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Gli ultimi fuochi di una legislatura a luci e ombre

lorenzetti

Non è stata una legislatura buttata via, né forse il Paese se lo sarebbe mai potuto permettere. Ma le condizioni da cui ha preso le mosse non facevano certo sperare per il meglio, visto che dalle urne non era uscita alcuna maggioranza omogenea, e visto che nel Palazzo entravano per la prima volta, prendendo più voti di tutti gli altri partiti, i Cinquestelle, quelli che avrebbero voluto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

Si sono succeduti ben tre governi – Letta Renzi Gentiloni –, tutti a guida Pd, ma si sono dissolte, già nel 2013, le coalizioni che si erano formate prima del voto: subito è andata in fumo quella di centrosinistra, con Sinistra e Libertà che non è entrata nel governo di larghe intese guidato da Enrico Letta; qualche mese dopo è finito invece il Popolo della Libertà, con la decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi, che esce dalla maggioranza, e la decisione di Angelino Alfano di continuare ad appoggiare il governo, dando vita al Nuovo Centrodestra.

L’altra, grande frattura si è prodotta sul finire dello scorso anno, con la sconfitta al referendum della riforma costituzionale fortemente voluta da Matteo Renzi. E avversata in misura abnorme da larghi settori del mondo politico e intellettuale come una involuzione autoritaria del sistema istituzionale. Anche l’Italicum – la legge elettorale presentata in “combinato disposto” con la riforma costituzionale – non è andato in porto, e al suo posto abbiamo oggi una legge, il Rosatellum, che ci restituisce il proporzionale senza però darci la cultura e i partiti politici che l’avevano degnamente interpretato nel corso della prima Repubblica: da questo punto di vista, la XVII legislatura lascia l’Italia in mezzo al guado, in un quadro politicamente pieno di incognite e senza chiare indicazioni sulla strada da intraprendere per dotare il Paese di un set di regole efficace e condiviso.

Il partito democratico ha portato, nel corso di questi anni, il peso principale dell’azione di governo. Per quasi tre anni, l’inquilino di Palazzo Chigi, Renzi, è stato anche il segretario del partito: una situazione che a sinistra non si era mai verificata. Di qui gran parte delle tensioni che hanno attraversato il campo del centrosinistra, fino alla scissione promossa da Bersani e D’Alema. Ne viene anche che il giudizio sulla legislatura è prevalentemente un giudizio sull’operato del governo Renzi, anche se il governo Gentiloni, con il calo crescente di popolarità di Renzi, ha guadagnato col passare tempo una sua propria fisionomia.

Con uno stile più morbido e meno battagliero del suo predecessore, Gentiloni ha proseguito in larga parte il lavoro del precedente Ministero – del quale è stato a lungo parte come ministro degli Esteri –, dando forse un segno più marcato soprattutto in fatto di politiche migratorie. Il ministro Minniti è riuscito a limitare il numero degli sbarchi, e a imporre una diversa attenzione al tema da parte dell’Unione Europea. Nell’ultimo scorcio di legislatura il Pd ha provato a far passare anche la legge sullo ius soli, ma non essendovi le condizioni politiche (per l’ostilità di Lega e Cinquestelle in particolare, e le forti perplessità degli alleati centristi) la legge non è passata. Un provvedimento del genere forse non poteva essere infilato nella coda della legislatura: resta però un punto discriminante tra le forze politiche e per il lavoro del prossimo Parlamento.

In tema di diritti, il centrosinistra ha portato a casa alcuni, rilevanti risultati: il biotestamento e la legge sulle unioni civili sono i più significativi, visto che se ne è cominciato a parlare diverse legislature fa. Materie a lungo e a tal punto controverse, che il centrodestra ha prontamente dichiarato di voler fare macchina indietro, qualora tornasse in futuro ad avere la maggioranza. Ma anche la legge sul dopo di noi, quella sul divorzio breve, o quella contro il caporalato meritano di essere ricordate.

Altri capitoli dell’attività di governo attirano un giudizio più contrastato. Due riforme hanno in particolare segnato la legislatura: il jobs act e la buona scuola, spesso finite al centro della discussione sull’operato dell’esecutivo Renzi.

L’intervento sul mercato del lavoro è stato il più incisivo che sulla materia sia stato attuato dai tempi della riforma del 1970. E i numeri sugli occupati danno ragione al governo. La battaglia sul jobs act ha assunto però un significato ideologico – pro o contro l’articolo 18 – a prescindere dall’obsolescenza del sistema delle tutele. La realtà è che difficilmente i futuri governi potranno ritornare allo status quo ante, al di là di dichiarazioni elettorali di facciata. È tuttavia rimasto incompleto il capitolo delle politiche attive sul lavoro, che questa legislatura lascia dunque in eredità alla prossima. In tema di politiche sociali va riconosciuto al governo Gentiloni di avere da ultimo introdotto il reddito di inclusione, destinato a persone in condizioni di povertà: l’italia era rimasto uno degli ultimi Paesi UE a non avere una misura di questo tipo.

Diverso il discorso sulla buona scuola. Sono stati fatti investimenti cospicui, sia in termini di edilizia scolastica che di nuove immissioni in ruolo, dopo anni di inerzia. Ma  l’architettura normativa è risultata fragile, e i punti qualificanti del progetto – dal ruolo dei dirigenti scolastici all’offerta formativa – non hanno dato affatto il segno di un cambiamento effettivo. L’attenzione riservata alla scuola si è così tradotta in un cumulo di polemiche su cose pensate in un modo e realizzate in un altro: vale per i meccanismi assunzionali e vale per l’alternanza scuola lavoro. La stessa cosa è successa nel mondo della ricerca e dell’università: una vera inversione di tendenza si è registrata solo nell’ultima legge di stabilità, che ha finalmente destinato nuovi fondi per il diritto allo studio e per nuovi ricercatori.

