materia di intercettazioni la politica fatica maledettamente a mettere paletti, in materia di custodia cautelare la politica i paletti ha cercato di metterli, ma a quanto pare ci pensa la magistratura a dribblarli. Evidentemente la riforma non è entrata nella cultura e nella prassi dei giudici italiani. La Cassazione infatti è costretta a ricordare che si può mandare in carcere qualcuno prima del processo se il pericolo di inquinamento delle prove è «concreto». Poi però aggiunge che non bisogna nemmeno che questo concreto pericolo si risolva in una mera «clausola di stile» priva di significato, come invece troppo spesso accade, ad esempio quando ci si limita a richiamare i molteplici fronti investigativi in cui l’indagato è coinvolto per desumerne una qualche pericolosità.

Qui, però, in maniera niente affatto accidentale, arriva anche un’ultima, forte critica all’inchiesta napoletana: la Corte infatti dichiara di non comprendere dall’ordinanza impugnata «di quali contenuti operativi consista ed in quali forme e modalità concrete s’inveri il “metodo”, o il “sistema” di gestione dell’attività imprenditoriale da parte del Romeo». Se non si vede il metodo, non si scorge il sistema, c’è il rischio – questo sì concreto – che gran parte delle accuse costruite per tirar dentro un’unica trama di aderenze connivenze e influenze l’imprenditore e il pubblico funzionario, il politico e il faccendiere, il parente e il generale, e insomma Napoli e Roma, gli affari e la politica, sia destinato a cadere come un castello di carte. Quest’ultima però non è una lezione di diritto, ma se mai una desolante lezione di storia. La storia politica e giudiziaria di questi anni, che ancora deve essere scritta.

(Il Mattino, 26 luglio 2017)

La fuga da Ap e le sette vite del Cavaliere

A Rauschenberg

R. Rauschenberg, Odalisk (1959)

Silvio che adotta tre cuccioli abbandonati. Silvio che beve una spremuta d’arancia da MacDonald. Silvio che sotto Pasqua si schiera in difesa degli agnellini, ne tiene uno in braccio, lo accarezza con sguardo mansueto e lo battezza Fiocco di Neve. Silvio che va a sorpresa al compleanno del figlio Piersilvio – cena in famiglia e foto su «Chi». Silvio che apre le porte di Villa Certosa per il compleanno della fidanzata Francesca Pascale – torta Disney di cinque piani e foto su tutti i giornali. Diciamo la verità: questo 2017, tra un’elezione in Europa e una in Italia, ci ha restituito un Berlusconi in grandissimo spolvero. Capace di parlare a tutti: ai proprietari di animali, agli appassionati di cartoni animati, agli amanti delle belle donne e agli amanti della famiglia, ai clienti dei fast food e specialmente a coloro – e sono ancora tanti, tantissimi, la stragrande maggioranza – che non sopportano il «teatrino della politica»: espressione che non per caso ha inventato lui e che dopo di lui hanno adottato un po’ tutti, in forme più arrabbiate (Grillo, Salvini), o più soft (Renzi).

Dopo quasi un quarto di secolo dalla sua prima discesa in campo, il Cavaliere riesce ancora a dare l’immagine di un uomo semplicemente prestato alla politica. Lui che aveva più di ogni altro impresso al sistema politico italiano i tratti di una democrazia maggioritaria, è stato il primo ed il più lesto ad adattarsi ai nuovi equilibri del proporzionale. Lui, ormai ottuagenario, riesce ancora a rilasciare interviste in cui si propone di interpretare la richiesta di cambiamento che sale dal paese. E in cui riesce a dipingere gli altri – gli altri, non lui – o come logori (Renzi), o come inaffidabili (Grillo), o come estremisti (Salvini).

Diversi anni fa, lo scrittore spagnolo Javier Marías dedicò alcune velenosissime parole a Berlusconi: la sua accattivante disinvoltura, la sua spudorata simpatia, la sua esibita spontaneità gli pareva che fossero solo il segno di un comportamento da parvenu della politica. Altro che parvenu! Si era nel 2002, e Berlusconi era già in sella al suo secondo governo. Ma soprattutto, trascorsi altri quindici anni di vita politica, dopo altri quindici anni di cadute e risalite, di vittorie e sconfitte, di processi e condanne, prescrizioni e assoluzioni, Berlusconi è riuscito a indossare ancora un’altra maschera: molto più rassicurante e affidabile di tutte quelle, molteplici, che ha indossato finora.

Dopo lo stress delle riforme istituzionali fallite, Berlusconi si sforza infatti di dare al centrodestra il profilo della forza stabilizzatrice, che può mettere in sicurezza il sistema. Gli altri strappano; lui ricuce. Gli altri si scamiciano; lui mantiene il doppiopetto. Gli altri sgomitano; lui appare il più padrone di sé.

Bisognava vederlo, nell’ultima apparizione televisiva: faccio un partito nuovo; dobbiamo andare uniti con la Lega; bisogna che ci liberiamo dalla dittatura fiscale e burocratica che opprime l’Italia. I suoi temi ci sono tutti. E poi, per non farsi mancare nulla, non vuoi che racconti di come abbia offerto la sua villa di Arcore o il suo parco di Portorotondo al regista premio Oscar Paolo Sorrentino, che ha iniziato a girare un film sul Cavaliere: altro che Caimano di Nanni Moretti! Come potrebbe Sorrentino avercela con lui, «soprattutto in un momento di aumentata popolarità»? Questo è il punto: la popolarità è aumentata, il Milan torna a comprare valanghe di calciatori (come se fosse ancora suo) e lui è di nuovo il più italiano tra gli italiani.

E intanto sono finiti i giorni in cui Berlusconi sconfitto lasciava il governo con lo spread alle stelle; finiti i giorni dei ricoveri in clinica; finiti anche i giorni dei processi e l’ignominia della condanna: quanto poi ai suoi effetti, Berlusconi spera ancora che la corte europea di Strasburgo possa dargli nuova agibilità politica, restituendogli il diritto a candidarsi alle prossime elezioni.

In questo prepotente ritorno al centro della scena conta ovviamente la difficoltà politica e strategica in cui si è trovato il partito democratico di Renzi, dopo il 4 dicembre. E conta anche l’illusione prospettica creata dal successo nelle elezioni amministrative, grazie a una legge elettorale che spingeva in direzione di una ricomposizione del centrodestra. Ma la collocazione di Forza Italia nell’area «liberale, moderata, ancorata al partito popolare europeo», forte di «valori cristiani e principi liberali», torna ad essere un’alternativa credibile a chi non vuole votare a sinistra, e non vuole neppure buttare tutto all’aria con il voto ai Cinquestelle. E siccome il proporzionale non chiede a Berlusconi di risolvere problemi di alleanze o di coalizione, si possono tenere a bagnomaria i pezzi di centro moderato che si staccano da Area popolare per costruire un’altra gamba del centrodestra, e fingere pure che lo stesso Salvini se ne farà una ragione: gira e rigira, è da Silvio che bisogna tornare.

