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Renzi tra autocritica e rilancio

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Un voto quasi unanime dell’Assemblea nazionale segna la ripartenza del partito democratico. La minoranza non partecipa al voto, ma dà il via libera alla proposta di Renzi di ricominciare dal Mattarellum, «l’unica proposta che può essere realizzata in tempi brevi». E che può tastare la voglia di elezione degli altri partiti. Il congresso viene riportato alle scadenze statutarie, quindi dopo le politiche, anche per evitare di farne solo una conta, e nel frattempo si prova a rilanciarne l’azione con una conferenza programmatica e una mobilitazione dei circoli sul territorio. C’è spazio anche per qualche spunto personale e qualche stilettata polemica, per una parola di solidarietà per il sindaco di Milano, Sala, e per un attacco frontale alla Raggi e ai Cinquestelle, ma gran parte del discorso è rivolta a ristabilire un clima di confronto civile all’interno del partito.

L’ex premier fa velocemente il bilancio dei mille giorni passati al governo, rivendica il lavoro compiuto ma non vi si dedica troppo: non è il momento di celebrarsi. L’analisi del voto è severa, senza compiacimenti per quel 41% di sì che non cambia i termini del risultato: per il Pd è stata una sonora sconfitta, soprattutto al Sud e tra i giovani. «Abbiamo straperso», dice Renzi senza giri di parole. Ma è escluso che si torni indietro, e per togliere ogni dubbio mette nella colonna sonora dell’Assemblea l’inno beffardo di Checco Zalone alla prima Repubblica. E però, a fine giornata, le idee forti per ripartire daccapo e rimettersi il partito in asse col Paese latitano un po’.

Le quattro sconfitte.

Renzi non comincia dall’analisi del voto, ma ci arriva presto. E non fa sconti, non usa giri di parole. Ammette che la via del cambiamento istituzionale come risposta alla crisi generale del Paese è ormai preclusa. La sconfitta è maturata non una ma quattro volte: nel Sud, tra i giovani, nelle periferie, sul web.  Non è poco, perché chiama in causa la natura stessa di un partito di sinistra, che proprio in quelle aree e in quelle fasce sociali dovrebbe invece riscuotere più consenso. Fa male a Renzi soprattutto non aver convinto le nuove generazioni, sia per il segno generazionale che aveva impresso alla sua leadership, sia perché le riforme costituzionali dovevano parlare del futuro della nuova Italia, e dunque convincere anzitutto loro. L’unico lenimento alla sconfitta è la consapevolezza che quelli del No non hanno una proposta politica: « C’era nel fronte del No chi diceva che in 15 giorni avrebbe fatto le sue proposte di riforma. Aspettiamo i prossimi cinque mesi».

Le riforme

Un libro racconterà l’esperienza del governo Renzi. In altri tempi, i mille giorni sarebbero forse stati ripercorsi da Renzi con il passo di una campagna napoleonica: l’ex Presidente del Consiglio deve invece limitarsi al progetto editoriale e a un’orgogliosa rivendicazione del lavoro svolto. Quando però dice che le riforme approvate dal suo governo non puzzano, ma resteranno nella storia del Paese, si sente che lo dice con convinzione. È significativo tuttavia che scelga, per riassumere il senso dell’operato del suo governo, la legge contro il caporalato, la legge sulle unioni civili, la legge sullo spreco alimentare. Il bilancio è cosa del passato, e il mio governo è già passato remoto, dice Renzi, ma intanto sceglie di non citare la buona scuola e il jobs act, e di richiamare le misure condivise da tutto lo schieramento democratico. Lo fa anche perché registra dal voto e dal dibattito interno l’esigenza di spostare più a sinistra il baricentro del partito. (Sull’orizzonte del nuovo governo Gentiloni c’è poco o nulla nel suo discorso, e così anche in quello di tutti gli altri relatori dell’Assemblea: giusto, insomma, lo spazio di una parentesi).

Il tempo dei tour è finito.

Il terreno sul quale più ampia si fa la disponibilità del Segretario è quello del partito e della sua interna organizzazione: Renzi annuncia un imminente incontro con tutti i segretari provinciali e regionali, poi una grande mobilitazione dei circoli e, più in là, una conferenza programmatica. L’accento viene portato sul noi, sul senso di appartenenza, sulla comunità dei democratici (in contrapposizione con l’azienda privata Casaleggio & associati, che procede a colpi di contratti e di penali per gli eletti del Movimento Cinquestelle). Accetta le critiche alla personalizzazione della lotta politica e rinuncia a ripartire in tour, col camper: il partito di Renzi, insomma, non si materializza neppure questa volta. Del resto, l’analisi è persino edulcorata rispetto alla realtà del partito in molte zone del Paese, e Renzi ne è chiaramente consapevole. Lo si capisce per esempio dal passaggio in cui dice che nel Mezzogiorno si è sbagliato a puntare sul notabilato locale, invece che cercare forze nuove e vive nella società. La frittura di pesce di De Luca non è stata ancora digerita.

Niente melina.

La proposta del Mattarellum è quella che ha scatenato il momento più vivace della giornata, con Giachetti che insulta il novello Davide, Speranza, sceso in campo contro Golia-Renzi («hai la faccia come il c.!», gli urla Giachetti, e parte la bagarre). Si capisce perché: era la proposta che il Pd di Bersani, con Speranza capogruppo, aveva lasciato cadere, assecondando la scelta del 2013 di votare col Porcellum. Col Mattarellum la legge elettorale mantiene un impianto maggioritario, grazie ai collegi uninominali, il che consente a Renzi di tendere una mano a Pisapia, il quale ha il non facile mandato di federare lo sparso arcipelago alla sinistra del Pd, e di spegnere o almeno attenuare le pulsioni proporzionaliste che serpeggiano in Parlamento, in quasi tutte le forze politiche: nella minoranza Pd, che la considera come una sconfessione della stagione renziana; in Forza Italia, che non avrebbe più il problema di allearsi con Salvini; nei piccoli partiti, che non avrebbero il problema di confluire nei grandi; fra gli stessi Cinquestelle, che di andare da soli fanno una religione. Ma Renzi sa che i collegi uninominali premiano il partito che ha più nomi e classe dirigente da mettere in campo e, checché se ne pensi, questa forza rimane, a tutt’oggi, il partito democratico. Di qui la proposta, e l’energico invito a non fare melina. Col Mattarellum hanno vinto sia la destra che la sinistra: quindi un accordo lo si può trovare, ha detto Renzi. E forse ci crede davvero.