Capitolo giustizia. È stato approvato il nuovo codice dei reati ambientali, è stata riscritto il diritto fallimentare, è passata la riforma dell’ordinamento penitenziario. Ma i nodi principali sono ancora tutti lì: il ricorso abnorme alla custodia cautelare (nonostante le nuove disposizioni di legge), la piaga delle intercettazioni a strascico e la loro diffusione indiscriminata, l’allungamento dei tempi della prescrizione. Da ultimo la brutta pagina della riforma del codice antimafia, che contrasta apertamente lo spirito liberale e garantista con il quale il governo Renzi aveva inizialmente annunciato i suoi 12 punti di riforma sulla giustizia. Sul piano ordinamentale, poi, è rimasta al palo la riforma del Csm, e anche la responsabilità civile dei giudici, riformata, sembra lasciare sostanzialmente le cose come prima.

Sul versante della politica estera, l’Italia ha mantenuto immutati i suoi tradizionali riferimenti: più facile farlo ieri per la coppia Renzi-Gentiloni, che si confrontava con Obama alla Casa Bianca, che non oggi per Gentiloni-Alfano, che hanno come dirimpettaio Donald Trump. Ma è in Europa che l’Italia deve misurare la sua capacità di influenza. Il ruolo che il Paese può giocare dipende da una credibilità che ha in parte riconquistato, dopo il punto più basso toccato nel 2011, ma che in altra parte deve ancora riguadagnare, riuscendo a incidere su un rinnovato percorso di integrazione europea. La legislatura che verrà sarà decisiva per lo schieramento europeista, che non può contentarsi di sventolare bandiere ideali, ma dovrà offrire riposte effettive su tutti i terreni sui quali costruire una nuova identità europea, dalla difesa comune alle politiche fiscali alla riforma delle istituzioni europee.

La legislatura non è stata buttata via, dicevamo all’inizio. Qualcosa si è mosso, e le condizioni economiche in cui il governo Gentiloni lascia il Paese sono migliori di quelle in cui l’ha trovato il governo Letta, quasi cinque anni fa. La pubblica amministrazione rimane però una palla al piede del Paese, si è preferito sostenere la domanda interna con i bonus anziché elevare gli investimenti pubblici, e la spesa pubblica improduttiva continua a gravare sul Paese, nonostante la promessa spending review che doveva superare la filosofia dei tagli lineari.

Un bilancio sereno dovrebbe farsi su tutti questi terreni, ma è difficile che la campagna elettorale saprà offrircene l’occasione. La legislatura finisce con il tema banche sugli scudi, ma non per la (buona) riforma degli istituti popolari, bensì per le frequentazioni inopportune di Maria Elena Boschi. Se non è populismo questo.

(Il Mattino, 27 dicembre 2017)

 

 

 

 

 

 

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Una crisi e cinque strade

cinque strade

Come andrà a finire? Renzi tornerà a Palazzo Chigi? O sarà la volta di Luigi Di Maio, un inedito assoluto per il nostro Paese? E se invece arrivasse prima la coalizione di centrodestra: a chi toccherebbe l’incarico di formare il governo? E se non si formerà alcuna maggioranza? Sarà il Presidente della Repubblica a tenere le redini della politica italiana, sostenendo un governo istituzionale che eviti un rapido ritorno alle urne? La scorsa legislatura viene concludendosi praticamente alla sua scadenza naturale, nonostante dal voto non fosse uscita, nel 2013, alcuna maggioranza omogenea. Succederà la stessa cosa? Oppure stiamo per entrare in un periodo di forte instabilità politica?

A nessuna di queste domande è possibile oggi dare risposta. Quel che si può fare, è indicare i possibili scenari che sono dinanzi al Paese. Quale di essi prenderà forma dipenderà certo dai risultati elettorali, ma non solo. Ci vogliono i numeri, ma anche la politica. Prendiamo il caso della Germania: a tre mesi dal voto, la Merkel non è ancora riuscita a formare il governo. Il suo 30% (più il 7% dei cristiano-sociali bavaresi) non fa maggioranza. L’ipotesi di una coalizione con Verdi e Liberali è fallita, e ora i popolari cercheranno di rifare la grande coalizione con i socialdemocratici di Martin Schulz, ma l’esito delle trattative non è affatto scontato. Nuove elezioni o governi di minoranza dalla corta prospettiva sono dietro l’angolo, mentre cresce in maniera inquietante il consenso all’estrema destra antieuropeista.

Le cose, qui in Italia, non è detto che vadano molto diversamente. Vediamo. Il primo scenario da considerare era considerato, fino a un anno fa, il più probabile: il partito democratico primo partito, Renzi alla guida del governo. Dalla sera del 4 dicembre ad oggi, questa ipotesi non ha fatto che calare in popolarità. Certo, gli italiani decidono in grande maggioranza cosa votare solo nei giorni immediatamente precedenti il voto, e già in passato si sono registrati significative variazioni percentuali significative durante la campagna elettorale. Diciamo allora che una cosa è presso che certa: la possibilità per Matteo Renzi di tornare a Palazzo Chigi è legata a questa unica ipotesi, che il Pd arrivi davanti a tutti. Se questo accadesse, è ragionevole pensare che una maggioranza si formerà, presumibilmente con gli alleati moderati e centristi con i quali il Pd ha governato in questa legislatura. Una eventuale vittoria di Renzi avrebbe un effetto anche sugli altri schieramenti: mentre infatti la Lega non ha alcuna intenzione di governare col Pd, Forza Italia è sicuramente più disponibile. Ma è possibile che voti in soccorso arrivino anche da sinistra, una volta che la vittoria di Renzi avrà sancito il fallimento del progetto di Liberi e Uguali, messo in piedi solo per offrire un’alternativa al Pd agli elettori di sinistra.

