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Il referendum decisivo per il futuro

272175433-giocare-a-carte-carta-da-gioco-tavolo-da-gioco-pokerE di nuovo ieri il premier Matteo Renzi ha ribadito, parlando in chiusura della festa nazionale del partito democratico, a Catania, la disponibilità a rivedere la legge elettorale. Lo aveva detto anche il giorno prima, ed era sembrato che fossero quelle le parole più importanti del suo intervento a tutto campo. Se le si guarda dal punto di vista della lotta politica – e dal punto di vista più limitato della lotta politica all’interno della maggioranza – lo sono indubbiamente. La minoranza del Pd, con Cuperlo e Speranza, continua a chiedere modifiche dell’Italicum. Lo stesso fanno i centristi, da Alfano a Casini. Quando dunque Renzi si dichiara disponibile a intervenire sulla legge, parla innanzitutto a questi settori. Quando però prova a rilanciare l’iniziativa politica, parla a tutti gli italiani. E allora le parole più importanti divengono altre: «una riforma elettorale si cambia in 3-5 mesi, una riforma costituzionale no». Non sarà un diamante, e non sarà per sempre, ma una riforma costituzionale dell’ampiezza di quella in discussione ha, non può non avere l’ambizione di durare per un bel pezzo. Abbiano o no ragione quelli per i quali l’Italicum non è il vestito giusto per l’attuale sistema politico tripolare – e tra di loro c’è anche il presidente emerito Napolitano, primo sponsor delle riforme – è persino ragionevole mostrare disponibilità sul terreno della legge elettorale, per portare a casa un risultato molto più durevole sul terreno delle riforme.

Un risultato, cerca di dire Renzi, capace di futuro. Tutto il discorso di Catania di ieri aveva questo significato. Dalla parte del sì sta il futuro del paese, dalla parte del no stanno i fallimenti della seconda Repubblica. Sta il passato, sta un’altra stagione della vita politica italiana ormai conclusa. E ovviamente sta Massimo D’Alema – sceso in campo come leader del no alla riforma – che più di tutti la incarna. Renzi prova a rilanciare l’iniziativa politica, a raccontare le riforme del suo governo (le unioni civili, la scuola, il jobsact) e i buoni propositi per l’anno venturo (primo fra tutti la riduzione delle tasse).

Ma soprattutto torna ad essere quello che sta davanti, con gli altri ad inseguire. Complici infatti le difficoltà dei Cinquestelle – ancora incartati con il caso Roma e i dolori della sindaca Raggi –, complici le guerre intestine nel centrodestra – con l’investitura di Parisi, voluta dal Cavaliere ma osteggiata dalla dirigenza del partito –, il presidente del Consiglio torna a dare le carte. A mettersi al centro degli equilibri e delle prospettive di governo del Paese. Tutto però dipende dalla capacità di apparire non come quello che vuol sfangarla, sopravvivendo alle forche caudine del referendum, ma come quello che cambia l’Italia. Il viatico è dunque la legge elettorale («sia che la Corte costituzionale dica sì, sia che dica no»), ma l’orizzonte è l’Italia del futuro. La prima è la polpetta che i partiti devono dividersi (se ci riescono, il che non è affatto scontato), ma il secondo è l’elemento davvero decisivo di cui ci si deve impadronire. La vittoria al referendum è insomma legata, per Renzi, alla possibilità di allestire uno scenario che coinvolga tutto il paese e non solo le sue classi dirigenti, che rimangono incerte spaventate o divise dal salto in un nuovo sistema politico-istituzionale.

