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La verità contro il razzismo

TERMINILa verità sull’immigrazione. Non è facile, ma è necessario. I toni populisti e forcaioli rendono difficile proporre un ragionamento serio; i rischi dell’equivoco, oppure della strumentalizzazione si nascondono dietro ogni parola, e tuttavia non basta prendersela con chi soffia sul fuoco o lucra sulla paura, senza domandarsi perché il fuoco covi sotto la cenere, e come mai sia possibile condurre un simile gioco. Vi sono aspetti generali del fenomeno difficilmente governabili, e vi è sicuramente una responsabilità dell’Europa che non può lavarsene le mani e lasciare soli i paesi più esposti, ma esposti – voglio chiedere – a cosa? All’ingresso di orde di barbari, di delinquenti incalliti, di razze geneticamente inferiori? Nulla di tutto questo, ovviamente. Ma è passato quasi un quarto di secolo da quando una nave di albanesi colma fino all’inverosimile si affacciò sulle nostre coste: cosa abbiamo fatto da allora perché fosse meno estraneo il volto dell’altro, e meno minaccioso? Quali politiche per l’immigrazione e per la sicurezza sono state attuate, e con che risultati? Quanto si può dire che sia riuscita l’integrazione degli extra-comunitari, e quanti di costoro, che sono qui ormai da anni, non sono più extra? A chi abbiamo dato la cittadinanza? A chi saremmo disposti a darla? E a quali condizioni la daremmo? Quali doveri pretendiamo noi, come Paese,d a un immigrato?

Non sono domande difficili, eppure a molte di esse non possiamo che dare risposte molto parziali, lacunose, insufficienti. Manca infatti un quadro di regole soddisfacente che consentano un governo effettivo del fenomeno. Governarlo non può voler dire abolirlo: è impossibile, non si può fare. Ma non può voler dire nemmeno rinunciarvi del tutto, e pazienza se ognuno si dovrà arrangiare come può. La Lega, d’altra parte, può montare tutta la caciara che vuole, prendersela coi prefetti o coi magistrati, gridare al nemico alle porte e tirar su il ponte levatoio. Può farlo, incurante delle responsabilità che ha, per essere stata alla guida del Paese per anni, per avere avuto la titolarità del ministero dell’Interno, per avere firmato il Trattato di Dublino e la regola che lascia sulle spalle del paese d’arrivo (spesso l’Italia) tutto il peso dei migranti. Ma presa la distanza più netta e più radicale dalla insopportabile demagogia leghista, non è demagogico anche parlare di accoglienza, di ospitalità, di solidarietà, parlare ed avere fallito e fallire nell’opera di scolarizzazione, oppure utilizzare la pressione migratoria solo come esercito di riserva (magari illegale) della manovalanza meno qualificata?

Quale rapporto vi è fra le parole pur necessarie per svelenire il clima ed incoraggiare il reciproco rispetto (che è qualcosa più della tolleranza, cioè della sopportazione pura e semplice del diverso), quale rapporto  vi è – dico – fra queste parole e le condizioni reali di convivenza che si danno nelle periferie delle nostre città, negli angoli delle strade dove li incontriamo: fantasmi che vorremmo non incrociare mai, spettri che ci assillano con la loro semplice presenza, estranei con i quali non sapremmo scambiare due parole? Finché non offriamo che questo: un modo di ammucchiarli in campi profughi, una specie di reclusione in centri di presunta accoglienza dove qualcuno monetizza oscenamente una pelosa solidarietà, e infine, il più delle volte, una condizione di clandestinità o di semi-illegalità, finché – ripeto – non mostriamo altro volto che questo, come possiamo pensare di educare loro e di educare noi stessi? La scommessa della multiculturalità non può essere vinta (benché la pressione migratoria sia tale che non sia possibile non giocarla), finché oscilla fra il relegare e l’ammassare, senza mai essere in grado di tracciare linee, stabilire norme, e soprattutto dire sì a questo e no a quello, visto che il no a tutto ingrossa solo le fila dei clandestini in terra e dei cadaveri in mare, ma anche il sì a tutto, senza politiche a sostegno, alla lunga produce risultati non molto diversi, anche se al riparo di una buona coscienza.

L’ospitalità è un dovere etico assoluto, incondizionato, che però ci interroga in quanto individui; la responsabilità politica è un’altra cosa, perché si estende anche agli individui che noi non siamo, alla cui fatica del vivere quotidiano non possiamo permetterci di aggiungere i nostri doveri etici inderogabili.  Essere ospitali non può, allora, voler dire accettare che ad ogni crocevia di strade, nelle nostre città, la criminalità abbia modo di gestire il racket dei lavavetri e il commercio dei fazzoletti di carta.

L’altra sera ho perso l’ultimo treno da Roma: la stazione Termini chiude per qualche ora. Sono rimasto nel piazzale antistante, per qualche ora, e ho visto un’umanità dolente, povera, raccogliersi stancamente, quasi uscire dall’ombra e cercare di organizzarsi alla bell’e meglio un giaciglio con buste e cartoni, cercare l’acqua di una fontanella per una toilette di fortuna, fasciarsi i piedi, frugare nell’immondizia. In che senso – mi chiedo – in che modo queste persone sono accolte in Italia? Perché chiamare accoglienza la mera tolleranza di una simile condizione? Non vi è uno spaventoso equivoco, in tutto ciò? E chi vincerebbe una sola elezione – lo dico alla sinistra che su questi temi ha perso e rischia di perdere nuovamente la Capitale – se lasciasse le cose così, come si vedono la notte, nei pressi della stazione Termini? E cosa pensa di chiedere a chi vive non per una malaugurata notte ma ogni giorno e ogni notte fianco a fianco di situazioni simili? Cosa pensa di opporre alla retorica leghista? Dire «non li vogliamo a casa nostra» è sbagliato e ingiusto, ma dire «la mia casa è la tua casa» è ipocrita. Ed è invece tempo di verità, vi prego, sull’immigrazione.

