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Le ambizioni politiche e la città dimenticata

Napoli

Un «buon risultato», dice Luigi De Magistris, che trae dal voto amministrativo di domenica motivi di soddisfazione per gli esiti di Arzano e Bacoli, dove i candidati appoggiati dal Sindaco di Napoli hanno raggiunto il ballottaggio. Non è andata così nelle altre città dove compariva il simbolo della lista DemA, ma, parola del Sindaco, «era importante cominciare». Certo, in tempi di estrema volatilità del voto, tutto può essere: persino che un giorno l’attuale primo cittadino siederà a Palazzo Chigi, con un consenso capace di andare oltre la cinta daziaria del capoluogo partenopeo, ma intanto che cosa si fa? Di fronte all’esiguità dei numeri raggranellati domenica, è più facile ipotizzare per Dema un destino simile nelle percentuali alla infausta «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia, che non improvvisi sfondamenti elettorali, sul modello di Podemos in Spagna. Il dato medio di Dema si aggira infatti tra il 5% e il 6%: non propriamente un successo. De Magistris pesca inoltre in un’area nella quale sono già presenti numerose formazioni politiche di sinistra-sinistra – da Pisapia a Sinistra Italiana, da Civati a Mdp di Bersani e D’Alema –, senza dire che il voto dato in nome della trasparenza, della giustizia, della partecipazione ha già, a livello nazionale, un forte catalizzatore nel Movimento Cinquestelle.

Ma vada come vada: cosa si fa, intanto? Tutte le sinistre massimaliste hanno avuto, da sempre, il limite di non curarsi troppo dei programmi «minimi», cioè delle cose da fare nel frattempo, prima che scocchi l’ora X della rivoluzione. La differenza è che però De Magistris rimanda tutti a un appuntamento politico fissato a data da destinarsi, o comunque molto lontano nel tempo, mentre si trova a fare personalmente il sindaco, mentre cioè siede a Palazzo san Giacomo e ha doveri amministrativi piuttosto impellenti. La sua Amministrazione ha i cantieri aperti su via Marina o da aprire per la manutenzione di corso Vittorio Emanuele: in quel caso, l’importante non è affatto cominciare, ma finire, possibilmente nel rispetto dei tempi previsti per la realizzazione delle opere, limitando i disagi ai cittadini. Ha difficoltà nel rispettare gli adempimenti contrattuali con la ditta impegnata nella revisione dell’impianto della Funicolare Centrale, col rischio che i lavori non vengano ultimati a causa del ritardo dei pagamenti. Ha da inventarsi una strategia per il sistema dei trasporti pubblici e un’Azienda pubblica sull’orlo del fallimento, costretta a aumentare il costo dei biglietti (scattato ieri) senza poter offrire miglioramenti dal lato dei servizi erogati. Ha da ristrutturare i servizi colabrodo di riscossione delle multe e dei canoni di locazione, ha da realizzare vendite di immobili da anni al palo, ha da costruire un’idea di organizzazione e gestione dei flussi turistici che vada al di là dell’entusiasmo estemporaneo per l’aumento delle presenze. Ha, infine, da impegnarsi su Bagnoli mettendo da parte i calcoli politici: smettendola di cercare soddisfazioni simboliche in nome dell’orgoglio, dell’indipendenza, dell’autonomia e della sovranità della città, per accomodarsi più modestamente a una seria collaborazione istituzionale.

La mistura ideologica del progetto DemA non è, ad oggi, formula che giustifichi le ambizioni politiche del suo inventore, ma quand’anche lo fosse, non dovrebbe funzionare come un’arma di distrazione di massa. Tra l’attuazione della Costituzione e l’attuazione di un programma amministrativo solido e concreto, la preferenza va accordata alla seconda: se non altro perché proprio la Costituzione e la legge gliene assegnano il compito. E poi: va bene fare il bilancio del voto nell’hinterland, o farsi venire la curiosità di registrare quanti voti DemA ha preso a Taranto (poco più dell’1%) o a Carrara (quasi il 2%), ma per i cittadini napoletani i problemi di bilancio del Comune e lo stato di pre-dissesto, tra debiti fuori bilancio e inefficienze ammnistrative, costituiscono una preoccupazione ben più pressante.

A chiusura del Maggio dei monumenti, De Magistris ha sottolineato il grande successo della manifestazione e ha poi aggiunto: «Ora siamo impegnati anche a rafforzare finanziariamente ed economicamente l’Ente e mettere in campo le azioni per migliorare tutti i servizi». Ecco: se quell’«anche» diventasse nei mesi prossimi un: «innanzitutto e quasi esclusivamente», siamo sicuri che se ne gioverebbe il suo profilo di Sindaco e soprattutto ne guadagnerebbe la città.

