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Opportunità e rischi con un liceo di quattro anni

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L. Fontana, Concetto spaziale. Attese (1964)

Quattro anni invece dei tradizionali cinque anni di liceo. L’aspetto positivo della sperimentazione avviata dal ministero dell’istruzione è che, appunto, si tratta di una sperimentazione. Non dunque di una riforma fatta e finita, ma di un primo passo per provare ad abbreviare i percorsi didattici e accorciare i tempi di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, avvicinandoci così agli altri paesi europei. L’intenzione del governo non è quella di ridurre la quantità e la qualità dell’insegnamento nelle scuole secondarie superiori, ma quello di comprimerlo, in modo da svolgere i programmi in quattro anni anziché in cinque.
Una sperimentazione va valutata dopo un congruo periodo di tempo, sulla base dei risultati, ed è quindi prematuro esprimere un giudizio compiuto. Tuttavia è lecito nutrire qualche dubbio sul fatto che sia questa la strada da preferire per affrontare i problemi della scuola italiana. Che sono certamente legati all’inserimento nel mondo del lavoro e quindi al collegamento di questo mondo con quello dell’istruzione e della formazione, ma che sembrano per questo dipendere molto di più dalle condizioni del sistema universitario, che non dalla durata dei percorsi liceali.
Questo è infatti il primo dubbio: che il Ministero guardi nella direzione sbagliata, e punti a cambiare la scuola quando invece si tratterebbe anzitutto di potenziare la formazione universitaria. L’Italia ha ancora pochi laureati, a confronto con i partner europei. E per portare più giovani a laurearsi è dubbio che possa servire abbreviare gli anni di studio al liceo. Quel che occorre è invece una robusta inversione di tendenza nelle politiche condotte finora verso l’università: in termini di finanziamento del fondo ordinario per gli Atenei, ma anche di orientamento allo studio, e di borse a sostegno del diritto allo studio. Pochi ragazzi hanno chiaro in testa cosa significhi lo studio universitario, e troppo poco fanno le scuole e le università per chiarirglielo. In queste condizioni, togliere un anno non è un contributo alla chiarezza: riduce i tempi, ma c’è il rischio che aumenti le distanze.
Dalla sponda universitaria si vede bene un altro motivo di perplessità di fronte alla sperimentazione annunciata. Un buon sistema educativo assicura una buona formazione di base. Per formazione di base non intendo una formazione elementare, ma una formazione generale, sopra la quale soltanto possono innestarsi percorsi specifici. Questa esigenza è tanto avvertita, che gli ultimi dati attestano un movimento in contro tendenza rispetto agli anni precedenti, con un ritorno significativo agli istituti liceali rispetto agli altri tipi di istruzione secondaria superiore. Quello che i licei assicurano è infatti una formazione ampia, profonda, non specificamente tecnica, non immediatamente professionalizzante, in grado di aprire a ventaglio, non di chiudere e limitare, le possibilità di proseguire gli studi dopo la chiusura del ciclo scolastico. Non è vero affatto, peraltro, che le imprese abbiano bisogno di figure già dotate di abilità precise e ben delimitate: hanno bisogno semmai di giovani sempre più in grado di costruire nuove competenze anche al termine del periodo di formazione scolastico. Per dirla con una metafora biologica: non hanno bisogno di cellule specializzate, ma di cellule totipotenti. Ora, questa capacità, che nel linguaggio contemporaneo si esprime anzitutto in termini di flessibilità, si acquisisce non al termine, ma all’inizio dei processi di formazione scolastica. Di nuovo, dunque, appare il rischio che comprimere lo studio liceale non garantisca un reale vantaggio, ma comporti piuttosto una perdita.
Infine, ripensare la scuola significa ripensare anche le cose che vi si insegnano. Noi restiamo un paese povero di cultura scientifica, che di solito, quando riflette su questa carenza, non trova di meglio che chiedere, per ovviarvi,  meno cultura umanistica. Come se il gioco fra le due culture fosse ancora un gioco a somma zero. Non è così, perché la cultura è una e le sue parti possono e devono sostenersi reciprocamente. Piuttosto, è l’illusione che la scuola possa mettersi a scimmiottare quello che accade in altri luoghi della società e della vita pubblica, e che i ragazzi sono ben in grado di imparare in altro modo e per altri canali, a togliere spazio – ma anche credibilità e autorevolezza – alla formazione scolastica. Svecchiare la scuola non può significare dunque imbellettarla con qualche nuovo strumento tecnologico, dimenticandosi di curare l’impianto formativo di fondo.
Va bene sperimentare, insomma, ma senza illudersi che lo scopo della scuola sia solo quello di far prima. Pochi, maledetti e subito vale forse per qualche affare da concludere rapidamente, ma non può essere la qualità dei nostri ragazzi quando escono dal liceo.
(Il Messaggero, 8 agosto 2017)
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Maggioranza e minoranza, ecco dove il Pd si è spaccato

Massimo Adinolfi, Nando Santonastasopd

Nuovi gruppi parlamentari, e presto anche nuovi soggetti politici: la scissione nel Pd è ormai cosa fatta. Ma fatta perché o per cosa? Ragioni di posizionamento politico, lotte di potere, ambizioni personali contano, ovviamente. Ma hanno comunque bisogno di un vocabolario per articolarsi, di un lessico per dirsi e per spiegarsi. Siccome non sono più disponibili i vecchi schemi ideologici, la scissione cammina sui temi e le politiche di questi anni, tra antiche velleità e nuove ambizioni. Dopo dieci anni, il partito democratico non ha ancora chiaro quale debba essere il suo complessivo orizzonte culturale: se deve spingere di più sul pedale dell’innovazione, o recuperare parte del bagaglio teorico abbandonato nel corso degli anni, se essere più testardamente socialdemocratico o più spregiudicatamente liberale, se puntare di più su apertura, speranza e futuro, o se invece offrire più sicurezza, protezione, assistenza. Se reinventarsi o ritrovarsi. E se, più prosaicamente, rivendicare o ripudiare le politiche fatte stando al governo. Il dibattito apertosi dentro il Pd, soprattutto dopo il referendum del 4 dicembre, prosegue ora anche fuori, con la scissione, anche se non così fuori e lontano come appaiono le posizioni di Sinistra italiana. In ogni caso, era giusto parlare di maggioranza e minoranza, come abbiamo fatto, perché la ricerca di spazio e di identità della sinistra non è cominciata con la scissione, e non finisce con essa. Di sicuro nel vocabolario della crisi entrano tanti, forse troppi disitnguo che hanno segnato, irrimediabilmente, la storia interna del maggiore partito italiano negli ultimi anni. Rari i momenti di scelte condivise, fino allo scontro totale che ha preceduto la sconfitta dell’ex premier e della maggioranza al referendum costituzionale. Oggi che i venti di scissione sono diventati certezza, si apre una nuova fase dagli sviluppi complicati, condizionata come sarà dalla nuova prospettiva proposizionale che si intravede nella nuova legge elettorale. Ed è qui che i giochi torneranno a essere decisivi, come non è difficile prevedere.

