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Silvio e Matteo, l’intesa e la discrezione

Pavlov

La solidarietà di Berlusconi a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi vale quel che vale. Per un leader politico che non ha conosciuto un solo giorno in cui non fosse sotto attacco della magistratura, è il minimo sindacale. È la risposta che il Cavaliere dà ormai di default, ogni volta che qualcuno inserisce il file: “magistratura e politica”. Ciò non vuol dire che il tema non sussista, né che Berlusconi non pensi davvero che le intercettazioni pubblicate in questi giorni ledano la sfera privata, ma siamo al cane che morde l’uomo, non all’uomo che morde il cane: non è quella, insomma, la notizia.

La notizia è invece che Berlusconi vuole essere della partita. E la partita più importante che si giocherà di qui alla fine della legislatura è quella che riguarda la legge elettorale. Ora che il Pd ha messo nero su bianco la sua proposta (in soldoni: metà maggioritaria, metà proporzionale), si apre la possibilità concreta di un percorso parlamentare. Per il quale però occorrono numeri che il partito democratico ha alla Camera, ma non ha al Senato (o, se li ha, sono talmente risicati che è difficile fare previsioni). Dunque bisogna inserirsi nella discussione: dare qualcosa per avere qualcosa. Così funziona. Cosa ha da perdere Forza Italia, in questo momento, e cosa può dare? Quello che ha da perdere è la possibilità di presentarsi come un’alternativa credibile alla sinistra di Renzi e ai Cinquestelle. Credibile significa: in grado di competere. Allo stato, la possibilità di competere passa per due condizioni: la presenza di una leadership riconosciuta, la capacità di aggregare lo schieramento di centro-destra. In un sistema maggioritario, si tratta di condizioni irrinunciabili. In un sistema proporzionale no. Dunque, quanto più Berlusconi sente lontane quelle condizioni, tanto più inclinerà per una soluzione di tipo proporzionale.

Questo semplice principio consente una prima lettura delle parole pronunciate ieri dal Cavaliere. Accantoniamo dunque il Berlusconi animalista che passeggia nel parco di Arcore tra simpatici animali e punta al voto dei proprietari di cani e gatti; mettiamo pure da parte le dichiarazioni sui volti nuovi, competenti e con voglia di fare necessari al partito e veniamo al sodo, badiamo a quel che c’è di nuovo. E di nuovo c’è che il leader azzurro considera possibili le elezioni in autunno, il che significa: non è sulla data delle elezioni che Forza Italia opporrà barriere insormontabili. Oppure: se troviamo un’intesa sul sistema elettorale, possiamo ragionare anche sulla data.

Poi il Cavaliere aggiunge: con Salvini non siamo poi così lontani, a parte la questione dell’euro. E qui il primo principio non basta più, ma forse ci vuole la lezione storica. Se infatti si torna con la memoria al Mattarellum – la prima legge elettorale con cui Forza Italia si misurò, con successo, nel ’94 – si ricorderà che, a parte altre differenze, la quota proporzionale era fissata più in basso rispetto all’attuale proposta del Pd: al 25%, contro il 50% del cosiddetto «Rosatellum». E però la legge non impedì affatto alla coalizione di centrodestra di presentarsi nei collegi uninominali della quota maggioritaria con una fisionomia variabile: al Nord in alleanza con la Lega Nord, al Sud con Alleanza nazionale di Fini. La prova di governo, dopo la vittoria alle elezioni, durò solo pochi mesi, ma resta memorabile l’impresa elettorale: Berlusconi riuscì infatti a mettere insieme due forze politiche che più lontane non si sarebbero potute dire (anche su temi fondamentali come l’unità nazionale).

