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Un azzardo che spariglia il gioco dei 5 Stelle

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P. Picasso, Minotauromachia (1935)

Un sasso nello stagno? Qualcosa di più, a giudicare dalle reazioni che la mozione parlamentare su Bankitalia presentata dal Pd ha scatenato. Non solo i più alti vertici istituzionali, ma anche esponenti democratici di primo piano – come il capogruppo al Senato Zanda, o come Walter Veltroni – hanno giudicato severamente la mossa del segretario: «deplorevole», «incomprensibile», «incommentabile». A giudicare dall’onda sollevata, il minimo che si possa dire è che Matteo Renzi questa volta è stato assai improvvido. Malaccorto. Per qualcuno, per giunta, non si tratta nemmeno della prima volta, ma anzi della riprova di quanto sia divisivo e contundente il modo di procedere del segretario del Pd.

Ma le acque in cui è caduto il sasso scagliato da Renzi non erano (e non sono) affatto stagnanti: sono anzi uno dei mari preferiti in cui nuotano i Cinque Stelle. Che della critica al sistema bancario italiano e a Bankitalia hanno fatto uno dei loro cavalli di battaglia. Ancor prima dello scandalo di Banca Etruria, con cui hanno tirato dentro la Boschi e il giglio magico. La polemica contro la finanza speculatrice che affama piccole e medie imprese è da sempre uno degli argomenti preferiti dei partiti populisti, ad ogni latitudine. Non a caso, la mozione del Pd è arrivata dopo la mozione presentata in Parlamento dai grillini, che impegnava l’Esecutivo ad «escludere l’ipotesi di proporre la conferma del Governatore in carica». Una mozione dello stesso tenore era stata presentata anche dalla Lega, il che rappresentava un chiaro segnale di quali munizioni i due partiti stessero accumulando in vista della campagna elettorale. Quali saranno gli argomenti su cui si giocherà il voto del 2018? I migranti, sicuramente. Poi l’Europa, probabilmente. Ma sui temi dell’economia la legislatura si chiude con i primi segnali positivi di ripresa, che sono venuti consolidandosi negli ultimi mesi del governo Gentiloni. Se su questo terreno riuscisse allora ai Cinquestelle di spostare tutta l’attenzione sulle nefande responsabilità in tema di banche, addossandole tutte al Pd, il più sarebbe fatto. La tempesta perfetta: paura dei migranti, impopolarità dell’Unione europea, rabbia contro gli affamatori del popolo. Il tutto, con il solito contorno giustizialista.

Con la mozione su Visco e Bankitalia, Renzi prova a sparigliare il gioco. Ed evita di rimanere con il cerino acceso in mano. Perché non c’erano solo le mozioni di Lega e Cinque Stelle. C’era anche l’astensione di Mdp sulla mozione grillina – il che non ha impedito a Bersani di giudicare «fuori da ogni logica» la mozione firmata dai democratici. E c’era lo stesso giochetto dentro Forza Italia: Brunetta ha giudicato «ipocrita e ignobile» la presa di posizione del partito democratico in Aula, ma questo non ha impedito a Berlusconi – che pure era Presidente del Consiglio quando fu nominato Visco – di criticare la Banca d’Italia per «non avere svolto il controllo che ci si attendeva».

In queste condizioni, con il nervo ancora scoperto di Banca Etruria, a Matteo Renzi proprio non andava giù di rimanere a fare solo soletto il palo dinanzi a Palazzo Koch. Del resto il suo giudizio su questa stagione Renzi lo aveva già consegnato nel libro uscito di recente: «abbiamo seguito quasi totalmente le indicazioni della Banca d’Italia, è stato un errore».  Dopo l’atto di indirizzo presentato alla Camera, Renzi si copre il fianco dalle critiche che sarebbero inevitabilmente piovute su di lui e sul Pd se la nomina fosse andata liscia e senza scossoni. Il Segretario sarebbe rimasto intrappolato nella Casta, proprio adesso che, con la campagna elettorale alle porte e senza la responsabilità diretta del governo, gli conviene tornare ad assumere i panni del rottamatore.

Certo, due argomenti possono ancora essere sollevati contro l’azzardo. Il primo: non si finisce in questo modo per inseguire i Cinquestelle, per andargli appresso scimmiottandone le mosse? Non è la trappola in cui il Pd è già caduto, con Renzi e prima di Renzi, su temi come la corruzione o il finanziamento della politica? Il secondo: non aveva detto Renzi che il Pd rappresenta l’unico argine al populismo? Con la mozione contro Bankitalia non si finisce con lo scavalcare a piè pari quell’argine? Critiche legittime, così come fondate sono le preoccupazioni di ordine istituzionale. Ma guardiamo al risultato: più che inseguire, ora il Pd sulle banche è inseguito da tutti gli altri. Fin qui era la comoda posizione tenuta dai Cinquestelle; ora, almeno sulle banche, non lo è più. E quanto a populismo, c’è del vero: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tutte le leadership che si sono fronteggiate in questi anni ne hanno assunto qualche tratto. Ma è anche vero che fare una sinistra senza popolo non si può. Che Renzi provasse anche lui a riacchiapparlo da qualche lato è il minimo che ci si potesse aspettare, dopo l’anno di purgatorio seguito alla sconfitta referendaria. Del resto, la partita elettorale Renzi se la gioca contro Grillo e contro Berlusconi: non so se mi spiego.

