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La politica debole e le Procure forti

Serra 1984

R. Serra, Malmo Roll (1984)

«La mia esperienza mi dice che quei reati sono difficili da provare»: parola di Antonio Di Pietro. Parola non di oggi, ma del gennaio 2008. Clementa Mastella, ministro della Giustizia del secondo governo Prodi, ha ricevuto un avviso di garanzia per concussione: è accusato di aver esercitato pressioni indebite su Antonio Bassolino, a proposito della nomina di un commissario nella sanità campana. Di Pietro, allora ministro pure lui, vede giusto, ma la sentenza di assoluzione in primo grado è arrivata solo qualche giorno fa: la bellezza di nove anni e mezzo dopo. «Non riesco a immaginare Sandra Mastella che minaccia, concute e fa morire di paura Bassolino», diceva Di Pietro. Lui non ci riusciva, ma i magistrati invece sì, perché Sandra Mastella finisce agli arresti domiciliari, e tutto il partito di Mastella, l’Udeur, viene travolto dallo scandalo. Non rinascerà più. Così come non rinascerà più l’esperienza politica dell’Unione, la maggioranza che portò Prodi a Palazzo Chigi per la seconda volta.

Ma l’intervista di Di Pietro a Repubblica merita di essere citata ancora. Di Pietro non interveniva per esprimere solidarietà a Mastella, ma per prendere le distanze dalle critiche ai magistrati che si era permesso di formulare. Lui, i suoi compagni di partito, tutto il Parlamento che lo aveva applaudito con uno «scrosciante battimano bipartisan». Non si fa. È un atto di eversione democratica. E lo è anche se è perfettamente chiaro, a Di Pietro per primo, che tutto finirà in un nulla di fatto. I magistrati – lo dice lui stesso – hanno «scoperto l’acqua calda», cioè come si fa politica al Sud. E come volete che si faccia? Con logica clientelare e spartitoria, spiega l’ex pm molisano. L’obiettivo diventa allora azionare la legge penale per sradicare questa maniera di fare politica. L’ex-magistrato, il simbolo di Mani Pulite, lo dice a chiarissime lettere: «La difficoltà di individuare un reato per contestare comportamenti lottizzatori e clientelari esiste». Quel che non dice, è perché, in base a quale idea e civiltà del diritto, comportamenti lottizzatori e clientelari debbano essere trasformati ipso facto in reati, piuttosto che essere sanzionati democraticamente alle elezioni. Che qualcosa non quadra è chiaro però pure a lui, visto che aggiunge: «non è affatto detto che tutto debba essere risolto per via giudiziaria».

Non è detto, però viene fatto: le notizie di questi giorni lo dimostrano. Caso Cpl-Concordia. 2015. L’inchiesta riguarda la metanizzazione dell’agro aversano e di Ischia. Il governo in carica è quello di Matteo Renzi. Cosa c’entra Renzi con il gas metano? Fa per caso le vacanze ad Ischia? Non risulta. Ma finisce intercettato lo stesso. Una soffiata – non si sa bene se pilotata o no – spinge infatti gli spaventati dirigenti della cooperativa a cercare di capire perché sono finiti sotto inchiesta. Si rivolgono a un generale. Il generale, per gli inquirenti, è Michele Adinolfi. Vengono disposte le intercettazioni. Il generale parla con Renzi, e le conversazioni finiscono sui giornali, scatenando un putiferio. Del versante giudiziario si son perse le tracce: nessuno sviluppo processuale, nessuna incriminazione per il generale Adinolfi, nessuna rilevanza penale delle parole riportate su tutti i quotidiani nazionali. Ma l’effetto mediatico c’è tutto. Non cade nessun governo, quella volta, ma ora vien fatto di pensare che ciò è dipeso solo dal fatto che il capo della Procura di Modena, Lucia Musti, a cui è trasmessa parte dell’indagine napoletana guidata da John Henry Woodcock, decide di non far esplodere «la bomba» che gli consegnano i carabinieri del Noe, il capitano Scafarto e il suo superiore, Sergio Di Caprio. Per loro, infatti, a Renzi si può arrivare. Loro sì che riescono a immaginarlo, e anzi quasi lo suggeriscono al magistrato. Che nel luglio scorso (due anni dopo), sentita dal Csm presso il quale è aperta un’istruttoria nei confronti di Woodcock, usa parole di fuoco: per gli spregiudicati ufficiali del Noe, e per il Pm chi ne coordina il lavoro: una «informativa terribile, dove si butta dentro qualunque cosa, che poi si manda in tutta Italia.  La colpa è anche di noi magistrati, perché siamo noi a dover dire che le informative non si fanno così». Non si dovrebbero fare, ma intanto si continuano a fare.