Fermo restando allora il principio sopra enunciato, ho l’impressione che il Cavaliere abbia certo motivi di ostilità nei confronti della proposta dei democratici, perché preferirebbe un sistema alla tedesca che conducesse diritto e filato ad una qualche grande coalizione, che cioè dopo il voto emarginasse gli opposti estremismi di destra e sinistra, ma sappia anche che con il «Rosatellum» non è impossibile stringere accordi con la Lega a livello di singoli collegi. Un sistema del genere è sicuramente preferibile a qualunque soluzione di tipo premiale, sia che il premio vada alla lista (Forza Italia ben difficilmente sarà il primo partito italiano) sia che vada alla coalizione (perché qui vale il principio: un accordo organico con la Lega per un centrodestra unito è di là da venire). Un congegno elettorale che sia maggioritario ma non troppo, e che mantenga spazio sia per accordi elettorali prima, che per accordi politici dopo, è confacente alla situazione in cui si trova attualmente Forza Italia. E lo è anche al Pd, mentre lo è molto meno ai Cinquestelle, che non hanno il personale politico sperimentato per la prova nei collegi uninominali, e non hanno neppure facilità di accordi: né nei singoli collegi, né nella prospettiva del governo.

Se poi, per essere della partita, bisogna spendere parole di solidarietà nei confronti di Renzi e Boschi – parole che sono abbastanza urticanti per le vecchie e nuove file dell’antiberlusconismo, e che quindi aprono un fossato sempre più ampio fra il Pd e quello che si trova alla sua sinistra – beh: che ci vuole? Con una mano Berlusconi accarezza idealmente tutti gli animali domestici degli italiani; con l’altra aizza invece il cane di Pavlov della sinistra dura e pura, la quale con un riflesso condizionato parla di intelligenza col nemico e chiama inciucio qualunque tentativo di intesa fra centrodestra e centrosinistra. Che se invece la legge elettorale la facesse il Pd da solo, certamente si ritroverebbe addosso l’accusa di essersela cucita su misura. Ma questa, delle eterne divisioni e contraddizioni della sinistra, è evidentemente un’altra storia.

(Il Mattino, 21 maggio 2017)

La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

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Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)

L’insostenibile trincea dei diversamente avversari

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C’è dell’ironia involontaria nella scelta del nome che i comitati riuniti a Roma da Massimo D’Alema si sono dati. Nome nuovo e simbolo nuovo: conSenso. L’ironia non sta tanto nel doppio significato della parola, scritta con la maiuscola in mezzo, quanto nell’ambizione: di quale consenso si parla? Del consenso di una formazione che, alla sinistra del partito democratico, dovrebbe raccogliere tutto il malcontento manifestatosi già a dicembre, con il No al referendum costituzionale. Raccoglierlo tutto non è un’impresa facile, perché alla sinistra del Pd si fa fatica a contare il numero di formazioni, forze e partiti che a vario titolo hanno la medesima aspirazione. L’elettore medio non lo sa, ma esiste ancora, da quelle parti, l’eredità comunista di Rifondazione; forse ne ha perso la memoria, ma ci sono ancora formazioni e associazioni verdi e ambientaliste. C’è Possibile, il movimento di Pippo Civati. C’è Sinistra italiana, anche se rischia di dividersi irreparabilmente nel corso del suo primo congresso. C’è Pisapia, che vuol fare una cosa tutta nuova. E sicuramente ci sono altre sigle, di cui non è facile serbare il ricordo. Poi, nel Pd, ci sono Cuperlo, Rossi, Emiliano, Speranza, Bersani: tutti avversari di Renzi ma, manco a dirlo, diversamente avversari.

Nulla di nuovo, in verità: il minoritarismo è una vecchia malattia della sinistra italiana. Proprio perciò, si potrebbe dire, questa volta l’ex Presidente del Consiglio sta facendo la cosa giusta, proponendo un’ipotesi di ricomposizione di un’area che, dopo la scoppola rimediata da Renzi al referendum, avrebbe davanti a sé una prospettiva politica chiara e larga.

In realtà, è vero esattamente il contrario. Quel che non si capisce è infatti perché la sinistra-sinistra dovrebbe trovare in Massimo D’Alema il suo campione. Dopo averlo per anni rappresentato come l’uomo dell’inciucio con Berlusconi, della Bicamerale, del patto della crostata, della Lega costola della sinistra e di Mediaset risorsa del Paese – per non dire della guerra nell’ex Jugoslavia, o della riforma del mercato del lavoro (che non comincia con il Jobs act, ma con i governi dell’Ulivo) – tutti quelli che sono usciti da sinistra prima dal Pds, poi dai Ds, poi dal Pd, trovando D’Alema ogni volta alla propria destra, ora dovrebbero invece affidare a lui le chance di rinascita della sinistra quella vera, quella tradita dal Pd di Renzi.

