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Gomorra, la dimensione unica del male

gomorra-mania-serie-326948«Adesso ti portiamo alle Vele», e Claudio Giovannesi – ultimo arrivato nella squadra di registi arruolati per la seconda serie di Gomorra, che comincia questa sera – monta sul pulmino a nove posti e si fa il suo primo giro dalle parti di Scampia. Lì, tra quei palazzi e quelle strade, dove un tempo dominava incontrastato il boss Pietro Savastano, nuove alleanze si fanno e si disfano, e lì gli autori di Gomorra, a dieci anni di distanza dall’uscita del libro di Roberto Saviano, tornano a raccontare la geometrica potenza del Sistema.

Gomorra-la serie, giunta alla seconda stagione, è un prodotto di grandissima qualità, e una delle ragioni del suo successo è sicuramente nella cura meticolosa con la quale la realtà napoletana viene rappresentata. Non solo il crimine organizzato e i suoi efferati delitti, ma proprio la città, i quartieri, gli spazi: i muri e i cortili, gli svincoli e le reti di recinzione, gli appartamenti dove i camorristi vivono e i capannoni abbandonati dove versano la benzina per bruciare auto e corpi, dopo l’ultimoomicidio.

Non c’è nulla, in questo racconto crudele e disperato della città, che debba essere tolto per ragioni ideologiche o morali, e davvero non si capirebbe l’ennesima polemica sui panni sporchi che si lavano in famiglia. L’idea di Saviano, condivisa con gli sceneggiatori della serie, era, fin dall’inizio, che non doveva esserci il bene. Non doveva, perché non poteva. Nel corso della conferenza stampa di presentazione dei primi due episodi della serie, Saviano ha molto insistito sull’ambizione di mostrare anzitutto i meccanismi di funzionamento del potere. E il potere è il male. Saviano ha parlato di meccanismi, volendo con ciò intendere che il cuore della narrazione è nelle dinamiche del potere – le stesse ovunque – liberate da qualsiasi patina di mediazione, da qualsiasi imbellettamento o edulcoramento. Ed è così che si vedono in Gomorra, nude come le mani che uccidono, quando a finire un uomo non sono invece i colpi sparati in testa, a bruciapelo. È così che la vicenda criminale aiuta a rappresentarle. Nel book distribuito per la stampa Saviano scrive: «La testa di un boss ragiona esattamente come quella di un amministratore delegato o del direttore di un supermercato o di un Primo Ministro: il potere ha un’unica dimensione e ha sempre la stessa logica». In conferenza stampa ha poi aggiunto che, certo, il racconto parte da Napoli, ma non con l’obiettivo di raccontare Napoli al mondo, bensì con quello di raccontare il mondo – o meglio: l’unica dimensione su cui si regge la struttura del mondo – a partire da Napoli. Così sarebbe persino sbagliato dire che è una serie «napoletana», benché venga difficile immaginarla recitata in un’altra lingua. Eppure il mercato estero la compra, accettando nei sottotitoli un linguaggio omologato.

Evidentemente, l’idea di fondo è abbastanza robusto per costruisci sopra le dodici puntate della fiction. Se poi basti anche a stringere davvero, in un unico plesso, l’essenza del potere è altra faccenda, e ci torneremo. Ma intanto la serie funziona, secondo tutti i crismi delle migliori produzioni internazionali. Pietro Savastano, il vecchio boss fuggito dal carcere di massima sicurezza, cerca di riprendersi il suo pezzo di città. Il figlio Genny è anche lui tornato. Lo avevamo lasciato in fin di vita al termine della prima serie; a distanza di un anno da quei fatti è in combutta coi cartelli sudamericani della droga edè deciso anche lui a vendicarsi dei traditori, di Salvatore Conte, di Ciro Di Marzio e degli altri scissionisti che hanno stretto un’alleanza fondata sulla spartizione delle piazze di spaccio.

Il gioco principale è fra di loro: il padre, il figlio, l’amico (che tradisce), il rivale (che si allea col traditore).Le loro vite sono fatte di tre cose, di tre cose soltanto. Essi uccidono, ed è essenziale che sappiano farlo con assoluta spietatezza. Comunicano, ma lo fanno sempre con il massimo risparmio di parole, al telefono o di persona. Infine si spostano, in grosse auto dai finestrini quasi sempre alzati, o su potenti moto. Tutte e tre queste azioni comportano delle rinunce, ma quella che colpisce di più è la rinuncia all’aria aperta. La Napoli di Gomorra è una città claustrofobica: si vive in spazi limitati, anche quando si hanno a disposizione ville o lussuose camere d’albergo. Ma i personaggi escono da un appartamento ed entrano in un’auto, oppure scendono dall’auto, salgono le scale e di nuovo sono in un appartamento. O in qualche cantiere abbandonato. Molto raramente si avventurano nello spazio aperto. Per Saviano, la serie ha fra l’altro il pregio di raccontare come si assegna un appalto, o come si tiene una piazza di spaccio, o come si truccano le elezioni. Ma ancor meglio racconta che cos’è l’impero della violenza e dell’illegalità questa impossibilità di attraversare liberamente un luogo, di andare da un lato all’altro della strada senza temere un agguato.