Il Jobs act. Su articolo 18 e bonus lo scontro più duro

È uno dei nervi scoperti del Pd, il fronte forse più acceso di contrasto tra maggioranza e minoranza. La riforma del lavoro, difesa a spada tratta da Renzi, ha puntato tra le priorità al ritorno a politiche attive del lavoro, alla creazione di nuova occupazione dopo gli anni della recessione attraverso incentivi e semplificazione burocratica, all’abolizione dei vincoli sui licenziamenti chiesta a gran voce dalle imprese. Sostenuta dall’Ue, che l’ha sempre considerata giusta e moderna, la riforma è finita subito nel mirino della minoranza. L’abolizione dell’articolo 18 e la possibilità dei licenziamenti collettivi hanno creato un solco mai colmato («Errore clamoroso», disse non a caso Speranza nel giorno dell’approvazione della legge). Ma anche i modesti risultati sui nuovi posti di lavoro e sull’occupazione giovanile in particolare sono stati imputati dai “bersaniani” ai limiti oggettivi della legge.

L’Imu. La tassa sulla prima casa tra distinguo e polemiche

Altro terreno di forte scontro, l’aboliione dell’imposta sulla prima casa. Il governo Renzi e la maggioranza Pd l’hanno estesa a tutti, senza alcuna eccezione in base alle categorie di reddito come invece chiedeva la minoranza per la quale il provvedimento è stato considerato sin dall’inizio un ulteriore “regalo” al centro politico che ha sostenuto l’esecutivo. Per Renzi quella scelta è stata invece il primo passo per un progetto più complessivo di abolizione della tassazione sulle famiglie che avrebbe dovuto portare anche alla riduzione delle aliquote Irpef, sponda che la crisi del post-referendum ha reso irraggiungibile. Per la minoranza resta al contrario l’idea-forte di tassare di più i redditi e i patrimoni alti spingendo al massimo la lotta all’evasione fiscale per recuperare le risorse necessarie.

Le alleanze. Sguardi bifronti: dal centro al richiamo della sinistra

Non si sa con quale legge elettorale si andrà a votare, né quando, ma è convinzione diffusa che la legge avrà un impianto proporzionale. Le prossimen maggioranze si formeranno dunque in Parlamento: come nella prima Repubblica, salvo il fatto che la solidità e la compattezza dei partiti di allora è incomparabilmente superiore a quelle delle formazioni politiche attuali. Ciò detto, la minoranza disdegna di guardare verso il centro, mentre la maggioranza del Pd trova più facile tirare una linea di demarcazione a sinistra. Qeusto in teoria, perché per arrivare al 51% è sempre più probabile che ci sarà bisogno di formare coalizioni molto ampie, a meno di non volersi sottrarre alla prova del governo. Ma pezzi della minoranza coltivano l’illusione di riaprire il discorso con il M5S, mentre in settori della maggioranza affascina ancora il modello neocentrista del “partito della nazione”.  

Il welfare. Lotta alla povertà: piani e “strappi” senza sbocchi

La povertà e le misure per contrastarla sono state un terreno quasi inevitabile, anche dal punto di vista ideologico, di contrasto. Il governo Renzi e la maggioranza hanno sempre detto di no all’idea di un reddito di cittadinanza “modello 5 Stelle”, puntando sul reddito di inclusione e aumentando le risorse destinate al Fondo di solidarietà per le famiglie del disagio sociale. I tempi però non sono stati brevi perché il ddl illustrato dal ministro Poletti a febbraio non ha ancora completato l’iter. La minoranza ha presentato proposte se non alternative quanto meno diverse puntando soprattutto ad estendere la platea dei beneficiari degli 80 euro (in base ai componenti del nucleo familiare) attraverso la revisione del codice Isee e degli aventi diritto al bonus bebé. Dialogo spesso tra sordi ma mai interrottosi.

I diritti. Su unioni civili e cannabis uniti senza se e senza ma

Sui temi dei diritti civili, sulle materie eticamente sensibili, il partito democratico è forse meno diviso che in passato. In Parlamento e nelle Commissioni sono in discussione almeno tre argomenti delicati: la legalizzazione delle cannabis, lo ius soli, il testamento biologico. Su posizioni progressiste si trovano tanto esponenti della maggioranza quanto esponenti della minoranza. Così è stato anche al momento di votare le unioni civili, nel 2015: Renzi ne aveva fatto un punto qualificante della sua campagna per le primarie, ma quella legge ha il consenso anche di Speranza o di Rossi. Quando fu varata, si accantonò il tema della stepchild adoption, ma nelle discussioni in corso nessuno lo ha indicato come uno dei punti sui quali fare una battaglia nel prossimo futuro.

Le privatizzazioni. Forti divisioni sul mercato ma la crisi riduce le distanze

La linea della maggioranza renziana è stata chiara sin dall’inizio: mettere sul mercato quote, mai la maggioranza, dei cosiddetti campioni nazionali del sistema industriale e produttivo del Paese (da Eni a Poste) per favorire lo sviluppo della competitività attraverso il mercato e consentire l’attrazione di capitali stranieri, indispensabili alla crescita. Di tutt’altro avviso la minoranza anche se lo stesso Bersani, ministro del governo Prodi, non ha mai nascosto che certe scelte di ispirazione blairiana andavano fatte e condivise (non a caso le “lenzuolate” rimandano al suo nome). Oggi però quelle ricette non vanno più bene di fronte alla povertà e alla strategia politica delle “destre”. Non a caso lo stesso Renzi ne ha tenuto conto negli ultimi tempi rivedendo almeno parzialmente l’impostazione originaria.

