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50 centesimi

"Destra e sinistra. Che la distinzione fra destra e sinistra sia da buttar via, è ormai un luogo comune dell’attuale dibattito politico. Rispondo […] che non ho nulla in contrario a riconoscere la storicità della contrapposizione e la convenzionalità della denominazione. Ma ripeto che la tendenza di un universo conflittuale come quello politico a dividersi in due parti contrapposte non è mai venuta meno, e oggi più che mai una delle ragioni della divisione è il diverso atteggiamento di fronte al problema dell’eguaglianza e della diversità. E’ innegabile che uno dei grandi problemi del nostro tempo è quello delle migrazioni di massa che stanno sconvolgendo le nostre società. Di fronte a questo problema la distinzione fra un atteggiamento egualitario e uno inegualitario è evidentissima, e almeno sinora anche la denominazione di destra e sinistra per riconoscerli è appropriata.
"Religiosità-laicismo. Prima di dichiarare superata questa dicotomia occorrerebbe intendersi sul significato delle due parole e distinguere le varie aree nelle quali viene di solito applicata […].
Quanto alle diverse aree in cui vale la distinzione, alla distinzione fra religione e laicismo corrisponde in politica la distinzione fra Stati confessionali e Stati non confessionali o laici; in etica, la distinzione fra etica religiosa e etica laica, che sono come non mai in conflitto su temi all’ordine del giorno come aborto, eutanasia, trapianti […]. Se c’è un’epoca in cui il dibattito fra una visione laica e una visione religiosa della vita non accenna a spegnersi è […] proprio la nostra.
"Borghesia-proletariato. Che questa dicotomia sia superata almeno nei paesi capitalistici è sotto gli occhi di tutti. Il grande contrasto che aveva colpito Marx era quello che si era aperto nei paesi che stavano avviandosi alla grande rivoluzione industriale. Il ripeterlo oggi è una banalità. Ma questo era soltanto uno dei contrasti fra chi sta in alto e chi sta in basso nella scala sociale nel mondo di oggi. Il superamento del contrasto fra borghesia e proletariato, posto che sia avvenuto, non cancella altre «dicotomie» […] di cui la sinistra dovrebbe occuparsi e preoccuparsi".
E’ vero che la citazione che vi propongo è tratta da un libro che ho acquistato l’altro giorno al modico prezzo di 50 centesimi (N. Bobbio, Né con Marx né contro Marx, Editori riuniti, Roma 1997). E’ vero che si può trovare molta semplificazione nelle dicotomie che Bobbio presentava  al suo interlocutore (Costanzo Preve): tutto quello che volete. Ma siccome a fare il punto sul PD sembra che le dicotomie che vengono fatte funzionare siano nientepopodimeno che giovane/vecchio, oppure personalmente credibile/non credibile, e siccome si dice alquanto candidamente che dopo tutto ci si riunisce senza sapere "neanche bene perché", trovo di non avere fatto una follia spendendo i miei 50 cent per questo vecchio libro. Non saprò fare altrettanto bene il punto sul PD, ma almeno non sarà nel vuoto che fisserò il mio punto.

Altezze, titoli

In effetti, il passaggio che aveva colpito i più attenti osservatori politici era il seguente:

"Bene, non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti, come vedete, e non sarei all’altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro questo partito".

Sto parlando dell’intervento di Luca Sofri nella Direzione nazionale, in ottobre, così come l’ha riportato lui medesimo, di suo proprio pugno. Se si fosse compreso subito che si trattava di puro understatement, perché in realtà Luca Sofri è all’altezza delle discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro il PD, il passaggio in questione non avrebbe avuto il clamore che ha avuto (tra coloro, almeno, che non essendo nella Direzione si sono chiesti come si faccia a stare nella Direzione non essendo all’altezza delle discussioni che si tengono colà). E l’attenzione sarebbe andata subito a quest’altro passaggio, che immediatamente precede:

"Trovo pazzesco che sia data cittadinanza a contestazioni che non rappresentano nessuno. Nessuno. Veltroni è diventato leader del PD per fare il leader del PD, non per vincere le elezioni pochi mesi dopo. Sfido chiunque contesti l’attuale segreteria a dire a nome di chi parla. Dei voti ottenuti con un sistema elettorale senza preferenze? Gli unici qui dentro che parlano a nome di qualcuno sono coloro che hanno preso voti alle primarie dell’anno scorso".

