Archivi tag: sinistra

Il progetto impossibile

morte-squartamento

Mezio Fufezio, chi era costui? Forse un lontanissimo progenitore di Giuliano Pisapia. La cui sorte (di Fufezio, non di Pisapia) è stata raccontata dallo storico Tito Livio: l’ultimo, sconfitto re di Alba Longa fu dai romani legato per un braccio e una gamba a un carro trainato da quattro focosi cavalli, e per l’altro braccio e l’altro gamba ad un altro carro, anch’esso tirato da quattro cavalli, lanciati però nella direzione opposta al primo. Fu così che Mezio Fufezio morì squartato.
La politica romana di oggi non è così feroce come quella di ieri, ma la sorte toccata – non a Pisapia ma al suo Campo progressista – non è molto dissimile da quella patita dell’antico sovrano. La neonata lista dei Liberi e Uguali se ne è andata da una parte; il Pd procede dalla parte opposta. Pisapia, rimasto in mezzo, non ha potuto che prenderne atto. La sua idea, di riunire sotto un’unica insegna tutte le formazioni della sinistra, non aveva più alcuna plausibilità.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, secondo le dichiarazioni ufficiali, la decisione della maggioranza di mettere in fondo al calendario dell’aula la legge sullo ius soli, che così diviene irrealistico ipotizzare che venga approvata durante gli ultimissimi scampoli della legislatura. In realtà, è la fine di Mezio Fufezio: i carri hanno preso a strappare, e un pezzo di Campo progressista sente la spinta a ricongiungersi agli ex compagni di Sinistra e Libertà,  ora confluiti nella lista guidata dal presidente del Senato Grasso, mentre l’altro pezzo, ulivista, progetta di coalizzarsi col Pd.
Lo ius soli c’entra, ma sembra piuttosto un alibi, che una causa reale. È vero che per Pisapia costituiva una parte fondamentale della costruzione dell’identità del centrosinistra, ed è noto quanto stia a cuore all’ex sindaco di Milano la tematica dei diritti e una politica di accoglienza diversa da quella fin qui incarnata dal ministro Minniti. Ma se lo una soli non sarà approvato, nulla impedisce che entri nel programma della coalizione e diventi un punto qualificante della sfida elettorale. Il Pd rimane compattamente schierato per la sua approvazione anche se in questo finale di legislatura sta venendo meno la forza politica necessaria ad imporla ai riluttanti alleati centristi. Non solo, ma la scelta compiuta dalla maggioranza, di portare piuttosto ad approvazione la legge sul biotestamento – che attende da più di un quinquennio – non contraddice affatto la proposta di una piattaforma progressista avanzata sul tema dei diritti.
Dunque, non è questo il punto. Il punto è il supplizio di Medio Fufezio, che ora dilania Campo progressista – l’ultima nata delle diverse sigle politiche a sinistra del Pd, la più incerta e la più fragile – ma che ha sempre torturato la sinistra, più brava a dividersi che a unirsi. L’associazione temporanea di scopo – questo era, in fondo, il Campo di Pisapia – aveva, per giunta, contro di sé solide ragioni storiche, politiche e di sistema. In una cornice proporzionale, la spinta a stare insieme è minore, e la quota maggioritaria da sola non è motivo sufficiente per superare i riflessi identitari che da sempre affliggono la sinistra. Non a caso, nella prima Repubblica solo alla Democrazia Cristiana riusciva di tenere dentro di sé correnti ideologiche e culturali assai diverse per ispirazione e tendenza. La stessa cosa non succedeva a sinistra, dove non bastava affatto la forza egemonica del PCI a riunire le varie declinazioni del progressismo: riformiste e non, socialiste e non, marxiste e non.
Ma è storia di ieri. Oggi ci sono oggi le più contingenti ragioni della politica: la rottura  fra il partito democratico e i fuoriusciti di Mdp era troppo recente perché potesse riuscire l’operazione di incollare nuovamente i cocci. Ancor meno probabile era che potessero bastare i buoni uffici di Pisapia. Il quale ha forse pensato che bastasse rievocare lo spirito dell’Ulivo (assurto ormai a mito politico) per superare antipatie personali e divergenze reali. Peccato che né D’Alema da una parte, né Renzi dall’altra siano mai stati ulivisti. E che soprattutto non lo sia il Pd, nato piuttosto dai limiti di quella esperienza, che non dalla sua ideale prosecuzione. Campo progressista doveva avere il respiro di un nuovo progetto strategico, ma non poteva averlo, perché né da parte di Mdp si voleva mettere in campo una cosa nuova, ma solo azzoppare il Pd, né da parte del Pd si voleva cambiare schema e direzione, ma solo allargare l’offerta elettorale. Giuliano Pisapia ne ha preso onestamente atto: a differenza di Mezio Fufezio, non era lui il finto alleato di Roma, ma gli altri, e forse meriterebbe per questo l’onore delle armi.
(Il Mattino, 7 dicembre 2017)
Annunci