E diciamo la verità: se Berlusconi è riuscito a fare un governo tenendo insieme la Lega secessionista di Bossi con la destra nazionale di Fini, volete che non si riesca a trovare un accordo con la Lega antieuropeista di Salvini? Se poi la cosa non dovesse riuscire, in un sistema tri- o quadri-polare, Forza Italia si troverà al centro di qualunque ipotesi di grande coalizione. Certo, per ora bisogna battere Renzi; ma poi, se (e solo se) necessario, si potrà pure fare assieme quel governo che oggi il Cavaliere giura e spergiura di non voler fare. Il partito di plastica è, insomma, il partito più malleabile che c’è oggi sul mercato.

Perfino in proiezione internazionale: parole di elogio per la Merkel, e parole di elogio per Trump. Parole di elogio per Macron e parole di elogio per Putin: trovate un solo leader di peso, nel panorama mondiale, del quale Berlusconi non si dichiari amico? Del resto, Trump è un imprenditore estraneo ai giochi della politica, proprio come lui. La Merkel è una statista nel segno del popolarismo europeo, proprio come lui; Macron ha vinto sulle macerie dei partiti, proprio come lui; Putin è amato dal suo popolo proprio come lui. Chi potrebbe unire tutti questi tratti in una sola persona? Solo Superman. E infatti sulle bancarelle sono tornate le statuine di Berlusconi con la tuta rossa e il mantello azzurro. A colpi di kryptonite, Silvio è ancora tra noi.

(Il Mattino, 23 luglio 2017)

Pisapia e la leadership per procura

Liga

Ligabue, La vedova nera (1955)

Non si candida. Giuliano Pisapia non sarà nel prossimo Parlamento. Benché abbia poi precisato che con questo non intenda affatto ritirarsi dalla vita politica, benché abbia subito aggiunto  che fuori dal Parlamento sono anche il leader del centrosinistra, Matteo Renzi (che però si candiderà sicuramente), il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi (che però si candiderebbe, se solo potesse), e il leader del Cinquestelle, Beppe Grillo (che però del Parlamento ha mostrato negli anni di avere poca o nessuna considerazione, fin da quando lo paragonò a una scatoletta di tonno), nonostante abbia già portato a termine due mandati parlamentari e ritenga perciò che sia abbastanza  (ma vi sono regole più stupide di questa, specie quando la si applica pedissequamente?), nonostante tutto questo e ogni altra considerazione  Pisapia abbia voluto aggiungere, è una notizia che il leader del Campo non sarà nel prossimo Parlamento. Per la verità, stupisce anche che un uomo di grande sensibilità giuridica e istituzionale come Pisapia lasci intendere che si può far politica indifferentemente sia fuori che dentro il Parlamento, come se il Parlamento non fosse il cuore dello Stato, il centro della sovranità nazionale e il luogo della rappresentanza democratica: Stato, sovranità d rappresentanza non sono parole prive di peso, alle quali si possa rinunciare con leggerezza.

E in effetti è poco probabile che Pisapia abbia preso la sua decisione con leggerezza. Più probabile è che, dopo la manifestazione del 1° luglio, abbia meglio compreso gli ostacoli contro i quali rischia di cozzare il progetto di un vasto rassemblement delle forze di sinistra. Limiti politici e elettorali. C’è poco da fare, infatti: la legge con la quale andremo a votare sarà  una legge proporzionale. I partiti si presenteranno da soli e per contare qualcosa dopo il voto dovranno contarsi prima del voto: l’idea di Pisapia di costruire una coalizione unitaria si scontra  con la logica del sistema proporzionale. A ciò si aggiunga che il partner con il quale Pisapia ha cominciato a dialogare, l’Mdp di Bersani e D’Alema, ha tutta l’aria di non volerne sapere di fare insieme al Pd un sia pur piccolo tratto di strada. Anzi, quel poco che Pd e Mdp condividono, cioè il sostegno al governo Gentiloni, è molto probabile che verrà meno dopo l’estate. E allora, come si può immaginare che non si troveranno su sponde distinte e separate quelli che avranno votato la legge di stabilità del prossimo anno e quelli che avranno contro? Non è questione dell’indisponibilità di Matteo Renzi, e nemmeno di idiosincrasie personali: è la logica delle cose.

Pisapia ha provato a tessere una tela che richiedeva, per tenere il filo, di inserirsi in uno schema maggioritario. Non a caso, a tenergli bordone, in questa fase,  è stato Romano Prodi, il portabandiera dell’ulivismo. Ma questo schema è tramontato  dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre. Nel quale, è pure il caso di ricordarlo, l’ex sindaco di Milano ha coerentemente votato sì: diversamente, però, da tutti gli altri suoi attuali compagni di viaggio, che del famigerato combinato disposto fra la riforma costituzionale e l’Italicum rifiutavano tutto, sia il combinato che il disposto.

Chi lo ha capito, detto e teorizzato  per tempo è stato D’Alema, che infatti sta sostanzialmente dettando la linea: l’unico rassemblement che si può fare, con un occhio allo sbarramento elettorale (cioè all’unico correttivo della legge con effetti disproporzionali) è quello che chiama al tutti contro uno, leggi: al tutti contro Renzi.

 

Ma Pisapia aveva in testa un’altra cosa, una cosa in cui doveva esserci anche il Pd. Aveva in testa il maggioritario, non il minoritarismo identitario della sinistra più radicale. Se dunque ha detto “no grazie, non ci sto” è perché non aveva molta voglia di mettersi a fare il leader di Mdp per procura (la procura che gli hanno firmato Bersani e D’Alema, pronti a ritirarla il giorno dopo le elezioni: almeno questa Pisapia l’ha capita).

Non sorprende allora che solo dalle file del Pd, in queste ore, gli siano venuti molti attestati di solidarietà, molti inviti a correre insieme ai democratici, molti sorrisi e braccia tese, mentre invece dalla sua sinistra gli sono venuti soltanto gelidi commenti. È come se Pisapia, per generosità o forse per ingenuità,  si fosse accorto solo ora di avere sbagliato campo.

Campo, e tempo. O epoca. Il suo profilo somiglia infatti, anche in questo, a quello di Prodi: funziona se non è quello dell’uomo di partito, ma del papa straniero che mette d’accordo, o meglio, mette tregua fra i partner della coalizione. Papa di cui, ad onta di ogni precedente fallimento, larghi settori dell’opinione pubblica progressista – “Repubblica”, per intenderci – continuano ad essere in cerca.

Ma il tempo delle elezioni si avvicina, e non sembra per nulla il tempo delle tregue o degli armistizi. E nemmeno quello dei bronci o dei malumori. Se Pisapia non si candida, Mdp lo scarica, e bisogna vedere se il Pd se lo prende.

