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La Rai irriformabile specchio del Paese

 

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Per dove passa l’innovazione, in Rai? Per il momento, da nessuna parte. Le dimissioni di Carlo Verdelli, dopo la bocciatura del suo piano editoriale, ripropongono tuttavia la domanda che, puntuale, si affaccia ad ogni cambio di stagione. In realtà, le cose non erano andate sin qui tutte lisce. Verdelli avrebbe dovuto presentare il piano già questa estate. Francesco Merlo, chiamato come consulente, si era dimesso, senza essere mai riuscito a trovare lo specifico televisivo di cui, a suo dire, si favoleggia soltanto. La bozza di Verdelli era stata criticata, fra l’altro, per mancanza di previsioni dal lato dei costi. E soprattutto il modo in cui il direttore editoriale delle news si era mosso – in un’autonomia che poco a poco era divenuta isolamento – non aveva certo creato un’aspettativa favorevole, dentro il corpaccione della Rai. Le avvisaglie, insomma, c’erano tutte. La materia dell’informazione pubblica rimane d’altronde una materia assai sensibile, anche senza le alzate di ingegno di Beppe Grillo sui media, i telegiornali, le verità e le post-verità.
Comunque, c’entri o no il clima politico determinatosi nel Paese dopo il referendum costituzionale, e a seguito delle dimissioni di Renzi; c’entri o no la più grande debolezza del direttore generale Campo Dall’Orto, quello che aveva chiamato Verdelli nel novembre del 2015, il piano non ha avuto luce verde e Verdelli ne ha tratto bruscamente le conseguenze, senza accogliere l’invito dei consiglieri d’amministrazione di considerare il documento solo un punto di partenza. I retroscenisti cercano ora di capire chi ha sferrato le pugnalate e perché, ma le ricostruzioni più o meno attendibili che si sono lette in queste ore – i consiglieri che storcono il naso, la presidente Maggioni che non muove un dito, il sindacato dei giornalisti che si frega le mani, tutti che, a delitto avvenuto, si voltano dall’altra parte – non toccano la sostanza del problema, cioè come cambiare l’informazione in Rai. Perché sul fatto che è da cambiare non ci piove. Ma i cambiamenti, soprattutto dal lato organizzativo, non sono facili, e si vede.
Verdelli aveva messo nero su bianco alcune cose. Innanzitutto, l’esigenza di superare la divisione delle reti Rai per aree politiche d’appartenenza, ricercando più strettamente la sinergia fra Reti e testate giornalistiche, al fine di individuare specifici e distinti target di pubblico per ciascun tg, sia in relazione al canale che alla fascia oraria di trasmissione. In secondo luogo, la necessità di redistribuire gli organici giornalistici, formati nel tempo sulla base di equilibri politici e aziendali, piuttosto che in virtù delle funzioni produttive assolte. La Rai ha 21 redazioni regionali, in cui siedono circa 800 giornalisti (su un totale di oltre 1700 giornalisti in forza all’azienda, con un’età media superiore ai cinquant’anni). Il piano prevedeva il trasferimento del Tg2 a Milano, una riorganizzazione su base macroregionale in cinque aree, l’integrazione  tra il canale “all news” e i tg regionali, la nascita di un “Tg Sud” affidato al centro di produzione della Rai di Napoli. Una rivoluzione, insomma.
Non mancavano poi, a quel che se n’è letto, osservazioni sul ritmo dei telegiornali, sugli stili di conduzione, sul linguaggio, sui materiali e sui servizi, sulle interazioni con il pubblico, sull’uso dei trend topics della Rete, persino sulle sigle: su tutto insomma quello che c’è o ci sarebbe da fare per svecchiare l’informazione Rai.
Ora, dopo le dimissioni, la Rai deve inventarsi rapidamente qualcosa, per non restare un’altra volta al palo. Questo piano naufraga, infatti, dopo che già il precedente, a cui aveva lavorato Luigi Gubitosi, era finito nel cassetto. Il dubbio che la Rai proprio non ce la faccia a fare la rivoluzione nell’informazione finora solo annunciata è forte. Quella di Verdelli era di certo una cura drastica, forse persino troppo drastica e per alcuni semplicemente irrealizzabile. Ma partiva da un’ambizione legittima: quella di dare un’anima all’informazione Rai, di legarla alla necessità di imbastire un racconto nuovo dell’Italia, di recuperare da Milano un timbro laico e moderno, di rifare da Napoli la narrazione meridionale e meridionalista del nostro Paese. E di rifarla, scuotendo il mondo sonnacchioso delle testate regionali, dando un senso al canale “all news”, recuperando condizioni di operatività in linea con le funzioni complessive dell’azienda.
Era tutto troppo astratto, campato in aria? Era sbagliato l’approccio? Erano saltate le necessarie mediazioni? Può darsi. Di sicuro, qualcuno ha pensato che dopo aver «deportato» i docenti nelle scuole italiane non si potevano «deportare» pure i giornalisti. Forse si è trattato dell’ennnesimo caso di un riformismo calato dall’alto, non capito o forse non spiegato, e perciò andato incontro all’inevitabile insuccesso. Ma il rischio che anche questa bocciatura prenda il sapore di una restaurazione esiste. L’Italia sembra essere andata a sbattere contro un iceberg: a bordo c’è chi si impegna in manovre di correzioni e complicate variazioni di rotta, ma il rischio che invece si finisca tutti a picco purtroppo esiste.

