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Embrioni, divieti legittimi. Meno male

fecondazione-eterologa-e-legge-40La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha emesso ieri una sentenza che farà discutere: i diritti della signora Parrillo non sono stati lesi dal divieto, oppostole in base alla legge italiana, di donare gli embrioni crioconservati alla ricerca scientifica. Nel 2002, Adelina Parrillo e Stefano Rolla fanno ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Il 12 novembre 2003, Stefano Rolla perde la vita nell’attentato di Nassirya, in Iraq. L’anno successivo, con la legge 40, l’Italia proibisce l’utilizzo di embrioni a fini di ricerca. Non volendo procedere all’impianto degli embrioni conservati dopo la fecondazione (e depositati presso una clinica romana), e intendendo invece donarli alla scienza, Adelina Parrillo ricorre al giudizio della Corte. Ieri il verdetto che le dà torto.

La sentenza fa ovviamente rumore, perché sembra andare contro l’inarrestabile spirito dei tempi. Al quale viene facile di giudicare oscurantista e reazionario qualunque limite venga frapposto alla ricerca scientifica. Non saranno i diritti della signora Parrillo ad essere stati lesi, si dirà, ma lo sono allora i diritti dei malati, e quindi quelli di tutti noi, che veniamo privati della speranza di poter accedere a cure per il cui sviluppo è necessario che la ricerca scientifica abbia libero corso, e possa anche procedere alla sperimentazione sugli embrioni.

Le cose però non stanno proprio così. La sentenza non interviene sui limiti della ricerca scientifica. Per quei limiti, peraltro, potrebbe bastare la Convenzione del Consiglio di Europa sui diritti dell’uomo e la biomedicina (Convenzione di Oviedo), la quale richiede per un verso una «protezione adeguata all’embrione», e per l’altro vieta la «costituzione di embrione a fini di ricerca». Segno che l’embrione non sarà qualcuno, cioè una persona, ma non è nemmeno una semplice cosa (altrimenti cosa vuol dire: «protezione adeguata»?). La sentenza interviene piuttosto sul rispetto o meno del diritto di proprietà sugli embrioni vantato da chi ha prestato il proprio materiale genetico, così come sul rispetto o meno della vita privata. E dice, in breve, che gli Stati nazionali possono stabilire limiti a ciò che di un embrione si può fare: nel caso in giudizio, donarlo o meno alla scienza. La parte più interessante della sentenza riguarda proprio la «necessità» – la Corte dice proprio così – di un intervento dello Stato. I margini di valutazione sono infatti ampi, sono coinvolte sensibilità morali diverse, i paesi europei hanno legislazioni differenti, c’è una pluralità di opinioni su quando la vita umana abbia inizio. La Corte non può non notare che proprio per questo sia il Consiglio d’Europa che l’Unione europea lasciano che gli Stati nazionali godano di ampi margini di discrezione nell’adottare legislazioni più o meno restrittive a riguardo della distruzione di embrioni.

Può piacere o no, ma questo significa, nei termini più larghi possibili, che ha senso legiferare in materia. E direi: per fortuna (dal punto di vista almeno del diritto pubblico). Il pronunciamento della Corte dice cioè che la questione dell’embrione non riguarda solo i diritti individuali della persona o della coppia che l’ha voluto. Proprietà e sfera privata c’entrano, ma solo fino a un certo punto, e quel punto viene stabilito da una legge dello Stato. C’è un passaggio della decisione della Corte in cui si dice che il diritto invocato da Adelina Parrillo non rientra nei suoi «core rights», cioè nel nocciolo duro dei suoi incomprimibili diritti, poiché non concerne «un aspetto cruciale della sua esistenza o della sua identità». Ne va sì dei suoi geni, insomma, ma non del suo stesso corpo o soltanto dell’espressione della sua volontà. All’ordinamento giuridico viene dunque chiesto di tenere conto di queste evidenti differenze.

