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La politica debole e le Procure forti

Serra 1984

R. Serra, Malmo Roll (1984)

«La mia esperienza mi dice che quei reati sono difficili da provare»: parola di Antonio Di Pietro. Parola non di oggi, ma del gennaio 2008. Clementa Mastella, ministro della Giustizia del secondo governo Prodi, ha ricevuto un avviso di garanzia per concussione: è accusato di aver esercitato pressioni indebite su Antonio Bassolino, a proposito della nomina di un commissario nella sanità campana. Di Pietro, allora ministro pure lui, vede giusto, ma la sentenza di assoluzione in primo grado è arrivata solo qualche giorno fa: la bellezza di nove anni e mezzo dopo. «Non riesco a immaginare Sandra Mastella che minaccia, concute e fa morire di paura Bassolino», diceva Di Pietro. Lui non ci riusciva, ma i magistrati invece sì, perché Sandra Mastella finisce agli arresti domiciliari, e tutto il partito di Mastella, l’Udeur, viene travolto dallo scandalo. Non rinascerà più. Così come non rinascerà più l’esperienza politica dell’Unione, la maggioranza che portò Prodi a Palazzo Chigi per la seconda volta.

Ma l’intervista di Di Pietro a Repubblica merita di essere citata ancora. Di Pietro non interveniva per esprimere solidarietà a Mastella, ma per prendere le distanze dalle critiche ai magistrati che si era permesso di formulare. Lui, i suoi compagni di partito, tutto il Parlamento che lo aveva applaudito con uno «scrosciante battimano bipartisan». Non si fa. È un atto di eversione democratica. E lo è anche se è perfettamente chiaro, a Di Pietro per primo, che tutto finirà in un nulla di fatto. I magistrati – lo dice lui stesso – hanno «scoperto l’acqua calda», cioè come si fa politica al Sud. E come volete che si faccia? Con logica clientelare e spartitoria, spiega l’ex pm molisano. L’obiettivo diventa allora azionare la legge penale per sradicare questa maniera di fare politica. L’ex-magistrato, il simbolo di Mani Pulite, lo dice a chiarissime lettere: «La difficoltà di individuare un reato per contestare comportamenti lottizzatori e clientelari esiste». Quel che non dice, è perché, in base a quale idea e civiltà del diritto, comportamenti lottizzatori e clientelari debbano essere trasformati ipso facto in reati, piuttosto che essere sanzionati democraticamente alle elezioni. Che qualcosa non quadra è chiaro però pure a lui, visto che aggiunge: «non è affatto detto che tutto debba essere risolto per via giudiziaria».

Non è detto, però viene fatto: le notizie di questi giorni lo dimostrano. Caso Cpl-Concordia. 2015. L’inchiesta riguarda la metanizzazione dell’agro aversano e di Ischia. Il governo in carica è quello di Matteo Renzi. Cosa c’entra Renzi con il gas metano? Fa per caso le vacanze ad Ischia? Non risulta. Ma finisce intercettato lo stesso. Una soffiata – non si sa bene se pilotata o no – spinge infatti gli spaventati dirigenti della cooperativa a cercare di capire perché sono finiti sotto inchiesta. Si rivolgono a un generale. Il generale, per gli inquirenti, è Michele Adinolfi. Vengono disposte le intercettazioni. Il generale parla con Renzi, e le conversazioni finiscono sui giornali, scatenando un putiferio. Del versante giudiziario si son perse le tracce: nessuno sviluppo processuale, nessuna incriminazione per il generale Adinolfi, nessuna rilevanza penale delle parole riportate su tutti i quotidiani nazionali. Ma l’effetto mediatico c’è tutto. Non cade nessun governo, quella volta, ma ora vien fatto di pensare che ciò è dipeso solo dal fatto che il capo della Procura di Modena, Lucia Musti, a cui è trasmessa parte dell’indagine napoletana guidata da John Henry Woodcock, decide di non far esplodere «la bomba» che gli consegnano i carabinieri del Noe, il capitano Scafarto e il suo superiore, Sergio Di Caprio. Per loro, infatti, a Renzi si può arrivare. Loro sì che riescono a immaginarlo, e anzi quasi lo suggeriscono al magistrato. Che nel luglio scorso (due anni dopo), sentita dal Csm presso il quale è aperta un’istruttoria nei confronti di Woodcock, usa parole di fuoco: per gli spregiudicati ufficiali del Noe, e per il Pm chi ne coordina il lavoro: una «informativa terribile, dove si butta dentro qualunque cosa, che poi si manda in tutta Italia.  La colpa è anche di noi magistrati, perché siamo noi a dover dire che le informative non si fanno così». Non si dovrebbero fare, ma intanto si continuano a fare.