Le tasse. 80 euro, Ires, Rai: i tagli non ricompongono l’intesa

«Continuare a ridurre le tasse per i cittadini, fare di tutto per incentivare il lavoro e produrre ricchezza, perché solo così riparte la nostra economia». Renzi e la maggioranza hanno insistito moltissimo su questo punto: non solo l’Imu ma anche il bonus degli 80 euro, la riduzione del canone Rai, il taglio di Iri e Ires per le imprese, l’abolizione dell’Imu agricola sono tutti provvedimenti, spiegano, che dimostrano in modo inequivocabile la scelta di avviare concretamente l’annunciata diminuzione della pressione fiscale. La minoranza replica impugnando l’addio all’Imu: non si può togliere l’imposta anche a chi dichiara redditi da un miliardo. Meglio, si insiste, dedicarsi agli investimenti che incidono di più sulla crescita. Replica di Renzi nel fiore delle polemiche: «Per i cittadini stiamo riducendo troppo poco le tasse invece per (alcuni?) i politici le stiamo riducendo troppo. Non è fantastico?».

L’Europa. Fiscal compact, che errore. Stavolta tutti lo riconoscono

È un terreno che avvicina molto maggioranza e minoranza, peraltro d’accordo su quella che oggi viene considerata una scelta-capestro per un Paese con un elevato debito pubblico. Parliamo dell’adesione al fiscal compact “imposta” dal patto tra il governo Monti e l’Unione europea e considerato quattro anni fa come un punto irrinunciabile per riconquistare la fiducia di Bruxelles. Il pareggio di bilancio, votato dal Parlamento (Pd pressoché compatto) e inserito nella Costituzione, si è rivelato con il tempo una sorta di trappola: da tempo Renzi chiede la fine di politiche di rigore e austerità dell’Ue e su questo terrno non ha trovato opposizioni interne. La minoranza chiede però che il partito si impegni per una forte politica di redistribuzione dei redditi e sul come agire le distanze interne restano.

Gli statali. Una bocciatura che apre altri fronti di contrasto

La riforma tutto sommato non aveva trovato fortissime opposizioni: la decisione di mettere mano alla macchina pubblica, specie per eliminare privilegi e distorsioni organizzative e di carriera, rilanciando finalmente la credibilità del settore, non aveva incontrato resistenze di sorta. Il diavolo però ci ha messo lo zampino, nel senso che la decisione della Consulta di bocciare tre passaggi decisivi del piano predisposto dal ministro Madia ha finito per trasformarsi in un ulteriore motivo di scontro interno anche perché capitato nel bel mezzo delle tensioni per la riforma costituzionale. Olio bollente sull’incendio, insomma. Non è un caso che anche all’interno del partito la riproposizione del ministro nella nuova squadra di governo era considerata poco probabile. Non per Renzi che sulla riconferma del “suo” ministro non ha avuto alcun dubbio rilanciandola anche con Gentiloni.

I riferimenti. Tra Schulz il socialista e Macron l’outsider

Ora che Martin Schulz si è tuffato nella campagna elettorale tedesca, staccando la Merkel nei sondaggi, c’è la possibilità di dire che forse non tutto, del vecchio bagaglio di idee della socialdemocrazia, è da buttare. Perché Schulz ha rivitalizzato la SPD, proponendo di smantellare l’indirizzo politico economico seguito dalla Germania negli ultimi anni (dalla Merkel, ma prima ancora dallo stesso Schrøeder, il cancelliere socialdemocratico che spostò il partito verso il centro): niente austerità, retromarcia sui contratti a tempo e sul salario minimo, che invece di garantire i lavoratori ne comprime i redditi. Lo slogan suona: «è tempo di maggiore giustizia sociale, è il tempo di Martin Schulz». Schulz però entusiasma solo la minoranza, perché la maggioranza renziana pensa piuttosto a Macron, il rottamatore d’Oltralpe che si candida all’Eliseo fuori dagli schemi, oltre la destra e la sinistra.

 La scuola. La riforma della discordia ha spaccato anche il partito

La riforma della scuola è stata una buccia di banana per Renzi e il Pd. Non a caso, nel governo Gentiloni manca solo la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini. Il giudizio della maggioranza, che quella riforma ha voluto e votato, è ovviamente positivo, ma si appoggia soprattutto sull’entità delle risorse messe a disposizione, sul numero delle assunzioni, sull’indizione del concorso. La filosofia della riforma – autonomia, nuovo ruolo della dirigenza, alternanza scuola-lavoro – è molto più timidamente difesa. La minoranza invece la ritirerebbe oggi stesso. E forse sottoporrebbe a revisione tutto l’indirizzo di riforma dei governi di centrosinistra dai tempi del ministro Luigi Berlinguer ad oggi. Ma la scuola è stato anche il terreno di una frattura con tradizionali mondi di riferimento della sinistra, che la minoranza vuole recuperare, che la maggioranza ha qualche difficoltà a rifondare.

Il sistema elettorale. Il ritorno al proporzionale occasione o iattura

La legge con cui voteremo sarà quasi sicuramente una legge proporzionale, più o meno corretta. Ma questo è un giudizio di fatto, che tiene conto della sconfitta di Renzi al referendum e della sentenza della Corte Costituzionale. Il giudizio di valore però è diverso: per gran parte della maggioranza, il proporzionale è quasi una iattura, e l’Italia rischia di scivolare nuovamente nel pantano di governi deboli e coalizioni litigiose. Se potesse correggere in senso maggioritario la legge, lo farebbe. Diverso l’avviso della minoranza, che considera il proporzionale il vestito ordinario delle democrazie parlamentari, e teme ogni rafforzamento dei momenti della decisione, ogni irrobustimento dell’esecutivo a scapito del Parlamento, che passi attraverso correzioni maggioritarie, collegi uninominali, soglie di sbarramento elevate.

Il Mezzogiorno. Masterplan e Patti al via tra dubbi e “resistenze”

Non ha forse assunto il rilievo di uno dei temi più caldi dello scontro interno ma di sicuro anche le politiche per il Sud hanno diviso il Pd. Almeno nel senso che i percorsi individuati per ridurre il divario, obiettivo comune a tutto il partito, non sono apparsi sempre condivisi. Renzi dopo un anno di incertezze e di distacco («Basta piagnistei, basta con la denuncia del Sud abbandonato» ecc. ecc.), forse anche sotto il peso della critica dei territori, ha dedicato al Mezzogiorno un masterplan e 16 Patti con Regioni e Città metropolitane, tutti almeno teoricamente decollati. Ma non è caso che proprio al Sud si sia consumata la fetta più ampia della sconfitta al referendum e che le resistenze di Emiliano in Puglia abbiano avuto un peso anche mediatico tutt’altro che trascurabile.