Con questo è esaurito il racconto di Napoli, il racconto del nostro Paese? Ovviamente no. Ma è difficile farne colpa a Saviano o a Sollima. È anzi un fatto positivo che l’Italia entri con le storie di Gomorra nel mercato oggi più promettente, sia dal punto di vista commerciale che da quello artistico. Un mercato che ha cambiato profondamente la televisione, elevandola sullo stesso piano della cinematografia – a giudicare almeno dagli sforzi produttivi e dalle risorse impiegate. Il fatto negativo è se mai che il Paese non riesce ad essere più grande e più ricco delle storie che di esso si raccontano. Anche serie americane come House of Cards, infatti, non regalano certo un quadretto edificante della vita pubblica americana, ma in quel caso è più facile pensare che c’è dell’altro, oltre quello che si vede. Washington è corrotta? Forse, ma resta Washington e mantiene una sua grandezza anche se gli inquilini della Casa Bianca vi ordiscono inconfessabili trame.

In tutte le storie è richiesto allo spettatore una sospensione di incredulità: il che però non vuol dire solo che le storie debbono essere credibili, ma che esse devono la loro credibilità anzitutto a una logica e a una coerenza interna, alla quale lo spettatore può abbandonarsi senza preoccuparsi di doverla mantenere anche dopo, anche a proiezione ultimata. Con Gomorra è un po’ diverso, perché l’esperienza di staccare, di varcare una soglia, lasciando la realtà per godere della sua rappresentazione – ebbene: quell’esperienza è molto più labile. Napoli corrotta e dominata dal Sistema è Napoli, a tutti gli effetti: non arriva altro. Anzi, un pezzo della forza del racconto dipende proprio dalla grande capacità di affermare che non c’è altro.

Così torniamo all’assunto, all’essenza del potere, allo «schifo umano» che c’è e deve essere rappresentato per com’è. Ma potere è insieme Kratos e Bia. Lo insegnava Eschilo, e non per raccontare storie edificanti. Ma mentre Bia è la violenza muta e senza parole, Kratos è invece quella stessa violenza, portata però dentro una cultura, dei costumi, sotto delle leggi. In Gomorra, questa dimensione è completamente assente, al punto che le stesse dinamiche di potere quasi non toccano la sfera pubblica: sono dinamiche assolutamente centripete, piegate verso l’interno, verso il cuore del potere criminale, senza un interesse reale per tutto il resto, neppure – che so – per un poliziotto da corrompere o un magistrato da assassinare. Il che non nuoce certo alla narrazione, che anzi si mantiene compatta e potente, magnifica e feroce, spettacolare ed efferata. Ma se l’obiettivo è anche mostrare che cos’è il potere, allora sia permesso di dire che forse se ne mostra soltanto una metà.

(Il Mattino, 10 maggio 2016)

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La brutta Rai al tempo di Saviano

Acquisizione a schermo intero 26022016 134009.bmpSe una trasmissione della Rai vuole costruire un racconto sulla città di Napoli cosa fa? Prende gli ultimi morti ammazzati, filma un po’ di luoghi degradati, e poi chiama il massimo interprete mondiale  della inestirpabilemala pianta della camorra, Roberto Saviano, lasciandogli il microfono per una dozzina di minuti. Di meno no, di più magari sì. Così ha fatto Ballarò, l’altra sera. L’unica variazione rispetto a una sceneggiatura che non aveva nessun carattere di originalità stava nei comprimari che Massimo Giannini ha chiamato in studio, a parlare di Napoli: Antonio Bassolino e Valeria Ciarambino. Il primo impegnato in una sfida con se stesso, ancor prima che nelle primarie del centrosinistra; la seconda, invece, impegnata in un ruolo, quello di leader dell’opposizione grillina in Regione, di cui probabilmente ancora non si capacita. Come che sia, fossero o no adeguati a sostenere il confronto, resta il fatto che la Rai ha deciso che a parlare dei morti ammazzati, della guerra di camorra, della irredimibile disperazione della città fosse da New York Roberto Saviano, in veste di testimone e dunque senza l’onere di sostenere un contraddittorio (a proposito: si può contraddire Saviano?). Fatta la qual cosa, il conduttore di Ballarò ha lasciato a Bassolino e Ciarambino, in palese imbarazzo, un paio di minuti. Briciole.