(Il Mattino, 13 giugno 2015)

La democrazia con la voce dei capipopolo

ImmagineI fatti di Roma non presentano troppi margini di ambiguità, e le ricostruzioni finora offerte dicono con sufficiente chiarezza cosa è successo: l’aggressione gratuita ai tifosi napoletani, nel pomeriggio, l’uso di un’arma da fuoco e il grave ferimento, le rassicurazioni fornite, su invito della società, prima dell’inizio della partita ai tifosi azzurri, e comunicate da Hamisk e dalle forze dell’ordine che parlottano con il capo ultrà, prima che la partita abbia inizio. Altrettanto chiaro è che cosa questura, federazione e società sportive debbano garantire, insieme al regolare svolgimento di una partita di calcio: una domenica senza episodi di violenza, senza surreali colloqui in curva con la tifoseria organizzata, senza lanci pericolosi dagli spalti, senza infiltrati nello stadio, senza un clima di diffuso timore, incertezza, prepotenza. Le cose come sono andate, insomma, e le cose come devono andare. Due piani che corrono paralleli e sembrano non incontrarsi mai.

Ma su uno di essi non è inutile condurre un ulteriore esercizio di comprensione: questi episodi infatti qualcosa dicono, anche perché tanto episodici non sono, vista la frequenza con cui si verificano. E quel che dicono forse non riguarda solo il pianeta calcio, visto che non è solo intorno a una partita di calcio che si fa esperienza di uno scollamento fra regole e istituzioni da una parte, e vita reale dall’altra. Di questo infatti si tratta: le prime pare proprio che non riescano più a contenere e a dar forma alla seconda. A dargli misura, ordine, sicurezza. Perché accade tutto ciò? Naturalmente il calcio e il tifo ultrà hanno qualcosa di proprio e specifico, che non intendo negare. Né intendo sostenere che non c’è altro da fare: dobbiamo tenerci gli ultrà, il tifo violento, le logiche tribali e la paura sui gradini degli stadi italiani. Nulla di tutto ciò. Ma come non percepire in quel riconoscimento de facto a Genny ‘a Carogna una debolezza, una fatica e un’insufficienza dei modi deldiritto e della democrazia? Di nuovo, e a scanso di equivoci: non intendo criticare il comportamento delle forze dell’ordine, che non hanno mai dubitato di dover consentire che il match avesse corso, né hanno chiesto per questo il permesso al tifo organizzato. Ma il punto non è questo. È invece rilevare che per spiegarsi, per farsi capire, per dare un senso alle decisioni prese e perché i tifosi si capacitassero si è avuto bisogno della mediazione del capo ultrà. E la mediazione ha funzionato.

Il politologo francese Pierre Rosanvallon ha coniato qualche tempo fa il concetto di «contro democrazia», per tenere insieme una serie ampia di fenomeni che hanno un tratto comune: la défiance, la sfiducia o la diffidenza nei confronti delle istituzioni democratico-rappresentantive. Lo scollamento ha un carattere ben più ampio e profondo di quello che può prodursi nei pressi di uno stadio, e riguarda, in generale, la distanza fra gli istituti della legittimità politico-giuridica e le modalità e le figure del riconoscimento, dell’investimento anche affettivo e dell’identificazione anche simbolica. Tocca il tifoso, ma anche il Papa; riguarda il comico, ma pure la grande firma. L’idea di Rosanvallon – che non riguarda dunque il gioco del calcio ma quello più generale della democrazia – è che c’è insomma un deficit di senso, cioè un deficit di politica. E che per porvi rimedio bisognerebbe agire seriamente in tre direzioni: nella «produzione di un mondo leggibile», nella «simbolizzazione del potere collettivo» e nella «messa in discussione delle differenze sociali». Tutte cose difficilissime e complicate anche a spiegarsi, ma che, tutte, dicono, che se una voce parla da un altoparlante con tono ufficiale non viene compreso, non viene accettato, non viene condiviso. E se la nostra ammaccata democrazia non ha molto di meglio da offrire nelle sue voci ufficiali, nelle sue sedi istituzionali, nelle sue organizzazioni di partito, perché meravigliarsi se bisogna andare fin sotto la curva a parlamentare? Il radicalismo o lo spregio per le regole non sono mai una soluzione, ma non lo sono nemmeno l’ironia sbrigativa, la facile indignazione e magari il sussiego con cui molti commentatori fingono di non saper neppure pronunciare il nome d’«’a Carogna».

(Il Mattino, 5 maggio 2014)

Dovuto, probabilmente

I filosofi, questi fantastici affabulatori: "Il segretario del Pd ha dovuto [corsivo mio] giocare il ruolo del perfetto continuatore, sia rispetto al governo Prodi sia rispetto all’Amministrazione Veltroni. E per questo, probabilmente [corsivo mio], l’ha pagata cara" (M. Cacciari). D’accordo: nessun chieda le dimissioni di Veltroni: ma una moratoria sulle scemenze?

(Spero che sia tutta colpa del giornale)