Archivi del mese: aprile 2017

Primarie Pd, le idee per scegliere

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Primarie a bassa intensità, noiose, clandestine. Primarie scontate, primarie con rito abbreviato, primarie spopolate: definite in molti modi, rappresentano comunque l’appuntamento più largo e partecipato che in questo modo offre la vita interna dei partiti italiani. E dunque vale la pena darci un’occhiata, provare a orientarsi tra i profili e i programmi dei tre cavalieri – Renzi, Orlando, Emiliano – che in singolar tenzone si contendono la guida del partito (e, a norma di statuto, anche la premiership).

Sinistra

Ci sono quelli che dicono che la distinzione fra destra e sinistra non ha più molto senso. E tuttavia il partito democratico (che con Renzi segretario ha definitivamente aderito al socialismo europeo) continua a definirsi come un partito di sinistra, e tutti e tre i candidati condividono questa collocazione. Cambiano però gli aggettivi qualificativi, che sono necessari per apprezzare le differenze. La sinistra di Orlando somiglia alla tradizione socialdemocratica, e l’insistenza sul tema dell’uguaglianza fa sì che “democratico” sia senz’altro l’aggettivo da scegliere per la sua proposta programmatica. Quella di Renzi è invece una sinistra liberale, con più robusti innesti di liberalismo nelle proposte economiche, nell’idea di modernizzazione, nell’insistenza sul tema dello sviluppo. Emiliano, infine, è l’unico che non disdegnerebbe affatto l’aggettivo populista, che prova a presentarsi come l’uomo che lotta contro l’establishment e i potenti («il Pd dei banchieri e dei petrolieri»).

Populismo

A proposito di populismo, detto che per Emiliano non sembra affatto che sia un vero avversario, e che anzi ci andrebbe volentieri a braccetto, Orlando e Renzi usano entrambi la parola per denunciare un pericolo per le istituzioni democratiche, o perlomeno per le politiche di cui il Paese avrebbe bisogno. Orlando lo considera un «rischio mortale» per il Pd e, pensando a Emiliano ma anche a Renzi, denuncia le dosi di populismo entrate nelle vene del partito (ad esempio sul tema dei costi della politica, che Renzi riprende e che Orlando invece non cavalca mai). Per Renzi, al di là di stile, tono e qualche volta argomenti, la vera risposta al populismo stava però nella riforma costituzionale, cioè nel passaggio ad un sistema politico e istituzionale semplificato e più efficiente.

Legge elettorale e sistema istituzionale

Sul primo punto, in cima all’agenda dei prossimi mesi, siamo al ballon d’essai delle dichiarazioni quotidiane. C’è molto tatticismo, e il sospetto fondato che alla fine non cambieranno le cose. Ci terremo probabilmente la legge uscita dalla sentenza della Corte costituzionale, con piccoli aggiustamenti. Renzi, comunque, punta tuttora a correttivi maggioritari; Emiliano si dichiara per un maggioritario con collegi uninominali, e tutti e due vogliono togliere i capilista bloccati. Orlando proviene da una cultura di tipo proporzionalista, ha sposato nella sua mozione la proposta Cuperlo con il premio di lista ma è disponibile ora al premio di coalizione. La riforma costituzionale, dopo il referendum, è invece divenuta un terreno completamente minato: nessuno ci cammina più su. Nella mozione congressuale di Renzi c’è un cenno alla riforma del titolo V (autonomia regionale), in Orlando nemmeno quello. Ma è giusto ricordare che Renzi e Orlando stavano dalla stessa parte, mentre Emiliano ha osteggiato fragorosamente il programma di riforme del governo, e ha votato no al referendum.

Alleanze

Insieme alla legge elettorale sta il punto politico: le alleanze. Gli ultimi giorni si sono giocati su questo tema: Orlando agita contro Renzi lo spauracchio dell’accordo con Berlusconi. Renzi ribatte che Orlando la coalizione con Berlusconi l’ha già fatta. Ma in realtà il tema non può essere declinato concretamente in assenza di una legge. Se rimane un impianto proporzionale, le alleanze si faranno dopo il voto, non prima: secondo necessità. Non è chiaro infatti come si possa evitare l’accordo con il centrodestra senza un meccanismo maggioritario sul modello del tanto deprecato (e dalla Corte costituzionale bocciato) Italicum. Le discriminanti sembrano in realtà altre. Orlando non ha difficoltà a riprendere il dialogo con i fuoriusciti del Pd, Renzi invece ne fa una questione di coerenza: con Pisapia e il suo campo progressista sì, ma come si fa a stringere un’alleanza con D’Alema e Bersani, che il Pd lo hanno rotto? Che senso ha dividersi il giorno prima e allearsi il giorno dopo? Quanto a Emiliano, guarda con interesse agli elettori grillini, e si capisce che cercherebbe alleanze da quella parte.

Unione europea

Dici Europa e li trovi tutti d’accordo: sembra quasi una gara a chi si dice il più europeista di tutti (anche se tutti aggiungono subito dopo che così com’è l’Unione non va). Emiliano, i cui toni populisti non sembrerebbero andare a braccetto con il sogno europeista, innalza addirittura il vessillo degli Stati Uniti d’Europa; Orlando ne fa prioritariamente una questione di policies e punta alla costruzione del “pilastro sociale” che mancherebbe all’Unione; Renzi tiene insieme le due cose e soprattutto prova a rilanciare l’iniziativa politica per cambiare l’Europa, proponendo di affidare alle primarie la scelta del candidato alla Presidenza della Commissione. In realtà, con la probabile elezione di Macron (apprezzato da tutti e tre) e un possibile, rinnovato asse franco-tedesco, gli spazi per i giri di valzer si riducono: Renzi batte i pugni a Bruxelles, Emiliano dice che lo fa troppo poco, e Orlando dice che lo fa inutilmente. Questioni di immagine, più che di sostanza.