Ideologia, malgrado tutto

C’è qualcosa che Renzi ha lasciato fuori? Ha fatto il bilancio del governo e l’analisi del voto; ha indicato un nuovo fronte di impegno nel partito e formulato una proposta chiara e forte sulla legge elettorale; ha menato fendenti ai grillini e qualche stilettata a Bersani & Company: che altro? Forse di altro il Pd avrebbe bisogno. Perché molti interventi – da Cuperlo a Orlando, da Martina a Del Rio – hanno ragionato di una crisi della sinistra, in Italia e in Europa, che data da molti anni. Si sono sentiti accenti preoccupati sulle diseguaglianze crescenti, sulle nuove povertà, sui populismi alimentati da paure e insicurezze, sulle nuove esigenze di protezione sociale, sulla necessità di ripensare il ruolo dello Stato, ma la distanza tra il Pd e quest’orizzonte di temi e problemi rimane ampia: sul piano  culturale e ideologico prima ancora che su quello programmatico. A quelli che pensano che le ideologie sono defunte basterebbe sussurrare due o tre nomi: Trump, Le Pen, Brexit; e aggiungere parole come: Islam, emigrazione, banche, euro. A torto o a ragione, su tutte queste parole esiste un compatto fronte di idee in cui pesca la destra europea, e i suoi emuli italiani. E la sinistra? Come legge il Pd la globalizzazione, come legge o corregge la modernizzazione del Paese, come ridefinisce il suo profilo mentre il socialismo europeo continua ad andare a rimorchio delle forze moderate e popolari, dalla Merkel, in Germania, a Fillon, in Francia? Renzi è rimasto sulla superficie, e forse non poteva fare altrimenti, per riprendere in mano il partito e guidarlo nella prossima campagna elettorale. Ma che il Pd abbia bisogno di sterrare le radici della propria storia, per ripiantarle meglio e più in profondità, è pensiero di cui, dopo il 4 dicembre, molti ormai si sono fatti persuasi.

(Il Mattino, 19 dicembre 2016)

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Grillo e gli altri: la sfida che verrà

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Massimo Adinolfi: Caro Direttore, ieri nel commentare a caldo il risultato del voto, mi sono servito dell’idea contenuta in un gran libro, «Malacqua». Ma in realtà meno per l’immagine di una pioggia ininterrotta che scende e ridiscende senza tregua, presagio di qualche funesta sventura, che per l’evocazione finale del mago della pioggia, Grillo. Non voglio scomodare la categoria del populismo a proposito del voto di ieri, anche se giudico sciocca l’obiezione di chi risponde dicendo che non si può considerare populista il 60% degli italiani. Certo che no: infatti il populismo è una malattia della politica, delle sue classi dirigenti. Non è il popolo ad essere populista, ma se mai i leader di turno. Detto ciò, resto convinto che il No abbia un significato politico più grande del merito della riforma costituzionale, e molto diverso da quello di un soprassalto di virtù civiche, repubblicane e antifasciste (qualunque cosa ne pensi l’Anpi). Questo significato sta nel rigetto delle diverse declinazioni delle politiche europee di uscita dalla crisi, un po’ più liberali o un po’ più socialiste che siano. In mancanza di alternative reali, tangibili, che mordano davvero la realtà di vita delle persone, meglio confidare nel repulisti proposto dal mago o dai maghi a Cinquestelle. Può darsi che Renzi abbia sbagliato a personalizzare o che abbia sbagliato strategia, ma francamente non avrei saputo suggerirgliene un’altra, se non proprio quella di evitare di portare a referendum la riforma costituzionale.

Alessandro Barbano: Caro Professore, evitare il referendum poteva e forse doveva essere la scelta di un leader legittimato dalle elezioni, ma non è questo il caso di Renzi. La genesi del suo governo spiega perciò in parte l’errore strategico della consultazione, assieme al clima dei tempi, che vuole che tutto si decida in una pubblica piazza. Ma di errori tattici Renzi ne ha invece commessi due, e la sua assunzione di responsabilità in diretta TV dopo il risultato del referendum rappresenta un’indiretta ammissione. Il primo, come molti hanno notato, riguarda l’aver personalizzato la battaglia referendaria, non solo e non tanto perché questa scelta ha definito i tratti di una sfida di uno contro tutti – che comunque era l’obiettivo dei suoi rivali – ma perché gli ha impedito di spaccare i fronti avversari andando a pescare alleanze trasversali capaci di portare consensi accessori alla sua causa. Il secondo errore riguarda l’unificazione delle modifiche costituzionali in un unico quesito, che ha trasformato una contesa sui contenuti in una contesa sui simboli. In un Paese la cui cultura politica è storicamente costruita sui simboli e refrattaria ai contenuti, la scelta è stata un involontario assist agli avversari, intenzionati a trasformare il voto sulla costituzione in un referendum sul premier. Ma gli errori di cui parliamo sono anche il riflesso della forte pressione mediatica che la politica subisce nel Paese, e che suggerisce, a chiunque voglia proporsi e confermarsi leader, di personalizzare la sua opzione. Diciamo che il premier ha risposto a una necessità del nostro sistema ma fatto male i calcoli. Personalizzando la battaglia referendaria, ha riacceso la passione civile dei cittadini italiani nel momento meno indicato: in primo luogo quando la sua immagine iniziava a subire un certo appannamento, pagando il prezzo inevitabile di riforme necessarie ma scomode e non prive di difetti, come quella della scuola, in un Paese geloso del suo immobilismo; in secondo luogo quando spirava un vento antielitario che non era, come qualcuno credeva, una tramontana di tre giorni, ma piuttosto un monsone destinato a segnare un’intera stagione di instabilità in Europa e in Occidente.