(Il Mattino, 20 ottobre 2017)

 

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Il partito trasversale dei guastatori a tutti i costi

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Afro, Demolizioni (1939)

Volano parole grosse. È oltre i limiti della democrazia, protesta preoccupatissimo Roberto Speranza, per conto di Mdp. Solo Mussolini aveva fatto cose simili, urla Di Battista. Così che davvero l’ordinamento democratico della Repubblica pare messo in pericolo dall’iniziativa del Pd, fatta propria dal governo, di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale all’esame della Camera. Una decisione politicamente impegnativa, che arriva sul finale della legislatura, ma che non piomba sul Parlamento come un fulmine improvviso scagliato da un dio iroso, bensì come l’ultima possibilità di dare all’Italia un sistema di voto accettabile, essendo naufragati tutti i tentativi esperiti finora. Prima l’incostituzionalità del porcellum, poi l’incostituzionalità dell’italicum, quindi il naufragio del tedeschellum (o teutonicum, che dir si voglia), in mezzo i propositi variamente assortiti, e tutti abortiti, di tornare al mattarellum: tutta questa profusione di latinorum dimostra senza dubbio alcuno la difficoltà del Parlamento italiano di dare un assetto stabile, convincente e soprattutto condiviso alle regole elettorali.

Se spingessimo più indietro lo sguardo, non daremmo un giudizio diverso. La famosa legge-truffa, fortemente osteggiata dal partito comunista, passò, a suo tempo, col voto di fiducia. E a metterlo quella volta non fu il Duce, come forse pensa Di Battista, ma un certo Alcide De Gasperi. Passano gli anni, e sul finire della prima Repubblica torna alla ribalta la questione elettorale. Ma a dare la scossa non fu certo il Parlamento, bensì un referendum popolare, quello promosso da Mario Segni sulla preferenza unica. Insomma, è giusto rivendicare il carattere squisitamente parlamentare della materia elettorale, ma è onesto riconoscere la difficoltà sempre incontrata all’interno del Parlamento, dalle proposte legislative di riforma in questa materia. Così come sarebbe altrettanto onesto rilevare che il rosatellum attualmente in discussione, l’ultimo latinorum della serie, ha un appoggio politico ampio. Anche se per ovvie ragioni né Berlusconi né Salvini voteranno la fiducia al governo, c’è intesa sulla legge. Il che non era, e non è, affatto scontato.

Questo significa che, oltre ai centristi, tre fra le maggiori forze politiche, di maggioranza e di opposizione, condividono l’impianto della legge. La quarta, i Cinquestelle, è invece sulle barricate. Ma come si fa a dimenticare che hanno qualche responsabilità nel naufragio del precedente tentativo, questa estate, di approvare una legge elettorale sul modello tedesco? Grillo, sul sacro blog, difendeva l’accordo, ma la base ribolliva di rabbia contro quella “cagata di legge elettorale”. E così, alla prova dell’Aula, con la consueta gragnuola di emendamenti, l’accordo non ha retto, e i voti grillini sono mancati. Il solito palleggio di responsabilità tra maggioranza e opposizione ha in seguito intorbidato le acque, ma a nessuno è parso, nelle settimane successive, che Grillo e compagni volessero rimettere mano alla legge. Tutt’al contrario. Ai Cinquestelle il sistema proporzionale partorito con le decisioni della Consulta sta più che bene, perché non gli mette al collo il cappio della coalizione. Posizione legittima, ma che difficilmente può tirare il Paese fuori dalle secche. Promette anzi di lasciarcelo chissà per quanto.

La situazione, vista dal lato del partito democratico, è invece la seguente: assumersi la responsabilità di approvare il rosatellum ricorrendo alla fiducia per evitare l’ennesimo fallimento, oppure alzare bandiera bianca, e consegnare definitivamente il Paese all’ingovernabilità?

