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Culture e luoghi: sentirsi europei ma non abbastanza

“L’importanza esagerata che si dà al fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro risale all’età delle orde di nomadi, quando bisognava tener bene a mente dov’erano i terreni da pascolo”. Volete sapere cos’è l’Europa? A occhio e croce: l’unico luogo in cui possano nascere simili pensieri, l’unico luogo in cui qualcuno può pensare (e quel qualcuno è uno dei più grandi scrittori del ‘900, Robert Musil) che non conta in quale luogo si viva, si lavori, si scrivano libri come «L’uomo senza qualità», frutto tra i più alti del genio europeo. L’unico luogo in cui si possa sperimentare una così profonda contraddizione performativa, per cui si pensa che non conta ciò che solo conta per nutrire siffatti pensieri: l’essere europei, l’appartenere non semplicemente ad una nazione, ad un terreno da pascolo o a una stirpe di guerrieri, ma ad un vincolo anzitutto ideale e intellettuale.

Musil, «L’uomo senza qualità», e una città in surplace, Vienna, osservata un minuto prima che la catastrofe dei nazionalismi travolgesse l’Impero austro-ungarico, la stranissima creatura politica del passato che ancora sopravviveva nel cuore del continente, agli inizi del ventesimo secolo. Di essa, e dei favoriti dell’imperatore Francesco Giuseppe, non si può avere alcuna nostalgia: da essa, come dalla giornata da cui inizia il romanzo, non poteva ricavarsi più nulla. Ma quella condizione inutile ed eccezionale – proprio nel senso in cui poteva allora costituire un’eccezione incomprensibile il coacervo di popoli e lingue che formava l’Impero  – torna in mente ogni volta che l’Unione europea, che di popoli e lingue ne mette insieme anche di più, prova a muovere un passo in direzione di una maggiore integrazione, e a dotarsi di un profilo più netto, di un’identità più robusta.

Nel provare a definire i contorni dell’identità europea, il filosofo che più di ogni altro vi ha riflettuto sopra, il tedesco Jürgen Habermas, ha indicato sette caratteristiche fondamentali: la secolarizzazione, lo Stato prima del mercato, la solidarietà prima dell’efficienza, un certo scetticismo nei confronti della tecnica, la consapevolezza dei paradossi del progresso, il ripudio del diritto del più forte, il pacifismo come conseguenza dell’esperienza storica delle guerre europee e mondiali. Queste caratteristiche hanno qualcosa in comune: si mantengono tutte in un rapporto di tensione, se non di aperta contraddizione, con le tendenze fondamentali del nostro tempo. Ciò è evidente quando Habermas parla di paradossi del progresso (della dialettica dell’illuminismo, per dirla con Horkheimer e Adorno), ma è implicito in ogni punto del suo elenco. Nella secolarizzazione, per esempio, che non può più essere assunta come un processo unico e irreversibile. Ma soprattutto: cosa sono il mercato, l’efficienza e la tecnica se non gli imperativi della nostra epoca, le onde d’urto che investono con forza inusitata i pilastri della costruzione europea? E tuttavia, se vuole essere Europa, l’Unione è chiamata a comporle con le istanze che ad esse fanno attrito. L’Europa è tale se mantiene un punto di vista critico sui progressi della tecnica, senza cadere nell’oscurantismo; se difende il modello sociale di mercato e dunque la solidarietà, senza lasciarsi travolgere dall’inefficienze o dai debiti; se riesce a difendere gli spazi politici della democrazia finora assicurati dentro i confini statali, senza assumere gli scambi e il mercato come verità finale dei rapporti fra gli uomini (e senza rinunciare a legittimare i processi politici in maniera democratica, invece di accontentarsi di accordi intergovernativi). E anche nelle relazioni internazionali, nell’arena mondiale in cui l’Unione deve ritagliarsi un profilo geopolitico forte, l’essere europei comporta un’idea tendenzialmente cosmopolitica del diritto o della pace, o almeno una scelta per il multipolarismo, che costituisce la sua vocazione specifica, benché sempre problematica.

La contraddizione più forte è però proprio nell’esperienza del luogo, contraddizione che lo spirito europeo ha già nella sua prima radice greca. Chi non ricorda il paradosso di Epimenide cretese, il quale soleva dire che tutti i cretesi mentono, rendendo inassegnabile il valore di verità o di falsità della sua stessa affermazione? Proprio di questo si tratta, quando un europeo dice che il luogo non conta. Il problema che è toccato allo spirito europeo è di costruire proprio quel luogo, in cui non conta essere di quel luogo. Un luogo siffatto è, in generale, lo spirito e, in senso universale, la civiltà. Ma proprio essa è una creazione originale del pensiero europeo, e del suo concerto di nazioni. Il quale si trova dunque sempre su un sottile crinale, stretto fra universalismi e particolarismi, fra inclusioni ed esclusioni, voti e veti. È questa tensione non risolta né risolubile che ha reso particolarmente complessa, sempre indifferibile e sempre differita, la costruzione europea, ben più che non la formazione degli altri grandi spazi mondiali, come la Cina o l’America.

