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Roma, l’indecenza di chi scherza su quei tre manichini impiccati

Manichini

I manichini con le maglie dei giocatori della Roma appesi dinanzi al Colosseo? Una presa in giro, uno sfottò, una boutade. Così si sono giustificati gli ultrà della Lazio, ma in realtà non si sono giustificati affatto, perché non hanno sentito minimamente la necessità di una giustificazione, ma, se mai, l’orgoglio di una rivendicazione. C’era il rischio, infatti, che qualcuno pensasse che a impiccare i fantocci con le maglie di Salah, Nainggolan, De Rossi, fossero stati gli stessi tifosi romanisti, delusi e arrabbiati con la squadra dopo la sconfitta nel derby. Quelli della Lazio, a scanso di equivoci, hanno allora pensato di metterci la firma. La scena era terribilmente macabra, e a detta dell’ex laziale Mihajlovic – uno slavo tosto, che in campo non è mai stato una mammoletta – la minaccia formulata nello striscione esposto alle spalle dei manichini faceva paura (“Un consiglio senza offesa. Dormite con la luce accesa”). Ma per i tifosi laziali si è trattato solo di uno scherzo. Magari di cattivo gusto, ma sempre e solo di uno scherzo. I giocatori della Roma, avranno pensato, sono come i fanti: coi santi non si può scherzare, ma con loro sì.

Il fatto è che ormai si scherza con tutto e di tutto, e a tracciare i limiti di quello che è lecito e di quello che non lo è non ci prova più nessuno. Non dico i limiti di legge: teniamoci pure le leggi più liberali del mondo e difendiamo strenuamente libertà di espressione, di critica e pure di scherzo (ma una minaccia, sia chiaro, non è affatto uno scherzo). Prima della norma giuridica c’è però l’opinione pubblica, prima della sanzione penale c’è il regime comune di discorso al quale collettivamente apparteniamo, e c’è (o ci dovrebbe essere) la ragionevolezza del buon senso. Ci sono o ci dovrebbero essere, aggiungo, l’educazione e la formazione nelle scuole, la cultura della cittadinanza nella società, la serietà nei comportamenti, la correttezza nell’uso delle parole, e il senso dell’onore e l’amore della verità in ciascuno di noi. Roba vecchia, superata? Può darsi. Allora accantoniamola per un momento, prendiamo a misura di ciò che si può fare o non fare lo scherzo laziale del Colosseo (o magari le indecenti offese di parte juventina contro il Grande Torino schiantatosi a Superga, il 4 maggio di 68 anni fa) e andiamo in giro per la città di Roma a fare qualcuno di questi tiri.

Per cominciare, si potrebbero impiccare a Saxa Rubra tre pupazzi col volto di tre noti presentatori televisivi, fate voi quali. Al mattino, al lavoro, i dipendenti della Rai se li potrebbero trovare davanti ai cancelli, magari con un cartello ingiurioso affisso sul petto. Spostiamoci ora in via Nazionale, davanti alla banca d’Italia, e lì allestiamo la scena: tre pupazzi con la macina al collo e i volti di celebrati uomini della grande finanza mondiale: da ridere, non vi pare? Tra l’altro, mentre i giocatori della Roma hanno almeno i loro tifosi a difenderli (e magari, la prossima volta a vendicarli: sarà legittima difesa?), questi qua chi volete che li difenda?

Si potrebbe proseguire, naturalmente. E allora nella nostra galleria degli scherzi funerei non potrebbero certo mancare tre politici, a cui fare per finta la pelle davanti a Montecitorio. Anche più di tre, visto il discredito di cui gode la categoria. E siccome infine nelle curve spesso si annidano sentimenti xenofobi e razzisti, non ci facciamo mancare qualche croce a cui appendere tre sporchi negri o tre luridi ebrei. Sempre di cartapesta, s’intende. Sempre per scherzo, si capisce: tanto per giocare.

Ho esagerato, forse. Ma la domanda rimane. Ed è la seguente: può una società ospitare il turpiloquio in televisione e appendere manichini in piazza, lasciare che si diffondano i discorsi d’odio on line e deridere le espressioni politically correct nel dibattito pubblico, senza farsi venire il dubbio che quella cosa fatta di buone maniere, di rispetto e di decenza che si chiama civiltà, processo di civilizzazione, va difesa, coltivata, promossa, non disprezzata come una ipocrisia vecchia, falsa e inautentica.

Avishai Margalit, filosofo politico israeliano, ha introdotto qualche tempo fa il concetto di «società decente», che è tale se non umilia coloro che vi appartengono. E, direi pure, se non umilia se stessa. La decenza ha a che fare con qualcosa di più fondamentale della giustizia, ed è dovuta agli uomini indipendentemente da ciò che prescrive la legge (né una società formalmente giusta risparmia a volte umiliazioni ai suoi membri). Dove infatti si trovi il limite della decenza non può essere una legge a dirlo: una comunità dovrebbe aver cura di trovarlo da sé. Se non lo trova, oggi succede che dinanzi al Colosseo compaiano striscioni e lugubri manichini, domani chissà: forse si farà un bel programma TV con il sondaggio, le domande per il pubblico a casa,e il dibattito in studio fra gli ospiti. Tema: e voi, dove appendereste i vostri funesti manichini?  Risate, applausi, pubblicità.

