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Il sisma e gli zero-virgola

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La terra torna a tremare ancora, nel centro Italia. Torna a fare danni, provocando crolli e seminando paure fra la popolazione. Linee elettriche saltate, treni rallentati sulle tratte ferroviarie interessate, scuole chiuse. Difficile fare un primo bilancio. Un territorio fragile, che l’incuria ha, negli anni, contribuito a indebolire, si scopre ancora una volta particolarmente vulnerabile. E vulnerabile si rivela il patrimonio edilizio italiano, e la straordinaria eredità culturale disseminato nelle città d’arte, nei paesi, nei mille borghi italiani.

D’improvviso, la discussione sul punto decimale che divide il governo italiano dalla Commissione europea che sorveglia i nostri conti appare quasi ridicola. Un’inezia, a confronto dell’emergenza che si abbatte sul nostro Paese. Certo, l’Unione europea ha le sue regole, ed è giusto che ne chieda il rispetto. Ma è giusto anche che la loro interpretazione – che ha significativi margini di flessibilità, come si è dimostrato in più di un’occasione – tenga conto delle condizioni date: dei diversi paesi membri e dell’Unione presa nel suo insieme. Ciò che allora le condizioni storiche, in questo tempo di crisi, non riescono a fare – e cioè: smuovere le autorità di Bruxelles da una linea di austerità economica di cui, per usare un eufemismo, pochi al di fuori della Germania vedono i benefici – può darsi che lo possano fare le condizioni naturali che il terremoto di ieri sera, purtroppo, ripropone con la forza di una drammatica attualità.

Nei giorni scorsi, si era capito che al governo italiano la Commissione rimproverasse una certa disinvoltura nell’ampliare il programma di investimenti pubblici per la messa in sicurezza del territorio nazionale, sulla base del margine concesso dopo il terremoto di Amatrice. Ieri, una nuova, forte scossa si è incaricata di dimostrare che, forse, l’Italia tutti i torti non li aveva. Che l’imprevedibilità e il forte rischio di nuovi episodi sismici non sono un’emergenza inventata per racimolare punti percentuali di deficit in più, ma richiedono effettivamente al Paese uno sforzo straordinario.

Si può ben dire, naturalmente, che metterla in questi termini significa strumentalizzare il terremoto di ieri. Lo si può e lo si deve dire, perché è così, perché il sisma di ieri può essere davvero lo strumento per aprire la governance europea ad una diversa considerazione degli investimenti pubblici, finora tenuti dentro il patto di stabilità e strangolati dal rigore finanziario, soprattutto nei paesi come il nostro gravati da un così alto debito pubblico.

Qualche giorno fa, parlando alla Camera, il Presidente del Consiglio aveva del resto dichiarato:

«Un Paese che ha vissuto tre terremoti come quelli dell’Aquila, dell’Emilia e quello di Amatrice, Accumuli e Arquata, può permettersi di soggiacere a regole burocratiche per non guardare alle esigenze dei propri cittadini? E’ inaccettabile anche che qualcuno lo pensi». La strumentalizzazione non era forse già tutta lì, nel mettere in fila tre terremoti relativamente distanti nel tempo, per giustificare il programma italiano di rilancio degli investimenti? Forse sì, ma l’alto rischio sismico non è tuttavia un’invenzione del governo.

Sia chiaro: nemmeno gli amici di Giobbe, quelli che dinanzi a qualunque disgrazia o sventura provavano comunque a rintracciare un disegno finalistico nell’opera del Creatore, si permetterebbero di considerare provvidenziale il terremoto di ieri sera. Forse però è provvidenziale, nel senso che costituisce una buona ventura, il fatto che il governo abbia già presentato i numeri della prossima legge di stabilità, insistendo sulla necessità di rivedere quegli aspetti della politica economica che impediscono di agire sulle leve dello sviluppo. Il sisma di ieri suona così come un «a fortiori». Permette di dire: a maggior ragione. A maggior ragione appaiono stupidi i parametri del patto di stabilità, a maggior ragione appaiono miopi vincoli assoluti di bilancio, a maggior ragione sembra suicida portare l’Europa a sbattere contro il muro del trattato di Maastricht. Se non lo è dal punto di vista dell’ortodossia economica, di cui si fanno custodi a Bruxelles, a Berlino o a Francoforte, lo è sicuramente dal punto di vista della sostenibilità politica di una simile rotta.

Il ministro Del Rio ha ricordato che in Italia gli investimenti pubblici e privati sono diminuiti di ben 110 miIardi di euro, dall’inizio della crisi. In Europa siamo a meno 250. Il ministro Calenda ha presentato le misure orientate alla ripresa degli investimenti privati, evidenziando sia la mole ingente (13 miliardi in sette anni) che la direzione (competitività e innovazione tecnologica) che, infine, il metodo (con automatismi che eliminano o almeno riducono l’intermediazione politico-burocratica). Ora Bruxelles guardi bene tutti i conti e faccia le pulci alla manovra, chieda chiarimenti e scopra le eventuali, mancate coperture; vigili, insomma, e controlli. Ma non dimentichi che ieri, tra le Marche e l’Umbria, la terra è stata di nuovo scossa. E che l’Italia, ma l’Unione intera, ha bisogno di ripartire.