Certo, le alternative non si presentano mai così nettamente. Hanno le loro sfumature. È chiaro che il ricorso alla fiducia punta a bypassare malumori e dissensi che attraversano sia il Pd che Forza Italia. È vero pure che anche il rosatellum non garantisce maggioranze stabili: la quota uninominale prevista difficilmente porterà l’uno o l’altro schieramento fino al 50,1%. Ma cosa c’è dall’altra parte? Che cosa motiva il rifiuto della legge da parte dei Cinquestelle, o da parte di Mdp? C’è, da parte loro, l’indicazione di un’alternativa praticabile? Allo stato, no. Allo stato, c’è solo la marea montante della polemica, portata spesso al di sopra delle righe, e condotta non in nome dell’interesse generale, ma dell’interesse proprio. Per quale motivo, infatti, non sarebbe nell’interesse generale del Paese introdurre un terzo di collegi uninominali che spingono le forze politiche a coalizzarsi fra loro, gli altri due terzi rimanendo proporzionali? Non si capisce. Mentre si capisce benissimo perché né i grillini, né quelli di Mdp vogliono il rosatellum: perché non fa al caso loro (mentre fa al caso di quegli altri).

Ora, ci si può dolere che la disputa sulla legge elettorale non si elevi dalla contingenza politica del momento. Ma questa doglianza riguarda tutti i partiti, nessuno escluso. Resta però che col rosatellum si fa almeno un passo in avanti nel senso della governabilità, e soprattutto si produce una legge forte del più largo consenso finora disponibile in Parlamento. Né ce n’è un altro. E, di questi tempi, trovare una maggioranza larga che assume su di sé il peso di una decisione politica per tirare il Paese fuori dallo stallo in cui si è cacciato dopo la bocciatura del referendum costituzionale, non è cosa da poco. Anzi è tanto, e sarebbe sbagliato buttarlo via.

(Il Mattino, 11 ottobre 2017)

La nuova scommessa bipolare

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A. Ligabue, Lotta di galli (1945)

All’ultima curva, prima di imboccare il rettilineo finale della legislatura, la legge elettorale torna ad essere tema di confronto politico e parlamentare, e si torna a parlare di una sua possibile approvazione.

Difficile, però, fare previsioni: sulla carta, le forze politiche che sostengono il Rosatellum bis – così è stata ribattezzata la nuova proposta – avrebbero i numeri per farla passare. Ma da qui al voto finale ci sono un’ottantina di voti segreti, e la partita è così delicata che incidenti sono sempre possibili.

In realtà, la nuova versione del Rosatellum non risolve i problemi di governabilità del Paese, ma per quello ci vorrebbe un doppio turno alla francese che non è nel novero delle cose possibili. La legge in discussione si limita a distribuire per due terzi i seggi su base proporzionale, e per il terzo rimanente assegna i seggi in collegi uninominali dove i singoli candidati possono essere sostenuti, anziché da liste singole, da una coalizione. Chi può investire sulla costruzione di coalizioni plaude alla legge; chi non ha alcun potere coalizionale la avversa.

A preoccuparsi sono quindi, innanzitutto, i Cinque Stelle, che non saprebbero a chi sommare i loro voti nella parte uninominale. E infatti il fuoco di sbarramento è cominciato subito: il neo candidato premier Di Maio ha avuto parole durissime contro quello che ha definito “un attentato alla volontà popolare”, con argomenti che in verità varrebbero per qualunque legge che abbia effetti disproporzionali. Dopodiché in Parlamento hanno piazzato una mina, nella forma di un emendamento contra personam, che non consente di indicare come “capo della forza politica” chi non può essere eletto in Parlamento. Leggi: Berlusconi. E leggi pure il tentativo di pescare su questa norma voti a sinistra per far saltare l’accordo sulla legge.

Ma di che genere di accordo si tratta? Detto che, se passasse, questa legge elettorale penalizzerebbe i grillini, chi, viceversa, se ne avvantaggerebbe? Guardando tra gli emendamenti presentati, si capisce qualcosa guardando la proposta di rimettere l’indicazione del futuro leader alla forza politica della coalizione che ha preso più voti. L’emendamento è a firma Forza Italia, ma avrebbe anche il favore della Lega. Il che significa che la competizione per la leadership si trasferirebbe dentro la legge elettorale, invece di stare nelle primarie che fin qui Salvini chiedeva e che Berlusconi non aveva nessuna voglia di concedere. Ma significa anche che le distanze nel centrodestra si sono accorciate, e che il Cavaliere comincia a pensare di avere tutto l’interesse a calarsi nuovamente in uno schema bipolare. Assisteremmo così ad una nuova piroetta: dopo essere stato, per tutta la seconda Repubblica, il campione della democrazia maggioritaria, Berlusconi si era convertito al proporzionale, e in lunghe e pensose interviste aveva spiegato come il proporzionale fosse ormai l’unico abito confacente al sistema politico italiano. Ora, invece, complice forse i sondaggi siciliani che danno il centrodestra avanti a tutti, Berlusconi cambia di nuovo: vada per la coalizione con Salvini, e per un voto che in qualche modo la sancisca e leghi le mani per il dopo voto.