(Il Mattino, 6 maggio 2017)

Il movimento con il patto di soggezione

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Il codice di comportamento del Movimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in indagini giudiziarie, che oggi sarà ratificato col voto online degli iscritti, rimette nelle mani del «Garante del MoVimento 5 Stelle», del «Collegio dei Probiviri» o del «Comitato d’Appello» la sorta dell’eletto (denominato «portavoce») che dovesse incappare in procedimenti giudiziari. Da oggi, il ricevimento di un avviso di garanzia non equivale a un’espulsione o a una sospensione dal Movimento. Una valutazione in ordine alla gravità delle contestazioni viene affidata agli organi statutari (cioè a Grillo o chi da lui proposto), e può allinearsi come non allinearsi alle decisioni della magistratura.

È una notizia. Il Movimento che per anni ha fustigato tutti gli altri partiti al primo stormire di carte giudiziarie, e che aveva elevato a grido rivoluzionario la parola «onestà!», scandendola fra le lacrime, come un grido identitario, finanche al funerale del leader carismatico, Gianroberto Casaleggio, è ora in grado di considerare onesti anche quei politici che, pur colpiti da un provvedimento della magistratura, non fossero stati ancora raggiunti da una condanna. Almeno quelli fra le proprie file cui dovesse toccare una sorte del genere, perché non è detto che questa improvvisa equanimità di giudizio venga riservata anche agli avversari politici. In passato, infatti il blog di Grillo additava al pubblico ludibrio chiunque risultasse implicato in indagini di qualche tipo, senza andar troppo per il sottile con le valutazioni circa la presunta gravità.

È un passo avanti o uno indietro? Messi di fronte alle difficoltà della vita politica e amministrativa, i Cinque Stelle stanno diventando come tutti gli altri, pronti a chiudere un occhio sulle malefatte della politica, o più banalmente prendono atto con qualche realismo che un avviso di garanzia – per esempio per abuso d’ufficio – non può equivalere immediatamente a una sentenza di condanna? Che non tutte le fattispecie di reato paventate destano la medesima preoccupazione? Che certe reputazioni sono compromesse indipendentemente dall’azione dei pubblici ministeri, e magari certe altre non lo sono nonostante quell’azione?

È evidente che essersi scottati a Parma, a Livorno, a Quarto, infine a Roma doveva avere prima o poi delle conseguenze. A Roma, soprattutto. È già stato chiaro, nelle difficili settimane passate, che bisognava imbastire una difesa della sindaca Raggi a prova di avviso di garanzia. Nomine sbagliate, indagini e arresti mettono un eventuale avviso per il primo cittadino della Capitale nel novero delle cose possibili. Il costo politico delle dimissioni, o anche del ritiro del simbolo, potrebbe essere troppo elevato, soprattutto se non giustificato da fatti di modesta entità. In ogni caso, Grillo vuole riservarsi la possibilità di decidere. Ed è normale che sia così, se si vuole mantenere il controllo politico degli eventi, anche se – va detto – non è la normalità delle dichiarazioni alle quali ci avevano finora abituati gli esponenti del Movimento.

Prendete Di Maio. Un paio di anni fa, di questi tempi dichiarava: «Per me, ai politici non va applicata la presunzione di innocenza. È facendo i garantisti con i politici che abbiamo rovinato lo Stato Italiano». Per difendere queste parole, aveva pure aggiunto, sulla sua pagina Facebook: «Per me, se c’è un dubbio non c’è alcun dubbio. È così che [i politici] vanno trattati». Ora, a meno di non volersela prendere con i magistrati, come si fa a dire che un avviso di garanzia un dubbio non lo fa venire? Ma con l’approvazione del Regolamento, anche Di Maio dovrà tenersi i dubbi per sé, e avere meno certezze sulla flagrante colpevolezza dei politici.

