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La realtà persa sulle poltrone del talk show

Immagine 11 settembre 2015

Se fosse possibile mantenere un filo di leggerezza, si potrebbe scomodare una massima evangelica: «oportet ut scandala eveniant». E cioè: un bello scandalo è proprio quel che ci voleva. Non però per tirar su gli ascolti, o per inaugurare con il botto la nuova stagione televisiva, ma per avviare una riflessione più generale sul giornalismo televisivo. Che s’è seduto sulle poltrone e i divanetti dei talk show, e di lì si schioda sempre più faticosamente, sempre più difficilmente.

Naturalmente, la riflessione deve andare oltre l’indignazione o l’amarezza per la trasmissione di Porta a Porta dell’altra sera, quando sono stati ospiti di Bruno Vespa la figlia ed il nipote del patriarca del clan dei Casamonica, già omaggiato nei giorni scorsi a Roma di uno sfarzoso funerale. Lì dove si sono seduti nelle passate stagioni, e ancora si siederanno, le più alte cariche dello Stato, nonché personaggi celebri del mondo della cultura, della politica, dello spettacolo, proprio lì erano accomodati Vera e Vittorino Casamonica, a raccontare quanto fosse grande il «re di Roma».

La trasmissione ha sollevato un’ondata robustissima di critiche. Al cui centro però non può trovarsi il semplice fatto che Vespa ha dato la parola ai familiari del boss deceduto. Il giornalismo dà la parola a chiunque abbia qualcosa da raccontare, a chiunque permetta di comprendere fatti e circostanze meritevoli di attenzione, a chiunque consenta di avvicinare e conoscere pezzi del nostro Paese, per gradevoli o sgradevoli che siano. Ci si regola in base alla notizia: se la notizia c’è, la si dà. Ed è una notizia ascoltare chi fosse Vittorio Casamonica secondo i suoi familiari. Del resto, è evidente: quale giornale non ospiterebbe un sevizio, un’inchiesta, un reportage che aiutasse a capire i mondi-di-mezzo da cui, lo si voglia o no, sono lambite anche le nostre esistenze? Quello dei Casamonica è uno di questi mondi: nei codici di comportamento, nelle abitudini di consumo, persino nei gusti musicali, e naturalmente nel coacervo di interessi e nelle dinamiche sociali intrise di violenza che lo attraversano.

Il motivo di riflessione, dunque, è un altro. E cioè non se queste cose si devono vedere, sapere, raccontare, ma come lo si possa fare. Come, e dove. Lo studio televisivo con le poltroncine sul proscenio – da molti anni signore incontrastato dell’approfondimento giornalistico nella televisione italiana  – è il mezzo, è il luogo adatto? Funziona allo scopo?

Di sicuro è funzionale ai costi. Per fare uno share di tutto rispetto, infatti, di soldi ce ne vogliono pochi. Ci vuole senz’altro un buon conduttore e una buona redazione, ma poco altro.

O meglio, quell’altro che ci vuole è l’Ospite. Il quale ospite rientra necessariamente in una di queste due categorie: o è una personalità di riconosciuta autorevolezza, o è persona  che dall’apparire in trasmissione ricava una autorevolezza, se non riconosciuta, riconoscibile dal pubblico. E dunque ci va, anzi: smania per andarci,.

Con quali effetti, però? Un effetto di omaggio. Lo ricevono il politico e l’esperto, il cantante e il cardinale, il professore ed il campione sportivo, il testimone e il «caso umano». Tutti, indistintamente. Tutti si siedono sulle stesse poltroncine, tutti sono incorniciati dalle stesse telecamere. Tutti sono nello stesso spazio: in studio. Così, per quanto ficcanti siano le domande o energico il contraddittorio, tutto si muove dentro lo stesso acquario, e su tutto prevale quell’unica logica di rappresentazione.

Un grande antropologo britannico, Tim Ingold, dice che per studiare gli uomini ci vuole osservazione, non oggettivazione. La prima entra dentro le cose e gli uomini e si fa insieme a loro; la seconda li tiene a distanza, li immobilizza ed anzi li raggela. Possiamo fare un passo ulteriore. Seduti nel salotto televisivo, intronizzati nella figura dell’Ospite, non solo gli uomini non vengono osservati, ma vengono soltanto esibiti.

Questa esibizione è in sé spudorata, ed è infatti la televisione il regno della più assoluta spudoratezza.

Ma allora la domanda è: cosa vediamo davvero di quel mondo di mezzo, che vive in una zona grigia, più o meno nascosta, una zona ambigua, torbida, sfuggente, quando non proviamo ad entrarci dentro, magari con un’inchiesta d’altri tempi, ma lo invitiamo nel salotto televisivo, lo portiamo sotto le luci dei riflettori? Quando ai Casamonica togliamo la musica che loro avevano scelto per il funerale  del capofamiglia, e ci mettiamo quella della sigla del programma?