Ma le lega veramente? In primo luogo, va detto che l’emendamento è ai limiti, se non oltre il dettato costituzionale. Perché nessuna formula sulla scheda elettorale può limitare il potere del Presidente della Repubblica di nominare il Presidente del Consiglio: cosa dunque comporti indicare il “capo della forza politica” non è chiaro. In secondo luogo, e soprattutto, queste coalizioni, che esistono solo su un terzo dei seggi, ben difficilmente raggiungeranno il 51%, con gli attuali rapporti di forza: e allora come si farà? Ci sarà un inciampo in più per la formazione di maggioranze parlamentari diverse da quelle indicate nella parte uninominale della legge. La qual cosa può forse essere persino apprezzata, almeno da chi non ama il carattere parlamentare della nostra Repubblica. Ma senze vere maggioranze popolari emergenti dalle urne il risultato sarebbe: nessuna maggioranza.

Il rischio è alto, insomma. E l’impressione è che l’emendamento sia una spia del ricompattamento che si sta producendo nel centrodestra, piuttosto che una strada realmente percorribile.

A meno che la cosa non piaccia pure a Renzi, che sarà sicuramente, a sinistra, quello che prenderà più voti. Ma un conto è il singolo emendamento, un altro è l’impianto complessivo della legge. Lì la partita sembra essere un’altra, perché questo tema delle coalizioni è stato gettato tra i piedi del Segretario da chi, dentro il partito democratico, lo considera ormai un ostacolo alla costruzione di un nuovo centrosinistra, di un nuovo Ulivo o di quel che sarà. Franceschini non perde infatti occasione per ripetere che la coalizione s’ha da fare, col che evidentemente sottintende che se, per dialogare con Mdp, fosse necessario mettere da parte Renzi, ci sarebbe chi, nel Pd, farebbe da sponda.

Questo è, alla fine, il nodo decisivo: la legge è studiata per contenere i Cinquestelle, ma non dà affatto garanzie di governabilità, promette intanto di rimescolare le carte nel centrosinistra, e, forse, di dare una mano al centrodestra. E però è firmata dal Pd, come se Renzi scommettesse sul fatto che, alla fine, prevarrà comunque la sua forte leadership nel partito. Ce n’è abbastanza per considerare i giochi tutti aperti.

(Il Mattino, 30 settembre 2017)

 

Lo strappo a sinistra

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S. Balkenhol, Man with Green Shirt (1988)

Jeans e camicia fuori dai pantaloni, ai margini della festa di Rimini Roberto Fico intratteneva in un colloquio privato il neo-candidato premier Luigi Di Maio. Che gli stava davanti in giacca e cravatta, tanto lindo e pettinato quanto l’altro era sudato e arruffato. Fico non smetteva di gesticolare, Di Maio rimaneva fermo, quasi immobile, con le mani bene in tasca. Uno sembrava dannarsi a spiegare, l’altro non aveva che da mostrarsi comprensivo. In breve: uno ha perso, l’altro ha vinto. Uno è salito in cima al Movimento, come neocandidato premier, l’altro non è voluto nemmeno salire sul palco.

Vera partita non c’è stata, perché queste primarie si sono rivelate, nei numeri e nei partecipanti, poco più di una mera formalità autorizzativa. Ma per quanto Di Maio abbia assicurato, dopo la proclamazione, che non intende cambiare il Movimento, bensì l’Italia, le cose non stanno più come prima. Nel mescidato brodo culturale dal quale pescano i Cinquestelle c’è, è vero, un po’ di tutto, ma non tutto è rappresentato da tutti: la scelta di Di Maio dà una nuova rimescolata, ed è inevitabile che certi sapori finiranno col sentirsi più di altri.

Il denominatore comune a tutti i grillini – ieri come oggi – è la critica al sistema e il “vaffa” all’establishment. Il carburante rimane l’accusa di disonestà e di corruzione rivolta all’intera classe politica, lorda di immorali privilegi. Ma uno come Fico nel Movimento ha trovato anche un’istanza democraticistica radicale, perfetta per raccogliere la delusione di quelli di sinistra che non hanno più fiducia nei partiti tradizionali. Fico ha quell’anima lì: movimentista, roussoviana, vicina alle esperienze di base che, ora che si sono ridefiniti gli assetti di vertice, rischiano di rimanere soffocate. La linea del Piave dell’ala ortodossa incarnata da Fico, la «grande distinzione» che il Presidente della Commissione di Vigilanza ha tracciato ieri – un conto è il candidato premier, un altro il capo politico del Movimento; Di Maio è stato eletto per fare il primo, non per fare il secondo – non ha molte possibilità di reggere. O per meglio dire: tutto dipenderà ancora una volta dall’unico che può farla valere o revocare, cioè Grillo. Che però non è chiaro quanta voglia abbia di trainare i Cinquestelle anche nella prossima campagna elettorale. Certo è che in tutta la fase che si apre ora non vi è alcuna possibilità che le decisioni politiche fondamentali passino per i volenterosi militanti dei meet up o per una qualche forma di consultazione diretta che non sia, al dunque, un semplice bollino di ratifica.