Ora, nella natura di un talk show di approfondimento giornalistico, quale la trasmissione di punta di Rai 3 si picca di essere, dovrebbe essere lasciata al dibattito in studio la possibilità di fare emergere punti di vista diversi, magari contrapposti, comunque argomentati. Nella trasmissione di martedì scorso, Bassolino e Ciarambino hanno avuto – formalmente, almeno – la possibilità di interloquire, ma la distanza auratica dalla quale parlava Saviano, e il tempo spropositatamente lungo messo a sua disposizione, rispetto all’esiguo minutaggio riservato agli ospiti in studio, hanno ridotto quasi a macchietta, a caricatura, i loro interventi. Saviano parlava, anzi recitava, in piedi, assistito da un montaggio sapiente. Bassolino e Ciarambino stavano invece seduti, schiacciati sulle loro poltroncine, come scolaretti sottoposti al severo giudizio censorio, in un paio di punti perfino irridente, dell’autore di Gomorra.

Bene. Io chiedo  che mi venga risparmiata non l’accusa di lesa maestà nei confronti di Saviano – perché quella c’è tutta, lo riconosco, e in realtà riguarda meno, molto meno lui che i costruttori del pulpito dal quale lo fanno parlare ogni volta – ma la batteria di argomenti che di solito si usano in questi casi: a Napoli la camorra c’è veramente, non è mica una costruzione narrativa. Oppure: le responsabilità storiche e politiche della classe dirigente napoletana ci sono tutte, come si fa a negarle? O ancora: non bisogna lavare i panni sporchi in famiglia, e minimizzare, e nascondere la polvere sotto il tappeto, e insieme alla polvere pure i cadaveri che cadono per strada.

Tutto vero, tutto giusto, anzi sacrosanto. Ma la questione è un’altra. E cioè: che genere di trasmissione è Ballarò? Chiediamocelo, prima di schierarci a difesa di questo o di quello. Che nella rappresentazione di Napoli offerta martedì scorso doveva esserci qualcosa che non andava; che questa riduzione di una grande città di un milione di abitanti all’unico denominatore comune della sua cronaca nera fosse un filino parziale lo ha pensato onestamente persino Vittorio Feltri, di cui non si ricordano natali partenopei. È stato lui a introdurre l’unico elemento di dubbio sulla narrazione fin lì offerta, quando ha ricordato che altre città e altri paesi hanno tassi di criminalità più alti di Napoli. Ovviamente il punto non è quello, è se mai se gli unici tassi disponibili sulla città debbano riguardare la realtà criminale.

Il punto è, anzi, un altro ancora. Nel suo intervento fiume, Saviano è passato, sempre senza contraddittorio, dai mondi disperati del malaffare all’imputazione a carico della classe politica – imputazione che, detta da lui, equivale ipso facto a una condanna – per chiudere infine sul dovere morale di parlare, criticare, denunciare. Ha dunque enunciato il seguente paradosso: prima, con Berlusconi al potere, di camorra e corruzione si poteva parlare, il centrosinistra poteva parlare, ed anzi erano quelli gli strumenti per attaccarlo (più le signorine, bisognerebbe ricordare). Ora che tocca al centrosinistra e a Renzi, bisogna invece dire che va tutto ben e di camorra non si può parlare. Lo dice proprio lui, che è probabilmente l’unico, insieme forse a Benigni, a poter essere ospite di una trasmissione Rai e parlare dodici minuti di fila senza interruzione. Ad ogni modo, si è forse avuto il principio di una imprevista, doppia confessione. Lui non se ne è accorto, ma le sue parole si possono benissimo intendere così: che, prima, si trattava per molti di un uso strumentale di questi temi, e che ora, per gli stessi, non può non trattarsi di una difesa di posizioni acquisite. In tutto questo, viene infine da domandarsi, il servizio pubblico cosa c’entra?

(Il Mattino, 26 febbraio 2016)