Altra inchiesta, e stessa disinvoltura. Spinta anzi fino a un’incredibile spudoratezza. Il caso Consip è un caso di corruzione, che parte da Napoli ma anche in questo caso arriva fino a Roma, fino a Renzi. Anche in questo caso ci sono di mezzo intercettazioni e fughe di notizie. Anche in questo caso a muoversi sono gli uomini del Noe. E in prima fila c’è, su incarico del pm Woodcock, il fidatissimo capitano Scafarto, lo stesso che ha confezionato l’informativa-«bomba» recapitata a Modena. Questa volta la confezione è ancora più esplosiva. Perché la trascrizione delle intercettazioni contiene manipolazioni, che consentono di mettere sotto tiro Tiziano Renzi, e sono arricchite di un capitolo, totalmente infondato, su presunte attività di pedinamento e controspionaggio dei servizi segreti a danno degli investigatori. Se si guarda più da vicino l’intrico imbastito in quelle carte, e il modo in cui han preso a circolare, si trovano elementi in tutto analoghi a quelli del caso Cpl-Concordia. Non solo i protagonisti – a cominciare dal duo Scafarto-Woodcock – ma pure il modus operandi. Al centro del quale ogni volta compaiono fughe di notizie che mettono in allarme le persone coinvolte, fughe che più che danneggiare il lavoro della Procura, sembrano alimentarlo. Sembrano, in poche parole, consentire di estenderne il raggio e di arrivare sempre più su: dal Cardarelli alla centrale di acquisti Consip; dalla centrale di acquisti Consip a Palazzo Chigi – dove investono il fedelissimo del premier Renzi, Luca Lotti, accusato di aver informato i vertici Consip delle intercettazioni ambientali in corso – e a Rignano sull’Arno, dove sulla graticola finisce il padre dell’ex premier. Tutto questo accade prima, ovviamente, che si sappia che la madre di tutte le frasi, quella che avrebbe dovuto inguaiare Tiziano Renzi, era in realtà stata pronunciata non dall’imprenditore napoletano arrestato, Romeo, ma dal suo consulente Italo Bocchino. La cosa prende tutt’altro senso.

Svista? Fretta? Negligenza? Leggerezza? Può darsi. Ma com’è possibile che si proceda con fretta, negligenza o leggerezza in un’indagine che lambisce i massimi vertici istituzionali, che rischia di portare sotto processo il padre del Presidente del Consiglio in carica, e che riguarda appalti di importi miliardari? Quante volte bisognerebbe ricontrollare una frase, prima di metterla a verbale rischiando di provocare un terremoto politico?

Il premier tiene duro, e il governo non cade per mano della Procura. Ma la botta è forte. Questa volta però non ci sono battimani in Parlamento a difesa del premier. La strategia scelta dal partito democratico è quella di abbassare la temperatura dello scontro fra politica e giustizia. Renzi rimane in sella, ma quale sarà il bilancio? La legge sulla responsabilità civile dei giudici? La riduzione dei giorni di ferie dei magistrati? Bilancio piuttosto magro, visto che né l’ordinamento giudiziario è stato in sostanza toccato, né si sono fatti passi avanti sui due punti di maggiore sofferenza: da un lato la disciplina delle intercettazioni, su cui il Ministro della Giustizia ha oggi in mano una delega che difficilmente riuscirà ad attuare; dall’altro la prescrizione, che anzi, per non vanificare il lavoro delle Procure, è stata allungata per i reati contro la pubblica amministrazione, pazienza se un imputato rischia di rimanere sotto processo per corruzione per vent’anni.

In compenso, sono state introdotte nuove figure di reato, come il traffico illecito di influenze, che aumentano l’area di indeterminatezza dell’azione penale, o introdotte modifiche al codice antimafia, sempre in materia di corruzione, che ampliano anziché ridurre l’area dell’intervento cautelare.

Ma forse una riflessione più generale andrebbe fatta sui vagiti di riforma della giustizia spesso soffocati in culla. Appena insediatosi, Renzi aveva annunciato di voler cambiare le regole del Csm. Di quella riforma non c’è traccia. L’impressione è che una politica debole, che si sente vulnerabile alle inchieste delle Procure – ai loro riflessi mediatici, e alla loro durata intollerabilmente lunga – preferisca abbozzare, non svegliare il can che dorme, non attaccare per non essere attaccata. Invece di una riforma, dunque, una tregua. Anche se poi c’è sempre qualche procura che non la rispetta e riapre le ostilità. Così succede che la politica rinunci a riformare la giustizia, mentre la giustizia non rinuncia affatto a riformare la politica. Con i mezzi penali che ha a disposizione, cioè per la via di una criminalizzazione che dovrebbe aprire la via alla grande bonifica morale, e, solo dopo, al lavacro purificatore delle elezioni. Già, perché fra poco si vota: chissà che clima ci sarà, allora.

(Il Mattino e Il Messaggero, 17 settembre 2017)

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Le responsabilità e le ipocrisie della sinistra