A tal proposito la mappa del risultato elettorale ci consegna una divisione netta dell’Italia del sì e del no attorno ad alcune coordinate: la geografia, il censo e, in minor misura, il livello di istruzione. Il No sfonda a Sud e nei vari Sud del Paese, tra i ceti meno abbienti e meno istruiti, cioè in un’area di esclusione sociale che la crisi del ceto medio ha acuito, e a cui si accompagnano ampissimi spezzoni della burocrazia pubblica, come la scuola, l’università e parte del pubblico impiego, affetti da una cronica frustrazione. Il Sì raccoglie proseliti nella parte alta della piramide sociale, tra gli imprenditori e i liberi professionisti, perdendo smalto man mano che si scende verso la base. È impressionante la proporzione diretta che esiste nelle metropoli tra il risultato del Sì e il reddito pro-capite: a Napoli, nei quartieri di Chiaia e Posillipo i favorevoli alla riforma superano il 46%, come nella città metropolitana di Milano. Al Vomero e all’Arenella scendono poco sopra il 30%, e nei quartieri periferici e più deboli di Scampia e Secondigliano non arrivano al 25. Questa geografia racconta una classe dirigente assediata in un centro genericamente metropolitano che non ha più contatti con il resto della società, e, attorno, le guarnigioni della rabbia e della protesta sociale con i loro condottieri, che si contendono le spoglie della democrazia rappresentativa. È un’iperbole drammatica, ma non molto lontana dalla realtà.

Poi ci sono i giovani. La loro adesione al No è plebiscitaria, ma non deve stupire: se hanno inibito fino ad annientare la loro naturale spinta trasformativa è perché hanno maturato coscienza piena del tradimento generazionale. Sono quelli che di più soffrono lo scarto apertosi nelle società globali, e in Italia in misura maggiore, tra aspettative e realizzazioni concrete. E qui entra in gioco la modesta performance di quelle che lei definisce le ricette liberali e socialiste rispetto alla crisi. Mi piace raccontarla in altro modo: è cioè l’incapacità della democrazia in Europa di governare l’innovazione e i suoi effetti bifronti sulle società postmoderne.

Ma torniamo al referendum. Quello che lei chiama mago della pioggia, e cioè Grillo, ha saputo far convogliare questa enorme massa di disagio in due canali: nel primo ha utilizzato il radicalismo morale per dare forma alla protesta e alla rabbia sociale; nel secondo ha sviluppato una dialettica partecipativa dal basso attraverso la rete, che ha riempito il vuoto lasciato dalla caduta dei corpi intermedi della politica tradizionale. Alla morte delle sezioni e dei circoli, allo scolorire dei comizi e di tutte le infrastrutture immateriali del vecchio pensiero politico, Grillo ha sostituito le piazze virtuali dove la passione civile si propone e si percepisce come autodeterminazione. È un’illusione, utopia di una democrazia diretta attraverso il web, ma non ancora smentita alla prova dei fatti, perché le esperienze di governo dei Cinquestelle, per quanto modeste o fallimentari, ancora non fondano quella che si direbbe una prova politica. Tant’é vero che la fretta che i grillini hanno ora di andare al voto è pari tanto alla convinzione di trovarsi con l’onda dei consensi in poppa, quanto alla preoccupazione di non subire un danno reputazionale dal protrarsi dell’avventura di Virginia Raggi alla guida del Campidoglio.

M.A.: Caro Direttore, quanto agli errori tattici seguiti sono d’accordo soprattutto su un punto: era il momento meno indicato. Sono meno d’accordo invece sulla personalizzazione, e meno ancora sull’opportunità dello spacchettamento. Sulla personalizzazione, in fondo lo dice lei stesso: è nelle cose, prima ancora che nelle scelte di leadership. Difficile del resto capire con quali altre armi Renzi avrebbe potuto motivare il suo elettorato. Più che su un limite di Renzi, mi sembra che ragioniamo su un limite ormai cronico del sistema politico italiano.

Lo spacchettamento, invece, proprio no: non credo che sia possibile fare una buona riforma per via referendaria, ritagliando con le forbici il lavoro fatto dal Parlamento. È chiaro che la suddivisione in più quesiti avrebbe magari consentito di vincere su alcuni punti minori, come l’abolizione del Cnel o quella delle Province. Forse Renzi avrebbe in tal caso limitato i danni, ma la sostanza del giudizio politico sarebbe rimasta immutata.

Del resto, la sua analisi è di gran lunga più convincente quando affronta i dati reali: la crisi e lo scollamento del ceto medio, il disagio fin quasi all’estraneità delle classi meno abbienti, il disincanto delle giovani generazioni. Gli errori tattici credo non abbiano inciso quasi per nulla: se è fondata la sua analisi, e credo lo sia, anche a non volerli commettere sarebbe cambiato molto poco.

Al tirar delle somme, resta il fatto che Matteo Renzi ha pensato di proporre al Paese come volano del cambiamento una riforma dell’ordinamento della Repubblica, a mio giudizio incisiva, che rispondeva a delle obiettive necessità di sistema, ma che non riguardava da vicino le condizioni reali di vita delle persone. E il Paese ha risposto di no, che non crede affatto che la ripresa economica e sociale dipenda da una migliore organizzazione dei poteri pubblici.

Questo è il nodo della questione. Sono francamente ridicoli quelli che si inebriano al pensiero che gli italiani hanno scelto – magari previa consultazione di un buon manuale di diritto costituzionale – fra Calamandrei e Boschi, fra Togliatti e Renzi, fra vecchi e nuovi costituenti. Gli italiani hanno detto chiaro e tondo, invece, che non è questo il punto: i giovani hanno detto che temono per il loro futuro, le piccole imprese hanno detto che pagano ancora troppe tasse, il personale scolastico che sono scivolati indietro nella considerazione della società e via di questo passo. So bene, e mi duole, che c’è in questo ragionamento un pericolo classista: i temi costituzionali non sarebbero per la generalità delle persone. Allora correggo il tiro e torno alla preoccupazione machiavelliana per l’occasione: questa non era l’occasione. Il momento non era opportuno, per tutti i motivi che lei ha spiegato. Che assumano però a uno: la crisi non è affatto alle nostre spalle.

