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Le necessità e i ricatti morali

Job 1944 by Francis Gruber 1912-1948

F. Gruber, Job (1944)

Forse le cose stanno proprio come le dice il senatore Falanga, che al ddl sull’abusivismo edilizio tiene molto e non vuol credere che si fermi proprio in dirittura d’arrivo: «È un provvedimento portato avanti da noi del centrodestra e dal Pd». Se è così, come non farsi venire il dubbio che a pochi mesi dalle elezioni non sia il miglior biglietto da visita, per i democratici, quello di approvare una legge sugli immobili abusivi insieme a Verdini e Berlusconi? Nel partito democratico – lo spiegava bene, l’altro giorno, Bruno Discepolo su questo giornale – è confluita, fin dalla sua nascita, una componente ambientalista che non si trova certo a suo agio con il provvedimento all’esame del Parlamento. Del resto, se tu, mentre adotti per legge criteri per stabilire un ordine di priorità negli abbattimenti, permetti anche che sfuggano alla demolizione le costruzioni già ultimate, sulle quali non sia già stata pronunziata una sentenza di primo grado, di fatto introduci un condono almeno parziale, e spingi anzi i proprietari a completare le opere in tutta fretta. In un Paese funestato dall’abusivismo edilizio, dal territorio fragilissimo e da rischi idrogeologici assai consistenti, non è proprio un bel segnale. Ma non lo è nemmeno lo “stop and go” di quest’ultima coda di legislatura, e i ripensamenti che si addensano attorno ad ogni singola mossa parlamentare. I democratici giocano sulla difensiva anche questa partita: se votiamo il ddl Falanga, dobbiamo spiegare al Paese perché riteniamo che sia un provvedimento ragionevole e di buon senso. Ma mentre faticosamente spieghiamo e ragioniamo, i Cinque Stelle grideranno che stiamo dalla parte dei furbi, che facciamo strame della legalità, che inciuciamo con il centrodestra. Loro faranno ancora una volta la figura degli onesti, a noi ci trasformeranno ancora una volta nel partito dei ladri e dei corrotti.

Ma la legge risponde effettivamente a un’esigenza di assoluto buon senso. Se le sentenze di demolizione si contano, in tutta Italia, a centinaia di migliaia (settantamila solo in Campania), se è da escludere realisticamente che a questa montagna di sentenze si possa dar seguito in tempi brevi, se di fatto gli abbattimenti procedono a singhiozzo, senza alcuna reale programmazione, secondo disponibilità di mezzi e risorse che variano da regione a regione, da comune a comune, ma che variano anche a seconda delle diverse sensibilità e volontà di magistrati, politici e pubblici ufficiali, non è ragionevole che il legislatore indichi almeno delle priorità, che si ponga il problema di stabilire cosa è più urgente? È davvero da mettere sullo stesso piano l’ecomostro sorto in un’area sottoposta a vincolo assoluto, e la prima casa tirata su da una famiglia a basso reddito? Io vedo, in realtà, una stretta analogia con un altro tema, che pure viene affrontato in maniera ideologica, e intorno al quale si è formato allo stesso modo un austero partito dell’intransigenza morale. Mi riferisco al tabù dell’obbligatorietà dell’azione penale, difeso con la nobile idea che tutti i reati, tutte le violazioni della legalità vanno ugualmente perseguite, ma che, nell’impossibilità di farlo effettivamente, consegna alle procure la più ampia discrezionalità, senza che la politica possa assumersi la responsabilità di indicare priorità.

In realtà, problemi sociali di così ampia portata come quello dell’abusivismo edilizio richiederebbero anzitutto che su di essi si esprimesse una chiara volontà politica. Pensare che tutto possa scaricarsi sui sindaci è illudersi, e non porta ad alcuna soluzione. L’ex sindaco di Licata, Cambiano, balzato mesi fa agli onori della cronaca per le minacce ricevute e le proteste dei suoi concittadini contro le demolizioni, ha mostrato bene il cappio che si stringe intorno agli amministratori: in certi territori, se dici che intendi demolire non prendi i voti e non sei eletto. Se invece mostri di voler riconoscere il problema della casa, passi subito dalla parte dell’illegalità. Per spezzare un simile circolo vizioso si può fare in due modi: tutti e due, però, richiedono una decisione politica, non un atteggiamento pilatesco. E dunque: o si dice che i voti non servono, si sospende la democrazia, si manda l’esercito e si procede manu militari; oppure si fa una legge che dia forza agli amministratori locali, che venga incontro almeno alle condizioni di maggiore difficoltà, se non proprio di necessità, e magari provi a cambiare gradualmente le cose, cominciando dai casi più macroscopici, e avviando al contempo una diversa politica della casa e del territorio. (E, certo, anche una diversa educazione alla legalità).

Il ddl sceglie questa seconda via. Il partito democratico l’aveva imboccata, lavorando ad aspetti migliorativi della legge (e, forse, si poteva lavorare di più). Ora però sembra prevalere nuovamente la paura di fare regali ai grillini, e il voto favorevole non è più scontato. Il merito del provvedimento si allontana, schiacciato dal peso di orientamenti puramente ideologici, e da considerazioni di politica politicienne: può il Pd votare questa legge con Forza Italia, oppure rischia di perdere la faccia di fronte a certi settori dell’opinione pubblica?  Domanda: ma il Pd non è nato per farla finita con questi insopportabili ricatti morali?