(Il Mattino, 15 luglio 2017)

Renzi-Letta, il vecchio scontro e il centrosinistra del futuro

Riopelle Pavone

Jean Paul Riopelle, Pavone (1954)

Non è dato sapere quanto durerà la bonaccia che tiene al largo la nave del governo Gentiloni, ma prima di arrivare nel porto naturale della fine della legislatura il premier dovrà affrontare più di un’insidia. Nei prossimi giorni, sono a tema il decreto banche, su cui i Cinquestelle stanno facendo ostruzionismo in Parlamento, e lo ius soli temperato che il suo partito, il Pd, vuole approvare in via definitiva, nonostante i malumori dei settori centristi della maggioranza. Per tutta l’estate terranno banco gli sbarchi dei migranti, e infine, dopo l’estate, si aprirà il capitolo della legge di stabilità, e su quella si può star certi che Mdp si smarcherà rumorosamente, lasciando che il governo cerchi i voti che dovessero mancare non a sinistra, ma in altri settori del Parlamento.

Gentiloni non è il mediocre capitano MacWhirr, il protagonista di «Tifone» di Joseph Conrad, «normale, indifferente, impassibile», di poche parole e di ancor meno emozioni, «disdegnato dal destino o dagli oceani», a cui la vita non aveva mai riservato prove estreme prima che si imbattesse nella tempesta perfetta (ma «come sapere di cosa è fatta una tempesta prima che ti cada addosso?»). Però come lui, dopo aver navigato per sette mesi in acque relativamente tranquille, deve affrontare «la forza disgregatrice di un gran vento» che, come diceva Conrad, «isola l’uomo dai propri simili».

Gentiloni e il suo governo non sono isolati: godono anzi dell’appoggio pieno della maggioranza. Ma il vento comincia a soffiare. Lo si è già visto alla direzione di Mdp, dove è parsa nettamente prevalere la volontà di prendere le distanze dal governo, ma ancor più lo si vedrà all’approssimarsi della scadenza elettorale. Per la neonata formazione di D’Alema e Bersani, infatti, c’è un solo modo di prendere voti: pescarli fra tutti coloro che, a sinistra, non vogliono più saperne del Pd di Renzi. In politica tutto è possibile, e dunque: dopo le elezioni si vedrà. Ma prima delle elezioni una posizione del genere è incompatibile con la permanenza al governo: scampate le elezioni anticipate, alle quali Mdp non è pronta, è molto probabile che si consumerà il distacco.

Sul significato di questo passaggio c’è però da dire qualcosa di più di quello che le cronache suggeriscono. Contano i posizionamenti suggeriti da una legge elettorale proporzionale, che spinge ad accentuare le differenze in prossimità del voto, e contano pure – è inutile fingere che non sia così – i rancori personali. Ma è sicuramente in gioco anche qualcosa di più. Vorrei dire: una diversa definizione del profilo di una forza di sinistra, che aspira al governo del Paese. Quando il Pd nacque, si sprecarono gli scetticismi sulla fusione a freddo e sul cattivo amalgama. La parte di ragione che vi era, in quegli esercizi di diffidenza, non stava tanto nelle distanze che ancora segnavano i rapporti fra i Ds e la Margherita, sul piano della cultura politica e dei quadri dirigenti, quanto in ciò, che la collocazione di una nuova forza politica discende piuttosto dagli «oggetti» a cui si applica: dai temi o dalle sfide su cui è chiamata a misurarsi. Quegli oggetti furono sottratti al Pd dalla rovinosa sconfitta alle elezioni del 2008. Fu quindi facile dedicarsi piuttosto, dall’opposizione, alla lotta politica interna (che portò in rapida successione da Veltroni a Franceschini, da Bersani a Renzi). Quando arrivò la prima prova di governo, essa fu condotta sotto lo stigma della necessità: con Monti e poi, in buona misura, anche con Letta. Solo con Renzi tutto è cambiato, e il fatto che lo abbia sgradevolmente ricordato al suo predecessore non riguarda solo la scarsa simpatia fra i due. Renzi aveva effettivamente una legittimazione politica molto più ampia di quella di cui godeva Letta. Forte del consenso ottenuto nelle primarie, aveva il compito di raddrizzare la barca, ma anche quello di definire la fisionomia del partito intorno a una vera sfida di governo: dalle riforme istituzionali al jobs act, passando per le altre misure in tema di politiche scolastiche o di politica economica. La rottamazione (giusta o sbagliata che fosse) è stata il mezzo, non il fine.

Lo smacco del 4 dicembre ha rimesso clamorosamente in discussione il percorso fin lì seguito da Renzi, ma proprio per questo egli è obbligato a riprendere la questione di cosa sia il partito democratico a partire, nuovamente, dagli «oggetti» su cui il Pd deve riuscire a dire la sua. E questa volta non si tratta di sceglierli, perché sono già lì, dati dalla linee divisorie che tracciano nell’opinione pubblica e negli schieramenti politici: anzitutto il tema dei migranti, quindi il tema della costruzione di un nuovo europeismo (nell’epoca segnata, con Trump, dal declino della forza ‘ordinatrice’ americana). Non c’è molto altro, nell’agenda dei prossimi mesi. Ma è abbastanza non solo per definire la rotta del partito democratico, ma anche per far sobbalzare la nave del governo.

«Sta arrivando del maltempo», pensò laconicamente MacWhirr all’approssimarsi del tifone. Ma, si abbatta o no sull’esecutivo, la bufera sarà comunque, per il Pd, la prova di cosa significhi essere di sinistra aspirando, insieme, alla guida del Paese. Perché l’altra strada, quella di essere, anzi sentirsi di sinistra al riparo da ogni burrasca, cioè indipendentemente dalle responsabilità di governo, si vede già cosa consente: che a dibattere ciarlieri sul futuro del mondo, della sinistra, del lavoro, si presentino quattro o cinque distinte formazioni, con l’unico collante (se mai verrà usato) dall’antirenzismo.

(Il Mattino, 13 luglio 2017)

Le alleanze e il ritorno dei riti DC

guttuso

Per la gioia e la fortuna dei retroscenisti la direzione del partito democratico questa volta non è andata in diretta streaming. Ma c’è poco da immaginare gustosi retroscena, o da inventarsi virgolettati non confermati e non smentiti, come usa fare: la sostanza dello scontro politico è chiarissima. Ci sono da una parte le voci che chiedono a Renzi di aprire a una coalizione elettorale, perché se va da solo il Pd perde, e dall’altra c’è il Segretario, che respinge la richiesta. Sul primo fronte si è schierato, oltre alla minoranza del ministro Orlando, Dario Franceschini; con Renzi, invece, stanno Matteo Orfini e Maurizio Martina, il presidente e il vicesegretario del partito.