Anche Renzi ha provato a correggere il tiro, in verità, cercando di imprimere alla riforma il significato di una legge contro la casta: non c’è riuscito, e non poteva riuscirvi. Perché quel fronte è ormai presidiato dai Cinquestelle, perché non si fanno le riforme costituzionali per tagliare i costi della politica, e perché dopo quasi tre anni di governo quello che dovevi fare su questo fronte dovevi averlo già fatto. Se pensi che le elezioni si vincono ancora su quel versante, coi tagli agli indennizzi e alle poltrone, hai perso prima ancora di cominciare.

Ora però resta da capire che fare. Con buona pace di tutti gli altri – la sinistra del Pd e le altre frange di contorno, i vari pezzi del centrodestra – si avvicina sempre più il momento in cui agli italiani le elezioni chiederanno una cosa soltanto, se vogliono o no un governo pentastellato (un monocolore?). Io mi auguro solo che le altre forze politiche si attrezzino sul serio per misurarsi con questa domanda, la sola che conti, perché dalla Brexit a Trump si è visto ormai che l’elettorato non teme più il salto nel buio, l’avventura o l’inesperienza. Anzi: magari è proprio quello che vogliono! La parola stabilità piace ai mercati e alle persone responsabili, ma non vuol dire nulla per chi ha le tasche vuote.

A.B.: Caro Professore, c’è un segnale nelle reazioni pentastellate al referendum che spiega il tentativo del movimento di compiere un salto di qualità e proporsi come forza di governo. «Non chiamateci più populisti», diceva l’altra sera in TV Alessandro Di Battista, rivendicando con la vittoriosa difesa della Costituzione un’acquisita maturità. Che evidentemente non c’è, e non può esserci, per debolezza e ambiguità di un pensiero politico in cui coesistono, a fianco ad alcune intuizioni felici, troppe contraddizioni. E non può esserci, ancora, fino a quando la selezione della classe dirigente pentastellata oscillerà tra il settarismo di una comunità arbonara e ll’anomia di un plebiscito internettiano.

Ma, come lei dice, la mancanza di maturità non esclude la vittoria, soprattutto se i partiti tradizionali, e in primo luogo il Pd, continuano a suicidarsi cronicizzando uno scontro all’ultimo sangue dietro il quale i cittadini non vedono che una lotta di potere fra fazioni. Non v’è dubbio che il Movimento sia la forza politica, anche attraverso la Rete, è riucita a sintonizzarsi meglio con gli umori del Paese, e in parte a determinarli. Lo ha capito Matteo Renzi, che dimettendosi anticipatamente in pubblico davanti alla TV e non, come vorrebbero le forme ufficiali della demmocrazia, sul Cole davanti al capo dello Stato, ha ritrovato il lessico del «cuore» smarrito nel Palazzo, suscitando emozione e rispetto tra i suoi sostenitori, ma anche tra gli avversari. Un congedo in stile populista, il suo, se dovessimo definirlo secondo i canoni della tradizione. Ma, che piaccia o no, la politica in Italia è rmai questo. E se per salvare la sostanza della democrazia rappresentativa bisogna giocare sulla mozione degli affetti, allora sì, forse ha ragione lei: la personalizzazione è il linguaggio obbligatorio del leaderismo contemporaneo. A tempo scaduto il premier è sembrato ribadirlo. A tempo scaduto, ma lui sa bene che stanno per iniziare i supplementari e che la partita è ancora alla sua portata.

(Il Mattino, 6 dicembre 2016)

Chi ha paura (e disprezzo) della politica

A turkey looks around its enclosure at Seven Acres Farm in North Reading

È possibile che nel falò del 4 dicembre si bruceranno molte ambizioni. Se avesse ragione l’Economist, che ieri ha provato a ragionare sul significato del voto referendario e i possibili scenari futuri, è l’intera classe politica italiana che dovrebbe, se non bruciarsi, almeno farsi da parte, per lasciare spazio ad un «governo tecnico ad interim». L’autorevole settimanale britannico, schierandosi per il no al referendum, sostiene che la riforma costituzionale darebbe troppo potere al futuro premier. Giudizio discutibile, naturalmente, ma ancor più discutibile è il paradosso che l’Economist ne ricava. Che cosa succederebbe infatti, se a riforma approvata, gli italiani votassero Grillo alle prossime elezioni? Il timore che la riforma targata Renzi possa fare il gioco dei Cinquestelle spinge il giornale a suggerire la soluzione tecnica: per timore di un ribaltamento degli istituti della democrazia liberale, ad opera dei grillini, si suggerisce di cominciare subito con una specie di commissariamento soft, una sorta di prudente sospensione più o meno concordata, magari etero-diretta da Bruxelles.

Una simile logica è in reale proprio ciò che tiene lontana l’Unione europea dai cittadini. Perché l’argomento dell’Economist consiste in sostanza nel chiedere di sterilizzare gli effetti del pronunciamento elettorale: proprio come si continua a fare, nel tentativo di far passare in Europa riforme che si giudicano al contempo necessarie ma impopolari. Il populismo, in questo schema, è lo spauracchio, ma è anche il contraccolpo dell’ostinazione con la quale nelle capitali europee di perseguono politiche che non sono in grado di conquistare il necessario consenso.

La cosa notevole è però che questa volta è il sì il risultato da sterilizzare. È evidente, infatti, che la deriva autoritaria è un pericolo sovrastimato: l’Economist cita (e mette sgradevolmente sullo stesso piano) Mussolini e Berlusconi, ma sono paragoni del tutto privi di senso storico. Tanto Mussolini quanto Berlusconi arrivano alla guida del governo per la debolezza del sistema politico e istituzionale, e non già perché l’assetto costituzionale del paese ha tolto le garanzie e i contrappesi, facendo spazio all’uomo forte. Nel caso di Berlusconi, poi, era tanto poco forte la sua condizione che nel ’94 il suo primo governo cadde dopo pochi mesi. Dunque il raffronto storico è del tutto improponibile e va rovesciato: è la debolezza che apre la strada, se mai, a soluzioni autoritarie, non già il rafforzamento delle istituzioni.

Perciò la preoccupazione del settimanale sembra avere un altro senso, e cioè che il sì alla riforma metta in circolo troppa energia politica. Per il prudente e tecnocratico establishment dell’Unione è una condizione con cui è meglio non misurarsi.