Se però il Pd finisce dietro, Renzi rischia di uscire definitivamente di scena, e la responsabilità di formare il governo spetterà ai Cinquestelle, o al centrodestra. Nel primo caso, l’unica cosa certa è che il candidato premier di un futuro governo pentastellato è solo uno: Luigi Di Maio. Non sono previste subordinate. Questo significa che eventuali trattative con altre forze politiche non riguarderebbero in ogni caso Palazzo Chigi. Ma, a parte questa, altre certezze non vi sono. Nessun sondaggio accredita la possibilità di un monocolore grillino: dunque Di Maio dovrà cercarsi i voti in Parlamento. Escluso che il partito democratico o Forza Italia possano dare il via libera a un governo guidato dall’attuale vicepresidente della Camera, rimangono due possibilità: che Di Maio vada al governo con i voti di Liberi e Uguali; che invece vi vada con i voti della Lega. La prima ipotesi è quella che Pierluigi Bersani sta provando a tenere al caldo. Da quelle parti, l’unica pregiudiziale, infatti, è verso Renzi: di tutto il resto si può discutere. La seconda ipotesi è quella che sembra di decifrare dietro cose come la decisione dei Cinquestelle di far mancare il numero legale sull’ultimo provvedimento al Senato: lo ius soli. È successo ieri. Lega (e centristi) hanno gradito, e un possibile terreno di intesa viene di fatto a consolidarsi.

Se sarà invece il centrodestra ad arrivare davanti a tutti, bisognerà anzitutto misurare i rapporti di forza interni alla coalizione. Certo, se i voti di Forza Italia, sommati a        quelli della Lega e di Fratelli d’Italia, fossero sufficienti, o quasi, il governo sarebbe cosa fatta (mentre è ancora tutto da fare il nome dell’eventuale premier). Più probabile è che però non raggiungano la maggioranza, e allora bisognerà trovare nuovi consensi. Se Forza Italia prende più voti della Lega (e più facilmente se lo scarto tra i due partiti è sufficientemente ampio), si può ipotizzare che nasca una grande coalizione anche da noi. Ma non è detto affatto che basterà sommare i voti di Forza Italia e Pd, e quasi sicuramente la Lega non sarebbe della partita. È già successo nel corso di questa legislatura: la Lega non è entrata nel governo Letta, che invece Forza Italia ha sostenuto. Se il pallino sarà nelle mani di Forza Italia, è però possibile che anche Liberi e Uguali sia della partita: dopotutto, è la formazione alla quale hanno aderito le più alte cariche dello Stato (un fatto privo di precedenti: che la Legislatura termini con i presidenti delle due Camere arruolati entrambi in una formazione di sinistra che non fa parte della coalizione di governo), e dunque si può ritenere che il senso di responsabilità istituzionale alla fine prevalga. Soprattutto se questo esito determinerà, com’è probabile, anche un cambio di segreteria nel partito democratico.

Resta ancora un altro scenario, che delineiamo per ultimo ma che non è affatto il meno probabile. Ed è lo scenario che si determinerà qualora nessuna delle ipotesi fin qui descritte prendesse sufficiente consistenza: che si fa se il Pd non sarà il primo partito, oppure se la grande coalizione non ha numeri sufficienti, o ancora se i Cinquestelle da soli non ce la fanno e se non trovano alleati con i quali governare? Che succede se il centrodestra si spacca, se il Pd implode, se la frammentazione non trova un punto di ricomposizione intorno a una formula sufficientemente autorevole, e se, più semplicemente, non ci sono i numeri per nessuna delle soluzioni prospettate? A quel punto, la fisarmonica della Presidenza della Repubblica, che nei periodi di stabilità può chiudersi, dovrà necessariamente riaprirsi, e il ruolo di Mattarella crescerà proporzionalmente al grado di difficoltà in cui si ritroverà il quadro politico. Si può cioè pensare che il Quirinale, prima di rassegnarsi a nuove elezioni, provi a dare l’incarico di formare il governo a qualche figura di particolare prestigio e autorevolezza (il futuro Presidente del Senato? Il governatore della Bce Draghi? Il Presidente della Corte Costituzionale Grossi?), capace di raccogliere in Parlamento un consenso sufficiente a far nascere un nuovo Esecutivo. Nel quale è possibile che non siedano esponenti politici – ed è la soluzione più probabile – o che invece i partiti siano rappresentati al più alto livello, in modo da garantire la tenuta del patto di governo – ma è la soluzione meno probabile. Un governo tecnico-istituzionale, che sarà (non è la prima volta) chiamato a “fare le riforme”. Quali poi siano le riforme in grado di far funzionare il sistema politico istituzionale non è più chiaro a nessuno, essendo naufragati tutti i precedenti tentativi di tirare il Paese fuori da questa infinita transizione.

Così succederà che il discrimine fra le forze politiche, in campagna elettorale, non corrisponderà alle vere linee del confronto politico, in Italia e altrove decise essenzialmente da due grandi questioni: il rapporto con l’Europa, e la questione migranti. Che il giorno dopo il voto si rimescolino le carte, è dunque più che probabile.

(Il Mattino, 24 dicembre 2017)

Intellettuali folgorati dai populisti

vanvera-pensa

Lo scollamento fra il sistema politico e il Paese sta tutto in un numero, che campeggiava ieri sulla prima pagina del Corriere della Sera, in cima all’editoriale di Galli della Loggia. Il 58% degli italiani non si riconosce nei partiti che hanno governato il Paese durante tutto il corso della seconda Repubblica, di destra o di sinistra che fossero. Ora, quel numero è falso. O perlomeno: è frutto di una somma, di per sé discutibile, fra il tasso di affluenza previsto (non si sa da chi) alle elezioni politiche del prossimo anno, e le dimensioni del voto per i Cinquestelle (la cui stima viene affidata ai sondaggi, abbondantemente arrotondati per eccesso). Ci sono, in vero, modi intellettualmente molto più limpidi di schierare un giornale.