La sinistra rissosa in cerca d’autore

leger.jpg

Il fuoco di sbarramento contro l’iniziativa presa dal partito democratico dopo l’ultima direzione si è alzato subito, appena la proposta ha cominciato ad assumere qualche consistenza. È bastato che andasse bene l’incontro fra il mediatore del Pd, Piero Fassino, e Giuliano Pisapia, e che quest’ultimo rendesse noto l’incoraggiamento ricevuto da Romano Prodi, perché dall’altra parte della barricata si sentissero le voci in dissenso di Mdp e di Sinistra Italiana. Per loro, la partita è chiusa e non c’è appello all’unità che tenga. Nessuna preoccupazione per una vittoria del centrodestra può giustificare la fine delle ostilità con il Pd. E non basta neppure mettere a verbale che non c’è alcun premier in pectore della costruenda coalizione per indurre i fuoriusciti del Pd, e le altre formazioni di sinistra, a trovare un accordo prima del voto.

Dopo il voto, casomai: così ha lasciato intendere Bersani, invitando a leggere la legge elettorale. «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento», ha detto. Ed è una dichiarazione per un verso banale, ma per altro verso rivelativa. Banale in primo luogo, perché fotografa una realtà a tutti nota: la probabilità che in Parlamento arrivi una maggioranza autosufficiente, omogenea e coesa è molto bassa, per non dire nulla. La spinta a convergere su candidati comuni nei collegi uninominali è, così, troppo debole, mentre è più allettante la prospettiva di avere un peso determinante nei complicati giochi parlamentari che seguiranno, compreso un’eventuale governo a cinque stelle. Ma la dichiarazione è anche rivelativa di una collocazione tattica, cioè semplicemente temporanea, di qui alle elezioni, da parte di Bersani e compagni. Come, del resto, potrebbe essere altrimenti? Salvo ragioni anagrafiche (che valgono per i più giovani) a guidare Mdp ci sono quelli che hanno votato le riforme del lavoro, dal pacchetto Treu al Jobs Act, le riforme delle pensioni, da Lamberto Dini alla Fornero, il pareggio in bilancio in Costituzione e le politiche di austerità del governo Monti. A occhio e croce: una ventina d’anni. Che ora trovino motivi per essere assolutamente intransigenti e considerino per esempio di non poter votare la legge di bilancio firmata da Gentiloni: questo si può spiegare non certo in ragione di una profonda revisione ideologica e programmatica – che nessuno si è accorto essere stata condotta, in questi ultimi mesi – ma semplicemente in ragione di un’esigenza contingente, quella di superare il Pd renziano. Per la qual cosa non bastano certo i tentativi di appeasement di Fassino, e i distinguo della minoranza guidata da Orlando: ci vuole il passaggio sacrificale della sconfitta alle elezioni.

La cosa è così chiara, che quel che è da chiedersi è, se mai, perché il Pd si ostini comunque a cercare un’intesa a sinistra. Io direi che valgono tre considerazioni. La prima è anch’essa banale: non sposterà molto in termini di consenso, ma al Pd conviene rendere evidente che a rifiutare ogni appello all’unità sono quelli di Mdp. La seconda considerazione è che, in uno schema a prevalenza proporzionale, disporre di un ‘marchio’ di sinistra significa comunque ampliare l’offerta. Metterla in termini di marchio è sgradevole e persino ingeneroso, ma è per dire che anche da questo lato della barricata vi possono essere ragioni puramente tattiche per portare avanti il tentativo. Infine, non c’è dubbio che l’eventuale riduzione della conflittualità a sinistra può servire almeno a rendere un po’ più evidente il profilo politico che il partito democratico intende assumere, un profilo oggi oscurato da una nuvolaglia di parole spese in discussioni totalmente improduttive.