(Il Mattino, 5 gennaio 2017)

Il merito torna a scuola e non trova docenti

ImmagineLe stime parlano di circa ventimila posti nella scuola, su poco più di sessantamila messi a concorso, che non saranno assegnati. Non ci sono i candidati, nel senso che quelli che c’erano sono stati bocciati. La scuola intanto cambia: si investe sulle nuove tecnologie didattiche, torna il maestro unico prevalente, è introdotta la nuova prova scritta nazionale Invalsi nell’esame di terza media, si riorganizzano gli indirizzi di studio dei nuovi licei, si potenzia l’insegnamento delle lingue straniere, si ridefiniscono i percorsi didattici degli istituti tecnici e professionali. E si assumono nuovi docenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Si fa dunque il concorso, si mettono a bando 63.712 posti e si svolgono le prove. Ma sorpresa! In larga parte, le prove non vengono superate, e così bisognerà ancora una volta ricorrere agli iscritti alle graduatorie ad esaurimento e conferire incarichi annuali.

Ma perché così tanti bocciati? Il dato è così anomalo, o forse semplicemente inatteso, da spingere molti a formulare ipotesi le più varie che ne diano conto: le tracce assegnate sono forse troppo difficili, troppo complesse, troppo complicate? Il tempo a disposizione dei candidati è troppo poco? I percorsi di abilitazione seguiti dai candidati ammessi a concorso si sono rivelati inadeguati? Fra i commissari d’esame e i candidati sussistono forse abissi di incomunicabilità? L’italianista Claudio Giunta, ad esempio, su «Il Sole 24 ore», ha passato in rassegna le otto domande della prova d’italiano. Le ha giudicate «estremamente complesse», tali da richiedere «risposte ben argomentate» (come si può pensare, tuttavia, di insegnare italiano nelle scuole senza essere in grado di produrre risposte ben argomentate?). Il fatto è che però per le otto risposte della prova (e le altre risposte chiuse) i candidati avevano a disposizione solo due ore e mezza: troppo poco. E così Giunta ha concluso: «escluderei che una prova del genere, nel tempo assegnato, possa essere svolta decentemente da parte di chicchessia, anche del migliore studioso di letteratura italiana».

Può darsi che sia effettivamente così, e che quel che è successo con la prova d’italiano sia successo anche in altre materie (io comunque ho dato uno sguardo alle domande della prova in filosofia, e non mi sono parse insormontabili), ma lo stesso Giunta mette in premessa qualche considerazione più generale: sui molti che vorrebbero insegnare e che piuttosto dovrebbero ancora imparare; sulle lacune nella preparazione che dipenderebbero non già dagli studi universitari ma dal poco o nulla che si è fatto prima, alle medie e al liceo; sulla scarsa attrattività che l’insegnamento esercita sui più bravi e più brillanti, specie nelle discipline scientifiche.

Insomma: qualcos’altro forse c’è. Qualcosa che non riguarda solo le modalità di svolgimento delle prove concorsuali, ma più in generale il posto della scuola nella società. Sempre meno centrale, sempre più marginale, sempre meno qualificante. Claudio Giunta ha limitato la sua considerazione all’ambito scientifico, ma il problema si pone anche nelle altre materie, con la sola differenza che in quei casi mancano alternative all’insegnamento altrettanto robuste di quelle che si aprono a un laureato in discipline scientifiche. Ma il problema è lo stesso: i più bravi sono sempre meno interessati a insegnare. Per più di un motivo: perché gli stipendi sono bassi, e chi è bravo non è entusiasta all’idea di impiegare la propria bravura per avere in cambio un salario modesto. E perché la bravura (cioè il merito, le competenze) non ricevono veri riconoscimenti, né di ordine simbolico né più prosaicamente materiali.