Ma chi utilizzerà questa energia, sgombrato il campo dai timori per la democrazia (che spingono per paradosso – come si è visto – a mettere tra parentesi la democrazia): ecco ora il tema. Negli ultimi giorni, si è fatto sempre più chiaro che una parte decisiva sul risultato finale può giocarla il Mezzogiorno, e la Campania in particolare. Se tutta l’attenzione si è concentrata sulle esternazioni di De Luca, al di là dei toni esorbitanti, una ragione c’è. La Campania può essere veramente l’ago della bilancia. È come se sui due piatti stessero da una parte il governatore campano, e dall’altra quello della Puglia. Il sì e il no possono decidere chi dei due peserà di più. In gioco c’è sicuramente la rappresentanza delle ragioni del Sud, ma c’è anche il partito democratico e gli equilibri di tutto l’arcipelago della sinistra. È in vista di quei futuri, nuovi equilibri, che a Napoli si avvicinano a De Magistris pezzi del bassolinismo, la Cgil, i dalemiani: tutto quello che può essere manovrato contro Renzi, insomma. Nella stessa prospettiva si muove anche Emiliano, che nella futura partita congressuale proverà a giocare da principale antagonista di Renzi. Tutt’altro scenario si disegna se invece sarà il sì a prevalere, e De Luca a determinare il risultato con il voto campano. I piccoli fuochi si spegneranno, e si aprirà una fase diversa, incentrata sull’asse preferenziale fra il premier e il governatore. Questo è ovviamente solo una parte del significato che avrà il voto del 4 dicembre. Ma è una parte non piccola, perché, al di là dei futuri meccanismi elettorali o del nuovo ordinamento istituzionale, imprimerà un segno forte anche al sistema politico italiano.

(Il Mattino, 25 novembre 2016)

Il nuovo Pantheon e l’ambizione di cambiare il Paese

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Che cosa c’era nel discorso conclusivo di Renzi, alla Leopolda? Una cosa sopra tutte: l’idea che la legittimazione politica dell’attuale classe dirigente che guida il Paese stia nell’ambizione di cambiare l’Italia. Tutto è commisurato a questa ambizione. Era così fin dal primo giorno della prima Leopolda, ma ora il referendum costituzionale consente a Renzi di affermare che siamo dinanzi a una sorta di nuovo inizio. Sul contagiri del governo manca pochissimo al traguardo dei mille giorni, ma ieri Renzi ha parlato come se il referendum rimettesse le lancette della politica italiana sullo start.

La mossa risponde all’esigenza di proiettare il risultato del voto di dicembre in avanti, per legarlo a una promessa di futuro. Chi vota non vota tanto sul quesito referendario, quanto piuttosto sull’Italia: l’Italia del cambiamento contro l’Italia della conservazione. Nuova contro vecchia generazione. Una nuova classe dirigente che ci prova contro quell’altra che ha già fallito. Il canto della speranza contro la cultura del piagnisteo.

Questa volontà di sgravarsi del passato ha sicuramente prodotto un cambiamento reale nel modo in cui è ormai organizzata la discussione pubblica, almeno nei paraggi del PD. Quando il partito è nato, il tema delle culture politiche virava al passato, nel senso di una discussione sui riformismi che, provenendo da lontano, dovevano andare lontano: così si diceva una volta. Quella volta – quella retorica, quella devozione verso le antiche radici – per Renzi non c’è più: non è più questione, insomma, di cosa sia o dove sia il cattolicesimo democratico, o il socialismo europeo.

In fondo, già Veltroni aveva provato, senza riuscirvi, un’operazione del genere, cercando di incarnare la figura del politico che parla un linguaggio nuovo. Ma Veltroni era, in questo, molto meno credibile di Renzi, e soprattutto cercava la novità in un eclettismo che l’obbligava a citare tutti, come nella canzone di Jovanotti: da Che Guevara a Madre Teresa. Veltroni portava sulle proprie spalle il peso di un Pantheon di riferimenti culturali, politici, ideologici, dei quali non sapeva in nessun modo sbarazzarsi. Renzi un Pantheon alle spalle non ce l’ha. Lui non perde neanche un secondo a fare il gioco delle citazioni. Parla a braccio, prende quel che gli serve, prova a definire l’agenda del partito e del governo, legandole unicamente a un motivo: il futuro dell’Italia. «Noi siamo l’Italia», ripete, dove Berlusconi aveva detto (nel 1994) «l’Italia è il Paese che amo», e Veltroni aveva scelto (nel 2007) di esordire con «Fare un’Italia nuova».

Renzi però non ha semplicemente rottamato: ha inventato la sua maniera di essere di sinistra. Provando a renderla riconoscibile attraverso tre direttrici. La prima l’ha legata all’anima sociale del governo, ai provvedimenti presi in materia di diritti (vedi la legge sulle unioni civili, oppure quella sul “dopo di noi”), e in cultura (dalle borse di studio per l’università alla legge sul cinema). La seconda l’ha declinata nel rapporto con le istituzioni europee, nel tentativo di superare i vincoli dell’austerità imposta da Bruxelles, e in questo gli ha dato una mano anche Padoan, che il giorno prima ha osato criticare i tagli alla spesa pubblica come freno alla crescita (contro il mantra del rigore che la sinistra ha ingoiato fino all’ultimo giorno del governo Monti); la terza, con molta più convinzione, l’ha sviluppata lungo l’asse vecchio/nuovo che investe l’ordinamento istituzionale del Paese. Lì ha indicato il significato del voto di dicembre: è come il morto che tenta di afferrare il vivo.

Più che le singole issues, contava però il tono. Perché Renzi è passato anche per i luoghi canonici della sinistra (il recupero record dell’evasione fiscale e la redistribuzione del reddito con gli 80 euro), ma per quel tanto che gli serviva per rifiutare la lezioncina di quelli di prima, di quelli che ti dicono di startene buono, al tuo posto (quelli del «Ciccio, rispetta la fila!»).

Se si vuole capire che sinistra è questa, bisogna però andare alle due grandi narrazioni che si sono a lungo contesi l’interpretazione della modernità. Perché non c’è sinistra senza un’idea di modernità e di futuro, e Renzi l’ha capito benissimo. Nel suo discorso i pedali che premeva, per restituire questo sapore, erano da una parte l’America, Obama, e l’ultima cena di Stato alla Casa Bianca; dall’altra il progresso tecnologico, l’innovazione, persino la robotica (parola che deve evidentemente affascinarlo, per quante volte la ripete).