Ebzo-Cucchi

E. Cucchi, Paesaggio Barbaro (1983)

Un fatto di una gravità istituzionale enorme, secondo il ministro Franceschini. Di una gravità inaudita, secondo il presidente dei senatori Zanda. Ed è difficile dar loro torto. A loro, come agli altri esponenti del partito democratico che hanno preso la parola in queste ore, per denunciare fatti e comportamenti ai limiti dell’eversione, dopo che sono stati diffusi i contenuti delle dichiarazioni rese al Csm dalla procuratrice di Modena Lucia Musti. La quale avrebbe avuto tra le mani, consegnatale dal capitano del Noe Scafarto e dal suo superiore, Sergio De Caprio (il comandante Ultimo), la bomba per far saltare in aria il premier Matteo Renzi, la bomba essendo l’inchiesta napoletana, trasferita per competenza nella città emiliana.
Spregiudicatezza e delirio di onnipotenza dimostravano secondo il magistrato i due ufficiali, nello spingere il capo della Procura modenese a proseguire le indagini sul caso Cpl-Concordia avviate a Napoli. Di quel caso, in realtà, nulla è arrivato a processo. E quanto alla vicenda Consip, che ha avuto gli stessi protagonisti, quel che sappiamo allo stato è che a Matteo Renzi si arrivava, attraverso il padre, manipolando le intercettazioni e inventandosi di sana pianta interventi dei servizi segreti.
Un verminaio, di cui non si vede la fine. Ma di cui si è visto l’inizio solo per l’iniziativa di un’altra Procura, quella di Roma, che ha tolto le indagini al Noe e che – notizia di queste ore – indaga per falso il pm napoletano che al Noe aveva affidato l’inchiesta, John Woodcock, già sotto esame disciplinare al Csm.
E la politica? La politica arriva tardi e con una enorme dose di ipocrisia. Perché le ombre che si allungano sulle istituzioni democratiche vengono da lontano, vengono da un uso distorto della giustizia che si trascina dai tempi di Mani Pulite – ora lo dice persino Di Pietro! –, vengono da una cultura emergenzialista che in nome della lotta alla corruzione consegna una libertà d’azione sempre più ampia e indeterminata ai pubblici ministeri, vengono da uno squilibrio sempre più accentuato fra accusa e difesa, vengono da un’opinione pubblica cresciuta a pane e avvisi di garanzia.
Al partito democratico andrebbe chiesto in queste ore: e l’altro giorno? L’assoluzione di Clemente Mastella, l’altro giorno, non dovrebbe far dire le stesse cose che si dicono oggi, con le rivelazioni del magistrato Musti? Non cadde un governo allora, con le dimissioni del Guardasigilli? Come si fa a non giudicare anche quel fatto di una gravità istituzionale enorme? Lì c’è ormai un’assoluzione, la quale dice chiaro e tondo che i magistrati, presi da furia moralizzatrice, avevano provato a criminalizzare una trattativa politica, a trasformare un fatto politico in un fatto penale. E dunque: come si fa a non vedere che uno schema si ripete, che più delle finalità perseguite allora, come di quelle perseguite ora, quel che deve preoccupare è l’incrinatura profondissima dei rapporti tra i poteri dello Stato, per cui la politica può essere tenuta sotto scacco, e un governo può cadere e un altro essere aggredito da un’inchiesta farcita di manipolazioni quasi senza colpo ferire, se è vero che quel che veniamo a sapere oggi è rimasto per mesi e mesi sottaciuto (anche da Modena, dove la presunta bomba è stata consegnata la bellezza di un anno fa), finché un’altra Procura non si è mossa. Un conflitto tra Procure, in cui la politica è vaso di coccio fra vasi di ferro.
L’ipocrisia sta però in ciò, che senza una riconsiderazione vera delle politiche della giustizia promosse in tutti questi anni, non serve a nulla mandare alti lai solo quando salta fuori quel che si cucina in certi uffici. La vera domanda non è chi c’è dietro, chi ordisce il complotto o chi tira le fila, ma chi ha messo a disposizione la cucina.
Gli storici faranno la storia, risalendo indietro fino a Tangentopoli; intanto, però, facciamo la cronaca. Non più tardi di due mesi fa, il Pd ha approvato modifiche al codice antimafia che estendono le misure cautelari anche ai corrotti. Più ampio, non più limitato, è ora l’intervento della giustizia prima di un qualunque giudicato. Una logica di carattere emergenziale, introdotta in via eccezionale per far fronte ai fenomeni di criminalità organizzata, diviene abituale, ordinaria, e viene estesa anche ad altre fattispecie. Il verso di questi provvedimenti rimane dunque lo stesso: non una cultura delle garanzie e dei diritti, ma il suo preciso opposto. Certo: in nome della lotta alla corruzione, in nome dell’efficacia nel contrasto al crimine, cioè per le migliori intenzioni e in vista dei più alti fini. Ma quelle intenzioni e quei fini sono gli stessi che avranno avuto il capitano Scafarto e il comandante Ultimo nel recarsi a Modena. La spregiudicatezza e il delirio di onnipotenza che la dottoressa Musti dice oggi di aver avvertito nei loro comportamenti è la spregiudicatezza di una consolidata maniera di fare le cose, di inquisire e di indagare, non solo la bizzarria di due individui isolati, schegge impazzite di un sistema che ha i suoi anticorpi.
E no, gli anticorpi non ci sono o non sono più sufficienti. Perché sventare un complotto – se di complotto si tratta –, beh: quello è compito di un’altra procura, ed è quello che sta facendo Roma. Ma riformare la giustizia, ricondurre nel suo letto l’azione inquirente che ormai tracima da tutte le parti: quello è compito della politica. Che non lo ha fatto e non lo sta facendo. E la sinistra, che ha grandi responsabilità nell’aver rotto gli argini al fiume sempre più limaccioso delle indagini, cavalcando per decenni l’ansia giustizialista dell’opinione pubblica, non ha che da battersi il petto e fare mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

(Il Mattino, 16 settembre 2017)

 

Le inchieste ridimensionate dai tribunali

Hamilton

R. Hamilton, The Critic Laughs (1971)

Investito dalla Cassazione, il Tribunale del Riesame di Roma è tornato a decidere sulle misure di restrizione della libertà a carico di Alfredo Romeo, e questa volta ha mandato libero l’imprenditore napoletano. A marzo dentro, ad agosto fuori. Non c’è nulla che non sia andato secondo le procedure: il gip firma gli arresti, la difesa ricorre e il Tribunale conferma; la difesa ricorre ancora e la Cassazione rinvia al riesame, che questa volta accoglie la richiesta dei legali di Romeo. Tutto regolare, salvo che nel frattempo Romeo ha trascorso quasi sei mesi agli arresti: prima in carcere, poi, nell’ultimo mese e mezzo, ai domiciliari.