Dopodiché, però, resta appunto il compito di determinare questo profilo in maniera chiara e incisiva. Marco Damilano, neo-direttore de «L’Espresso», nel novero dei fatti respingenti che tengono lontano dalle urne l’elettorato di sinistra, insieme agli scontri, alle divisioni, ai risentimenti, ai partitini improvvisati e ai veti incrociati, ha messo pure le manovre di Renzi «che dopo una legislatura tutta giocata su una strategia di raccolta di voti centristi, moderati, post-berlusconiani, a poche settimane dal voto si converte alle alleanze a sinistra». Difficile dargli torto. Queste conversioni dell’ultimora ben difficilmente riescono vincenti. Ma soprattutto contraddicono l’idea che Renzi aveva provato a dare di sé, come del leader che fa una cosa nuova, e che non cancella certo ma ridetermina i tratti di una sinistra riformista. Del resto, quale partito, avendo governato per cinque anni, ha mai vinto le elezioni senza rivendicare i risultati di una legislatura? Per farsi di nuovo capire dal Paese, fare la faccia contrita – come chiedono Speranza, Bersani e gli altri – non serve a nulla, mentre può servire qualcosa spiegare in quale direzione si vuol cambiare il Paese.

(Il Mattino, 20 novembre 2017)

La sindrome dei fratelli coltelli

PABLO-PICASSO-THE-FIRST-STEPS 1943

P. Picasso, Primi passi (1943)

È finita come non poteva non finire: a sinistra del partito democratico non c’è una formazione, ce ne sono (almeno) due. Una lavora per costruire un nuovo Ulivo, un centrosinistra allargato, un campo progressista: qualcosa – la si chiami come si vuole – che non sta politicamente in piedi senza il partito democratico; l’altra lavora invece per costruire un’alternativa di sinistra alla maggioranza che ha governato in questa legislatura: un’alternativa al Pd, dunque, che viene accusato di essere solo nominalmente un partito di centrosinistra. L’atto di maggior rilievo politico di questa fine di legislatura è la legge di stabilità: i parlamentari di Mdp vicini a Bersani e D’Alema non lo condividono; i parlamentari vicini a Pisapia invece sì. La spaccatura non potrebbe essere più fragorosa. Si può imbellettare come si vuole questa conclusione, si possono usare perifrasi e circonlocuzioni, ma il dato politico è questo: a sinistra gli uni non ne vogliono sapere di Renzi e del Pd, gli altri invece provano a lavorarci assieme. I primi considerano sbagliato cercare un terreno di intesa, almeno in questa fase e fino alle prossime elezioni; i secondi, invece, provano a fare esattamente questo, in vista di una possibile alleanza.

Chi volesse capire com’è possibile che a pochi mesi dalla nascita della nuova formazione politica – anzi: ancor prima di ritrovarsi in un unico partito – bersaniani e pisapiani si separino su un atto così importante come la nota al documento di economia e finanza (necessaria alla presentazione della legge di stabilità), non ha bisogno – io credo – di scomodare la storia lunghissima di divisioni, scissioni e lacerazioni che attraversa tutta la storia della sinistra. Che non è tutta uguale, peraltro: un conto è la scissione di Livorno fra socialisti e comunisti, nei primi decenni del Novecento; un altro la spaccatura dentro Rifondazione comunista, negli anni Novanta. Una cosa sono Gramsci o Bordiga; un’altra Bertinotti o Turigliatto. Se proprio si vogliono fare paragoni, questa vicenda somiglia al triste epilogo della stagione ulivista, o, più in generale, a tutto quello che è accaduto a sinistra dall’89 in poi: da una parte la spinta maggioritaria a costruire un partito che superasse antichi steccati ideologici e si proponesse come forza di governo; dall’altra i contraccolpi identitari, e minoritari, che producevano micropartitini a iosa, o si riducevano ad essere scialuppe di salvataggio per personale politico in disuso.