Ma la modernità può essere interpretata come un processo di secolarizzazione, in una logica di trasformazione ma insieme anche di continuità con la tradizione; oppure in termini di rottura, di autoaffermazione, senza bisogno di blande autorizzazioni dal passato. Renzi ha scelto questo secondo racconto, e la platea della Leopolda lo ha applaudito più calorosamente in tutti i passaggi in cui ha reso esplicita questa volontà di scrollarsi di dosso i vecchi, i padri, i gufi, i rancorosi.

Ed è per questo che ieri non ce l’aveva tanto con la destra, e neppure coi grillini, quasi mai citati. Il battesimo del 4 dicembre era ieri innanzitutto la pretesa di non rimandare più ad altri il diritto di definire cosa è sinistra. Piaccia o no: ha provato a farlo lui.

Sarà per via di questa sfrontata franchezza che qualcuno deve aver pensato che per il titolo di questa Leopolda bisognava usare gli stessi caratteri tipografici del libro di Moccia, quello dei tre metri sopra il cielo. È stata l’unica gentilezza esibita dal palco. Tutto il resto è stata lotta politica vera, e su questo anche gli avversari potranno convenire: il Pd di Renzi non ha alcun motivo per perpetuare, a sinistra, la lunga stagione degli ex-, dei complessi di inferiorità, delle cattive coscienze e delle supplenze, di cui in fondo l’Ulivo era ancora, almeno in parte, espressione.

(Il Mattino, 7 novembre 2016)

Un richiamo alla realtà e all’Europa egoista

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Accogliere i migranti e i rifugiati, ma distinguere. Non chiudere le frontiere, ma regolare. E integrare, certo, non ghettizzare. E dunque calcolare quanti possono essere integrati. Così ha parlato ieri Papa Francesco, di ritorno da una Svezia meno aperta e generosa che in passato, che però Bergoglio ha tenuto anzitutto a ringraziare per le politiche di accoglienza che anche in passato hanno permesso a molti argentini, a molti sudamericani, in fuga dalle dittature militari, di rifarsi una vita in Europa. In passato: oggi è più difficile, e il Papa lo riconosce. Perché accogliere non vuol dire far entrare chiunque, e fare entrare comunque: vuol dire invece predisporre strutture, servizi, risorse. Vuol dire fare opera di educazione, creare percorsi di cittadinanza, favorire il dialogo e la reciproca comprensione. Tutte cose che richiedono un lavoro paziente, una fitta tessitura di azioni, un serio impegno economico, sociale, culturale; richiedono persino la costruzione di un consenso diffuso, per evitare reazioni di rigetto, paure, risentimenti nella cittadinanza.

Avere presente tutte queste condizioni, e vincolare ad esse la parola del conforto e della solidarietà significa tenere un discorso intensamente politico, con quell’avverbio che il Pontefice scandiva con grande convinzione: «politicamente». Politicamente si paga «una imprudenza nei calcoli, nel ricevere di più di quelli che si possono integrare».

Ma che le politiche sull’immigrazione richiedano l’arte prudente di un calcolo: questo è proprio quello che non ci si aspetta da un Papa spirituale. Il fatto è che però Papa Francesco non è un Papa spirituale, se con ciò si intende un Papa ignaro della struttura del mondo, o della complessità del suo governo. Venuto quasi dalla fine del mondo, vicino ai popoli e ai Paesi meno sviluppati, con poca simpatia verso le grandi accumulazioni di ricchezza e le diseguaglianze generate dall’«imperialismo economico» del mercato, Bergoglio non ci ha messo molto a farsi la fama del Papa di sinistra. Per certi ambienti cattolici, anzi, José Mario Bergoglio è un comunista. Lo scorso anno, durante il volo che lo portava in America precisò perciò di essere certo di non avere detto una sola cosa che non fosse già contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. E aggiunse scherzosamente: «Ho dato l’impressione di essere un pochettino più “sinistrino”, ma sarebbe un errore di spiegazione».

Ebbene, sarebbe, di nuovo, un errore di spiegazione, se le parole pronunciate ieri venissero giudicate poco coerenti, o troppo prudenti, o francamente deludenti. Il Papa che saluta con un cordiale buongiorno dal balcone di piazza San Pietro; quello che va a scegliersi gli occhiali dall’ottico o gira con la sua borsa nera sotto mano; il Papa che, soprattutto, compie un viaggio di portata storica, a Lampedusa, nel 2013, e lì cita, nel corso dell’omelia, le parole con cui Dio si rivolge a Caino – «dov’è tuo fratello?» – per fare i popoli europei e l’Occidente responsabile delle migliaia di vite sommerse dai flutti del mare, quel Papa è lo stesso che ieri ha mostrato con grande chiarezza e lucidità che il senso di umanità è una cosa, il generico umanitarismo un’altra. Che la politica non può minimamente trascurare le conseguenze delle decisioni che è chiamata a prendere. Che deve avere una sua morale, ma questa morale non è assoluta; deve bensì mediarsi con la realtà. Né alla Chiesa cattolica come istituzione è mai appartenuto l’atteggiamento dei santi, dei mistici o degli anacoreti. E nemmeno quello delle anime belle.

La questione dell’immigrazione è, insomma, una questione enorme. Che non si affronta con astratte affermazioni di principio, e nemmeno soltanto con l’appello ai buoni sentimenti. Che ci vogliono, naturalmente. Ma ci vuole anche il calcolo, dice Papa Francesco. Cioè una saggia commisurazione di mezzi e fini.

È evidente che il Pontefice non intendeva con ciò fare sconti a quei popoli che si sottraggono ai doveri dell’accoglienza. La Svezia non è l’Ungheria, e la prudenza non è sinonimo di miope egoismo o di gretto nazionalismo. Se anzi l’Europa riuscisse ad imporre uno stesso atteggiamento di apertura regolata, se facesse suo il calcolo di Bergoglio, se fosse in grado di gestire in maniera coordinata i flussi, con la collaborazione leale di tutti i membri dell’Unione, potrebbe dare una risposta di gran lunga più efficace di quella che oggi mette sotto tensione Paesi rivieraschi come l’Italia e gonfia e altera la percezione degli eventi prestandogli i contorni del fenomeno incontrollato, e perciò tanto più pericoloso.

