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Se la politica si perde tra i congiuntivi

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Tre congiuntivi in un colpo solo non sono uno scherzo. Sono, forse, un record. Perché uno può capitare, due è già più difficile, ma sbagliare tre volte lo stesso verbo, nella stessa frase, per esprimere lo stesso concetto: ci vuole dell’arte. E sicuramente non è colpa dei poteri forti. Fosse stato Grillo, avrebbe comunque trovato il modo di dire: questa volta abbiamo fatto tremare l’Accademia della Crusca, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e la Società Dante Alighieri tutti in una volta. Ma è una versione che non troverebbe corso neanche tra i più fedeli seguaci del vicepresidente della Camera dei Deputati.

Il quale, forse, di simili obbrobri non è materialmente responsabile. Magari è stato qualche suo collaboratore. Ma vige in questi casi la responsabilità oggettiva: come nello sport. Cosa vi è infatti di più oggettivo della lingua, nel senso, almeno, in cui quel cane morto di Hegel parlava di spirito oggettivo? Se però quello se ne frega dei congiuntivi, quell’altro manda a ramengo le subordinate, e quell’altro ancora non si raccapezza più con la «consecutio», tutta codesta oggettività delle istituzioni culturali, massime della lingua, va a farsi benedire.

Prima di Hegel, però: ricordate quel simpatico personaggio di Lewis Carroll, Humpty Dumpty, l’uovo parlante, che avvia una singolare conversazione con Alice? I due non è che si intendano molto, perché l’uovo ha l’improntitudine di far significare alle parole esattamente quello che vuole lui, e lui soltanto. Certo, Humpty sa che alcune parole hanno un brutto carattere: «I verbi, in particolare, sono i più orgogliosi: con gli aggettivi si può fare qualunque cosa, ma con i verbi; però – prosegue – io riesco a dominare tutto il gruppo».

Manca poco che non aggiunga: dal momento che uno vale uno, come dicono i miei amici pentastellati, non ci può essere nessuna autorità linguistica al di sopra di me ad impormi questo o quel significato, quel tempo o quel modo verbale. Perciò faccio quello che voglio, e se voglio che due soggetti, anziché spiare le massime autorità dello Stato, le spiassero le avessero spiate o le spiano, come dice il mio amico Di Maio, amen e così sia! Con buona pace di Alice e di tutti gli elettori votanti.

Sembra il paradiso della lingua – o della democrazia: fate voi – in realtà ne è la pura e semplice cancellazione, perché non è possibile alcuna lingua dove ciascuno assegna alle parole significati a piacimento, o capovolge e sconvolge la grammatica del linguaggio. Come insegnava quell’altro filosofo: un linguaggio privato non può esistere, è una contraddizione in termini. Il linguaggio o è pubblico o non è; o si fonda su regole condivise, accettate, o non è linguaggio. (E quel che è vero del linguaggio vale anche per un mucchio di altre cose: grosso modo, per tutte quelle che Hegel considerava facenti parte dello spirito oggettivo).

Ora si dirà: ma non è un po’ troppo scomodare tutta questa dottrina e tutte queste citazioni per qualche innocente capitombolo linguistico? Forse sì (anche se a pensarci: se Carroll ha potuta infarcire di pensieri un testo per ragazzi come «Alice attraverso lo specchio», si potrà pure infilare qualche riflessione quasi filosofica in un articolo dedicato alle disavventure di Luigi Di Maio con la lingua italiana, o no?). Ci sono, in realtà, tanti modi per scusare Di Maio (o il suo collaboratore): innanzitutto, dove sta scritto che per fare il vice presidente della Camera dei Deputati bisogna sciacquare i panni in Arno e parlare «la meglio lingua»? In secondo luogo, non è forse vero che l’italiano parlato è molto cambiato, e il congiuntivo è ormai una rarità? E tu che scrivi e che ti ergi a pontefice della lingua, sicuro che non hai qualche scheletro nell’armadio, qualche verbo sghembo e slogato nascosto in qualche articolo, o almeno qualche correzione dell’ultimora fatta grazie a un occhiuto correttore di bozze? Ancora: non sai che il purismo linguistico è roba da reazionari delle lettere, che i «grammar nazi» che girano in rete, pronti a lapidarti per l’uso improprio della punteggiatura, combattono una battaglia di retroguardia, già mille volte persa? Come si può pensare che l’italiano si mantenga uguale a se stesso nei secoli dei secoli, passando dalla meditata compilazione di una pagina alla concitata scrittura di un tweet? Se muore il congiuntivo, bisogna farsene una ragione. Muoiono ogni giorno parole e forme linguistiche, cambia ogni giorno la grammatica, che sarà mai la perdita di una coniugazione completa?  (Infine, immancabile: pensi forse che Di Maio perderà voti o non piuttosto li guadagnerà, grazie alla sua straordinaria naÏveté linguistica?).

