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Di Maio candidato, ma le primarie sono un flop

Game of Chance 1987 by Robert Motherwell 1915-1991

R. Motherwell, Game of chance (1987)

Non proprio un bagno di folla, quello che il popolo cinquestelle riserva a Luigi Di Maio: vota solo un quarto degli iscritti, e Di Maio raccoglie circa trentamila voti su centocinquantamila. In un’elezione dal risultato assolutamente scontato, calano ovviamente l’interesse e la partecipazione: un’investitura annunciata non è un’elezione al fotofinish. Ma i dirigenti del Movimento si aspettavano comunque numeri più consistenti. La festa non è stata guastata dalle polemiche interne, ma è stata meno festosa di quanto forse ci si aspettava. Il dato politico però c’è tutto: da oggi, il Movimento Cinquestelle ha ufficialmente un nuovo leader. Grillo lo ha sottolineato con tono scherzoso: «da domani il capo politico del M5S non avrà più il mio indirizzo, tutte le denunce arriveranno a te», ha detto volgendosi verso il giovanissimo pupillo. Ma non è uno scherzo: è l’amaro calice che anche i più movimentisti tra i grillini debbono mandar giù, Fico per primo. Che non ha parlato. Che ha vistosamente ignorato Grillo ed evitato di applaudire Di Maio al momento della proclamazione. Ma che si è dovuto tenere per sé tutti i malumori covati in queste ore.

Le denunce arriveranno a Di Maio. E le liste, invece, chi le farà? I posti, i seggi: chi li assegnerà? È chiaro che il passo indietro (di lato, di danza) di Grillo non toglie nulla alla sua presa sul popolo pentastellato e al suo potere: Grillo rimane l’unico che può disdire quello che è già stato detto. Legibus solutus, può revocare domani quello che ha deciso oggi. Ma intanto, oggi, la decisione è presa: il Movimento Cinquestelle si identifica con Luigi Di Maio. Dargli autorevolezza, forza, credibilità è la priorità assoluta.

Lui, peraltro, è stato sempre così ben consapevole che il suo giorno sarebbe arrivato, che ha in realtà lavorato per fare il leader fin da quando si è seduto sullo scranno di vicepresidente della Camera. Lontanissimo, per stile, dallo spontaneismo arruffato e improbabile di tanti militanti e simpatizzanti, Di Maio ha deciso fin dal primo giorno di indossare giacca e cravatta, per lui quasi una seconda pelle. O forse una coperta di Linus: il modo per verificare ogni giorno allo specchio di avere la stoffa giusta per il ruolo che i padri del Movimento, Grillo e Casaleggio, hanno pensato per lui. L’unica cosa che Di Maio non può infatti permettersi, e con lui tutto il Movimento, è di apparire solo una figurina in mani altrui. Perciò l’accentramento delle responsabilità nelle sue mani, che tanto dispiace all’ala ortodossa del Movimento, è inevitabile e, probabilmente, sarà reso anche più evidente di quanto non sia.

Del resto, è abbastanza ridicolo parlare di tradimento delle origini. Alle origini c’è sempre stato un capo. Anzi. Un capo e un’azienda, la Casaleggio Associati, e la cosa ha ben potuto convivere con la retorica democraticista radicale. I Cinquestelle non hanno bisogno di dismettere quella retorica: faranno ancora le primarie online per la scelta dei candidati al Parlamento, indiranno ancora consultazioni online sui grandi temi in agenda (quando ognuno sa, peraltro, che il vero potere sta nel decidere l’agenda) e si riuniranno ancora nell’«agorà» quando si tratterà di far parlare tutti, come in questi giorni di festa a Rimini. Ma come in tutti i congressi di tutti i partiti, le decisioni vere continueranno a essere prese nel retropalco. E lì, da oggi, c’è una specie di strano triumvirato formato dal carisma ancora detenuto da Grillo, dalle chiavi della macchina organizzativa di proprietà di Davide Casaleggio, dalla responsabilità politica assegnata a Luigi Di Maio.

Piuttosto che le frizioni e le tensioni che attraversano il Movimento (e che rimarranno sotto le ceneri a lungo, se non interverranno fatti esterni a riaccendere il fuoco), sarà decisiva la capacità del neo-candidato di presentarsi come la carta nuova e vincente dei CInquestelle dinanzi all’elettorato. È lì, non fra gli iscritti, che si decide il futuro del leader. Non a caso, nel suo primo discorso dopo la proclamazione dei risultati, Di Maio ha detto subito che il suo compito non è cambiare il Movimento, ma cambiare l’Italia. C’è da dire che se lui cambiasse davvero l’Italia, il cambiamento del Movimento verrebbe da sé. Cionondimeno resta vero: gli sforzi saranno d’ora innanzi dedicati tutti alla proposta politica. E per dare il segno di una maturità ormai raggiunta dal Movimento, Di Maio ha ripetuto anche dal palco di Rimini che intorno a lui schiererà una forte squadra di governo, che dia il senso di una vera competenza e, forse, anche quello di uno spostamento di classe dirigente a rinfoltire i ranghi dei Cinquestelle.

In ogni caso, ha assicurato Di Maio, non sarà un governo di destra o di sinistra, il suo, ma fatto solo di «persone capaci». Si tratta di uno slogan che ha attraversato la seconda Repubblica, per dir così, da prima che nascesse: che ha contribuito alla delegittimazione della politica e a ha consentito ai Cinque Stelle di crescere. Anche da questo punto di vista, dunque: nessun tradimento delle origini. Ma come per la leadership una figura preminente non può non emergere nel momento in cui ci si candida alla guida del Paese, così anche sul piano ideologico i nodi debbono venire al pettine, e il populismo acchiappa-voti di qua e di là con cui ha prosperato il Movimento dovrà prendere una figura più determinata, se vorrà farsi programma di governo.