(Il Mattino, 13 giugno 2017)

I Cinquestelle all’esame di maturità

arte concettuale

Prima il convegno di Casaleggio junior, con giornalisti, studiosi, imprenditori; poi Grillo alla marcia di Assisi e relativa professione di francescanesimo, adesso l’incontro con gli arcinemici del Pd per un accordo su una legge elettorale alla tedesca (proporzionale con soglia di sbarramento al 5%). I Cinquestelle vorranno pure fare pulizia di tutto il marciume della vecchia politica, ma non trascurano, intanto, ti mandare messaggi rassicuranti al resto del Paese: il cambiamento sarà radicale per quanto riguarda la classe politica, ma non così radicale da non consentire di presentarsi come un forza ragionevole, preparata, affidabile e di buon senso. Che si tratti dell’euro o dei vaccini, del presidente Trump o della scuola, le posizioni pentastellate virano verso lidi più tranquilli: non sono più spudoratamente contro i vaccini o contro l’euro; non sono più acriticamente entusiasti dell’uomo forte ma neanche ideologicamente contrari alla scuola privata. Quel che fortissimamente vogliono sono in fondo soltanto due cose o tre: il reddito di cittadinanza, un’economia sostenibile e, va da sé, la fine dei partiti politici così come li abbiamo conosciuti. Ma un simile programma è perfettamente compatibile con parole rispettose nei confronti del Capo dello Stato (decisivo in questa delicata fase di fine legislatura)  e commenti amorevolissimi nei confronti del Pontefice (perché ancora esiste un elettorato cattolico). Mandati messaggi di grande equilibrio, si può anche avviare la trattativa sulla legge elettorale: ovviamente nelle sedi istituzionali e senza streaming.

Si tratta di un atteggiamento sicuramente più responsabile, anzitutto perché rimanda a data da destinarsi la più esacerbata professione di fede “roussoviana”, fatta di democrazia diretta, mandato imperativo e qualche vaffa day (che, a dire il vero, nel «Contratto sociale» di Rousseau non erano previsti). Anche il Movimento Cinquestelle si dota insomma di un programma di massima e di un programma di minima: quest’ultimo è quello che serve per accreditarsi come forza di governo e stringere accordi almeno in materia elettorale; quell’altro viene ancora utilizzato per incanalare la protesta e raccogliere tutti gli umori antipolitici del Paese. E rimane attivo, anzi attivissimo, al punto che la proposta di Grillo sul sistema tedesco è molto furbescamente accompagnata da un’altra proposta, sulla data del voto: che sia prima, assolutamente prima del 15 settembre, perché dopo scatterebbero i cosiddetti vitalizi dei parlamentari. Ora, se anche il voto cadesse davvero prima di quella data, già complicata di per sé, non sarebbe sufficiente allo scopo se poi non si convocasse il nuovo Parlamento in fretta e furia, per impedire ai vecchi onorevoli di conquistare l’agognata pensione in regime di prorogatio.  Ma questi sono particolari che non cambiano il senso del conto alla rovescia che campeggia sul blog di Grillo: al momento in cui scrivo apprendo non solo che a Grillo va bene il proporzionale alla tedesca, ma pure che «mancano 108 giorni, 19 ore, 28 minuti e 32 secondi alla pensione privilegiata dei parlamentari».

Una nuova legge elettorale che riduca la frammentazione del sistema politico sarebbe, comunque, un passo avanti. E sarebbe importante che PD, Forza Italia, Lega e M5S lo compissero insieme. Certo, la direzione maggioritaria che il Pd renziano aveva intrapreso, non ha superato lo scoglio del referendum del 4 dicembre. Ma è sempre più chiaro che un congegno elettorale non basta, nell’attuale quadro politico e istituzionale, per assicurare la governabilità del Paese. È ragionevole prevedere allora che, all’indomani delle elezioni, le forze maggiori dovranno trovare un qualche accordo perché la nave della prossima legislatura prenda il largo. Ma affrontare la fase parlamentare che seguirà in forza di un sistema di voto adottato sulla base di un’intesa larga, fra tutte o quasi le maggiori formazioni politiche, renderà perlomeno spuntato l’argomento dell’orrido inciucio che da una ventina d’anni a questa parte viene sollevato contro ogni sorta di accordo che venga tentato per uscire dallo stallo attuale. Persino il Movimento dovrà convenirne, e il fatto che sembri oggi disponibile a condividere con gli altri partiti una scelta sul sistema elettorale di questo rilievo, se non é frutto di mera furbizia tattica (e soprattutto se Grillo non si sfilerà alla prima occasione utile, magari proprio per via del count-down) rappresenta sicuramente un’ottima notizia. Non si tratta della «costituzionalizzazione» dei pentastellati, al cui interno rimangono sin troppe opacità – dal ruolo del Capo alla gestione della piattaforma, dalle regole sulle espulsioni ai rapporti con la stampa – ma di sicuro è una sorta di candidatura a svolgere non più un ruolo di squilibrio è rottura del vecchio sistema, ma un possibile ruolo di equilibrio e di costruzione del nuovo sistema.