C’è dell’ironia involontaria, perché il consenso di cui si tratta non è quello che D’Alema e i suoi vogliono riconquistare, ma solo quello che vogliono erodere al Pd. D’Alema non vuole aggiungere, vuole sottrarre. Lo scenario neo-proporzionalista disegnato dalla decisione della Consulta glielo consente. Si può discutere se vi sia uno spazio politico per la formazione che D’Alema si prepara a far nascere; è indiscutibile che, con la nuova legge, vi sia uno spazio parlamentare. Piccolo, ma in uno scenario frammentato non insignificante. Perciò non c’è bisogno di particolari doti divinatorie: se, come è probabile, non si troverà un accordo sul Mattarellum proposto dal Pd e si rimarrà dentro coordinate di tipo proporzionale, si può star certi che conSenso nascerà.

Si dice: la storia della sinistra italiana è punteggiata di divisioni, da Livorno a Palazzo Barberini fino alle lacerazioni post-comuniste della seconda Repubblica. È vero, ma fratture e scissioni hanno avuto un senso diverso, a seconda della prospettiva politica in cui si inscrivevano: in un primo senso, si è trattato dell’integrazione nelle strutture dello Stato democratico e, quindi, dell’ingresso nell’area di governo; in un secondo senso, si è trattato di una chiave del tutto opposta, di rifiuto di qualunque compromesso con le regole della democrazia borghese. In un ultimo senso, si è trattato invece di un mero riflesso identitario, di una chiusura idiosincratica e difensiva rispetto a cambiamenti mal digeriti è mai accettati. In quest’ultimo senso Renzi è stato vissuto da D’Alema fin dal primo giorno in cui il sindaco di Firenze ha lanciato la sua opa sul Pd. Un estraneo, un usurpatore, un pericolo per la ragione sociale della ditta.

ConSenso nasce infatti non tra coloro che hanno votato No, non tra coloro che vogliono abbattere il capitalismo, non tra quelli che vogliono ritornare all’articolo 18 e neppure tra quelli che vogliono la democrazia diretta è nuove forme di partecipazione: nasce tra quelli che non vogliono Renzi. In conciliaboli privati , D’Alema del resto non lo nasconde: non è una questione programmatica, non può esserlo per chi ha discusso con Berlusconi di semipresidenzialismo, per chi vantava, quando era al governo, rigore nei conti e avanzi primari come neanche la Destra storica di Quintino Sella, di chi, infine, ha litigato aspramente con la Cgil di Cofferati. Non è una questione programmatica, è una questione politica in senso esistenziale, è una frattura incomponibile fra amici e nemici. In una fase storica profondamente segnata dal risentimento, che nasca un piccolo soggetto politico da una spinta di questo genere non può sorprendere. Che a farlo nascere sia l’ultimo erede del partito comunista di Togliatti e Berlinguer sorprende un po’ di più. Che infine non si veda, o si faccia finta di non vedere che torti e ragioni contano assai poco, perché il partito del risentimento non potrà mai essere conSenso, ma solo i Cinquestelle, ecco: questa è cosa che sorprende molto, molto di più.

(Il Mattino, 29 gennaio 2017)