(Il Mattino, 24 settembre 2017)

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La resa dei conti è solo rinviata. Decisiva la Sicilia

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F. Clemente, La partenza dell’argonauta (1986)

A Rimini è una festa che s’ha da fare, avrà pensato Grillo nei prepotenti panni di Don Rodrigo del Movimento Cinque Stelle, e dunque Roberto Fico è meglio che non prenda la parola: rischierebbe di rovinare la cerimonia. Ma i malumori che non possono manifestarsi durante l’incoronazione di Di Maio, che domani verrà proclamato candidato premier, rischiano di esplodere al primo intoppo. Si conosce già la casella del calendario dove è piazzata la mina che potrebbe farli saltare fuori: 5 novembre, elezioni regionali siciliane. I Cinquestelle si sono avvicinati a quell’appuntamento convinti di poter arrivare alla vittoria, o almeno a una incollatura dal vincitore. Ma dopo l’ennesimo pastrocchio nelle regionarie, con l’ormai consueta scia di ricorsi, interventi del tribunale e atti di imperio di Grillo per confermare il candidato Cancelleri, tutto si può dire meno che il risultato sia già in tasca.

Prima di quella data, però, Fico non ha spazio per muoversi, per rappresentare un’alternativa politica reale a Luigi Di Maio. In linea di principio lo sarebbe. Fico non è andato né alla City di Londra né a Cernobbio per accreditarsi preso i mercati, come Di Maio. Fico non ha partecipato alla campagna d’estate sui migranti e contro le Ong, come Di Maio. Fico non ha nemmeno baciato l’ampolla contenente il sangue di San Gennaro, come Di Maio. Da ultimo, e soprattutto, Fico non ha condiviso l’ampiezza di mandato che le primarie online consegneranno al vincitore. Invece di avere soltanto un candidato premier, i grillini c’è il rischio che vedano pure Luigi Di Maio associato a Grillo e a Casaleggio nella guida politica del movimento. Un inedito triumvirato, che contraddice abbondantemente lo spirito dei meet up della prima ora, di cui Fico, insieme all’ala cosiddetta ortodossa, vuole essere ancora espressione.

Con sempre maggiore difficoltà, però, visto che sempre più declinano, o si traducono in semplici paramenti esteriori, i miti della trasparenza e della democrazia diretta. E difatti. Queste primarie sono state le più veloci della storia, con soli tre giorni tre di campagna elettorale. I candidati non hanno dovuto presentare un programma, ma una semplice dichiarazione di intenti. La piattaforma che ospitava la votazione si è impallata più volte. I tempi per votare sono stati prolungati a singhiozzo. I risultati sono stati raccolti ma non proclamati ufficialmente. Nessuna certificazione pubblica e verificabile è stata eseguita: tutto è in mano a due notai di cui però non si conosce il nome. La democrazia, ragazzi: quella è un’altra cosa.

Ma i partiti sono associazioni private, e fanno un po’ quello che vogliono. In particolare quando c’è da piegare, se non le regole, almeno la retorica alle esigenze del momento. E questo è il momento di Di Maio, il momento in cui il Movimento deve mostrarsi unito e compatto dietro il novello leader, il momento in cui, dunque, non sono ammesse polemiche interne. Grillo ha la forza per imporre il suo pupillo e tacitare i suoi avversari. Sa che i Cinquestelle hanno bisogno di presentare un candidato che trasmetta non solo il senso di una novità, ma anche quello di un’autorevolezza che è ancora tutta da conquistare. Perciò, va bene che tutti sono uguali, che uno vale uno, che gli incarichi si assumono a rotazione e in Parlamento non ci sono onorevoli ma megafoni dei cittadini, però per Palazzo Chigi il prescelto non può che essere uno solo. Ed è lui, è Luigi Di Maio il Lancillotto. Quanto alla leaderizzazione del candidato, sarà interessante vedere se in campagna eletorale avremo il suo volto in primissimo piano sui manifesti e negli spot, come impone la comunicazione politica oggi, o se campeggeranno soltanto le anonime Cinque Stelle del simbolo (e la barba e la chioma di Grillo, va da sé).

Questa è la strategia: si fa corsa tutti insieme per Di Maio senza aprire una discussione vera. Scordatevi i meet up, non azzardatevi ad organizzarvi come opposizione interna. Ovviamente nessuno ha la forza per contrastare questi piani di battaglia. Di Battista, perciò, si è adeguato subito, Fico invece no. Se le cose in Sicilia andranno bene, anche lui finirà ovviamente col piegare il capo e pure le orecchie. Ma se il centrodestra vincesse? Se il Pd non andasse così male come si prevede, e i Cinquestelle non andassero così bene come fino a poco tempo fa si pensava?

A quel punto la partita potrebbe riaprirsi. Non certo nel senso che Di Maio sarebbe rimesso in discussione, ma nel senso che Grillo potrebbe essere costretto a concedere qualcosa nella composizione delle liste. Sarebbe una novità assoluta, anche se difficilmente si aprirebbe una dialettica politica reale dentro il Movimento. La ragione è semplice: una simile dialettica è incompatibile con la figura dell’insindacabile capo politico che, quale garante,  Grillo continua ad essere. (Ed è impensabile pure che Grillo permetta quello che sempre succede nel Pd, dove non si smette mai di esercitarsi nel logoramento del leader). Più facile allora che all’emergere di malumori, in caso di insuccesso in Sicilia, Grillo reagisca come ha sempre fatto finora: con le fuoriuscite e le espulsioni. Col rischio però che qualcosa si incrini nel rapporto con l’opinione pubblica.

Meglio non pensarci, allora. Oggi è il giorno della grande festa. E siccome del doman non v’è certezza, per ora Fico non parla, il resto si vedrà.