(Il Mattino, 30 maggio 2017)

Silvio e Matteo, l’intesa e la discrezione

Pavlov

La solidarietà di Berlusconi a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi vale quel che vale. Per un leader politico che non ha conosciuto un solo giorno in cui non fosse sotto attacco della magistratura, è il minimo sindacale. È la risposta che il Cavaliere dà ormai di default, ogni volta che qualcuno inserisce il file: “magistratura e politica”. Ciò non vuol dire che il tema non sussista, né che Berlusconi non pensi davvero che le intercettazioni pubblicate in questi giorni ledano la sfera privata, ma siamo al cane che morde l’uomo, non all’uomo che morde il cane: non è quella, insomma, la notizia.

La notizia è invece che Berlusconi vuole essere della partita. E la partita più importante che si giocherà di qui alla fine della legislatura è quella che riguarda la legge elettorale. Ora che il Pd ha messo nero su bianco la sua proposta (in soldoni: metà maggioritaria, metà proporzionale), si apre la possibilità concreta di un percorso parlamentare. Per il quale però occorrono numeri che il partito democratico ha alla Camera, ma non ha al Senato (o, se li ha, sono talmente risicati che è difficile fare previsioni). Dunque bisogna inserirsi nella discussione: dare qualcosa per avere qualcosa. Così funziona. Cosa ha da perdere Forza Italia, in questo momento, e cosa può dare? Quello che ha da perdere è la possibilità di presentarsi come un’alternativa credibile alla sinistra di Renzi e ai Cinquestelle. Credibile significa: in grado di competere. Allo stato, la possibilità di competere passa per due condizioni: la presenza di una leadership riconosciuta, la capacità di aggregare lo schieramento di centro-destra. In un sistema maggioritario, si tratta di condizioni irrinunciabili. In un sistema proporzionale no. Dunque, quanto più Berlusconi sente lontane quelle condizioni, tanto più inclinerà per una soluzione di tipo proporzionale.

Questo semplice principio consente una prima lettura delle parole pronunciate ieri dal Cavaliere. Accantoniamo dunque il Berlusconi animalista che passeggia nel parco di Arcore tra simpatici animali e punta al voto dei proprietari di cani e gatti; mettiamo pure da parte le dichiarazioni sui volti nuovi, competenti e con voglia di fare necessari al partito e veniamo al sodo, badiamo a quel che c’è di nuovo. E di nuovo c’è che il leader azzurro considera possibili le elezioni in autunno, il che significa: non è sulla data delle elezioni che Forza Italia opporrà barriere insormontabili. Oppure: se troviamo un’intesa sul sistema elettorale, possiamo ragionare anche sulla data.

Poi il Cavaliere aggiunge: con Salvini non siamo poi così lontani, a parte la questione dell’euro. E qui il primo principio non basta più, ma forse ci vuole la lezione storica. Se infatti si torna con la memoria al Mattarellum – la prima legge elettorale con cui Forza Italia si misurò, con successo, nel ’94 – si ricorderà che, a parte altre differenze, la quota proporzionale era fissata più in basso rispetto all’attuale proposta del Pd: al 25%, contro il 50% del cosiddetto «Rosatellum». E però la legge non impedì affatto alla coalizione di centrodestra di presentarsi nei collegi uninominali della quota maggioritaria con una fisionomia variabile: al Nord in alleanza con la Lega Nord, al Sud con Alleanza nazionale di Fini. La prova di governo, dopo la vittoria alle elezioni, durò solo pochi mesi, ma resta memorabile l’impresa elettorale: Berlusconi riuscì infatti a mettere insieme due forze politiche che più lontane non si sarebbero potute dire (anche su temi fondamentali come l’unità nazionale).

Fermo restando allora il principio sopra enunciato, ho l’impressione che il Cavaliere abbia certo motivi di ostilità nei confronti della proposta dei democratici, perché preferirebbe un sistema alla tedesca che conducesse diritto e filato ad una qualche grande coalizione, che cioè dopo il voto emarginasse gli opposti estremismi di destra e sinistra, ma sappia anche che con il «Rosatellum» non è impossibile stringere accordi con la Lega a livello di singoli collegi. Un sistema del genere è sicuramente preferibile a qualunque soluzione di tipo premiale, sia che il premio vada alla lista (Forza Italia ben difficilmente sarà il primo partito italiano) sia che vada alla coalizione (perché qui vale il principio: un accordo organico con la Lega per un centrodestra unito è di là da venire). Un congegno elettorale che sia maggioritario ma non troppo, e che mantenga spazio sia per accordi elettorali prima, che per accordi politici dopo, è confacente alla situazione in cui si trova attualmente Forza Italia. E lo è anche al Pd, mentre lo è molto meno ai Cinquestelle, che non hanno il personale politico sperimentato per la prova nei collegi uninominali, e non hanno neppure facilità di accordi: né nei singoli collegi, né nella prospettiva del governo.