L’immigrazione. Accoglienza e inclusione ma con diversi accenti

Su questo tema non è sempre chiaro se si confrontino nel Pd diverse sensibilità o diverse politiche. Perché il partito democratico è per l’accoglienza e l’inclusione. Ma con regole, che rendano governabile il fenomeno. Cosa più facile a dirsi che a farsi. Così capita che, a seconda degli umori (o delle tragedie) gli accenti si spostino ora sulla sicurezza, ora invece sulla solidarietà. Un banco di prova sarà presto offerto dalle nuove misure varate dal governo Gentiloni: più poteri ai sindaci, che potranno allontanare dal territorio comunale soggetti responsabili di violazioni reiterate, velocizzazione delle procedure relative al diritto d’asilo, per accelerare eventuali rimpatri. La maggioranza non avrà tentennamenti, ma nella minoranza si faranno sentire posizioni più sbilanciate a sinistra, che temono svolte di carattere securitario.

Le riforme. Il referendum spartiacque su Costituzione e poteri

Dopo lo scontro sul referendum, c’è da ritenere che per un po’ non se ne riparlerà, ma questo non vuol dire che sul terreno delle riforme costituzionali non si sia prodotto una lacerazione. Non solo perché la minoranza ha votato no, mentre la maggioranza ha votato sì, ma perché il no è stato accompagnato da valutazioni perentorie: riduzione degli istituti di garanzia, pericolo di deriva autoritaria. In questione non era il superamento del bicameralismo, né il Senato delle regioni, ma l’impianto complessivo della riforma, che ricordava agli oppositori le aspirazioni di Craxi o il progetto di Berlusconi e Calderoli. Una cosa di destra, insomma, che deturpava uno dei miti fondanti della Repubblica, quello della Costituzione democratica nata dall’antifascismo. Proprio il genere di argomenti che, agli occhi dei fautori, condanna da decenni il Paese all’immobilismo in tema di riforme.

Il partito. Primarie aperte a tutti o più peso per gli iscritti

I democratici sono l’unica formazione politica attualmente in campo che conserva il nome di partito. A volte sembra un motivo di orgoglio, altre volte un inutile fardello. Di sicuro la minoranza imputa a Renzi le maggiori responsabilità per la scissione, accusandolo di non aver saputo o voluto tenere insieme una comunità. Per Renzi e i suoi, è la minoranza che rifiuta le regole democratiche del confronto e della decisione. Al fondo stanno però idee diverse sulla forma-partito. Non a caso, per la minoranza il problema è già nello statuto, che per via delle primarie aperte dà poco peso agli iscritti e proietta la leadership in un rapporto diretto coi cittadini. Cosa che per la maggioranza è, al contrario, un titolo di merito. Infine: Renzi ha fortemente voluto l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, la minoranza volentieri tornerebbe indietro.

(Il Mattino, 22 febbraio 2017)

Il merito torna a scuola e non trova docenti

ImmagineLe stime parlano di circa ventimila posti nella scuola, su poco più di sessantamila messi a concorso, che non saranno assegnati. Non ci sono i candidati, nel senso che quelli che c’erano sono stati bocciati. La scuola intanto cambia: si investe sulle nuove tecnologie didattiche, torna il maestro unico prevalente, è introdotta la nuova prova scritta nazionale Invalsi nell’esame di terza media, si riorganizzano gli indirizzi di studio dei nuovi licei, si potenzia l’insegnamento delle lingue straniere, si ridefiniscono i percorsi didattici degli istituti tecnici e professionali. E si assumono nuovi docenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Si fa dunque il concorso, si mettono a bando 63.712 posti e si svolgono le prove. Ma sorpresa! In larga parte, le prove non vengono superate, e così bisognerà ancora una volta ricorrere agli iscritti alle graduatorie ad esaurimento e conferire incarichi annuali.

Ma perché così tanti bocciati? Il dato è così anomalo, o forse semplicemente inatteso, da spingere molti a formulare ipotesi le più varie che ne diano conto: le tracce assegnate sono forse troppo difficili, troppo complesse, troppo complicate? Il tempo a disposizione dei candidati è troppo poco? I percorsi di abilitazione seguiti dai candidati ammessi a concorso si sono rivelati inadeguati? Fra i commissari d’esame e i candidati sussistono forse abissi di incomunicabilità? L’italianista Claudio Giunta, ad esempio, su «Il Sole 24 ore», ha passato in rassegna le otto domande della prova d’italiano. Le ha giudicate «estremamente complesse», tali da richiedere «risposte ben argomentate» (come si può pensare, tuttavia, di insegnare italiano nelle scuole senza essere in grado di produrre risposte ben argomentate?). Il fatto è che però per le otto risposte della prova (e le altre risposte chiuse) i candidati avevano a disposizione solo due ore e mezza: troppo poco. E così Giunta ha concluso: «escluderei che una prova del genere, nel tempo assegnato, possa essere svolta decentemente da parte di chicchessia, anche del migliore studioso di letteratura italiana».

Può darsi che sia effettivamente così, e che quel che è successo con la prova d’italiano sia successo anche in altre materie (io comunque ho dato uno sguardo alle domande della prova in filosofia, e non mi sono parse insormontabili), ma lo stesso Giunta mette in premessa qualche considerazione più generale: sui molti che vorrebbero insegnare e che piuttosto dovrebbero ancora imparare; sulle lacune nella preparazione che dipenderebbero non già dagli studi universitari ma dal poco o nulla che si è fatto prima, alle medie e al liceo; sulla scarsa attrattività che l’insegnamento esercita sui più bravi e più brillanti, specie nelle discipline scientifiche.

Insomma: qualcos’altro forse c’è. Qualcosa che non riguarda solo le modalità di svolgimento delle prove concorsuali, ma più in generale il posto della scuola nella società. Sempre meno centrale, sempre più marginale, sempre meno qualificante. Claudio Giunta ha limitato la sua considerazione all’ambito scientifico, ma il problema si pone anche nelle altre materie, con la sola differenza che in quei casi mancano alternative all’insegnamento altrettanto robuste di quelle che si aprono a un laureato in discipline scientifiche. Ma il problema è lo stesso: i più bravi sono sempre meno interessati a insegnare. Per più di un motivo: perché gli stipendi sono bassi, e chi è bravo non è entusiasta all’idea di impiegare la propria bravura per avere in cambio un salario modesto. E perché la bravura (cioè il merito, le competenze) non ricevono veri riconoscimenti, né di ordine simbolico né più prosaicamente materiali.

Diciamolo allora in una parola: c’è stato un generale disinteresse, in tutti questi anni, a portare in cattedra quelli bravi. Il solo fatto che si sia attesa quasi una generazione per ripartire con i concorsi la dice lunga sull’importanza assegnata alla selezione di una buona classe docente. Se non fai i concorsi, procedi inevitabilmente per toppe e rammendi, e mandi avanti un po’ tutti: quelli che studiano e magari continuano pure a fare attività di ricerca (ci sono), ma anche quelli che vanno solo a caccia di punti e supplenze, indipendentemente dall’impegno didattico profuso, da progetti formativi o da specifiche attitudine professionali (ci sono, e sono di più).