C’entra la storia, la coazione a ripetere sempre gli stessi errori? C’entri o no, sicuramente ha contato di più la valutazione su come presentarsi alle prossime elezioni. Questione cruciale per i fuoriusciti del Pd, che si rendono conto di non poter giustificare la propria esistenza in vita se non proponendosi come alternativi alla formazione dalla quale hanno preso in maniera così dirompente le distanze. Pisapia, Bersani e gli altri (pochi, in verità) non hanno fatto solo una battaglia di minoranza all’interno del Pd, hanno ritenuto che non ci fossero le condizioni minime per restare dentro un partito che giudicavano snaturato rispetto alle motivazioni originarie: con quale coerenza potrebbero ora pensare di fare un tratto di strada insieme? Più prosaicamente ancora: come possono rendersi visibili all’opinione pubblica, e appetibili a sinistra, senza rompere col Pd? Dunque: niente Pd, almeno finché c’è Renzi. Un problema di coerenza però ce l’hanno comunque, perché questa sinistra dura e pura è la stessa che votava con Forza Italia prima il governo Monti e poi il governo Letta. L’onorevole Speranza, che non ce la fa a votare la nota al Def perché giudica insoddisfacente le risposte sul lavoro o sul sociale del ministro Padoan, è lo stesso che faceva il capogruppo alla Camera con Letta a Palazzo Chigi e Saccomanni (non proprio un comunista) al Tesoro. E Filippo Bubbico, che oggi si dimette da viceministro dell’Interno, era viceministro già allora, in quel governo Letta che, al posto di Minniti, aveva Angelino Alfano (anche lui: non proprio un marxista-leninista). D’Alema soleva dire: il capotavola è dove sono seduto io. Di fatto, è come se ora provasse a dire, insieme a Bersani e ai suoi: la sinistra è dove ci siamo noi. Solo che, a furia di fare la guerra agli altri, quel “noi” si è molto rattrappito: è rimasto il capotavola, ma un tavolo comune non c’è più.

Tutte queste circonvoluzioni ruotano in realtà attorno a un punto, anzi a un nome: Matteo Renzi. C’è poco da fare: gliel’hanno giurata. Dopodiché è vero che in politica non contano (solo) le motivazioni personali. Ma per il modo in cui Mdp è nata non c’è altra traiettoria da intraprendere che non si prolunghi in una linea di fuga dal Pd.

Pisapia invece non ha bisogno di prendere cappello. Per lui, anzi, si è sempre trattato di aggiungere, non di sostituire. Nel giudizio dell’ex sindaco di Milano il Pd rimane tuttora una forza di centrosinistra: se non è sufficiente, si costruirà un campo più largo, per riorientare le politiche del governo. Ma non si butterà tutto a mare. Mdp è interessata solo alla pars destruens; Pisapia sta provando a fare la pars costruens: le due cose, evidentemente, non riescono a stare insieme.

Naturalmente tutto può essere. Persino che insieme ci rimangano, per mere ragioni di opportunità. Ma, politicamente parlando la storia di Mdp-Campo progressista è finita prima ancora di cominciare: si può già scommettere, anzi, che la sinistra che entrerà in Parlamento nella prossima legislatura uscirà, al suo termine, diversa da come vi è entrata, divisa e rimescolata ancora una volta. Com’è sempre stato, del resto, in tutte le legislature della Seconda Repubblica.

(Il Mattino, 4 ottobre 2017)

Pisapia e la leadership per procura

Liga

Ligabue, La vedova nera (1955)

Non si candida. Giuliano Pisapia non sarà nel prossimo Parlamento. Benché abbia poi precisato che con questo non intenda affatto ritirarsi dalla vita politica, benché abbia subito aggiunto  che fuori dal Parlamento sono anche il leader del centrosinistra, Matteo Renzi (che però si candiderà sicuramente), il leader del centrodestra, Silvio Berlusconi (che però si candiderebbe, se solo potesse), e il leader del Cinquestelle, Beppe Grillo (che però del Parlamento ha mostrato negli anni di avere poca o nessuna considerazione, fin da quando lo paragonò a una scatoletta di tonno), nonostante abbia già portato a termine due mandati parlamentari e ritenga perciò che sia abbastanza  (ma vi sono regole più stupide di questa, specie quando la si applica pedissequamente?), nonostante tutto questo e ogni altra considerazione  Pisapia abbia voluto aggiungere, è una notizia che il leader del Campo non sarà nel prossimo Parlamento. Per la verità, stupisce anche che un uomo di grande sensibilità giuridica e istituzionale come Pisapia lasci intendere che si può far politica indifferentemente sia fuori che dentro il Parlamento, come se il Parlamento non fosse il cuore dello Stato, il centro della sovranità nazionale e il luogo della rappresentanza democratica: Stato, sovranità d rappresentanza non sono parole prive di peso, alle quali si possa rinunciare con leggerezza.