Di certezze dovrà invece continuare ancora a nutrirne di saldissime nei confronti del «capo politico», di Grillo, visto che la qualità democratica del Movimento non è affatto assicurata dalla partecipazione online degli iscritti ai voti di ratifica indetti ogni tanto dal titolare del blog. Basta domandarsi infatti: cosa succederebbe se un avviso di garanzia dovesse arrivare proprio a Beppe Grillo? È evidente che gli estensori del regolamento non si sono posti minimamente il problema. La circostanza che il «capo politico» debba valutare il proprio stesso caso non è disciplinata. Come se fosse esclusa a priori. Grillo è cioè la perfetta incarnazione del sovrano legibus solutus, sciolto dalle leggi che proclama. È l’ultimo discendente di una vecchia idea di Thomas Hobbes, che all’origine del contratto politico moderno metteva non uno, ma due patti: un patto di unione con cui tutti si impegnano reciprocamente a osservare gli stessi doveri, ricevendone gli stessi diritti, e un patto di soggezione, con cui tutti accettano di essere subordinati a (e giudicati da) uno solo, che del primo patto è il supremo garante. Il primo patto prevede una simmetria, che il secondo invece non prevede. Dentro il primo stanno tutti gli iscritti; dietro il secondo sta il solo Beppe Grillo. Ma in un Movimento che per principio «rifiuta la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi» non c’è molto altro: i direttori, infatti, prima o poi si squagliano. Per ora dunque hanno riveduto il solo regolamento, rivendicando autonomia rispetto alle decisioni delle procure; chissà che in futuro, apprezzata questa nuova libertà, non debbano rivedere anche il resto.

(Il Mattino, 3 gennaio 2017)

Due pesi due misure e un avviso

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Si è parlato di ultimatum, ma la situazione in cui si è infilato il Movimento Cinquestelle, a Roma, somiglia invece a un gioco «lose-lose»: comunque ti muovi, perdi. Perdi tu, e perde Virginia Raggi. Riuniti in un conclave che, per l’ennesima volta, non ha più nulla dello streaming delle origini, i capi del Movimento dovevano decidere se ritirare il simbolo che sei mesi fa aveva espugnato il Campidoglio, promettendo una rivoluzione che non è mai iniziata, o commissariare il sindaco, pazienza se questo avrebbe comportato il ridimensionamento della sua figura e una aperta sconfessione del suo operato.

La prima opzione equivaleva ad ammainare la bandiera a Cinquestelle dai colli fatali di Roma. Che se poi l’Amministrazione fosse caduta per l’indisponibilità dei consiglieri a proseguire fuori dall’orbita del Movimento (come invece è accaduto a Parma, con Pizzarotti), sarebbe stato persino meglio. I pentastellati avrebbero potuto dire, in tale ipotesi, che loro sono e rimangono diversi, che loro non accettano compromessi, che loro ci mettono un secondo a cacciare chi viola i principi del Movimento, che loro non guardano in faccia a nessuno. Tutto ben detto, salvo che la via d’uscita sarebbe stata la più clamorosa sconfitta per i Cinquestelle, che sulla Raggi alfiere del rinnovamento avevano puntato tutte le loro fiches. È illusorio, infatti, pensare che Grillo possa fare con la Raggi quello che maldestramente ha tentato di fare la Raggi con Marra: come lei ha detto che in fondo era solo uno dei dodicimila dipendenti del Comune, così Grillo e i suoi avrebbero dovuto provare a dire che in fondo la Raggi non è che uno degli ottomila sindaci d’Italia. La Raggi si è scusata per aver scelto Marra: sarebbe bastato che Grillo si scusasse per aver scelto la Raggi?

La seconda opzione, quella per la quale Grillo si è risolto, al termine di un vertice fiume, punta a debellare il virus che ha infettato il Movimento, – per usare l’espressione impiegata da una personalità di punta dei Cinquestelle romani, Roberta Lombardi –, allontanando, dopo l’arresto del fidatissimo Marra, anche gli altri uomini sui quali Virginia Raggi ha puntato: il vicesindaco Daniele Frongia e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica. L’ipotesi è insomma che la via d’uscita sia spegnere il raggio magico, e mettere definitivamente il sindaco sotto stretta tutela. In realtà, avevano già provato a fare una cosa del genere: con il contratto che la candidata aveva dovuto firmare (con tanto di penale in caso di «danno d’immagine» al Movimento), e con la costituzione di un mini-direttorio sulle rive del Tevere, ben presto però sciolto per manifesta inutilità. La Raggi infatti aveva orgogliosamente rivendicato la propria autonomia. La quale però, com’è di tutta evidenza, si fondava proprio sugli uomini finiti nel mirino delle indagini. Dove, d’altra parte, avrebbe dovuto andare a prendere una classe dirigente pentastellata? I grillini non ce l’avevano, e forse aveva ragione un’altra esponente di peso, Paola Taverna, quando disse (per paradosso ma non troppo) che a Roma sarebbe stato molto meglio perdere: sta di fatto che il sindaco ha pescato nel giro delle sue amicizie, dei suoi rapporti personali, professionali, anche per mantenere un minimo di indipendenza. Partita col piede sbagliato, in mezzo a mille incertezze, tra assessori nominati e poi revocati, assessori dimessi e ora anche dirigenti arrestati, la possibilità che la Raggi continuasse a fare di testa sua e che il Movimento la seguisse compattamente era già del tutto tramontata. Ma ora commissariare il sindaco, chiedere e ottenere la testa dei suoi fedelissimi, non farle fare più un passo senza l’approvazione di Grillo (o del suo Staff, o di Casaleggio, o del direttorio nazionale, o dei parlamentari romani, o dei presidenti pentastellati dei municipi cittadini, oppure di tutti costoro messi insieme) significa comunque esporsi al rischio che, alla prossima tegola, se ne venga giù tutto il tetto del Campidoglio, e che il Movimento intero, non solo la Raggi, ci finisca sotto. Perché le procedure con le quali ha proceduto alle nomine sono tuttora sotto la lente dei magistrati: cosa succederà allora se domani arrivasse al primo cittadino un avviso di garanzia per abuso d’ufficio? Nel contratto, il «danno di immagine» è quantificato per la modica somma di 150.000 euro, e a quanto si sa la Raggi, al primo stormir delle fronde, avrebbe chiesto un parere legale circa l’esigibilità di quella cifra. Ma a parte la vile pecunia: il danno politico?