Mezzogiorno

Il Mezzogiorno c’è nei programmi di tutti e tre. Ma nessuno dei tre candidati lo ha scelto come terreno sul quale marcare una vera differenza rispetto agli altri due. Neppure Emiliano, che pure è governatore di una regione meridionale, la Puglia. Tutti e tre pongono la questione meridionale come una questione nazionale. Tutti e tre sono consapevoli che l’Italia non potrà mai crescere oltre lo zero virgola se a crescere non sarà anzitutto il Sud. Ma nessuno dei tre ha chiesto un solo voto per il Sud, e alla fine il risultato che prenderanno in Campania o in Sicilia, in Puglia o in Calabria dipenderà molto di più da dinamiche di tipo localistico, che dal profilo programmatico che hanno assunto. E al dunque: Renzi voleva portare il lanciafiamme a Napoli, ma poi non lo ha fatto. Orlando invece a Napoli ci ha fatto il commissario, e chiamarsi fuori non può; Emiliano infine s’è preso lo sfizio di strizzare l’occhio a De Magistris appoggiando pochi giorni fa «l’insurrezione pacifica contro Salvini». Tant’è.

Migranti e sicurezza

Tutti e tre i candidati subiscono la pressione dell’opinione pubblica e tendono a declinare i due temi insieme. Tutti e tre si coprono – come si suole dire – su quel fianco sul quale tradizionalmente i partiti di sinistra si mostrano più scoperti. Così Emiliano spende parole sull’accoglienza e sul bisogno di manodopera straniera della sua Puglia (non proprio un argomento di sinistra), ma nel confronto televisivo tiene a ricordare che lui, da magistrato, girava con la pistola nella tasca dei pantaloni. Renzi fa la polemica con l’Unione europea che scarica sul nostro Paese il peso maggiore nell’accoglienza, ma si allinea alle posizioni più dure in tema di legittima difesa (non proprio una posizione di sinistra); Orlando vuole superare il reato di immigrazione clandestina, ma difende la sua legge che accelera l’esame del diritto d’asilo, togliendo il grado di appello (legge assai poco amata a sinistra). In compenso, nessuno di loro indietreggia di fronte al compito di salvare le vite umane in mare e difendere le Ong.

Economia

Per tornare a trovare differenze più accentuate fra i tre candidati, bisogna allora tornare a guardare ai temi dell’economia e della società. La più chiara di tutte: Orlando e Emiliano sono per una patrimoniale, mentre Renzi la esclude. Il programma economico e sociale di Renzi è per il resto tracciato nel solco di quello seguite dal suo governo. E cioè il jobs act, poi gli 80 euro, «cioè la più grande operazione distributiva che sia mai stata fatta», poi la riforma della pubblica amministrazione e quella della scuola. Orlando in realtà faceva parte del governo e Renzi non ha mancato di ricordarglielo, ovviamente. Ciò non toglie che Orlando ha criticato la politica dei bonus, che vanno a tutti, ricchi e poveri indistintamente, e provato a riprendere il tema più classicamente socialdemocratico della redistribuzione dei redditi («sradicare in tre anni la povertà assoluta»). Emiliano ha forse il programma più a sinistra: critica l’abrogazione dell’art. 18, vuole tassare le multinazionali del web, vuole una forma universale di sostegno al reddito. E però vuole pure la riforma dell’IVA, finanziandola con il recupero dell’evasione dell’imposta.

Partito

Come sarà il partito democratico dal 1° maggio? Se vince Renzi, è l’accusa degli altri due, sarà quello che è stato finora: un partito fortemente segnato dalla leadership di Matteo, tinto di prepotenza e poco inclusivo. Emiliano era sul punto di andarsene, poi è rimasto ma continua a dipingere Renzi quasi come un pericolo. Orlando ha finito la campagna elettorale arrivando a dire che o vince Renzi o vince il Pd. In effetti, Renzi è arrivato alla guida del Pd sull’onda della rottamazione, non mancando di aggiungere che preferiva farsi dare dell’arrogante piuttosto che farsi fermare dai veti incrociati dei maggiorenti del partito. Nella sua mozione, però, gli accenti sono mutati: cita Gramsci, propone non un partito pesante ma un partito pensante, ne mantiene il tratto aperto e contendibile, fondato sul modello delle primarie, ed è soprattutto l’unico che prova a tratteggiare un modello nuovo di militanza. Emiliano chiede invece di cambiare lo statuto e l’identificazione fra candidato premier e segretario nazionale, Orlando propone invece le primarie regolate per legge.

Le persone

Le differenze, tutto sommato, ci sono. Ma sicuramente si disegnano con più nettezza se si guarda alle rispettive personalità. Orlando è quello più “strutturato”, che prova a incarnare la serietà della politica; Emiliano fa quello fuori dalle righe, che sta tra la gente e fuori dal Palazzo (pur essendoci seduto dentro); Renzi vuole essere ancora l’uomo delle riforme, che ha cominciato e vuole continuare. Uomo della mediazione Orlando, uomo della declamazione Emiliano, uomo della rottamazione Renzi. Correzione di rotta per Orlando, rivoluzione gentile per Emiliano, cambiamento per Renzi, bandiera finita nella polvere dopo il 4 dicembre. Non se ne è parlato molto, ma il senso dato a quel voto è un vero discrimine fra i tre. Un no sacrosanto per Emiliano; una severa lezione, per Orlando; uno stop imprevisto dal quale ripartire per Renzi. Solo il voto di oggi potrà indicare la strada. E questo, dopo tutto, è il bello della democrazia (non quella diretta).