Se poi, per essere della partita, bisogna spendere parole di solidarietà nei confronti di Renzi e Boschi – parole che sono abbastanza urticanti per le vecchie e nuove file dell’antiberlusconismo, e che quindi aprono un fossato sempre più ampio fra il Pd e quello che si trova alla sua sinistra – beh: che ci vuole? Con una mano Berlusconi accarezza idealmente tutti gli animali domestici degli italiani; con l’altra aizza invece il cane di Pavlov della sinistra dura e pura, la quale con un riflesso condizionato parla di intelligenza col nemico e chiama inciucio qualunque tentativo di intesa fra centrodestra e centrosinistra. Che se invece la legge elettorale la facesse il Pd da solo, certamente si ritroverebbe addosso l’accusa di essersela cucita su misura. Ma questa, delle eterne divisioni e contraddizioni della sinistra, è evidentemente un’altra storia.

(Il Mattino, 21 maggio 2017)

Casaleggio junior e la strategia del non dire

casaleggio

«Il tema della politica lo sto lasciando ad altri»: le ultime parole famose. Ma è così che si conclude la prima apparizione televisiva di Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, a Otto e mezzo, il programma di Lilli Gruber su La7. Se è lì, però, è proprio perché di politica lo si vuol sentir parlare: chi comanda in casa Cinquestelle? cosa è successo a Genova? Qual è il suo ruolo all’interno del Movimento? E quello di Grillo? Come pensate di selezionare la futura classe dirigente? Siete di destra o di sinistra, liberali o socialdemocratici? Cosa farete una volta andati al governo? A nessuna di queste domande Davide Casaleggio ha dato una risposta piena, che consenta davvero di ritagliare il suo profilo politico. Lui è sembrato piuttosto l’Eletto: non nel senso di una qualche votazione, ma nel senso in cui lo è Neo, il protagonista del film Matrix: come lui di poche e stiracchiatissime parole, come lui proiettato quasi per sbaglio sulla ribalta, come lui innamorato di arti marziali, come lui costruito su una forte disciplina interiore, come lui chiamato a salvare il mondo.

Gli è bastato dunque dire, nell’ordine: che in casa Cinquestelle comandano i cittadini (è la democrazia diretta, bellezza); che a Genova non è successo niente di che: comandano i cittadini anche lì, anche se in un trascurabile 1% dei casi comanda Grillo; che Grillo in tanto comanda in quanto è il garante del Movimento, e in un Movimento così aperto e partecipato un garante ci vuole per forza; che il tema della selezione della classe dirigente esula dalle cose di cui vuole parlare (l’Eletto vuole parlare solo del futuro di questo Paese e del mondo); che destra e sinistra sono etichette del passato, e non si etichetta il futuro con le etichette del passato; e che quello che faranno al governo lo si deciderà online, votando il programma sulla piattaforma del Movimento. Lui intanto può confermare che i Cinquestelle taglieranno le pensioni d’oro e i vitalizi, e che tutti i miliardi che ci vogliono per il reddito universale di cittadinanza si troveranno, così come si sono trovati per le banche.

Con queste parole è riemersa quella massiccia dose di populismo che circola tra i Cinquestelle, fin dai tempi del Vaffa Day. Ma siccome Casaleggio si situa non all’incrocio fra il risentimento degli italiani e la sete di giustizia sociale (per quello c’è Grillo), bensì nel punto in cui la fascinazione per la tecnologia, il futuro e la Rete diventa quasi un fatto mistico, non c’è stato nessuno schiamazzo, nessun colpo basso, nessuna tirata contro l’impresentabile politica. Piuttosto: una glaciale presa di distanza. L’unica battuta cattiva, e tutta politica, Davide Casaleggio l’ha avuta per Renzi, quando ha detto che non è persona credibile e che con lui non ci parlerebbe. Poi, più nulla: sipario.

Sicché uno guarda tra gli appunti, e si ritrova tra le mani un giovane imprenditore, un analista della Rete, uno sviluppatore di modelli di business online, non un leader politico o uno stratega, non la Mente di cui Beppe Grillo sarebbe il braccio. Ma la politica allora dov’è? (E dov’era il contraddittorio, visto che gli interlocutori scelti dalla Gruber, il sociologo De Masi e il giornalisti Nuzzi, tutto hanno voluto fare, meno che incalzare e mettere in difficoltà l’ospite?).