Al premier, del resto, non manca il dinamismo per condurre questi due mesi, due mesi e mezzo di campagna elettorale all’attacco, su più fronti. Cercando sponde internazionali. Girando per l’Italia. Parlando a tutto campo. Mettendo anche un po’ di furbizia nell’orientare l’attività politico-parlamentare delle prossime settimane (vedi alla voce: legge di stabilità). E aprendo canali di comunicazione anche là dove, fino a poco tempo fa, si era al muro contro muro. A Napoli è così. Oggi il premier è in Campania, per una serie di appuntamenti in cui non gli mancherà certo il modo di confermare, insieme all’attenzione per il Mezzogiorno portata avanti con i patti per il Sud, questa nuova linea dialogante. E in serata, per l’evento organizzato da «il Mattino», siederà nel palco reale del San Carlo insieme al sindaco Luigi De Magistris. Certo, è una serata di gala, non un incontro istituzionale. Ma è, o può essere anche l’occasione per mostrare di avere il vento nelle vele anche alla città più «derenzizzata» d’Italia. A cui stasera in fondo si tornerà a chiedere se convenga continuare il gioco comunardo della repubblica indipendente, o unire il proprio destino a quello del resto del Paese.

(Il Mattino, 12 settembre 2016)

Perché ha fallito la nuova politica

Cene, feste, macchine. Macchine, feste, cene. Più spiccioli per le ricariche telefoniche o per piccole passioni e innocenti (però lussuosi) trastulli. Forse non conosciamo ancora il totale esatto, milione più milione meno, di sicuro però Guardia di Finanza e Corte dei Conti ci metteranno un po’ per passare al setaccio fatture e scontrini del gruppo Pdl alla Regione Lazio.

Ma, reati e danno erariale a parte, come lo si troverà ora anche un solo cittadino che di fronte a tanto sperpero, a tanta sfacciataggine, a tanto malcostume voglia impegnarsi in un pacato ragionamento politico, in una riflessione meditata sulle prospettive del Paese e la riscossa della democrazia?

E così siamo punto e a capo. Vent’anni dopo Tangentopoli rischiamo di ritrovarci là dove ci eravamo lasciati. Cioè nei pressi di un’elezione politica generale in cui il tema principale del confronto politico rischia di essere non le prospettive che si offrono al paese, non l’uscita dalla crisi, non il confronto con l’Europa, ma la qualità della classe politica chiamata a governare. E naturalmente non la qualità squisitamente politica, e neppure le competenze, il prestigio internazionale oppure, che so, la capacità di leadership, ma il grado di prossimità, di coinvolgimento o di compromissione con le impudenze, l’illegalità o le ruberie di cui non si smette di avere prova.

Con quale risultato? Che cosa ne viene al paese da un confronto politico in cui elementi di programma e scelte di fondo sono sopravanzate dalla (sacrosanta, peraltro) indignazione per gli scandali che continuano a tracimare sulle prime pagine dei quotidiani? Ben poco, purtroppo. Lo si è fatto già una volta, già una volta abbiamo votato sull’onda della convinzione che i politici sono tutti ladri, con la speranza di procurare un cambiamento di sistema che ci liberasse in un colpo solo di tutto il marciume della vecchia Repubblica: quel che però è venuto fuori non ha dato gran prova di sé. E non è tanto questione di Berlusconi, quanto del berlusconismo, cioè dell’idea che una colorita espressione napoletana rende meglio di ogni disquisizione politologica: l’idea di fare il gallo sopra la monnezza (invece di togliere la monnezza dalle strade). Vale a dire, fuor di metafora: invece di costruire una proposta politica e di governo, fare del discredito e della delegittimazione della politica le condizioni della propria fortuna. Da ultimo lo sta facendo Grillo – il quale, dal canto suo, ha definitivamente  chiarito, a Parma, cosa sia il suo movimento, quando ha detto senza mezzi termini che “Bossi è stato un grande, finché non è entrato nel sistema”). Grillo come il Bossi d’antan, quello che voleva scendere dalle valle coi fucili fino a Roma. Ma, Grillo o non Grillo, il rischio che si punti solo a far saltare il tavolo esiste. E che nuovi apprendisti stregoni vogliano esercitarsi nell’impresa, anche. Il primo partito chiamato a resistere a questa china pericolosa è il Pd, perché ha davanti alle primarie: vedremo in che modo verranno condotte, con quali argomenti chiameranno a votare la gente. Con quali proposte, con quali toni.