Stretto fra queste due opzioni, Grillo ha deciso: commissariamento. Romeo si dimette, Frongia non fa più il vicesindaco e mantiene solo le deleghe. E pure il fratello di Marra se ne va. Il tutto viene rubricato sotto la voce «segno di cambiamento», come se la giunta Raggi non fosse in piedi da soli sei mesi, e il problema non fosse casomai quello di durare, essendo cambiata la squadra di governo già troppo in così poco tempo. Ma tant’è: anche i grillini scoprono il politichese e la realpolitik.

E se poi la Procura notificasse davvero qualcosa, nei prossimi giorni o nelle prossime settimane? Ecco la risposta di Grillo, che merita di essere letta per intero, e, quasi, di essere lasciata senza commento: «A breve defineremo un codice etico che regola il comportamento degli eletti del MoVimento 5 Stelle in caso di procedimenti giudiziari. Ci stanno combattendo con tutte le armi comprese le denunce facili che comunque comportano atti dovuti come l’iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia». Definiranno un codice etico. Tradotto: fino a ieri un avviso di garanzia comportava dimissioni; da oggi, per i nostri, cominceremo a parlare di atti dovuti e ci riscopriremo garantisti. Contro gli altri continuiamo a strillare in piazza «onestà! Onesta!», per i nostri gridiamo invece al complotto e ce la prendiamo con quelli che ci vogliono fermare. Due pesi, due misure, due morali. Se la contraddizione non esplode prima e arrivano presto le elezioni, magari Grillo la sfanga, ma Roma no.

(Il Mattino, 18 dicembre 2016)

 

 

Raggi, un nuovo schiaffo per la giunta: anche Tutino rinuncia all’assessorato

immagineLa saga dell’assessore al bilancio del Comune di Roma continua e non se ne vede la fine. Virginia Raggi, la Sindaca, ha detto a Palermo, lo scorso weekend, che l’ultima moda della stampa che imperterrita si accanisce contro di lei sono le sue orecchie.

Sarà. Ma non si tratta precisamente di orecchie, quando trascorrono più di cento giorni e la nomina dell’assessore non arriva. Non è poi così frequente che la Capitale d’Italia rimanga per oltre tre mesi senza una pedina fondamentale, senza l’uomo che deve far quadrare i conti pubblici (che a Roma quadrati non sono). Non è neppure quello che la Raggi aveva promesso ai cittadini, in campagna elettorale.

A ciò si aggiunga che, in realtà, si tratta di nominare il terzo assessore al Bilancio, visto che il primo, Marcello MInenna, si è dimesso dal mandato per insanabili contrasti politici, mentre il secondo, Raffaele De Dominicis, non ha fatto a tempo ad essere indicato che subito la sindaca ci ha ripensato e lo ha revocato, avendo scoperto che non era in possesso dei necessari requisiti (non giuridici ma, a quanto doveva parerle, morali).

Il Movimento Cinquestelle ha insomma già maciullato un paio di nomi. Ora è la volta di Salvatore Tutino, anche lui come il predecessore (predecessore per modo di dire) magistrato della Corte dei Conti. Il suo nome circolava da alcuni giorni, ma appena è sembrata cosa fatta è partito un robusto fuoco di sbarramento. Il capo d’accusa: far parte della casta. La Raggi aveva detto chiaramente agli altri esponenti di punta del Movimento che la scelta dell’assessore sarebbe toccata a lei e non ad altri che a lei. Ma non è bastato a fermare gli attacchi, a cominciare – dicono le cronache – da quelli di Roberto Fico, che Tutino proprio non lo voleva. Così Tutino ha dovuto rinunciare: «Attacchi del tutto ingiustificati minano alla base ogni possibilità di un proficuo lavoro». E tanti saluti al Campidoglio.

Ma a proposito di orecchie e padiglioni auricolari: siccome il nemico ti ascolta, è d’uopo tacere. Così Beppe Grillo ha twittato: «Ringrazio di cuore tutti i portavoce M5S che non faranno né dichiarazioni né interviste su Roma nei prossimi giorni. Grazie di cuore a tutti».

