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Steve Jobs e l’estetizzazione dell’economia

La grandezza di Steve Jobs è fuori discussione – a condizione che sia chiaro quale sia la discussione da cui è fuori. Sarebbe sciocco non riconoscere il talento di un uomo che ha rivoluzionato la tecnologia e il costume, cambiato con i suoi prodotti il paesaggio di cinema e negozi, studi e uffici, scrivanie e automobili, creato nuovi, enormi mercati inventando le corrispondenti abitudini di consumo e portato un marchio, la Apple, in cima al mondo (o più precisamente: in cima alla classifica della capitalizzazione di borsa). Molti sarebbero pronti a sottoscrivere il giudizio dell’_Inquirer_: “Nel campo dell’_information technology_, Steve Jobs ha avuto lo stesso effetto che hanno avuto, nei loro rispettivi campi, Shakespeare o Einstein“. Ma se l’effetto è stato lo stesso, forse non è inutile tenere ben fermo che i campi restano differenti. E dunque: se la grandezza dell’uomo è fuori discussione, non è affatto fuori discussione cosa una società giudichi grande.

(continua su Left Wing)

Il centro di comando

"Sul mercato finanziario agiscono tutte le condizioni della vita della nazione, tutti gli eventi politici, economici e naturali, tutti i progetti e le prospettive riguardanti il futuro del sistema economico […]. I mercati finanziari sono e sono sempre stati il centro di comando del sistema capitalistico".

(A commento di questo articolo, da J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, cit. in G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del XXI secolo, Feltrinelli 2007, grande libro che finalmente  sono riuscito a finire. In memoria dell’autore)