In due cose, probabilmente. Una è senz’altro il metodo, ma sarebbe più corretto dire l’ideologia della democrazia diretta, cioè la promessa visionaria di una nuova partecipazione democratica nella selezione dei candidati e delle proposte di legge. Perché le cose non sono così semplici come i grillini le fanno apparire: come se cioè bastasse indire le votazioni sulla loro piattaforma per fare di quel processo un processo democratico. Se l’organizzazione che gestisce il processo non è democratica – ma è un’azienda privata, oppure un indiscutibile Capo politico –  non potrà mai esserlo il suo esito. Ma questa è una critica nota, e che peraltro poco scalfisce i grillini , i quali macinano il loro consenso con l’altro volto, quello arrabbiato e populista. La seconda cosa è invece la più interessante, e sta nelle cose che Casaleggio junior non ha detto, e che anzi non ha neppure il bisogno (o forse la voglia) di dire.

Lui non ha bisogno di parlare di legge elettorale o di governo Gentiloni, di quello che succede in Commissione Affari costituzionali e neppure, che so, della guerra civile in Siria: proprio come il primo Berlusconi non aveva bisogno di partecipare al teatrino della politica, così il giovane Casaleggio non ha bisogno di ripetere le parole incomprensibili masticate dalla casta dei politici. Lui deve solo abolire i vitalizi e introdurre il reddito di cittadinanza, l’alfa e l’omega del programma grillino.

E di un’altra cosa, per la verità, non ha bisogno: di nominare anche solo per sbaglio i giovani leoni del Movimento, i Di Battista e i Di Maio. Per non lasciar trapelare simpatie? Perché, certo, decide la Rete, ma intanto i sondaggi su chi sia più popolare li fa la Casaleggio&Associati, di fatto riservando a lui il potere del king maker? Oppure perché, come ha detto in conclusione, il tema della politica, bontà sua, lo sta lasciando ad altri? Lo lascerà pure, ma ho l’impressione che ove occorresse, Davide Casaleggio quel tema potrebbe riprenderselo domani mattina.

(Il Mattino, 7 aprile 2017)

M5S, la Rete per tutti, decide uno

Kim

Roma capitale mondiale della democrazia diretta: con questo altisonante auspicio il Movimento Cinquestelle prova a rilanciare l’immagine, invero parecchio appannata, della giunta capitolina. L’iniziativa prevede l’introduzione delle petizioni popolari online (con la possibilità di discuterle in aula), e il voto elettronico per i referendum. Non prevede – o almeno: gli estensori del progetto ieri non ne hanno parlato – in quale misura questi strumenti incideranno effettivamente sull’amministrazione della città. Questo è il gran buco nero in cui finiscono, al momento, tutti i propositi di democrazia partecipativa che, con la Rete o senza la Rete, vengono variamente sperimentati in giro per il mondo. Democrazia, peraltro, non è solo la possibilità per ciascuno di dire la propria, ma anche l’organizzazione di questa possibilità, in forme che devono pure queste essere nella disponibilità di tutti. Questo punto rimane il vero tallone d’Achille del Movimento, come ha mostrato la vicenda delle comunarie di Genova. Anche in quel caso c’è stata una partecipazione online alle scelte del Movimento, anzi alla più importante di tutte: la selezione del candidato sindaco. Ma la trionfatrice, Marika Cassamatis, è stata sconfessata da Beppe Grillo, che a votazione ormai conclusa e risultati ormai proclamati non le ha concesso l’uso del simbolo. A quale titolo Grillo è intervenuto? In veste di garante del movimento. Ma quella veste non è sottoponibile ad alcuna votazione online: nessuno può toglierla, nessun altro può indossarla. La democrazia diretta si ferma sulla soglia della villa di Grillo.

Forse però non è un caso che l’ideale della democrazia diretta sia stato rilanciato proprio dopo il controverso episodio genovese. Non si è trattato nemmeno dell’unico rilancio. Sul «Corriere della Sera», Davide Casaleggio ha pubblicato un intervento, in occasione del convegno organizzato per l’anniversario della morte del padre, Gianroberto, che si è tradotto in qualcosa di più di un semplice ricordo. Casaleggio junior ha infatti steso una sorta di piccolo manifesto del Movimento, prendendosi così, sotto la testata del primo quotidiano nazionale, il ruolo che già era stato del padre. Due cose colpiscono nella lettera indirizzata al direttore del «Corriere». La prima riguarda lo scenario che Casaleggio tratteggia: siamo alla vigilia di un salto tecnologico destinato a cambiare la faccia del mondo, e in particolare a rivoluzionare il rapporto dell’uomo con la produzione ed il lavoro. È inutile dire che, così stando le cose, è l’intera sfera pubblica, sociale e politica, ad esserne investita. Ma la lettera di Casaleggio non offre alcun elemento per capire quali valori debbano orientare la comprensione (ed eventualmente la direzione) di questi processi. La tecnologia sembra essere il terreno di una spoliticizzazione radicale; ma siccome non c’è cambiamento che non faccia le sue vittime, che non abbia i suoi vinti e i suoi vincitori, che non dia più potere agli uni e meno potere agli altri, la triste impressione è che la politica ci sia, ma se ne stia da qualche altra parte, nascosta dietro la retorica che guarda stupita alle mirabilie del futuro. O più prosaicamente nelle mani di chi detiene le chiavi di quel futuro: una volta magari erano i proprietari della macchina a vapore, oggi forse i proprietari degli algoritmi che configurano la Rete.