Nell’ora difficile che oggi vive l’Unione europea, questo essere in tensione si avverte particolarmente. Di fronte alle sfide portate dalla globalizzazione, grande è il pericolo che la tensione si allenti, e che l’intero progetto europeo si ridimensioni. Ma è bene sapere che se è vero che quel progetto sopporta una contraddizione, è anche vero che scioglierla ha voluto dire, in passato, patire il contraccolpo più violento, e lo scatenamento delle orde più ferocemente attaccate alla terra.

L’Unità, 11 dicembre 2011

Odio per l’Europa e il multiculturale

Pianificare una guerra civile europea in tre fasi, di qui al 2083, non è da tutti. Farlo per oltre 1500 pagine, con una meticolosità assoluta, curando ogni possibile aspetto di una crociata di cui lui, Anders Behring Breivik, il giustiziere dell’isola di Utoya, si sentiva responsabile, dimostra una forma di delirio davvero estrema. Solo uno stato mentale paranoide può spiegare come sia possibile mettere tanta precisione, tanta accuratezza in tutti i particolari di un disegno vastissimo, che spazia dalla geopolitica all’alimentazione, dall’analisi ideologica al programma di allenamento, dalla storia della cristianità alla biografia personale, dallo studio dei fenomeni migratori alla preparazione dell’attentato terroristico, di cui forse non si era mai vista cronaca così accurata. I «Demoni» di Dostoevskij, al confronto, sono solo cinque poveri dilettanti con vaghe velleità in testa. Ma non hanno nulla, neppure l’ideologo Sigalev ha nulla della metodica e spietata diligenza di Breivik. E poi cinque sono troppi: se c’è una cosa che Breivik aveva chiara, è che una cellula ha da essere formata da uno o due Cavalieri al massimo. Abbia o no agito da solo, certo è che l’autore della carneficina da solo si è preparato: militarmente, psicologicamente, fisicamente.

Detto però della allucinante ma lucidissima follia di Breivik, resta da gettare un colpo di sonda in un ordine di idee che vanta una sua impressionante coerenza, e che purtroppo non è neppure del tutto fuori del dibattito pubblico europeo. Anders Behring Breivik si definisce un conservatore sul piano politico e culturale: non un razzista o un neonazista  (“se c’è un uomo del passato tedesco che odio è Hitler”). Il suo conservatorismo ha tratti accentuatamente nazionalistici e una verniciatura religiosa, ma quanto a quest’ultima, non è veramente in primo piano: la religione, sia nel senso della fede personale che della dottrina teologica, c’entra poco, e le stesse confessioni cristiane sono accusate di essere così corrose da elementi liberali, da dover essere anche loro riformate, in un futuro prossimo.

Il vero nemico, la vera ossessione di Breivik è il multiculturalismo, responsabile a suo dire del suicidio demografico e culturale dell’Europa. Il multiculturalismo è, ai suoi occhi, tutto meno che tolleranza verso l’altro, rispetto reciproco, osservanza di diritti fondamentali: tutti questi non sono che altrettanti cavalli di Troia grazie ai quali l’Islam può infiltrarsi in Occidente, e minare le basi tradizionali delle culture nazionali.

L’indottrinamento multiculturalista procede in molti modi: nascosto sotto la maschera della political correctness e in combinazione con socialismo e comunismo, anzitutto, ma anche sotto il travestimento liberale, o in combutta con il femminismo e l’ambientalismo, o infine a braccetto con il capitalismo globalista e internazionalista. Quando deve semplificare  i termini del confronto, Breivik dice infatti: la lotta non è più fra capitalismo e socialismo, ma fra nazionalismo e internazionalismo.

Non è una miscela nuova, ciò non toglie che può farsi nuovamente esplosiva. Anche perché i nemici ideologici della destra estrema ci sono tutti: la femminilizzazione della società, il permissivismo sessuale, la crisi dell’autorità paterna, e così via. Ma c’è una cosa che colpisce più di ogni altra. Ed è l’inflessibile determinazione con la quale è indicato il vero nemico politico. Certo è l’Islam, certo è il marxismo culturale e tutti gli imbelli pacifisti. Ma è soprattutto l’Unione Europea. L’Unione Europea è il più grande tradimento della vera Europa Cristiana in cui Breivik crede. Non a caso, il cuore del Memoriale sta nella solenne Dichiarazione Europea di Indipendenza. E la Dichiarazione non è che la richiesta pura e semplice di smantellare l’Unione, arrestare le ondate migratorie, respingere il multiculturalismo e soprattutto tornare a confini nazionali e tassazioni nazionali.

Ecco: si leggono queste parole, si respira l’odio politico profondo verso leader e classi dirigenti europee, e si torna a guardare con affetto la bandiera dell’Unione, le sue tante stelle. Che sono lì per far luce sulle passioni più feroci e violente che si agitano ancora nel fondo melmoso della nostra storia.