La domanda non suoni retorica. Perché il problema di scoprire che paese l’Italia sia diventata, cosa sono i quartieri delle grande città, chi comanda nei circuiti dell’economia legale e di quella illegale, chi controlla il territorio e con quali mezzi, quali modelli sociali e culturali si impongono, cosa succede nei luoghi reali di vita delle persone esiste. Dentro tutto ciò ci sono pure i Casamonica. Ed esiste pure, aggiungiamolo, la necessità di raccontare le ginestre che sorgono in mezzo al deserto, o i pezzi di paese che cambiano, le cose nuove che si inventano e quelle vecchie che vanno a morire. Ma c’è la voglia di raccontarle davvero queste cose? E come, e da dove la Rai pensa di farlo? Forse tutta la levata di scudi più o meno moralistica di queste ore non vale la più banale richiesta che si può rivolgere al servizio pubblico, di provare a fare, insieme allo spettacolo e alle sue pur legittime esigenze, anche un’altra non piccola opera, che è opera di conoscenza.

(Il Mattino, 12 settembre 2015)

Il balcone di Vespa

Immagine«Io non sarei venuto qui a farmi intervistare» dice Beppe Grillo nel corso dell’intervista di Bruno Vespa, e il paradosso sta tutto qua. Intervistare, sottintende Grillo, da uno come te, da uno che non mi dispiacerebbe se finisse in galera, e infatti nel plastico del luogo di detenzione che Grillo vuole ma non può mostrare in studio, insieme ai politici c’è pure Bruno Vespa, che nel frattempo, però, gli sorride malizioso di fronte. Intervistare, per giunta, in uno studio televisivo, nel più salottiero degli studi televisivi, dove a volerci andare un grillino verrebbe espulso. E invece Grillo c’è andato, si è accomodato e si è fatto, per l’appunto, intervistare.

A voler misurare le uscite di Grillo col metro della coerenza non si va però molto lontano. O, per meglio dire: la coerenza va essa stessa misurata rispetto al fine tutto politico che Grillo indica senza alcun infingimento. Conquistare il voto dei moderati, di quelli che decidono in base a quel che passa la tv, e trasformare la contesa elettorale in un duello a due fra lui e Renzi. Che se la cosa gli riesce, il voto di centrodestra è bello che fagocitato. Per questo scandisce con forza, a più riprese: il voto è politico. Se vince il Movimento Cinque Stelle Napolitano va a casa, Renzi va a casa, tutti vanno a casa. L’Italia cambia, l’Europa cambia, il mondo cambia. Anzi: è già cambiato, Grillo se ne è accorto, tutti gli altri no, tutti gli altri sono morti, i politici sono morti, la tv è morta. Però lui ci va lo stesso. E siamo daccapo.

Non c’è che dire: il contenitore gli va stretto e lui vorrebbe poterlo cambiare. Perciò non comincia da seduto, ma si aggira in piedi nello studio: non vuole che si pensi che quella è casa sua. Perciò la grammatica della trasmissione deve essere, per quanto possibile, trasgredita. Niente suoni di campanello, niente ospiti e giornalisti tra i piedi. Niente Vespa in piedi e lui seduto, sprofondato in poltrona, ma l’uno di fronte all’altro. Per un tempo. Dopodiché Grillo si volta sempre più verso il pubblico, trasforma il bracciolo in un piccolo balcone dal quale sporgersi verso le case degli italiani, e cerca di riprodurre il format che gli va più a genio: il comizio, e niente domande. Vespa prova ancora a fargliele, ma Grillo cerca il più possibile di sottrarsi: a volte nel merito, altre volte fin nel metodo. C’è un famoso passo di Platone, in cui Socrate perde la pazienza col sofista di turno, che non la smette di tenere lunghi e torrenziali discorsi. O accetti le domande e dai risposte brevi, s’inalbera Socrate, o per me può anche finire qua. Il sofista accetta (e mal gliene incoglie), Grillo invece no. Nelle domande inciampa, a volte chiede di ripetere per capire meglio, e per guadagnare tempo. D’altronde, i tecnicismi, le distinzioni, le analisi pacate non fanno per lui, non stanno dentro la sua foga, e per questo, via via che la trasmissione va avanti, Grillo si prende sempre più spazio: sempre più spesso si accalora, si sporge dall’improvvisato balconcino della sedia e arringa i telespettatori.

Chi ha vinto? Grillo, temo: non vi sono molti dubbi. Qual è però il significato di questa vittoria? In termini elettorali saranno ovviamente le urne a dirlo. Però Grillo è entrato nella scatola televisiva e ne è uscito senza ammaccature, senza perdita di credibilità, continuando anzi a scommettere proprio sulla sua personale credibilità, e soprattutto sulla mancanza di credito degli altri, di tutti gli altri. Quando Vespa ha provato a obiettargli che a criticare son bravi tutti, e che tutti ripetono che bisogna cambiare le cose, Grillo ha avuto facile gioco nell’inchiodare il programma e fermare l’attenzione sulla questione che più gli sta a cuore: non cosa dici, ma chi sia a dirlo. Chi prende la parola. A chi credere. D’improvviso i contenuti sono diventati ininfluenti, irrilevanti, inutili. E la verità che incombe  sul mondo della comunicazione si è fatta d’improvviso palese: la televisione diviene tremendamente efficace proprio quando non comunica nulla, all’infuori del fatto che c’è. Efficace non nel proporre temi, ma nell’imporre attori.

Ma un’imposizione resta pur sempre un’imposizione. Grillo non è sfuggito a questa contraddizione, ma non è detto affatto che l’elettorato democratico voglia mandarla giù.

(L’Unità, 21 maggio 2014)