(Il Mattino 30 aprile 2017)

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I cattolici tentati dal tanto peggio

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Chi voterà Marine Le Pen, al secondo turno? Quelli del Front National, certamente. L’estrema destra nazionalista, dunque, che alle origini è stata dichiaratamente antiparlamentare e antisemita, e che solo di recente ha lasciato che questi tratti sbiadissero. Ma altri consensi Marine le Pen potrà trovarli in tutte le espressioni del malcontento e del disagio sociale, che daranno un voto anti-establishment e anti-sistema. E questi voti non è detto affatto che si trovino soltanto a destra. L’atteggiamento di Mélenchon, il candidato dell’estrema sinistra, è indicativo: non è forse anche lui contro le regole economiche dell’Unione Europea? Non è anche lui contro la Nato? Antieuropeismo e antiatlantismo si saldano l’uno con l’altro. E non hanno entrambi posizioni a dir poco critiche nei confronti delle politiche neoliberali di questi anni, nei confronti della finanziarizzazione dell’economia, nei confronti del grande capitale? E non credono entrambi che la risposta debba venire da un recupero di sovranità dello Stato nazionale, da una limitazione dei movimenti di capitali, merci, persone? E infine non c’è forse, nella sollevazione populista che entrambi reclamano contro l’establishment, la stessa richiesta di un repulisti generale? Sono le domande che hanno spinto la stessa Le Pen a rivolgersi in termini espliciti agli elettori di Mélenchon: «A voi voglio dire: pensate seriamente di votare per Macron?».

Non è la prima volta che una critica radicale del capitalismo avvicina posizioni estremiste, situate da un capo all’altro dello spettro politico. Non solo non è la prima volta, ma è anzi la storia dei movimenti fascisti e nazionalsocialisti, che in questo si distinguevano profondamente dalla destra moderata e conservatrice tradizionale. I paragoni storici hanno sempre una buona dose di improprietà, ma possono anche essere indicativi del modo in cui si esprimono certe tradizioni culturali, nell’interpretazione degli eventi.

Prendiamo, ad esempio, l’articolo, a firma di Fulvio Scaglione, apparso su «Famiglia cristiana», a commento del voto francese. Come appare Macron, in quell’articolo? Non come un uomo di sinistra liberale, e neppure come un centrista, ma come «un uomo di quella destra finanziaria che da anni, ormai, domina, la politica europea e che, per denaro, ha venduto l’anima del Continente». Prova ne è – lascia intendere l’articolista – che ha lavorato con i Rotschild e che, quando era ministro, andava dietro ai petrodollari delle monarchie del Golfo. Quindi, riassumendo: Macron è la quintessenza dell’Occidente capitalista, militarista, colonialista, imperialista. È l’uomo delle banche, fa affari con le armi e col petrolio. Cos’è questo, se non il vecchio cattolicesimo pacifista e terzomondista, che proprio non si trova a suo agio nello spazio giuridico liberale delle democrazie occidentali, plutocratiche e reazionarie (per dirla con il Mussolini della dichiarazione di guerra)?

Altro esempio: l’economista critico Emiliano Brancaccio. Di sinistra che più di sinistra non si può. Che intervistato da «L’Espresso» spiega: «Chi a sinistra invita a votare il “meno peggio” [Macron] non sembra comprendere che nelle condizioni in cui siamo il “meno peggio” è la causa del “peggio” [Le Pen]». Brancaccio non dice chiaramente che Macron è in realtà, per lui, assai peggio del peggio. La metafisica classica lo avrebbe aiutato a mettere chiarezza nei suoi pensieri, perché non gli avrebbe consentito di dire che il meno causa il più. E gli avrebbe così risparmiato l’illogica conclusione che, siccome il meno peggio causa il peggio, tanto vale buttarsi direttamente sul peggiore, e non se ne parli più.

Ma questi spericolati ragionamenti non piovono dal cielo, vengono bensì da quella tradizione che permise, un secolo fa, ai comunisti di rompere con la socialdemocrazia, bollata di socialfascismo perché complice della borghesia e dei peggiori accomodamenti con il nemico di classe. Il risultato fu però di spianare la strada ai fascisti, quelli veri.

Nell’analisi di Brancaccio, Macron significa: riforma spudoratamente liberista dell’economia francese nell’interesse dei capitalisti, e a danno dei lavoratori. Una strada peraltro già tentata in questi anni, aggiunge, e rivelatasi fallimentare. Sia pure. Ma all’analisi continua a mancare un pezzo: sarà la Le Pen a fare gli interessi dei lavoratori, e a dare più spazio alle rivendicazioni sindacali? E se la sua vittoria significasse invece dare la stura al più retrivo nazionalismo, con tutto quello che comporta sul piano dei diritti individuali e delle libertà (e per tutto il resto si vedrà): siamo sicuri, allora che ne varrebbe la pena? Siamo sicuri, infine, che non vi sia più da nutrir timori verso derive di stampo sovranista e autoritario?

In realtà non ne siamo affatto sicuri. Ma se dovesse accadere, di sicuro avremmo buttato via l’ultima pregiudiziale a favore della democrazia che resisteva, nell’Europa postbellica. Difficile pensare che ci guadagneremmo, noi e i lavoratori.

(Il Mattino, 27 aprile 2017)

La nuova gauche senza complessi

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Il voto francese mostra alcune cose con una certa chiarezza.

La prima: gli elettori hanno apprezzato con Emmanuel Macron un’offerta politica nuova, non strutturata in una formazione politica di tipo tradizionale, fondata sulla capacità di aggregazione di una singola personalità.