L’insufficienza dell’onesta

Acquisizione a schermo intero 16052015 141556.bmpNella consueta rubrica che tiene sull’Espresso, Roberto Saviano riserva questa volta, nelle ultime righe, una piccola sorpresa. Non è che l’articolo non faccia già notizia per le critiche che lo scrittore indirizza a Grillo. Il leader dei Cinquestelle se l’era presa infatti con Veronesi e la sua Fondazione, sostenendo che si capisce perché il celebre oncologo vada così spesso in tv a parlare di prevenzione e di mammografia: perché riceve finanziamenti dall’industria farmaceutica. A Saviano non ci vuol molto obiettare che, da qualunque parte provengano i finanziamenti, la prevenzione è importante e salva vite umane: la dichiarazione rilasciata da Grillo è apparsa subito « folle», e però lo hanno detto tutti o quasi, sicché nessuna sorpresa. Poi però Saviano fa un altro passo: la butta in politica, e lì si meraviglia che nessuno nel movimento abbia preso le distanze dal leader, e in particolare che non l’abbia fatto Valeria Ciarambino, la candidata donna dei Cinquestelle in Campania, dove più forte è – probabilmente per cause ambientali – l’incidenza del tumore al seno sulla mortalità femminile. Infine Saviano fa un ultimo passo, e arriva la morale. Che non è la solita. E qui sta la sorpresa, perché la lezione che lo scrittore trae dalla vicenda non è affatto in linea con le censure abitualmente destinate alla politica e ai politici, bacchettati sempre per indecenze, ambiguità, timidezze e contiguità con la criminalità organizzata. Stavolta a finire sul banco degli imputati sono l’onesto Grillo e gli onesti tutti. La morale suona infatti così: «in politica l’ignoranza degli onesti è una cosa molto, molto pericolosa. Non basta essere incensurati, non condannati, non indagati. Bisogna essere prima di tutto responsabili». Ovviamente, Saviano non intende affatto che l’onestà non conti, e non costituisca anzi un requisito essenziale della buona politica. Tuttavia, forse perché la logica del ragionamento sin lì condotto lo spingeva a tanto, o forse perché funzionava bene come conclusione, questa volta apprendiamo dalla penna del campione indiscusso di moralità del paese – l’unico in grado di bacchettare persino Cantone, in questa materia – che la prima cosa per un politico non è l’onestà: la prima cosa è la responsabilità. Max Weber, quello della politica come professione e dell’etica come responsabilità opposta all’etica dell’intenzione (che cioè se ne frega delle conseguenze del suo agire) non avrebbe saputo dir meglio. Si spiega così: Grillo fa la morale, se poi le donne smettono di  farsi la mammografia a lui cosa mai importa? Lui ha detto (o presunto di dire, in tutta onestà) la verità, costi quel che costi.

Ma allora: se, in un confronto a due, fossimo chiamati a scegliere fra un politico onesto ma irresponsabile e un politico disonesto ma responsabile, dovremmo forse preferire il secondo, in base al «prima di tutto la responsabilità» di Saviano? Attenzione: è solo un paradosso. Non si vuol cioè dire, né Saviano dice, che è giocoforza essere disonesti, se si vuol esser responsabili. Di più, in una regione fortemente permeata dalla criminalità organizzata, e con un debole senso della legalità come la Campania, la disonestà è forse la prima delle irresponsabilità. Ma rimane sorprendente vedere Saviano lasciar perdere per una volta l’intemerata morale e prendersela invece col partito degli onesti: cioè degli onesti ad ogni costo, che si pretendono in pace con la loro coscienza, salvo dire o fare clamorose stupidaggini.

Ma dalle parole di Saviano capiamo anche un’altra cosa, ancor più dirompente della prima: che cioè se abbiamo la (buona?) ventura di imbatterci in un politico onesto, dalla coscienza non pulita ma pulitissima, anzi adamantina, anzi inattaccabile, c’è caso che proprio questa sua inattaccabilità lo armi oltre misura e lo renda addirittura «pericoloso» per la democrazia, particolarmente (aggiungiamo noi) in un tempo in cui l’indignazione morale produce effetti politici molto più che le proteste sociali o le organizzazioni di partito.  Gli antichi chiamavano hybris, tracotanza, la tendenza a spingersi oltre il confine assegnato dagli dèi agli uomini. Ormai gli dèi sono fuggiti dalla sfera pubblica, e confini simili non ce ne sono più. Ma è bello che sia proprio Saviano ad accorgersi degli sconfinamenti che vengono comunque compiuti da chi pontifica in nome della morale. Non siamo infatti al racconto autobiografico, ma ci piace pensare che poco ci manca.

(Il Mattino, 16 maggio 2015)

Quel che manca è una vera proposta politica

elezioni

Ma l’avete mai fatta una campagna elettorale? Marco Tullio Cicerone, a suo tempo, la fece. E si conserva la lettera che Quinto Tullio, suo fratello, gli scrisse per consigliargli il modo di ingraziarsi gli amici e procacciarsi i voti. La lettera risale, a quanto ci dicono gli studiosi, al 64 a.C: la bellezza di duemilasettantanove anni fa, se non ho fatto male i conti. Beh: andatevelo a leggere. Le circostanze storiche e politiche generali erano a quel tempo un po’ diverse da ora, ma si votava anche allora, eppure i consigli di Quinto temo funzionerebbero benissimo anche oggi. Basti solo questo piccolo inciso, che si trova nell’epistola: «di questi comportamenti [non importa quali] il primo è tipico dell’uomo onesto, il secondo del buon candidato». Non serve commento.