Con il concorso il ministro Giannini ha provato a far ripartire il motore della scuola, ingolfato da una pessima manutenzione. Anzi: dall’assenza di qualunque intervento per tanti, troppi anni. E si è visto cosa è accaduto in tutto questo tempo: che un’intera leva di aspiranti docenti è arrivata all’appuntamento del tutto impreparata, forse persino sorpresa all’idea che dovesse prepararsi. Forse, quelli che il concorso non lo volevano affatto, e puntavano solo a una qualche forma di ope legis, avevano presentito una disfatta simile. Ma avessero avuto ragione non l’avrebbero evitata: l’avrebbero solo trasferita nelle aule. Piuttosto, alla luce dei risultati che stanno emergendo in questi giorni, è evidente che la riforma scolastica è appena cominciata, e non potrà dirsi riuscita se non riporterà la scuola al centro della vita pubblica e sociale del Paese, e se non si troverà il modo di portare in cattedra un buon numero di quelli bravi.

(Il Mattino, 1 settembre 2016)

Il coraggio di premiare la qualità

ImmagineLa chiamata per competenze introdotta lo scorso anno con la riforma della scuola è destinata a cambiare profondamente una delle infrastrutture portanti del Paese. Perché sono ora i dirigenti scolastici a formare l’organico dei loro istituti. Ora: nei prossimi giorni. Sulla base di criteri pubblici, contenuti nell’offerta formativa della scuola, e dietro motivazione altrettanto pubblica della scelta effettuata tra i curriculum presentati dai docenti, saranno loro, i dirigenti, a coprire di volta in volta il posto di professore di matematica o quello di lingua straniera. Di volta in volta significa: ogni tre anni. Ogni tre anni nuove graduatorie, nuovi criteri e, se è il caso, nuove scelte da parte dei dirigenti. Sicché i docenti, già di ruolo, non avranno più la garanzia di inamovibilità di un tempo, di rimanere cioè in una sede per tutta la loro carriera (salvo chiedere loro stessi di essere trasferiti). Gli tocca di esser bravi, e apprezzati.

Di fronte a un cambiamento di questa portata, non c’è da stupirsi che si registrino resistenze, critiche, paure. Si immagina che la riforma spinga i docenti a una vita da leccapiedi nei confronti dei presidi, o che i presidi facciano un mercimonio del potere discrezionale che la legge assegna loro. In un caso e nell’altro, però, non si dà molta fiducia alle relative categorie. Si pensa che i docenti siano pronti a farsi servili, e che i dirigenti siano disponibilissimi a tradire la loro funzione. Ma stavolta hanno ragione, io credo, Renzi e il ministro dell’istruzione Stefania Giannini: a criticare la riforma è, in fondo, chi pensa che il Paese non ce la possa fare, che non abbiamo un corpo docente e una classe dirigente che amino davvero il proprio lavoro e pensino di poterlo fare bene, e di poter essere finalmente valutate per questo. Perciò preferisce accontentarsi, accettare lo status quo e mantenere un equilibrio non ottimale, piuttosto che provare a innalzare la qualità dell’offerta scolastica puntando anzitutto sull’autonomia della scuola e la responsabilità di chi la dirige.

In realtà, quello di insegnante è ancora un mestiere che si sceglie spesso per vocazione, in cui le gratificazioni di ordine personale legate al rapporto umano, educativo, didattico con gli studenti superano di gran lunga le soddisfazioni di ordine economico, o professionale. Tutti hanno conosciuto – da studenti o da genitori – insegnanti o professori che si dannavano in aula, indipendentemente dalla considerazione che di loro avesse il collega, il preside o il direttore. Indipendentemente anche dallo stipendio. Questi docenti traevano la loro motivazione dall’unico fondo al quale un docente dovrebbe attingere: da loro stessi e dalla loro passione per l’insegnamento. Questi, indubbiamente i più bravi, non cambieranno di un grammo la loro condotta: non riceveranno una spinta o uno stimolo in più dalla riforma, ma non diventeranno certo improvvisamente più servili.

La scuola però è fatta anche di molti altri che in un aula non entrano “per trovare un dimensione”, come il carabiniere del film di Carlo Verdone. A costoro si chiede ora di rinunciare ad alcune delle vecchie certezze e di investire più decisamente sulle proprie competenze. Mentre alle scuole si chiede di innalzare e differenziare in autonomia la qualità dell’offerta formativa. Se i criteri di scelta a fondamento delle chiamate dirette dei dirigenti permettono di premiare una preparazione specialistica post-laurea, oppure di privilegiare qualifiche congruenti con il piano di attività didattiche del singolo istituto, non può che venirne un bene per il sistema dell’istruzione nel suo complesso.

Ma anche le migliori riforme difficilmente si fanno senza metterci soldi. Massima che vale anche nel momento in cui cambi il profilo docente. Se finora il patto più o meno tacito era: “tu mi paghi poco, io però lavoro poco e non mi muovo”; il nuovo patto non può essere: “io lavoro di più e mi rendo disponibile a cambiare sede, tu però continui a pagarmi poco”. Immaginare che i docenti possano sobbarcarsi una più intensa mobilità di sede e un’inedita concorrenza entro i nuovi ambiti territoriali senza adeguamenti stipendiali è sbagliato (oltre che ingiusto).

Ed è sbagliato pure non prestare maggiore attenzione, dall’altro lato, ai nuovi compiti dei dirigenti. Le maggiori responsabilità e discrezionalità devono avere conseguenze, quando siano esercitate male. È vero che il dirigente rende pubbliche le sue scelte, ma se le sbaglia? Sul versante della valutazione del dirigente c’è ancora troppo poco, nella riforma. Né si può dire che, allo stato, il territorio e le famiglie esercitino sulle scuole una pressione tale, da esser loro a punire le scelte sbagliate, per esempio in termini di minori iscritti. A volte si sceglie una scuola perché offre la mensa, o è vicino a casa. A volte, purtroppo, anche perché non si corrono troppi rischi di bocciatura. C’è un divario, insomma, fra i criteri con cui i docenti sono giudicati dai presidi, e i criteri con cui i presidi e le scuole sono chiuse loro volta giudicate dai fruitori, cioè dalle famiglie, e in questo divario possono infilarsi dinamiche distorsive (clientelari, corporative, nepotistiche) nelle scelte dirigenziali. È un punto critico, indubbiamente. Ma lo si può affrontare, stringendo qualche maglia in più pure nel rapporto fra la scuola e il territorio da un lato, fra i dirigenti e gli ispettori ministeriali dall’altro. E in ogni caso salvaguardando il principio ispiratore, che solo dall’esercizio delle scelte, e non dalla loro paralisi, può venire una scuola nuova.