Altra inchiesta, e stessa disinvoltura. Spinta anzi fino a un’incredibile spudoratezza. Il caso Consip è un caso di corruzione, che parte da Napoli ma anche in questo caso arriva fino a Roma, fino a Renzi. Anche in questo caso ci sono di mezzo intercettazioni e fughe di notizie. Anche in questo caso a muoversi sono gli uomini del Noe. E in prima fila c’è, su incarico del pm Woodcock, il fidatissimo capitano Scafarto, lo stesso che ha confezionato l’informativa-«bomba» recapitata a Modena. Questa volta la confezione è ancora più esplosiva. Perché la trascrizione delle intercettazioni contiene manipolazioni, che consentono di mettere sotto tiro Tiziano Renzi, e sono arricchite di un capitolo, totalmente infondato, su presunte attività di pedinamento e controspionaggio dei servizi segreti a danno degli investigatori. Se si guarda più da vicino l’intrico imbastito in quelle carte, e il modo in cui han preso a circolare, si trovano elementi in tutto analoghi a quelli del caso Cpl-Concordia. Non solo i protagonisti – a cominciare dal duo Scafarto-Woodcock – ma pure il modus operandi. Al centro del quale ogni volta compaiono fughe di notizie che mettono in allarme le persone coinvolte, fughe che più che danneggiare il lavoro della Procura, sembrano alimentarlo. Sembrano, in poche parole, consentire di estenderne il raggio e di arrivare sempre più su: dal Cardarelli alla centrale di acquisti Consip; dalla centrale di acquisti Consip a Palazzo Chigi – dove investono il fedelissimo del premier Renzi, Luca Lotti, accusato di aver informato i vertici Consip delle intercettazioni ambientali in corso – e a Rignano sull’Arno, dove sulla graticola finisce il padre dell’ex premier. Tutto questo accade prima, ovviamente, che si sappia che la madre di tutte le frasi, quella che avrebbe dovuto inguaiare Tiziano Renzi, era in realtà stata pronunciata non dall’imprenditore napoletano arrestato, Romeo, ma dal suo consulente Italo Bocchino. La cosa prende tutt’altro senso.

Svista? Fretta? Negligenza? Leggerezza? Può darsi. Ma com’è possibile che si proceda con fretta, negligenza o leggerezza in un’indagine che lambisce i massimi vertici istituzionali, che rischia di portare sotto processo il padre del Presidente del Consiglio in carica, e che riguarda appalti di importi miliardari? Quante volte bisognerebbe ricontrollare una frase, prima di metterla a verbale rischiando di provocare un terremoto politico?

Il premier tiene duro, e il governo non cade per mano della Procura. Ma la botta è forte. Questa volta però non ci sono battimani in Parlamento a difesa del premier. La strategia scelta dal partito democratico è quella di abbassare la temperatura dello scontro fra politica e giustizia. Renzi rimane in sella, ma quale sarà il bilancio? La legge sulla responsabilità civile dei giudici? La riduzione dei giorni di ferie dei magistrati? Bilancio piuttosto magro, visto che né l’ordinamento giudiziario è stato in sostanza toccato, né si sono fatti passi avanti sui due punti di maggiore sofferenza: da un lato la disciplina delle intercettazioni, su cui il Ministro della Giustizia ha oggi in mano una delega che difficilmente riuscirà ad attuare; dall’altro la prescrizione, che anzi, per non vanificare il lavoro delle Procure, è stata allungata per i reati contro la pubblica amministrazione, pazienza se un imputato rischia di rimanere sotto processo per corruzione per vent’anni.