Orbene, che lezione vogliamo trarre, a proposito della campagna elettorale che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, della formazione delle liste, dei comizi e delle strette di mano? Forse nessuna. O forse questa, che siccome il suffragio l’abbiamo dai tempi di Quinto e Marco reso (faticosamente) universale e non lo possiamo certo abolire, i «petitores» (così si chiamavano i candidati: quelli che ti chiedono il voto) si troveranno immancabilmente di fronte al dilemma di Quinto: vedi tu se vuoi essere solo un uomo onesto, o piuttosto un buon candidato. Se è così, c’è purtroppo ben poco da sperare dal candidato, e molto più dal contesto in cui è chiamato ad operare, e dunque dal numero di volte in cui si presenterà innanzi a lui il fatidico dilemma.

Questo contesto è fatto di tre cose: di leggi, di partiti, di opinione pubblica e società civile, cioè del corpo elettorale. Ieri su questo giornale Raffaele Cantone si è preoccupato anzitutto di chiedere leggi più severe: nuovi interventi normativi, rafforzamento delle misure attualmente in vigore.  Che il tema ci sia, come ha detto Saviano e come ha ripetuto Cantone, è assolutamente indubbio. C’è a tal punto che quasi non si parla d’altro. In particolare, non si parla di programmi, ma in verità i sondaggisti assicurano che gli elettori non votano certo in base ai programmi, e temo che la pensassero così anche i fratelli Cicerone, pur senza disporre dei sondaggi d’opinione.

Poi però ci sono i partiti. E qui la prospettiva deve essere, io credo, un po’ diversa. Non può bastare cioè l’appello ai codici etici. Non però perché questi codici siano solo carta straccia, o peggio una foglia di fico, buona solo per brillanti esercizi di ipocrisia; ma perché non s’è mai visto un partito che ripulisce le liste a colpi di applicazioni del codice etico, e non lo si vedrebbe neanche se li si trasformasse in più vincolanti norme statutarie, come Cantone propone. Se un partito non ha la forza di buttare fuori qualcuno per indegnità, difficile che gliela dia il codice di autoregolamentazione. È la stessa differenza che passa tra un leader di partito e gli oscuri (nel senso che nessuno li conosce) probi viri: non si può certo lasciare a questi ultimi il peso di decisioni, che competono a candidati e segretari. I quali mettono la loro firma sotto le candidature e si assumono così la responsabilità politica della scelta. E il punto diviene allora se e innanzi a cosa essi rispondono effettivamente.

Arriviamo così all’ultimo pezzo del problema: l’elettorato. L’elettorato, certo, non lo si può cambiare, come invece si possono cambiare i candidati: è comprensibile perciò che si chieda di agire sulla selezione di questi ultimi, e che ci si rammarichi di scelte discutibili, a tal punto che in questi giorni è lo stesso candidato governatore, De Luca, che finisce con l’ammettere qualche imbarazzo. Ma alla fine tocca all’elettore. Certo, non si fa una bella figura ad appellarsi all’elettore solo per lavarsene pilatescamente le mani. Purtuttavia, ripetiamolo: alla fine è all’elettore che tocca la scelta.

Così torniamo al dilemma di prima, più crudamente di prima: se un buon candidato non è necessariamente, almeno per Quinto Tullio Cicerone, una persona onesta, è perché l’elettore non sa che farsene di una persona onesta. Una simile proposizione è certo inaccettabile, e bisogna confutarla. E tuttavia la confutazione non è una roba che si possa affidare semplicemente al ragionamento, come se ci fossimo imbrogliati da qualche parte: sul piano del ragionamento, anzi, lo spazio per una smentita è molto piccolo. Dobbiamo invece e necessariamente affidarlo alla politica, e ai comportamenti effettivi. Forse è un problema culturale, e forse è più ampiamente ancora un problema sociale: poiché ci vuole una diversa coscienza politica ma anche una diversa struttura di interessi economici che debbono trovare il modo di convergere su una proposta politica di altra qualità. Ma allora non esistono scorciatoie, e quel che è da fare è costruire proposte politiche, non scomuniche morali.

(Il Mattino, 11 maggio 2015)