Di Maio ha ripetuto anche dal palco di Rimini che il Movimento non è né di destra né di sinistra. Ma lui è quello che si è lanciato tutta l’estate nella polemica contro le Ong; Fico non ha detto una sola parola per sostenere una simile campagna. Fico si è esposto, in passato, quando si è trattato di discutere di unioni civili o di diritti dei malati terminali. Fa le battaglie sull’informazione per il ruolo che ricopre, ma non usa certo i toni di Grillo quando si tratta di attaccare la stampa. Fico, per capirci, è uno che votava Bassolino: quanta parte del mondo ideale di uno così può riconoscersi oggi nel contegno sussiegoso di Luigi Di Maio? Di tematiche riconducibili alla sinistra progressista, tra i Cinquestelle, rimane forse solo quella ambientale, ma l’identità del Movimento è sempre meno definita da queste battaglie.

Si tratta in realtà di un’evoluzione (o involuzione) inevitabile, se la scelta non è più quella di aprire le istituzioni come una scatoletta di tonno, come Grillo diceva nel 2013, ma di occuparle con i propri uomini, come si vuol fare nel 2018, presentandosi come forza seria e responsabile. Nella tradizione di questo Paese, non è la prima volta che un movimento politico si amputa di un pezzo alla sua sinistra, al momento di entrare nella partita per il potere. Se uno si va a leggere il manifesto programmatico dei fasci italiani di combattimento, presentato ufficialmente nel 1919, vi trova il solito refrain: non siamo né di destra né di sinistra. Ma dentro c’era anche un certo numero di istanze radicali di riforma: il suffragio universale, l’abolizione del Senato di nomina regia, la gestione operaia delle fabbriche, e via di questo passo. Tutte cose destinate a cadere. Il fascismo al potere farà infatti l’esatto opposto: toglierà di mezzo i partiti e la democrazia, manterrà il Senato e la Corona, si alleerà con il grande capitale.

Si prendano gli esempi per ciò di cui sono esempi. Non sto affatto gridando al pericolo fascista, né considero Di Maio un novello Mussolini. Dopo tutto, non ne ha la mascella. Sto dicendo invece che è normale che un movimento dentro cui c’è stato finora un po’ di tutto cambi natura nel passaggio dalla fase protestataria a quella della proposta di governo. E la proposta dei Cinquestelle si viene sempre più definendo su una base populista e qualunquista, destinata ad espungere da sé gli elementi spuri, che non entrano facilmente nel quadro. O magari nemmeno se la sentono di entrare nel quadro: non salgono sul palco, non si fanno la foto opportunity col nuovo capo, e provano anzi a sostenere, come ha fatto Fico, che non è affatto un capo. Tesi ardua, anche perché i Cinquestelle il capo in realtà l’hanno sempre avuto: quel che hanno adesso, è piuttosto un problema di successione, che in tutte le formazioni non democratiche costituisce sempre la prova decisiva: hic Rhodus, hic salta.

(Il Mattino, 25 settembre 2017)

Di Maio candidato, ma le primarie sono un flop

Game of Chance 1987 by Robert Motherwell 1915-1991

R. Motherwell, Game of chance (1987)

Non proprio un bagno di folla, quello che il popolo cinquestelle riserva a Luigi Di Maio: vota solo un quarto degli iscritti, e Di Maio raccoglie circa trentamila voti su centocinquantamila. In un’elezione dal risultato assolutamente scontato, calano ovviamente l’interesse e la partecipazione: un’investitura annunciata non è un’elezione al fotofinish. Ma i dirigenti del Movimento si aspettavano comunque numeri più consistenti. La festa non è stata guastata dalle polemiche interne, ma è stata meno festosa di quanto forse ci si aspettava. Il dato politico però c’è tutto: da oggi, il Movimento Cinquestelle ha ufficialmente un nuovo leader. Grillo lo ha sottolineato con tono scherzoso: «da domani il capo politico del M5S non avrà più il mio indirizzo, tutte le denunce arriveranno a te», ha detto volgendosi verso il giovanissimo pupillo. Ma non è uno scherzo: è l’amaro calice che anche i più movimentisti tra i grillini debbono mandar giù, Fico per primo. Che non ha parlato. Che ha vistosamente ignorato Grillo ed evitato di applaudire Di Maio al momento della proclamazione. Ma che si è dovuto tenere per sé tutti i malumori covati in queste ore.

Le denunce arriveranno a Di Maio. E le liste, invece, chi le farà? I posti, i seggi: chi li assegnerà? È chiaro che il passo indietro (di lato, di danza) di Grillo non toglie nulla alla sua presa sul popolo pentastellato e al suo potere: Grillo rimane l’unico che può disdire quello che è già stato detto. Legibus solutus, può revocare domani quello che ha deciso oggi. Ma intanto, oggi, la decisione è presa: il Movimento Cinquestelle si identifica con Luigi Di Maio. Dargli autorevolezza, forza, credibilità è la priorità assoluta.