C’era, comunque, da aspettarselo: quando, nel luglio scorso, si era pronunciata la Cassazione, era saltato fuori che, a giudizio della Suprema Corte, il Tribunale aveva motivato in maniera largamente insoddisfacente la propria decisione. Ritornando sui propri passi, il Tribunale dà ragione al massimo vertice giurisdizionale. Ma nelle pieghe di quella sentenza si trovava anche affermato un giudizio non proprio lusinghiero sul modo in cui si era proceduto sin lì: la Cassazione non riusciva a capire dove diavolo fosse il «sistema Romeo», o il «metodo Romeo», di cui gli inquirenti erano andati a caccia, e avanzava dubbi anche sul modo in cui gli inquirenti avevano fatto ricorso, per le intercettazioni, ai famigerati trojan informatici: supponendo legami con la criminalità organizzata al solo scopo di vedersi autorizzati gli strumenti investigativi più invasivi. Infine, provava a dare un senso preciso alla previsione del carcere come «extrema ratio», così come richiesto dalla legge, e come invece disinvoltamente troppo spesso ci si dimentica.

Ora la situazione è questa, che l’ipotesi accusatoria da cui tutto era partito, con gli appalti all’ospedale Cardarelli in odore di camorra (secondo la Procura di Napoli), di colpo si rivela costruita male, grazie a qualche forzatura di troppo (secondo la Suprema Corte), mentre sull’altro versante delle indagini, che puntava su Roma e sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione, la Consip, sono venute fuori addirittura manipolazioni di prove da parte del capitano dei carabinieri Giampaolo Scafarto, insieme a fughe di notizie a ripetizione che forse hanno intralciato le indagini ma che di sicuro hanno costruito una enorme cassa di risonanza mediatica per il lavoro della magistratura inquirente.

Naturalmente, non siamo dinanzi a sentenze definitive e la vicenda non è chiusa. L’accusa farà la sua parte, così come cerca di farlo la difesa (possibilmente, su un piede di parità). Ma se uno riavvolge il film di questi mesi si accorge di quale enorme distorsione si sia prodotta. E si produca ogni volta. Con indagini, arresti e intercettazioni il quadro accusatorio si fa subito chiarissimo, lampante, praticamente certo, mentre le controdeduzioni della difesa devono aspettare mesi e mesi perché riescano a farsi strada prima nei tribunali e poi sui giornali. Con imputazioni e incriminazioni accade l’esatto opposto: prima le accuse arrivano sui giornali; poi, in tribunale, si vedrà (se si vedrà).

Uno potrebbe dire: come però la carcerazione preventiva non significava colpevolezza, così il ritorno alla libertà non vuol dire che l’accusa sia stata smontata. Il che è vero, ma è vero pure che di mezzo ci sono messi in carcere e ai domiciliari, e c’è una campagna di stampa che di fatto trasforma indagati e imputati in colpevoli ben prima di qualunque verdetto. E tanti saluti ai diritti e alle garanzie.

In questa inchiesta, poi, qualcosa non è stato chiaro persino nel metodo. Non dico solo delle gravissime alterazioni del contenuto delle intercettazioni, con cui si è cercato di mettere nei guai il padre di Matteo Renzi, Tiziano, ma dico proprio del modo in cui l’indagine ha potuto estendersi. Invece di andare in profondità, è sembrato fin da subito che si volesse solo andare in lungo e in largo. In giro, insomma, a tirar dentro di tutto e di più: una volta è la camorra, un’altra sono le fughe di notizie, un’altra ancora sono opportuni “aggiustamenti” delle carte. Una volta è un’ipotesi accusatoria, un’altra sono i trojan, un’altra ancora sono intercettazioni a strascico. Inchieste dal raggio sempre più grande – dal Cardarelli a Consip, da Napoli a Roma – purtroppo affette da un’inesorabile proporzione inversa: più allarghi e meno vai a fondo; più gonfi, enfatizzi e ingrandisci e meno il tutto si fa distinto e regge alla prova del processo.

Che però è ancora di là da venire, e chissà se e quando arriverà. Quel che però si capisce, è che non vi arriverà come era stato annunciato, ma solo dopo una robusta tosatura. Come quella a cui gli antichi prìncipi sottoponevano le monete, riducendone progressivamente il contenuto aureo, così va con l’ipotesi di processo che continua a circolare sui giornali, che ad ogni nuova notizia vale, lentamente ma inesorabilmente, ogni giorno di meno.

(Il Mattino, 17 agosto 2017)

L’autorevolezza e la condivisione da recuperare

hOCKNEY

David Hockney, We Two Boys Together Clinging (1961)

La nomina del nuovo Capo della Procura di Napoli, Giovanni Melillo, non è arrivata prima dell’estate, come aveva auspicato il vice-Presidente del CSM, Legnini, ma è infine arrivata, e con un consenso più ampio di quello preventivato alla vigilia. Non c’è stato voto unanime, bensì «voto consapevole», così ha detto Legnini, ed è davvero da augurarsi che sia in tutti la consapevolezza di quanto sia difficile, e complesso, il lavoro che attende il nuovo Procuratore. Non solo per i cronici problemi organizzativi che affliggono la Procura più grande d’Italia, chiamata a fronteggiare estesi fenomeni di criminalità organizzata, di criminalità comune, di criminalità minorile, e insieme emergenze come quella ambientale – lo si è visto in queste settimane – che mettono a dura prova un territorio già segnato da profonde condizioni di degrado, ma anche per le partite, spinosissime, che le inchieste avviate da questa Procura ha aperto.