Il capo politico – perché i grillini dell’«uno vale uno» un capo ce l’hanno e non possono non averlo, visti i casini in cui si stanno infilando – il capo ha imposto a tutti il silenzio stampa, come succede alle squadre di calcio che perdono una partita dietro l’altra. Il Presidente chiama a rapporto l’allenatore, e vieta ai tesserati del club di parlare con gli odiati giornalisti.

Prima o poi la vicenda si chiuderà e Roma, abituata del resto al gioco delle fumate nere e delle fumate bianche del conclave cardinalizio, avrà il suo assessore. Ma resta qualcosa di più di un’impressione di inadeguatezza in capo alla sindaca. Perché non si tratta di difficoltà amministrative, non ci sono provvedimenti o delibere che dividono i dirigenti pentastellati. Tutto questo deve ancora avvenire: la concreta attività di giunta non è neppure cominciata. Si tratta invece di una lotta di potere serrata. Si tratta di nomine, di persone che la Raggi vuole che rispondano innanzitutto a lei e che godano della sua fiducia, e che invece il Movimento vuole controllare da vicino.

La geografia dei Cinquestelle dice che la Raggi ha contro i grillini antemarcia, e in particolare le esponenti romane di maggiore peso, Roberta Lombardi e Paola Taverna. Ma c’è comunque un nodo di fondo che rimane irrisolto. Tutte le volte in cui Virginia Raggi rivendica indipendenza e autonomia si urta contro l’ideologia pentastellata del mandato imperativo, contro il vincolo di mandato che è, però, quintessenziale al Movimento. Ora Tutino farebbe parte della casta per via di stipendi e pensioni di cui godrebbe: di qui l’accusa, le tensioni, le dichiarazioni, infine la rinuncia. Ma in realtà il solo fatto che un diaframma rappresentativo si interponga fra la base e gli eletti scatena prima o poi attacchi e risentimenti. È così fin dall’elezione, a Parma, di Pizzarotti, il primo sindaco grillino di una città di medie dimensioni. Che non a caso sta finendo in questi giorni definitivamente fuori dal Movimento. Non ci possono infatti essere rappresentanti, tra i Cinquestelle. Almeno in linea di principio. Perché di fatto ci sono, e non possono non esserci, dal momento che la legge assegna poteri e prerogative alla Sindaca, non certo a Roberto Fico (questa volta) o a Roberta Lombardi e Paola Taverna (le altre volte). Così lo scontro è inevitabile, ed è altrettanto inevitabile che avvenga non in consiglio comunale, ma da qualche altra parte tra la villa di Grillo, l’azienda di Casaleggio, gli uffici dei deputati o la stanza della sindaca. I grillini, campioni di democrazia e di regole per i quali tutto il resto del mondo politico affonda nell’illegalità e nella corruzione, non riescono insomma a dare chiarezza, formalità e certezza al modo in cui procedono nel rapporto con gli eletti. Non lo sanno, ma è, o sarebbe, moralità anche questa.

(Il Mattino, 28 settembre 2016)

Uno vale uno, ma il comico vale per tutti

immagineC’è una bella metafora di Aristotele, che viene in mente leggendo di queste giornate di passione del Movimento Cinque Stelle a Roma. Che continuano: stavolta l’amaro calice delle dimissioni devono berlo i componenti del mini-direttorio che avrebbero dovuto affiancare Virginia Raggi nelle scelte più rilevanti della nuova amministrazione capitolina. Sembra scritto in neo-lingua: tutto bene, compito svolto, mollate i pappafichi, noi restiamo a terra mentre la nave comincia la sua navigazione. In realtà, ancora nulla è tornato al suo posto. Il nuovo assessore al bilancio, De Dominicis, non ha nemmeno fatto in tempo a insediarsi che ha già dovuto rinunciare: risulta infatti indagato dalla procura per abuso d’ufficio, e così, per la Sindaca che poche ore fa lo ha nominato, non ha più i requisiti. La giunta, dunque, non è ancora al completo.

Intanto vacilla pure il gran Direttorio (in realtà un duumvirato) di Di Battista e Di Maio: non c’è solo il sindaco di Parma, Pizzarotti, che lo vorrebbe dimissionare; anche fra i parlamentari e nella base aumentano le perplessità e le critiche. Grillo e Casaleggio avevano rinunciato al sacro principio dell’«uno uguale uno», e del «siamo tutti portavoce» perché non è così che funziona in realtà, e perché anche un Movimento retto da un non-Statuto con una testa in Liguria (Grillo) e un’altra in Lombardia (Casaleggio), ha bisogno di un’ossatura organizzativa. Il peso dei big del Movimento è allora cresciuto, e di pari passo è venuto scemando il ruolo della Rete, ridotto a rumore di fondo che si ingrossa solo nelle giornate di tempesta. Ma l’infelice gestione del caso Roma sta mettendo a dura prova la struttura direttoriale, per la semplice ragione che essa è priva di un’autentica legittimazione: si fonda infatti sul principio della nomina, pur non essendo scritto da nessuna parte ed essendo anzi contrario allo spirito «dal basso» del Movimento che i dirigenti pentastellati debbano essere, tutt’al contrario, nominati «dall’alto».