Diciamolo allora in una parola: c’è stato un generale disinteresse, in tutti questi anni, a portare in cattedra quelli bravi. Il solo fatto che si sia attesa quasi una generazione per ripartire con i concorsi la dice lunga sull’importanza assegnata alla selezione di una buona classe docente. Se non fai i concorsi, procedi inevitabilmente per toppe e rammendi, e mandi avanti un po’ tutti: quelli che studiano e magari continuano pure a fare attività di ricerca (ci sono), ma anche quelli che vanno solo a caccia di punti e supplenze, indipendentemente dall’impegno didattico profuso, da progetti formativi o da specifiche attitudine professionali (ci sono, e sono di più).

Con il concorso il ministro Giannini ha provato a far ripartire il motore della scuola, ingolfato da una pessima manutenzione. Anzi: dall’assenza di qualunque intervento per tanti, troppi anni. E si è visto cosa è accaduto in tutto questo tempo: che un’intera leva di aspiranti docenti è arrivata all’appuntamento del tutto impreparata, forse persino sorpresa all’idea che dovesse prepararsi. Forse, quelli che il concorso non lo volevano affatto, e puntavano solo a una qualche forma di ope legis, avevano presentito una disfatta simile. Ma avessero avuto ragione non l’avrebbero evitata: l’avrebbero solo trasferita nelle aule. Piuttosto, alla luce dei risultati che stanno emergendo in questi giorni, è evidente che la riforma scolastica è appena cominciata, e non potrà dirsi riuscita se non riporterà la scuola al centro della vita pubblica e sociale del Paese, e se non si troverà il modo di portare in cattedra un buon numero di quelli bravi.

(Il Mattino, 1 settembre 2016)

Il coraggio di premiare la qualità

ImmagineLa chiamata per competenze introdotta lo scorso anno con la riforma della scuola è destinata a cambiare profondamente una delle infrastrutture portanti del Paese. Perché sono ora i dirigenti scolastici a formare l’organico dei loro istituti. Ora: nei prossimi giorni. Sulla base di criteri pubblici, contenuti nell’offerta formativa della scuola, e dietro motivazione altrettanto pubblica della scelta effettuata tra i curriculum presentati dai docenti, saranno loro, i dirigenti, a coprire di volta in volta il posto di professore di matematica o quello di lingua straniera. Di volta in volta significa: ogni tre anni. Ogni tre anni nuove graduatorie, nuovi criteri e, se è il caso, nuove scelte da parte dei dirigenti. Sicché i docenti, già di ruolo, non avranno più la garanzia di inamovibilità di un tempo, di rimanere cioè in una sede per tutta la loro carriera (salvo chiedere loro stessi di essere trasferiti). Gli tocca di esser bravi, e apprezzati.

Di fronte a un cambiamento di questa portata, non c’è da stupirsi che si registrino resistenze, critiche, paure. Si immagina che la riforma spinga i docenti a una vita da leccapiedi nei confronti dei presidi, o che i presidi facciano un mercimonio del potere discrezionale che la legge assegna loro. In un caso e nell’altro, però, non si dà molta fiducia alle relative categorie. Si pensa che i docenti siano pronti a farsi servili, e che i dirigenti siano disponibilissimi a tradire la loro funzione. Ma stavolta hanno ragione, io credo, Renzi e il ministro dell’istruzione Stefania Giannini: a criticare la riforma è, in fondo, chi pensa che il Paese non ce la possa fare, che non abbiamo un corpo docente e una classe dirigente che amino davvero il proprio lavoro e pensino di poterlo fare bene, e di poter essere finalmente valutate per questo. Perciò preferisce accontentarsi, accettare lo status quo e mantenere un equilibrio non ottimale, piuttosto che provare a innalzare la qualità dell’offerta scolastica puntando anzitutto sull’autonomia della scuola e la responsabilità di chi la dirige.

In realtà, quello di insegnante è ancora un mestiere che si sceglie spesso per vocazione, in cui le gratificazioni di ordine personale legate al rapporto umano, educativo, didattico con gli studenti superano di gran lunga le soddisfazioni di ordine economico, o professionale. Tutti hanno conosciuto – da studenti o da genitori – insegnanti o professori che si dannavano in aula, indipendentemente dalla considerazione che di loro avesse il collega, il preside o il direttore. Indipendentemente anche dallo stipendio. Questi docenti traevano la loro motivazione dall’unico fondo al quale un docente dovrebbe attingere: da loro stessi e dalla loro passione per l’insegnamento. Questi, indubbiamente i più bravi, non cambieranno di un grammo la loro condotta: non riceveranno una spinta o uno stimolo in più dalla riforma, ma non diventeranno certo improvvisamente più servili.