Prima fra tutte, naturalmente, l’inchiesta su Consip e il cosiddetto sistema Romeo, che ha lambito il Presidente del Consiglio Matteo Renzi prima di finire pressoché sepolta sotto una valanga di dubbi, tra fughe di notizie a ripetizione e incredibili manipolazioni del materiale raccolto tramite le intercettazioni. L’inchiesta continua a tenere banco dopo la recentissima pronuncia della Corte di Cassazione, che intervenendo sulla richiesta di scarcerazione dell’imprenditore napoletano ha fra l’altro detto, a chiare lettere, di non aver trovato tracce del presunto sistema. La sentenza della Corte – ne abbiamo parlato sulle colonne di questo giornale – prova a ristabilire un quadro di principi e di garanzie che troppe volte l’attività inquirente, a caccia del risultato, rischia di travolgere: ricorrendo in maniera disinvolta alla custodia cautelare; avanzando ipotesi accusatorie di comodo, formulate al solo scopo di rendere più ampia e invasiva l’attività inquirente. Se si volesse ulteriore conferma delle responsabilità che gravano, in materia, sul Capo della Procura basterà riflettere sulle parole usate dinanzi al Csm da Nunzio Fragliasso, in questi mesi facente funzioni in attesa della nomina del nuovo Capo. Fragliasso ha spiegato che lui era per iscrivere nel registro degli indagati, per traffico di influenze illecite, insieme all’amico imprenditore Carlo Russo, anche Tiziano Renzi. Cosa che peraltro sarebbe in seguito accaduta per iniziativa della procura di Roma. Di diverso avviso sono stati però i pm titolari dell’inchiesta, nonostante la posizione di Tiziano Renzi fosse del tutto analoga a quella di Russo. Come spiegare questo diverso atteggiamento, se non perché indagare il padre dell’ex Presidente del Consiglio per traffico di influenze non avrebbe consentito, in base alla legge, di tenere sotto controllo il suo cellulare? In una vicenda così delicata, in grado di destabilizzare l’assetto politico e istituzionale del Paese, sono state dunque compiute scelte perlomeno opinabili, a detta degli stessi vertici della Procura napoletana. A cui non spetta naturalmente il compito di ridurre l’autonomia e l’indipendenza dei singoli magistrati, stabilita costituzionalmente: non di questo si tratta, ma sì di restituire autorevolezza di guida e condivisione di indirizzi. Autorevolezza e condivisione che forse non hanno costituito negli ultimi mesi e anni argine sufficientemente alto e robusto per incanalare il lavoro dei pm nel loro alveo naturale.

E infatti le inchieste sono tracimate un po’ ovunque, coinvolgendo per mille rivoli un’intera classe dirigente. Se oggi la notizia della nomina del nuovo Capo della Procura apre «Il Mattino» è perché queste vicende sono state epicentro di una crisi profonda nei rapporti fra giustizia e politica. E non solo. Dalla Procura napoletana sono stati tirati in ballo tutti o quasi: esponenti politici di spicco, ma anche vertici delle forze dell’ordine, vertici degli ordini professionali, autorità portuali, dirigenti ospedalieri, amministratori locali. Peccato però che di risultanze processuali se ne siano viste davvero pochine, a fronte di una mole amplissima di indagini che non hanno mai smesso di alimentare le cronache giudiziarie, e di formare quindi, e allarmare, la pubblica opinione. Una simile sproporzione contiene una distorsione preoccupante, che altera la fisiologia dei rapporti fra i poteri, e ha per giunta l’effetto non secondario di allontanare energie, intelligenze e professionalità da una sfera pubblica sempre più rappresentata come i bassifondi di una società deliquenziale.

Non è l’unica sproporzione. Lo scorso anno il Csm, in visita nel distretto giudiziario di Napoli, si è soffermato sulle molte criticità ed emergenze degli uffici, e in particolare sul numero abnorme di sentenze passate in giudicato e rimaste ineseguite, con danno per la sicurezza pubblica ma anche per l’economia. In un territorio a così alta densità criminale, un simile schiaffo alla giustizia è intollerabile. Ed è ovvio che non solo i cittadini, ma anche la magistratura inquirente, quanto quella giudicante, ne traggono motivo di sconforto e di desolazione. È importante che anche su questi aspetti, che concernono l’efficienza e l’efficacia della giustizia, si ascoltino le voci dei capi degli uffici. Al nuovo Capo della Procura toccherà dunque anche rimotivare la squadra, gli aggiunti, i coordinatori, i sostituti, fissare gli aspetti organizzativi, concertare i rapporti con gli uffici giudicanti, razionalizzare le risorse, declinare le specializzazioni, individuare le priorità, e in generale assicurare un esercizio corretto e uniforme dell’azione penale.

Un compito enorme, che è bene cominciare subito. Perché chi ben comincia è già a metà dell’opera: il detto è ispirato a un certo ottimismo, ma per una volta vogliamo consentircelo.

(Il Mattino, 28 luglio 2017)

Una lezione di diritto e di storia

 

Banchetto

Mannuel Blasco, Banchetto offerto da Picasso in onore di H. Rousseau, Il Doganiere (1960)

La sentenza della Cassazione di accoglimento del ricorso di Alfredo Romeo contro l’ordinanza di custodia cautelare a suo carico contiene una piccola lezione di diritto, che conviene seguire nei suoi snodi principali. Romeo – lo si ricorderà – è finito in carcere accusato di condotte corruttive nell’ambito di un’attività investigativa che, partita dagli appalti all’ospedale Cardarelli, si è poi estesa ai rapporti con la centrale di acquisti pubblici Consip. La rete delle intercettazioni è stata gettata per pescare di tutto e di più, e nell’indagine è finito dentro anche il padre di Matteo Renzi, Tiziano, su cui si indaga per traffico di influenze illecite. Nel corso degli ultimi sei o sette mesi se ne sono però viste di tutti i colori: la Procura di Roma – per competenza divenuta titolare della parte dell’inchiesta che riguarda Consip – ha di fatto sconfessato il lavoro svolto dal Noe dei Carabinieri a cui la Procura napoletana aveva affidato le indagini; clamorose fughe di notizie si sono moltiplicate, intrecciate, accavallate; il pm napoletano John Henry Woodcock è finito sotto indagine disciplinare; infine, e soprattutto, il lavoro dei pm romani ha portato alla luce gravi manipolazioni del contenuto delle intercettazioni allegate all’inchiesta, opera del capitano Scafarto, con livelli di responsabilità tutti però ancora da chiarire.