D’altra parte, ha ragione Mario Calabresi (su La Stampa): lo scandalo della Regione Lazio non dimostra solo che quando si crede di aver toccato il fondo c’è sempre qualcuno che si mette a scavare,  ma sgretola anche le poche certezze sulle quali si voleva costruire, negli ultimi anni, la speranza di una politica nuova. Il federalismo, i giovani, le preferenze. Nessuno di questi ingredienti ha mostrato infatti di produrre di per sé buona politica, a giudicare almeno dalla maniera in cui un’istituzione regionale ha fatto spazio nel proprio bilancio agli appetiti di voraci consiglieri, i quali peraltro si segnalavano per la giovane età (De Romanis, quello della festa in costume), oppure per il ricchissimo patrimonio di preferenze (Fiorito, quello dei conti pantagruelici). Questo ovviamente non significa che, allora, dobbiamo augurarci l’inamovibilità della classe politica, un esasperato centralismo e il ritorno dei piemontesi in tutte le Prefetture d’Italia, e, infine, tenerci il Porcellum. Proprio no. Significa però che nessuna ricetta potrà mai bastare, nessuna tecnica elettorale e neppure le norme più stringenti se la politica non tornerà ad essere un’impresa collettiva, l’assunzione di una responsabilità comune e l’indicazione di un bene possibile, piuttosto che il percorso personale che ciascuno traccia per sé, nel deserto dei partiti, col favore dell’ombra che la luce proiettata sui galli, cioè sul leader di turno, lascia ai suoi spregiudicati compagni di ventura.

Il Mattino, 25 settembre 2012

Papi stranieri

La prima volta che accadde i partiti non c’erano ancora. C’erano però, divisi e meno solidi degli omologhi europei, gli stati regionali. I quali, incapaci di trovare un punto di equilibrio, pensarono che la cosa migliore sarebbe stata di affidarsi a un sovrano straniero. Nella persona di Carlo VIII. Che un po’ combattendo, più spesso mercanteggiando, attraversò col suo esercito la penisola, spingendosi fino a Napoli. Non ottenne gran che, anzi batté presto in ritirata, ma la sua impresa aprì un ciclo cinquantennale di guerre, dal quale l’Italia ha impiegato secoli per riprendersi.

Non siamo però così pessimisti e non esageriamo con le metafore. Se oggi si invocano i papi stranieri (con la minuscola: quello con la maiuscola pare abbia concluso le sue gaie scorribande) non è però da temere che ce ne possano venire secoli di sventure e di guerre  orrende, come diceva amaramente quel gran politico di Niccolò Machiavelli. Ma serpeggia, anzi si manifesta apertamente un’analoga sfiducia nelle risorse del sistema politico nazionale. E cioè, in primo luogo, dei partiti. E come allora, così ora, c’è chi pensa di cercare il punto di equilibrio fuori dal sistema dei partiti, magari non spalancando le porte delle città, come allora, ma sbriciolando quel che resta di formazioni politiche le quali, bene o male, sono ancora la via costituzionalmente indicata per la determinazione della politica nazionale. Perché questo è il punto: chi determina la politica nazionale? O c’è qualcuno che pensa per davvero che le soluzioni sono sempre tecniche, mentre a creare problemi sono sempre i politici? Sta volgendo al termine la più sconquassata delle stagioni che l’Italia repubblicana abbia attraversato, che è stata anche quella di maggiore debolezza dei partiti politici. Come non vedere il rapporto diretto che sussiste fra l’uno e l’altro fattore? E come pensare allora di costruire la soluzione per il 2013 sulle macerie dei partiti, per fare largo al papa straniero, o al mite condottiero di turno? Non abbiamo già sperimentato abbondantemente, coi risultati che sappiamo, l’idea che la politica sia il campo in cui qualcuno, venuto da un’altra parte e dunque (solo apparentemente) non compromesso con il teatrino della politica, scenda tra ali di folla per salvare l’Italia dalla crisi, dallo sfascio o dai comunisti? Prima ancora che venisse giù il muro di Berlino e la prima repubblica, l’opinione pubblica aveva già cominciato a baloccarsi con il «partito che non c’è», quello fatto dagli uomini migliori del paese. Quando poi i partiti non ci sono stati per davvero, s’è visto chi c’è stato al posto loro. E non è stato un bel vedere