La politica dei passi felpati

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Si chiama antanaclasi. Parola difficile, concetto semplice. È la figura retorica alla quale ieri, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha fatto abbondantemente uso. L’antanaclasi è un’apparente tautologia, che tuttavia nasconde un significato sottinteso. Se diciamo che gli affari sono affari, non vogliamo affatto pronunciare una banalità, ma sottolineare un elemento, che fa premio su altri. Così, tutto il tono della conferenza del premier era del tipo: il governo deve governare. E si capisce: che altro dovrebbe fare un governo? Per esempio la legge elettorale, visto che l’Italicum nasceva da un’iniziativa governativa. E invece no: nessuna intromissione nel lavoro del Parlamento né pressioni sul Quirinale. Il governo sta al suo posto. Palla lunga e pedalare. Dire però che il governo governerà, e non farà nient’altro che governare, non è né inutile né ovvio, né appartiene solamente al rituale dell’incontro con la stampa. Dirlo ha il significato che può avere la dignitosa serietà di chi intende fare il suo dovere pur in mezzo a scetticismi, dubbi e risatine. Il resto si vedrà. Così tutti si chiedono se con questo atteggiamento gommoso e privo di spigoli – che nel vocabolario della politica di una volta si potrebbe definire: forlaniano – il governo andrà alla fine naturale o alla fine anticipata della legislatura. Gentiloni ha fatto mostra di non curarsene, piazzando un paio di antanaclasi qua e là – la sconcertante «banalità» di un governo che «resta in carica fino a che ha la fiducia del Parlamento», lo «svolgimento di una funzione di servizio», lo «scusate se dico cose ovvie» –  e rinviando con un «si vedrà» le questioni più spinose.

Il tema dei temi resta tuttavia la legge elettorale. Detto che non ci sarà una proposta del governo in materia, Gentiloni ha scelto tre verbi per indicare il modo in cui il suo governo seguirà la partita: facilitare, accompagnare, sollecitare. Ha provato anche a coniugarli insieme, con un «accompagnare sollecitando», che ovviamente vale quanto un «sollecitare facilitando» o un «facilitare accompagnando». Ma non è ironia: è nel modo distaccato in cui Gentiloni accompagnava anzitutto le sue parole – lente, misurate, equilibrate –il senso di un compito che non vuole essere a termine, ma che non può proiettarsi in una prospettiva di lungo periodo. O forse meglio: che non sarebbe aiutato nel suo lavoro se si proiettasse in una dimensione diversa. Gentiloni sa insomma di non dover fare ombra a Renzi. Quando la sua ombra si materializza, quasi per caso, Gentiloni formula en passant l’augurio che l’ex premier si stia riposando senza ascoltare la sua conferenza stampa. Lo dice per understatement, ma per non essere frainteso aggiunge subito che il riposo duri «solo qualche giorno». Altra sottolineatura riserva al ruolo di Renzi come segretario del suo partito, che è di nuovo una maniera di dire: non vi aspettate che sia io a piantare un cuneo tra Renzi e le elezioni.

Il problema se mai è nella maggioranza. Non per via dell’esclusione dei verdiniani dai posti di governo (ma Gentiloni è riuscito a smussare pure il senso di questa decisione, che non va rubricata secondo lui sotto il titolo di una rottura con Ala), bensì per la difficoltà di individuare fin d’ora una proposta condivisa sulla materia elettorale. Non è cosa di cui gioire, e Gentiloni non gioisce, perché ne va del funzionamento delle istituzioni. Ma è chiaro che non sarà lui a risolvere il problema.

Per il resto, Gentiloni guida l’esecutivo da troppi pochi giorni, per poter dare più sostanza alle sue dichiarazioni. Lavoro, Sud e giovani sono le parole chiave, dice il Presidente del Consiglio. Ma colpisce che a un certo punto il premier se ne esca con un disarmante «non mi chiedete di sciorinare così, all’impronta, programmi di governo».

I punti che Gentiloni ha toccato sono comunque tutti in linea di continuità con l’azione del precedente governo, né poteva essere altrimenti. E la continuità è stata da Gentiloni accettata come una critica ma anche rivendicata come un dato oggettivo. Gentiloni ha fatto un bilancio positivo dell’azione non del suo governo – di cui ha potuto citare, per ovvie ragioni di tempo, solo la tempestività del decreto salva-risparmio su Montepaschi – ma del governo a guida Renzi, in termini di politiche della sicurezza, gestione dei flussi migratori, crescita dell’economia e riforma del mercato del lavoro, lotta all’evasione fiscale, gestione dei flussi migratori. Ma sempre con toni pacatissimi, senza nessun acuto particolare. Dopo di che ha detto a un certo punto: «se poi volete la mia personale accentuazione», ed effettivamente la personale accentuazione non era facile trovarla. Se non per differenza rispetto al suo predecessore e al suo stile decisamente più pirotecnico. Per esempio, alla domanda sui propositi del governo in materia fiscale, ha risposto in maniera quasi sedativa: «sinceramente non sono in grado di fare un discorso serio sulla riduzione dell’Irpef».