E in effetti è poco probabile che Pisapia abbia preso la sua decisione con leggerezza. Più probabile è che, dopo la manifestazione del 1° luglio, abbia meglio compreso gli ostacoli contro i quali rischia di cozzare il progetto di un vasto rassemblement delle forze di sinistra. Limiti politici e elettorali. C’è poco da fare, infatti: la legge con la quale andremo a votare sarà  una legge proporzionale. I partiti si presenteranno da soli e per contare qualcosa dopo il voto dovranno contarsi prima del voto: l’idea di Pisapia di costruire una coalizione unitaria si scontra  con la logica del sistema proporzionale. A ciò si aggiunga che il partner con il quale Pisapia ha cominciato a dialogare, l’Mdp di Bersani e D’Alema, ha tutta l’aria di non volerne sapere di fare insieme al Pd un sia pur piccolo tratto di strada. Anzi, quel poco che Pd e Mdp condividono, cioè il sostegno al governo Gentiloni, è molto probabile che verrà meno dopo l’estate. E allora, come si può immaginare che non si troveranno su sponde distinte e separate quelli che avranno votato la legge di stabilità del prossimo anno e quelli che avranno contro? Non è questione dell’indisponibilità di Matteo Renzi, e nemmeno di idiosincrasie personali: è la logica delle cose.

Pisapia ha provato a tessere una tela che richiedeva, per tenere il filo, di inserirsi in uno schema maggioritario. Non a caso, a tenergli bordone, in questa fase,  è stato Romano Prodi, il portabandiera dell’ulivismo. Ma questo schema è tramontato  dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre. Nel quale, è pure il caso di ricordarlo, l’ex sindaco di Milano ha coerentemente votato sì: diversamente, però, da tutti gli altri suoi attuali compagni di viaggio, che del famigerato combinato disposto fra la riforma costituzionale e l’Italicum rifiutavano tutto, sia il combinato che il disposto.

Chi lo ha capito, detto e teorizzato  per tempo è stato D’Alema, che infatti sta sostanzialmente dettando la linea: l’unico rassemblement che si può fare, con un occhio allo sbarramento elettorale (cioè all’unico correttivo della legge con effetti disproporzionali) è quello che chiama al tutti contro uno, leggi: al tutti contro Renzi.

 

Ma Pisapia aveva in testa un’altra cosa, una cosa in cui doveva esserci anche il Pd. Aveva in testa il maggioritario, non il minoritarismo identitario della sinistra più radicale. Se dunque ha detto “no grazie, non ci sto” è perché non aveva molta voglia di mettersi a fare il leader di Mdp per procura (la procura che gli hanno firmato Bersani e D’Alema, pronti a ritirarla il giorno dopo le elezioni: almeno questa Pisapia l’ha capita).

Non sorprende allora che solo dalle file del Pd, in queste ore, gli siano venuti molti attestati di solidarietà, molti inviti a correre insieme ai democratici, molti sorrisi e braccia tese, mentre invece dalla sua sinistra gli sono venuti soltanto gelidi commenti. È come se Pisapia, per generosità o forse per ingenuità,  si fosse accorto solo ora di avere sbagliato campo.

Campo, e tempo. O epoca. Il suo profilo somiglia infatti, anche in questo, a quello di Prodi: funziona se non è quello dell’uomo di partito, ma del papa straniero che mette d’accordo, o meglio, mette tregua fra i partner della coalizione. Papa di cui, ad onta di ogni precedente fallimento, larghi settori dell’opinione pubblica progressista – “Repubblica”, per intenderci – continuano ad essere in cerca.

Ma il tempo delle elezioni si avvicina, e non sembra per nulla il tempo delle tregue o degli armistizi. E nemmeno quello dei bronci o dei malumori. Se Pisapia non si candida, Mdp lo scarica, e bisogna vedere se il Pd se lo prende.

(Il Mattino, 15 luglio 2017)

A Matteo critiche vecchie. Alleanze inutili col proporzionale

PRESENTAZIONE DEL LIBRO QUEL CHE RESTA DI MARX

Cosa significhi reinventare un «partito popolare e nazionale, un partito della nazione», dentro un nuovo sistema proporzionale, dopo venticinque anni di seconda Repubblica? «È tutto da vedere», mi risponde Giuseppe Vacca, storico presidente della Fondazione Gramsci, ma di certo non è cosa che si vedesse dai commenti seguiti al voto amministrativo di domenica.