Certo, una differenza con il Papi con la maiuscola c’è, e non è una differenza di colore. Non si tratta cioè della diversa posizione nella classifica degli uomini più ricchi del paese, e neppure di una differenza di stile, come se Berlusconi avesse perso credibilità in Europa per qualche battuta di troppo sulla Merkel. È che l’uomo di Arcore si è dovuto accontentare di un ingresso laterale, da destra, nella vita politica italiana, mentre  al prossimo papa straniero si vuole offrire la possibilità di entrare dal più largo portone centrale. L’intuizione di Berlusconi – che era tutta nel nome originario del suo partito, Forza Italia – quanto meglio funzionerebbe, qualcuno starà pensando, da questa nuova, più agevole posizione!

Ora, è difficile dire se dal conclave uscirà il nome di Monti, oppure quella di Passera, o ancora quello di Montezemolo (che è un pochino calato nel borsino dei papabili, ma siccome è notoriamente un uomo fortunato non ce la sentiamo di escluderlo del tutto). Quel che purtroppo è facile intravedere è il tentativo à la Carlo VIII: la croce addosso ai partiti, dipinti come gli staterelli di allora, rissosi e inconcludenti. L’impasse, le pressioni degli Stati europei e infine l’uomo che viene da fuori e scompagina i giochi. Che poi qualcuno disponibile a mercanteggiare, in città, purtroppo, lo si trova sempre. Quel che invece bisognerebbe trovare, è il modo di evitare, dopo vent’anni, di replicare ancora lo schema di Papi.

L’Unità, 22 febbraio 2012

Cambiare o morire. Partiti alla prova

Formidabile quest’anno. Cominciato con le celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia e la vigorosa riscoperta del sentimento nazionale, si affretta verso la conclusione con la sensazione che nulla è scontato, nemmeno la coesione nazionale. Cominciato con la memoria dell’Italia che ce l’ha fatta, si conclude con i dubbi e gli interrogativi sull’Italia che ce la può, perché ce la deve, fare. Cominciato con un governo, finisce con un altro, ma l’impressione è che in gioco ci sia molto più che non la durata di un esecutivo; che in via di definizione sia l’assetto dell’intera legislatura prossima ventura e forse di un’altra Italia, quella che verrà fuori dalla crisi della seconda Repubblica.

All’orizzonte, ovviamente, non c’è nessun Napoleone, e quindi è difficile entusiasmarsi (o atterrirsi) per l’incedere dello spirito del mondo a cavallo, come accadeva a Hegel poco più di duecento anni fa. Però è indubbio che qualcosa si è messo in moto, e che quel che si è messo in moto ha la forza di un mutamento storico. Sembra proprio che la storia, con buona pace di Fukuyama che ne aveva celebrata festosamente la fine, non sia ancora giunta all’happy end. Tutt’altro.

Orbene, con quali strumenti è possibile affrontare cambiamenti di così ampia portata, quali quelli che si annunciano per gli anni a venire? In Italia, da qualche turno elettorale in qua, quel che ci è rimasto dei partiti si sforza di trovare il proprio ubi consistam intorno a una cosa chiamata programma. Ma il programma di un partito, ormai privo di un chiaro profilo culturale e ideale, non è molto diverso da un decreto mille-proroghe: si riempie delle istanze più diverse, per mera accumulazione. Per dare unità a quello che altrimenti sarebbe solo un disparato elenco di cose da fare, si è pensato di investire sulla comunicazione. Anche se a monte non c’è più nulla, o forse proprio per questo, qualcuno avrà pensato: facciamo comunque in modo che ci sia qualcosa a valle. E siccome comunicare è, anzitutto, semplificare, quale migliore semplificazione del partito personale? Questo processo si è quindi presentato nella forma più pura là dove non è stato affatto il partito a cercarsi un leader, bensì piuttosto il leader a dotarsi di un partito.