Se lo stereotipo diventa una condanna

gomorra
Vi sono molti buoni motivi per apprezzare Gomorra: la scrittura, gli attori, l’impegno produttivo. Girata benissimo, venduta in decine e decine di paesi, ambiziosa, realistica e spettacolare, la serie Gomorra, di cui è in preparazione la seconda stagione, regge finalmente il confronto con le produzioni internazionali. Ma tra i suoi meriti va sicuramente incluso anche quello di non aver ceduto una sola volta alle querimonie del meridionalismo, ai detrattori del sudismo, ai campioni del moralismo. Non è pensabile che ogni volta il discorso su Napoli riprenda dalla oleografia o viceversa dalla denuncia, dalla difesa della città o dall’atto d’accusa, dal timore di finire nei luoghi comuni o dal piacere di crogiolarsi in essi. C’è in Gomorra un racconto, c’è una storia potente su uno sfondo potente, quasi metafisico, e in quello sfondo il profilo di una città livida, tenebrosa, funebre. C’è il male e non c’è il bene: nessun lieto fine, nessuna speranza di redenzione, nessuna facile consolazione. E funziona.
Perché allora non possono essere semplicemente lasciate cadere le parole che usa oggi il Cardinale Crescenzio Sepe, sull’«esagerazione» della realtà nel racconto cinematografico, sull’«offesa» recata alla città dall’identificazione di un’intera comunità con «la violenza e la prepotenza» rappresentate senza il soccorso di un giudizio morale, senza una presa di distanza critica, senza un «fine informativo e formativo», senza mettere in contrapposizione al male il bene «che pure esiste ed è tanto»?
Diciamolo con un esempio illustre, preso da un altro ambito ma anche da una delle più potenti riflessioni sull’arte consegnateci dal pensiero del ‘900. In un breve ed aureo saggio, il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty invitava i suoi lettori ad osservare un celebre quadro di Henri Matisse, «La danza». Si vedono cinque flessuose figure umane danzare tenendosi per mano sullo sfondo di due larghe campiture di colore, o forse sul confine del mondo: verde è il colore nella parte inferiore del quadro, blu intenso su tutto il resto della tela. Ebbene, Merleau-Ponty osservava che la grandezza del quadro, il suo miracolo sta forse in ciò, che noi non vi vediamo semplicemente rappresentata la danza, né è questione di realismo della rappresentazione. Per niente affatto: le posture delle figure sono anatomicamente improbabili. Eppure, dopo aver visto la danza di Matisse noi impariamo a vedere i ballerini «secondo» il canone stabilito dal quadro, la realtà (e il significato) della danza in base al quadro, non viceversa. Non conta cioè quello che vediamo nell’opera, ma quello che vediamo quasi per la prima volta grazie all’opera di Matisse.
Si sarà compreso il senso dell’esempio: se l’opera è riuscita, non è in ragione della rappresentazione più o meno fedele della realtà, ma perché d’ora innanzi sarà la realtà ad essere vista e illuminata a partire dalla sua rappresentazione. L’opera riuscita produce sempre un rovesciamento simile. Ed anche Gomorra, proprio in quanto è un’opera riuscita, produce una rivelazione del genere. Le vele di Scampia, le piazze, le terrazze non sono restituite con scrupolo sociologico: la serie ambisce però a svelarne la verità, e a farci vedere d’ora innanzi Scampia e Secondigliano con gli occhi impregnati della più vigorosa rappresentazione che sia stata finora data di esse al cinema o in televisione. Proprio per questo, la serie di Gomorra è anche di gran lunga più potente del romanzo di Roberto Saviano.
Se ora prendessimo le parole del cardinale come semplice frutto di un giudizio fuori luogo, ignaro della libertà dell’espressione o dell’autonomia dell’arte, a cui è sbagliato chiedere di tirare la morale della favola o sovrapporre preoccupazioni di ordine etico-politico, faremmo mostra di non comprendere non le intenzioni di Sepe, in ogni caso perfettamente legittime, ma le ambizioni dell’opera. Che non possono essere solo differenziate esteticamente, cioè relegate prudentemente nel recinto estetico per proteggerle da ogni presunta intrusione moralistica. Il punto non è nemmeno se sia tutto vero quello che si vede nella serie, e se non vi siano tanti semi di bontà nella città che Gomorra non coltiva e non lascia germogliare, condannando Napoli ad andare in giro nel mondo con un unico, irrimediabile vestito. Il punto è quale verità Napoli è ancora capace di generare, o se si vuole: quanti sguardi nuovi e altrettanto potenti possono prometterci ancora di rivelarne lo spirito, di aprircene i luoghi, di rigenerarne la storia e lo spirito, fuori da vecchi e nuovi stereotipi come da vecchie e nuove condanne. Aspettiamo naturalmente di vedere la serie, ma il rischio che Gomorra diventi solo una cifra stilistica, un marchio da sfruttare commercialmente e una linea di prodotti «made in Naples» c’è. E la soluzione, se così fosse, non sarebbe certo la recriminazione, ma la necessità di reinventare ancora Napoli da un’altra parte.

(Il Mattino di Napoli, 1 aprile 2015)

La cultura in tv

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Giovani scrittori, geniali compositori, professori, artisti e protettori di tutte le muse si stanno già fregando le mani: tolte di mezzo l’Isola dei Famosi e Miss Italia tocca finalmente a loro. La Rai ha deciso infatti di puntare sulla cultura; il Direttore Generale, Anna Maria Tarantola, vuole una tv di qualità, perciò da questo momento Corazzate Potëmkin tutte le sere (quella coi sottotitoli in lingua originale, s’intende).