In compenso, sono state introdotte nuove figure di reato, come il traffico illecito di influenze, che aumentano l’area di indeterminatezza dell’azione penale, o introdotte modifiche al codice antimafia, sempre in materia di corruzione, che ampliano anziché ridurre l’area dell’intervento cautelare.

Ma forse una riflessione più generale andrebbe fatta sui vagiti di riforma della giustizia spesso soffocati in culla. Appena insediatosi, Renzi aveva annunciato di voler cambiare le regole del Csm. Di quella riforma non c’è traccia. L’impressione è che una politica debole, che si sente vulnerabile alle inchieste delle Procure – ai loro riflessi mediatici, e alla loro durata intollerabilmente lunga – preferisca abbozzare, non svegliare il can che dorme, non attaccare per non essere attaccata. Invece di una riforma, dunque, una tregua. Anche se poi c’è sempre qualche procura che non la rispetta e riapre le ostilità. Così succede che la politica rinunci a riformare la giustizia, mentre la giustizia non rinuncia affatto a riformare la politica. Con i mezzi penali che ha a disposizione, cioè per la via di una criminalizzazione che dovrebbe aprire la via alla grande bonifica morale, e, solo dopo, al lavacro purificatore delle elezioni. Già, perché fra poco si vota: chissà che clima ci sarà, allora.

(Il Mattino, 17 settembre 2017)

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Le responsabilità e le ipocrisie della sinistra