Grande è dunque la confusione sotto il cielo. Se Grillo non si stuferà, se come un grande Timoniere non deciderà di bel bello di bombardare lui il quartiere generale, sarà difficile che il Movimento trovi presto un punto fermo.

Così viene in mente la metafora aristotelica dell’esercito in rotta: le fila che disordinatamente si rompono e il fuggi fuggi generale. A un certo punto, però, qualcuno si arresta, non indietreggia più. Qualcun altro allora gli si fa accosto e poco a poco si costruisce una nuova linea difensiva. Aristotele usava la metafora per spiegare la nascita del concetto, ossia: com’è che a un certo punto ci si raccapezzi un po’. Per i Cinquestelle è un po’ più dura che per l’esercito di Aristotele, perché la rotta avviene in una terra incognita: non solo o non tanto per l’inesperienza politica o amministrativa, ma perché mancano persino i luoghi dove questo debba avvenire: nella residenza genovese di Grillo o in quella al mare? Nell’albergo romano deciso all’ultimo minuto o nel retropalco di un comizio? In un ufficio di Montecitorio o negli uffici della Casaleggio e Associati? Il movimento ha casa in Rete, così una casa vera non ce l’ha. E non ha dei veri organi interni. Probabilmente nessuno rimpiange i congressi, le assemblee nazionali, i comitati centrali e gli uffici politici di una volta. Nessuno prova più un brivido se sente parlare dl dispositivo di una commissione regionale di controllo, o dei provvedimenti di una segreteria di federazione: i partiti sono stati liquidati da un pezzo. Ma lo svolgimento della vita interna non sembra proprio che ne abbia guadagnato. Può darsi che l’iniziativa presa dal Pd, di stendere una legge sui partiti in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione,non andrà in porto, ed è nota, peraltro,la ragione per cui quella legge non è mai stata scritta: per timore che, essendovi una legge, la lotta politica interna potesse essere decisa da qualche ricorso al magistrato di turno. Ma resta un impressionante deficit di democraticità in tutte le formazioni politiche (bisogna dirlo: proprio il Pd, che tiene ancora congressi e primarie, fa eccezione), l’assenza di chiare procedure di autorizzazione, e un’inconsistenza sul piano organizzativo e gestionale preoccupante. Naturalmente c’è stato e c’è ancora un modo per coprire tutti questi difetti, ed è il ricorso al leader. È così, dopo tutto, che il centrodestra tiene ancora botta: grazie a Berlusconi (pur essendo, in verità, molto più dell’esercito di Silvio), ed è così che il M5S ha sin qui funzionato: grazie a Grillo (pur essendo, senza di lui, molto meno di quello che appare nello schermo virtuale della Rete)

Ma allora ci vuole almeno che il comico genovese salga su un predellino, come il Cavaliere, e dica come si fa o non si fa, consumando così anche le ultime ambizioni di autonomia dei piccoli candidati in pectore che cercava di coltivare nel Direttorio: i Di Battista e i Di Maio, appunto.Un colpo, forse, finirà allora davvero per cadere sul quartier generale, e una bella rivoluzione culturale restituirà definitivamente al Movimento la sua vera natura anti-istituzionale.

(Il Mattino, 9 settembre 2016)

I grillini nudi, senza il totem dell’onestà

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La riservatezza, l’ipocrisia, il compromesso. Da un lato. E dall’altro l’ambizione, il potere, la forza. Ora, si provi a far politica eliminando tutto questo: rinunciando alle ambizioni degli uomini, all’uso (legittimo) della forza, alla gestione del potere. Ma anche alla necessaria riservatezza che protegge ogni forma di accordo o di mediazione, all’ipocrisia spesso necessaria per cucire i rapporti, salvare le apparenze, lavorare in squadra. E infine ai compromessi su principi o valori chiamati a confrontarsi con la realtà sempre prosaica del mondo. I Cinquestelle hanno pensato forse che fosse possibile qualcosa del genere, qualcosa che ovviamente ha i contorni ideali della purezza, dell’onestà, della sincerità ma che purtroppo non ha, non riesce ad avere la forma della politica.

Ora succede che la sindaca Virginia Raggi ha mentito, o forse ha solo omesso di dire (distinzione ipocrita quant’altre mai), che l’assessore Muraro ha taciuto, poi ammesso a bassissima voce (altra ipocrisia), quindi smentito o precisato o corretto. Succede che uno, Di Maio, diserta l’appuntamento televisivo, e l’altro, Di Battista, diserta la manifestazione pubblica. Succede infine che il Movimento che aveva fatto della trasparenza, dello streaming, della partecipazione online una bandiera, di colpoammutolisca: Grillo non dice nulla (al più lascia filtrare: ipocrita), Davide Casaleggio è inavvicinabile, e nulla compare sui blog e le bacheche dei leader del movimento.