Orbene, quest’idea, che l’ultima parola non spetta alla scienza o al progresso tecnologico, ma alle responsabilità che competono ai pubblici poteri, può spiacere solo a chi ritenesse che scienza e morale individuale sono tutto ciò di cui si ha bisogno in una democrazia per ordinare la convivenza umana. E che politica e religione sono invece ciò che il progresso deve mangiarsi per liberare l’individuo da vecchi legacci e antichi retaggi di illibertà. Ma è molto dubbio che le cose stiano davvero così. E che ieri una Corte europea ne abbia chiaramente preso atto, per una volta non sostituendosi alle responsabilità della politica e dello Stato ma anzi sottolineandole, non è affatto una cattiva notizia, qualunque cosa si pensi della legge 40.

(Il Mattino, 28 agosto 2015)

Il Presidente e l’eversore

ImmagineSono trascorsi poco più di tre mesi dalla dichiarazione del 13 agosto, e sul Colle nessuno ha cambiato idea: «di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto». Nulla, nel comportamento di Silvio Berlusconi, mostra invece che il Cavaliere voglia prenderne atto. Nonostante il principio della legalità, nonostante il rispetto dovuto alle istituzioni, nonostante la nota del Quirinale. Le parole che il Cavaliere ha usato venerdì, con maggiore veemenza del solito, per esigere – non chiedere ma addirittura esigere – la grazia lo dimostrano. Ma le precisazioni diramate ieri dall’ufficio stampa del Quirinale non riguardano la materia, già oggetto del comunicato di agosto. Già allora, infatti, Napolitano aveva scritto che sebbene il Presidente della Repubblica possa compiere un atto di clemenza anche in assenza di domanda, non può «prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza». Ora, nessuno, in precedenza, si era mai spinto al punto di pretendere di essere graziato. Né alcuno è mai stato graziato ancor prima di aver cominciato a scontare la pena, gravato peraltro da numerose altre pendenze giudiziarie. Le condizioni per un atto di clemenza, dunque, allo stato non sussistono. Ma le parole con cui Berlusconi getta benzina sul fuoco, «prive di ogni misura nei contenuti e nei toni» – come si sottolinea con preoccupazione dal Quirinale – aggravano ulteriormente il quadro. La novità non riguarda dunque il profilo giuridico della vicenda che coinvolge il Cavaliere: quella è chiara da tempo e attende solo di essere completata con la decadenza dal Senato e l’esecuzione della pena; riguarda invece il livello dello scontro politico, che Berlusconi alza minacciosamente, con parole irricevibili. «Non è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche» aveva scritto Giorgio Napolitano il 13 agosto. Ma quel che ha detto l’altro ieri Berlusconi, che si starebbe compiendo un «colpo di Stato» a suo danno e che per questo bisogna reagire con una manifestazione di piazza, è precisamente una simile, inaccettabile ritorsione, che può addirittura mettere in pericolo la tenuta del quadro democratico. Di qui l’invito pacato ma fermissimo con cui si invita il Cavaliere a rimanere ben dentro la legalità, a non prendere decisioni o adottare iniziative che possano situarsi al di fuori della legge.

Il Cavaliere, in verità, si è già posto fuori della legge almeno una volta, dal momento che pesa su di lui una condanna passata in giudicato. Pretendere ora di cancellarla, sovvertirla, rinviarla, bypassarla, o in qualunque altra maniera si voglia dire, significa mettersi un’altra volta contro l’ordinamento giuridico del nostro paese, contro un verdetto definitivo della magistratura e contro gli italiani, visto che il rispetto delle leggi è a presidio e a garanzia di tutti.

Eppure non c’è verso. In ogni modo Silvio Berlusconi cerca di allontanare da sé l’appuntamento con la decadenza. Ieri il grand’uomo ha giudicato «umiliante» l’affidamento ai servizi sociali. Eppure, nella civiltà giuridica moderna la pena, lungi dall’essere semplicemente afflittiva, è al contrario proprio la via attraverso la quale il reo guadagna nuovamente dignità e rispettabilità sociale. È evidente che Silvio Berlusconi non vuole o non sa percorrere quella via, e forse non vuole più neppure ritrovare quella rispettabilità. Ed è un peccato che le bandiere di un partito politico, della neonata Forza Italia, siano levate in alto solo per fargli da nascondiglio.

(L’Unità, 25 novembre 2013)