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Chi comanda in Procura?

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L’incolpazione di Henry John Woodcock per illeciti disciplinari riporta alla ribalta una vicenda che sembrava dovesse spengersi lentamente, come a volte accade alle grandi fiammate che bruciano improvvisamente sui media, per poi scivolare poco a poco e consumarsi lontano dai riflettori.

E invece no: sotto i riflettori ci ritorna perché il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha ravvisato gli estremi per incolpare Woodcock di aver violato sulla vicenda Consip la consegna del «più assoluto riserbo» voluta dal procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, e per avere interferito indebitamente con l’indagine della Procura di Roma.

Cos’era infatti accaduto? Che la Procura di Roma aveva revocato l’indagine tenuta dal Noe di Napoli e dal capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto a seguito della fuga di notizie che aveva accompagnato il passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma. Passa un mese, o giù di lì, e i magistrati romani si accorgono di una manipolazione del contenuto delle intercettazioni, con la quale in bocca all’imprenditore Romeo finisce una frase da lui mai pronunciata, che l’investigatore giudica peraltro di particolare rilievo a sostegno dell’ipotesi di traffico di influenze che si viene formulando a carico del padre di Matteo Renzi, Tiziano. Una falsità, di una gravità inaudita, che però salta fuori solo perché la Procura di Roma spulcia fra le carte dell’inchiesta.

Ora apprendiamo dall’atto del procuratore Ciccolo che, scoppiata la notizia dell’accusa nei confronti di Scafarto, il dottor Fragliasso tiene una riunione con i pm coinvolti, nel corso della quale Woodcok manifesta l’esigenza che l’ufficio confermi piena fiducia al capitano Scafarto e al nucleo investigativo del Noe. Cosa che avviene. Apprendiamo pure che, nel corso della riunione, Fragliasso raccomanda la consegna del silenzio con gli organi di informazione «per non interferire con le indagini». Cosa che invece non avviene: Woodcock parla, le sue parole finiscono sui giornali ed interferiscono pesantemente, perché il magistrato napoletano si perita di spiegare che, a parer suo, solo un pazzo avrebbe potuto deliberatamente compiere un falso negli atti dell’indagine in corso, escludendo dunque che potesse trattarsi di altro che di un errore. In tal modo, scrive Ciccolo nella sua incolpazione, «ha pubblicamente contraddetto e svalutato l’impostazione accusatoria della Procura di Roma, fondata invece sulla ritenuta falsità».

Ce n’è abbastanza per notare le seguenti cose. La prima, che ci troviamo di fronte a un magistrato che disattende palesemente il suo dover d’ufficio al riserbo, richiestogli in una circostanza così delicata dal capo della sua Procura, salvo poi sostenere di essere stato tratto in inganno: un’ingenuità che però appare sorprendente in un uomo navigato come Woodcock, peraltro avvezzo ad avere i giornalisti alle calcagna. La seconda, che mentre tutta Italia si chiede come sia possibile che in un’indagine così delicata, che lambisce i più alti vertici istituzionali, le parole agli atti non vengano controllate non una ma cento volte, prima di costruirci su un castello di accuse – mentre tutta Italia si chiede questo, Woodcock rivolge al procuratore Fragliasso la richiesta di mantenere Scafarto al suo posto. Una richiesta talmente imbarazzante, che lo stesso capitano dei carabinieri chiederà, a sua propria tutela, di essere sollevato dal ruolo. Prudenza avrebbe voluto che ci pensassero i magistrati napoletani, invece i magistrati pensano il contrario. Woodcock garantisce per Scafarto, e la Procura lo segue. Questa è la terza cosa che lascia di stucco: può darsi che i rapporti professionali fossero tali da giustificare una simile condiscendenza, sta di fatto che l’impressione che se ne ricava è che da quelle parti sia Woodcock a dettare la linea, persino in una circostanza così complessa.

Quarto: la procura di Napoli aveva assicurato, con tanto di comunicato ufficiale, che non c’era stato alcun attrito con Pignatone e i pm romani. Nessun contrasto, nessuna tensione. Su questa posizione si era attestato anche il Csm. Comprensibilmente, perché non è mai saggio alimentare conflitti istituzionali. Ma ora sappiamo dall’atto di incolpazione del procuratore generale che lo scontro c’è stato eccome, visto che un magistrato napoletano è accusato di avere interferito con le indagini romane, provando a demolire pubblicamente l’accusa formulata a danno di Scafarto. In sostanza, Woodcock ha mandato a dire ai colleghi romani, a mezzo stampa, che Scafarto era un suo uomo e non andava toccato.

L’ultimo punto accompagna questa vicenda fin dall’inizio. A Napoli manca da mesi il capo della Procura. Il Csm non l’ha ancora nominato. Lo segnalammo (incidentalmente, ma non troppo), quando il caso scoppiò. Torniamo a segnalarlo ora, visto che è palese – indipendentemente dalla grande qualità ed esperienza delle persone coinvolte – che non è la stessa cosa essere il procuratore ed essere il facente funzione. Forse ci sbagliamo, ma la condotta di Woodcock, per come viene delineata dal procuratore Ciccolo nella circostanza, inclina a darci ragione.