Ora, nessuno rimpiange sintesi ideologiche capaci di chiamare in causa l’interpretazione del corso del mondo anche quando si trattava di parchi marini o di dimensioni e colori dell’etichettatura merceologica, ma è chiaro che se davvero è in gioco la tenuta del paese, il senso stesso della presenza dell’Italia in Europa e un riallineamento geopolitico di portata globale, solo una forza (e una nazione) che abbia cultura politica e senso storico può farcela.

A Hegel toccò una volta di dover rispondere, in aula, a un certo signor Krug, che gli aveva chiesto di dedurre dal sistema della filosofia – se poteva – la sua penna. Hegel non si scompose. Replicò che lo si sarebbe potuto anche fare, non prima però di essersi occupati di tutto ciò che in cielo e in terra vi è di più importante della penna del signor Krug. Guai dunque a rispolverare vecchi dogmatismi e intollerabili spiriti di sistema; e dunque: niente presunzioni intellettuali o, peggio, fanatismi ideologici. Ma non è indispensabile avere ancora partiti capaci di definire il senso delle priorità nazionali, la misura di una sfida di portata epocale, e i punti in cui la teoria deve tornarsi ad applicarsi alla realtà storica? Noi ci troviamo in uno di questi punti, in uno di questi tornanti. Lo diceva anche il ministro Tremonti, la bellezza di un anno e mezzo fa: “L’intensità del fenomeno che viviamo è storica e ha modificato tutti i paradigmi, dalla politica all’economia. Non siamo dentro una congiuntura ma in un tornante della storia. È difficile da commentare standoci dentro”. E infatti è stato sbalzato fuori. Ma pochi si possono permettere di fare dell’ironia, perché tutti rischiano di fare la stessa fine, senza un’adeguata consapevolezza di ruoli e compiti.

È inevitabile: in una crisi si entra in un modo, si esce in un altro. L’unica differenza la fa la capacità di orientare i cambiamenti, e non semplicemente di subirli. I partiti che verranno saranno quelli che, senza più alleggerimenti o imbellettamenti postmoderni, in mezzo o alla fine ci saranno riusciti.

Il mattino, 23 dicembre 2011

La fine della seconda Repubblica

Mettiamoci pure noi nei panni di Socrate. Dopo tutto, non dobbiamo fare una cosa molto diversa da lui. Lui doveva fondare la città ideale, nella parole di Platone; noi dobbiamo, si parva licet, ricostruire l’Italia. Il passaggio che viviamo non è infatti solo uno scorcio di legislatura, l’eclisse di un uomo politico, il crollo di un’esperienza di governo o il tramonto di una formula politica, ma, più probabilmente (e più auspicabilmente), la fine della sgangherata seconda Repubblica.

E come Socrate dovette far fronte a tre successive ondate per delineare i contorni della sua città ideale, anche noi abbiamo da sostenere l’urto di tre grosse e lunghe onde che non hanno fatto che ingrossarsi negli ultimi due decenni.

La prima ondata si è abbattuta sulle fragili strutture delle repubblica italiana con la caduta del Muro, il crollo dell’ordine internazionale bipolare, il prepotente balzo in avanti della globalizzazione. All’improvviso, le vecchie architetture giuridico-statuali sono apparse inadeguate. Lo Stato è parso incapace di sostenere le sfide di una società complessa e le dinamiche dell’economia globale, ma insufficiente anche rispetto alla fioritura di una nuova età cosmopolitica dei diritti, a cui va sempre più stretta la sola dimensione statuale-nazionale.

La seconda ondata ha investito le culture politiche sulle quali si era costruita l’Italia del secondo dopoguerra. Non si tratta solo della consunzione delle ideologie novecentesche, ma dell’impasto politico-istituzionale che è alla base della Costituzione repubblicana. D’improvviso, essa è apparsa superata. Fino agli anni Settanta, il discorso pubblico era dominato dall’esigenza del completamento del disegno costituzionale; a partire dagli anni Ottanta si è imposto, nella retorica pubblica, il disegno di una grande riforma, che in verità non ha mai veduto la luce, ma che ha contributo in profondità alla delegittimazione degli attori politici legati alla prima Repubblica. E l’emergere di una questione settentrionale è stata la spia più vistosa del prevalere di forze centrifughe, invece che di spinte verso l’unità.