Detta così, sembra che la Direzione di ieri si sia trovata dinanzi a una scelta come quelle che gravavano sui congressi e i consigli nazionali della Democrazia cristiana, in piena prima Repubblica, quando si trattava di varare nuove formule di governo, o di cercare equilibri politici più avanzati. In realtà, c’era ben altra sostanza nella decisione della DC, alla fine degli anni Cinquanta, di aprire alla sinistra socialista di Pietro Nenni, rispetto a quella che sarebbe richiesta al PD per cercare un’intesa elettorale nientedimeno che con… i fuoriusciti dal Pd  (raccolti provvisoriamente sotto le insegne più concilianti di Giuliano Pisapia).

Ma soprattutto c’è una differenza di fondo che passa inosservata quando si costruiscono simili narrazioni, fondate su improbabili paragoni storici: non solo Bersani e compagnia non sono minimamente paragonabili al partito socialista, ma anche il Partito Democratico è tutt’altra roba che non la Democrazia Cristiana. E non solo o non tanto perché l’uno sia più a sinistra dell’altra, ma perché sono completamente diversi i contesti politici e istituzionali. La DC apriva alla sua sinistra dentro un sistema bloccato, che non prevedeva formule di governo che non fossero imperniate sulla sua centralità. Non c’erano alternative, insomma. Tutt’altra è la situazione attuale: dalle urne può uscire di tutto, tanto una prevalenza del centrosinistra quanto una prevalenza del centrodestra, tanto il PD primo partito quanto i Cinquestelle primo partito. Può accadere che il blocco populista prevalga, quanto che prevalgano le forze riformiste, e i moderati di centrodestra possono inclinare da una parte o dall’altra.

A uno scenario così incerto, si aggiunge l’indisponibilità di Berlusconi e Grillo a scrivere una legge elettorale che premi le coalizioni: per l’uno non c’è motivo di consegnare a Salvini la leadership politica e ideologica del centrodestra, e per l’altro non c’è facilità di costruire alleanze dopo cinque anni spesi a rivendicare la loro estraneità assoluta da qualunque logica di coalizione. Non si capisce dunque perché Renzi e il Pd dovrebbero invece legarsi le mani, mentre Berlusconi e Grillo tengono libere le loro.

E non si capisce neppure dove si vada a parare con la preoccupazione che Franceschini ha con tanta insistenza manifestato: da soli si perde. Non è che si perde da soli, è che in un sistema proporzionale tutti vanno da soli dinanzi agli elettori, con la propria proposta politica e programmatica. Sarebbe dunque il caso che il Pd si attrezzasse a costruirla, e ieri, in effetti, Renzi ha aperto a una conferenza sul programma, rivendicando anzi di averla proposta ancor prima che Orlando ne facesse il motivo della sua candidatura alla segreteria. Ma anche in questo caso: non si capisce come un partito che ha governato per l’intera legislatura possa mettere da parte i risultati della sua esperienza di governo, e non invece chiedere su di essi il giudizio degli elettori. Così, non si capisce neppure come il Pd possa, inseguendo il mito ulivista della coalizione, sventolare credibilmente il vessillo della «discontinuità radicale» col passato invocata a Santi Apostoli da Pisapia e Bersani. Senza dire che pure questo paragone storico non fa al caso del Pd: se mai c’è stata infatti una coalizione smandruppata, questa è stata l’Unione guidata nel 2006 dal secondo Prodi, con cui si è malinconicamente chiusa, fra non pochi risentimenti e qualche rancore, la stagione dell’Ulivo.

Quindi? Quindi torniamo al confronto in Direzione, e al vero motivo di questo agitarsi intorno alle alleanze. Che è uno solo, ed è tutto strumentale, e poco o nulla a che vedere con la vagheggiata coalizione. La quale coalizione, poi, se anche si facesse, sarebbe, con tutta probabilità, ancora al di sotto del 50,1% necessario a conquistare la maggioranza. E dunque di cosa si tratta, se non di mettere il bastone fra le ruote a Renzi, di logorarne la leadership, di denunciarne l’insufficienza, di farsi anche sparare addosso da quei potenziali alleati di sinistra che un accordo con Renzi non lo troverebbero mai, e così di costruire con un po’ di quel che è dentro e un po’ di quel che è fuori del Pd il dopo-Renzi? Ma è dal 5 dicembre, dal giorno dopo la bocciatura del referendum istituzionale che va avanti questo tentativo: perseguito vuoi uscendo dal partito (Bersani), vuoi sfidando Renzi apertamente al Congresso (Orlando), vuoi infine dopo le amministrative, con i pesanti distinguo di Franceschini.

Che però ieri, dopo aver ribadito le sue critiche, ed essersi attirato una durissima replica da parte di Renzi nelle conclusioni, ha disciplinatamente votato sì alla relazione del Segretario. E questa onesta dissimulazione sì, merita qualche storico paragone con i vecchi consigli nazionali della Democrazia Cristiana.

(Il Mattino, 7 luglio 2017)

Consip, le fughe di notizie fanno una matrioska

fuga

 

L’ultima è l’indagine della Procura di Napoli per rivelazione di segreto d’ufficio, in relazione alla pubblicazione del libro di Marco Lillo sul caso Consip, uscito nelle scorse settimane. Comincia ad essere difficile tenere il conto di tutte queste fughe di notizie. Ma è un fatto che i rivoli lungo i quali è continuata a scorrere la materia dell’inchiesta si sono moltiplicati nel tempo, e l’acqua arriva ormai da tutte le parti, e quando stai per dire: ecco, adesso smette, non fai in tempo ad aprire bocca che l’acqua torna con violenza. Non è la malacqua che inonda Napoli nel bellissimo romanzo di Nicola Pugliese, ma è l’acqua che attorno a questo caso non ha mai spesso di venir giù, e che per la prima volta spinge la Procura napoletana a cercare di trovare il rubinetto che perde: è una notizia anche questa. Una prima volta. Che purtroppo fotografa ancora una volta una situazione confusa, complicata, tesa, in cui si trova ormai da mesi il Palazzo di Giustizia partenopeo, secondo alcuni divisa in partiti, con riflessi inevitabili sulla complessiva efficienza ed efficacia della sua azione, secondo altri semplicemente costretta ad un’affannosa rincorsa degli eventi, la cui gravità è, peraltro, difficile sovrastimare. E intanto sono giorni centoquarantanove che si attende un nuovo Capo dell’Ufficio.