In realtà, su questa storia di come la Rai debba assolvere alla sua funzione di servizio pubblico, essendo la principale industria culturale del paese, non si riesce mai a venire a capo di nulla. C’è sempre quello che non vorrebbe dare le perle ai porci, l’altro che invece non sa immaginare nulla di diverso da una porcilaia, e in mezzo l’esperto di comunicazioni di massa che metterà l’uno e l’altro a tacere per parlarvi dello specifico televisivo, come una volta si parlava dello specifico filmico. Ugo Volli ha provato ieri a dissipare qualche equivoco, sulle colonne di questo giornale, togliendo perlomeno di mezzo l’idea che basti cancellare le miss e liberare il palinsesto dai reality ormai decotti per darsi una patina di cultura. Purtroppo non è così, e non per colpa dei programmi di serie B che infestano la programmazione: chi gioca in cadetteria sa benissimo in quale campionato milita e non si sogna nemmeno le prosopopee della cultura alta. Ma è in serie A – ha spiegato giustamente Volli –  che in Rai le cose proprio non vanno.

E non vanno né nei programmi di intrattenimento colto che fanno grandi numeri, né in quelli che se ne stanno buoni in qualche nicchia protetta. Non vanno, tanto per fare qualche nome, né dalle parti di Fabio Fazio né da quelle di Corrado Augias. E non perché quei programmi siano fatti male, o i loro conduttori non siano fior di professionisti, ma perché non passa  in quegli spazi neanche un alito di novità, neanche un brivido di sperimentazione, neanche la più piccola scommessa su un’idea o su un autore o su qualunque altra cosa. Diceva Roland Barthes che nella storia della fotografia c’è stato prima il tempo in cui si fotografava il notevole, poi quello in cui si rendeva notevole ciò che si fotografava. Quello che vale per la  fotografia dovrebbe valere anche per la televisione: a che serve fare televisione, se si tratta di riprendere solo ciò che è notevole, senza inventarsi nulla che serva a rendere notevole – come se fosse visto per la prima volta – ciò che si riprende? Eppure la Rai sembra che da un bel pezzo si sia fermata al primo tempo, rinunciando a giocare il secondo. Ad autori e conduttori non si richiede altro sforzo che non sia quello di collocare oggetti o personaggi già famosi, già celebrati, già a pieno titolo iscritti nella categoria del “notevole”, davanti alla telecamera  che li riprenderà con la simpatia e l’ironia necessaria a far digerire dosi di conformismo da cavallo. Nella migliore delle ipotesi, la cultura non starebbe comunque nella trasmissione, casomai nell’oggetto trasmesso. In quella peggiore (e non infrequente), la cultura non ci sarebbe affatto, vista la confusione che regna pure dal lato dell’oggetto, per cui Dante significa Benigni, e letteratura significa Saviano (forse grazie al meritatissimo bonus dell’eroismo civile). Ma la cultura si fa in tutt’altra maniera – quando si tratta proprio di farla, e non di occuparsi solo del packaging. Quando si vuole portare anche un solo italiano a entrare in un teatro, oppure a scoprire una mostra che non sia già un evento mediatico, e magari comprare un libro che non sia già un bestseller. Nell’ambito di ciò che chiama cultura, la Rai non sa rendere notevole nulla che non lo sia già, mentre quel che rende notevole non appartiene in genere alla cosiddetta cultura: sono le miss e i campioni dei reality show. Visto come stanno le cose, tanto varrebbe tenerseli: si eviterebbe almeno un bel po’ di ipocrisia.

Che se poi la cultura la si facesse davvero non dovrebbe essere la Rai una fucina di talenti? Ma dove sono i nuovi autori, i nuovi programmi, gli spazi affidati alla scoperta e all’invenzione? Dove  si parlano nuovi linguaggi, si tentano nuovi stili, se persino nei mondi della musica o della comicità, più giovanili e sensibili alle novità, non si muove quasi nulla? Per i nottambuli c’è Zoro, che fa Gazebo; e poi: che altro? Cosa passa in prima serata, che non sia lì dalla fine del Novecento? E cos’è che smuove le acque, fa davvero opinione, tendenza, gusto, e non si limita a registrare opinioni, gusti e tendenze che già ci sono? Hannah Arendt diceva  che la società di massa non vuole cultura ma svago, intrattenimento. Aveva torto, hanno torto tutti gli apocalittici per i quali per le masse non c’è speranza alcuna. Ma per dar loro torto, una cosa almeno è necessaria: che non solo lo svago, ma anche la cultura appartenga a questo nostro tempo, non a quello che ormai non c’è più, e che tuttavia si ripete ancora.