Sui temi di sua più stretta competenza, per via della sua esperienza alla Farnesina, Gentiloni ha mostrato molta più solidità: sull’europeismo e l’atlantismo dell’Italia, sulla necessità di rivedere i rapporti con Putin, senza assecondare tentazioni da guerra fredda, sulla necessità di una politica internazionale per il Mediterraneo, che non può divenire «mar nullius», sulla critica del «puntiglio regolatorio» di Bruxelles che non aiuta la crescita né l’immagine delle istituzioni europee presso la pubblica opinione.

Ma l’espressione che sintetizza la condizione in cui si trova il governo Gentiloni l’ha pescata dalla lingua francese: «il faut faire avec». Bisogna fare con quello che c’è. È un’antanaclasi pure questa: si può mai fare qualcosa con quello che non c’è? Certo, forse Renzi avrebbe provato a dire che sì, si può fare pure quello. Ma Gentiloni non ha concesso voli pindarici, annunci mirabolanti o risultati strabilianti. Né per oggi né per domani. Gli italiani devono sapere che lo Stato c’è, che le istituzioni continuano a funzionare, in attesa che nuovi scenari politici si disegnino. A lui tocca solo «ricucire». Gentiloni non voleva dire «sopire», ma c’è andato vicino.

(Il Mattino, 30 dicembre 2016)

Il Paese dove tutti i partiti perdono voti

Boetti

I dati messi a disposizione dall’Istituto Cattaneo non stravolgono le valutazioni immediatamente successive al voto di domenica, ma consentono di offrire analisi più accurate. L’Istituto avverte che il raffronto con le politiche del 2013 non è omogeneo, ma rimane il retroterra più sicuro per studiare l’evoluzione del comportamento elettorale. Soprattutto in relazione ai risultati del Movimento Cinquestelle, che aveva a sorpresa conquistato, tre anni fa, un quarto circa dell’elettorato. Alla domanda se quel risultato debba essere considerato un effimero exploit il Cattaneo risponde di no, dati alla mano. Perché l’analisi dei flussi elettorali, in entrata e in uscita, mostra che quella parte dell’elettorato si sta fidelizzando: chi ha votato M5S tre anni fa è tornato a farlo domenica scorsa. L’astensionismo, in crescita, tocca anche i grillini, ma il grosso di quegli elettori è rimasto fedele al Movimento: nonostante la tragica uscita di scena di Casaleggio e il relativo disimpegno di Grillo. Fa eccezione Napoli, dove sono consistenti i flussi elettorali in direzione di De Magistris. In vista del ballottaggio, il Sindaco di Napoli sembra perciò poter dormire fra due guanciali, visto il distacco da Lettieri e la relativa facilità con cui può attrarre la parte del voto grillino andata a Brambilla (mentre l’impresa di Lettieri, di motivare il voto democrat, appare obiettivamente più complicata).

C’è stato dunque un fenomeno di assestamento del M5S. Il calcolo sui voti validi dimostra però che, sia in termini assoluti sia in percentuale, i Cinquestelle hanno perso voti. E questo nonostante il trascinante successo di Virginia Raggi a Roma. Significa forse che il gran battage mediatico sulla candidata romana ha oscurato il dato reale, che nel complesso non è stato affatto clamoroso? In parte almeno è così. È evidente, infatti, che i Cinquestelle non hanno ancora una leva di candidati all’altezza: basti pensare a quanti pochi siano i casi di ballottaggio con un esponente pentastellato. E anche le performance deludenti di Napoli e Milano lo dimostrano. Ma è vero pure che, in un sistema che eredita il bipolarismo ventennale della seconda Repubblica, il destino di un partito che non esercita nessuna attrattiva coalizionale è quello del tutto o nulla. In questa prospettiva, Roma rimane ancora, per i Cinquestelle, la fiche posta sul tavolo per far saltare il banco, indipendentemente dai risultati a macchia di leopardo nelle restanti città capoluogo.