L’ultima fuga di notizie riguarda l’informativa riservata di mille e passa pagine del 9 gennaio scorso stesa dal Noe (il nucleo dei carabinieri a cui il Pm Woodcock aveva affidato le indagini su Consip), informativa che secondo gli avvocati dell’imprenditore Romeo starebbe al centro della ricostruzione giornalistica offerta da Lillo nel suo recentissimo instant book. Ma prima c’è stata la fuga di notizie che permise a Marco Lillo, nello scorso dicembre, di firmare lo scoop sul caso Consip, dando la notizia di un possibile coinvolgimento del padre di Matteo Renzi, Tiziano, prima ancora che questi venisse raggiunto da un avviso di garanzia. La fuga di notizie di dicembre ne rivelava a sua volta un’altra: quella che aveva permesso all’amministratore delegato di Consip, Marroni, di bonificare il suo ufficio, e per la quale è finito sotto inchiesta, fra gli altri, il ministro Luca Lotti. Ma grazie a un’altra fuga di notizie noi sappiamo che dalle parti di quella stessa Procura che indagava sulla fuga di notizie denunciata da Marco Lillo (sulla base, come s’è detto, di una fuga di notizie che gli permetteva di fare lo scoop, e di portare il caso alla ribalta nazionale), cioè dall’iniziativa del capitano Scafarto di informare i servizi, già nello scorso agosto, potrebbe essere venuto l’innesco della fuga di notizie arrivata fino all’orecchio di Marroni, che ebbe il non trascurabile effetto collaterale di estendere il raggio dell’inchiesta fino ai piani alti della politica nazionale, messi a rumore dalle notizie incontrollate che giungevano da Napoli.

Qui finisce, per ora, la matrioska delle fughe di notizie e comincia invece quella delle imprese del capitano Scafarto (che questa volta non seguiremo nel dettaglio: ne facciamo grazia al lettore), responsabile di gravi manipolazioni nelle carte dell’inchiesta. E comincia pure il capitolo dei contrasti fra la Procura di Napoli e quella di Roma, reso pubblico – ad onta dei comunicati ufficiali – con la revoca delle indagini al Noe, subito dopo il trasferimento di competenze nella Capitale, e culminato pochi giorni fa nell’avviso di garanzia al Pm napoletano Woodcock (per la fuga di notizie di dicembre).

Ottimo e abbondante, diceva del rancio un ruffianissimo Sordi ne «La grande guerra». E invece è uno schifo, rispondeva burbero il generale: niente grassi e poca pasta, una sciacquatura di marmitte. Poi però il generale, lontano dalle truppe, ammetteva che meglio di così quella brodaglia proprio non la si poteva fare, e che aveva inteso dare solo un contentino alle truppe.

Ecco: decida il Csm, che oggi dovrebbe provare a trovare un’intesa sul nome del nuovo capo della Procura, se tutta la malacqua che in questi mesi si è continuata a riversare sui giornali merita di essere considerata ottima e abbondante, o se invece non sia uno schifo. Ma soprattutto decida se davvero non si possa fare nulla, e se lasciare la Procura di Napoli senza una guida per i prossimi mesi sia accettabile, in una situazione del genere. Una situazione che richiederebbe il massimo di tranquillità, di unità, di compattezza, e che invece vede aprirsi continuamente nuove falle. Non mancheranno certamente le voci che daranno all’opinione pubblica piena garanzia che il lavoro procede in maniera serena, ordinata e regolare, e non vogliamo affatto dubitarne. Non possiamo però non augurarci che si vada oltre le assicurazioni di rito, si trovi il modo di superare l’impasse che impedisce al Csm di arrivare a una nomina, e alla Procura più grande d’Italia, ricca di altissime professionalità e di grandi competenze e capacità,  la possibilità di ripartire con il piede giusto.

(Il Mattino, 6 luglio 2017)

Antimafia, la maggioranza in ostaggio

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La maggioranza parlamentare e di governo che voterà oggi le modifiche al codice antimafia si consegna di fatto al populismo penale e giudiziario che, in spregio ai principi liberali del diritto, alle garanzie del processo, alle libertà delle persone, chiede, e a quanto pare ottiene dal Senato della Repubblica italiana, un’estensione spropositata delle misure di prevenzione personale e patrimoniale per gli indiziati di reati di corruzione. Misure che appaiono al Presidente dell’Anac Raffaele Cantone inutile, inopportune e persino controproducenti, e che quindi è difficile giustificare persino in termini di maggiore efficacia nel contrasto al crimine, ma che hanno sicuramente l’effetto di ingigantire enormemente il raggio di attività delle Procure. Ancora una volta la politica si lascia mettere sotto scacco da quegli umori giustizialisti che segnano la vita della Repubblica italiana da un quarto di secolo a questa parte. Ancora una volta si confonde la capacità di perseguire e di accusare con la capacità di fare giustizia. Ancora una volta si consegna nelle mani della magistratura un potere supplementare, ampio e quasi indiscriminato, sotto la spinta di una narrazione che continua a ripetere sempre la stessa frase: i politici rubano. Se dunque muovono obiezioni, se provano ad eccepire, se coltivano dubbi, è perché sono, in buona o cattiva coscienza, complici e conniventi, per spirito di casta o per casacca di partito. Così tutti tacciono, il Presidente del Senato Grasso può respingere in maniera sbrigativa la richiesta di riportare il provvedimento in Commissione, e il partito democratico può mestamente continuare a farsi dettare la linea dai giornali che tengono quotidianamente sotto il mirino la condotta morale degli odiati politici. Il capogruppo Zanda conduce i democratici là «dove si puote ciò che si vuol»e. Cioè dalle parti di «Repubblica» e de «Il Fatto quotidiano», che continuano a detenere la chiave ideologica del nostro presente.

Non era questa la strada che il Pd sembrava avere intrapreso in materia di giustizia, all’inizio di questa legislatura. Non era la tutela giudiziaria su settori sempre più ampi dell’economia del Paese l’obiettivo che Matteo Renzi aveva dichiarato di voler perseguire, nell’enunciare anzi un programma di riforma che doveva sprigionare nuove energie, non seminare nuove paure.

Questa coda di legislatura si sta rivelando così peggiore del previsto. Sta proseguendo oltre le colonne d’Ercole del referendum, con il quale è naufragato il progetto di riforme costituzionali del Paese, privo ormai di un vero respiro politico, che non fosse per gli uni il proposito di durare, e per gli altri (cioè anzitutto per Renzi) il proposito di resistere al logoramento al quale il Pd viene sottoposto. Così però non si resiste, si abdica.

Di questo schema è infatti figlia anche l’impotenza e l’irriflessione con la quale si porta al voto un provvedimento palesemente illiberale, contraddetto dalla migliore scienza giuridica del Paese, a cui non si riesce a dire di no solo per non tirarsi in mezzo a nuovi guai. Il Pd è tenuto sotto schiaffo dai populisti, i riformisti sono tenuti sotto schiaffo dai giustizialisti, la maggioranza è tenuta ancora una volta sotto schiaffo dal partito delle Procure. E più non dimandare.

Ma questo giornale lo ha fatto, sin qui: ha domandato, ha chiesto conto, ha dato voce ai più autorevoli giuristi. Quel che ha fatto, continuerà a farlo, sperando che nei passaggi successivi questo pauroso arretramento del livello di civiltà giuridica del Paese potrà essere fermato.