Ma non è ovviamente dei numeri e delle percentuali che vale la pena discutere, quanto piuttosto del ragionamento in cui vengono inseriti. Che è grosso modo il seguente: metà del Paese non ne può più di una classe dirigente sempre uguale a se stessa; il Movimento Cinquestelle non è un movimento eversivo, perché non usa le armi; dunque non c’è motivo – oppure: la classe politica italiana non offre alcun motivo – per non votare i Cinquestelle.

Se questo ragionamento è corretto, allora vuol dire che il Corriere della Sera, per mano di uno delle sue firme più prestigiose, non troverebbe molto da obiettare, e nulla da temere, da un voto che equivalesse semplicemente a un rifiuto, a una espressione di insofferenza, a un moto di rigetto. Come il protagonista del film “Quinto potere”, il commentatore televisivo Howard Beale, si tratta semplicemente di gridare a pieni polmoni: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più». In una maniera che ricorda per la verità altri tempi e altri regimi, Galli trova che l’unica cosa che resta da fare ai politici (a quelli che ci sono stati finora), è un atto di contrizione: fare pubblica ammenda, confessare i propri sbagli, e poi togliersi rapidamente di mezzo. E questo vale per tutti, senza distinzioni di sorta.

Nell’analisi di Galli non entra nient’altro: le posizioni europeiste o anti-europeiste di questa o quella forza politica, l’atlantismo o il putinismo, le politiche del lavoro o quelle migratorie, le posizioni nella materia dei diritti o la cultura (o piuttosto incultura) costituzionale. Non entra nulla, nessuna grande questione da cui invece dipende il futuro del nostro Paese. Il discrimine, lo spartiacque passa solo ed esclusivamente fra la classe politica che ha mal governato negli ultimi vent’anni da una parte, e dall’altra i Cinqustelle, che non avendo governato sono mondi da ogni responsabilità.

E non sono, per la fortuna di tutti, una forza eversiva. Inutile agitare spauracchi. Evidentemente basta questo, nel giudizio dell’editorialista del Corriere, per costruire attorno a Grillo e Di Maio il profilo di una forza affidabile, alla quale è possibile – e forse persino doveroso, visto il discredito di tutte le altre formazioni politiche – mettere nelle loro mani Palazzo Chigi.

Ora, è chiaro che non di eversione democratica si tratta, e salvo momenti di propaganda o di polemica spicciola, non c’è, seriamente parlando, nessuno il quale pensi che i grillini sono pronti a impugnare i fucili e a mettere le bombe. Si tratta però di populismo della più bell’acqua, a cui Galli della Loggia tiene disinvoltamente bordone. Non a caso, degli sforzi che pure i Cinquestelle fanno, per declinare un programma politico-elettorale e inventarsi un profilo di classe dirigente seria e preparata, nell’editoriale di Galli non c’è nessuna traccia. Nessuna proposta viene ripresa, e nessuna disamina viene condotta: ai Cinquestelle è sufficiente non esser compromessi con il passato, per meritarsi il 58% che Galli mette di fatto sotto le loro insegne. Come se non votare e votare per il M5S fossero la stessa cosa. Come se a non essere degni della fiducia di chi si astiene fossero tutti, meno però i grillini.

Ma mi sia permesso ancora un altro paio di osservazioni. Anzitutto, di prese di posizione così, di editoriali così se ne sono già visti, in questi anni. Articoli in cui si chiedeva di fare piazza pulita, mani pulite, tutto pulito, dopo i quali però i miracolosi cambiamenti che ci si attendeva dal repulisti non arrivavano mai. Non sono mai arrivati. Erano un inganno, oppure ci si ingannava: sta di fatto che purtroppo Galli della Loggia perpetua quell’inganno ancora oggi. In secondo luogo, è sorprendente che Galli non dia un minimo di prospettiva storica alle sue considerazioni, né provi a condurre un confronto con altri Paesi europei. Che per esempio hanno percentuali di affluenza al voto simile all’Italia, e in cui i meccanismi democratici rischiano di incepparsi come da noi. Lo stato di salute delle democrazie occidentali non è florido, ma che i Cinquestelle siano la cura miracolosa, invece che un’espressione della patologia del sistema, questo andrebbe forse argomentato con qualcosa di più di uno scoppio di insofferenza verso tutti gli altri.

E forse, a proposito di patologie, è da chiedersi se non sia in essa da comprendere anche una così desolante bancarotta di un pezzo del nostro ceto intellettuale, questa dichiarata volontà di fare le cose semplici, sostituendo a un’analisi politica circostanziata nient’altro che un gesto di impazienza. Non possiamo chiamarlo, con Gramsci, “sovversivismo delle classi dirigenti”, perché altrimenti Galli rispolvera il suo pezzo retorico sui Cinquestelle che non sono eversivi. Ma è qualcosa, tuttavia, che sul piano delle forme ideologiche e culturali gli somiglia molto, molto da vicino.