Cosa c’è ora di nuovo nel pronunciamento della Cassazione? Una gragnuola di dubbi sul modo in cui si è proceduto sin qui. La Cassazione si rivolge al Tribunale del riesame, invitandola a riconsiderare i motivi del ricorso. E già qui c’è una prima lezione: contro un certo andazzo a motivare “in fotocopia” i provvedimenti, la Suprema Corte ricorda che l’apprezzamento del Tribunale deve essere «autonomo». Ciò in breve significa che se in fase di indagini preliminari sono state autorizzate intercettazioni (il cuore dell’indagine, per non dire il suo intero contenuto), non basta che il Tribunale faccia in seguito propria quell’autorizzazione: in presenza di eccezioni della difesa deve prendersi il disturbo di riconsiderare la materia per offrire una «autonoma valutazione» della legittimità delle captazioni effettuate.

Non basta. La Corte trova necessario ricordare che le intercettazioni non si autorizzano ex post, sulla base di quello che risulta dall’acquisizione del loro contenuto. Quindi, anche se l’ipotesi accusatoria dovesse in seguito cadere o essere riformulata, non per questo verrebbe meno il fondamento di legittimità di quegli atti. Si tratta di un principio di elementare buon senso, oltre che di diritto, che però viene sistematicamente utilizzato in modo furbesco. E la Cassazione non lo manda a dire. Spiega anzi in modo del tutto esplicito che soprattutto nell’impiego di strumenti di captazione particolarmente invasivi (i cosiddetti trojan informatici),  ci vuole un «onere motivazionale rafforzato». Non va bene – dice insomma la Cassazione: e meno male che lo dice! – che certi fatti si inquadrino sbrigativamente come fatti di criminalità organizzata allo scopo non di perseguire davvero l’ipotesi accusatoria, ma di vedersi autorizzare le intercettazioni. Questo è un altro, cattivo andazzo a cui la sentenza di ieri cerca per fortuna di mettere uno stop. Lo fa naturalmente affermando «un quadro di principi», ma non è ovviamente un caso che lo faccia proprio in questa circostanza, a proposito del caso Consip.

L’ultima lezione riguarda la custodia cautelare. Qui il giudizio della Corte è particolarmente severo, e colpisce ancor più in quanto vi è stata di recente, nel 2015, una riforma legislativa volta a rendere più stringenti e più rigorosi i motivi che rendono possibile l’adozione della misura. Se in materia di intercettazioni la politica fatica maledettamente a mettere paletti, in materia di custodia cautelare la politica i paletti ha cercato di metterli, ma a quanto pare ci pensa la magistratura a dribblarli. Evidentemente la riforma non è entrata nella cultura e nella prassi dei giudici italiani. La Cassazione infatti è costretta a ricordare che si può mandare in carcere qualcuno prima del processo se il pericolo di inquinamento delle prove è «concreto». Poi però aggiunge che non bisogna nemmeno che questo concreto pericolo si risolva in una mera «clausola di stile» priva di significato, come invece troppo spesso accade, ad esempio quando ci si limita a richiamare i molteplici fronti investigativi in cui l’indagato è coinvolto per desumerne una qualche pericolosità.

Qui, però, in maniera niente affatto accidentale, arriva anche un’ultima, forte critica all’inchiesta napoletana: la Corte infatti dichiara di non comprendere dall’ordinanza impugnata «di quali contenuti operativi consista ed in quali forme e modalità concrete s’inveri il “metodo”, o il “sistema” di gestione dell’attività imprenditoriale da parte del Romeo». Se non si vede il metodo, non si scorge il sistema, c’è il rischio – questo sì concreto – che gran parte delle accuse costruite per tirar dentro un’unica trama di aderenze connivenze e influenze l’imprenditore e il pubblico funzionario, il politico e il faccendiere, il parente e il generale, e insomma Napoli e Roma, gli affari e la politica, sia destinato a cadere come un castello di carte. Quest’ultima però non è una lezione di diritto, ma se mai una desolante lezione di storia. La storia politica e giudiziaria di questi anni, che ancora deve essere scritta.

(Il Mattino, 26 luglio 2017)

Il caso Consip, la Polizia e i cavalieri senza macchia

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Con il titolo: «Io servo lo Stato, non il governo», «Repubblica» ha pubblicato ieri, nelle pagine interne, un’intervista al Capo della Polizia Franco Gabrielli che avrebbe meritato la prima pagina. Gliela diamo noi oggi. Non potendo citarla per esteso, ci limitiamo a riproporne un brano su cui vale la pena soffermarsi, il seguente: «il livello di disonestà intellettuale utilizzato nella vicenda Consip per sostenere che in questo Paese esistono pochi cavalieri bianchi le cui mani vengono legate da vertici di Polizia corrivi con la Politica e le sue convenienze, servi di un progetto eversivo che avrebbe dovuto cambiare prima la Costituzione e poi mettere in un angolo la magistratura, è pari solo allo sconforto che provo pensando al pregiudizio da cui questa falsità muove».