Mi permetto di alzare la posta: tutto vero, tutto giusto. Ma se è così, che fine fa Ulrich? Ulrich è un altro personaggio letterario. Sta ne «L’uomo senza qualità» di Robert Musil, uno dei più grandi capolavori del Novecento. Ulrich possiede – e tiene in maggior conto del senso della realtà – il senso della possibilità: «chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o talatra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: be’, probabilmente potrebbe anche esser diversa». Ma per articolare tutte queste riflessioni c’è bisogno di congiuntivi come dell’aria. Per non soccombere alla dittatura del presente, per non essere schiacciati dalla realtà, per non accontentarsi solo di ciò che è sotto mano, più vicino e più pratico, per dare senso e determinazione a nuove possibilità, e in definitiva: per pensare e per fare pensieri lunghi, di congiuntivi c’è assoluta, vitale, inderogabile necessità. Perché c’è il reale e c’è il possibile; c’è l’indicativo e c’è il congiuntivo; c’è l’affermazione e c’è la negazione. Ma se vi tenete solo l’uno, e rinunciate all’altro, certo non sbatterete mai contro una porta chiusa, però non avrete mai la più pallida idea di cosa potrebbe esserci di là, se invece fosse aperta.

(Il Mattino, 15 gennaio 2017)

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Il paradosso delle regole

La modifica statutaria è stata approvata, Renzi può concorrere, Bersani va al tavolo della coalizione a concordare le regole delle primarie, ma tu ora va’ a sapere cosa significa seguire una regola. Roba che occorre una ricerca filosofica per districarne il senso, anzi di più: ci vogliono le Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein. Però Wittgenstein, per fortuna, e per raggiunti limiti di età (è morto), non ha potuto prender parte al dibattito sulle regole. Altrimenti avrebbe avuto infatti qualcosa da dire. Prendete una maestra, avrebbe detto (continua…

L’unità, 7/10/2012

Io so che tu sai che io so

Mi piacerebbe scrivere anche questa volta una lunga mail, a proposito degli appunti di Giulio Mozzi (che continuano una discussione nata qui, proseguita qui e per parte mia qui) ma non ne ho il tempo. Poiché però a un certo punto Giulio domanda: "quella ‘comunità’ che ‘sapeva quali fossero le opere da leggere’, come faceva a saperlo?" pongo la questione:
chi sa (una qualunque cosa) come sa che la sa? Qualunque risposta si dia a questa domanda, si potrà riprodurre la domanda. Ad esempio, uno risponde: lo sa perché sa questo e quest’altro. Replica: ma come sa di sapere questo e quest’altro? Si danno due maniere, credo, di chiudere la discussione. Una di esse dice semplicemente: lo sa e basta. L’altra presuppone invece che si accetti, entrando nella discussione, che sia messa da parte (a un certo punto, in un certo modo) la replica che, però, si può sempre riproporre.
La differenza fra le due maniere non è di ordine logico, ma nel secondo caso quel certo punto, o quel certo modo, è tale perché accettato da una comunità che lo fa proprio (almeno come risposta sufficiente, anche quando non la si condivida, in tutto o in parte). La ‘fuga nei logoi’ non si arresta, in tal caso, perché qualcuno sbotta di brutto, ma perché qualcuno risponde in un certo modo, e quel modo viene ritenuto sufficiente. Ma naturalmente che sia sufficiente non può essere stabilito a priori, e anche la formalizzazione dei criteri relativi non metterebbe al riparo dal riaprirsi della questione (benché vi possano essere comunità che ritengano indispensabile procedere a una simile formalizzazione, e comunità che non lo ritengano, non necessariamente le prime sono da preferire alle seconde).
Tutto ciò non significa che talune comunità di giudizio non siano (per esempio) semplicemente autoreferenziali, che certi ristretti circoli o certe società letterarie non siano troppo strette al punto da apparire soffocanti: è di nuovo cosa disputabile, nel modo che dicevo poc’anzi. Significa però che non è troppo consigliabile buttarla sul piano epistemologico (= come si sa quel che si sa). La comunità di giudizio si riconosce meglio nel modo in cui rende i giudizi su questo o quel libro, che non invece dal modo in cui risponde alla domanda come sa quel che sa.
In ogni caso, e più precisamente, questa seconda questione non è preliminare rispetto alla prima e gerarchicamente superiore ad essa (per gli amanti di Wittgenstein: l’ortografia della parola ortografia non è più importante dell’ortografia di ogni altra parola).
(Direi volentieri pure qualcosa sul resto degli appunti di Giulio, e sul fatto che neanche a me convince la faccenda di Mc Donald’s, ma questa è un’altra storia)