Una punizione, una forma di contrappasso che neanche Dante Alighieri avrebbe saputo immaginare così dura, rapida e perfetta. Il fatto è che, privatisi di strumenti essenziali alla vita politica, rimasti solo con il grido: “Onestà! Onestà!” strozzato in gola, i grillini non sanno come venirne fuori. Che vuol dire, ben al di là della crisi in corso, come salvare un’ideologia totalmente impolitica ed esercitare insieme la responsabilità politica, che i romani hanno pur sempre conferito loro alle elezioniamministrative, cartina di tornasole di ogni futura prova di governo.

Le due cose non stanno insieme, e non perché la politica è inguaribilmente corrotta, marcia, irredimibile. Al contrario: proprio l’aver pensato che la politica fosse inguaribilmente corrotta marcia e irredimibile li ha costretti a rifiutarne completamente la forma. In termini psicanalitici, si direbbe che i grillini hanno qualche problema con il principio di realtà. Di qui i narcisismi e, ora, gli isterismi.

Parliamoci chiaro, infatti: quello che è successo a Roma è nulla, o quasi. E invece rischia di affossare tutto, e di sommergere tutto: un assessore, una giunta, un Movimento. C’è un nuovo assessore al bilancio scelto dalla sindaca sentendo non organi di partito (esistono?) mauna persona amica, di cui si fida. E c’è un’indagine in corso a carico di un altro assessore, indagine che è solo agli inizi, di cui si sa molto poco, e che peraltro interessa una materia assai controversa, in cui si mescolano interessi e lotte di potere. Quisquilie. Pinzillacchere. In qualunque parte del mondo, un sindaco e il suo partito saprebbero come attutire l’impatto di queste piccole grane, e troverebbero il modo di affrontare politicamente anche i contrasti interni al Movimento (“raggio magico”contro mini-direttorio romano). Invece per i Cinquestelle diventano due patate bollenti impossibili da maneggiare. Se ora uno domandasse per esempio, a un cittadino della Capitale: “vuoi la soluzione dei problemi finanziari della città e del problema dei rifiuti, anche se il costo èqualche compromesso con i poteri reali, maniere un po’ più spicce e la testa di questo o quell’esponente politico?”, non vi è dubbio che la risposta sarebbe: “fate pure le vostre lotte, ma datemi una città risanata”. Ma il guaio è che i grillini non sono in condizione di porre quella domanda né esplicitamente né implicitamente (e ovviamente si dovrà vedere – se si potrà vedere – cosa sapranno fare), cioè non sono in condizione di fare politica. Continuano a pensare che basti l’onestà, e sono anche disponibili a considerare indispensabile la competenza, per cui si sforzano di trovare ed esibire come uno scalpo le competenze tecniche conquistate alla causa (vedi il ricorso ai magistrati), ma non sono disponibili a confessare, anzitutto a se stessi, che in politica è in gioco ben altro. Non sanno, non vogliono sapere, che la politica è una di quelle dimensioni che sul cammino della civiltà gli uomini hanno costruito per spostare su mete socialmente condivise una certa quota di aggressività primaria, ineliminabile ma per fortuna regolabile. A condizione ovviamente, di riconoscerla, invece di negarla come struzzi.

Si chiama sublimazione. E in certo modo un meccanismo simile c’è persino nella Bibbia, se è vero che la colpa di Adamo fu felice, perché diede origine alla storia della salvezza. Vale a dire: qualcosa di non propriamente commendevole è potuta servire a maggior gloria di Dio. Ma i Cinquestelle sono oltre la Bibbia: non accettano nulla che sia meno che commendevole,  tracciano una linea che impedisce loro di pareggiare, compensare o mediare. E alla fine impedirà anche di agire politicamente.

(Il Mattino, 7 settembre 2016)

La lotta di potere a porte chiuse dei Cinquestelle

ImmagineNo, non c’entrano i topi, i cassonetti pieni di rifiuti, le baracche lungo il Tevere o uno qualunque dei mille problemi della città. Virginia Raggi è sindaco di Roma da troppi pochi giorni perché le si possa già buttare addosso la responsabilità per i mali che affliggono la Capitale. Ma i giorni che ha impiegato per completare la sua giunta, pochi o molti che siano, sono stati sufficienti a Roberta Lombardi per lasciare il direttorio capitolino, lo «staff stellare» che s’era deciso avrebbe affiancato la Raggi per governare al meglio la città.