Che questo fosse il punto vero, e non a quale altezza discutesse Luca Sofri, è finalmente chiaro a tutti, dal momento che ieri Sofri ha ripetuto la stessa tesi. Tesi che non mi pare però che discenda impeccabilmente dallo statuto del partito democratico, dal quale si evince invece che nel partito esistono anche altri organi elettivi, oltre al Segretario nazionale, concorrenti alla formazione dell’indirizzo politico, i cui componenti qualche diritto di prender parola e interloquire dovrebbero quindi poterlo avere. Né poi mi pare che la tesi discenda da una considerazione minimamente aderente alla realtà delle cose. Sofri si chiede tuttavia perché, se mai ci fosse alcunché da mediare con D’Alema, non ci sarebbe da mediare anche con lui o con chiunque altro: e forse il fatto stesso che si ponga la domanda può valere abbondantemente come risposta, per lo meno in termini di sano buon senso (Sofri dice che nei partiti normali questo non accadrebbe, e mi piacerebbe che facesse il suo esempio di partito normale). Ma anche a voler rinunciare agli esempi e al buon senso, non è chiaro perché un qualunque segretario di circolo del PD, tanto per stare bassi, non potrebbe contestare la linea politica del segretario, pur non essendosi candidato alle primarie. O perché, poniamo, Morassut, il giorno che lo volesse, non potrebbe dire che, per esempio, per lui le cose non vanno per il verso giusto: anche lui infatti non è passato per le primarie e dunque non avrebbe – iuxta Sophri principia – titolo. In questo modo, un bel mucchio di iscritti dovrebbe fare amabilmente la cortesia di non contestare, o anche semplicemente di non interloquire. Ma Sofri potrebbe dire, magnanimo: contestino pure, ci mancherebbe, sia chiaro però che lo faranno solo e soltanto a loro proprio nome. Il che, a ben vedere, è giusto.

Solo che non significa niente. Lui, per esempio, propone il suo bel ragionamento a nome di chi?  A suo nome soltanto, evidentemente (non essendosi purtroppo candidato alle primarie), il che non toglie che le sue ragioni potrebbero essere valide, validissime, e che dunque Veltroni potrebbe in qualche modo decidere di tenerne debitamente conto. Se dunque Marini D’Alema Rutelli Fassino (o Morassut o il mio segretario di circolo) hanno perlomeno la stessa legittimità di Luca Sofri a parlare a loro proprio nome, il problema di mediare con le loro ragioni si porrà se sono buone e valide le ragioni medesime, e se sono rappresentative al modo in cui si rappresentano in un partito le idee e le ragioni. Se no, no.

Ma di certo, messa così, c’è in ultimo da ricredersi sull’understatement, cioè sull’altezza delle discussioni di Sofri o per lo meno sul modo in cui si discute in un partito normale, secondo lui.

Aggiornamento

Luca Sofri oggi si è spiegato anche meglio. Il problema, per lui, è che formalmente Massimo D’Alema (o qualunque altro membro della Direzione Nazionale) non ha più titolo di Irene Tinagli. a cui nessuno si è preso la briga di inviare Fassino per una mediazione. Sicché giustamente Luca Sofri si domanda: "Ma perché le diffidenze di Massimo D’Alema – con tutto il rispetto e l’ammirazione eccetera – dovrebbero [sott. mia] incatenare e bloccare il dibattito nel PD più di quelle di un qualunque membro della Direzione Nazionale quale lui è insieme ad altri duecento e passa?".