(Il Mattino, 23 settembre 2017)

 

La voglia di riformismo non è morta

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Anche a Napoli (e anche in Campania) si riparte da Renzi. E la domanda da porre al neo-segretario del Pd è dunque: e adesso? E adesso è la volta che imbraccerà veramente il lanciafiamme? Ed è quello che davvero ci vuole? La metafora che Renzi ha usato in passato esprimeva tutta l’insoddisfazione del segretario nazionale del partito per i risultati del Pd napoletano. Ma oltre l’insoddisfazione Renzi non era andato, in realtà: non erano seguite prese di posizione rispetto ai gruppi dirigenti, non era stata scelta la via drastica del commissariamento, non si era scelto né di tagliare i rami secchi né di coltivare i deboli germogli di rinnovamento comparsi qua e là. Un’opera di rimozione, più che di rottamazione.

La ragione è presto detta: il Renzi rottamatore che nel 2013 prende le redini del partito democratico decide, a Napoli e nel Mezzogiorno, di assecondare le dinamiche locali, piuttosto che di sovvertirle. È una scelta compiuta in stato di necessità (Renzi arriva al governo senza nemmeno passare per il voto popolare), ma anche una scelta dettata da una certa sottovalutazione della funzione del partito nella selezione delle classi dirigenti. Così il Pd renziano si limita da queste parti a sommare quello che c’è, bello o brutto che sia. E quello che c’è ha ovviamente tutto l’interesse a perpetuare lo status quo: non potrebbe essere altrimenti.

Ora però comincia il secondo tempo della partita che Renzi giocò quattro anni fa, e non tutto è rimasto uguale a prima. A tacer d’altro, di mezzo ci sono state le sconfitte alle amministrative di Roma e Torino, che in fondo hanno seguito Napoli nel consegnare il Municipio a una formazione populista. Qui De Magistris scassò tutto già nel 2011, ed entrò a Palazzo San Giacomo; a Roma e Torino è accaduto lo scorso anno, con la Raggi e l’Appendino. E così si è fatta drammaticamente evidente l’usura delle classi dirigenti locali. Scegliere dunque di sostenersi sul notabilato che in periferia racimola voti ma non produce egemonia – come si sarebbe detto una volta – si rivela essere una scorciatoia sempre più stretta e sempre meno praticabile.

Il voto napoletano dimostra tuttavia che anche in questa città resiste un elettorato di sinistra che continua a votare il Pd e a riconoscersi in una proposta politica riformista, di respiro e formato nazionale ed europeo, una prospettiva che difficilmente De Magistris può assicurare. Il punto è come svincolare questo risultato da una geografia di stampo localistico, e congiungerlo al resto del Paese. Se De Magistris è impegnato a costruire un meridionalismo “contro”, questo voto consente a Renzi e al partito democratico di costruire un nuovo meridionalismo “per”?

Ora Renzi può davvero prendere il lanciafiamme? Nella sua versione precedente, quell’arma non ha sparato un colpo, e cambiare tutto per non cambiare nulla è stata la fatale conseguenza di condizionamenti da cui la segreteria Renzi non ha saputo affrancarsi. Il voto di ieri dà al neo-segretario un’indubbia forza: a Napoli e nel Paese. Gli dà anche un obiettivo: impegnare quei voti per tornare a collegare il Sud all’Italia e all’Europa, invece di contrapporlo in una prospettiva ribellistica e rivendicazionista. Cambierà anche il partito, di conseguenza, se non altro perché quel pezzo che pensa che essere di sinistra obblighi a parlare con De Magistris dovrà venire a un chiarimento definitivo.

(Il Mattino, 1° maggio 2017)

Primarie Pd, le idee per scegliere

pd puzzle

Primarie a bassa intensità, noiose, clandestine. Primarie scontate, primarie con rito abbreviato, primarie spopolate: definite in molti modi, rappresentano comunque l’appuntamento più largo e partecipato che in questo modo offre la vita interna dei partiti italiani. E dunque vale la pena darci un’occhiata, provare a orientarsi tra i profili e i programmi dei tre cavalieri – Renzi, Orlando, Emiliano – che in singolar tenzone si contendono la guida del partito (e, a norma di statuto, anche la premiership).

Sinistra

Ci sono quelli che dicono che la distinzione fra destra e sinistra non ha più molto senso. E tuttavia il partito democratico (che con Renzi segretario ha definitivamente aderito al socialismo europeo) continua a definirsi come un partito di sinistra, e tutti e tre i candidati condividono questa collocazione. Cambiano però gli aggettivi qualificativi, che sono necessari per apprezzare le differenze. La sinistra di Orlando somiglia alla tradizione socialdemocratica, e l’insistenza sul tema dell’uguaglianza fa sì che “democratico” sia senz’altro l’aggettivo da scegliere per la sua proposta programmatica. Quella di Renzi è invece una sinistra liberale, con più robusti innesti di liberalismo nelle proposte economiche, nell’idea di modernizzazione, nell’insistenza sul tema dello sviluppo. Emiliano, infine, è l’unico che non disdegnerebbe affatto l’aggettivo populista, che prova a presentarsi come l’uomo che lotta contro l’establishment e i potenti («il Pd dei banchieri e dei petrolieri»).

Populismo

A proposito di populismo, detto che per Emiliano non sembra affatto che sia un vero avversario, e che anzi ci andrebbe volentieri a braccetto, Orlando e Renzi usano entrambi la parola per denunciare un pericolo per le istituzioni democratiche, o perlomeno per le politiche di cui il Paese avrebbe bisogno. Orlando lo considera un «rischio mortale» per il Pd e, pensando a Emiliano ma anche a Renzi, denuncia le dosi di populismo entrate nelle vene del partito (ad esempio sul tema dei costi della politica, che Renzi riprende e che Orlando invece non cavalca mai). Per Renzi, al di là di stile, tono e qualche volta argomenti, la vera risposta al populismo stava però nella riforma costituzionale, cioè nel passaggio ad un sistema politico e istituzionale semplificato e più efficiente.

