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I diktat del comico e il silenzio dei Cinque Stelle

E così Beppe Grillo si è accorto che Stefano Rodotà ha ottant’anni. Nientemeno! Al tempo delle favolose quirinarie, quando il popolo della Rete (o per meglio dire una sua molto limitata sottosezione, visti i numeri) lo aveva scelto, dopo Milena Gabanelli e Gino Strada, come candidato del Movimento 5 Stelle, le ottanta primavere del giurista romano erano passate quasi inosservate. Indubbiamente Rodotà porta bene i suoi molti anni.  Così la Rete l’aveva «miracolato», come si esprime oggi Grillo, l’autore/attore di tutti i miracoli del Movimento. Era il profilo di giurista democratico, era la battaglia per il referendum sull’acqua, era la sensibilità civile e l’attenzione al tema dei diritti, era l’intransigenza morale  – erano tutte queste cose a contare allora, in quel tempo lontanissimo (lo scorso aprile) in cui i parlamentari grillini lo avevano volentieri adottato, chiedendosi stupiti come fosse possibile che il Pd, invece, non volesse votarlo. Dalle parti dei democratici nessuno rispose sprezzantemente che Rodotà altro non era che un «ottuagenario miracolato». Ci voleva Grillo, perché si usasse un simile tono. E ci voleva soprattutto l’intervista rilasciata da Rodotà al Corriere della sera ieri, perché il comico genovese mostrasse ancora una volta di che pasta sia fatta la dialettica politica e la discussione pubblica in seno al Movimento (o semplicemente sul suo blog): di colpo un illustre giurista, degnissimo candidato alla Presidenza della Repubblica, è divenuto il vecchietto fortunato che ha trovato per terra il biglietto vincente alla lotteria delle primarie.

I parlamentari grillini lo avevano adottato, ho scritto. E ho scritto male, perché i cittadini deputati del movimento 5 stelle si offendono se li si chiama «grillini». Loro non sono «grillini», perché hanno tale e tanta autonomia di pensiero e di azione, che non subiscono i diktat del capo, che ignorano le scomuniche che piovono sul blog, che discutono la linea e quando occorre mettono Grillo in minoranza. E, se credono, si rifiutano persino di mostrare gli scontrini agli occhiuti capigruppo. Perciò ora, dando mostra di feroce spirito critico e completa indipendenza di giudizio, diranno per esempio che al tempo delle votazioni Rodotà non aveva compiuto ancora ottant’anni, o che non si usano certe espressioni proprio nel giorno del suo compleanno, che non è affatto bello. Oppure che loro non credono per nulla ai miracoli. Quanto però al fatto di dire che Grillo sbaglia, e sbaglia gravemente, questo è proprio quello che nella turpe intervista ha detto Rodotà, e che dalle parti del movimento iperdemocratico di Grillo nessuno osa dire.

Rodotà invece ha dichiarato, con modi, peraltro, assolutamente garbati, che Grillo sbaglia quando dà la colpa agli elettori per la sconfitta alle amministrative, o quando sostiene addirittura che non è vero che il Movimento ha perso, hanno perso tutti gli altri e lui solo ha vinto. E sbaglia quando non comprende la differenza fra la Rete e il lavoro parlamentare, o quando dice ai deputati che non tocca elaborare strategie, bensì – si suppone – dare semplicemente esecuzione alle direttive del leader. Sbaglia pure quando nega loro l’esercizio della funzione parlamentare senza vincolo di mandato – come dice invece la Costituzione -, o quando rifiuta il confronto con le altre forze politiche. In effetti non c’è male, come sequenza di errori.

Ora. però, come può un movimento che si fonda esclusivamente sul verbo di Grillo, che espelle chi osa presentarsi davanti alle telecamere (ma al contempo si lamenta per la mancanza di attenzione da parte dei media tradizionali: è il caso del candidato romano del Cinque Stelle), o che manda mail per stanare la spia che si annida in seno al gruppo (è il caso, a quanto pare, della «portavoce» Lombardi), come può un movimento che offre questi modelli di comportamenti politici, sopportare l’intervista puntuta di un agguerrito ottuagenario? Semplicemente non può. Può invece deridere, disprezzare, insultare, rinnegare. E tutto questo può fare, come Grillo fa, in nome della democrazia diretta e della partecipazione (hai visto quanti sono i commenti sul blog?), che però si rovescia sistematicamente nel suo opposto: nella voce unica e solitaria del Capo, che nessuno può permettersi di contraddire, nella negazione di ogni accenno di critica, nella derisione come modalità di comunicazione quasi esclusiva, nel controllo totalitario esercitato su tutte le espressioni del movimento, a cominciare dal marchio del movimento per finire al mitico scontrino.

Ma chissà: forse, dopo questo ennesimo, sgangherato exploit, qualcuno comincerà a rendersi conto, tra i Cinque Stelle, che un insulto, anche reso in streaming, resta pur sempre un insulto.