Il mattino, 23 maggio 2013

La forza delle parole

E se invece la letteratura c’entrasse qualcosa? Dopotutto, Saviano non ha pubblicato solo degli articoli, delle inchieste giornalistiche, dei pezzi di denuncia, ma ha scritto un libro, e qualunque idea si abbia della letteratura, dalla più frivola alla più impegnata, sarà difficile che si riesca a tenerne fuori il suo libro, Gomorra. E se Gomorra appartiene al campo letterario, così come ad esso appartengono i Versetti Satanici di Salman Rushdie o i romanzi di Orhan Pamuk, non bisognerà chiedersi come facciano le parole di un libro, come può lo statuto letterario di quelle parole rappresentare una minaccia per qualcuno? È una riflessione alla quale spesso e volentieri ci si sottrae. Comprensibilmente, del resto: il pericolo di vita, nel caso di Saviano, è così concreto e reale, che innanzi a qualunque discussione sulla forza delle parole viene la preoccupata solidarietà per la sua stessa esistenza. Che va espressa senza reticenze, senza tiepidezze, senza ipocrisie. Saviano però è uno scrittore, ed è in quanto scrittore, per il suo lavoro di scrittore, che è oggi nel mirino dei Casalesi. Sicché bisogna tornare a chiedersi come sia possibile che un libro possa avere tanta forza, e preoccupare i clan camorristici al punto da spingerli a progettare l’eliminazione fisica dello scrittore (perché, quanto al libro, come diceva Bulgakov, quello per fortuna non lo si può più eliminare). Quando, un paio di anni fa, a Saviano fu assegnata "una sorta di protezione" (così pudicamente scrissero in un primo momento i giornali), Umberto Eco ebbe a dichiarare che il caso di Saviano era diverso da quello di Rushdie: che non servivano gli appelli di scrittori e intellettuali, ma solo l’impegno delle forze dell’ordine. Era forse un modo non proprio felicissimo per incitare le autorità di pubblica sicurezza a fare la loro parte, ma dava la sgradevole sensazione che tutto quello che si era sollevato intorno a Roberto Saviano non avesse molto a che fare con il mestiere dello scrittore e dell’intellettuale, e con la funzione della letteratura. Come se, appunto, l’attività letteraria, e l’attività artistica in generale, avessero a che fare solo con la bellezza, e non anche con la verità. E siccome Saviano è nel frattempo divenuto un "testimonial dell’anticamorra" (anche questo s’è letto sui giornali, quasi che dopo tutto si trattasse solo del clamore di un fenomeno mediatico), anche le normali funzioni critiche di giudizio sulla sua opera sarebbero da sospendere, per timore che un giudizio negativo possa essere considerato un vergognoso sabotaggio nella lotta alla camorra. La qual cosa è ridicola: forse non si può pretendere da nessuno, critico letterario o no che sia, di avere il coraggio di Roberto Saviano, ma di avere il coraggio di discutere di letteratura con lui e con il suo libro, questo però lo si può chiedere a chiunque non abbia dello spazio letterario un’idea men che salottiera. Dopo tutto, quelli che han ragionato così poveramente, non hanno ragionato molto diversamente dagli amici che si trovano costretti, dicono loro, a sopportare il peso della notorietà letteraria di Saviano: si vedono accollata una responsabilità non gradita e non voluta.
Poiché in fondo si tratta solo di questo: della responsabilità nell’uso delle parole, nelle quali ci si impegna se a quelle parole si crede, che si tratti di rendere una testimonianza in tribunale, di dare un consiglio a un amico, di stendere un giudizio critico o di scrivere un libro. Le parole hanno infatti un peso e una forza, e la letteratura, quando è tale, è il luogo in cui questa forza si intensifica al massimo: non certo il luogo in cui essa venga meno. Magari quella forza si manifesta a distanza di secoli, oppure si manifesta in contesti diversi da quelli civili e pubblici nei quali ha fatto la sua salutare irruzione la parola di Saviano, ma si manifesta. Per non lasciare mai indifferenti, se appunto è vera letteratura e non mero divertissement.
Questa è poi la potenza e la verità dell’arte. Di tutta l’arte. Chiunque abbia visto una tela di Marc Rothko, uno dei più grandi artisti del ‘900, saprà di cosa stiamo parlando. Chiamato a dipingere per un lussuoso ristorante all’interno del Seagram Building di New York qualcuna delle sue tele, Rothko lasciò perdere le questioni squisitamente estetiche, e così confesso le sue intenzioni per lettera: “Ho accettato questo incarico come una sfida, armato di intenzioni del tutto malevole. Spero tanto di riuscire a dipingere qualcosa che guasti l’appetito d’ogni figlio di puttana che entrerà in quella sala per mangiare”.Ecco, che anche la letteratura riesca a guastare l’appetito di qualche figlio di, e gli impedisca di mangiare tranquillamente, è quello che Saviano non ha mai smesso di proporsi, senza rinunciare di un millimetro alla propria idea di letteratura e alla propria esperienza di scrittore. Ed è quello che dobbiamo augurarci riesca ancora a fare.