La terza ondata ha investito i piani alti del pensiero. Non si è mai scritta tante volte la parola fine come negli ultimi venti, trent’anni. Fine del cinema, della filosofia o della scrittura, fine del libro o dell’automobile, ma anche fine della politica o della storia. Tutta questa fretta nel dichiarare finite strutture portanti dell’esperienza umana del mondo (e anzi l’uomo stesso), di scambiare cambiamenti per decessi – e di prendere anche grandi cantonate perché, con buona pace di Fukuyama, la storia, ben lungi dal finire, dopo l’89 si è rimessa decisamente in moto – nasce da una brusca contrazione della prospettiva temporale che si misura ormai sul piede delle stagioni televisive o dell’ultima generazione di telefonini

Se dunque bisogna ricostruire, bisogna trovare il modo di fronteggiare queste tre ondate. Affrontare l’emergenza, certo, restituire credibilità al paese, ma anche lavorare di più lunga lena per inventare una modernità diversa dal credo neoliberista, un sistema di partiti diverso da quello regalatoci dal berlusconismo, un tessuto di relazioni sociali e istituzionali più robusto del ciclo di vita di un prodotto.

Far fronte alla prima ondata significa ricostruire lo Stato: certo nella nuova, ineludibile cornice europea, senza consolazioni autarchiche, ma senza neppure l’illusione che i problemi di governance possano essere demandati ad altre agenzie, più o meno tecniche, più o meno irresponsabili. Che poi è un altro modo di dire che si possono celebrare le virtù della ‘mano invisibile’ quanto si vuole, ma resta che l’alleanza fra capitalismo e democrazia non è affatto un automatismo di mercato. La dimensione globale dei problemi esige dunque che si rendano pienamente democratiche le istituzioni europee: per rafforzarle, non indebolirle a cospetto della dirompente forza dei mercati.

Far fronte alla seconda ondata significa ripensare la sfera della partecipazione politica. Qualcosa di meglio per garantire inclusione sociale e rappresentanza degli interessi rispetto ai partiti, d’altra parte, non è stato ancora inventato. Anche i partiti si muovono oggi in un ambiente profondamente mutato, ma l’idea che il confronto politico debba risolversi nel rapporto esclusivo e diretto fra massa di individui e leader si è rivelata un’idea perniciosa.

Far fronte alla terza ondata è, infine, la sfida più difficile. Perché significa ripensare il futuro, senza rimanere schiacciati nel’orbita del presente, e lasciarsi ogni volta sorprendere dagli eventi: si tratti dell’11 settembre o della crisi finanziaria, della primavera araba o della rivoluzione tecnologica in atto, l’impressione è che la politica insegua, piuttosto che precedere. Bisogna dunque che, lungi dal fare un passo indietro, faccia un deciso passo avanti.

Confidando magari nel fatto che con Berlusconi si è concluso solo un primo decennio: ce ne restano ancora novantanove, di decenni, per dare un senso nuovo e migliore al terzo millennio.

(L’Unità, 13 novembre 2011)

Il tunnel della seconda repubblica

Nell’opinione comune, è ormai radicata l’idea che le culture politiche della prima repubblica rappresentassero un’anomalia: solo l’Italia ha avuto per cinquant’anni una sinistra a dominanza comunista; solo l’Italia ha avuto, a destra, per tutto il cinquantennio repubblicano, un partito di ispirazione fascista. Anche la qualità del liberalismo nostrano è alquanto spuria, si dice, a confronto con la tradizione maggiore, quella anglosassone. E anche la Democrazia Cristiana, costituitasi in funzione anticomunista, non ha affatto ricalcato i tradizionali confini dei partiti di centro, moderati o conservatori, ma ha trattenuto nel proprio spazio politico un po’ di tutto, dalla sinistra sociale al clericalismo di destra. Per questo motivo, la seconda Repubblica avrebbe dovuto essere il luogo in cui l’anomalia sarebbe stata infine curata. Il Paese avrebbe dovuto trovare finalmente, anche sotto il profilo dell’assetto politico-istituzionale, il posto che gli spetta nel concerto delle nazioni europee.