(Il Mattino, 9 maggio 2017)

 

Quelle ombre che offendono la democrazia

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Una manipolazione deliberata: con questa ipotesi accusatoria i magistrati romani hanno sentito ieri il capitano Gianpaolo Scarfato, del Noe, il nucleo investigativo dei carabinieri che aveva condotto le indagini sul caso Consip, fino alla revoca da parte della Procura di Roma. Se l’accusa dovesse essere confermata, si disegnerebbe uno scenario a dir poco allarmante, in cui un’inchiesta viene orientata da tentativi di depistaggio condotti al fine di colpire Tiziano Renzi, e, indirettamente, il Presidente del Consiglio dell’epoca. Attribuendo falsamente all’imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata in realtà dal suo consulente, l’ex politico Italo Bocchino, si voleva evidentemente costruire un rapporto che giustificasse il sospetto di traffico di influenze, il reato per il quale Tiziano Renzi è stato raggiunto da un avviso di garanzia. E su cui tutta la stampa si è gettata, come una muta di cani all’inseguimento della ambita preda.

Ma più preoccupante ancora – per i poteri pubblici e per l’ordinamento democratico – è che questa storiaccia non sarebbe saltata fuori se il capo della Procura di Roma non avesse preso l’iniziativa di togliere l’indagine al Noe, a seguito di una fuga di notizie che evidentemente a Roma avevano qualche ragione di ritenere ispirata dagli ambienti napoletani. Qualche ragione, e una grandissima lungimiranza.

Quando si diffuse la clamorosa notizia della revoca, scrivemmo già che qualcosa tra Napoli e Roma non doveva essere andata per il verso giusto: ci sono motivi – ci chiedevamo – per cui a Roma non vogliono più saperne del Noe?  C’è da vedere, nei motivi del loro impiego, un particolare affiatamento con i magistrati del pubblico ministero, oppure «siamo dinanzi a uno scenario assai inquietante, in cui ciascuno si fida solo dei suoi, e Roma non si fida più di quelli di Napoli?».

Parlavamo infine di una girandola di dubbi e di illazioni: ora quella girandola ha ripreso vorticosamente a girare. Ed è difficile sopravvalutare la gravità dello scenario che emerge in queste ore: non per iniziativa di parti politiche interessate, ma per le verifiche condotte dai pm romani.

È inutile dire che ad essere lesa da simili operazioni e a riceverne un danno, qualora dovessero essere confermate, è in primo luogo la magistratura, la sua funzione di autonomia e indipendenza: storicamente pensata come un  argine costituzionale alle prevaricazioni del potere esecutivo, rischia di divenire un riparo all’ombra del quale diverrebbe possibile condurre operazioni più che torbide nei confronti di altri poteri dello Stato.

Non bisogna rendere giudizi affrettati e non bisogna correre subito alle conclusioni, ma è bene tuttavia avere chiara quale partita è in gioco. Colpisce infatti quello che in questi mesi è accaduto, e quello che evidentemente continua ad accadere. Anche perché, lo si ricorderà, questa non è la prima volta che il nome di Matteo Renzi finisce sui giornali per vicende giudiziarie poco chiare, alimentate da intercettazioni che immancabilmente finiscono sui giornali, con i quali si cucinano titoli e si fabbricano opinioni poi difficili da cancellare, e che in seguito si scoprono manifestamente infondate. La prima volta è stata con l’inchiesta Cpl-Concordia, per appalti vinti dalla cooperativa emiliana a Ischia. E anche in quel caso: nastri, intercettazioni, trascrizioni, e un castello di accuse finite in nulla dopo il trasferimento dell’inchiesta per competenze in Emilia.

Ora, a quanto pare, ci risiamo.

Lo abbiamo scritto un mese fa, e lo scriviamo di nuovo adesso: gettiamo acqua sul fuoco, aspettiamo di vederci più chiaro e diamo credito alle iniziative delle Procure. Ma fermiamoci anche a riflettere su quanto pesanti sono queste distorsioni della vita pubblica del Paese, sul modo in cui inquinano – perché di inquinamento si tratta – la normale dialettica politica e la stessa tenuta democratica del Paese. Nessuno parlerà dunque di complotti o di trappole. Se risulterà che la manipolazione c’è effettivamente stata e sarà possibile parlare magari di errore materiale, di svista, persino di dabbenaggine, per carità di Patria: facciamo ogni sforzo per prendere per buona una simile versione e tiriamocene fuori. Però non lasciamo cadere gli interrogativi che questa vicenda pone, e teniamoli presenti, almeno, alla prossima riapertura del circo mediatico-giudiziario. Alla prossima iniziativa di qualche pm in cerca di notorietà, alle prossima pietanze che ci verranno servite sul piatto sempre ricco del giustizialismo nostrano. Facciamolo, perché ne va della libertà e dei diritti di tutti.