La scuola però è fatta anche di molti altri che in un aula non entrano “per trovare un dimensione”, come il carabiniere del film di Carlo Verdone. A costoro si chiede ora di rinunciare ad alcune delle vecchie certezze e di investire più decisamente sulle proprie competenze. Mentre alle scuole si chiede di innalzare e differenziare in autonomia la qualità dell’offerta formativa. Se i criteri di scelta a fondamento delle chiamate dirette dei dirigenti permettono di premiare una preparazione specialistica post-laurea, oppure di privilegiare qualifiche congruenti con il piano di attività didattiche del singolo istituto, non può che venirne un bene per il sistema dell’istruzione nel suo complesso.

Ma anche le migliori riforme difficilmente si fanno senza metterci soldi. Massima che vale anche nel momento in cui cambi il profilo docente. Se finora il patto più o meno tacito era: “tu mi paghi poco, io però lavoro poco e non mi muovo”; il nuovo patto non può essere: “io lavoro di più e mi rendo disponibile a cambiare sede, tu però continui a pagarmi poco”. Immaginare che i docenti possano sobbarcarsi una più intensa mobilità di sede e un’inedita concorrenza entro i nuovi ambiti territoriali senza adeguamenti stipendiali è sbagliato (oltre che ingiusto).

Ed è sbagliato pure non prestare maggiore attenzione, dall’altro lato, ai nuovi compiti dei dirigenti. Le maggiori responsabilità e discrezionalità devono avere conseguenze, quando siano esercitate male. È vero che il dirigente rende pubbliche le sue scelte, ma se le sbaglia? Sul versante della valutazione del dirigente c’è ancora troppo poco, nella riforma. Né si può dire che, allo stato, il territorio e le famiglie esercitino sulle scuole una pressione tale, da esser loro a punire le scelte sbagliate, per esempio in termini di minori iscritti. A volte si sceglie una scuola perché offre la mensa, o è vicino a casa. A volte, purtroppo, anche perché non si corrono troppi rischi di bocciatura. C’è un divario, insomma, fra i criteri con cui i docenti sono giudicati dai presidi, e i criteri con cui i presidi e le scuole sono chiuse loro volta giudicate dai fruitori, cioè dalle famiglie, e in questo divario possono infilarsi dinamiche distorsive (clientelari, corporative, nepotistiche) nelle scelte dirigenziali. È un punto critico, indubbiamente. Ma lo si può affrontare, stringendo qualche maglia in più pure nel rapporto fra la scuola e il territorio da un lato, fra i dirigenti e gli ispettori ministeriali dall’altro. E in ogni caso salvaguardando il principio ispiratore, che solo dall’esercizio delle scelte, e non dalla loro paralisi, può venire una scuola nuova.

(Il Mattino, 1 agosto 2016)

Sì alla riforma contro i furti al Sud

home_polloLa regione più giovane d’Italia, la Campania, perde 200 milioni di euro l’anno perché nella ripartizione dei fondi per la sanità si tiene conto solo dell’età: lo ha ricordato ieri il governatore De Luca, e ha ricordato una cosa vera. Il proverbio dice: a buon intenditor poche parole, ma per De Luca, evidentemente, in giro di buoni intenditori non ce ne sono, e perciò l’ha messa giù così: noi del Sud siamo polli e quelli del Nord sono magliari.

Il dato però è già abbastanza vistoso di per sé, perché i termini coloriti possano aggiungere qualcosa: è un fatto che la maniera in cui avviene il riparto penalizza sistematicamente il Mezzogiorno, e la Campania in particolare. Ora, uno potrebbe dire che è comprensibile che vadano più risorse dove ci sono più anziani, i quali hanno bisogno di più medicine e di più cure. Ma la letteratura scientifica ha dimostrato da tempo che l’età è solo uno dei fattori che incide sullo stato di salute di una popolazione, e ha evidenziato come esista una correlazione precisa fra la salute e l’indice di deprivazione sociale, cioè in primo luogo il tasso di reddito e il tasso di istruzione.  Che al Sud sono più bassi che al Nord.

Le basi per mantenere gli attuali criteri di ripartizione del fondo sanitario sono dunque assai discutibili. E lo sarebbero ancora di più, se si considerasse che la salute ha rapporto con le condizioni generali dell’ambiente, che la Campania ha un elevato tasso di mortalità infantile, o che da noi i malati di tumore hanno un tasso di sopravvivenza più basso.

De Luca ha insomma tutte le ragioni per fare la voce grossa, e infatti la fa. C’è però una così scarsa considerazione di quel senso di appartenenza alla medesima comunità nazionale, che le rivendicazioni del governatore campano vengono derubricate a rumore di fondo, oppure classificate come l’abituale lamentela che viene dal solito meridionalismo accattone.