Dopo quasi vent’anni , il risultato non è quello atteso. Il sistema politico italiano continua a produrre anomalie: il grillismo, il dipietrismo e soprattutto, enorme e ormai ingombrante, il berlusconismo. Lo stesso Pd – l’unica compagine che mantiene una forma-partito più o meno europea – non è nato con l’intento di avvicinarsi ad esperienze continentali analoghe, ma casomai con l’obiettivo (decisamente ambizioso) di portare gli altri partiti del campo socialista ad accodarsi alla nuova, originalissima sintesi inventata in Italia.

Tutto questo non sarebbe troppo grave, se di anomalia in anomalia fossero stati portati a soluzione i problemi del Paese. Dopo quasi cinque legislature, ci troviamo però ancora alla casella di partenza: con un sistema politico privo di solidità e ai minimi di credibilità, e un debito pubblico enorme, eredità indesiderata della prima Repubblica che sta ancora lì, tale e quale, e allunga la sua ombra su tutti noi.

Gli inviti al Presidente del Consiglio perché favorisca il cambiamento necessario non sono perciò affatto insensati. Ad essi, il centrodestra oppone con caparbietà la rivendicazione della centralità del Parlamento e del primato della politica. Anche se non si tratta più di intercettazioni della magistratura o di giudici comunisti, ma di giudizi dei mercati, pressioni dell’opinione pubblica, apprensioni che si manifestano in sedi internazionali, e infine di segnali di insofferenza della propria stessa base sociale, la replica della maggioranza è sempre la medesima: nessuna  supplenza, nessuna nuova anomalia.

Ora, l’argomento che così viene addotto sarebbe un ottimo argomento,  se però fosse minimamente coerente con la traiettoria storica del berlusconismo. La quale si è invece nutrita, come tutta la seconda Repubblica, di robuste dosi di antipolitica: di polemiche contro il teatrino della politica, discredito verso i professionisti della politica, insofferenza verso riti e formule della politica, e anche di qualche strattone alla vita delle istituzioni. Lo stesso dicasi per il Parlamento: Berlusconi non ha mai perso occasione di manifestare tutto il suo fastidio per i lavori delle Camere, sventolando la bibbia dei sondaggi  (quando potevano essere sventolati) pur di mostrare il difetto di una legittimazione meramente parlamentare.

L’Italia è perciò a un bivio: o assisteremo a un nuovo rilancio della retorica antipolitica e antiparlamentare sulla cui onda è nato il berlusconismo, ma questa volta ritorta proprio contro il suo governo, e le caste e le cricche che vi si anniderebbero. Oppure si prende per buono l’argomento dell’autonomia della politica, ma allora si apre davvero un tempo nuovo, con protagonisti necessariamente diversi, e in cui la competizione andrebbe finalmente condotta non azzerando ma costruendo le nuove culture politiche da piantare nella storia del paese. Ed è qui che Berlusconi dovrebbe mostrare infine un po’ di lungimiranza: non potendo essere lui il protagonista di una simile stagione, dovrebbe separare il suo destino politico da quello del centrodestra, e compiere il gesto più responsabile che si può compiere nei confronti di una propria creatura: concedere la possibilità di vivere oltre la parabola ormai conclusa del suo fondatore. Sarebbe, forse, la prima cosa normale fatta da quell’uomo straordinario che è stato Berlusconi.