La seconda: i partiti storici sono stati nettamente battuti, tanto a sinistra quanto a destra. Le conseguenze si sono fatte subito sentire. Fillon ha già presentato le dimissioni e dunque non guiderà il centrodestra alle prossime elezioni legislative, mentre a sinistra l’ex premier Manuel Valls ha dichiarato che il partito socialista è giunto alla fine di un ciclo, e forse alla fine della sua storia. Mi piacerebbe parlare di una ricostruzione, ha aggiunto, ma forse è presto: per ora siamo «in una fase di scomposizione, di demolizione, di decostruzione».

La terza cosa: la vittoria di Macron è stata certamente favorita dalla sua collocazione al centro dello spettro politico, dove lo spazio si era fatto più ampio che mai, dopo la vittoria di Hamon su Valls, nelle primarie del partito socialista, e quella di Fillon su Alain Juppé, a destra. Per l’elettorato francese, i due partiti tradizionali si erano dunque spostati verso le estreme, con un riflesso identitario che ha potuto forse rassicurare la base dei rispettivi schieramenti, ma non ha pagato nella competizione. L’uno e l’altro si sono fatti simili ai candidati più estremisti, e alla fine dall’uno e dall’altra sono stati scavalcati: Mélenchon ha umiliato Hamon a sinistra; la Le Pen ha superato Fillon a destra. Una débacle, insomma.

Il quarto punto riguarda la geografia politica della Francia, che esce dal voto di domenica: la Le Pen ha le sue roccaforti nel Nord Est e nel Sud della Francia; Macron vince nel Nord Ovest e nelle città, prima fra tutte Parigi.

Il quinto punto riguarda invece l’assetto istituzionale, che non ostruisce ma anzi rende possibile il passaggio da una Francia all’altra: dalla Francia di socialisti e gollisti alla Francia di macronisti e lepenisti. Anche in una fase di profonda trasformazione del sistema politico il Paese non rischia l’ingovernabilità.

La sesta istruzione che viene dal voto riguarda le piattaforme politiche uscite vincitrice dal primo turno: non potrebbero essere più distanti. E alla fine gli elettori hanno tenuto aperte entrambe le vie: quella europeista e quella antieuropeista. Per Macron, fuori dell’Unione non c’è salvezza. Per Marine Le Pen, c’è salvezza solo fuori dell’Unione europea. Non v’è dubbio che qui vi è un discrimine molto preciso: non si può dir male dell’Europa e votare Macron, come non si può dirne bene e votare Le Pen. Tutti gli altri temi della campagna elettorale presentavano molte più sfumature di quanto non ne presenti il tema europeo: per Macron, la Francia è la Francia solo in Europa; per la Le Pen l’Europa può passare, la Francia eterna resta.

Settima e ottava istruzione (a sinistra): vi può dunque essere un europeismo senza complessi, senza ipocrisie, senza colpi al cerchio e alla botte insieme. Ma ne viene anche, per conseguenza, una linea di frattura molto chiara e incomponibile con la sinistra radicale, che votando Mélenchon dichiara di vedere in Macron una novità puramente cosmetica, una mera riverniciatura delle politiche neoliberali di questi anni, una perpetuazione sfacciata dell’establishment con gli stessi mezzi anche se non con gli stessi volti. Mélenchon che prende quasi il 20%, surclassando il partito socialista di Hamon, significa: i contenuti sociali di una formazione di “vera” sinistra non possono più stare su una linea di continuità con le politiche dell’Unione. (En passant, una lezione che viene dalla storia: la sinistra che ragiona in termini di “vera” o “falsa” sinistra, perde sempre). Nei confronti dell’Ue, Mélenchon ha in effetti toni più vicini a quelli della Le Pen che a quelli di Macron: non a caso non ha detto una sola parola di sostegno per Macron, neppure turandosi il naso, in chiave repubblicana e antifascista. Il pericolo non è la destra populista e xenofoba, in definitiva, ma la megamacchina del finanzcapitalismo, per dirla con l’aspro neologismo coniato da noi da Luciano Gallino.

Il punto numero nove riguarda invece la destra nazionalista e sovranista di Marine Le Pen. Che ha conseguito un risultato storico, che forse può crescere ancora, ma che non ha sfondato e difficilmente sfonderà al secondo turno. In ogni caso, più che dire che non vi sono più la destra e la sinistra risulta che anche di destre, come di sinistre, ce ne sono due. E che anche a destra, almeno in Francia, non riescono a sommarsi, ma anzi si contrappongono duramente l’una all’altra. È questo che rende più facile parlare perciò di altri tratti discriminanti: apertura e chiusura, progresso e conservazione, globalizzazione sì o no, modernizzazione o rifiuto della modernità.

Il decimo punto, infine, è in realtà meno chiaro di tutti gli altri, e riguarda il possibile raffronto con la situazione italiana: Macron è il Renzi francese? E chi è l’emulo della Le Pen in Italia: Salvini, la Meloni o anche Grillo? È evidente che certi significanti tornano, e potranno essere decisivi nel prossimo futuro: europeismo, populismo, riformismo. Quello che però non torna – o almeno non coincide – è il confronto sul piano istituzionale ma anche l’articolazione dell’offerta politica. Noi non abbiamo il semipresidenzialismo francese, e questo fa la differenza. E spiega forse per esempio perché Renzi non ha scelto la strada solitaria di Macron. Contano poi i tempi: ci sia riuscito o no, il Pd è nato proprio per avviare quei cambiamenti nel campo della sinistra che il partito socialista francese è costretto ad affrontare solo ora. D’altra parte, a destra, dopo che c’è stato Berlusconi non c’è quasi più nulla che possa dirsi legato alle famiglie politiche del Novecento.