Legge elettorale e sistema istituzionale

Sul primo punto, in cima all’agenda dei prossimi mesi, siamo al ballon d’essai delle dichiarazioni quotidiane. C’è molto tatticismo, e il sospetto fondato che alla fine non cambieranno le cose. Ci terremo probabilmente la legge uscita dalla sentenza della Corte costituzionale, con piccoli aggiustamenti. Renzi, comunque, punta tuttora a correttivi maggioritari; Emiliano si dichiara per un maggioritario con collegi uninominali, e tutti e due vogliono togliere i capilista bloccati. Orlando proviene da una cultura di tipo proporzionalista, ha sposato nella sua mozione la proposta Cuperlo con il premio di lista ma è disponibile ora al premio di coalizione. La riforma costituzionale, dopo il referendum, è invece divenuta un terreno completamente minato: nessuno ci cammina più su. Nella mozione congressuale di Renzi c’è un cenno alla riforma del titolo V (autonomia regionale), in Orlando nemmeno quello. Ma è giusto ricordare che Renzi e Orlando stavano dalla stessa parte, mentre Emiliano ha osteggiato fragorosamente il programma di riforme del governo, e ha votato no al referendum.

Alleanze

Insieme alla legge elettorale sta il punto politico: le alleanze. Gli ultimi giorni si sono giocati su questo tema: Orlando agita contro Renzi lo spauracchio dell’accordo con Berlusconi. Renzi ribatte che Orlando la coalizione con Berlusconi l’ha già fatta. Ma in realtà il tema non può essere declinato concretamente in assenza di una legge. Se rimane un impianto proporzionale, le alleanze si faranno dopo il voto, non prima: secondo necessità. Non è chiaro infatti come si possa evitare l’accordo con il centrodestra senza un meccanismo maggioritario sul modello del tanto deprecato (e dalla Corte costituzionale bocciato) Italicum. Le discriminanti sembrano in realtà altre. Orlando non ha difficoltà a riprendere il dialogo con i fuoriusciti del Pd, Renzi invece ne fa una questione di coerenza: con Pisapia e il suo campo progressista sì, ma come si fa a stringere un’alleanza con D’Alema e Bersani, che il Pd lo hanno rotto? Che senso ha dividersi il giorno prima e allearsi il giorno dopo? Quanto a Emiliano, guarda con interesse agli elettori grillini, e si capisce che cercherebbe alleanze da quella parte.

Unione europea

Dici Europa e li trovi tutti d’accordo: sembra quasi una gara a chi si dice il più europeista di tutti (anche se tutti aggiungono subito dopo che così com’è l’Unione non va). Emiliano, i cui toni populisti non sembrerebbero andare a braccetto con il sogno europeista, innalza addirittura il vessillo degli Stati Uniti d’Europa; Orlando ne fa prioritariamente una questione di policies e punta alla costruzione del “pilastro sociale” che mancherebbe all’Unione; Renzi tiene insieme le due cose e soprattutto prova a rilanciare l’iniziativa politica per cambiare l’Europa, proponendo di affidare alle primarie la scelta del candidato alla Presidenza della Commissione. In realtà, con la probabile elezione di Macron (apprezzato da tutti e tre) e un possibile, rinnovato asse franco-tedesco, gli spazi per i giri di valzer si riducono: Renzi batte i pugni a Bruxelles, Emiliano dice che lo fa troppo poco, e Orlando dice che lo fa inutilmente. Questioni di immagine, più che di sostanza.

Mezzogiorno

Il Mezzogiorno c’è nei programmi di tutti e tre. Ma nessuno dei tre candidati lo ha scelto come terreno sul quale marcare una vera differenza rispetto agli altri due. Neppure Emiliano, che pure è governatore di una regione meridionale, la Puglia. Tutti e tre pongono la questione meridionale come una questione nazionale. Tutti e tre sono consapevoli che l’Italia non potrà mai crescere oltre lo zero virgola se a crescere non sarà anzitutto il Sud. Ma nessuno dei tre ha chiesto un solo voto per il Sud, e alla fine il risultato che prenderanno in Campania o in Sicilia, in Puglia o in Calabria dipenderà molto di più da dinamiche di tipo localistico, che dal profilo programmatico che hanno assunto. E al dunque: Renzi voleva portare il lanciafiamme a Napoli, ma poi non lo ha fatto. Orlando invece a Napoli ci ha fatto il commissario, e chiamarsi fuori non può; Emiliano infine s’è preso lo sfizio di strizzare l’occhio a De Magistris appoggiando pochi giorni fa «l’insurrezione pacifica contro Salvini». Tant’è.

Migranti e sicurezza

Tutti e tre i candidati subiscono la pressione dell’opinione pubblica e tendono a declinare i due temi insieme. Tutti e tre si coprono – come si suole dire – su quel fianco sul quale tradizionalmente i partiti di sinistra si mostrano più scoperti. Così Emiliano spende parole sull’accoglienza e sul bisogno di manodopera straniera della sua Puglia (non proprio un argomento di sinistra), ma nel confronto televisivo tiene a ricordare che lui, da magistrato, girava con la pistola nella tasca dei pantaloni. Renzi fa la polemica con l’Unione europea che scarica sul nostro Paese il peso maggiore nell’accoglienza, ma si allinea alle posizioni più dure in tema di legittima difesa (non proprio una posizione di sinistra); Orlando vuole superare il reato di immigrazione clandestina, ma difende la sua legge che accelera l’esame del diritto d’asilo, togliendo il grado di appello (legge assai poco amata a sinistra). In compenso, nessuno di loro indietreggia di fronte al compito di salvare le vite umane in mare e difendere le Ong.