La questione della sanità è però solo una delle molte questioni che si accumulano lungo una medesima linea di faglia, che riguarda il rapporto fra le diverse aree del Paese. Ebbene, siamo ad un passaggio essenziale: di riscrittura della Carta costituzionale. Nella riforma c’è, fra l’altro, il tentativo di ridefinire i termini del rapporto fra lo Stato e le Regioni. Ridisegnando il profilo della Camera alta – dove siederanno i rappresentanti degli organismi regionali – e delimitando le competenze rispettive, statali e regionali. Il giudizio che ciascuno vorrà dare su questa complessa materia può essere ovviamente positivo o negativo, e anche molto positivo o molto negativo. Pure i critici della riforma, però, dovranno ammettere che è difficile far peggio di oggi, a giudicare almeno dalla quantità di conflitti sollevati in materia innanzi alla Corte costituzionale.

Ma non è nemmeno questo il nocciolo del problema, quanto piuttosto il fatto che qualunque riforma è poi affidata a un certo iter attuativo, e alle interpretazioni che delle norme offriranno gli attori politici e istituzionali. Tocca, insomma, alla politica. E bisogna augurarsi che tocchi a una politica nuovamente compresa della sua funzione nazionale, disponibile a ragionare in termini unitari, e a far prevalere i fondamentali elementi di solidarietà da cui dipende la coesione del Paese.

La riforma contiene fra l’altro – ed è un’innovazione di non poco conto – la cosiddetta clausola di supremazia, in forza della quale la legge dello Stato può intervenire anche su materie che sarebbero di competenza delle regioni: si tratta di una riforma – per alcuni di una controriforma – di stampo centralista, e però (o perciò) probabilmente di un buon punto di riforma. Ma anche l’esercizio di questa clausola non riposa su un semplice automatismo, e dipenderà quindi da equilibri politici, da rapporti di forza, da interessi e spinte contrapposte. Nessuno può cioè illudersi che la riforma costituzionale possa surrogare responsabilità che sono sempre e solo legate alla direzione politica della nazione.

Se gli anni della seconda repubblica sono stati dominati da una retorica nordista, leghista, separatista, e da un appello alle identità dei territori in chiave localistica ed egoistica, ciò non è dipeso da uno stallo istituzionale, ma dal collasso di quel sistema di partiti a cui era stata affidata per decenni una essenziale funzione di integrazione sociale e politica. Ora quella funzione di fatto non è più svolta, e diviene quindi fondamentale iniettare nuova legittimazione politica attraverso l’ammodernamento istituzionale. Ma i polli ed i magliari non scompariranno il giorno dopo il referendum: da quel giorno comincerà casomai una nuova partita, con un nuovo campo di gioco e nuove regole. È bene, allora, che cominci ad esistere e a farsi sentire un nuovo meridionalismo in grado, questa volta, di giocare quella partita e, magari, di vincerla.

(Il Mattino, 14 luglio 2016)

Il romanzo del partito delle toghe

Acquisizione a schermo intero 09052016 110551.bmpNel racconto ordinario degli ultimi venticinque anni di vita pubblica italiana ci sono essenzialmente due cose: l’inchiesta Mani Pulite e Silvio Berlusconi. Da un paio di anni si è aperto un terzo tempo, legato all’ascesa di Matteo Renzi: prima alla guida del Pd, poi alla guida del Paese.

Si tratta naturalmente di un racconto parziale. Qualunque elettore di centrosinistra si preoccuperà di aggiungere che no, c’è stato anche l’Ulivo (e la sinistra al governo, e il primo capo di governo ex-comunista). Ma in quel racconto ordinario – che non ha doveri di accuratezza storiografica – queste cose figurano come intermezzi rispetto ai due elementi assiali, determinanti l’uno nella destrutturazione del campo politico, l’altro nella sua successiva riconfigurazione. Ma soprattutto l’uno e l’altro evento sono fra di loro legati, nel discorso pubblico, dalla centralità che vi ha avuto il conflitto con la magistratura. Cosicché è difficile sottrarsi alla domanda, se non stia accadendo la stessa cosa oggi: mentre un nuovo assetto politico prova a consolidarsi attorno alle riforme di Renzi (e alla madre di tutte: la riforma costituzionale), si acutizzano i motivi di tensione con le toghe. E così prende di nuovo forma una narrazione imperniata principalmente sui temi della legalità e della giustizia da una parte, della corruzione e dell’inquinamento della politica dall’altra.

Le dichiarazioni rilasciate a più riprese da Piercamillo Davigo, neo-Presidente dell’Anm, o da ultimo quelle attribuite al membro togato del CSM, Piegiorgio Morosini, hanno avuto anzitutto questo significato. Prima ancora di riguardare punti di merito, esse hanno rilanciato il genere letterario di maggior successo in questi anni, quello nel quale la magistratura fa la parte del protagonista buono, mentre la politica ha il ruolo dell’antagonista cattivo.