Si tratta della vicenda Consip. Che però viene collocata dal Capo della Polizia in un contesto molto più grande, in cui si muoverebbe chi trama per fermare un progetto politico che con la connivenza dei vertici di Polizia avrebbe puntato a cambiare in senso eversivo la Costituzione e a colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura (che tuttavia, giova ricordarlo, non era minimamente toccata dalla riforma costituzionale sottoposta a referendum).

Gabrielli non dice se pensa a settori dell’opinione pubblica o a corpi dello Stato. Ma proprio tra le pagine di «Repubblica» (e degli altri quotidiani che ne han riportato la notizia, come «Il Mattino») si trova un brano della possibile risposta. Nuove rivelazioni hanno infatti riguardato ieri la figura del capitano Scafarto, responsabile di manipolazioni nella trascrizione delle intercettazioni che puntavano a inguaiare il padre del Presidente del Consiglio, Tiziano Renzi. Finora stava ancora in piedi, almeno a livello teorico, l’ipotesi che le falsificazioni fossero dovuto a errori materiali, a fretta o a negligenza. Trattandosi di un’indagine che lambiva le massime cariche dello Stato, era già da chiedersi come il Noe, il nucleo investigativo del capitano Scafarto, potesse continuare a godere di così piena fiducia da parte della Procura napoletana e dei pm che conducevano l’inchiesta. Ma ieri si è saputo che la Procura di Roma, che indaga sull’operato del prode capitano, gli ha contestato messaggi da cui trasparirebbe in maniera evidente, per non dire letterale, il carattere intenzionale della manipolazione, orchestrata per mandare in galera Tiziano Renzi. Questo Scafarto chiede infatti ai colleghi di reparto di verificare da chi fosse stata pronunciata la famosa frase sull’incontro con Tiziano. E avuta conferma che a pronunciarla era stato non Romeo, ma Bocchino, Scafarto avrebbe chiesto di poter avere lui stesso le trascrizioni, per poi modificarne il senso in modo da ricondurre la frase all’imprenditore ora in carcere. Se confermato, non vi sarebbe altro modo per descrivere un simile comportamento se non: fabbricare prove false a carico di un familiare del premier, per distruggerne la figura politica. Domanda: è di questa pasta che è fatto il partito dei cavalieri bianchi che combattono a difesa della legalità? Se è così, è in gioco molto di più di una semplice disonestà intellettuale.

Ovunque vadano a parare indagini che sono ancora in corso, siamo di fronte a scenari che definire inquietanti equivale a minimizzare. Difficile trovare episodi di uguale gravità nel passato recente. Il fatto che Gabrielli debba concedere una lunga intervista, nel corso della quale lascia intravedere quali possano essere le motivazioni dei bianchi cavalieri per costruire simili macchinazioni (fermare Renzi, colpire chi vuole mettere la mordacchia alla magistratura), non può non destare il più vivo allarme. Tanto più che Gabrielli è costretto a scendere in campo non certo per difendere il potere politico, ma solo per difendere il suo onore e quello della polizia.

In discussione è infatti la norma, introdotta lo scorso anno, che prevede l’obbligo per la polizia giudiziaria di trasmettere lungo la scala gerarchica le notizie sulle informative di reato. In parole povere, a seguire gli sviluppi delle indagini non è solo la magistratura ma anche la polizia. Questa norma è avversata dal CSM, che la vorrebbe modificare perché vi ravvisa – spiega Gabrielli – «un tentativo fraudolento di sterilizzare l’azione della magistratura. Una grave interferenza nel segreto delle sue indagini. Come se il sottoscritto e i vertici delle forze dell’ordine non avessero giurato fedeltà alla Costituzione, ma alla maggioranza di governo del momento». Di nuovo: sono parole che per la loro gravità meriterebbero la prima pagina. Ma Gabrielli ha ragione da vendere. E non ha solo le ragioni di un servitore dello Stato, la cui lealtà non può essere messa in dubbio, e quelle del buon senso, dal momento che, oltre ad essere offensivo, è pure sciocco credere che il capo della Polizia non abbia comunque, da prefetti e questori, le notizie che gli consentono il pieno esercizio delle sue responsabilità, ma ha anche le ragioni che il caso Consip mette purtroppo sotto i nostri occhi: nuclei investigativi che finiscono alle dirette dipendenze del pm di fiducia, che stringono con lui un rapporto diretto e personale all’ombra del quale possono, a quanto pare, depistare indagini o costruire prove false.

Sia chiaro, il Csm non difende nessuna delle alterazioni compiute nel corso delle indagini napoletane su Tiziano Renzi. Difende però un potere, quello del pubblico ministero, dominus delle indagini preliminari, di disporre direttamente e pienamente della polizia giudiziaria senza interferenze e senza, soprattutto, che intervengano altri profili di responsabilità, in una relazione che vicende come il caso Consip mostrano però quanto intimo, anzi arbitrario e incestuoso, possa diventare quel rapporto, e quanto sostegno possa dare al protagonismo di certa magistratura requirente. Che, in un sistema che non prevede la separazione delle carriere, gode della stessa autonomia di statuto del giudice, ma finisce con l’avere in più, nella fase preliminare in cui incomparabilmente maggiore è la sua libera discrezionalità nel portare avanti le indagini, una guardia scelta di pretoriani nella propria stretta disponibilità.