I dati del Cattaneo riservano però qualche sorpresa anche al centrodestra e al centrosinistra. E, si direbbe, non negativa. Entrambi i poli infatti realizzano un certo recupero rispetto alle politiche di tre anni fa. Dal report dell’Istituto non è chiarissimo cosa si intenda per centrosinistra o per centrodestra: e questa è anche un altro dei problemi che affliggono il nostro sistema politico: dove iniziano e dove finiscono i due schieramenti non lo si sa bene, e spesso non si sa neppure quale nome abbiano. Ad ogni modo, è indubbio che c’è ancora un voto polarizzato alla sinistra e alla destra del campo politico, e quel voto è, sia pure di poco, in crescita, almeno in termini percentuali. Il centrosinistra guadagna un punto, il centrodestra ben quattro. Questo significa che, quando si saranno riattaccati i cocci, che sia per la residua capacità federativa di Berlusconi o per l’emergere di nuove figure e stili politici, è presumibile che la guida del Paese tornerà contendibile anche da quella parte politica.

A leggere i dati, e a guardare anche i flussi (che riguardano tuttavia solo sette città, tra le quali non ci sono Roma e Milano) si può forse indovinare meglio il bivio dinanzi al quale ci troviamo. Si vede infatti che contano senz’altro le situazioni particolari, come quelle di Napoli e Salerno, dove proposte politiche molto peculiari determinano flussi più marcati, in particolare in entrata verso i sindaci uscenti, Luigi De Magistris e Enzo Napoli, e in uscita, nel capoluogo partenopeo, soprattutto dal Pd. A dimostrazione di una crisi conclamata del partito democratico, che dura da parecchi anni e che queste elezioni non hanno affatto superato, se mai acuito. Conta tutta ciò, ma nel complesso si fa chiaro che la divisione in tre blocchi del consenso politico, fra centrosinistra, centrodestra e Cinquestelle è in via di consolidamento, con pochi, marcati travasi di voti da una parte all’altra. A fare la differenza è se mai la capacità di non perdere ulteriori consensi verso l’area dell’astensione. I ricercatori del Cattaneo mostrano infatti che neanche i M5S riesce a riportare al voto gli astenuti. Resta così il bivio al quale il voto amministrativo ci consegna per i mesi a venire: da una parte si restringe la base di legittimazione degli istituti della democrazia rappresentativa; dall’altra, rimane la necessità di assicurare governabilità pur in presenza di un Paese diviso in tre. E la formula risolutiva del problema è ancora da trovare.

(Il Mattino, 8 giugno 2016)

Se l’elettore non si tura più naso e orecchie

Cicladi

Forse questo primo turno amministrativo può dispensare qualche certezza anche se, a quanto pare, nelle principali città italiane, quelle sulle quali si concentra in prevalenza l’attenzione dell’opinione pubblica, non eleggerà alcun sindaco e bisognerà attendere il ballottaggio. Nel frattempo, infatti, gli uscenti sono dati in vantaggio: sia a Torino che a Napoli; sia Fassino che De Magistris. Due uomini che non potrebbero essere più diversi. In realtà, da quando c’è l’elezione diretta del sindaco la regola – che pure ammette un buon numero di eccezioni – è che il sindaco che si ripresenta viene rieletto. La stessa legge, imponendo il limite dei due mandati, dimostra consapevolezza del vantaggio da cui parte chi detiene il controllo della macchina comunale. E questo è un primo punto, dal quale ogni volta si riparte.