Ora, a ben vedere né gli anni di Tangentopoli né quelli del berlusconismo possono essere ricondotti sotto quest’unico canone. Un conto è la vulgata, un altro è la realtà storica. Per quanto forti siano stati nei primi anni Novanta gli scossoni dell’inchieste del pool di Mani Pulite, la caduta del Muro, la fine dell’ordine internazionale fondato sui due blocchi – americano e sovietico – e infine la nuova realtà europea (con i relativi vincoli economico-finanziari) sono stati almeno altrettanto decisivi, perché l’Italia voltasse pagina. Lo stesso dicasi per il berlusconismo: gli appassionati del genere letterario di cui sopra lo racconteranno magari come un improvviso bubbone di illegalità, ma lo spostamento di orizzonte prodottosi con l’egemonia del Cavaliere intorno ai temi di una possibile agenda liberale del Paese – certo mescolati con dose abbondanti di moderatismo, leghismo e populismo –è stato ben più significativo dei problemi di legge e pubblica moralità nei quali è più volte inciampato Berlusconi, ogni volta tirandosi dietro polemiche al calor bianco con le cosiddette toghe rosse.

Però quel racconto resiste, anzi si cronicizza, e rimane così la sceneggiatura di gran lunga più sfruttata non solo per raccontare quel tempo, ma anche per interpretare la stagione corrente.

La qual cosa certamente non giova alla politica, e giova invece a tutti gli altri poteri che prendono maggiore forza dalla debolezza delle istituzioni rappresentative. Non c’è ovviamente bisogno di immaginare complotti orditi da chissà chi. Perché quando si tratta di trame occulte, è facile cominciare ipotizzando piccoli interessi di bottega per poi finire col tirar dentro i servizi segreti, la Cia e il Mossad. Oppure gli immancabili poteri forti, tipo la DeutscheBank su cui indaga nientemeno che la procura di Trani. Molto più banalmente, è ragionevole ritenere che più leggero si fa il peso della volontà politica, la quale sempre meno riesce ad essere davvero sovrana, e più corpi e organi dello Stato se ne vanno per proprio conto, «iuxta propria natura». Ampliando i propri spazi d’intervento, acquisendo di fatto un ruolo politico, soddisfacendo pure a qualche più prosaica esigenza sindacal-corporativa (vedi alle voci: ferie dei magistrati).

In Italia, questa dinamica è stata peraltro preparata da un progressivo smottamento della cultura garantista, che viene da lontano: dall’emergenza terroristica prima, da quella mafiosa poi. L’una e l’altra hanno alimentato la convinzione che prima viene il contrasto e la lotta, poi, se mai, il diritto e le garanzie. Se dunque il fenomeno della corruzione si presenta come la nuova emergenza, il gioco è fatto, e si può riprendere il filo di quella venticinquennale narrazione che alla magistratura continua ad assegnare una decisiva, e a volte debordante,funzione surrogatoria.

E invece: c’è o no un tema di durata ragionevole dei processi? C’è un problema con la diffusione straripante delle intercettazioni? C’è uno squilibrio fra la fase delle indagini, e quella della celebrazione vera ed effettiva dei processi? C’è un’esigenza ordinamentale, anzitutto di riforma del CSM? Ci sono abusi nell’uso della custodia cautelare? E ci sarà sempre bisogno di legislazioni speciali e doppi binari processuali? C’è, infine e soprattutto, spazio per discutere questi punti «sine ira ac studio», senza cioè che si opponga che, poche storie, il problema è la corruzione, e chi suggerisce altri motivi è semplicemente complice, colluso o connivente?

Insomma: il terzo tempo di questa lunghissima transizione oltre i confini della prima Repubblica si accoderà ai primi due, seguendo il medesimo palinsesto, oppure proverà a costruirne uno nuovo?

(Il Mattino, 9 maggio 2016)

Lo psicodramma sale in cattedra, ma agli studenti chi ci pensa?

che fatica riformarIl racconto era da fine del mondo. Passata la quale, però, si scopre con qualche stupore che la deportazione forzata e l’esodo biblico dei docenti assunti nella scuola non ci sono stati. Non, almeno, nelle proporzioni temute. Il Ministro dell’Istruzione Giannini ha fornito laconicamente i dati: le persone che hanno trovato posto fuori regione sono solo settemila. Di queste, la maggior parte proviene dalla Sicilia e dalla Campania, mentre le sedi di destinazione si trovano per lo più in Lazio o Lombardia. Come se non bastasse, il Ministro nota che il numero di spostamenti «lunghi» è inferiore a quello dello scorso anno, quando i precari a caccia di supplenze annuali, emigrati per lo più da Sud a Nord, è stato di circa 7700.

E questo è quanto. Resta da completare il piano di assunzioni, che a fine anno toccherà quasi quota centomila, ma alla fine il numero dei «deportati» si aggirerà intorno al quindici per cento del totale.