Economia

Per tornare a trovare differenze più accentuate fra i tre candidati, bisogna allora tornare a guardare ai temi dell’economia e della società. La più chiara di tutte: Orlando e Emiliano sono per una patrimoniale, mentre Renzi la esclude. Il programma economico e sociale di Renzi è per il resto tracciato nel solco di quello seguite dal suo governo. E cioè il jobs act, poi gli 80 euro, «cioè la più grande operazione distributiva che sia mai stata fatta», poi la riforma della pubblica amministrazione e quella della scuola. Orlando in realtà faceva parte del governo e Renzi non ha mancato di ricordarglielo, ovviamente. Ciò non toglie che Orlando ha criticato la politica dei bonus, che vanno a tutti, ricchi e poveri indistintamente, e provato a riprendere il tema più classicamente socialdemocratico della redistribuzione dei redditi («sradicare in tre anni la povertà assoluta»). Emiliano ha forse il programma più a sinistra: critica l’abrogazione dell’art. 18, vuole tassare le multinazionali del web, vuole una forma universale di sostegno al reddito. E però vuole pure la riforma dell’IVA, finanziandola con il recupero dell’evasione dell’imposta.

Partito

Come sarà il partito democratico dal 1° maggio? Se vince Renzi, è l’accusa degli altri due, sarà quello che è stato finora: un partito fortemente segnato dalla leadership di Matteo, tinto di prepotenza e poco inclusivo. Emiliano era sul punto di andarsene, poi è rimasto ma continua a dipingere Renzi quasi come un pericolo. Orlando ha finito la campagna elettorale arrivando a dire che o vince Renzi o vince il Pd. In effetti, Renzi è arrivato alla guida del Pd sull’onda della rottamazione, non mancando di aggiungere che preferiva farsi dare dell’arrogante piuttosto che farsi fermare dai veti incrociati dei maggiorenti del partito. Nella sua mozione, però, gli accenti sono mutati: cita Gramsci, propone non un partito pesante ma un partito pensante, ne mantiene il tratto aperto e contendibile, fondato sul modello delle primarie, ed è soprattutto l’unico che prova a tratteggiare un modello nuovo di militanza. Emiliano chiede invece di cambiare lo statuto e l’identificazione fra candidato premier e segretario nazionale, Orlando propone invece le primarie regolate per legge.

Le persone

Le differenze, tutto sommato, ci sono. Ma sicuramente si disegnano con più nettezza se si guarda alle rispettive personalità. Orlando è quello più “strutturato”, che prova a incarnare la serietà della politica; Emiliano fa quello fuori dalle righe, che sta tra la gente e fuori dal Palazzo (pur essendoci seduto dentro); Renzi vuole essere ancora l’uomo delle riforme, che ha cominciato e vuole continuare. Uomo della mediazione Orlando, uomo della declamazione Emiliano, uomo della rottamazione Renzi. Correzione di rotta per Orlando, rivoluzione gentile per Emiliano, cambiamento per Renzi, bandiera finita nella polvere dopo il 4 dicembre. Non se ne è parlato molto, ma il senso dato a quel voto è un vero discrimine fra i tre. Un no sacrosanto per Emiliano; una severa lezione, per Orlando; uno stop imprevisto dal quale ripartire per Renzi. Solo il voto di oggi potrà indicare la strada. E questo, dopo tutto, è il bello della democrazia (non quella diretta).

(Il Mattino 30 aprile 2017)

Se il verdetto dei circoli è un plebiscito

città che sale

È un buon risultato: prima ancora che per i candidati, per il partito democratico nel suo insieme. Che è arrivato a questo primo tempo delle primarie dopo avere messo in fila la sonora sconfitta nel referendum sulle riforme costituzionali, la caduta del governo Renzi, la scissione del gruppo di dalemian-bersaniani, infine l’apertura della fase congressuale con le dimissioni del segretario nazionale: non proprio un percorso trionfale. Dopo il quale, però, l’organizzazione del partito conta nelle urne dei circoli democratici circa duecentomila voti, una cifra che in questo momento nessun altro partito è in grado di raggiungere in Italia, e che non sfigura accanto alle precedenti consultazioni del Pd. Questo è il primo elemento di cui occorre tenere conto. Gran parte delle ragioni polemiche sollevate nelle scorse settimane dagli «scissionisti» riguardava proprio il dato della partecipazione, lo stato del partito e la sua contendibilità: il risultato di questa prima fase, con il voto degli iscritti, mette la sordina a tutto ciò. Non che il Pd goda di buonissima salute, ma l’ampiezza del confronto democratico che si è svolta in questi giorni è fuori discussione (ogni paragone con i numeri delle comunarie grilline lo conferma ad abundantiam). Ed è ragionevole attendersi anche dalla seconda e decisiva fase – cioè dalle primarie del 30 aprile, aperte oltre che agli iscritti ai simpatizzanti e agli elettori del partito democratico – un numero forse inferiore a quello delle precedenti tornate, ma comunque robusto, e in grado quindi di offrire al vincitore una legittimazione piena.

Che è quella di cui anzitutto Matteo Renzi aveva ed ha bisogno, dopo il brusco stop del referendum. Per ora il voto gli dà ragione, perché sfiorare il 70% significa avere con sé, dentro il partito, una maggioranza molto larga, ben più larga di quella che raccolse nel 2013, quando prese, tra gli iscritti, il 45% circa, contro il 39% di Cuperlo. L’altra volta c’erano due candidature alternative, Pippo Civati (che raggiunse il 10%) e Gianni Pittella (che si fermò poco sopra il 5%), mentre questa volta c’era il solo Emiliano, che sembra aver superato la soglia del 5%, il che gli consentirà di partecipare comunque al voto del 30 aprile.

