Il Masaniello in lotta contro tutti

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Che cosa succede quando un movimento rivoluzionario arriva al potere? Le vie della storia sono infinite, e può quindi andare come con Pancho Villa in Messico o come con Lenin in Russia, come nell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro o come con la primavera araba dei paesi del Nord Africa. Può finire con la democrazia, la dittatura o l’esercito: non si sa mai. Diverso ancora è però il caso di Luigi De Magistris, che una rivoluzione vera e propria non l’ha fatta mai (non tutti gli uomini hanno la fortuna di nascere nel tempo e nei luoghi consoni alla loro tempra), ma che tuttavia a volte parla come se la volesse fare, o come se fosse proprio quello che finalmente ci vuole: a Napoli, in Italia, dappertutto. Non è così che aveva salutato la sua vittoria lo scorso anno, quando fu riconfermato sindaco di Napoli? Disse: «Questo è l’inizio di una rivoluzione che farà parlare di Napoli nel mondo». E certo: se Salvini venisse a Napoli ogni settimana, e De Magistris gli opponesse le sue fiere parole di rivoluzionario, con tanto di seguito fra i movimenti e i centri sociali pronti a scendere in piazza per difendere non è chiaro se il proprio onore partenopeo, la Repubblica italiana nata dalla Resistenza o l’esperienza pseudocomunarda della città, se andasse così in ogni weekend, forse davvero di Napoli e del suo Sindaco parlerebbe il mondo intero.

Nel modo in cui De Magistris si muove c’è ben più di una vaga consapevolezza di tutto ciò. Così, quando l’occasione si presenta, le briglie istituzionali si allentano e De Magistris rimette la bandana, lasciando scolorire la differenza fra le responsabilità di un uomo delle istituzioni e le scalmane di un capopopolo, come se fra piazza Mercato e Palazzo San Giacomo non vi fosse più alcuna differenza.

Nella storia politica di De Magistris non è certo la prima volta che capita. Quando nel 2014, chiamato a difendere le proprie scelte di magistrato, fu sentito dal Tribunale di Roma, nella sorpresa generale e in maniera chiaramente pretestuosa tirò in ballo Giorgio Napolitano, raccontando di una sua iscrizione nel registro degli indagati all’epoca di Tangentopoli, quando Napolitano era Presidente della Camera. Ovviamente la cosa era finita in nulla e non aveva alcun rapporto con le ragioni per le quali De Magistris veniva ascoltato, ma lui la ricordava con tutta la malevolenza di chi considerava ( e probabilmente considera ancora oggi) Napolitano un suo nemico: incurante del ruolo istituzionale ricoperto dal Presidente della Repubblica, e del suo stesso ruolo di primo cittadino, ma perfettamente consapevole del potenziale impatto mediatico di simili allusioni e maldicenze.

Non diversamente, De Magistris si è a lungo scagliato contro Renzi, quando questi era Presidente del Consiglio, giungendo a farsi cantore dei cavalieri e delle armi di una città derenzizzata. Nella Napoli liberata di De Magistris, infatti, sarebbe stato meglio che Renzi nemmeno mettesse piede. C’era uno scontro in atto, in particolare su Bagnoli, e una campagna elettorale alle porte, e De Magistris ne disse di tutti i colori: parlò di violazione della Costituzione, di violenza di Stato, di uso illegittimo del diritto, di involuzione antidemocratica e di accelerazione autoritaria, e concluse con un appello alla resistenza e alla lotta  – «nelle piazze, nelle strade e nei vicoli»  – che solo lo svolazzo dell’ultima frasetta finale, dedicata all’amore e alla non violenza, permetteva di non scambiare per un invito alla lotta armata.

Quella frasetta c’è sempre, per la verità, nei discorsi e negli scritti del Sindaco, anche se non tutti vi prestano attenzione e qualcuno anzi scende nelle piazze (e nelle strade e nei vicoli) senza serbare memoria dell’amore e della non violenza: lo si è visto sabato.

Ma si è visto anche che De Magistris tiene alla connessione sentimentale con questa parte della città, e anche quando si accorge che a qualcuno è scappata la frizione, non sente la necessità di prendere le distanze. Anzi: sonda, tasta, fiuta. POI sceglie. Sa che deve rimanere legato a quella frase, ma sa anche che certi atteggiamenti da Masaniello riscuotono grandi simpatie e, anzi, aperto consenso in quel mix di radicalismo intellettuale e bisogni popolari che intende rappresentare. Sa che di gente arrabbiata ce n’è, sa che per questa gente arrabbiata i partiti sono minestre riscaldate e sa che, soprattutto a sinistra, il Pd appare il campione di ogni moderatismo (senza peraltro effettivamente brillare per proposta riformistica); sa infine che non è l’attività amministrativa il luogo in cui provare a dare risposte a domande di senso. Perché anche quando la violenza è insensata (oltre che, nei fatti, controproducente) prende almeno un significato politico, ed è quello che De Magistris coglie, al di là o al di sopra delle istituzioni. Per questo, tra chi lo segue non si sono contate ieri le citazioni di Sandro Pertini che, nel 1960, a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, infiamma la piazza e impedisce che si tenga il Congresso dei neofascisti di Giorgio Almirante. Non importano le distanze storiche: evidentemente, De Magistris sa come accorciarle bruscamente. Non contano nemmeno le regole: troppo pesanti e rigide rispetto ai simboli che De Magistris sa come mobilitare. Non conta insomma rappresentare le istituzioni come autorità terze e imparziali, perché farne invece il transfert di un’intensa identificazione con la propria parte politica rende molto, ma molto di più.

(Il Mattino, 13 marzo 2017)

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