E l’ora x? E il timore e il tremore con il quale si è attesa la mezzanotte, la fronte imperlata di sudore, le lacrime e le mani giunte? Parliamoci chiaro: giudicata dal punto di vista di chi si trova costretto ad emigrare, ci può stare lo sconforto per un esito della propria carriera scolastica che dopo anni di precariato, in qualche caso decenni, si sperava diverso. Ma appunto: dopo anni o decenni. Non dunque all’assunzione scattata quest’anno, ma al ritardo accumulato negli anni scorsi, all’imballamento del sistema, all’intasamento delle graduatorie vanno imputate le difficoltà soggettive  in cui si trovano persone non proprio di primo pelo, o di prima nomina, che dopo anni di sacrifici devono riprogrammare la loro vita personale e familiare, per ottenere il sospirato posto fisso.

Come dobbiamo invece guardare la cosa, se la giudichiamo con un metro un po’ più oggettivo, avendo riguardo alle esigenze complessive del mondo della scuola, ai posti vacanti e agli studenti? È così negativo il fatto che a partire dal prossimo anno scolastico vi saranno in aula centomila docenti di ruolo in più, con tutto ciò che questo significa in termini di qualità e continuità della didattica? Davvero bisogna continuare a prendersela con l’impianto autoritario della legge, come recrimina il sindacato? La Giannini merita veramente di vestire i panni di un novello Minosse, che «giudica e manda secondo ch’avvinghia», e questa la sbatte da Cefalù a Cantù e quell’altra la sposta da Boscoreale in Val Camonica, e tutti e tutte manda in gironi infernali, dov’è pianto e stridore di denti?

Non pare proprio. La fine del mondo non è arrivata. Le famiglie si informano sui libri di testo, sui bus che porteranno a scuola i loro figli, sull’orario scolastico, sul nuovo preside d’istituto o sul nuovo professore di matematica. La scuola italiana non ha certo voltato pagina tutta in una notte, ma quelli che si aspettavano l’apocalisse – o forse solo braccia conserte e banchi rovesciati – devono ricredersi. E, alla luce dei numeri snocciolati dal Ministero, riesce difficile non pensare che la «buona scuola» sia stata in questi mesi il terreno di uno scontro tutto politico, di un tentativo di mettere in difficoltà la maggioranza di centrosinistra alienandogli una parte della sua tradizionale base sociale. Se così non fosse, non sarebbe mai stato possibile che il nodo dei trasferimenti divenisse la prova provata di una legge sbagliata e iniqua, quando invece si è trattato solo di un passaggio organizzativo non molto diverso da quello che ad inizio di ogni anno la scuola ha dovuto affrontare, mandando i supplenti a coprire le cattedre vacanti, lì dove si trovano (che non è sempre dove si desidera che siano). La vera differenza è che quest’anno su quelle cattedre ci vanno docenti di ruolo, ma è una differenza positiva, che torna a sicuro vantaggio degli studenti.

Insomma: una vicenda assai istruttiva. Fare le riforme in questo paese è complicato assai. Anche perché si viene intralciati, come s’è visto, da polemiche spesso pretestuose, o francamente di sapore corporativo, quando invece su ben altri terreni ci si dovrebbe misurare: sui contenuti didattici, sulle metodologie, sulla mobilità studentesca, sui contenuti dell’aggiornamento professionale, sul rapporto col territorio e le famiglie, sulle risorse e le strutture disponibili. La verità è che la riforma della scuola non è fatta dai nuovi docenti, soprattutto quando nuovi essi non sono, ma magari un po’ attempati, un po’ stanchi, a volte sfiduciati. Questo spiega la scarsa propensione di taluni a prendere una nuova strada, quando un pezzo di essa è stata già percorsa, ma non giustifica le strategie politiche o sindacali, costruite strumentalmente sopra.  E soprattutto costringe a mettersi nei panni degli studenti, quelli che la strada nuova debbono ancora provare a tracciarla. A essi cosa possiamo augurare? Di incontrare docenti con il futuro dietro le spalle, o piuttosto in grado di mostrarlo davanti a loro? E a quanti chilometri da casa si trova oggi il futuro?