Ma per questo ci vuole una buona dose di razionalità politica che, bisogna dirlo, ieri sembrava trovarsi nelle parole del Pontefice della Chiesa cattolica romana, più di quanto non accada nei discorsi di certi leader politici europei.

(Il Mattino, 2 novembre 2016)

Quelli che dicono no

sondaggi-referendum-costituzionale-1La pubblicazione dei sondaggi, a poco meno di un mese e mezzo dall’appuntamento elettorale, non consente di fare previsioni sull’esito della sfida. Il No perde lievemente terreno ma rimane davanti. I margini tra gli opposti schieramenti del Sì e del No sono tuttavia troppo esigui, perché sia ragionevole considerare già acquisito il risultato. La quota di indecisi è ancora troppo alta, e probabilmente rimarrà tale fino all’ultimo o quasi, visto che una buona fetta di elettori decide nella settimana immediatamente precedente il voto.

I dati disponibili sono tuttavia interessanti, perché riproducono, su un altro piano, una caratteristica strutturale del nostro Paese. L’Italia è un Paese diviso. Lo è stata storicamente e geograficamente, e continua ad esserlo anche nelle manifestazioni di voto sulla riforma costituzionale. I punti percentuali oscillano tra un istituto di sondaggio e l’altro, ma concordano nel delineare le aree anagrafiche, geografiche e sociali in cui vince il Sì oppure il No.

A votare per il No sono infatti in prevalenza i giovani, i meridionali, e i meno istruiti. Con qualche arrotondamento non arbitrario, si possono riunire tutte queste categorie sotto una voce comune: gli svantaggiati. A votare No sono quelle categorie di persone che si trovano in posizione di svantaggio. Se disponessimo di statistiche relative al reddito, avremmo molto probabilmente conferma di ciò (anche perché il gap tra Nord e Sud del paese è innanzitutto relativo alle condizioni economiche):il No cresce con il crescere dell’incertezza e della paura riguardo al futuro, che è tanto maggiore quanto più indietro ci si trova nella scala sociale, nella dotazione culturale, nel potere reale di acquisto. Ciò è particolarmente evidente in relazione ai livelli di istruzione: le analisi OCSE sul valore delle istituzioni educative assegnano ai laureati italiani un premio stipendiale, rispetto a chi si ferma alle superiori, pari a circa il 40%. I diplomati sono dunque più svantaggiati: e infatti votano No. E la percentuale del No cresce ulteriormente tra coloro che posseggono solo la licenza media o elementare.

Quanto ai giovani: il loro svantaggio, rispetto al termine opposto della coppia, agli anziani, c’è, anche se è di carattere dinamico, non statico. Gli uni temono per la pensione, ma sono pur sempre dentro un certo sistema di assicurazione sociale; gli altri non trovano lavoro, e temono che non godranno mai di valide tutele ed opportunità.

Gli svantaggiati, dunque. O anche: i perdenti. Nelle cui file vanno annoverati pure quelli che semplicemente rinunciano a giocarsi la partita (o magari a pensare che la vita sia una partita).

Ora, è chiaro che la fotografia dell’Italia scattata dai rilevamenti degli istituti demoscopici pone un problema non piccolo. Si può infatti intendere così: la sfida della modernizzazione istituzionale non viene raccolta da coloro che sono più indietro: non è per loro e non li riguarda. E dunque essi rischiano di entrare nel nuovo ordinamento repubblicano che la riforma si propone di disegnare solo come un peso, come una zavorra. Formano la parte di coloro che non sono parte del nuovo corso istituzionale. Il filosofo francese Jacques Rancière dà esattamente questa definizione della democrazia: è quel regime del quale partecipano coloro che non hanno alcuna parte nella partizione dei beni, delle cariche o degli onori. Da questo punto di vista, il disegno riformatore rischia davvero di restringere il circuito democratico: non già per il modo in cui regola i rapporti fra governo e Parlamento, o per il modo in cui si eleggerà il Presidente della Repubblica. Le preoccupazioni che si avanzano infatti su questo terreno sono oggettivamente infondate, a meno di non ritenere che avvicinarsi agli altri Paesi europei – che non hanno due Camere che votano la fiducia e hanno in genere poteri esecutivi più robusti di quelli di cui gode il nostro Presidente del Consiglio – configuri comunque una svolta autoritaria.

No, il punto non è questo, ma riguarda piuttosto la possibilità di riconoscimento sociale e politico che le istituzioni del Paese sono in grado di offrire. Certo: alla generalità dei cittadini; ma in particolare a coloro che, non godendo di privilegi censuali, familiari o intellettuali, affidano alla partecipazione politica la possibilità di un’affermazione personale e sociale.È questo il valore democratico dell’uguaglianza, che, evidentemente, la parte svantaggiata del Paese a tutt’oggi non considera che si avvicini grazie alla riforma.

Nel diffondersi di così profondi sentimenti di sfiducia c’è sicuramente una grande responsabilità della classe politica. Non solo italiana ma europea, perché dinamiche simili si registrano anche nel resto del continente, e lo stesso voto di giugno sulla Brexit ne è parso segnato.

La modernizzazione – si dirà –ha i suoi vinti e i suoi vincitori. Ed è così, più o meno ineluttabilmente. Ma i pilastri su cui ha poggiato il progetto moderno formano ancora oggi il suo perimetro. Sono ancora la secolarizzazione, l’individualismo, il mercato, la civilizzazione, l’autonomia della sfera pubblica, la sovranità popolare a determinare l’immaginario sociale moderno, per dirla con Charles Taylor. La differenza vera sembra farla, dunque, non già un mutamento nell’autocomprensione del mondo e di noi stessi, quanto piuttosto l’assenza di un vero investimento, reale e simbolico, sulla politica. Le trasformazioni potenti del mondo sembrano tutte consegnate alla forza impetuosa della tecnologia e dell’economia – o forse consegnate, e perciò alienate, nell’unica ambito capace di rivoluzioni: quello rutilante dello spettacolo – mentre poco o nulla ci si aspetta da una nuova elezione, o più radicalmente, dallo stabilirsi di un nuovo ordine politico. Il No sembra caricarsi dunque di questo significato, ed è davvero la sfida più grande per i sostenitori del Sì: dimostrare che la riforma può essere il principio di un cambiamento reale, in grado di ridare speranza anche a settori marginali della società. Non, insomma, la mossa giocata su una scacchiera di cui gli svantaggiati non comprendono, oppure non vogliono comprendere, le regole del gioco.