(Il Mattino, 11 aprile 2017)

Le indagini al tempo della gogna

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Procedimento al momento contro ignoti, e revoca dell’indagine al Noe dei Carabinieri. Si vedrà in seguito quale sviluppo avrà la clamorosa iniziativa della Procura di Roma, ma si vede già adesso che qualcosa di grave è accaduto, visto che le indagini sono passate dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, cui le aveva delegato la Procura di Napoli, al Nucleo investigativo di Roma dell’Arma. Ci sono motivi per cui a Roma non vogliono più saperne del Noe? Da Napoli il procuratore reggente, Nunzio Fragliasso, fa sapere naturalmente che c’è perfetta sintonia fra i due uffici inquirenti. Ma qualcosa di distonico deve essere per forza accaduto lungo l’Appia antica, nel passaggio di competenza da Napoli a Roma, visto che quello che Roma ha coperto con omissis, nei provvedimenti adottati in questi giorni, è finito ugualmente sui giornali. La girandola dei dubbi e delle illazioni cresce: che c’azzecca, avrebbe detto il Di Pietro dei bei tempi, il nucleo operativo che si occupa di tutela dell’ambiente con la materia Consip, gli appalti e tutto il resto? C’è da vedere nei motivi del loro impiego un particolare affiatamento con i magistrati del pubblico ministero, com’è normale nel funzionamento di qualunque ufficio, oppure siamo dinanzi a uno scenario assai inquietante, in cui ciascuno si fida solo dei suoi – e Roma non si fida più di quelli di Napoli?

Mentre pongo questo interrogativo, mi accorgo che l’essere anche solo arrivati dinanzi a un punto di domanda del genere indica già che una china pericolosissima è spalancata innanzi al Paese, e grande è il rischio di finirci dentro inseguendo la ridda di indiscrezioni ed ipotesi che si affollano in queste ore. La Procura di Napoli fa bene a provare a gettare acqua sul fuoco, così come quella di Roma fa bene a far filtrare soltanto motivi di malumore e irritazione e nulla più.

Ma se un normale cittadino, per qualunque motivo raggiunto da provvedimenti dell’autorità giudiziaria, fosse messo dinanzi all’interrogativo che ho prima formulato, credo che sarebbe semplicemente atterrito all’ipotesi di una conduzione delle indagini non dico privatistica, ma fondata su rapporti fiduciari di tipo personale. Un timore che nessuno dovrebbe mai nutrire, un pensiero che in uno stato di diritto non dovrebbe mai potersi affacciare alla mente di qualcuno. In questo caso, invece, non solo è inevitabile che si affacci, ma siccome non parliamo soltanto di semplici cittadini, ma di personaggi pubblici, non c’è riga che esca sui giornali che non abbia dirompenti effetti politici: non c’è allora da fermarsi un attimo e da riflettere allarmati? È possibile che l’Italia debba infilarsi per l’ennesima volta in un tunnel fatto di rivelazioni di segreti investigativi, di uso indebito delle intercettazioni, di fango nel ventilatore che schizza da ogni parte, a prescindere da qualunque risultanza processuali o rilevanza penale?

È possibile che dobbiamo orientarci su scenari tanto opachi, tanto limacciosi? E infatti: c’è già quello che tira fuori la profezia di D’Alema di due anni fa, che Renzi sarebbe caduto per mano giudiziaria (profezia invero facile a farsi, in Italia, vista la frequenza con cui queste cadute si sono prodotte nel nostro Paese), quell’altro che ricomincia a parlare di complotti e poteri forti – un must della politica italiana –, quell’altro ancora che sposta invece l’attenzione sullo scontro in atto tra i carabinieri, con il coinvolgimento del Comandante Generale, Tullio Del Sette, appena prorogato alla guida dell’Arma. Del Sette è pure quello che aveva esautorato il capitano Ultimo dalla guida del Noe. Spostato ai servizi, dove ritroviamo adesso il capitano? Proprio nell’indagine del Noe che, tra gli altri, ha tirato in ballo pure Del Sette, per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. C’è di che rimanere sconcertati.

Fermarsi a riflettere, dicevo. Evitare, per quanto è ancora possibile, di condurre la lotta politica sulla base di questi materiali. Evitare la barbarie giustizialista che spicca una sentenza di colpevolezza a carico di chiunque veda il suo nome trascritto in qualunque atto d’indagine. Evitare insomma di mettere inavvertitamente nelle tasche sempre più magre della democrazia, insieme al pezzo di carta ritrovato dai carabinieri con le sigle e le cifre, il sasso che la manda definitivamente a fondo.

I miracoli non sono fatti per convertire, diceva Pascal, ma per condannare. Così è anche per tutta la materia che dalle Procure finisce in pasto all’opinione pubblica: è fatta non per informare, ma per condannare. E una cosa è certa, ahimè: di miracoloso non vi è proprio nulla nella fuga di notizie che infiamma il dibattito pubblico.

(Il Mattino, 6 marzo 2017)