Lui, peraltro, è stato sempre così ben consapevole che il suo giorno sarebbe arrivato, che ha in realtà lavorato per fare il leader fin da quando si è seduto sullo scranno di vicepresidente della Camera. Lontanissimo, per stile, dallo spontaneismo arruffato e improbabile di tanti militanti e simpatizzanti, Di Maio ha deciso fin dal primo giorno di indossare giacca e cravatta, per lui quasi una seconda pelle. O forse una coperta di Linus: il modo per verificare ogni giorno allo specchio di avere la stoffa giusta per il ruolo che i padri del Movimento, Grillo e Casaleggio, hanno pensato per lui. L’unica cosa che Di Maio non può infatti permettersi, e con lui tutto il Movimento, è di apparire solo una figurina in mani altrui. Perciò l’accentramento delle responsabilità nelle sue mani, che tanto dispiace all’ala ortodossa del Movimento, è inevitabile e, probabilmente, sarà reso anche più evidente di quanto non sia.

Del resto, è abbastanza ridicolo parlare di tradimento delle origini. Alle origini c’è sempre stato un capo. Anzi. Un capo e un’azienda, la Casaleggio Associati, e la cosa ha ben potuto convivere con la retorica democraticista radicale. I Cinquestelle non hanno bisogno di dismettere quella retorica: faranno ancora le primarie online per la scelta dei candidati al Parlamento, indiranno ancora consultazioni online sui grandi temi in agenda (quando ognuno sa, peraltro, che il vero potere sta nel decidere l’agenda) e si riuniranno ancora nell’«agorà» quando si tratterà di far parlare tutti, come in questi giorni di festa a Rimini. Ma come in tutti i congressi di tutti i partiti, le decisioni vere continueranno a essere prese nel retropalco. E lì, da oggi, c’è una specie di strano triumvirato formato dal carisma ancora detenuto da Grillo, dalle chiavi della macchina organizzativa di proprietà di Davide Casaleggio, dalla responsabilità politica assegnata a Luigi Di Maio.

Piuttosto che le frizioni e le tensioni che attraversano il Movimento (e che rimarranno sotto le ceneri a lungo, se non interverranno fatti esterni a riaccendere il fuoco), sarà decisiva la capacità del neo-candidato di presentarsi come la carta nuova e vincente dei CInquestelle dinanzi all’elettorato. È lì, non fra gli iscritti, che si decide il futuro del leader. Non a caso, nel suo primo discorso dopo la proclamazione dei risultati, Di Maio ha detto subito che il suo compito non è cambiare il Movimento, ma cambiare l’Italia. C’è da dire che se lui cambiasse davvero l’Italia, il cambiamento del Movimento verrebbe da sé. Cionondimeno resta vero: gli sforzi saranno d’ora innanzi dedicati tutti alla proposta politica. E per dare il segno di una maturità ormai raggiunta dal Movimento, Di Maio ha ripetuto anche dal palco di Rimini che intorno a lui schiererà una forte squadra di governo, che dia il senso di una vera competenza e, forse, anche quello di uno spostamento di classe dirigente a rinfoltire i ranghi dei Cinquestelle.

In ogni caso, ha assicurato Di Maio, non sarà un governo di destra o di sinistra, il suo, ma fatto solo di «persone capaci». Si tratta di uno slogan che ha attraversato la seconda Repubblica, per dir così, da prima che nascesse: che ha contribuito alla delegittimazione della politica e a ha consentito ai Cinque Stelle di crescere. Anche da questo punto di vista, dunque: nessun tradimento delle origini. Ma come per la leadership una figura preminente non può non emergere nel momento in cui ci si candida alla guida del Paese, così anche sul piano ideologico i nodi debbono venire al pettine, e il populismo acchiappa-voti di qua e di là con cui ha prosperato il Movimento dovrà prendere una figura più determinata, se vorrà farsi programma di governo.

(Il Mattino, 24 settembre 2017)

La resa dei conti è solo rinviata. Decisiva la Sicilia

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F. Clemente, La partenza dell’argonauta (1986)

A Rimini è una festa che s’ha da fare, avrà pensato Grillo nei prepotenti panni di Don Rodrigo del Movimento Cinque Stelle, e dunque Roberto Fico è meglio che non prenda la parola: rischierebbe di rovinare la cerimonia. Ma i malumori che non possono manifestarsi durante l’incoronazione di Di Maio, che domani verrà proclamato candidato premier, rischiano di esplodere al primo intoppo. Si conosce già la casella del calendario dove è piazzata la mina che potrebbe farli saltare fuori: 5 novembre, elezioni regionali siciliane. I Cinquestelle si sono avvicinati a quell’appuntamento convinti di poter arrivare alla vittoria, o almeno a una incollatura dal vincitore. Ma dopo l’ennesimo pastrocchio nelle regionarie, con l’ormai consueta scia di ricorsi, interventi del tribunale e atti di imperio di Grillo per confermare il candidato Cancelleri, tutto si può dire meno che il risultato sia già in tasca.