(Il Mattino, 27 novembre 2017)

Il piano B: fare da stampella a M5S

Sostegno

Fassino, il mediatore del Pd, ha confessato la sua impressione a denti stretti: Bersani e compagni vogliono tenersi le mani libere. La questione è molto meno programmatica che politica. Non si tratta di concedere qualcosa in più sulle pensioni o sul lavoro, di cambiare la legge di Stabilità o di votare il biotestamento, ma della volontà di valutare soltanto dopo il voto cosa fare. Non c’è dunque solo l’ostinazione, dietro l’indisponibilità di Mdp a esplorare concretamente la possibilità di un accordo con il Pd. Trasferire la politica sul lettino dello psicanalista, o farne una questione di caratteri, di personalità che non si “prendono”, non serve a gran che. Certo, ci sono molte cose che concorrono insieme, nella lacerazione apparentemente insanabile che si è prodotta a sinistra: lo stile leaderistico di Matteo Renzi, che dal giorno in cui ha preso le redini del Partito democratico ha lasciato assai poco spazio ai suoi avversari interni, ma anche la difficoltà, per gente come Bersani o D’Alema, a fare la minoranza dentro un partito (e una tradizione) del quale hanno sempre rappresentato il corpaccione centrale. Poi concorre il controsenso di mettere insieme, sotto elezioni, ciò che si è appena separato, ma anche una buona dose di risentimento, che probabilmente non manca in nessuno dei protagonisti coinvolti in questa vicenda. Ma esaurite le ragioni personali, le questioni di stile e le professioni di coerenza, resta un punto che è tutto politico: quello innanzi al quale i partiti sono posti da una legge elettorale che non predispone un meccanismo obbligato di formazione della maggioranza. Il che significa che si può andare in Parlamento e vedere lì, il giorno dopo il voto, da che parte voltarsi.

È già stato così, negli anni della prima Repubblica. Senonché da quegli anni ci distinguono un paio di cose: la distanza storica prodottasi dopo due decenni di spirito maggioritario (dico spirito, perché il sistema elettorale e istituzionale si è adeguato solo parzialmente), e soprattutto la diversa configurazione di un sistema dei partiti di ben altra solidità, che di fatto limitava le formule politiche sperimentabili in Parlamento. Oggi, la situazione è ben diversa. Se – com’è probabile – dalle urne non uscirà una coalizione vincente, potrà accadere di tutto: che si formi una grande coalizione fra il Pd e il centrodestra, o con Forza Italia senza la Lega; che si formi una coalizione fra il Pd e le formazioni alla sua sinistra; che le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra si scompaginino e si formi una specie di “coalizione nazionale”, pur di evitare nuove elezioni; che vadano al governo i Cinquestelle con l’appoggio esterno della Lega; che vadano al governo i Cinquestelle con l’appoggio esterno della sinistra; che più d’una di queste soluzioni vengano tentate nel corso della legislatura grazie a soluzioni tecnico-istituzionali e/o provvidenziali cambi di casacca.

In queste condizioni, per Mdp, che ha scritto nel suo atto di nascita la volontà di infliggere un ridimensionamento al partito democratico, non c’è motivo per trovare un’intesa con Renzi. L’obiezione: così si fa vincere il centrodestra non ha molta presa, perché Mdp punta piuttosto sulla non vittoria di tutti, nessuno escluso.

Bersani del resto, sa cos’è una non vittoria: è in questi termini che valutò infatti il risultato nel 2013. E per la verità sembra adesso che si avvii ad interpretarlo proprio come provò a fare allora, quando accettò l’infausto streaming con i Cinquestelle pur di ottenere il lasciapassare alla formazione di un governo di minoranza. Ora le parti sarebbero rovesciate, e chissà se Di Maio ci regalerebbe uno streaming con Bersani (o con Speranza) per avere lui il via libera, nel caso in cui i Cinquestelle fossero il primo partito. Ma quel che però rimane costante, in questa ipotesi come nell’altra, è il dato di subalternità di questo pezzo della sinistra storica. Non una dimostrazione di intelligente pragmatismo, ma una prova di disarmante arrendevolezza. Nel 2013 mancò del tutto la capacità di vedere l’evidenza: che un partito entrato in Parlamento a colpi di vaffa day, con il proposito di aprirlo come una scatoletta di tonno, non avrebbe mai compiuto la trasformazione in una forza di governo nel giro di 24 ore, né avrebbe mai potuto accettare di fare lo junior partner del Pd.  Oggi, manca altrettanto la capacità di leggere le conseguenze di un accordo coi Cinquestelle da posizioni di minoranza: la consumazione delle sue residue ragioni, in cui si brucerebbe definitivamente ogni ambizione di autonomia politica e culturale.

E però Mdp continua ad avere in testa due linee. Una dichiarata: tocca a noi recuperare i voti che a sinistra finiscono nell’astensione; l’altra taciuta, inconfessabile e sconsolata: non tocca a noi, non è toccato a noi, ma casomai ai Cinquestelle. Rivendicando la prima idea pensa ancora di poter dimostrare a Renzi che ha preso la strada sbagliata, e al Pd che deve fare macchina indietro e mollare Renzi. Coltivando la seconda, è a un passo dallo sbaraccare definitivamente il campo. Finché tiene alla prima, accusa il Pd di imitare, nelle politiche, il centrodestra; trafficando con la seconda, finisce con l’ammettere di essere pronto se non a imitare, certo a farsi accompagnare con le dande da Grillo e Di Maio, e a conferire loro i pochi voti rimastigli.

(Il Mattino, 23 novembre 2017)

La sinistra rissosa in cerca d’autore

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Il fuoco di sbarramento contro l’iniziativa presa dal partito democratico dopo l’ultima direzione si è alzato subito, appena la proposta ha cominciato ad assumere qualche consistenza. È bastato che andasse bene l’incontro fra il mediatore del Pd, Piero Fassino, e Giuliano Pisapia, e che quest’ultimo rendesse noto l’incoraggiamento ricevuto da Romano Prodi, perché dall’altra parte della barricata si sentissero le voci in dissenso di Mdp e di Sinistra Italiana. Per loro, la partita è chiusa e non c’è appello all’unità che tenga. Nessuna preoccupazione per una vittoria del centrodestra può giustificare la fine delle ostilità con il Pd. E non basta neppure mettere a verbale che non c’è alcun premier in pectore della costruenda coalizione per indurre i fuoriusciti del Pd, e le altre formazioni di sinistra, a trovare un accordo prima del voto.