(Il Mattino, 1 agosto 2016)

Maturità, i bei temi mai studiati in classe

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Anna Trieste: Posto che secondo me l’analisi del testo è la soluzione più facile (non devi scrivere niente, sta già tutto scritto, devi solo analizzarlo e eventualmente fare delle considerazioni) io penso che, esattamente come al mio esame di maturità, anche stavolta avrei scelto questa tipologia. Al di là dell’autore, Umberto Eco, che può piacere o meno ai ragazzi soprattutto per via di questo fatto che disse, non senza reazioni indignate soprattutto da parte dei giovani internauti, che i social networks hanno dato diritto di parola a “legioni di imbecilli”, penso che il brano scelto dal Miur sia proprio bello perché finalmente mette nero su bianco a che serve la letteratura. Certo, per gli studenti della letteratura stessa forse sarebbe stato meglio scoprirlo un poco prima, magari all’inizio del corso di studi e non l’ultimo giorno agli esami, e però, visti i tempi della burocrazia italiana, meglio tardi che mai. Magari adesso i maturandi sapranno che leggere Dante non serve soltanto a prendere voti alti in pagella ma pure a rispondere “Non ragioniam di loro ma guarda e passa” quando qualcuno li apostrofa come imbecilli

M. A.: Facile l’analisi del testo? Non so, a me – tanto per cominciare – avrebbero spaventato tutti quei puntini e quelle parentesi quadre, con cui hanno spezzettato il testo di Eco per proporlo debitamente accorciato agli studenti, o forse per offrire loro qualche spunto in più. Col risultato che gli spunti sono un po’ troppi, almeno per me: lingua, manutenzione della lingua, interpretazione, fedeltà e libertà dell’interpretazione… Ma i buchi! Chissà cosa c’era lì, in quei buchi, che gli studenti non han potuto leggere! Ecco, se tra i maturandi di quest’anno ce ne fosse uno particolarmente brillante, e capace di ironia quanto il buon Umberto Eco, uno che sapesse quali abissi deve superare il ponte di inchiostro nero costruito dalle lettere dell’alfabeto sul mare della pagina bianca, ebbene: questo studente potrebbe dedicarsi all’analisi di tutti quei buchi, delle intenzioni che celano e delle libertà che così si prendono. Invece di commentare il testo, proverebbe a fare lui un esercizio di letteratura degno dei calembour di cui Eco era maestro, dedicandosi ai puntini sospensivi, ai vuoti invece dei pieni. Un romanzo sulla costruzione del testo, tra funzionari che si rubano le parole, e ambigue paranoie ministeriali sulle dimensioni della pagina. Ho il sospetto che però la commissione non avrebbe apprezzato

A. T.: E dipende. Se nella commissione ci stava quello che all’esame mio mi chiese se avevo mai aperto un telecomando per vedere com’era fatto da vicino un campo elettromagnetico, forse sì! Ma ne dubito. Così come dubito che i ragazzi abbiano fatto i salti di gioia a vedere le tracce del cosiddetto saggio breve o articolo di giornale. Il rapporto padre/figlio; l’avventura dell’uomo (della donna in questo caso) nello spazio; il rapporto conflittuale di Bob Kennedy col Pil e quello di Vittorio Sgarbi col paesaggio. Rapporto altrettanto conflittuale, eh, chi se la scorda l’invettiva del critico contro i cancelli fallici che nascondevano ai napoletani la vista delle tuileries! Non so, a leggere le tracce ci mancava solo la fame nel mondo e la tossicodipendenza e poi gli argomenti da intervista a miss Italia erano completi. Ma si possono domandare cose come il valore del Pil a studenti cui la domanda più ardita che viene posta durante un’interrogazione di storia o di italiano è se effettivamente Ranieri con Leopardi ci andava solo a fare le escursioni sul Vesuvio o qualcosa in più?

M.A.: Io non ho obiezioni alle tracce “saggistiche” salvo una: le avrei prima sottoposte ai docenti. Cioè dico: le avrei prima fatte svolgere a loro, per vedere come se la cavano, e poi ai ragazzi. Ho l’impressione infatti che siano un po’ lontane dalla concreta attività scolastica. Poi magari mi sbaglio, ma temo che con i programmi svolti durante l’anno c’entrino assai poco. E forse ancora meno col metodo d’insegnamento. Siccome però le tracce mi piacciono, mi paiono tutte suggerire una qualche forma di “uso del mondo”. Concetti per capire il presente. Bella impresa, però allora rivedrei qualcosa dei programmi, e soprattutto dei metodi (non oso dire del corpo docente). Oppure le tracce sono scritte apposta per dire che bisogna cambiare, svecchiare, rottamare? (Lo so, non sono le giornate giuste per queste parole). Poi però confesso di non sapere se davvero a miss Italia chiedono il PIL, o dei viaggi nello spazio. Vorrà dire che quest’anno che viene me la guardo, oppure intervisto Samantha (Cristoforetti, intendo)

A. T.: Vabbe’ ma tu sei un professore, questa è una chiarissima ciceronata pro domo tua! Quanto a miss Italia, uà (forma sincopata di Uh All’anima delle anime del purgatorio)! L’anno scorso è successo quel finimondo per la risposta della miss sulla seconda guerra mondiale… Comunque, a proposito di storia, la traccia sulla prima volta delle donne al voto mi è piaciuta. Insomma, visto il dibattito (dibattito, mo’, ‘e mazzate!) sul referendum di ottobre tutti si aspettavano qualcosa sulla Costituzione e il fatto che il Miur non abbia tradito le attese declinandole però al femminile mi è parsa una buona idea. Se l’avessi scelto, io non avrei mancato pure un riferimento all’astensionismo registratosi alle ultime amministrative. A Napoli, ad esempio, tra i 7 su 10 che non sono andati a votare ci saranno state anche donne. Forse non sanno quanto è costato alle protagoniste della traccia d’esame quel voto che hanno deciso di non usare

M. A.: Se faccio il professore ti chiedo subito: quanti ragazzi sanno però chi sono e cosa hanno scritto Alba De Cespedes e Anna Banti, al cui ricordo è affidato il racconto di quel primo voto? Però hai ragione: bella traccia, e bel timing. A me sarebbe piaciuto anche affiancarvi il nome delle donne che quel due giugno di settanta anni fa sono entrate nell’Assemblea Costituente: ventuno. E poi avrei chiesto di riflettere sui cambiamenti dei costumi, e sulle battaglie in cui le donne sono impegnate oggi. Che non sono più battaglie per vedersi riconosciuti diritti, ma per raggiungere un’effettiva parità nel loro esercizio e nel loro godimento. Colpisce Anna Banti quando dice che solo le donne e gli analfabeti possono capire l’emozione di quella storica giornata. Perché si tratta di un’emozione tutta politica e tutta affermativa, più forte anche dei bisogni sociali o economici. Però ho parlato delle donne italiane. Ma le donne irachene con le dita sporca d’inchiostro, dopo il voto: che fine hanno fatto? E le donne musulmane che in Italia non possono ancora oggi andare in bicicletta, perché è sconveniente?