(Il Mattino, 27 ottobre 2016, col titolo Se il sisma smonta gli zero-virgola dei censori europei)

Eventi

Rocco Ronchi ha tenuto ieri la prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università degli Studi di L’Aquila, la prima dopo il terremoto. Ronchi parla dell’evento e della meraviglia, del reale e della catastrofe, della filosofia come scienza ‘pratica’ della verità e inizio di comunità. Che la filosofia prenda la parola sul fondamento, nella città del terremoto, sembra a me una cosa bella.

[Resumé: "Martin Heidegger faceva dell’esser sospeso dell’angoscia il fondamento comune di ogni sguardo teorico". L’evento di questa sospensione è il punto copernicano e inaugurale di ogni scienza, dice Ronchi, e con Sartre aggiunge che questo punto è ben più che una scelta di metodo: "ero brutto – scrive Sartre dei suoi esordi in filosofia -, e volevo piacere alle donne". Se si mantiene memoria di questo punto, di questa crepa o di questa angoscia, pratico-esistenziale e niente affatto astratta, si comprende come la filosofia non possa e debba essere mera sistemazione razionale ex post. E nemmeno edificazione: aveva ragione il Voltaire che parlava del terrimoto di Lisbona, e metteva alla berlina le formule edificanti della filosofia popolare.
La filosofia educa, e-duce, apre gli occhi, è sguardo inaugurale. Nel dopoguerra, le scienze dell’educazione han voluto emanciparsi dalla filosofia (in Italia: dal giogo dell’idealismo). Avevano le loro buone ragioni. Ma la tecnicizzazione senza teoria per la quale si sono incamminati in cerca di una propria autonomia metodologica ed epistemologica è buttare il bambino con l’acqua sporca. Una proposizione che non è filosofica alla sua radice, non è scienza.

La filosofia, dunque, generata nella catastrofe dell’evento, è epistrofe dello sguardo: conversione e rivoluzionamento delle pratiche abituali (di scienziati, di storici. ecc.). Ora, una catastrofe reale ha avuto luogo. Dobbiamo ricominciare. Un nuovo anno accademico ci attende. Non abbiamo più abitudini da ripetere semplicemente. Siamo costretti a porci di nuovo la domanda essenziale, che chiede quale sia il senso di essere qui e ora dinanzi agli studenti, col problema di fare fronte a nuove, enormi difficoltà.
Chi siamo noi, in quanto professori, compromessi con la verità? Il professore non è un esperto o un saggio. E’ sì titolare di una competenza, ma non è semplicemente un tecnico (e neppure un auratico maestro che dispensa verità trascedenti circa il senso ultimo dell’esistenza).
Nella società dello spettacolo la filosofia appare o degradata o fantasticata come luogo separato della società (roba da anime nelle). E la stessa distinzione fra facoltà scientifiche e umanistiche sembra cancellarla. Ma la specificità della nostra attività di ricercatori, devoti alla verità, va salvaguardata. Essa concerne il pensiero, anzi il pensare, l’atto del pensare, uno immobile intorno a cui ruota l’enciclopedia dei saperi. L’unum dell’uni-versitas.
Uno disinteressato perché il suo interesse unico è il suo stesso esercizio. Questo è poi, secondo tutta la tradizione, il bios theoretikos. E questa vita è essenzialmente libertà, perché il suo stesso evento è il farsi fenomeno della libertà. Un pensiero non libero è non pensiero.

Questo pensiero è ciò che non si muove. Ad onta di terremoti, diceva Husserl in un suo celebre manoscritto, l’arca originaria della Terra non si muove, perché solo in riferimento a lei hanno senso quiete e moto. Ora, questa Terra non è un valore o un principio posto, non è un pensato, ma il pensiero stesso. Il pensiero in quanto attività, in quanto praxis, che resiste ad ogni critica perché l’esercizio della critica lo presuppone operante.
E dunque l’Assoluto è finalmente presso di noi nella forma di un pensare che è salvo da ogni sommovimento tellurico perché è lui il cuore immobile di ogni terremoto. Il libero pensiero è il fondamento che non crolla, e su di esso è sempre possibile ricominciare a ricostruire.
Così pensava un italiano anomalo, Giacomo Leopardi: "…il pensiero solo per cui risorgemmo dalla barbarie e per cui solo crescemmo in civiltà".

L’università è stata fatta oggetto di campagne mediatiche su abusi corruzioni e nepotismo. Abbiamo il dovere di vigilare su tutto ciò. Ma forse il vero (e non confessato, e non confessabile) bersaglio di questi attacchi è il fondamento stesso dell’università, il libero pensiero. La difesa dell’università è la difesa del libero pensiero sono la stessa cosa. Chiudo con Simone Weil: non è il fascismo che soffoca il pensiero. E’ l’assenza di pensiero libero che rende possibile il fascismo].

Erasmo

Quando ci fu lo tsunami nel Sud-Est asiatico, collaboravo col Riformista e scrissi un lungo articolo, Il sisma di Voltaire e il disastro dell’Asia, che oggi ho cercato inutilmente sul blog e sul sito del giornale.
Per fortuna la massoneria (devo dire meritoriamente) se ne interessò, e oggi ritrovo il pezzo a pagina 20 di Erasmo. Bollettino d’informazione del Grande oriente d’Italia.