Si apprende poi dal blog di Squonk che "dovrebbero" significa: "formalmente dovrebbero".  L’avverbio è importante, spiega Sofri al cugino scemo di Squonk. Sicché anche Luca Sofri capirà che se lui pone un problema formale la risposta è scema abbastanza perché si sia tutti d’accordo: formalmente non dovrebbero. Il che però – di nuovo – non significa un beneamato nulla. Fassino non è formalmente tenuto a mediare (né Sofri è tenuto formalmente a scrivere questi commenti sul suo blog). E infatti nessuno glielo ha chiesto formalmente, ed è molto dubbio che la mediazione di Fassino (ammesso che esista: non ne so nulla) abbia questo carattere formale che Luca Sofri dice che non ha ragione di avere. Se Fassino va da D’alema e non da Tinagli la ragione non è formale: e quindi? Ha presente Sofri la forza argomentativa di un: embé? Chissà poi perché Luca Sofri usa un argomento formale (Io, Irene e Massimo siamo tutti allo stesso titolo membri della Direzione) per dire cose per nulla formali. Chissà perché usa un argomento formale per dire che c’è "condiscendenza generale verso atteggiamenti complottardi e golpistici" (addirittura!). Se qualcuno gli dicesse che non c’è traccia formale di atteggiamenti complottardi e golpistici lui cosa replicherebbe?
La cosa più preoccupante è però che quella che i giornali chiamano la mediazione di Fassino (o qualunque altra cosa sia) diventa nel giro di un post per Luca Sofri – che evidentemente ha davvero il problema dell’altezza delle discussioni all’interno di un partito – una forma di condiscendenza verso atteggiamenti complottardi e golpistici (addirittura!). Lui evidentemente immagina che sul futuro del PD i titolati a parlare con Veltroni sono Adinolfi, Letta, Bindi, e non mi ricordo chi altri, altrimenti son complotti, o condiscendenza a complotti. Immagini pure. Formalmente lui, come chiunque, può immaginare quel che vuole. Non gli obietterò mai che formalmente non può farlo. Ma che è in realtà una scemenza, questo sì.

Sofri, Heidegger, Celan, Bazarov, Hersch

Mi ero tenuto alla larga dalla questione Heidegger, Heidegger e il nazismo. Adriano Sofri ha scritto un lungo articolo su Heidegger e Celan e io mi ero tenuto alla larga. Poi scopro che Bazarov sfotticchia la lectio magistralis di Sofri, in verità senza troppo entrare nel merito. Anzi: senza entrarci per nulla.
Poi scopro che a commentare risentito si scomoda Sofri in persona (o almeno così pare), e fa giustamente presente a Bazarov che a parte gli insulti si aspetterebbe che si discutesse, appunto, il merito.
Poi mi accorgo che ieri, sul Riformista, Livia Profeti torna sulla faccenda mettendo a confronto il dibattito francese (rinfocolato dal libro di Emmanuel Faye, che ho a suo tempo segnalato) e quello italiano (che va abbastanza a rimorchio). La sua opinione è che quello francese è più avanzato, perché non si discute più della compromissione della persona, ma della compromissione del pensiero – e l’articolo di Sofri sarebbe un’eccezione.
Poi vi linko Roberta De Monticelli, che si affida completamente al giudizio di Jeanne Hersch, che di Heidegger fu allieva, per riassumere i tre capi d’imputazione contro non l’uomo ma contro il suo pensiero. E vi metto qui questa sua non irrilevante considerazione:
“La maggior parte dei filosofi che direttamente o indirettamente sono stati ispirati dal pensiero heideggeriano propende per il primo corno dell’alternativa.. E’ la tesi dell’irrilevanza, come possiamo chiamarla, che la riduce a una leggerezza, a una svista temporanea – mentre l’adesione continuata al partito si spiegherebbe con l’opportunismo, cioè con la viltà. Una tesi che “salva” la dignità intellettuale della filosofia di Heidegger al prezzo di ridurre l’uomo che l’ha prodotta – e che aveva l’ambizione di essere un pensatore epocale, dove l’epoca è la modernità e quindi anche il presente – a uno sbadato prima, e a una figura morale di rivoltante meschinità – un opportunista – poi. Che non gli riconosce dunque neppur la dignità della coerenza, attestata dal suo lungo silenzio”.
Vengo, infine, a me. Non formulo opinioni sul grado di compromissione di Heidegger e del suo pensiero. Non sto a dire che Essere e Tempo è un capolavoro: lo sa chiunque ne sa di filosofia. Dico un’altra cosa, che non mi è ancora capitato di scartare una posizione filosofica (diciamo così) in ragione delle sue sgradite conseguenze politiche. Non sto affermando che il nazismo sia una conseguenza politica o sia politicamente coerente e congruente con Essere e Tempo (o con tutto il resto). Dico invece che non mi riesce di assumere nessuna conseguenza negativa – anche la più orrenda e inumana – come principio assoluto del filosofare. (E non è una scelta comoda, la scelta di filosofare).
 
(Sarà per questo che penso in maniera un po’ impudente che, in un certo fondamentale senso, dalla filosofia non consegue proprio nulla. Ma per favore non domandate su quest’ultima, indifendibile affermazione. E leggete per bene questo post, prima di accusarmi di filonazismo).