Ebzo-Cucchi

E. Cucchi, Paesaggio Barbaro (1983)

Un fatto di una gravità istituzionale enorme, secondo il ministro Franceschini. Di una gravità inaudita, secondo il presidente dei senatori Zanda. Ed è difficile dar loro torto. A loro, come agli altri esponenti del partito democratico che hanno preso la parola in queste ore, per denunciare fatti e comportamenti ai limiti dell’eversione, dopo che sono stati diffusi i contenuti delle dichiarazioni rese al Csm dalla procuratrice di Modena Lucia Musti. La quale avrebbe avuto tra le mani, consegnatale dal capitano del Noe Scafarto e dal suo superiore, Sergio De Caprio (il comandante Ultimo), la bomba per far saltare in aria il premier Matteo Renzi, la bomba essendo l’inchiesta napoletana, trasferita per competenza nella città emiliana.
Spregiudicatezza e delirio di onnipotenza dimostravano secondo il magistrato i due ufficiali, nello spingere il capo della Procura modenese a proseguire le indagini sul caso Cpl-Concordia avviate a Napoli. Di quel caso, in realtà, nulla è arrivato a processo. E quanto alla vicenda Consip, che ha avuto gli stessi protagonisti, quel che sappiamo allo stato è che a Matteo Renzi si arrivava, attraverso il padre, manipolando le intercettazioni e inventandosi di sana pianta interventi dei servizi segreti.
Un verminaio, di cui non si vede la fine. Ma di cui si è visto l’inizio solo per l’iniziativa di un’altra Procura, quella di Roma, che ha tolto le indagini al Noe e che – notizia di queste ore – indaga per falso il pm napoletano che al Noe aveva affidato l’inchiesta, John Woodcock, già sotto esame disciplinare al Csm.
E la politica? La politica arriva tardi e con una enorme dose di ipocrisia. Perché le ombre che si allungano sulle istituzioni democratiche vengono da lontano, vengono da un uso distorto della giustizia che si trascina dai tempi di Mani Pulite – ora lo dice persino Di Pietro! –, vengono da una cultura emergenzialista che in nome della lotta alla corruzione consegna una libertà d’azione sempre più ampia e indeterminata ai pubblici ministeri, vengono da uno squilibrio sempre più accentuato fra accusa e difesa, vengono da un’opinione pubblica cresciuta a pane e avvisi di garanzia.
Al partito democratico andrebbe chiesto in queste ore: e l’altro giorno? L’assoluzione di Clemente Mastella, l’altro giorno, non dovrebbe far dire le stesse cose che si dicono oggi, con le rivelazioni del magistrato Musti? Non cadde un governo allora, con le dimissioni del Guardasigilli? Come si fa a non giudicare anche quel fatto di una gravità istituzionale enorme? Lì c’è ormai un’assoluzione, la quale dice chiaro e tondo che i magistrati, presi da furia moralizzatrice, avevano provato a criminalizzare una trattativa politica, a trasformare un fatto politico in un fatto penale. E dunque: come si fa a non vedere che uno schema si ripete, che più delle finalità perseguite allora, come di quelle perseguite ora, quel che deve preoccupare è l’incrinatura profondissima dei rapporti tra i poteri dello Stato, per cui la politica può essere tenuta sotto scacco, e un governo può cadere e un altro essere aggredito da un’inchiesta farcita di manipolazioni quasi senza colpo ferire, se è vero che quel che veniamo a sapere oggi è rimasto per mesi e mesi sottaciuto (anche da Modena, dove la presunta bomba è stata consegnata la bellezza di un anno fa), finché un’altra Procura non si è mossa. Un conflitto tra Procure, in cui la politica è vaso di coccio fra vasi di ferro.
L’ipocrisia sta però in ciò, che senza una riconsiderazione vera delle politiche della giustizia promosse in tutti questi anni, non serve a nulla mandare alti lai solo quando salta fuori quel che si cucina in certi uffici. La vera domanda non è chi c’è dietro, chi ordisce il complotto o chi tira le fila, ma chi ha messo a disposizione la cucina.
Gli storici faranno la storia, risalendo indietro fino a Tangentopoli; intanto, però, facciamo la cronaca. Non più tardi di due mesi fa, il Pd ha approvato modifiche al codice antimafia che estendono le misure cautelari anche ai corrotti. Più ampio, non più limitato, è ora l’intervento della giustizia prima di un qualunque giudicato. Una logica di carattere emergenziale, introdotta in via eccezionale per far fronte ai fenomeni di criminalità organizzata, diviene abituale, ordinaria, e viene estesa anche ad altre fattispecie. Il verso di questi provvedimenti rimane dunque lo stesso: non una cultura delle garanzie e dei diritti, ma il suo preciso opposto. Certo: in nome della lotta alla corruzione, in nome dell’efficacia nel contrasto al crimine, cioè per le migliori intenzioni e in vista dei più alti fini. Ma quelle intenzioni e quei fini sono gli stessi che avranno avuto il capitano Scafarto e il comandante Ultimo nel recarsi a Modena. La spregiudicatezza e il delirio di onnipotenza che la dottoressa Musti dice oggi di aver avvertito nei loro comportamenti è la spregiudicatezza di una consolidata maniera di fare le cose, di inquisire e di indagare, non solo la bizzarria di due individui isolati, schegge impazzite di un sistema che ha i suoi anticorpi.
E no, gli anticorpi non ci sono o non sono più sufficienti. Perché sventare un complotto – se di complotto si tratta –, beh: quello è compito di un’altra procura, ed è quello che sta facendo Roma. Ma riformare la giustizia, ricondurre nel suo letto l’azione inquirente che ormai tracima da tutte le parti: quello è compito della politica. Che non lo ha fatto e non lo sta facendo. E la sinistra, che ha grandi responsabilità nell’aver rotto gli argini al fiume sempre più limaccioso delle indagini, cavalcando per decenni l’ansia giustizialista dell’opinione pubblica, non ha che da battersi il petto e fare mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

(Il Mattino, 16 settembre 2017)

 

Una lezione di diritto e di storia

 

Banchetto

Mannuel Blasco, Banchetto offerto da Picasso in onore di H. Rousseau, Il Doganiere (1960)

La sentenza della Cassazione di accoglimento del ricorso di Alfredo Romeo contro l’ordinanza di custodia cautelare a suo carico contiene una piccola lezione di diritto, che conviene seguire nei suoi snodi principali. Romeo – lo si ricorderà – è finito in carcere accusato di condotte corruttive nell’ambito di un’attività investigativa che, partita dagli appalti all’ospedale Cardarelli, si è poi estesa ai rapporti con la centrale di acquisti pubblici Consip. La rete delle intercettazioni è stata gettata per pescare di tutto e di più, e nell’indagine è finito dentro anche il padre di Matteo Renzi, Tiziano, su cui si indaga per traffico di influenze illecite. Nel corso degli ultimi sei o sette mesi se ne sono però viste di tutti i colori: la Procura di Roma – per competenza divenuta titolare della parte dell’inchiesta che riguarda Consip – ha di fatto sconfessato il lavoro svolto dal Noe dei Carabinieri a cui la Procura napoletana aveva affidato le indagini; clamorose fughe di notizie si sono moltiplicate, intrecciate, accavallate; il pm napoletano John Henry Woodcock è finito sotto indagine disciplinare; infine, e soprattutto, il lavoro dei pm romani ha portato alla luce gravi manipolazioni del contenuto delle intercettazioni allegate all’inchiesta, opera del capitano Scafarto, con livelli di responsabilità tutti però ancora da chiarire.