(Il Mattino, 3 ottobre 2017)

 

Se la sinistra disconosce il realismo

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La zuppa e il pan bagnato. Il referendum sulle trivellazioni marine e la condanna di Verdini: se non è l’una cosa, è l’altra ad agitare le acque in casi dei democratici. È indubbio che le sfide più importanti del 2016, da cui dipenderà il prosieguo della legislatura, siano le elezioni amministrative prima, il referendum costituzionale poi. E però ogni giorno ha la sua pena, e ieri a far penare il Pd sono state prime le trivelle, poi le disavventure giudiziarie del senatore toscano.

Vediamo. Ad aprile si vota sulla possibilità di rinnovare le concessioni alle piattaforme petrolifere già in attività al largo delle coste italiane. I nove consigli regionali che hanno preso l’iniziativa referendaria avevano proposto anche altri, più ampi quesiti, ma il governo li ha disinnescati introducendo modifiche alla legislazione vigente, e così la Consulta ha ammesso un unico referendum. Siccome i punti principali della strategia energetica del Paese non sono toccati dal referendum in questione, è chiaro, e lo ammettono anche i proponenti, che la consultazione ha un significato eminentemente politico. Ma se la minoranza del Pd la cavalca diviene anche una cartina di tornasole dei nodi irrisolti nel rapporto del partito democratico con la base dei propri iscritti e militanti, e con l’opinione pubblica.

Se vincessero i sì, il voto verrebbe immediatamente tradotto dalle associazioni ambientaliste in un perentorio invito a tagliare in modo drastico l’uso dei combustibili fossili. Ora, non è che tale invito, col voto o senza il voto di aprile, possa essere preso a cuor leggero. La conferenza di Parigi, conclusasi recentemente, ha affermato che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia «urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta», e non è possibile fronteggiare una simile minaccia senza una progressiva decarbonizzazione dell’economia. Quasi duecento Paesi hanno sottoscritto queste conclusioni (che attendono però le ratifiche nei parlamenti nazionali). E però, se la direzione di marcia è tracciata, resta il dovere dei governi di ragionare realisticamente sul modo in cui conseguire gli obiettivi indicati a Parigi. Dall’affermazione di principio all’implementazione delle politiche il passo non è affatto breve. E siamo al punto. Perché il partito democratico è incalzata da una rigida coscienza ambientalista, assai diffusa presso la sua base, per la quale qualunque scostamento dal principio è un inaccettabile cedimento morale. Se il paragone non urtasse le sensibilità degli uni e degli altri si potrebbe dire: anche l’elettore di sinistra, non solo quello cattolico, è cresciuto in questi vent’anni a pane e valori non negoziabili. È cresciuto cioè in una forma larvata di grillismo morale, impastata di intransigenza e indignazione puramente verbale, che si traduce in una crescente insofferenza verso ogni forma di mediazione politica fra gli interessi in gioco. A volte si tratta del più schietto interesse nazionale altre volte di interessi privati (le compagnie petrolifere, in effetti, esistono), ma in un caso o nell’altro ci si scontra sempre con il rifiuto di comporre le spinte ideali con le esigenze materiali. Sta qui, d’altra parte, la crisi e anzi l’inconsistenza dei partiti politici italiani, il cui compito di mediazione viene rifiutato quasi a priori, come se il solo fatto di tenere in considerazione anche il piano dell’interesse equivalesse di per sé a un inaccettabile cedimento morale.

Così le minoranze di sinistra, fuori e dentro il partito democratico, possono sempre far sponda, per imbarazzare il governo, con un’opinione pubblica, che da venti e passa anni ha imparato a sospettare per principio dell’attività politica, e a cui non si può mai dire fino in fondo come stanno le cose, cosa si può o non si può fare.

Lo si vede bene se solo si pensa alle furibonde polemiche sollevate in questi giorni da Bersani e compagnia sull’eredità dell’Ulivo, che Renzi avrebbe dilapidato snaturando il Pd. Ora però, se vi è un campione dell’ulivismo questi è Prodi. E a Prodi le trivelle non dispiacciono affatto, anzi è presumibile che, fosse al governo, non si barcamenerebbe molto diversamente. L’Adriatico di Prodi non sarebbe diverso, insomma, da quello di Renzi: come la mettiamo?

Poi, nello stesso giorno in cui ci si vergogna dell’astensione del Pd al referendum, arriva pure la condanna di Denis Verdini, ed è come agitare il panno rosso dinanzi al toro sempre imbufalito dell’indignazione morale. Di nuovo il rumore di fondo del grillismo democratico cresce. Come si fa a governare con Verdini? Probabilmente, lo si fa né più né meno come lo si faceva ieri con Berlusconi, quando, a causa della mancanza dei numeri in Parlamento, si formava il governo Letta. La qual cosa potrà certo meritarsi un giudizio negativo, sui risultati dell’azione di governo, ma un conto è non condividere il jobs act, oppure la legge elettorale, un altro è provare a costruire pregiudiziali morali grandi come macigni. La cui conseguenza è nell’immediato, qualche difficoltà supplementare per chi è al governo, ma nel lungo periodo è la condanna della politica a un permanente stato di minorità. Quanto convenga alla democrazia italiana vivere sempre sotto questa permanente ipoteca dallo sgradevole sapore moralistico non è dato sapere. Però va così.

(Il Mattino, 18 marzo 2016)