A. T.: Già. Come forse era troppo “sconveniente”, nella traccia del tema di attualità, parlare apertamente di “immigrazione” e non di “confine”? Non so, è vero che ponendo l’accento sul concetto di “frontiera” si è data ai maturandi l’opportunità di sviluppare il tema sia dal punto di vista dell’economia di mercato sia dal punto di vista dei rapporti tra paesi UE (vedi Brexit) e dell’altrettanto aperto mercato dei rifugiati (perché di mercato si tratta, purtroppo) ma mi sarebbe piaciuto infinitamente di più se il ministero avesse scelto precipuamente l’immigrazione e l’inclusione dei migranti come tema da sottoporre ai ragazzi. Usando una terminologia cara agli economisti, in fin dei conti dipende da loro se nel “medio e lungo periodo” il nostro Paese riuscirà davvero ad essere senza confini: antirazzista e multiculturale

M. A.: E qui invece io avrei fatto il contrario (ma mi rendo conto: è questione di gusti): tu Ministero vuoi la butti in politica, coi muri e coi confini, però lo fai con concetti alti, anzi alati. Allora io mi prendo i concetti alati e volo via sulle ali della metafisica (cercando però di non uscire fuori traccia). Torno infatti a una preoccupazione che prima ti manifestavo. Vanno bene le tracce, ma quanto sono aiutati i ragazzi, nello svolgerle, dalle cose che hanno studiato durante l’anno? Temo molto poco. Questa traccia potrebbero svolgerla da attenti scrutatori del presente, ma sarebbero dei veri fenomeni – e io mi auguro che lo siano, o che lo saranno – se riuscissero a legarci Kant e i limiti della ragione, o l’infinito di Leopardi, o il via alle navi di Nietzsche, o il trascendentalismo americano e il mito della frontiera, o persino Auschwitz e se è possibile Dio dopo Auschwitz, o quello che vuoi, ma insomma: pezzi del loro percorso di studio. Se ci riescono, allora sì che meritano il massimo dei voti. Varcano la frontiera dell’esame di Stato, dimostrano che quello che hanno imparato gli può servire anche per capire il mondo.

(Il Mattino, 23 giugno 2016)

Se l’ascensore sociale sale in cattedra

indexDa qualunque parte lo si guardi, il concorso scolastico che prende inizio oggi rappresenta un punto di svolta nella storia della scuola italiana. A concorso vanno quasi 64.000 posti: nella scuola primaria e dell’infanzia, nella scuola secondaria, per insegnanti di sostegno. Era dai tempi del concorso del 2000 che non succedeva una cosa del genere. Luigi Einaudi non aveva affatto torto quando diceva che l’assetto ordinamentale non conta quanto il reclutamento docenti: se non investi sugli insegnanti, ogni disegno riformatore rimane infatti sulla carta. Certo, se l’età media di coloro che hanno presentato domanda supera i 38 anni, viene un po’ più difficile parlare di una nuova. fresca generazione di maestri e professori, ma il ritardo non può certo essere attribuito al governo in carica, bensì all’immobilismo degli anni passati, e anzi al progressivo disinvestimento nell’istruzione e nella formazione. In questa materia, il governo realizza dunque  una netta inversione di tendenza.

Questo non vuol dire che mancheranno le polemiche: le polemiche (e un’immancabile scia di ricorsi) nel mondo della scuola non mancano mai. E allora saranno le modalità delle prove, il riconoscimento dei titoli, la formazione delle commissioni, i tempi della procedura concorsuale. Sarà, soprattutto, la protesta dei precari, quelli che avrebbero voluto entrare ex lege sulla base degli anni di supplenza accumulati, e che invece sono costretti, al pari di tutti gli altri, a sottoporsi alla prova concorsuale. Vince però il merito, ed è anche giusto che sia così, se si guarda non solo alle pur legittime richieste sindacali, ma anche alle esigenze almeno altrettanto legittime della scuola e degli studenti.

E così Matteo Renzi segna oggi un punto. Su una materia, peraltro, sulla quale aveva investito fin dal suo insediamento. Il governo in questi due anni ci ha messo quattrini: non solo per il concorso, ma anche per l’edilizia scolastica, e per la formazione docenti (il bonus di 500 euro per l’aggiornamento). Al passaggio parlamentare della riforma, il coro delle proteste aveva prevalso: scuola gerarchica, scuola autoritaria, scuola di classe. Slogan un po’ stantii. In ogni caso, con le migliaia di assunzioni di questi mesi, e ora con il concorso, Renzi sta rovesciando la partita. Aveva cominciato con una buona dose di retorica, visitando le scuole elementari ogni settimana, accompagnato da imbarazzanti coretti giulivi di bambini in grembiule, preparati da maestre forse troppo zelanti. Ma poi la riforma è stata approvata, gli investimenti sono arrivati, e il concorso eccolo: si fa.

A gennaio Renzi aveva detto: «noi blairiani vogliamo education, education, education», cercando di dare ai provvedimenti del governo anche il tono di una scommessa politica, e di una rivoluzione culturale. È presto per dire se vi stia riuscendo, è abbastanza per dire che ci sta provando. Avrebbe potuto anche scomodare Antonio Gramsci e il suo elogio dello studio, per accontentare quella parte della sinistra a cui il nome di Blair fa venire l’orticaria, ma la sostanza non sarebbe cambiata: nel nostro Paese l’ascensore sociale non funziona, e la funzione della scuola rimane quella di mettere tutti i nostri ragazzi su un piede di parità.