Un altro punto, più importante, è che l’elettorato tende a premiare liste e candidature che non sono state logorate da conflitti interni. Questa regola riguarda tanto le forze politiche tradizionali, quanto le nuove formazioni. Prendiamo i Cinquestelle: a Napoli hanno avuto non pochi problemi a individuare il candidato; i big hanno preferito non scendere in campo; una parte dei militanti non ha digerito la scelta abbastanza incolore di Matteo Brambilla, minacciando addirittura di adire le vie legali. Risultato: il Movimento è abbondantemente al di sotto della media nazionale, e fa probabilmente peggio anche del risultato ottenuto con la Ciarambino alle Regionali dello scorso anno. Pesa sicuramente il consenso per De Magistris, ma i grillini ci hanno sicuramente messo del loro. Stessa cosa a Milano, dove la candidata indicata in un primo momento, Patrizia Bedori, si è fatta (o è stata fatta) da parte. Fortissima fibrillazione, e Milano uscita fuori dai riflettori del Movimento. Risultato: la partita se la giocano Sala e Parisi, centrosinistra e centrodestra, e i Cinquestelle ottengono percentuali tutto sommato modeste. Del candidato, Gianluca Corrado, si conserverà traccia solo in qualche almanacco di figurine.

Guardiamo altrove. Nel centrodestra, Roma è stato l’epicentro di tutti i conflitti, il caso più eclatante. Da una parte un elettorato di centrodestra moderato, con Alfio Marchini; da un’altra parte un elettorato di destra populista, con Giorgia Meloni (e Salvini a supporto). Conseguenza: la destra è con ogni probabilità fuori dalla partita finale, quella del ballottaggio. E la lista di Forza Italia, che ha prima provato a puntare su Bertolaso per poi accodarsi a Marchini fra mille polemiche tocca il suo minimo storico, con percentuali dai quali è dubbio che possa in futuro riprendersi.

Nel centrosinistra, l’impresa più difficile è stata Napoli. A Napoli le primarie hanno decretato un vincitore, Valeria Valente, che Antonio Bassolino, il perdente, ha a lungo mostrato di non riconoscere: impugnando il risultato, chiedendo di rivotare, contestando poi puntualmente tutte le scelte compiute nel corso della campagna elettorale. Risultato: la lista del partito democratico rimane ferma, grosso modo, alle percentuali ottenute cinque anni fa col prefetto Morcone, dopo la debàcle dell’annullamento delle primarie, e al momento gli exit poll danno la Valente terza, e dunque fuori del ballottaggio.

Conclusione: gli elettori non si turano più il naso. Essendo venuto meno il sentimento forte di un’appartenenza ideologica o di partito, non hanno più motivo di farlo. Una proposta politica diviene quindi inevitabilmente più convincente, quando è rappresentata con chiarezza dal candidato prescelto, mentre divengono sempre meno comprensibili i disaccordi e i contrasti interni: non essendo più riconoscibili divisioni di carattere ideologico, culturale o programmatico, non resta che la lotta di potere e l’ambizione personale. Che in genere l’elettore non apprezza.

C’entra anche la personalizzazione della politica? Sicuramente. Tanto più in una competizione come quella municipale, con l’elezione diretta, dove quindi imbroccare il candidato giusto può fare la differenza. E anche in questo caso, ciò è vero a destra come a sinistra, così come dalle parti dei grillini. Vale cioè per Parisi a Milano, che porta il centrodestra molto più in alto che altrove, ma anche per la Appendino a Torino, che rimane in partita nonostante il credito di cui godeva Fassino alla vigilia. Vale infine pure per Giachetti a Roma, che ha permesso al Pd di superare lo sbandamento seguito alle dimissioni di Marino e alla fine traumatica della consiliatura, e probabilmente di rimanere in partita.

C’entra dunque il fattore personale. Ma pesa pure l’esiguità di quelli che erano una volta gli «interna corporis» dei partiti. Che quasi non esistono più. E che comunque non riescono più a tener dentro un bel nulla. Ed ecco allora l’ultimo risultato: la legittima, e insopprimibile, lotta politica si riversa nei canali artificiali di una sorta di circolazione extra-corporea, cioè su media, rete e giornali, e là fuori di legittimità ne conquista sempre meno. L’elettore sente tutti i miasmi che si sollevano e siccome il naso non se lo tura più, vota da un’altra parte o, più spesso, si astiene.