Dopo il voto, casomai: così ha lasciato intendere Bersani, invitando a leggere la legge elettorale. «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento», ha detto. Ed è una dichiarazione per un verso banale, ma per altro verso rivelativa. Banale in primo luogo, perché fotografa una realtà a tutti nota: la probabilità che in Parlamento arrivi una maggioranza autosufficiente, omogenea e coesa è molto bassa, per non dire nulla. La spinta a convergere su candidati comuni nei collegi uninominali è, così, troppo debole, mentre è più allettante la prospettiva di avere un peso determinante nei complicati giochi parlamentari che seguiranno, compreso un’eventuale governo a cinque stelle. Ma la dichiarazione è anche rivelativa di una collocazione tattica, cioè semplicemente temporanea, di qui alle elezioni, da parte di Bersani e compagni. Come, del resto, potrebbe essere altrimenti? Salvo ragioni anagrafiche (che valgono per i più giovani) a guidare Mdp ci sono quelli che hanno votato le riforme del lavoro, dal pacchetto Treu al Jobs Act, le riforme delle pensioni, da Lamberto Dini alla Fornero, il pareggio in bilancio in Costituzione e le politiche di austerità del governo Monti. A occhio e croce: una ventina d’anni. Che ora trovino motivi per essere assolutamente intransigenti e considerino per esempio di non poter votare la legge di bilancio firmata da Gentiloni: questo si può spiegare non certo in ragione di una profonda revisione ideologica e programmatica – che nessuno si è accorto essere stata condotta, in questi ultimi mesi – ma semplicemente in ragione di un’esigenza contingente, quella di superare il Pd renziano. Per la qual cosa non bastano certo i tentativi di appeasement di Fassino, e i distinguo della minoranza guidata da Orlando: ci vuole il passaggio sacrificale della sconfitta alle elezioni.

La cosa è così chiara, che quel che è da chiedersi è, se mai, perché il Pd si ostini comunque a cercare un’intesa a sinistra. Io direi che valgono tre considerazioni. La prima è anch’essa banale: non sposterà molto in termini di consenso, ma al Pd conviene rendere evidente che a rifiutare ogni appello all’unità sono quelli di Mdp. La seconda considerazione è che, in uno schema a prevalenza proporzionale, disporre di un ‘marchio’ di sinistra significa comunque ampliare l’offerta. Metterla in termini di marchio è sgradevole e persino ingeneroso, ma è per dire che anche da questo lato della barricata vi possono essere ragioni puramente tattiche per portare avanti il tentativo. Infine, non c’è dubbio che l’eventuale riduzione della conflittualità a sinistra può servire almeno a rendere un po’ più evidente il profilo politico che il partito democratico intende assumere, un profilo oggi oscurato da una nuvolaglia di parole spese in discussioni totalmente improduttive.

Dopodiché, però, resta appunto il compito di determinare questo profilo in maniera chiara e incisiva. Marco Damilano, neo-direttore de «L’Espresso», nel novero dei fatti respingenti che tengono lontano dalle urne l’elettorato di sinistra, insieme agli scontri, alle divisioni, ai risentimenti, ai partitini improvvisati e ai veti incrociati, ha messo pure le manovre di Renzi «che dopo una legislatura tutta giocata su una strategia di raccolta di voti centristi, moderati, post-berlusconiani, a poche settimane dal voto si converte alle alleanze a sinistra». Difficile dargli torto. Queste conversioni dell’ultimora ben difficilmente riescono vincenti. Ma soprattutto contraddicono l’idea che Renzi aveva provato a dare di sé, come del leader che fa una cosa nuova, e che non cancella certo ma ridetermina i tratti di una sinistra riformista. Del resto, quale partito, avendo governato per cinque anni, ha mai vinto le elezioni senza rivendicare i risultati di una legislatura? Per farsi di nuovo capire dal Paese, fare la faccia contrita – come chiedono Speranza, Bersani e gli altri – non serve a nulla, mentre può servire qualcosa spiegare in quale direzione si vuol cambiare il Paese.

(Il Mattino, 20 novembre 2017)

E’ partito l’avviso di sfratto

Messerschmidt

Mozione di sfiducia per Luigi De Magistris. Firmata: Roberto Fico, Matteo Brambilla e il Movimento Cinquestelle. Dunque i grillini provano a fare sul serio anche a Napoli. E battono il loro primo colpo, da quando sono presenti in città, nel momento in cui massima è la difficoltà del sindaco di Napoli, e massima è anche l’eco del voto siciliano. Ci sono già state, è vero, le vittorie di Roma e Torino, ma quelle esperienze amministrative non hanno finora dato motivi di lustro particolari. La Raggi, a Roma, si sta rivelando un fallimento, e anche la Appendino, a Torino, dopo i primi mesi di luna di miele, comincia a sentire la fatica dell’amministrazione. Meglio dunque mettersi in scia del successo nell’isola. Anche se infatti è stato il centrodestra a spuntarla, il sentiment – come oggi si dice – è positivo e la sensazione che la ruota giri a favore dei Cinquesteĺle è forte.

Così, dopo anni di appeasement, anni in cui non si capiva se i grillini potevano considerarsi una proiezione nazionale degli umori espressi a Napoli da De Magistris, o viceversa De Magistris un precipitato locale di un fenomeno di rigetto della politica tradizionale già diffuso su scala nazionale, le cose sono infine venute a un chiarimento: Fico vuole candidarsi a sindaco di Napoli, i Cinquestelle non possono più accontentarsi di andare in scia. In realtà non era vera né l’una né l’altra cosa, Dema e Cinquestelle non sono sovrapponibili. Ma è chiaro che – date pure tutte le differenze – non possono esserci a Napoli due movimenti antisistema, due movimenti populisti, due formazioni in lotta contro tutti e tutto.