«Secondo me i commenti risentono ancora di un clima e di uno stile formatosi durante gli anni della seconda Repubblica. Non ci si rende conto che il maggioritario è finito. Un ciclo politico è compiuto. Qualunque proiezione sul futuro di dati che provengono da elezioni amministrative è perciò da prendere con le pinze. Tanto più che, in generale, è difficile comparare e proiettare il voto delle elezioni amministrative sul piano politico nazionale».

Eppure son tutti lì a ragionare di coalizioni e schieramenti, anche solo per mettere in difficoltà Renzi. Prodi prova a incollare i pezzi del centrosinistra. Orlando chiede primarie di coalizione. Veltroni dice no all’autosufficienza.

Però Il modo in cui si forma l’orientamento dei cittadini verso (o contro) la politica prescinde largamente da questa discussione. Le prossime elezioni si faranno con una legge proporzionale. Con il proporzionale i governi si formano in Parlamento, molto più che col maggioritario. Gli elettori votano per il partito preferito da ciascuno. Quello che poi determina gli equilibri di governo è la qualità, l’efficacia dell’offerta politica.

D’Alimonte su «Il Sole 24 Ore» scrive che il voto di Genova, di Sesto San Giovanni, di Pistoia (ma anche di Padova, che è andata al Pd) dimostra che ormai tutto è contendibile.

L’unico dato generale e generalizzabile è che hanno perso tutti. È un ulteriore segnale di sgretolamento, di frana: non dico nemmeno di un sistema di partiti, ma di un paesaggio politico. Soprattutto nelle elezioni locali, è ancora più difficile parlare di partiti, che non svolgono più alcuna vera funzione rappresentativa. Dire allora che il centrodestra quando è unito vince, può vincere, è persino ovvio, prevedibile e in verità anche previsto, in situazioni come quelle liguri, di Genova o Spezia, che conosco da vicino. Ma questo cosa ha a che fare col tema di come prepararsi alle elezioni politiche?

Cosa allora vi ha a che fare? Nell’editoriale che ho scritto ieri, ho provato anch’io a mettere da parte le mere sommatorie elettorali e a indicare nelle questioni europee il terreno decisivo della sfida.

Innanzitutto la parte maggioritaria dell’elettorato deciderà in base al bilancio su cinque anni di governo Renzi-Gentiloni: come si fa a ignorarlo? E l’intera legislatura è stata incentrata sul nesso fra Italia ed Europa. Ebbene, è da vedere come si costruirà l’agenda europea dopo le elezioni tedesche e soprattutto chi darà le carte. Da noi conterà la capacità di dire veridicamente ai cittadini, senza imbrogliare, come e perché determinati problemi sono problemi europei.

Ma se è il rapporto con l’Europa a determinare l’agenda, non è complicato per i democratici immaginare dimettere insieme una coalizione di centrosinistra, in vista di una futura alleanza di governo? Dove sono i «buoni europei», a sinistra del Pd?

Ma non è questione di sinistra o destra. I cittadini votano in base ai problemi i più diversi, alle esasperazioni più diffuse, a insoddisfazioni, interessi corporativi, o anche a grandi visioni e grandi narrazioni. Non credo che i cittadini siano molto appassionati di queste categorie di destra/sinistra. Certo c’è una storia, una sedimentazione di valori, ceti politici diversi, culture diverse, che si dicono di destra o di sinistra. Ma non se ne può parlare in base a semplici etichette. È evidente che c’è una certa continuità in un arco di forze che va dai moderati di centro fino a Pisapia: ma a che serve cominciare dalle etichette? È questo il problema che definisce l’agenda politica con cui si deve misurare una leadership?

Provo allora a fare l’avvocato del diavolo e ti chiedo: ma quelli che invece dicono che una forza di sinistra non può condividere strutturalmente l’impianto politico e istituzionale di questa Unione europea, che in essa istanze di sinistra non possono trovare spazio, che l’euro è l’equivalente di quello che sono stati Reagan e Thatcher negli anni Ottanta?