Non riemergeranno. Ma la complessa architettura giuridica europea, certo ancora debole e precaria, ancora priva della necessaria energia e intensità politica, riceve dalla distanza che riesce a mantenere da quelle forze oscure la sua più limpida legittimazione. E ci offre il dono prezioso dei principi e delle parole più belle: quelle del diritto, della legge, della pace, della ragione.

(Il Mattino, 25 luglio 2011)

Il Sud migliori non solo perché lo chiede la Ue

Il rapporto dell’Italia con l’Europa è sempre stato complesso. Popolo di convinti europeisti, siamo anche il popolo che ha bisogno di tre cifre per esprimere il numero delle infrazioni alle direttive comunitarie. Apparteniamo all’esclusivo club dei fondatori della comunità europea, ma siamo anche quello, fra i membri del club, che con maggiore difficoltà è riuscito a centrare l’ingresso nella zona Euro. Mettiamo il broncio ogni volta che in Europa si disegnano a nostro discapito assi privilegiati, ma poi ci dimentichiamo di fare quello che serve per stare dentro i terzetti o i quartetti  dei paesi che contano. Come un elastico, la corda dei rapporti fra l’Italia e l’Europa si allenta e si tende, insomma, a secondo dei tempi e delle circostanze. E quando tempi e circostanze non volgono al bello, è facile che la corda sia sempre più tesa.

Non, però fino, a spezzarsi . Il governo ha infatti messo in campo una manovra correttiva che dovrebbe assicurare il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2014, così come ci chiede l’Unione Europea (e i mercati). Naturalmente, si può e si deve discutere dell’efficacia e della tempistica delle misure prospettate: è materia di dibattito parlamentare per maggioranza e opposizione , Ma, sul piano politico, la questione è anche se l’Unione debba sempre finire con l’apparire, presso l’opinione pubblica, come il Cerbero di dantesca memoria, che “caninamente latra” contro i membri recalcitranti. Il Ministro del Tesoro sarebbe allora come Virgilio, che allo scoccare dell’ora fatidica della manovra lancia nelle fauci della bestia un pugno di terra, per placarne temporaneamente l’appetito: le misure correttive, per l’appunto.

Ovviamente non è così. Certo, l’Europa è un animale strano, ed è inevitabile che la precarietà della costruzione politica si avverta particolarmente nei momenti di difficoltà. Si pensi ad Atene. Giuliano Amato ha ragione di osservare che i conti della Grecia non sono peggiori di quelli della California: solo che dietro la California c’è Washington, un forte Stato federale, mentre dietro la Grecia manca un’adeguata cornice politico-istituzionale. Ma proprio perché c’è un Europa politica da realizzare e un popolo europeo da inventare, proprio perché c’è, nella costruzione dell’architettura europea, uno stallo da superare, non è un comportamento responsabile delle classi dirigenti di tutto il continente  (compresa, dunque, quella italiana) lasciare che essa appaia solo come la “fiera crudele e diversa” che “iscoia ed isquatra” a furia di esigere tagli alle spese.

L’Europa chiede infatti rigore nei conti pubblici: non bisogna evitare allora che questa richiesta suoni solo come una pretesa  sempre più severa e insostenibile? Non cresceranno, altrimenti, le file di quelli che si chiedono a quale titolo si pretendono sacrifici, e perché li si dovrebbe compiere? O che si domandano com’è che l’Europa si fa viva solo per chiedere, e non anche per dare? O: chi sono, questi signori di Bruxelles, e cosa vogliono da noi?

Ma non è affatto vero che l’Europa chieda solo, e non dia anche. A volte (molte volte, e non volte qualunque) capita al contrario che l’Europa voglia dare, sia prontissima a dare, e non ci sia nessuno dall’altra parte in grado di ricevere. Solo due esempi. Uno è quello dei fondi europei: il governo ci ha messo del suo, dirottando fondi cospicui verso altre destinazioni e penalizzando il Mezzogiorno, ma resta il fatto che la capacità delle regioni meridionali di presentare progetti e spendere i soldi europei è ancora bassa, troppa bassa. L’altro ci tocca ancor più da vicino: ci sono infatti fior di milioni, circa 150, bloccati a Bruxelles per la questione rifiuti, soldi che una città allergica alle regole, alle procedure, ai principi della buona amministrazione non è ancora riuscita a sbloccare. E come si può giudicare lontana Bruxelles, se da Bruxelles ci si tiene così lontani?

Diciamola tutta, allora. L’Italia non ha che da rimboccarsi le maniche: lo chieda Bruxelles oppure no. Deve rilanciare lo sviluppo, ma non può aumentare le tasse: deve allora riqualificare la spesa. Non c’è altro modo. Suonerà forse banale, ma rispettare le regole è il primo passo per riqualificare la spesa e se l’Europa ce lo chiede noi dobbiamo solo affrettarci a compierlo. Compierlo anzi un minuto prima che ce lo chieda. Non è dunque Cerbero il problema. E poi: guardiamoci attorno, in questi giorni di inizio estate: non è forse vero che l’inferno ce lo siamo costruiti noi? (Il Mattino)