Il dado, dunque, è tratto. E il salto da Brambilla a Fico, quanto a peso politico, non è piccolo: nel 2016, il Movimento ebbe la bella idea di candidare contro De Magistris un volenteroso attivista, dal cognome inconfondibilmente settentrionale, oltretutto tifoso juventino: non proprio una scelta aggressiva. Così come non è stata finora aggressiva la condotta in consiglio comunale. Ma ora lo scenario è cambiato, il Movimento Cinque Stelle è il primo partito d’Italia, e a Napoli – ha spiegato Fico – «c’è la possibilità che la giunta salti». Bisogna allora farsi trovare pronti. L’annuncio di ieri, con la presentazione di una mozione di sfiducia per le condizioni in cui si trova il bilancio cittadino, e la richiesta di una «operazione trasparenza a salvaguardia del Comune e di tutti i cittadini napoletani» segna l’inizio delle ostilità.

De Magistris ha reagito abbozzando, provando a smorzare il significato dell’iniziativa, giudicando legittimo che una forza politica di opposizione «in un momento difficile per la città, provi a dare una spallata a sindaco». Il fatto è che per la città è un momento difficile, ma pure per il suo sindaco. Che avverte segni di scollamento nella sua maggioranza. Che intanto cerca di costruirsi un futuro politico oltre l’esperienza municipale. E che soprattutto si trova in una difficilissima impasse: ad ogni passo che fa in cerca di una soluzione istituzionale alle difficoltà amministrative e di bilancio in cui versa il Comune di Napoli, più fortemente sente l’insofferenza di un pezzo dei movimenti. E se viceversa continua a giocare alla rivoluzione, reclutando su Facebook «i combattenti nell’esercito popolare di lotta per i beni comuni», sente che gli si fa il vuoto istituzionale intorno. Ma quanto a lungo può funzionare scomodare la Costituzione e le lotte di popolo per l’accordo sul trasporto pubblico? Più alzi i toni, più in realtà misuri lo scollamento dalle fatiche quotidiane della città. Più ci dai dentro con la retorica, più dimostri tutta la stanchezza e l’affanno amministrativo.

Buon ultimi, i Cinquestelle si sono dunque messi a fare opposizione. L’onesto Brambilla rimane lì, a fare la sua figura da comprimario, e intanto scende in campo Roberto Fico (a cui peraltro Di Maio ha sbarrato la strada sul piano nazionale). Se le cose in tutta Italia arridono al movimento, perché Napoli dovrebbe fare eccezione? Finora, il solo motivo era rappresentato proprio dalla bandana di De Magistris. Se il vuoto della politica perdura, dopo l’arancione, non è forse possibile che invece dell’azzurro del centrodestra, o del rosso del centrosinistra, si arrivi al giallo limone dei grillini?

(Il Mattino, 7 novembre 2017)

Sicilia, un test per l’Italia

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Musumeci, Cancelleri, Micari, Fava: quattro nomi per quattro storie politiche e personali molto diverse le une dalle altre. Non è facile immaginare come si comporrà il puzzle siciliano all’indomani del voto. Ma le domande che alla viglia bisogna farsi sono queste:

Chi vincerà?

I sondaggi non lasciano adito a dubbi: la partita è fra Musumeci e Cancelleri, centrodestra e Cinquestelle. Finché sono stati diffusi, i sondaggi hanno sempre dato in vantaggio il candidato di Meloni, Salvini e Berlusconi, anche se i rumors dicono oggi che le distanze si sono accorciate. Nel centrosinistra si gioca una partita diversa: Micari, il candidato renziano, non ha possibilità di arrivare davanti agli altri due, ma deve assolutamente lasciarsi alle spalle il candidato della sinistra, Claudio Fava. Un risultato diverso equivarrebbe per il centrosinistra al rompete le righe.

Chi governerà?

Se la vittoria è una partita a due, più complicata è la partita per il governo della regione. La legge elettorale assegna infatti un piccolo premio di maggioranza, con ogni probabilità insufficiente ad assicurare ad uno schieramento una navigazione tranquilla nell’Ars, l’assemblea regionale siciliana. Le elezioni rischiano perciò di aprire una stagione di ingovernabilità, e invero non solo per via di un sistema proporzionale e di un premio che non è «majority assuring», ma anche perché la fine del bipolarismo costringe i diversi schieramenti a immaginare accordi «contro natura». Dopo il voto, se dovesse toccare al centrodestra la presidenza della regione, e se la sua maggioranza non fosse autosufficiente, Musumeci si rivolgerà al Pd? E riuscirà a tenere insieme tutti i pezzi della sua coalizione, aprendo verso il centro e la sinistra? Stessa domanda per Cancelleri: detto che è quasi impossibile che arrivi a quota 36 seggi, a chi chiederà una mano per governare? Lui, che ha il profilo del grillino di sinistra, avrà un lasciapassare dalle liste che si raccolgono intorno a Fava? Basterà? Bisogna ipotizzare governi di minoranza? E con quale capacità di fare, su basi politiche così fragili, la rivoluzione promessa? Il rischio è la paralisi, che la Regione Sicilia può correre proprio quando ci vorrebbe il massimo di forza politica per affrontare una situazione della cosa pubblica drammatica, prossima al fallimento.

Qual è lo stato di salute del centrodestra siciliano?

In regime di elezione diretta del Presidente, in Sicilia il centrodestra ha governato prima con Cuffaro e poi con Lombardo per oltre un decennio, fino alla clamorosa vittoria di Rosario Crocetta. Ma la vittoria di Crocetta è stata anzitutto il harakiri del centrodestra, che alle scorse elezioni si presentò spaccato in due: da una parte il «Grande Sud» di Gianfranco Micciché, dall’altra il Popolo della Libertà con Musumeci. Insieme, le due metà del centrodestra sfiorarono il 45%. Crocetta divenne presidente della Regione con poco più del 30% (di qui la gran parte dei problemi di tenuta della sua esperienza di governo). Questa volta invece a Musumeci è riuscito di avere tutti con sé (con Miccicché nel listino del Presidente), e anzi di rosicchiare anche parte del consenso centrista e moderato che nel 2012 aveva scelto Crocetta. Merito suo, e demerito del centrosinistra siciliano. Ma merito soprattutto del mutato quadro nazionale, che spinge in direzione di una ricomposizione fra forze che fino a ieri sembravano marciare lungo traiettorie incompatibili.