Prima di quella data, però, Fico non ha spazio per muoversi, per rappresentare un’alternativa politica reale a Luigi Di Maio. In linea di principio lo sarebbe. Fico non è andato né alla City di Londra né a Cernobbio per accreditarsi preso i mercati, come Di Maio. Fico non ha partecipato alla campagna d’estate sui migranti e contro le Ong, come Di Maio. Fico non ha nemmeno baciato l’ampolla contenente il sangue di San Gennaro, come Di Maio. Da ultimo, e soprattutto, Fico non ha condiviso l’ampiezza di mandato che le primarie online consegneranno al vincitore. Invece di avere soltanto un candidato premier, i grillini c’è il rischio che vedano pure Luigi Di Maio associato a Grillo e a Casaleggio nella guida politica del movimento. Un inedito triumvirato, che contraddice abbondantemente lo spirito dei meet up della prima ora, di cui Fico, insieme all’ala cosiddetta ortodossa, vuole essere ancora espressione.

Con sempre maggiore difficoltà, però, visto che sempre più declinano, o si traducono in semplici paramenti esteriori, i miti della trasparenza e della democrazia diretta. E difatti. Queste primarie sono state le più veloci della storia, con soli tre giorni tre di campagna elettorale. I candidati non hanno dovuto presentare un programma, ma una semplice dichiarazione di intenti. La piattaforma che ospitava la votazione si è impallata più volte. I tempi per votare sono stati prolungati a singhiozzo. I risultati sono stati raccolti ma non proclamati ufficialmente. Nessuna certificazione pubblica e verificabile è stata eseguita: tutto è in mano a due notai di cui però non si conosce il nome. La democrazia, ragazzi: quella è un’altra cosa.

Ma i partiti sono associazioni private, e fanno un po’ quello che vogliono. In particolare quando c’è da piegare, se non le regole, almeno la retorica alle esigenze del momento. E questo è il momento di Di Maio, il momento in cui il Movimento deve mostrarsi unito e compatto dietro il novello leader, il momento in cui, dunque, non sono ammesse polemiche interne. Grillo ha la forza per imporre il suo pupillo e tacitare i suoi avversari. Sa che i Cinquestelle hanno bisogno di presentare un candidato che trasmetta non solo il senso di una novità, ma anche quello di un’autorevolezza che è ancora tutta da conquistare. Perciò, va bene che tutti sono uguali, che uno vale uno, che gli incarichi si assumono a rotazione e in Parlamento non ci sono onorevoli ma megafoni dei cittadini, però per Palazzo Chigi il prescelto non può che essere uno solo. Ed è lui, è Luigi Di Maio il Lancillotto. Quanto alla leaderizzazione del candidato, sarà interessante vedere se in campagna eletorale avremo il suo volto in primissimo piano sui manifesti e negli spot, come impone la comunicazione politica oggi, o se campeggeranno soltanto le anonime Cinque Stelle del simbolo (e la barba e la chioma di Grillo, va da sé).

Questa è la strategia: si fa corsa tutti insieme per Di Maio senza aprire una discussione vera. Scordatevi i meet up, non azzardatevi ad organizzarvi come opposizione interna. Ovviamente nessuno ha la forza per contrastare questi piani di battaglia. Di Battista, perciò, si è adeguato subito, Fico invece no. Se le cose in Sicilia andranno bene, anche lui finirà ovviamente col piegare il capo e pure le orecchie. Ma se il centrodestra vincesse? Se il Pd non andasse così male come si prevede, e i Cinquestelle non andassero così bene come fino a poco tempo fa si pensava?

A quel punto la partita potrebbe riaprirsi. Non certo nel senso che Di Maio sarebbe rimesso in discussione, ma nel senso che Grillo potrebbe essere costretto a concedere qualcosa nella composizione delle liste. Sarebbe una novità assoluta, anche se difficilmente si aprirebbe una dialettica politica reale dentro il Movimento. La ragione è semplice: una simile dialettica è incompatibile con la figura dell’insindacabile capo politico che, quale garante,  Grillo continua ad essere. (Ed è impensabile pure che Grillo permetta quello che sempre succede nel Pd, dove non si smette mai di esercitarsi nel logoramento del leader). Più facile allora che all’emergere di malumori, in caso di insuccesso in Sicilia, Grillo reagisca come ha sempre fatto finora: con le fuoriuscite e le espulsioni. Col rischio però che qualcosa si incrini nel rapporto con l’opinione pubblica.

Meglio non pensarci, allora. Oggi è il giorno della grande festa. E siccome del doman non v’è certezza, per ora Fico non parla, il resto si vedrà.