(Il Mattino, 6 giugno 2016)

Riuscirebbero i grillini a reggere se fallisse la conquista di Roma ?

Superstudio

Tutti in piazza per Brambilla sindaco, a Napoli. Tutti in piazza per Bugani sindaco, a Bologna. E soprattutto: tutti in piazza per Raggi sindaco, a Roma. E piazza del Popolo si è riempita: la mobilitazione c’è stata, e l’aspettativa di una vittoria della candidata a cinque stelle rimane molto alta. La lunga marcia nelle istituzioni del Movimento avrebbe sicuramente una svolta, se Virginia Raggi dovesse diventare sindaco di Roma. L’assalto al cielo della politica italiana sarebbe cominciato. A Renzi rimarrebbe la partita del referendum istituzionale, ma un sindaco grillino nella Capitale trasformerebbe immediatamente il Movimento in un’altra cosa, cioè in un’alternativa politica reale. Finora, chi vota cinque stelle ha molto chiaro a cosa dice no, e chi vuole mandare a casa, ma è molto meno sicuro di cosa significhi dare il governo del Paese ai Cinquestelle. A quale cultura politica? A quale ceto politico? Per farsene un’idea, non possono bastare Parma, Livorno o Quarto. Roma invece sì, il Campidoglio sarebbe il terreno ideale per dimostrare, in vista delle politiche, che da quella parte non ci sono solo grillini chiassosi e intransigenti, ma una classe dirigente in grado di gestire la capitale del Paese, e dunque anche di andare su su, fino a Palazzo Chigi. E poiché nemmeno i Cinquestelle possono venire tutti dalla luna, si vedrà anche come riempiranno le seconde e terze file, a quali serbatoio di ceto politico e professionale attingeranno, e in che modo si confronteranno con le burocrazie pubbliche.

Ma anche il contraccolpo sul Movimento, nel caso in cui la Raggi non dovesse farcela, sarebbe di non poco momento. Nel 2013, i Cinquestelle sono arrivati primi, dietro solo alla coalizione del Pd di Bersani (peraltro subito accantonata dai democratici). Pur rappresentando un quarto circa dell’elettorato, dopo circa tre anni i grillini non riescono ancora a presentare proprie liste in tutti i comuni. È una situazione paradossale, mai altrove verificatasi: che il primo partito su base nazionale non sia rappresentato ovunque, su base locale. Se la Raggi non dovesse vincere, se i Cinquestelle non raggiungessero il ballottaggio nelle principali città italiane, la fisionomia sfilacciata del Movimento non sarebbe nascosta dal valore simbolico del sacco di Roma, e le spinte centrifughe si moltiplicherebbero.

Anche sul piano organizzativo, il Movimento è su un crinale sottile. Perché parla sempre meno di streaming, sempre meno di «uno vale uno», sempre meno di decisioni prese dagli iscritti, mentre sempre più chiaramente emergono leadership o potenziali leadership, direttori, riunioni riservate e cerchi magici. La Raggi che promette di ascoltare, in caso di elezione a sindaco, i parlamentari, e il deputato europeo, e il consigliere regionale, non sembra proprio che prenderà le decisioni riunendo la base dei meetup della capitale. Ma finché vinci, o i sondaggi ti danno vincente, è difficile che ti venga rinfacciata la contraddizione. Diverso è però se perdi: allora i mugugni crescono, la conflittualità interna sale, viene anche per i grillini l’ora livida dell’analisi del voto e la piega presa dal Movimento  può facilmente esserti rimproverata come una deviazione dal progetto originario.

Fin qui, Grillo e Casaleggio hanno tenuto insieme il Movimento a colpi di sospensioni ed espulsioni. I gruppi parlamentari grillini di deputati e senatori ne hanno persi parecchi, e però le sorti del Movimento non ne hanno finora risentito. Se il Movimento si conferma sulle percentuali del 2013 ed elegge la Raggi sindaco, queste sono bazzecole. Se le cose vanno diversamente, allora son dolori (forse).

(Il Mattino, 5 giugno 2016)