(Il Mattino, 5 luglio 2017)

La sola tattica non porta i voti

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A Piazza Santi Apostoli, alla manifestazione promossa ieri da Campo progressista di Giuliano Pisapia e da Articolo 1 – Mdp di Pierluigi Bersani (e altri), non c’era «né rancore, né nostalgia né antipatia». Però di tattica ce n’era fin troppa. Perché se uno avesse voluto capire quale direzione prenderebbe il centrosinistra come lo immaginano da quelle parti, avrebbe capito una cosa soltanto: non con Matteo Renzi. Lo ha spiegato con molta chiarezza proprio l’ex segretario democratico, Bersani: non si può costruire nessun centrosinistra se si pensa che «il centrosinistra si riassuma nel Pd, e che il Pd si riassuma nel suo capo». Ovvero: togli Renzi, e la linfa riprenderà a circolare salubre e balsamica per tutti i rami del partito democratico e del centrosinistra, che tornerà ad essere «largo e plurale, politico e civico».

Ora: si può realisticamente immaginare che il Pd, cortesemente invitato dalla nuova «soggettività politica» a detronizzare il segretario, accetti la gentile proposta, metta da parte Renzi e consegni le chiavi del centrosinistra a Giuliano Pisapia? No, non si può. E allora come diavolo dovrebbe nascere questo centrosinistra «largo e plurale, politico e civico»? Quello che ieri ha manifestato a Roma era uno strano ircocervo: erano infatti in piazza quelli che vogliono il centrosinistra ma non vogliono Renzi (un’impossibilità), quelli che appoggiano il governo attuale ma respingono la direzione presa dal Pd durante tutta la legislatura, da Renzi a Gentiloni (una contraddizione), quelli che esigono una discontinuità radicale rispetto alle politiche praticate in questi anni (un’incoerenza, perché – tanto per dirne una – Pisapia ha votato sì a quel referendum che per Bersani rispondeva invece a un disegno autoritario: più potere con meno consenso).

Un’impossibilità, una contraddizione, e un’incoerenza. Tutte cose che però si scioglierebbero come neve al sole, se solo Renzi non ci fosse. Ma Renzi c’era, era a Milano alla festa dei circoli Pd, e stava lì a riaffermare la sua leadership sulla base del voto delle primarie che né i «leader senza voti» di fuori, né i capicorrente di dentro possono mettere in discussione.

Nessuna meraviglia, dunque, se nel discorso di Bersani tutte le ironie erano riservate al segretario del Pd: non abbiamo fatto il vaccino obbligatorio contro l’anti-renzismo, non è che tutto il mondo gira intorno alla Leopolda, il comizio di Renzi è acqua sul marmo, e per finire: il cuore del renzismo è «la predicazione del bel tempo».

Ancora più impressionante è il modo in cui Bersani, dovendo reclamare «discontinuità radicale», ma al tempo stesso salvare tutto quello che il centrosinistra ha fatto con i governi Prodi-D’Alema-Amato, negli anni dell’Ulivo, e poi con Monti e Letta, quando ormai c’era già il Pd, s’inventa che le politiche del centrosinistra sono diventate «sbagliate, fuori fase, e distoniche», giusto nel 2014, quando Renzi si prende prima il partito e poi il governo: proprio allora, a quanto pare, la fase storica sarebbe cambiata e Renzi non se ne sarebbe accorto. Inutile dire che Renzi, a Milano, ha rivendicato esattamente tutto quello che a Roma gli veniva contestato: «C’è un sacco di gente che sta riscrivendo il passato – ha detto – noi siamo qui a scrivere il futuro».

Lo spettacolo al quale si assiste è dunque quello di una (aspra) competizione a sinistra. Com’è inevitabile che sia, con un sistema proporzionale che spinge ciascuno – come ha detto senza infingimenti Massimo D’Alema – «a presentarsi con la propria piattaforma», dovendo anzitutto rendersi distinguibili dalle forze più vicine. Perciò è tutta tattica: dire che si vuol fare il centrosinistra largo e plurale per accusare Renzi e il Pd di essere isolato, di aver reciso i rapporti con il mondo della sinistra, e, nel frattempo, marcare le differenze, non certo i motivi di unità. E siccome c’è sempre qualcuno più a sinistra di te che ti rinfaccia di aver tradito gli ideali, stessa sorte è toccata pure alla piazza di Pisapia e Bersani. Perché ieri con loro non c’erano quelli del teatro Brancaccio, Tomaso Montanari e Anna Falcone: non sono stati invitati a parlare, e loro non hanno voluto interpretare «il ruolo del popolo che legittima, con la sua plaudente presenza, la consacrazione di un leader».

Il leader riluttante – così lo ha presentato Lerner alla folla titubante –  di legittimazione ha davvero bisogno. Pisapia ha lanciato l’idea di un progressismo moderno e rivoluzionario, ha parlato di casa comune e di buona politica (cioè di buone idee e buonissime intenzioni), ma diciamo la verità: a giudicare dalla tiepidezza degli applausi, dai suoi toni impacciati e dalla sua stessa pacatezza. è parsa pure quella tattica. Non sua, s’intende, ma dei fuoriusciti del Pd, cioè di Bersani e D’Alema, bisognosi di trovare un front man a cui appendere il nuovo soggetto politico per tutto il tempo della campagna elettorale, e finché Renzi non si sarà tolto dalle scatole.

Ma come? Con una congiura di partito? Con una nuova legge elettorale? Con primarie di coalizione? Tutte ipotesi che non reggono, che alimenteranno forse le polemiche dei prossimi mesi, ma che al centrosinistra difficilmente aggiungeranno un solo voto. Se mai, gliene toglieranno qualcuno.

(Il Mattino, 2 luglio 2017)

A Matteo critiche vecchie. Alleanze inutili col proporzionale

PRESENTAZIONE DEL LIBRO QUEL CHE RESTA DI MARX

Cosa significhi reinventare un «partito popolare e nazionale, un partito della nazione», dentro un nuovo sistema proporzionale, dopo venticinque anni di seconda Repubblica? «È tutto da vedere», mi risponde Giuseppe Vacca, storico presidente della Fondazione Gramsci, ma di certo non è cosa che si vedesse dai commenti seguiti al voto amministrativo di domenica.

«Secondo me i commenti risentono ancora di un clima e di uno stile formatosi durante gli anni della seconda Repubblica. Non ci si rende conto che il maggioritario è finito. Un ciclo politico è compiuto. Qualunque proiezione sul futuro di dati che provengono da elezioni amministrative è perciò da prendere con le pinze. Tanto più che, in generale, è difficile comparare e proiettare il voto delle elezioni amministrative sul piano politico nazionale».