(Il Mattino, 3 settembre 2015)

Decisione difficile ma l’occasione è davvero unica

Acquisizione a schermo intero 19082015 224036.bmpA proposito di buona scuola, si può dire: è arrivata in ritardo. Si può anche sostenere, elevando il tono della discussione con una considerazione più generale e quasi metafisica che, nell’ordine del calcolo e del capitale, gli uomini sono diventati ormai, come diceva crudamente Jean Baudrillard, «l’escremento del tempo»: mentre infatti il tempo è indispensabile e non può andare perduto senza commettere peccato mortale di inefficienza, le nostre vite, le nostre esperienze, le nostre storie possono essere perdute, azzerate o anche solo comprate e vendute. Per molti di coloro che, dopo anni di sacrifici e di vita precaria (non solo di lavoro precario), sono chiamati a decidere se accettare di trasferirsi lontano da casa, la prospettiva di dover ricominciare daccapo, da un’altra parte, dovendo quindi riorganizzare tempi di lavoro, abitudini familiari, relazioni sociali (sostenendo anche i relativi costi), equivale a cancellare un pezzo della propria vita.

Però la riforma è arrivata, e va forse giudicata in maniera un po’ più prosaica. Il piano di assunzioni che ne accompagna l’adozione comporta l’immissione in ruolo di decine e decine di migliaia di docenti. Si ha un bel dire che il governo non ha fatto altro che ottemperare a una decisione della Corte europea, che impediva di tirare avanti con l’esercito dei precari: sta il fatto che una decisione è stata presa e una responsabilità assunta. E ha proporzioni quasi storiche. Questa decisione non poteva però servire semplicemente a sanare le condizioni soggettive dei singoli docenti, deve anche consentire di coprire i vuoti negli organici scolastici, e purtroppo la loro dislocazione non corrisponde alle richieste degli aventi diritto. Di qui la «deportazione» di cui parlano polemicamente quanti (circa uno su cinque, a quel che si legge), trovando assurdo che dopo anni di supplenze la presa di servizio possa avvenire a centinaia di chilometri di casa, rifiutano di presentare domanda.

È una scelta amara, che si può capire, specie se compiuta da parte di persone non più giovani, che non cominciano adesso il loro percorso professionale, che magari hanno già preso casa e messo famiglia, o che semplicemente non sono disposte a destinare i loro prossimi stipendi a sostenere le spese necessarie a trasferirsi armi e bagagli al Nord (perché diciamolo: il sacrificio viene chiesto anzitutto ai docenti meridionali, e pure questo è un aspetto dell’impoverimento del Sud).

Ma nel computo delle cose di cui tenere conto, e per una valutazione complessiva del piano di assunzioni straordinario, va considerato pure che viene finalmente offerta una soluzione lavorativa stabile a un vastissimo numero di docenti; che solo per una parte minoritaria dei nuovi assunti si profila la possibilità di un trasferimento lontano da casa; che non è da escludersi la possibilità di avvicinamento nei prossimi anni. E, infine, che c’è un anno di tempo – a quanto si apprende– per prendere la decisione. Un anno di tempo significa che la scelta non è più una pistola puntata alla tempia, un dentro o fuori  pronunciato come una sorta di ultimatum, ma consente almeno un tempo di ponderazione, e così di osservare un certo assestamento del nuovo sistema.

La buona scuola è un difficile incastro fra esigenze diverse. Diverse, si vorrebbe dire, per ogni ordine e grado scolastico, ma anche per esigenze territoriali, percorsi professionali, progetti formativi. Immettere centomila nuovi docenti in un mondo così differenziato, non creandoli ex novo, ma prendendoli dalle graduatorie formatesi – anzi incancrenitesi – nel corso di anni e anni, non era e non è un’impresa facile, se almeno si vuole evitare che il tutto somigli semplicemente a un «ope legis» privo di qualunque criterio e di un minimo di necessità funzionale. Questa necessità è, appunto, una necessità, e cioè non discende – diciamolo chiaramente – dai più alti fini che la legge dichiara fin dal suo primo articolo: mettere la scuola al centro della società, innalzare, rispettare, recuperare, garantire, valorizzare, realizzare. Eccetera eccetera. Qui si trattava di risolvere un problema eminentemente pratico, generato da ritardi storici accumulati nel corso di anni e anzi di decenni, cercando di far incontrare le esigenze del sistema scolastico e quelle del personale docente. Certo, si può anche rinunciare a cercare compromessi del genere e  anzi ogni genere di compromesso. Quanti pensieri acuti non si trovano – solo per fare un esempio – nella prospettiva di un intellettuale irregolare come Ivan Illich, che, prima di Pasolini, auspicava la «descolarizzazione» della società, accusando la scuola di ogni nequizia: di inquinamento fisico, di polarizzazione sociale, di impotenza psicologica. Ma, per seguirlo, bisogna abbandonare del tutto il giudizio prosaico sull’istituzione, e insieme con esso anche cose come il conto dei posti disponibili, le carenze in una materia o nell’altra, i punteggi, le graduatorie e tutto il resto. È, se si vuole, una nobile scelta di vita, ma per fortuna c’è vita pure nelle istituzioni: nel loro spirito e nelle loro necessità.

(Il Mattino, 20 agosto 2015)