Qual è lo stato di salute del centrosinistra siciliano?

Crocetta: il megafono. La sua lista si presentava, nel 2012, addirittura con un simbolo grillino: la voce della gente, il populismo e l’onestà. Dopodiché però il governo regionale è un’altra cosa, e la voce di quel megafono si è fatta però sempre più fioca. I magri risultati e l’usura politica della frastagliata coalizione che lo ha sostenuto lo hanno messo fuori gioco. Preso atto della situazione, Crocetta ha accettato di farsi da parte. Ormai in prossimità della sconfitta, il centrosinistra ha fatto un passo indietro, indicando un candidato della società civile, il rettore dell’Università di Palermo Micari, sponsorizzato in primis dal sindaco del capoluogo, Leoluca Orlando. Una mossa simile è stata fatta in realtà dal Pd più volte in questi anni, in giro per l’Italia: supplenze e surroghe in attesa di tempi migliori. Civismo per deficit di politica. Per giunta, questa volta è mancato anche un forte impegno dei vertici nazionali: sfida dal sapore regionale, ha detto Renzi, che ha evitato i comizi finali. Ma circoscrivere il significato del voto siciliano non sarà facile, soprattutto se Fava, il candidato di tutto quello che c’è alla sinistra del Pd, dovesse arrivare davanti a Micari. Fava, politico di lungo corso, era già candidato nel 2012: poi il pasticcio della mancata residenza in Sicilia lo costrinse a mollare. Le liste che portavano il suo nome ottennero un misero 6%. Qualunque risultato a doppia cifra sarebbe ovviamente un buon successo, e potrebbe avere un peso nel determinare i futuri equilibri in seno all’Ars. Se poi arrivasse davvero più su del candidato piddino, allora rischierebbe di scatenare il big bang del centrosinistra.

Qual è lo stato di salute dei Cinquestelle?

Cancelleri sembra avere il vento in poppa. Ogni tanto capita un incidente: le firme false, le espulsioni e i ricorsi, l’assessore in pectore che vuol bruciare vivo il capogruppo Pd Rosato e così via. Quisquilie, quinzillacchere. Questi infortuni non sembrano costituire vere pietre d’inciampo per il popolo grillino, che marcia unito in vista del voto, consapevole dell’importanza della posta in palio. I problemi se mai verranno dopo, se si dovesse vincere, ma le elezioni nazionali sono così vicine che l’unico riflesso che si potrà registrare a Roma sarà la crescita del Movimento. Cancelleri potrà forse diventare una nuova Raggi, prigioniero di una situazione prossima all’ingovernabilità, ma non è cosa di cui il Movimento ha da preoccuparsi di qui alla primavera prossima. Perciò Di Maio e Di Battista hanno più di tutti gli altri leader nazionali attraversato volentieri lo Stretto. Non a nuoto, come Grillo la volta scorsa, ma con un investimento politico altrettanto forte.

Quali indicazioni per la politica nazionale?

Primo: il voto in Sicilia aiuterà a capire se la ritrovata unità del centrodestra è qualcosa in più di una risorsa elettorale. Berlusconi, Meloni e Salvini hanno cenato insieme, ma hanno tenuto comizi separati. Arancini sì, strette di mano in favore di pubblico ancora no. La linea di Salvini continua in effetti ad essere incompatibile con prospettive di appeasement con il centrosinistra, o anche solo con i pezzi del moderatismo centrista che in Sicilia contano pur qualcosa. Bisognerà vedere se un eventuale successo elettorale darà o no un’ultima spinta all’accordo nazionale. Secondo: se sarà Presidente Cancelleri, sarà interessante capire con chi cercherà di formare il governo. Il voto siciliano diventerebbe infatti la prima prova di un governo Cinquestelle non monocolore. Sia il Pd che, soprattutto, la sinistra, potrebbero essere tentati di dare una mano per contenere la destra. Senza dire dei fenomeni trasformistici che in Sicilia sono pane quotidiano. Anche quello sarà un terreno di prova: prevarrà l’intransigenza morale o il realismo politico? Comunque vada, è chiaro che la Sicilia farà per prima l’esperienza delle enormi difficoltà del tri- o quadripolarismo italiano.

Quali ripercussioni in casa Pd?

Mentre le altre forze politiche non hanno al momento grossi problemi interni, perché le relative leadership non sono in discussione, in casa democrat non si perde occasione per riproporre il tema: nonostante il congresso, nonostante le primarie. Per la verità è così fin dalla fondazione del Pd: sia Veltroni (da D’Alema) che Bersani (da Renzi) che da ultimo Renzi (prima da D’Alema e Bersani, ora da Orlando e Franceschini) han dovuto misurarsi con un lavorìo di logoramento iniziato fin dal giorno del loro insediamento. Per Renzi, quel lavorìo è cresciuto di intensità dopo la sconfitta referendaria. Una debacle in Sicilia sarebbe il segnale per un nuovo assalto. E rinfocolerebbe i propositi di chi ne trarrebbe dimostrazione per allargare a sinistra la coalizione nazionale. Sacrificando Renzi. Orlando, leader della minoranza, lo ha detto fin d’ora: prima il voto in Sicilia, poi il candidato premier. Ha così legato le due cose che Renzi invece tiene separate. Sarà il voto di domenica a decidere se prevarrà una linea o l’altra: se il centrosinistra ne uscirà politicamente indenne, o se le urne siciliane ne determineranno l’ennesima trasformazione.

(Il Mattino, 4 novembre 2017)