Se, per essere di sinistra, invece che di far pesare le questioni nazionali sul modo in cui si compone l’agenda europea, si tratta di dire: “questa Europa è fallita”, non condivido ma capisco: è legittimo. Ma poi chi dice così non si può mettere insieme con chi pensa: “ma come è fallita? Vediamo invece cosa realisticamente è successo, in base a una cartografia sobria, realistica, del mondo”. Come si fa a dire ad esempio, come fa Veltroni, che per essere di sinistra bisogna fare la lotta alla precarizzazione? La precarizzazione è il modo in cui si riflette sui governi e le nazioni di tutto il mondo questo tipo di globalizzazione. Ed è quanto meno un problema di dimensioni europee. Non possiamo parlare delle cose italiane a prescindere dal contesto. E il nostro contesto storico, economico, la parte che ci spetta in un concerto plurinazionale si decide in Europa. Quello diventa un grande discrimine. Aggiungo: chi ha cambiato il paradigma del rapporto con l’Europa, anche rispetto al centrosinistra degli anni passati, si chiama Matteo Renzi. Sembra poco ma non lo è. Prima si trattava sott’acqua: l’Europa era sentita come vincolo, invece che come responsabilità condivisa. Renzi ha invertito la tendenza. È ancora difficile e non è diventato ancora oggetto di un diverso racconto del Paese, ma questo è il tema.

Nel Novecento, l’essere di sinistra si definiva in base al contesto internazionale, e in base ai mondi sociali di riferimento: l’una e l’altra cosa. La mia impressione è che dopo l’89, essendo mutato il quadro internazionale, la sinistra ha sentito sempre meno la necessità di collocare istanze e rivendicazioni dentro un contesto più ampio di quello nazionale. Non ce la fa più. Prima, quando c’erano i paesi del socialismo reale, viveva quel rapporto come un motivo identitario, oggi lo subisce soltanto.

Diciamo però che quello che è stato importante nel comunismo italiano è il modo in cui ha cercato di interpretare l’interesse della nazione italiana. Per il resto, a parte il PCI, non c’è alcuna grande e gloriosa storia del comunismo in Europa. Però certo: oggi la declinazione dell’interesse nazionale è insieme la declinazione dell’interesse europeo.

Un’ultima cosa voglio chiedertela sul partito. A che punto è il “partito pensante” annunciato da Renzi durante il congresso?

Se devo trovare una connessione fra la leadership di Renzi è un universo identitario dico altro, dico il governo di questi cinque anni. Tutto il resto è da rifare. Ma il problema non è Renzi e nemmeno i suoi difetti. S’è fatto un Congresso due mesi fa: se ci fosse un’alternativa a Renzi sarebbe già emersa. Il Pd rimane però la forza centrale per come ha incorporato il nesso Italia-Europa. Non basta, ma è il punto al quale siamo.

Quel punto è parecchio condizionato dall’esito del referendum costituzionale.

Il referendum è stato uno spartiacque drammatico. Ma chi lo ha perso è il Paese. Si può discutere di come è stata condotta la campagna referendaria (male, almeno al 70%). Ma il referendum non era sul governo; era sull’ossatura politico-istituzionale di questo Paese, in pezzi da vent’anni. Ma dove sono le forze che provano a spiegare che il deficit di competitività di cui soffre l’Italia almeno dal 2001 è una conseguenza dell’impalcatura politico-istituzionale, e che il referendum serviva per spezzare la rete di interessi corporativi e diffusi che rendono molto difficile fare dell’Italia un Paese come la Francia o la Germania?

Già, dove sono queste forze? Saluto Beppe Vacca e noto che mantiene nella voce l’equilibrio fra l’analisi senza indulgenze dello stato del sistema politico e una certa serenità e fiducia nel prossimo futuro. Davvero il miglior commento delle sue parole è in quelle di Gramsci: «Ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà».