Naturalmente la Lombardi smentisce litigi, diverbi o dissapori. Ha un sacco da fare, sta preparando la festa nazionale del Movimento che si terrà a Palermo a settembre, e quindi il suo supporto non potrà che venire «dall’esterno». I giornalisti: sono loro che si inventano «liti, gelo o siluramenti»: secondo la Lombardi tutti vanno d’amore e d’accordo, tutti danno una mano generosa a Virginia.

Ora, si potrebbe dire: dateci almeno uno straccio di diretta, fateci vedere le riunioni del direttorio e i baci e gli abbracci che si scambiano i cinque membri fra di loro, così evitiamo di leggere i perfidi retroscena della carta stampata, ostile e prevenuta contro i grillini. Ma purtroppo la mistica della trasparenza è in ribasso: nessun incontro avviene in favore di telecamere, Grillo va dalla Raggi, si intrattiene due ore e nulla trapela; da Casaleggio a Milano gli amministratori locali si riuniscono a porte chiuse, tutti si incontrano riservatamente e nessuno spiega che fine abbia fatto il caro vecchio streaming al quale, ai loro esordi in Parlamento, volevano inchiodare i maneggi e le sordide trame delle forze politiche tradizionali.

In realtà, non c’è nulla di sorprendente in quello che accade all’ombra del Campidoglio, e se anche è difficile mettere a fuoco i particolari, è chiaro che le dinamiche innescate dalla vittoria della Raggi mettono i Cinquestelle di fronte a un’evidenza lampante, ma ufficialmente e ostinatamente negata, alla quale si accostano dunque impreparati: che cioè l’esercizio della responsabilità politica è un esercizio di potere. Né più, né meno. E ciò è vero persino nel Movimento Cinquestelle, lo vogliano o no i cittadini-portavoce: c’è chi ha potere e chi no. Chi è eletto e chi no. Chi guida il Movimento e chi no. Chi fa le nomine e chi cerca di condizionarle. La legittimazione democratica non elimina affatto queste distinzioni, e non le elimina neppure l’interpretazione grillina della democrazia. È il caso infatti di aggiungere che nulla di quello che sta avvenendo a Roma avviene, ovviamente, via web. Sulla Rete si trova piuttosto il gelido comunicato ufficiale della Lombardi, o le parole brezneviane del premier in pectore Luigi Di Maio. Ecco: non ci fossero i giornali con le loro maldicenze, di tensioni interne al Movimento nessuno parlerebbe (come non se ne parla sul blog di Grillo, che nulla dice), e la Lombardi scomparirebbe dalle foto del direttorio romano con un semplice photoshop, come una volta si sbianchettavano le immagini del Politburo, eliminando le figure cadute in disgrazia.

Di qui alla fine del mandato di Virginia Raggi con ogni probabilità ne vedremo molte altre, di vicende simili: di dimissioni, espulsioni, cambi di casacca. Manca però ai grillini la possibilità di rappresentare questi sommovimenti così come li si rappresentava una volta: come uno scontro fra linee diverse, o fra interessi diversi, o fra correnti diverse. Per definizione, infatti, nessuna diversità può albergare nel Movimento, che sta sempre dalla parte dei cittadini, che è anzi formato dai cittadini medesimi e che dunque non può mai tradirne le ragioni (salvo cacciare i traditori). Né si vede come sia possibile, allo stato, che si formi una dialettica interna ai Cinquestelle. Una dialettica, beninteso, che sia riconosciuta come tale, e che possa liberamente articolarsi senza subire gli anatemi di Grillo, o i richiami all’ordine di Casaleggio.

La costituzione di un direttorio che, nelle alate parole primaverili dell’allora candidata Raggi doveva fare la differenza e mettere il sindaco «nelle condizioni di superare le difficoltà gestionali e burocratiche a cui la mala politica ci ha sottoposto per decenni» era in realtà un tentativo di commissariarla ante factum. Per ora sembra che la Raggi, sostenuta da Grillo e da Di Maio, pur cedendo nei giorni scorsi sulla nomina del capo di Gabinetto, abbia però ottenuto qualche margine di autonomia in più, scrollandosi di dosso l’ingombrante cupola: al posto tanto ambito non è così andato la sua prima scelta, Daniele Frongia – nominato in compenso vice-sindaco – ma nemmeno il nome sponsorizzato dalla odiata Lombardi, il magistrato Daniela Morgante. È toccato così a Carla Ranieri, e la Lombardi ha lasciato il direttorio.

Ebbene, come si dovrebbero raccontare queste storie, se non in termini di una lotta senza esclusioni di colpi per il governo della città? Ma siccome la politica pentastellata è ufficialmente un’altra cosa, si chiamerà in un’altra maniera. Purtroppo però non è solo una questione di parole, ma di capacità politica, prima ancora che amministrativa. Non di competenze o professionalità, ma di direzione e leadership. E alla fine, al netto di tutte le parole, è su questo che anche i grillini e Virginia Raggi saranno giudicati.

(Il Mattino, 15 luglio 2016)