Eppure son tutti lì a ragionare di coalizioni e schieramenti, anche solo per mettere in difficoltà Renzi. Prodi prova a incollare i pezzi del centrosinistra. Orlando chiede primarie di coalizione. Veltroni dice no all’autosufficienza.

Però Il modo in cui si forma l’orientamento dei cittadini verso (o contro) la politica prescinde largamente da questa discussione. Le prossime elezioni si faranno con una legge proporzionale. Con il proporzionale i governi si formano in Parlamento, molto più che col maggioritario. Gli elettori votano per il partito preferito da ciascuno. Quello che poi determina gli equilibri di governo è la qualità, l’efficacia dell’offerta politica.

D’Alimonte su «Il Sole 24 Ore» scrive che il voto di Genova, di Sesto San Giovanni, di Pistoia (ma anche di Padova, che è andata al Pd) dimostra che ormai tutto è contendibile.

L’unico dato generale e generalizzabile è che hanno perso tutti. È un ulteriore segnale di sgretolamento, di frana: non dico nemmeno di un sistema di partiti, ma di un paesaggio politico. Soprattutto nelle elezioni locali, è ancora più difficile parlare di partiti, che non svolgono più alcuna vera funzione rappresentativa. Dire allora che il centrodestra quando è unito vince, può vincere, è persino ovvio, prevedibile e in verità anche previsto, in situazioni come quelle liguri, di Genova o Spezia, che conosco da vicino. Ma questo cosa ha a che fare col tema di come prepararsi alle elezioni politiche?

Cosa allora vi ha a che fare? Nell’editoriale che ho scritto ieri, ho provato anch’io a mettere da parte le mere sommatorie elettorali e a indicare nelle questioni europee il terreno decisivo della sfida.

Innanzitutto la parte maggioritaria dell’elettorato deciderà in base al bilancio su cinque anni di governo Renzi-Gentiloni: come si fa a ignorarlo? E l’intera legislatura è stata incentrata sul nesso fra Italia ed Europa. Ebbene, è da vedere come si costruirà l’agenda europea dopo le elezioni tedesche e soprattutto chi darà le carte. Da noi conterà la capacità di dire veridicamente ai cittadini, senza imbrogliare, come e perché determinati problemi sono problemi europei.

Ma se è il rapporto con l’Europa a determinare l’agenda, non è complicato per i democratici immaginare dimettere insieme una coalizione di centrosinistra, in vista di una futura alleanza di governo? Dove sono i «buoni europei», a sinistra del Pd?

Ma non è questione di sinistra o destra. I cittadini votano in base ai problemi i più diversi, alle esasperazioni più diffuse, a insoddisfazioni, interessi corporativi, o anche a grandi visioni e grandi narrazioni. Non credo che i cittadini siano molto appassionati di queste categorie di destra/sinistra. Certo c’è una storia, una sedimentazione di valori, ceti politici diversi, culture diverse, che si dicono di destra o di sinistra. Ma non se ne può parlare in base a semplici etichette. È evidente che c’è una certa continuità in un arco di forze che va dai moderati di centro fino a Pisapia: ma a che serve cominciare dalle etichette? È questo il problema che definisce l’agenda politica con cui si deve misurare una leadership?

Provo allora a fare l’avvocato del diavolo e ti chiedo: ma quelli che invece dicono che una forza di sinistra non può condividere strutturalmente l’impianto politico e istituzionale di questa Unione europea, che in essa istanze di sinistra non possono trovare spazio, che l’euro è l’equivalente di quello che sono stati Reagan e Thatcher negli anni Ottanta?

Se, per essere di sinistra, invece che di far pesare le questioni nazionali sul modo in cui si compone l’agenda europea, si tratta di dire: “questa Europa è fallita”, non condivido ma capisco: è legittimo. Ma poi chi dice così non si può mettere insieme con chi pensa: “ma come è fallita? Vediamo invece cosa realisticamente è successo, in base a una cartografia sobria, realistica, del mondo”. Come si fa a dire ad esempio, come fa Veltroni, che per essere di sinistra bisogna fare la lotta alla precarizzazione? La precarizzazione è il modo in cui si riflette sui governi e le nazioni di tutto il mondo questo tipo di globalizzazione. Ed è quanto meno un problema di dimensioni europee. Non possiamo parlare delle cose italiane a prescindere dal contesto. E il nostro contesto storico, economico, la parte che ci spetta in un concerto plurinazionale si decide in Europa. Quello diventa un grande discrimine. Aggiungo: chi ha cambiato il paradigma del rapporto con l’Europa, anche rispetto al centrosinistra degli anni passati, si chiama Matteo Renzi. Sembra poco ma non lo è. Prima si trattava sott’acqua: l’Europa era sentita come vincolo, invece che come responsabilità condivisa. Renzi ha invertito la tendenza. È ancora difficile e non è diventato ancora oggetto di un diverso racconto del Paese, ma questo è il tema.

Nel Novecento, l’essere di sinistra si definiva in base al contesto internazionale, e in base ai mondi sociali di riferimento: l’una e l’altra cosa. La mia impressione è che dopo l’89, essendo mutato il quadro internazionale, la sinistra ha sentito sempre meno la necessità di collocare istanze e rivendicazioni dentro un contesto più ampio di quello nazionale. Non ce la fa più. Prima, quando c’erano i paesi del socialismo reale, viveva quel rapporto come un motivo identitario, oggi lo subisce soltanto.

Diciamo però che quello che è stato importante nel comunismo italiano è il modo in cui ha cercato di interpretare l’interesse della nazione italiana. Per il resto, a parte il PCI, non c’è alcuna grande e gloriosa storia del comunismo in Europa. Però certo: oggi la declinazione dell’interesse nazionale è insieme la declinazione dell’interesse europeo.

Un’ultima cosa voglio chiedertela sul partito. A che punto è il “partito pensante” annunciato da Renzi durante il congresso?

Se devo trovare una connessione fra la leadership di Renzi è un universo identitario dico altro, dico il governo di questi cinque anni. Tutto il resto è da rifare. Ma il problema non è Renzi e nemmeno i suoi difetti. S’è fatto un Congresso due mesi fa: se ci fosse un’alternativa a Renzi sarebbe già emersa. Il Pd rimane però la forza centrale per come ha incorporato il nesso Italia-Europa. Non basta, ma è il punto al quale siamo.

Quel punto è parecchio condizionato dall’esito del referendum costituzionale.

Il referendum è stato uno spartiacque drammatico. Ma chi lo ha perso è il Paese. Si può discutere di come è stata condotta la campagna referendaria (male, almeno al 70%). Ma il referendum non era sul governo; era sull’ossatura politico-istituzionale di questo Paese, in pezzi da vent’anni. Ma dove sono le forze che provano a spiegare che il deficit di competitività di cui soffre l’Italia almeno dal 2001 è una conseguenza dell’impalcatura politico-istituzionale, e che il referendum serviva per spezzare la rete di interessi corporativi e diffusi che rendono molto difficile fare dell’Italia un Paese come la Francia o la Germania?