Questi essendo i numeri, il contesto in cui si svolgono queste primarie rimane assai diverso. Nel 2013 spirava nell’opinione pubblica un vento molto forte a favore di Renzi. Cuperlo era infatti il candidato di quelli che avevano «non vinto» alle elezioni politiche, cioè di Bersani e D’Alema: era a tutti evidente che il Pd doveva ripartire da un’altra parte, e che era scoccata dunque l’ora di Renzi. Il voto dell’8 dicembre lo confermò: Renzi prese oltre il 67% e Cuperlo crollò al 18%.

Stavolta lo sconfitto – non alle politiche, ma al referendum – è Renzi, ed è ancora da vedere quanta parte dell’elettorato del Pd è tuttora convinta di affidare a lui la ripartenza. Il voto di ieri dice però che, intanto, il partito lo segue. E partendo dalle percentuali di ieri è difficile ipotizzare il ribaltone a fine aprile. Che cioè Orlando, col 25% tra gli iscritti, riesca nel voto finale a scavalcare Renzi. Sarebbe un gran paradosso, dal momento che Orlando ha insistito sui limiti del progetto culturale e del profilo ideologico del partito, più che su correzioni da imprimere all’attività di governo; era quindi naturale che la sua proposta trovasse ascolto anzitutto tra gli iscritti. Sul suo risultato, tuttavia, ha sicuramente inciso la scissione: dal Pd sono usciti infatti quasi solo cuperliani. Del resto, fino all’ultimo Orlando aveva messo a disposizione la sua candidatura con l’obiettivo di tenere unito il Pd: quell’obiettivo è stato mancato, ma Orlando lo ha riproposto anche nella sua campagna elettorale, fino a mettere la sua mozione sotto l’insegna del verbo «unire».

Ora però il confronto si sposta nel Paese. È ragionevole attendersi un calo complessivo dei votanti, rispetto al 2013, e in fondo se ne può offrire già l’interpretazione. Se il voto andasse come il risultato di ieri lascia prevedere – con una vittoria di Renzi, limata nelle percentuali rispetto al 2013 soprattutto dal lato della affluenza – vorrebbe dire che c’è sicuramente una quota di consenso che il Pd deve recuperare, rispetto almeno ai picchi raggiunti tra le primarie e le europee del 2014, ma che non è affatto erosa la forte identificazione tra Matteo Renzi e il partito democratico. Questo, peraltro, sembra essere un dato strutturale, che la retorica sulla partecipazione spesso nasconde: l’elettorato che vota alle primarie è meno interessato alla dialettica interna e più coinvolto dalla sfida per la leadership. È in questi termini, peraltro, che prende vita la competizione. Non come una discussione sul modo di essere di sinistra, ma come una discussione sul modo in cui la sinistra può vincere le elezioni politiche. Renzi insiste nel dare questo preciso significato al voto, all’opposto di Orlando che ha finora tenuto a distinguere la sua candidatura alla segreteria dalla sfida per la premiership. Ma può passare questo messaggio, ora che il voto si allarga a una più ampia platea di votanti, non solo iscritti? Lo stesso Emiliano non proverà a giocarsi la sua partita mettendosi tutti i panni possibili, meno quelli del segretario di partito? Il suo risultato non dipenderà da quanta parte della società meridionale si vorrà togliere lo sfizio di esprimersi con un voto di sfiducia più o meno verso tutti quelli che somigliano a figure di partito (il che è un altro gran paradosso, trattandosi, come si diceva, della scelta del segretario)?

Se è così, se la posta in palio rimane la candidatura a Palazzo Chigi, allora sarà il senso degli elettori democratici per la leadership a decidere la partita.

Con un ultimo numero da tenere a mente. Del 40% che ha votato sì allo scorso referendum del 4 dicembre s’è detto giustamente che non era formato solo da elettori del Pd. Ma dentro quel voto di elettori ce ne sono probabilmente abbastanza per vincere, comunque, il congresso.

Il Mattino, 3 aprile 2017)

Il salvagente dei naufraghi

Turner - Scene

E se il Pd candidasse Antonio Bassolino al Comune di Napoli? La damnatio memoriae alla quale è stato prematuramente condannato l’ultimo leader politico che ha avuto la sinistra in Campania e nel Mezzogiorno è ormai finita da tempo. Eppure sarebbe un non piccolo paradosso se, dopo aver portato De Luca alla regione, il Pd si affidasse davvero a Bassolino per Palazzo San Giacomo.

Non è però solo questione di lancette di orologi che tornano indietro, o di nostalgia canaglia. È che il Pd non è più riuscito a conquistare, dopo la debacle del 2011, quella centralità politica e programmatica che gli consentirebbe, pur in mancanza di forti e riconosciute leadership, di proporre credibilmente un suo dirigente politico come interprete di una nuova stagione.

Così annaspa. E a poco meno di un anno dalle elezioni comunali – quando si voterà anche a Salerno, Benevento e Caserta, e in molte altre importanti città italiane, sicché il voto prenderà facilmente il significato di un test politico nazionale – a poco meno di un anno ha ancora poche idee ma confuse.

Da una parte, c’è chi chiede di non abbandonare il metodo delle primarie. Certo, non sono più un elemento costitutivo dell’identità del partito democratico, Renzi stesso ha fatto capire che è disposto a riconsiderarne l’applicazione, in certi contesti territoriali non rappresentano affatto garanzia di qualità, ma sta il fatto che proprio a causa della debolezza degli organismi di partito le primarie consentono di «esternalizzare», per dir così la scelta, e cioè di non portarne fino in fondo la responsabilità. È un’interpretazione pilatesca del ricorso alle primarie, ma è quella che rischia di prevalere, per superare vecchie e nuove impasse.