Ma non legato al Novecento, non legato all’establishment, non legato alla vecchia politica è anche il Movimento Cinquestelle, qui da noi. La sfida all’europeismo e alla modernizzazione viene dunque da un’altra parte, e per questo il risultato è molto meno scontato di quanto, stando ai primi sondaggi, non sarà per Emmanuel Macron, al secondo turno delle presidenziali in Francia.

(Il Mattino, 25 aprile 2017)

La speranza contro la paura

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Ora è chiara la scelta che la Francia è chiamata a compiere: se gli exit poll verranno confermati dal risultato finale, al ballottaggio andranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen, l’europeista e l’euroscettica, il progressista liberale e l’estremista di destra, ed il voto sarà dunque decisivo per il futuro della Francia, ma forse anche per quello dell’Unione Europea. Che dopo gli anni della crisi, gli anni che hanno messo in ginocchio le economie periferiche dell’eurozona, e dopo l’esito imprevisto del referendum sulla Brexit, che ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione, con ogni probabilità non reggerebbe una vittoria della destra lepenista, anti-euro e anti-immigrati. «Ritrovare la nostra libertà restituendo al popolo francese la sua sovranità: monetaria, legislativa, territoriale, economica»: questa la professione di fede di Marine. All’opposto, Macron dichiara di puntare ad un’Europa ambiziosa «che saprà ritrovare la sua vitalità e il gusto per l’avvenire». Le due passioni politiche fondamentali sono dunque in campo: la paura e la speranza. Le Pen agita le paure, e promette di «rimettere in ordine» la Francia; Macron anima una speranza, e promette di costruire una Francia nuova e più moderna. (Con Parigi, la città europea più colpita dagli attentati, che dà a Macron oltre il 30%, e a Le Pen solo il 5% circa).

Questo è però solo il primo punto del confronto politico in corso, ed è quello che più da vicino riguarda anche l’Italia, posta dinanzi ad uno spartiacque analogo, nel confronto fra le formazioni populiste e sovraniste – prime fra tutte la Lega e i Cinquestelle – che seminano dubbi sulla tenuta dell’euro e sulla riformabilità delle politiche che ne hanno accompagnato l’istituzione – e i partiti di centro e di sinistra, primo fra tutti il PD, che invece scommettono sul rilancio di una prospettiva europeista.

Ma la sfida Macron-Le Pen ha anche un altro significato, che per i nostri cugini d’Oltralpe non è meno rilevante. Essa sancisce infatti la drastica trasformazione del sistema politico francese. La Quinta Repubblica si reggeva infatti sul confronto fra socialisti e gollisti: da queste famiglie politiche sono venuti finora tutti i suoi presidenti, da Mitterand a Chirac, da Sarkozy a Hollande. Nel ballottaggio che si disputerà fra due settimane, le due principali forze politiche del Paese non saranno, invece, presenti. Non era mai successo. Così come, del resto, mai era successo che non scendesse in lizza il Presidente uscente. Invece Hollande ha preso cappello ancora prima che lo invitassero gli elettori (si immagina bruscamente) a farlo. Non solo, ma il candidato socialista, Hamon, è finito molte lunghezze dietro Macron e, a quanto pare, anche dietro Mélenchon, dietro cioè il rappresentante della sinistra più radicale. Il partito socialista è apparso dunque come la pietanza più scialba che un elettore potesse consumare: né di là né di qua, né contro l’Europa né a favore, né con i lavoratori né contro, né illiberale né liberale. Insomma, per ogni bandiera che innalzavano Melenchon o Macron, il socialismo di Hamon ne ammainava una: malinconicamente e senza neanche capire bene da che parte voltarsi. Dietro la scelta vincente di Macron, di mollare il vecchio partito socialista e di mettersi in cammino c’è però anche il peso rilevante dell’elemento personale. Che significa: la credibilità politica è oggi molto più legata ai volti e alle storie individuali che alle forze e alle storie collettive.

A destra Fillon ha perso anzitutto per via degli scandali familiari che ne hanno azzoppato la candidatura. Vero. Ma vero anche che se la linea di divisione del campo politico doveva essere tracciata prioritariamente dalla lotta contro il totalitarismo islamista, allora era difficile che a farsene interprete non fosse la destra sicuritaria e nazionalista della Le Pen. L’ultimo argomento che ha usato Fillon è stato invece: votare Marine significa ritrovarsi Presidente Macron. Aveva ragione, solo che è toccato a lui per primo dichiarare il suo sostegno per Macron: alle 20.44 di ieri sera, alle primissime avvisaglie dell’esito per lui infausto del voto, il campione conservatore ha compiuto, obtorto collo, la scelta «repubblicana» di convergere sul candidato progressista, in funziona di argine contro la destra erede di Vichy, xenofoba e post-fascista.

Proprio questa mette ora l’outsider Macron nella posizione di grande favorito per il ballottaggio: dalla sinistra che non può votare la Le Pen (se non in quelle frange più estreme, che sposano la logica dello sfascio e del tanto peggio, tanto meglio), alla destra moderata di Fillon, tutti sono con lui. Il suo posizionamento centrale paga: la strada per arrivare all’Eliseo è ora larga e in discesa.

Non è detto però che, il giorno dopo il voto, per Macron non cominceranno subito le grane. Perché a giugno si vota per l’Assemblea legislativa, e anche lì bisognerà trovare convergenze. Lì il voto dei vecchi partiti continua a pesare: per tradizioni, radicamento territoriale, personale politico, cose che al giovane movimento di Macron mancano ancora. Lì il vento del cambiamento deve ancora arrivare, e il nuovo Presidente dovrà fare probabilmente l’esperienza di governi non di coabitazione con l’opposizione (come pure è capitato in passato, a Mitterand e a Chirac), ma di governi di coalizione piuttosto eterogenei. Un campo in cui, molto più della Francia, è l’Italia ad avere un non sempre invidiabile know-how.