Già, dove sono queste forze? Saluto Beppe Vacca e noto che mantiene nella voce l’equilibrio fra l’analisi senza indulgenze dello stato del sistema politico e una certa serenità e fiducia nel prossimo futuro. Davvero il miglior commento delle sue parole è in quelle di Gramsci: «Ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà».

(Il Mattino, 28 giugno 2017)

Uniti si vince nei comuni ma non si governa

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Il dato è questo: il centrodestra ha vinto; il centrosinistra ha perso. Quanto ai Cinquestelle, hanno perso pure loro, ma siccome la loro sconfitta è maturata al primo turno, ieri è passata in secondo piano. Se è in questi termini che viene riassunto il risultato delle elezioni amministrative, colpisce che nessuno noti il paradosso che inficia buona parte delle interpretazioni circolate all’indomani del voto. Perché dalla vittoria del centrodestra si trae la lezione che quando va unito il centrodestra è ancora competitivo, ed è anzi in grado di espugnare roccaforti rosse come Genova, Pistoia o Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia. Mentre dalla sconfitta del centrosinistra si trae la lezione che il Pd di Renzi patisce l’isolamento in cui si è cacciato, rompendo a sinistra. Cioè, seguitemi: sia che si vinca, sia che si perda, la lezione è la stessa, che uniti si vince. Ma che lezione è questa, che viene comprovata da qualunque risultato? Non è una lezione, in realtà, ma è solo l’effetto di un sistema elettorale e di una partita locale che consentivano e anzi incentivavano il formarsi di coalizioni. Cambiate la legge elettorale, e soprattutto cambiate la posta in gioco, e non avrete più l’evidenza che oggi pare tanto indiscutibile quanto vuota di significato.

Sulla legge elettorale con la quale andremo al voto alle politiche non ci sono certezze, ma dopo il naufragio dell’accordo su un sistema simil-tedesco, è difficile immaginare che si trovi il modo di porvi mano (salvo piccoli aggiustamenti tecnici richieste per quel minimo di armonizzazione fra i sistemi delle due Camere che è possibile ottenere per decreto, su punti largamente condivisi). Cosa saranno allora le coalizioni che domenica vincevano o perdevano, quando non ci sarà nessun ballottaggio a dargli la spinta decisiva per conquistare il governo non di una città ma del Paese? Macron la rivoluzione del sistema politico l’ha fatta grazie al ballottaggio, qui da noi come la si farà? D’accordo, sono tempi volatili, in cui è possibile ipotizzare anche movimenti elettorali significativi, ma che centrosinistra e centrodestra ce la facciano da soli a conquistare la maggioranza è al momento ipotesi del terzo tipo. Quand’anche Berlusconi, Salvini e Meloni dovessero arrivare a un bel 35-40%, con quali altri pezzi arriverebbero più su, fino a quota 50,1%? Perché Salvini guarderebbe volentieri ai grillini, ma questi mai e poi mai accetterebbero di allearsi col Cavaliere. Il quale si volgerebbe invece verso il centro, ma vaglielo a spiegare a Salvini.

Quanto all’eventuale coalizione di centrosinistra, con o senza il vinavil di Prodi, ben difficilmente potrebbe aspirare a un risultato migliore. Prima dovrebbe mettere insieme una miriade di sigle di cui si è perso ormai il conto: da quelle parti il processo di riaggregazione non è ancora cominciato. Dopodiché, avendo tenuto dentro tutto e il contrario di tutto, con chi andrebbe a trattare un accordo di maggioranza, oltre il perimetro della sinistra? Una simile riedizione dell’Unione di prodiana memoria (dell’Unione, più che dell’Ulivo: il punto al quale era arrivata la frantumazione del centrosinistra prima del progetto dem era infatti l’Unione del 2006, e comprendeva almeno una dozzina di soggetti politici) sarebbe attraversata da un discrimine netto, fra quelli che un accordo coi moderati di centrodestra non lo farebbero mai, e quelli che in verità lo farebbero, avendolo peraltro già fatto.

Per correggere una così sconfortante rappresentazione dello scenario politico-elettorale – e soprattutto: per non lasciare che in questo guado ci rimanga in mezzo il Paese, lasciando che le forze populiste si ingrossino ancora, continuando a lucrarci su – c’è forse un solo modo: prendere sul serio la posta in gioco, l’altro elemento sul quale il voto di domenica, di carattere locale, non ha detto nulla. La posta in gioco è la posizione dell’Italia in Europa, e la capacità di regolare le questioni grandi dei prossimi anni – dall’economia all’immigrazione, dal lavoro alla difesa comune – passandole al setaccio del confronto europeo. È lì che si siederà il prossimo Presidente del Consiglio italiano: non in qualche Palazzo di città ma nei consigli dei Capi di Stato e di governo. Non solo, ma comunque si giudichino gli ultimi confronti elettorali nei paesi UE – dalla Brexit in poi –, è evidente che a deciderne l’esito, in un senso o nell’altro, è stata la posizione assunta rispetto agli impegni presi (o da prendere) con Bruxelles.

Che cosa allora significa oggi l’Europa, per l’Italia? Sarebbe bene che questa domanda, e le parole per istruirla, venissero prima della costruzione di coalizioni posticce, per cui succede che a destra festeggino uniti quelli che l’Euro affama il popolo e quelli che inneggiano al mercato unico, mentre dall’altra parte dovrebbero provare a rimettersi insieme quelli che non c’è spazio per la sinistra dentro questa Unione, e quelli che invece vogliono governarla insieme a Macron.

Sono proposte di fatto incompatibili. Le coalizioni di domenica scorsa – abbiano vinto o perso, come più vi piace – non hanno alcuna omogeneità rispetto alle grandi questioni europee ed internazionali. E se è vero che ha un costo riconoscerlo, è anche vero che solo affrontandolo si costruiscono profili politici credibili, che tornino ad essere attraenti per un elettorato stanco di vedere risse, balletti, polemiche e ripicche. Bisogna che i grandi partiti che intendono assumersi responsabilità di governo nel futuro prossimo declinino in termini chiari e forti le loro priorità, portando la sfida elettorale a un’altezza diversa da quella in cui si impelagano tutti i giorni, sforzandosi di offrire leadership, programmi e interpreti di una nuova stagione, e non semplicemente la riedizione di quelle vecchie.

Solo così quella ridicola discussione sulle sommatorie di partiti e percentuali retrocederà in secondo piano, e la scelta elettorale tornerà ad essere legata a un senso storico e politico generale, di medio-lungo periodo, che ridia significato e funzione a partiti, che nella mera gestione clientelare dell’esistente hanno ormai perduto ogni ragione d’essere e ogni legittimità.

(Il Mattino, 27 giugno 2017)