La seconda cosa che merita di essere segnalata è la breve riflessione sulla politica italiana proposta da Casaleggio. Che è essenzialmente una rivendicazione dello sviluppo degli strumenti della democrazia diretta come segno di una proposta politica nuova che gli altri partiti non sanno formulare. Questo «discutere in modo partecipato» il programma coglie effettivamente un tratto essenziale del bisogno di democrazia che nei canali tradizionali si fa ormai fatica a riconoscere e soddisfare, ma ha daccapo il torto di non mettere a disposizione della Rete il modo in cui si decide il come, il cosa e il quando viene offerto alla discussione partecipata.

Si tratta di una contraddizione? Credo di sì. Credo che nessuna democrazia – né diretta né indiretta – sia possibile se non è democratico il partito o lo Stato che la organizza e struttura. E però questo rilievo critico conta molto poco: il voto non fa l’analisi del sangue ai candidati e ai partiti, non premia, di fatto, il tasso di democraticità di una forza politica. Se mai ne apprezza l’indice di credibilità, affidabilità, autorevolezza. E operazioni come quella condotta da Casaleggio sulle pagine del primo quotidiano nazionale servono proprio a questo. Servono a mostrarsi un altro volto rispetto a quello delle consuete intemerate grilline. Servono a Davide Casaleggio, per ritagliarsi, senza più tutele paterne, la figura di guida autorevole del movimento anche fuori dai circoli online della piattaforma Rousseau che illumina custodisce regge e governa il Movimento. E servono al Movimento tutto, che infittisce così la sua interlocuzione con l’establishment economico e sociale del Paese, per accreditarsi come una forza tranquilla (così si diceva una volta), in grado di assumere le più alte responsabilità nell’interesse generale del Paese. Auguri.

(Il Mattino, 5 aprile 2017)

Se l’indole violenta si svela

quarto_potereLa denuncia dell’onorevole Luigi Di Maio segna un nuovo punto nella storia dei difficili rapporti dei Cinquestelle con l’informazione e va presa dunque con estrema serietà. Per il vicepresidente della Camera dei Deputati il Movimento è vittima di una campagna diffamatoria. La campagna diffamatoria è su tutti gli organi di informazione in queste giornate: a proposito delle polizze vita intestata alla ignara sindaca di Roma Virginia Raggi, che secondo Di Maio i giornali presenterebbero in un’ottica falsa e menzognera, formulando ogni genere di ipotesi diverse dalla mera generosità di colui che quelle polizze ha acceso, il fido Romeo.

Vi sono un paio di cose da dire su questo punto, e poi, più in generale, su quale debba essere il ruolo della stampa in un paese liberale e sul modo in cui invece lo concepiscono i grillini.

Di Maio afferma (non ipotizza: afferma) che i giornalisti hanno «diffamato» il Movimento. Ma la diffamazione a mezzo stampa è un reato: la denuncia andrebbe quindi presentata all’autorità giudiziaria. È invece al Presidente dell’Ordine dei giornalisti che Luigi di Maio si rivolge, segnalando casi di comportamenti «deontologicamente scorretti». Con tanto di nomi e cognomi. La prima scorrettezza sta però proprio nel parlare indifferentemente di diffamazione oppure di scorrettezze deontologiche: ma non sono la stessa cosa e non hanno le stesse conseguenze. Il vicepresidente della Camera dei Deputatituttavia sorvola piuttosto scorrettamente sulla distinzione.

Di Maio riporta poi le frasi vergognose per le quali chiede le scuse dei giornalisti. In nessuna di esse però si afferma che la stipula delle polizze configura un rapporto di tipo corruttivo; in tutte si ipotizzano invece spiegazioni diverse da quelle, evidentemente reputate poco credibili, fornite dai protagonisti della vicenda (comprese naturalmente le ipotesi poco commendevoli). Ora, questo modo di scrivere e raccontare può non piacere. La luce che getta sui fatti spesso li altera snatura. Attenzione, però: formulare ipotesi non è di per sé distorsivo, è anzi forma di una comprensione razionale della realtà (chiedere, all’occorrenza, a Aristotele e a Peirce, a Francis Bacon e a Sir Karl Popper). Può, è vero, accadere che le ipotesi siano formulate precisamente allo scopo di infangare, come lamenta Di Maio. E il retroscenismo può – è vero anche questo – promuovere pettegolezzi e illazioni al rango di analisi politiche. Ma se vi è un luogo dove questa maniera distorta di presentare le cose abbonda, tracima, straripa, esonda, trabocca e dirompe, condendosi regolarmente di insinuazioni e pregiudizi, di toni insultanti e iperboli offensive, questo è il blog di Beppe Grillo. Questa è, indubitabilmente, la cultura del Movimento Cinquestelle. Dal Vaffa Day all’ultimo post di Grillo, quello che leggo proprio adesso e dove i governanti europei compaiono del tutto gratuitamente con il titolo non proprio lusinghiero di «cleptocrati» (cleptocrazia, dice Wikipedia, è una modalità di governo che «rappresenta il culmine della corruzione politica»). E si tratta, come sa chiunque legga il blog, di un post dai toni tutto sommato sobri, incomparabilmente più misurati di quelli riservati ai casi di mala politica nostrani.