(Il Mattino, 28 giugno 2017)

Le ambizioni politiche e la città dimenticata

Napoli

Un «buon risultato», dice Luigi De Magistris, che trae dal voto amministrativo di domenica motivi di soddisfazione per gli esiti di Arzano e Bacoli, dove i candidati appoggiati dal Sindaco di Napoli hanno raggiunto il ballottaggio. Non è andata così nelle altre città dove compariva il simbolo della lista DemA, ma, parola del Sindaco, «era importante cominciare». Certo, in tempi di estrema volatilità del voto, tutto può essere: persino che un giorno l’attuale primo cittadino siederà a Palazzo Chigi, con un consenso capace di andare oltre la cinta daziaria del capoluogo partenopeo, ma intanto che cosa si fa? Di fronte all’esiguità dei numeri raggranellati domenica, è più facile ipotizzare per Dema un destino simile nelle percentuali alla infausta «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia, che non improvvisi sfondamenti elettorali, sul modello di Podemos in Spagna. Il dato medio di Dema si aggira infatti tra il 5% e il 6%: non propriamente un successo. De Magistris pesca inoltre in un’area nella quale sono già presenti numerose formazioni politiche di sinistra-sinistra – da Pisapia a Sinistra Italiana, da Civati a Mdp di Bersani e D’Alema –, senza dire che il voto dato in nome della trasparenza, della giustizia, della partecipazione ha già, a livello nazionale, un forte catalizzatore nel Movimento Cinquestelle.

Ma vada come vada: cosa si fa, intanto? Tutte le sinistre massimaliste hanno avuto, da sempre, il limite di non curarsi troppo dei programmi «minimi», cioè delle cose da fare nel frattempo, prima che scocchi l’ora X della rivoluzione. La differenza è che però De Magistris rimanda tutti a un appuntamento politico fissato a data da destinarsi, o comunque molto lontano nel tempo, mentre si trova a fare personalmente il sindaco, mentre cioè siede a Palazzo san Giacomo e ha doveri amministrativi piuttosto impellenti. La sua Amministrazione ha i cantieri aperti su via Marina o da aprire per la manutenzione di corso Vittorio Emanuele: in quel caso, l’importante non è affatto cominciare, ma finire, possibilmente nel rispetto dei tempi previsti per la realizzazione delle opere, limitando i disagi ai cittadini. Ha difficoltà nel rispettare gli adempimenti contrattuali con la ditta impegnata nella revisione dell’impianto della Funicolare Centrale, col rischio che i lavori non vengano ultimati a causa del ritardo dei pagamenti. Ha da inventarsi una strategia per il sistema dei trasporti pubblici e un’Azienda pubblica sull’orlo del fallimento, costretta a aumentare il costo dei biglietti (scattato ieri) senza poter offrire miglioramenti dal lato dei servizi erogati. Ha da ristrutturare i servizi colabrodo di riscossione delle multe e dei canoni di locazione, ha da realizzare vendite di immobili da anni al palo, ha da costruire un’idea di organizzazione e gestione dei flussi turistici che vada al di là dell’entusiasmo estemporaneo per l’aumento delle presenze. Ha, infine, da impegnarsi su Bagnoli mettendo da parte i calcoli politici: smettendola di cercare soddisfazioni simboliche in nome dell’orgoglio, dell’indipendenza, dell’autonomia e della sovranità della città, per accomodarsi più modestamente a una seria collaborazione istituzionale.

La mistura ideologica del progetto DemA non è, ad oggi, formula che giustifichi le ambizioni politiche del suo inventore, ma quand’anche lo fosse, non dovrebbe funzionare come un’arma di distrazione di massa. Tra l’attuazione della Costituzione e l’attuazione di un programma amministrativo solido e concreto, la preferenza va accordata alla seconda: se non altro perché proprio la Costituzione e la legge gliene assegnano il compito. E poi: va bene fare il bilancio del voto nell’hinterland, o farsi venire la curiosità di registrare quanti voti DemA ha preso a Taranto (poco più dell’1%) o a Carrara (quasi il 2%), ma per i cittadini napoletani i problemi di bilancio del Comune e lo stato di pre-dissesto, tra debiti fuori bilancio e inefficienze ammnistrative, costituiscono una preoccupazione ben più pressante.

A chiusura del Maggio dei monumenti, De Magistris ha sottolineato il grande successo della manifestazione e ha poi aggiunto: «Ora siamo impegnati anche a rafforzare finanziariamente ed economicamente l’Ente e mettere in campo le azioni per migliorare tutti i servizi». Ecco: se quell’«anche» diventasse nei mesi prossimi un: «innanzitutto e quasi esclusivamente», siamo sicuri che se ne gioverebbe il suo profilo di Sindaco e soprattutto ne guadagnerebbe la città.

(Il Mattino, 13 giugno 2017)

La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

logo_caffe900

Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)