Ammiccamenti

"La modernità sèi è abituata a considerare che le linee di conflitto sono molte e non sempre componibili".
"La logica della rappresentanza è l’unica che rende legittimo un potere obbligante nei confronti di individui dotati di uguali diritti fondamentali"
"Penetrare i fondamenti teorici della crisi della democrazia non richiede soltanto una ricognizione dei fenomeni reali che non si lasciano contenere dentro la concettualità politica moderna"
"Proprio perché circola un qualche senso di giustizia, è possibile che attecchisca e prenda piede il discorso giuridico, formale-razionale, della giustificazione"
"Solo l’ansia di cercare fatti superlativi, indiscussi e indiscutibili, che abbiano un simile potere di giustificare, procura poi l’impressione drammatica che alla regola manchi il terreno sotto i piedi, e che dunque possa essere bellamente soppiantata"
"Dare a tutti gli uomini un futuro non era nell’ideale di vita buona e felice degli antichi, ed è invece la sostanza comune, nient’affatto formale o neutrale, della speranza moderna di felicità".

Aristotele, Etica nicomachea; N. Bobbio, Il futuro della democrazia; A.Schiavone, Storia e destino. Ma soprattutto L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche. Che si possa parlare "senza giustificazione" e tuttavia "non a torto" è infatti la citazione che costituisce il perno fondamentale del mio contributo al fascicolo 2/2008 della rivista bimestrale della Fondazione ItalianiEuropei, Se la democrazia ha ancora un compito.
(Vi ho messo i libri citati e le proposizioni che ammiccano ai lati del testo. Se ora volete il testo, occorre che acquistiate il fascicolo)

La proposizione perfetta/8

"A un tizio, che volesse fare obiezioni alle proposizioni indubbie, si potrebbe dire semplicemente: – Ah, insensato! -. Dunque, non rispondergli, ma fargli una ramanzina".
(Le altre proposizioni perfette sono reperibili a partire da qui)

Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, proposizione 6.43

"Il mondo del febbricitante è altro da quello del non febbricitante"

Totò Peppino e Jerry Fodor

Ricordate Totò e Peppino?:

Mezzacapa: A Milano, quando c’è la nebbia non si vede.
Antonio Caponi: Perbacco… e chi la vede?
Mezzacapa: Cosa?
Antonio Caponi: Questa nebbia, dico?
Mezzacapa: Nessuno.
Antonio Caponi: Ma, dico, se i milanesi, a Milano, quando c’è la nebbia, non vedono, come si fa a vedere che c’è la nebbia a Milano?
Mezzacapa: No, ma per carità, ma quella non è una cosa che si può toccare.
Peppino Caponi: ah, ecco.
Antonio Caponi: Non si tocca… non si tocca.
Peppino Caponi: Ma io, a parte questa nebbia, io non la tocco per carità… (qui)

Come si vede, non c’era bisogno di attendere Jerry Fodor per parodiare, con questa storia della nebbia, le Ricerche filosofiche di Wittgenstein. (via Leiter)

(Modesto parere insindacabile: cento Fodor non fanno un Wittgenstein)