Ma se Di Maio si accorge solo ora di cosa significhi finire in quel circuito mediatico-giudiziario in cui si finisce per essere se non colpevoli colpevolizzati ben prima della sentenza di qualunque tribunale, beh: dimostra una sorprendente ingenuità. O forse – è un’ipotesi che non voglio nemmeno formulare – lancia solo ora l’allarme perché comincia a temere che prima o poi quel circuito lo possa carpire, afferrare, travolgere, per quanto innocente egli sia da ogni colpa. Una rilettura delle carezzevoli parole usate dal comico genovese nel corso degli anni potrà comunque rivelargli in quale mondo ha vissuto finora meglio di qualunque ulteriore commento.

Questa volta però è in gioco, con più forza di prima, il rapporto con il quarto potere, con l’informazione, la libertà di opinione e il diritto di critica. I grillinisono quelli che in passato rifiutavano di rilasciare dichiarazioni ai giornali italiani, che rifiutavano di andare in tv, e che in seguito hanno preso ad andarci solo alle condizioni da loro dettate (cioè rifiutando il contraddittorio con altri esponenti politici, cosa che – chissà perché – i conduttori gli concedono). I grillini sono quelli che respingono per principio la mediazione dell’organo di stampa, fingendo di non accorgersi che, ben lungi dall’essere diretta, immediata, tutta la loro comunicazione è non semplicemente mediata ma condizionata dallo Staff di Grillo, e sottoposta a precise limitazioni, volte a sedare ogni forma di dissenso, e raccolte sotto la clausola generale del danno d’immagine che verrebbe al Movimento da dichiarazioni non concordate, non condivise, non vidimate dal Capo politico. I grillini sono quelli che additano i giornalisti al pubblico ludibrio, e Grillo è quello che da ultimo si è inventato la più totalitaria delle invenzioni in argomento: la giuria popolare che sancisce la verità o falsità delle notizie.

Tutto questo è intrinsecamente violento. Non è violento nel senso che attenta direttamente, fisicamente alla sicurezza dei giornalisti. Ma nel senso che disconosce la figura della terzietà, cioè il presidio di libertà più prezioso costruito dalla civiltà liberale moderna: nelle forme generali del diritto come in quelle più recenti delle autorità indipendenti, o della stessa articolazione e separazione dei poteri. Le ripudia concettualmente, queste forme, prima ancora che praticamente. Perché non vede nel ruolo terzo interposto fra l’emittente (il blog) e il ricevente (il cittadino), in quello che domanda oppure interpreta, che riferisce oppure giudica, altro che un fattore di distorsione, mentre invece si tratta dell’unica protezione possibile contro ogni forma di indottrinamento. Dove la parola del Capo arriva senza rifrazione possibile, direttamente nella testa del militante, lì non è nemmeno più parola: è solo ordine e ubbidienza. Ed è così che può finire il dominio del diritto, e cominciare quello della violenza.

(Il Mattino, 8 febbraio 2017)

L’insostenibile trincea dei diversamente avversari

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C’è dell’ironia involontaria nella scelta del nome che i comitati riuniti a Roma da Massimo D’Alema si sono dati. Nome nuovo e simbolo nuovo: conSenso. L’ironia non sta tanto nel doppio significato della parola, scritta con la maiuscola in mezzo, quanto nell’ambizione: di quale consenso si parla? Del consenso di una formazione che, alla sinistra del partito democratico, dovrebbe raccogliere tutto il malcontento manifestatosi già a dicembre, con il No al referendum costituzionale. Raccoglierlo tutto non è un’impresa facile, perché alla sinistra del Pd si fa fatica a contare il numero di formazioni, forze e partiti che a vario titolo hanno la medesima aspirazione. L’elettore medio non lo sa, ma esiste ancora, da quelle parti, l’eredità comunista di Rifondazione; forse ne ha perso la memoria, ma ci sono ancora formazioni e associazioni verdi e ambientaliste. C’è Possibile, il movimento di Pippo Civati. C’è Sinistra italiana, anche se rischia di dividersi irreparabilmente nel corso del suo primo congresso. C’è Pisapia, che vuol fare una cosa tutta nuova. E sicuramente ci sono altre sigle, di cui non è facile serbare il ricordo. Poi, nel Pd, ci sono Cuperlo, Rossi, Emiliano, Speranza, Bersani: tutti avversari di Renzi ma, manco a dirlo, diversamente avversari.