Un’altra possibilità è pescare il jolly: trovare un volto nuovo su cui investire, nella speranza che riveli insospettate doti di leadership e trovi cammin facendo quella autorevolezza che notabili e maggiorenti di partito non saranno certo disposti a riconoscergli, ex ante. Neanche questa è una strada priva di rischi, ovviamente: già nel 2011 il Pd provò a togliersi dai guai affidandosi a un’espressione della società civile, il prefetto Morcone, coi risultati che sappiamo: non solo perse le elezioni, ma non riuscì a conservare intorno a quella esperienza neppure una base da cui ripartire.

E allora: se non è l’una, e non è neppure l’altra, cos’è? Se le primarie rischiano di produrre nuovamente lo spettacolo di un partito diviso tra vecchie cordate, e lo scouting di una figura nuova appare una scommessa troppo aleatoria, che cosa resta: Antonio Bassolino?

Ovviamente vi diranno: non bisogna partire dai nomi, ma dal progetto. Senza voler essere troppo cinici e ribadire che invece no, senza un volto che aggreghi è ben difficile costruire qualunque proposta politica, rimane il fatto che proprio il progetto non c’è, o almeno non c’è ancora.

Eppure lo spazio ci sarebbe. Non solo per la quantità di problemi insoluti che la città ha dinanzi, e su cui dunque qualcuno dovrebbe pur provare a costruire una risposta, ma perché, a voler uscire da ambiguità e timidezze, c’è una grande parte della società napoletana che proprio non se la sente di farsi altri cinque anni a sostenere la parte del popolo greco. È quello che il sindaco De Magistris ha scritto invece sul suo profilo facebook: Renzi sta facendo la Troika, Napoli sarà la sua Grecia. Forse al sindaco è sfuggito come è finita la trattativa in sede europea, o forse non gli importa davvero: gli importa piuttosto di giocare anche lui la sua parte, non certo per risolvere i problemi della città ma per incarnare una certa figura retorica nella consueta chiave retorica del povero contro il ricco, del debole contro il forte, dello straccione contro il signore. Sarebbe meglio se Napoli si scegliesse invece un sindaco all’altezza delle ambizioni di una città capitale, piuttosto che di un paese periferico. Ma è naturale: finché il Pd e il centrosinistra non prendono una strada, non lanciano un’idea, non provano a ricostruire un tessuto di alleanze con le forze vive della società, non innescano nuove dinamiche di partecipazione e di selezione della classe dirigente, e  insomma non fanno nulla o quasi, De Magistris può spararsi le sue pose, e confidare sul fatto che il tempo passa, le elezioni si avvicinano, e candidature alternative non emergono. Salvo, forse, Bassolino.
(Il Mattino, 21 luglio 2015 – ed. napoletana)

Un brutto film. Speriamo nei titoli di coda

via col vento

Non è il momento di fare previsioni sulle primarie: sarà il risultato a decidere chi ha vinto e chi ha perso, e non il confronto con le precedenti aspettative dell’uno, dell’altro o dell’opinione pubblica. Tolto il socialista Di Lello, che mantiene alla sfida il carattere di un confronto all’interno della coalizione di centrosinistra e non del solo Pd, sia il sindaco Vincenzo De Luca che l’europarlamentare Andrea Cozzolino puntano infatti alla vittoria. Così la sera di domenica, al di là di dichiarazioni di rito, di parole di circostanza, di ringraziamenti agli elettori, di risultati comunque «straordinari» (si dice sempre così), uno avrà vinto e l’altro, inevitabilmente, avrà perso. In attesa di sapere chi, riavvolgiamo il film, e diamo un ultimo sguardo ai principali fotogrammi che il partito democratico, sotto una confusa regia, ha mandato in onda fin qui.

Primo fotogramma: titoli di testa. Il Pd sbanca alle elezioni europee. Nella circoscrizione meridionale, Pina Picierno supera quota duecentomila preferenze. In Campania va oltre le centomila preferenze. Il rinnovamento, la nuova classe dirigente meridionale sembra aver trovato finalmente un punto di partenza. Di Pina Picierno candidata alla guida della Campania si comincia infatti a parlare subito. Ma altrettanto rapidamente si smetterà. Nonostante i voti consegnatigli a maggio, non c’è praticamente nessuno che la consideri forte abbastanza. O adatta per il ruolo. E così, prima ancora che il film abbia inizio, il Pd perde il candidato giovane-donna-renziano su cui sembrava voler puntare.

Secondo fotogramma: lo start. Il Pd campano dà avvio alla corsa. Quando lo fa, non c’è nessuno, ma proprio nessuno che pensi che si possa procedere in altra maniera. Le primarie sono il «mito fondativo» del Pd, e ogni novità, ogni nuova leadership – da Veltroni a Renzi, passando per lo stesso Bersani – si è forgiata così. D’altra parte, le strutture di partito regionale non offrivano (e non offrono ancora) sufficiente forza di legittimazione. Bisogna dunque rivolgersi agli elettori: le primarie s’hanno da fare. E devono essere aperte, per cercare nel rapporto con la società, non tra i signori delle tessere, il battesimo della rinascita. Questa, almeno, è la sceneggiatura. Ma gli attori reali interpreteranno un altro film.

Terza inquadratura: la Fonderia. La ricordate? Un pezzo del Pd campano tiene a Napoli una simil-Leopolda, un incontro giovane-dinamico-aperto-mediatico per buttarsi alle spalle il passato e intercettare l’onda lunga del renzismo. Succede però che a strappare la scena e a rubare applausi siano non i giovani, non i brillanti organizzatori della kermesse, Nicodemo o la Picierno, ma De Luca da una parte e Bassolino dall’altra, leader con circa trenta (diconsi trenta) anni di esercizio di leadership per ciascuno. Insomma: il nuovo rischia subito di finire soffocato in culla. Naturalmente la partita non è già chiusa, ma per la verità non sembra neppure incominciare. Perché dalla Fonderia non viene fuori un candidato uno, che sia buono per le primarie, e in lizza scendono invece Vincenzo De Luca e Andrea Cozzolino. Raccolgono le firme e si presentano. Tutte le altre tribù del Pd, nel frattempo, storcono il naso e affilano i coltelli.