La giornata di ieri è stata poi teatro di un’altra, importante decisione, su cui questo giornale si era lungamente speso: quella di tenere aperte le scuole di Napoli anche al pomeriggio, oltre l’orario scolastico, e anche durante il periodo estivo.  Ieri si è fatto un primo passo, e i primi milioni sono stati stanziarti per trasformare gli istituti scolastici in presidi di legalità, di civismo, di educazione alla cittadinanza. Le cronache di queste settimane ci hanno messo dinanzi ad una amarissima verità: l’età di quelli che sparano si è abbassata, e l’appartenenza familiare e sociale determina sin dall’adolescenza, entro determinati contesti, il destino criminale dei figli di camorra. Ripetere che forze dell’ordine e magistratura non bastano, che la sola repressione non basta è presso che inutile, se la scelta possibile in certi quartieri rimane una e una soltanto: quella della delinquenza organizzata. Perché i camorristi non se la passano male; perché il codice del rispetto e dell’onore legati alla violenza continua ad avere una presa molto forte; perché tutto passa di padre in figlio, in certe storie di camorra. Spezzare queste catene, economiche, sociali e valoriali, è possibile, ma per farlo c’è bisogno della scuola. Di docenti motivati e ben pagati, di istituti funzionanti e aperti al territorio.

Ieri è arrivato un primo segnale concreto. Se il concorso susciterà una nuova leva di docenti, con una sincera passione per le loro materie e la voglia di insegnarle ai più giovani, ne arriverà presto un altro, altrettanto importante.

(Il Mattino, 28 aprile 2016)

Scuola, l’occupazione assente dopo 40 anni

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Capita che la notizia sia che non c’è notizia. Non c’è notizia di agitazioni tra gli studenti; non c’è notizia di scioperi e occupazioni. E se in alcuni istituti superiori di secondo grado si concordano con i dirigenti scolastici procedure di autogestione o di cogestione, è per sperimentare nuovi modelli di didattica, favorire l’approfondimento di temi e materie non curricolari, aprirsi al territorio (come si dice). Ci si prepara, insomma, alle feste natalizie, in vista delle quali – e per allungare le quali –vengono pensate queste giornate diverse, dove trova spazio il dibattito sull’attualità, qualche sport alternativo, i nuovi linguaggi musicali (bistrattati dalle nostre scuole), e insomma un putpourri di attività le più varie, alcune interessanti ed altre meno, che tengono i ragazzi più in aula magna che in classe, più nei corridoi che sui banchi di scuola.

Ma di lotta dura: manco a parlarne. Di antagonismi e conflitti generazionali: pochi, molto pochi e, in genere, molto educati. Io stesso ho partecipato, tra gli altri, a una di queste affollate assemblee, al liceo Tasso di Roma: quasi quattro ore a discutere di Medioriente, terrorismo, sunniti e sciiti, nichilismo e crisi dei valori, interessi petroliferi e fine delle ideologie, in un’aula zeppa come un uovo e tutta attenta, tutta interessata. Forse non è una scuola rappresentativa di ogni ordine e grado, certo è che non si sentiva nessuna rabbia pronta ad esplodere, neppure quando affioravano accenti più critici, tra antiamericanismi e terzomondismi vecchi e nuovi. Tutto sin troppo liscio, insomma.

Cosa è successo, allora? Non che ci sia da avere nostalgia di epoche più barricadere, ma siccome c’è stata una riforma della scuola, viene la curiosità di domandarsi che fine abbia fatto quell’aspro fronte di opposizione che fino a poche settimane fa era vivissimamente preoccupato per lo stato della scuola pubblica, che lamentava addirittura la svendita di valori costituzionali, che denunciava  ladisumana deportazione dei docenti e paventava l’aziendalizzazione degli istituti scolastici? Come mai l’avvenire delle nostre scuole non è più in cima alle preoccupazioni di nessuno, a distanza di così poco tempo?

Intendiamoci: si può e si deve discutere ancora a lungo di ruolo e statuto della figura docente, di senso e funzione della conoscenza, di significato della formazione e dell’integrazione di nuovi saperi, di modelli organizzativi e valore dell’autonomia. A volte sembra anzi che la folata di parole sia passata sin troppo velocemente, trascurando proprio l’essenziale: cosa significhi insegnare, cosa significhi apprendere, cosa significhi valutare. Ma rimane il fatto che è passata, e che non c’è oggi nelle aule italiane una traccia consistente di quella così fiera opposizione.

Il confronto col passato può essere allora istruttivo, perché il Novecento, insieme a molte altre cose, è stato anche il secolo della politicizzazione delle nuove generazioni, dal tempo della prima guerra mondiale (che ebbe la sua brava metafisica della gioventù) fino alla contestazione del ’68 e oltre. Ad ogni ondata, il movimento giovanile si saldava con altre istanze e rivendicazioni presenti nella società: nazionali, oppure operaie, strettamente politiche oppure relative al costume, o alla morale o ai diritti soggettivi, in ogni caso capaci di formare un fronte ampio, su cui soffiavano partiti e sindacati (e, quando c’erano, formazioni extra-parlamentari, movimenti e gruppuscoli vari).

Che ne è di tutto ciò? Che è successo nel frattempo? Di sicuro sono in atto movimento di lungo periodo, anche se l’indebolimento del motivo della partecipazione politica, o dell’adesione ideologica, non significa necessariamente minore interesse per la cosa pubblica – o per lo stato del mondo. L’assemblea al Tasso mi ha, se mai, dimostrato il contrario.

Ma qualcosa è successo anche nel breve periodo, o nel brevissimo. Perché il governo la riforma della scuola l’ha fatta quest’anno, e sembrava proprio aver suscitato i maggiori contrasti, in Parlamento e nel paese, proprio su questi temi.

Invece: niente, o quasi. Assemblee pacifiche, studenti tranquilli, dirigenti rilassati. L’impressione è che o mancava prima la materia del contendere, o manca adesso la volontà di contendere. Ed è probabilmente più vera questa seconda ipotesi. Dietro la levata di scudi dei sindacati c’era evidentemente più spirito corporativo che preoccupazione per i provvedimenti del governo, più esigenza di salvaguardare il proprio ruolo che un raccordo effettivo con interessi e bisogni della scuola. Nel frattempo, infatti, la riforma è passata, e più di centomila nuove assunzioni hanno tolto parecchio fiato alla protesta sindacale. Nessuno ha potuto più soffiare, e il movimento studentesco ha preso altre strade: forse persino più mature, e più ragionate, di quelle che furoreggiavano tempo addietro. Anche se la notizia non c’è, è pur sempre un passo avanti.

(Il Mattino, 16 dicembre 2015)