Nulla di nuovo, in verità: il minoritarismo è una vecchia malattia della sinistra italiana. Proprio perciò, si potrebbe dire, questa volta l’ex Presidente del Consiglio sta facendo la cosa giusta, proponendo un’ipotesi di ricomposizione di un’area che, dopo la scoppola rimediata da Renzi al referendum, avrebbe davanti a sé una prospettiva politica chiara e larga.

In realtà, è vero esattamente il contrario. Quel che non si capisce è infatti perché la sinistra-sinistra dovrebbe trovare in Massimo D’Alema il suo campione. Dopo averlo per anni rappresentato come l’uomo dell’inciucio con Berlusconi, della Bicamerale, del patto della crostata, della Lega costola della sinistra e di Mediaset risorsa del Paese – per non dire della guerra nell’ex Jugoslavia, o della riforma del mercato del lavoro (che non comincia con il Jobs act, ma con i governi dell’Ulivo) – tutti quelli che sono usciti da sinistra prima dal Pds, poi dai Ds, poi dal Pd, trovando D’Alema ogni volta alla propria destra, ora dovrebbero invece affidare a lui le chance di rinascita della sinistra quella vera, quella tradita dal Pd di Renzi.

C’è dell’ironia involontaria, perché il consenso di cui si tratta non è quello che D’Alema e i suoi vogliono riconquistare, ma solo quello che vogliono erodere al Pd. D’Alema non vuole aggiungere, vuole sottrarre. Lo scenario neo-proporzionalista disegnato dalla decisione della Consulta glielo consente. Si può discutere se vi sia uno spazio politico per la formazione che D’Alema si prepara a far nascere; è indiscutibile che, con la nuova legge, vi sia uno spazio parlamentare. Piccolo, ma in uno scenario frammentato non insignificante. Perciò non c’è bisogno di particolari doti divinatorie: se, come è probabile, non si troverà un accordo sul Mattarellum proposto dal Pd e si rimarrà dentro coordinate di tipo proporzionale, si può star certi che conSenso nascerà.

Si dice: la storia della sinistra italiana è punteggiata di divisioni, da Livorno a Palazzo Barberini fino alle lacerazioni post-comuniste della seconda Repubblica. È vero, ma fratture e scissioni hanno avuto un senso diverso, a seconda della prospettiva politica in cui si inscrivevano: in un primo senso, si è trattato dell’integrazione nelle strutture dello Stato democratico e, quindi, dell’ingresso nell’area di governo; in un secondo senso, si è trattato di una chiave del tutto opposta, di rifiuto di qualunque compromesso con le regole della democrazia borghese. In un ultimo senso, si è trattato invece di un mero riflesso identitario, di una chiusura idiosincratica e difensiva rispetto a cambiamenti mal digeriti è mai accettati. In quest’ultimo senso Renzi è stato vissuto da D’Alema fin dal primo giorno in cui il sindaco di Firenze ha lanciato la sua opa sul Pd. Un estraneo, un usurpatore, un pericolo per la ragione sociale della ditta.

ConSenso nasce infatti non tra coloro che hanno votato No, non tra coloro che vogliono abbattere il capitalismo, non tra quelli che vogliono ritornare all’articolo 18 e neppure tra quelli che vogliono la democrazia diretta è nuove forme di partecipazione: nasce tra quelli che non vogliono Renzi. In conciliaboli privati , D’Alema del resto non lo nasconde: non è una questione programmatica, non può esserlo per chi ha discusso con Berlusconi di semipresidenzialismo, per chi vantava, quando era al governo, rigore nei conti e avanzi primari come neanche la Destra storica di Quintino Sella, di chi, infine, ha litigato aspramente con la Cgil di Cofferati. Non è una questione programmatica, è una questione politica in senso esistenziale, è una frattura incomponibile fra amici e nemici. In una fase storica profondamente segnata dal risentimento, che nasca un piccolo soggetto politico da una spinta di questo genere non può sorprendere. Che a farlo nascere sia l’ultimo erede del partito comunista di Togliatti e Berlinguer sorprende un po’ di più. Che infine non si veda, o si faccia finta di non vedere che torti e ragioni contano assai poco, perché il partito del risentimento non potrà mai essere conSenso, ma solo i Cinquestelle, ecco: questa è cosa che sorprende molto, molto di più.

(Il Mattino, 29 gennaio 2017)