Terzo fotogramma: la lettera. La lettera la scrive Marco Di Lello, per chiedere al Pd, un minuto prima del via, primarie di coalizione. Forse la lettera ha un mandante romano, forse no: in ogni caso è il primo di quattro rinvii, e da quel momento in poi la storia delle primarie si allunga, si complica, si inceppa, si aggroviglia. Non è certo l’allargamento alle altre forze di coalizione il problema, ma la ricerca di una candidatura alternativa. Una candidatura, stavolta, non per le primarie, ma per non fare le primarie. La candidatura agognata viene proclamata retoricamente come «unitaria», senza forse avvedersi che in questo modo ci si candida a fare il rovescio di quello che si era cercato di fare con la Fonderia (il nuovo, la rottura, la discontinuità). E naturalmente la ricerca si fa subito lunga, faticosa, complessa. Viene condotta fra Napoli e Roma, in un gioco di sponda fra segreteria regionale e segreteria nazionale che funziona molto poco. Napoli spera che sia Roma a togliere le castagne dal fuoco, Roma spera che sia Napoli.

Una castagna però prende a scottare più di tutte: Vincenzo De Luca (quarto fotogramma: la condanna). Perché De Luca si becca, tra un rinvio delle primarie e l’altro, una condanna in primo grado che per effetto della legge Severino è una tagliola micidiale. Sarà pure candidabile ed eleggibile, se dovesse vincere, ma decadrà un minuto dopo l’elezione. Quale partito, pensi pure tutto il bene possibile di De Luca e tutto il male possibile della legge Severino, si può permettere di infilarsi in un casino simile? (E quale Regione, soprattutto?). Ma lo statuto del Pd – che di norme cervellotiche ne contiene più d’una, ivi compresa quella che fa ballare tutti, cioè la possibilità di indire-e-poi-annullare le primarie, con il consenso di due terzi della Direzione – lo statuto non dice nulla al proposito, e De Luca va avanti. Imperterrito. Secondo lo schema che gli è più familiare: da una parte il «circo equestre» del partito, dall’altra Lui (e la maiuscola la merita sia per la piccolezza altrui, che per altro).

Quinto fotogramma: «vai mo’». Nel frattempo, vanificato ogni altro tentativo, Gennaro Migliore, entrato di corsa nel Pd e già star della Fonderia, ha rotto gli indugi. Si è candidato a reti unificate, con un’intervista a tutti i giornali, dando o volendo dare l’impressione che, finalmente, lo sforzo unitario responsabile fino ad allora solo di ritardi, rinvii e polemiche, ha trovato compimento. Lui ci crede: ha il sospirato avallo di Roma, anche se Renzi preferisce non esporsi. In realtà, si vede subito che il nome non è unitario abbastanza da convincere gli altri candidati a farsi da parte. Più che l’unità, attorno a Migliore c’è il traccheggiamento. Né a lui riesce di spostare i due terzi della direzione regionale, per annullare la competizione. Così la confusione aumenta: Migliore decide di proseguire, convinto di portarsi dietro il partito, ma dietro, davanti o di lato, il partito non c’è. Tutto il film girato fin qui lo dimostra: il partito non c’è, anche se ci sono le correnti, cioè i pezzi che lo compongono e che più volentieri lo scompongono, secondo dinamiche personali e clientelari che di vincoli di partito ne conoscono ormai ben pochi. Migliore scende dunque in campo, mentre prosegue come prima, più di prima, la caccia al nome unitario.

Sesto fotogramma (con flashback): il sogno proibito. Cioè Raffaele Cantone. Quasi una trama parallela. Perché il Presidente dell’anticorruzione, da poco insediatosi, non ci ha mai pensato, anche se in molti hanno pensato a lui: all’inizio di questa vicenda, tra un rinvio e l’altro, nelle ultime giornate: Ottenendo però sempre lo stesso risultato, un diniego. E in questo modo dimostrando che la costruzione di una classe dirigente non è ancora cominciata, se si va in cerca di supplenze, per quanto autorevoli. Alla stessa logica rispondeva il nome del ministro Orlando, o da ultimo quello di Nicolais. Al posto del lavoro dal basso, e di lunga lena, il jolly calato dall’alto, e fuori tempo massimo. Non poteva funzionare, e non ha funzionato.

Settimo e ultimo fotogramma: il gatto e la volpe. Cioè Paolucci e Vaccaro, i due esponenti del Pd che non si sono rassegnati alla sfida fra De Luca e Cozzolino e in questi giorni hanno rumorosamente sbattuto la porta, per i brogli e gli inquinamenti che a loro dire rischiano di alterare la competizione. Della loro società ci si può fidare, per dirla con la canzone di Bennato? Molto poco. In realtà, sono semplicemente rimasti tagliati fuori dagli accordi stretti nelle ultime ore dai candidati, dopo il ritiro di Migliore. Perché il Pd continua per lo più a funzionare così: attraverso accordi più o meno leonini e patti più o meno capestro. D’altronde queste primarie, così poco combattute in termini di programma e di idee, non hanno certo favorito fin qui l’auspicato ampliamento della platea elettorale. Se la narrazione delle primarie deve appassionare la società civile, bisogna che ci pensi qualcun altro a stendere lo script.

Sui titoli di coda forse ce ne si sta rendendo conto, e si comincia a pensare che sarebbe stato meglio girare un altro film. Ma tutto ora dipende dai dati della partecipazione e dal regolare andamento del voto. Se il Pd supera questa prova, pur avendo voluto in ogni modo evitarla, forse stavolta un punto di partenza ce l’ha davvero.

(Il mattino, 1 marzo 2015 – in versione integrale)