Così succede che mentre l’attuale ordinamento viene difeso con l’argomento dell’unitarietà della cultura della giurisdizione, che pm e giudici devono condividere (ma a proposito: che fine fa, in questa bella condivisione, l’avvocato? Che parte rimane alla difesa?), nel Paese e presso l’opinione pubblica finisce col prevalere un’unica, monolitica cultura: quella dell’accusa, al punto che perfino Franco Gabrielli, il capo della Polizia, si vede costretto a doversi difendere sdegnato sulle pagine di un giornale.

Chi comanda in Procura?

napoli

L’incolpazione di Henry John Woodcock per illeciti disciplinari riporta alla ribalta una vicenda che sembrava dovesse spengersi lentamente, come a volte accade alle grandi fiammate che bruciano improvvisamente sui media, per poi scivolare poco a poco e consumarsi lontano dai riflettori.

E invece no: sotto i riflettori ci ritorna perché il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha ravvisato gli estremi per incolpare Woodcock di aver violato sulla vicenda Consip la consegna del «più assoluto riserbo» voluta dal procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, e per avere interferito indebitamente con l’indagine della Procura di Roma.

Cos’era infatti accaduto? Che la Procura di Roma aveva revocato l’indagine tenuta dal Noe di Napoli e dal capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto a seguito della fuga di notizie che aveva accompagnato il passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma. Passa un mese, o giù di lì, e i magistrati romani si accorgono di una manipolazione del contenuto delle intercettazioni, con la quale in bocca all’imprenditore Romeo finisce una frase da lui mai pronunciata, che l’investigatore giudica peraltro di particolare rilievo a sostegno dell’ipotesi di traffico di influenze che si viene formulando a carico del padre di Matteo Renzi, Tiziano. Una falsità, di una gravità inaudita, che però salta fuori solo perché la Procura di Roma spulcia fra le carte dell’inchiesta.

Ora apprendiamo dall’atto del procuratore Ciccolo che, scoppiata la notizia dell’accusa nei confronti di Scafarto, il dottor Fragliasso tiene una riunione con i pm coinvolti, nel corso della quale Woodcok manifesta l’esigenza che l’ufficio confermi piena fiducia al capitano Scafarto e al nucleo investigativo del Noe. Cosa che avviene. Apprendiamo pure che, nel corso della riunione, Fragliasso raccomanda la consegna del silenzio con gli organi di informazione «per non interferire con le indagini». Cosa che invece non avviene: Woodcock parla, le sue parole finiscono sui giornali ed interferiscono pesantemente, perché il magistrato napoletano si perita di spiegare che, a parer suo, solo un pazzo avrebbe potuto deliberatamente compiere un falso negli atti dell’indagine in corso, escludendo dunque che potesse trattarsi di altro che di un errore. In tal modo, scrive Ciccolo nella sua incolpazione, «ha pubblicamente contraddetto e svalutato l’impostazione accusatoria della Procura di Roma, fondata invece sulla ritenuta falsità».

Ce n’è abbastanza per notare le seguenti cose. La prima, che ci troviamo di fronte a un magistrato che disattende palesemente il suo dover d’ufficio al riserbo, richiestogli in una circostanza così delicata dal capo della sua Procura, salvo poi sostenere di essere stato tratto in inganno: un’ingenuità che però appare sorprendente in un uomo navigato come Woodcock, peraltro avvezzo ad avere i giornalisti alle calcagna. La seconda, che mentre tutta Italia si chiede come sia possibile che in un’indagine così delicata, che lambisce i più alti vertici istituzionali, le parole agli atti non vengano controllate non una ma cento volte, prima di costruirci su un castello di accuse – mentre tutta Italia si chiede questo, Woodcock rivolge al procuratore Fragliasso la richiesta di mantenere Scafarto al suo posto. Una richiesta talmente imbarazzante, che lo stesso capitano dei carabinieri chiederà, a sua propria tutela, di essere sollevato dal ruolo. Prudenza avrebbe voluto che ci pensassero i magistrati napoletani, invece i magistrati pensano il contrario. Woodcock garantisce per Scafarto, e la Procura lo segue. Questa è la terza cosa che lascia di stucco: può darsi che i rapporti professionali fossero tali da giustificare una simile condiscendenza, sta di fatto che l’impressione che se ne ricava è che da quelle parti sia Woodcock a dettare la linea, persino in una circostanza così complessa.

Quarto: la procura di Napoli aveva assicurato, con tanto di comunicato ufficiale, che non c’era stato alcun attrito con Pignatone e i pm romani. Nessun contrasto, nessuna tensione. Su questa posizione si era attestato anche il Csm. Comprensibilmente, perché non è mai saggio alimentare conflitti istituzionali. Ma ora sappiamo dall’atto di incolpazione del procuratore generale che lo scontro c’è stato eccome, visto che un magistrato napoletano è accusato di avere interferito con le indagini romane, provando a demolire pubblicamente l’accusa formulata a danno di Scafarto. In sostanza, Woodcock ha mandato a dire ai colleghi romani, a mezzo stampa, che Scafarto era un suo uomo e non andava toccato.

L’ultimo punto accompagna questa vicenda fin dall’inizio. A Napoli manca da mesi il capo della Procura. Il Csm non l’ha ancora nominato. Lo segnalammo (incidentalmente, ma non troppo), quando il caso scoppiò. Torniamo a segnalarlo ora, visto che è palese – indipendentemente dalla grande qualità ed esperienza delle persone coinvolte – che non è la stessa cosa essere il procuratore ed essere il facente funzione. Forse ci sbagliamo, ma la condotta di Woodcock, per come viene delineata dal procuratore Ciccolo nella circostanza, inclina a darci ragione.

(Il Mattino, 9 maggio 2017)