(Il Mattino, 23 settembre 2017)

 

Primarie bloccate, M5S nel caos

Nostalgic

Komar & Malamid, Stalin and the Muses (1981)

Se davvero non c’è due senza tre, allora il candidato in pectore Luigi Di Maio, che ha sciolto le riserve e attende a giorni la consacrazione, dovrebbe cominciare a tremare. L’anno scorso c’è stato il caso delle comunarie di Genova, annullate d’imperio da Grillo dopo essere state vinte da un nome a lui sgradito, Marika Cassimatis, a cui però il Tribunale ha poi dato ragione, con il caos che ne è conseguito (e la sconfitta alle elezioni). Stavolta è il turno delle regionarie siciliane, sospese dal giudice dopo il ricorso di un candidato escluso, mentre il prescelto, Giancarlo Cancelleri, è già in piena campagna elettorale. Tirerà dritto, ma il danno d’immagine c’è tutto. Le prossime consultazioni convocate dal Movimento per il prossimo 24 settembre riguarderanno invece il futuro candidato premier e, com’è ormai ufficiale, sarà la volta di Di Maio: e se a qualcuno saltasse in testa di appellarsi alla giustizia civile?

Mancano meno di due settimane, ma sulle modalità del voto non c’è ancora chiarezza: non è compromessa in questo modo la possibilità di fare campagna elettorale? Più che una votazione, al momento somiglia a una proclamazione, con cui si ratifica un nome già scrutinato dai capi del movimento, cioè Grillo e Casaleggio. Poco male: sono faccende interne a una formazione politica. Ma se qualche magistrato volesse metterci il becco, cosa succederebbe? E se davvero non c’è due senza tre?

Vi sono, in realtà, due questioni in ballo. Una riguarda i Cinquestelle, l’altra riguarda la legge sui partiti politici, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, di cui si parla di tanto in tanto, ma che al dunque non si fa mai. Su quest’ultima faccenda, non c’è molto da dire. La legge è sempre stata rimandata, per timore di ingerenze nella conduzione dei partiti, a cui, dopo gli anni del fascismo, si voleva lasciare la più ampia autonomia organizzativa. La Costituzione ne fa infatti un perno della vita democratica della nazione, ma non gli riconosce personalità giuridica. Col tempo, però, è emerso con sempre maggiore chiarezza l’interesse pubblico alla natura democratica della vita interna di un soggetto politico, così come la necessità di legare l’accesso a contributi pubblici ad una maggiore trasparenza gestionale, e dunque a una più intensa forma di regolazione giuridica. Quel che accade adesso è però paradossale. Perché da un lato la norma costituzionale rimane molto blanda, né gli statuti dei partiti sono mai stati sentiti come un vincolo giuridico in senso forte, all’interno di associazioni che rimangono di carattere privato; dall’altro però aumentano gli interventi della magistratura, che sembrano fare come se una legge ci fosse già. Non discuto le sentenze e il dato strettamente tecnico-giuridico, ma l’impressione è che i giudici facciano anche in questo caso un’attività di supplenza, aiutati dalla perdurante crisi della rappresentanza che rende facile mettere ogni volta la politica e le sue decisioni sul banco degli imputati. Meglio, allora, fare la legge e mettere ordine, invece di aprire la mattina i giornali per sapere se la campagna elettorale prosegue liscia, senza improvvisi intoppi giudiziari.

L’altra questione riguarda da vicino i grillini, che per principio fondamentale affidano ai cittadini la selezione online delle candidature. Ottimo principio. Ma vuoi per la labilità del tessuto di regole, vuoi per una pulsione assembleare che non si lascia facilmente assorbire, vuoi per la debolezza di una classe dirigente estemporanea (soprattutto in ambito locale), vuoi in ultimo per una certa approssimazione, sta di fatto che il principio a volte viene clamorosamente disatteso dall’alto, per decisione del supremo garante (Grillo), a volte viene invece azionato bruscamente dagli iscritti, per mandare all’aria accordi politici già benedetti a Roma (o a Genova).

Per una formazione che aspira ad essere il primo partito e che si appresta a scegliere il suo candidato a Palazzo Chigi con gli stessi metodi di Genova e Palermo non è un bel vedere. È pur vero che la bandiera della democrazia diretta è l’ultima che venga oggi agitata dai cosiddetti «megafoni» del movimento. Parlano di onestà, corruzione, ambiente, piccola impresa, immigrazione, ma non promettono più la palingenesi democratica: si sono accorti che l’«uno vale uno», lo streaming e la consultazione permanente non stanno in piedi senza una forte direzione politica che faccia da contrappeso. Anzi: ormai c’è solo quella. Basta vedere come si va alla incoronazione di Di Maio: con una ratifica, mica con una competizione vera e aperta.

Solo che qualcuno degli antemarcia, venuto su nei meetup della prima ora, al mito iperdemocraticista fa ancora mostra di crederci. Perciò presenta ricorso, trova un giudice che gli dà retta e cerca di riportare tutti alla casella di partenza. Non può riuscirci, perché i candidati rimangono quelli già decisi. Però: che malinconia.

(Il Mattino, 13 settembre 2017)