(Il Mattino, 24 aprile 2017)

Macron, l’outsider

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Quando Emmanuel Macron diede alla prestigiosa rivista “Esprit” il suo saggio sui labirinti del politico, nell’imminenza delle elezioni del 2012, forse non pensava ancora che la volta successiva si sarebbe candidato lui, il giovane assistente del filosofo Paul Ricoeur, formatosi sui testi del maestro, di Machiavelli, di Hegel. O forse sì, forse in cuor suo ci pensava già: l’uomo è certamente ambizioso, competente, sicuro. Non ha illustri natali, non vanta precedenti esperienze da sindaco o da deputato, non ha strutture di partito che lo sostengano, eppure, senza aver ancora raggiunto i quarant’anni, ha già costruito un curriculum invidiabile: uscito nel 2004 dalla prestigiosa École nationale d’administration, da cui proviene il fior fiore dell’alta burocrazia dello Stato, ha impiegato solo dieci anni per approdare al governo del Paese, con l’incarico di Ministro dell’economia, su indicazione diretta del Presidente Hollande. Si è poi dimesso nel 2016, per fondare un movimento politico, En marche!, «In cammino», con il quale è arrivato ad essere tra i favoriti dello «spasmo presidenziale» di oggi. Lo ha chiamato così proprio lui, in quel pensoso saggio di cinque anni fa, e mai come questa volta l’espressione è indovinata, con la tensione che si respira nel Paese per l’ultimo attentato terroristico nella capitale e la suspence per un risultato più in bilico che mai. Ad ogni nuova elezione, tutto il sangue che scorre nelle vene della Francia affluisce nella scelta del nuovo inquilino dell’Eliseo e ingolfa il Paese; solo dopo lo «spasmo» del ballottaggio il sangue riprende a circolare normalmente e il cuore della Francia torna a battere con regolarità.

O almeno così accade, di solito. Questa volta però il batticuore è grande, perché non c’è un vero favorito, e tra i possibili vincitori ce ne sono un paio – Mélenchon all’estrema sinistra e Marine Le Pen all’estrema destra – che tengono i cugini d’Oltrealpe (e i mercati) col fiato sospeso. Partito come outsider, Macron si è trovato così ad essere il candidato vezzeggiato dai media e dall’establishment, soprattutto dopo che il partito socialista si è messo fuori gioco con la debolissima candidatura di Hamon, e il candidato della destra gollista, Fillon, si è trovato invischiato in guai giudiziari.

Ma la parabola di Macron è cresciuta, nei mesi scorsi, per altre ragioni. Il giovane politico dagli occhi azzurri, dal largo sorriso e dalla facile oratoria ha guadagnato consensi e suscitato entusiasmo grazie alla mossa di tirarsi fuori dagli schemi politici tradizionali, incentrati sulla sfida tra il candidato moderato e quello socialista. Ha saputo rappresentare una novità credibile, affidabile, positiva, in grado di attirare simpatie su più versanti: tra i socialisti delusi dalla scialba presidenza di François Hollande, fra i centristi persuasi dal suo profilo post-ideologico; fra i moderati in cerca di una figura stimata, priva delle ammaccature del politico di professione che appesantiscono Fillon; tra le giovani generazioni in cerca di nuove motivazioni, e in generale nell’opinione pubblica repubblicana preoccupata di respingere il populismo lepenista.

Questo è peraltro il tratto più significativo della proposta di Macron. Finché infatti ripete il mantra del candidato che si colloca al di là della destra e della sinistra, e che – come diciamo da queste parti – non recita la sua parte nel vecchio teatrino della politica, siamo ancora in una zona incerta, persino ambigua, alla quale attingono tutti i populismi antipolitici che percorrono l’Europa. Quello che però fa la differenza è che, senza rinnegare l’essere di sinistra, Macron torna a ridefinirne il senso con un’offerta politica progressista che scava un abisso con tutti gli altri: «La vera differenza oggi è tra progressisti e conservatori», dice. E non ha timore di cavalcare tutte le bestie nere che scorrazzano sul continente gonfiando il consenso dei partiti anti-sistema. Cosa vi fa più paura: l’euro, la globalizzazione, i migranti, i musulmani? Macron non vi spaventerà con nessuno di questi spauracchi. Anzi. Convintamente europeista, vi farà l’elogio della globalizzazione e magari vi aggiungerà che proprio la dimensione europea costituisce il miglior modo per rispondere alla sfida. Disponibile a collocare le frontiere della Francia non a Ventimiglia, ma a Lampedusa, vi farà l’elogio dell’apertura, contro un mondo chiuso e diviso, anche se, libero da certi retaggi culturali, vi dirà pure che è compito dello Stato dare più sicurezza ai cittadini e assumere più poliziotti. Di ferme convinzioni liberali, non cercherà capri espiatori per le difficoltà del Paese, non se la prenderà con la Cina, con l’India o con l’Ue, ma con la burocratizzazione dell’apparato statale, con la perdita di dinamismo dell’economia. Il che però non gli impedisce di ipotizzare una tassazione più elevata per la rendita da capitale.

Se Macron ce la farà, i lineamenti della sinistra francese ne usciranno, è chiaro, profondamente ridisegnati. In un Paese che a sinistra vanta ancora salde tradizioni troztkiste, non sarebbe una cosa da poco. Così come non lo è, anche per noi, il significato della sua impresa politica: se dovesse riuscire, sarebbe la dimostrazione che il populismo lo si può sconfiggere senza inseguirlo sul suo stesso terreno.