La lunga marcia di Gianfranco

Di lunghe marce in politica ce ne sono state parecchie, e a giudicare dalle parole che il Presidente della Camera ha usato ieri è ad una lunga marcia che si sta preparando, dopo il fragoroso scontro in Direzione Nazionale. Fini ha escluso infatti tutte le soluzioni che porterebbero ad un’immediata resa dei conti: non fonda un partito, non prepara imboscate, non costituisce gruppi autonomi, non fomenta la crisi.
Come in ogni lunga marcia che si rispetti, non contano gli attuali rapporti di forza, ma la linea lungo la quale è possibile modificarli. Sui numeri ieri Fini ha (comprensibilmente) tagliato corto, sulle questioni politiche che intende sollevare no. Nessuna acquiescenza, ha detto, e si capisce che lealtà e responsabilità non impediranno a Fini di aprire discussioni su tutti i punti politicamente sensibili dell’agenda di governo. E siccome la lingua batte dove il dente duole, e siccome a dolergli è soprattutto il dente della trazione leghista del governo, è anzitutto sul federalismo, sui suoi costi, sulla salvaguardia della coesione nazionale che Fini ha battuto, molto più che sui temi della giustizia: questi ultimi, infatti, irritano sicuramente di più Berlusconi, ma molto meno Bossi e la Lega, con cui è aperta la partita vera. E la partita vera richiede tempi lunghi, perché si tratta nientedimeno che di mutare la ‘costituzione materiale’ della seconda Repubblica.
Al di là del testo costituzionale, infatti, il patto che oggi ci lega è fondato di fatto su due elementi: da una parte, un assetto politico e istituzionale tendenzialmente presidenzialista, unito alla mancanza di legittimazione di tutto ciò che somiglia sia pure alla lontana ai partiti tradizionali; dall’altra, la sostituzione della polverosa questione meridionale, divenuta agli occhi dell’opinione pubblica sinonimo di arretratezza, illegalità e inefficienza, con la questione settentrionale, col problema cioè di come lasciare le briglie finalmente sciolte al paese che funziona.
Qual è stato infatti il giudizio reso da Bossi, mentre chiedeva bruscamente le dimissioni del Presidente della Camera? È un vecchio notabile democristiano, ha detto, incurante della biografia politica di Fini. Appartiene alla prima Repubblica, voleva dire, quella che o è scomparsa o è finita tutta all’opposizione: noi invece, sottintende Bossi, siamo la seconda. Noi, cioè la miscela di populismo e federalismo in cui le perplessità e i distinguo di Fini non debbono trovare posto alcuno. Non che tutti gli umori e i sapori del centrodestra stiano in questa urticante miscela: sarebbe un grave errore pensarlo. Ma quando il gioco si fa duro, le durezze si fanno sentire eccome, e le linee di frattura si fanno, inevitabilmente, più visibili.
Ecco perché la marcia è lunga, e Fini ha davanti un percorso per nulla facile: perché ne va molto più che non del suo rapporto con Berlusconi. Dei due elementi su cui si fonda la legittimazione egemonica dell’attuale maggioranza, Fini sembra d’altra parte meglio attrezzato per mettere in discussione il secondo, quello che lo colloca dalla parte dell’unità nazionale contro gli egoismi localistici della Lega. Quanto invece al primo, ne vede tutti gli aspetti negativi nella vita interna del partito (che non è un partito, è un popolo, dice Berlusconi, ed è tutto dire), ma non ne discute affatto l’eventuale proiezione istituzionale. Si ha però un bel criticare il "centralismo carismatico" di Berlusconi, secondo la bella definizione di Alessandro Campi: finché il sistema politico resta imperniato su di esso, il dito alzato di Fini in Direzione rischierà di essere classificato come una piccola, per quanto clamorosa, impertinenza.
Naturalmente, uno i tempi non è che se li può dare a proprio piacimento, ed è da vedere se Fini di tempo ne avrà quanto gliene occorre, o se la sua fronda verrà assorbita, invece di ingrossarsi. Difficile fare ipotesi. D’altronde, il primo politico che ebbe la vista lunga riuscì, al termine di una lunga marcia, a portare il suo popolo nella terra promessa, ma, lui, Mosé, non ci entrò mai. Non è quello che auguriamo a Fini, ma che il paese abbia comunque bisogno di una buona leva di legislatori per completare finalmente la sua traversata, e trarsi fuori dal Mar Morto di un assetto politico-istituzionale che avrà pure il marchio della seconda Repubblica ma resta inconcluso, inefficace e inefficiente, questo, vista lunga o no, è ormai un’esigenza sotto gli occhi di tutti.