Il Mattino, 23 ottobre 2016 (uscito col titolo Perché i giovani hanno paura di cambiare)

L’accoglienza impossibile senza l’Europa

Acquisizione a schermo intero 20092016 164121.bmp.jpgLa lettera di Beppe Sala, sindaco di Milano, sull’immigrazione ha sicuramente un pregio: non è banale. Dice almeno un paio di cose che su questo tema vanno dette: che il fenomeno migratorio è tutto meno che un’emergenza. E che i Comuni italiani non possono fare da soli. In mezzo a questi due estremi stanno gli altri due attori convocati da Sala: l’Unione Europea, e lo Stato italiano. Sui primi due punti si può raggiungere un elevato grado di consenso. Ragionato, non improvvisato.

Anzitutto, le migrazioni hanno dalla loro la forza irresistibile dei numeri della demografia, ancor prima che l’urgenza e la drammaticità della politica e della storia. È stato calcolato che se i paesi ricchi chiudessero ermeticamente le loro frontiere, e se altrettanto facessero i paesi poveri (asiatici, africani, sudamericani), impedendo alla popolazione di emigrare, i primi perderebbero, nel giro di vent’anni, quasi cento milioni di persone nella fascia di età attiva, fra i 20 e i 64 anni, mentre i secondi crescerebbero, nello stesso arco di tempo e nella stessa fascia anagrafica, di ben 850 milioni di persone.

Siamo dunque in presenza di un fenomeno strutturale, di portata epocale. Che va governato, non esorcizzato. A tale, imponente fenomeno si somma la componente dei rifugiati, di coloro che fuggono dalla guerra, o da paesi in cui non vengono rispettati i loro diritti politici e civili. E si sommano inevitabilmente inquietudini, paure, diffidenze, quanto più lontana o impermeabile appare l’identità culturale e religiosa di provenienza. I numeri dei rifugiati sono in costante aumento, anche se, per il nostro Paese, non sono ancora tali da giustificare l’uso di certe parole. Non è in corso un’invasione, insomma, anche se ormai l’ordine di grandezza è delle centinaia di migliaia di persone. Ed anche se quel che è in corso – questo è il secondo punto della lettera di Sala – difficilmente può essere gestito a livello periferico. Ci vuole un coordinamento nazionale, e ci vuole per esempio che l’autorità centrale, che stabilisce la distribuzione dei migranti a livello locale, abbia da un lato mezzi e competenze, dall’altro legittimità sufficiente perché le sue decisioni non siano rimesse in discussione degli enti locali. Sala, peraltro, ha ragione di richiamarsi alla tradizione civica della sua città, allo spirito di accoglienza, alla collaborazione dei suoi abitanti. Ma non tutte le città sono uguali, e soprattutto non tutti i territori hanno le medesime strutture, il medesimo retroterra economico e sociale, la medesima capacità di assorbimento e integrazione della presenza straniera. Non solo, ma anche la preoccupazione per il rispetto della legge prende forme diverse: nelle città e nelle campagne; nelle zone di degrado e nelle aree meglio attrezzate; dove esiste una piccola criminalità diffusa o di strada, e dove invece non si ha la medesima percezione di insicurezza. E così via. Sala tuttavia fa solo un fugacissimo cenno al tema. È vero che le politiche di integrazione non si riducono affatto al tema della legalità, ma è anche vero che il tema non può essere eluso, o sottaciuto. Perché non c’è solo un’offerta politica che si organizza strumentalmente su questi temi: c’è anche una domanda reale, che a torto o a ragione viene formulata, e a cui amministratori e governanti devono dare risposte concrete ed efficaci, in Italia e in Europa.

L’Europa, appunto. Qui le cose sono forse più complicate di come appaiono al sindaco di Milano. Si sa, per grandi linee, che cosa l’Unione Europea deve fare: anzitutto modificare gli accordi di Dublino sulla ricollocazione dei migranti, perché non hanno funzionato e non stanno funzionando. Poi snellire procedure e stanziare più fondi. Quindi potenziare gli incentivi destinati ai Paesi che sono più esposti e più direttamente investiti dalle migrazioni in corso. Infine attuare in loco strategie di contenimento e politiche di stabilizzazione. E in prospettiva pianificare e regolarizzare i flussi, rendendoli anche più sicuri e meno esposti al ricatto criminale.

Ma se l’Europa non lo riesce a fare, è evidente che il fallimento – che Sala denuncia con forza, come del resto ha fatto Renzi al termine del vertice di Bratislava – è evidente che non può non avere conseguenze sulle politiche di accoglienza del nostro Paese. Fermo restando il dovere di salvare il maggior numero possibile di vite umane, come fa l’Italia ad «uscire dall’idea di essere una piattaforma di prima accoglienza» se non c’è un vero accordo europeo di cooperazione? Certo, Renzi continua a dire che l’Italia può farcela da sola: lo ha ribadito anche ieri, in risposta alle sollecitazioni della lettera di Sala. Ma pensiamo davvero che se l’Europa fallisse, non fallirebbe anche il modello di piena accoglienza e integrazione a cui pensa il Sindaco di Milano? E non fallirebbe – prima ancora che nei numeri – nell’idea, nella concezione dello spazio politico in cui ciascuno di noi vive, pensa, lavora? Quello spazio è oggi attraversato da mille problemi, ma non è ancora così angusto da scatenare necessariamente urti e conflitti. Ma sarebbe ancora così, se l’egoismo degli Stati nazionali prevalesse? E l’Unione sopravviverebbe, se si divaricassero ancor più politiche di apertura e di chiusura, riconoscimenti e respingimenti, spazio di accoglienza nel Mediterraneo, e spazio di rifiuto nell’Est e nel Nord del continente?

(Il Mattino, 20 settembre 2016)