(Il Mattino, 23 aprile 2017)

La trita retorica antimeridionale

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Cade oggi l’annuncio della data del referendum per l’autonomia della Regione Lombardia e della Regione Veneto da parte dei due presidenti leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia. Il referendum è solo consultivo, e salta a piè pari quanto stabilito dalla Costituzione vigente, che all’articolo 116 prevede la possibilità che «forme e condizioni particolari di autonomia» siano attribuite alle regioni «con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali». Vi è dunque una via costituzionale all’autonomia regionale, che Maroni e Zaia scelgono però apertamente di ignorare, preferendo indire un referendum consultivo privo di valore giuridico e senza effetti immediati. Evidentemente, l’obiettivo non è quello di intavolare una discussione seria, bensì quello di mettere fieno in cascina della Lega, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Da qualche anno, con la segreteria di Matteo Salvini – subentrato a Umberto Bossi dopo la sconfitta del centrodestra nelle elezioni del 2013 – i toni regionalisti della Lega si sono un poco attenuati: non perché Salvini fosse un campione dell’unità nazionale e avesse un debole per il Mezzogiorno d’Italia, ma semplicemente perché, dopo qualche legislatura trascorsa al governo, la predicazione contro Roma ladrona aveva inevitabilmente perso mordente, e credibilità. Messa dunque la sordina al federalismo e anzi al separatismo delle origini, la retorica populista che fornisce il principale impasto ideologico del leghismo ha dovuto dirigersi altrove, preferendo indirizzarsi contro Bruxelles e verso l’euro, contro l’Islam e contro i migranti. Sono stati questi i nuovi bersagli polemici mirando ai quali la Lega di Salvini ha potuto rifarsi la verginità: l’Unione europea è divenuto il nuovo mostro centralista che minaccia l’autonomia dei popoli, ed il musulmano che sbarca sulle coste della Penisola è divenuto, al posto del meridionale imbroglione, il nuovo nemico che attenta alla sicurezza e alla prosperità delle valli padane. Il vessillo della sovranità nazionale è stato di conseguenza issato contro la globalizzazione, contro le élites tecnocratiche che governano l’Unione, contro i flussi migratori che rubano il lavoro agli italiani.

Gratta gratta però, la preoccupazione è sempre la stessa, e sotto elezioni torna a farsi sentire: come far pagare meno tasse alle regioni più ricche d’Italia, come rifiutare qualunque forma di perequazione a vantaggio delle meno sviluppate regioni del Mezzogiorno, come soddisfare gli egoismi localisti dell’elettorato tradizionale della Lega, come sottrarsi a ogni logica di solidarietà nazionale. Dietro la proposta di Maroni e Zaia c’è insomma il solito refrain: gli altri sono parassiti. Parassiti sono le burocrazie sovranazionali, parassita è lo Stato centrale, parassiti sono i partiti, parassiti le amministrazioni pubbliche, parassita e improduttivo è, ovviamente, il Sud. Che l’iniziativa sia poco più che simbolica non cambia la sostanza: del resto, dall’ampolla piena dell’acqua del Po alle camicie verdi, la storia della Lega è piena di simboli più o meno posticci, con i quali cementare una discutibilissima identità etnica, e inventare un fantomatico popolo del Nord. Né è mancato un referendum dopo il quale il partito di Bossi proclamò formalmente, già dieci anni fa, l’indipendenza della Padania, mai riconosciuta – come puntigliosamente recita Wikipedia – da alcuno Stato sovrano.

Il fatto è che però i simboli non sono mai inerti, politicamente parlando. E anche in questo caso, sotto le fitte nebbie della demagogia, si nasconde lo zampino della politica. Maroni e Zaia vogliono spostare l’attenzione da quello che è stato fatto (o non è stato fatto) a quello che ora promettono di fare. Avrebbero potuto chiedere fin dal giorno del loro insediamento di discutere di autonomia regionale, ai sensi dell’art. 116: ma sarebbe stato un percorso faticoso, lungo, irto di ostacoli, in cui soprattutto il gioco del dare e dell’avere non è detto che avrebbe loro giovato. È molto più comodo, invece, limitarsi ad agitare il panno, e appellarsi al popolo con una consultazione diretta (che una volta di più si rivela uno strumento di manipolazione della democrazia), la quale certifichi simbolicamente quanto siano pronti a mollare la zavorra inutile del resto del Paese. La vecchia idea che il tessuto produttivo del Nord si difende se si sottrae il contribuente padano alle ingiustizie fiscali di Roma e alle politiche assistenzialiste sbilanciate a favore del Sud si innesta però sopra un dato politico reale: la prevalenza nell’opinione pubblica di sentimenti di chiusura e di diffidenza, di paure e incertezze che rendono la risposta populista terribilmente efficace nell’orientare gli umori dell’elettorato. Ed è su questo terreno che la Lega torna a competere, in una deriva che, di qui alle elezioni politiche, rischia di tradursi in una pericolosa escalation.

(Il Mattino, 21 aprile 2017)

Francia al bivio tra governabilità e futuro nell’Ue

francia

A una settimana dal voto in Francia, l’incertezza regna sovrana. Ed è un’incertezza che pesa sul futuro dell’intera Europa, non solo su quello dell’Eliseo. Perché la quadriglia di candidati che i sondaggi danno favoriti offre un ventaglio di soluzioni molto ampio. Che può significare il definitivo naufragio del progetto europeo, o il primo passo di una nuova navigazione.

Favoriti sono, stando alle ultime rilevazioni, Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Il primo è il più europeista del lotto; la seconda, la più critica nei confronti dell’Unione europea. Il primo faceva parte del governo guidato dal socialista Valls, dal 2014 al 2016, ma si è poi collocato, con il suo movimento En Marche, «oltre la destra e la sinistra». La seconda invece è l’ultima espressione della destra nazionalista francese, più ingentilita rispetto a un passato razzista e antisemita, ma ancora in grado di suscitare preoccupazione nelle forze democratiche.

Inseguono, a pochi punti percentuali di distanza, François Fillon e Jean Luc Melenchon. Melenchon è il candidato dell’estrema sinistra, la bestia nera (anzi rossa) dell’establishment economico-finanziario. Fillon, già primo ministro con Sarkozy, è invece il candidato di quel che resta della destra moderata, azzoppato dagli scandali giudiziari. Se non arrivasse al ballottaggio, sarebbe la prima volta che un erede della tradizione gollista, su cui si è fondata la Quinta Repubblica, non corre per la vittoria finale. Raccolti a quanto pare in un fazzoletto di voti, ci sono insomma due candidati europeisti, e due candidati antieuropeisti; due candidati di sinistra e due candidati di destra; due candidati estremisti, e due candidati moderati; due candidati populisti, e due candidati riformisti; due candidati graditi alle capitali europee, e due candidati sgraditi.

E nessuno è in grado di dire quale coppia uscirà dal primo turno del 23 aprile.

Un primo dato è però già evidente. Il fatto che tra i quattro non si trovi Benoît Hamon, il vincitore delle primarie del partito socialista, cioè del partito del Presidente uscente Hollande – che per scelta politica personale ha deciso, fatto inedito nella recente storia delle elezioni presidenziali, di non ricandidarsi – è indicativo di una crisi profonda delle famiglie politiche tradizionali. Crisi che si presenterebbe uguale a destra, qualora, come sembra probabile, anche Fillon dovesse rimanere fuori dal secondo turno. Un simile esito non certificherebbe la fine del clivage destra/sinistra, ma la fine della sua interpretazione storicamente determinata, quella che ha prevalso nella seconda metà del Novecento, nell’epoca della divisione del mondo in due blocchi. Venuto meno quell’ordinamento del mondo, la destra e la sinistra si sono trovate dinanzi a una nuova alternativa: rifiutare la realtà del mondo globalizzato, provando a ridisegnarlo secondo nuove, aspre linee di frattura, oppure accettarlo, cercando di smussarne le contraddizioni in una chiave social-progressista o liberal-moderata.

Sono differenze che sperimentiamo anche in Italia: a destra, è la distanza che separa Salvini e Meloni (ma anche Grillo) da Berlusconi e Alfano; a sinistra, è il fossato che si va allargando fra il Pd di Renzi e le sparse formazioni dei vari Fratoianni, Civati, Speranza. In Francia, però, il doppio turno consente di verificare con chiarezza l’articolazione dell’offerta politica, senza impedire che al ballottaggio il voto si polarizzi in una sfida a due: quale maggioranza si formerà poi, nell’Assemblea Nazionale, è un problema ulteriore, e non è detto che il futuro Presidente non sarà costretto a scomode coabitazioni con maggioranze di colore e orientamento diverso.

Ma, a sette giorni dalle urne, la Francia ha il fiato sospeso. Fino a qualche settimana fa, infatti, sembrava che al ballottaggio le forze europeiste avrebbero avuto comunque un uomo su cui puntare: Macron, che in un eventuale ballottaggio godrebbe del favore di tutta la Francia repubblicana, disponibile a fare blocco pur di sbarrare la strada al pericolo Le Pen. Con il suo programma di riforme nell’ambito del lavoro, della previdenza, del fisco, Macron è forse più inviso alla tradizionale gauche che ai moderati di centro, e può quindi rappresentare un’alternativa per chi non vuole una Francia dominata dalla retorica populista, anti-euro e anti-immigrati di Marine Le Pen. Dopo aver rottamato la sinistra di Hamon, Emanuel Macron si vede però  incalzato dal populismo di Melenchon. Il cui programma sociale punta a coagulare tutto il consenso che Macron, spostandosi al centro, lascia al suo fianco sinistro. E dunque: pensione a 60 anni, settimana lavorativa di 30 ore, patrimoniale sui grandi redditi. Il tutto condito da toni che sembrano adatti a riesumare gli scontri ideologici del passato.

O forse a riproporne di nuovi la crescita di Melenchon nei sondaggi sottolinea. È probabile che alla fine Macron ce la faccia, e che toccherà a lui fermare Marine Le Pen (l’ipotesi che Fillon recuperi a sua volta consensi a destra è, ad oggi, la più remota: entrato da favorito nella corsa, è ora il più lontano dal rush finale), ma dopo il trauma della Brexit e l’elezione a sorpresa di Trump, la sensazione che si sia ulteriormente ridotto, in ambito europeo, lo spazio delle forze che “tirano” il sistema, senza ambire a rovesciarlo con bruschi scossoni, si fa ancora più forte. E più cupo e minaccioso si fa il cielo della politica. In fondo, Macron ha guadagnato voti proponendosi come un volto nuovo e senza tessere di partito. Non appena però è prevalsa l’impressione che la sua novità non comportava una discontinuità radicale con il passato recente – basti il fatto che l’ormai impopolarissimo Hollande ha fatto intendere che lo avrebbe sostenuto – il suo slancio si è affievolito. E si è rafforzata la proposta estremista di Melenchon. A un passo dal voto, l’Europa dunque non sa se prevarranno le spinte disgregatrici che annunciano una nuova età di ferro, o se invece la Francia rimarrà dentro i Trattati, come il primo pilastro di una rinnovata politica di integrazione europea, che avrà nei mesi prossimi le sue decisive prove anche in Germania e anche da noi, nella cenerentola Italia.

(Il Mattino, 16 aprile 2017)