Cosa c’è ora di nuovo nel pronunciamento della Cassazione? Una gragnuola di dubbi sul modo in cui si è proceduto sin qui. La Cassazione si rivolge al Tribunale del riesame, invitandola a riconsiderare i motivi del ricorso. E già qui c’è una prima lezione: contro un certo andazzo a motivare “in fotocopia” i provvedimenti, la Suprema Corte ricorda che l’apprezzamento del Tribunale deve essere «autonomo». Ciò in breve significa che se in fase di indagini preliminari sono state autorizzate intercettazioni (il cuore dell’indagine, per non dire il suo intero contenuto), non basta che il Tribunale faccia in seguito propria quell’autorizzazione: in presenza di eccezioni della difesa deve prendersi il disturbo di riconsiderare la materia per offrire una «autonoma valutazione» della legittimità delle captazioni effettuate.

Non basta. La Corte trova necessario ricordare che le intercettazioni non si autorizzano ex post, sulla base di quello che risulta dall’acquisizione del loro contenuto. Quindi, anche se l’ipotesi accusatoria dovesse in seguito cadere o essere riformulata, non per questo verrebbe meno il fondamento di legittimità di quegli atti. Si tratta di un principio di elementare buon senso, oltre che di diritto, che però viene sistematicamente utilizzato in modo furbesco. E la Cassazione non lo manda a dire. Spiega anzi in modo del tutto esplicito che soprattutto nell’impiego di strumenti di captazione particolarmente invasivi (i cosiddetti trojan informatici),  ci vuole un «onere motivazionale rafforzato». Non va bene – dice insomma la Cassazione: e meno male che lo dice! – che certi fatti si inquadrino sbrigativamente come fatti di criminalità organizzata allo scopo non di perseguire davvero l’ipotesi accusatoria, ma di vedersi autorizzare le intercettazioni. Questo è un altro, cattivo andazzo a cui la sentenza di ieri cerca per fortuna di mettere uno stop. Lo fa naturalmente affermando «un quadro di principi», ma non è ovviamente un caso che lo faccia proprio in questa circostanza, a proposito del caso Consip.

L’ultima lezione riguarda la custodia cautelare. Qui il giudizio della Corte è particolarmente severo, e colpisce ancor più in quanto vi è stata di recente, nel 2015, una riforma legislativa volta a rendere più stringenti e più rigorosi i motivi che rendono possibile l’adozione della misura. Se in materia di intercettazioni la politica fatica maledettamente a mettere paletti, in materia di custodia cautelare la politica i paletti ha cercato di metterli, ma a quanto pare ci pensa la magistratura a dribblarli. Evidentemente la riforma non è entrata nella cultura e nella prassi dei giudici italiani. La Cassazione infatti è costretta a ricordare che si può mandare in carcere qualcuno prima del processo se il pericolo di inquinamento delle prove è «concreto». Poi però aggiunge che non bisogna nemmeno che questo concreto pericolo si risolva in una mera «clausola di stile» priva di significato, come invece troppo spesso accade, ad esempio quando ci si limita a richiamare i molteplici fronti investigativi in cui l’indagato è coinvolto per desumerne una qualche pericolosità.

Qui, però, in maniera niente affatto accidentale, arriva anche un’ultima, forte critica all’inchiesta napoletana: la Corte infatti dichiara di non comprendere dall’ordinanza impugnata «di quali contenuti operativi consista ed in quali forme e modalità concrete s’inveri il “metodo”, o il “sistema” di gestione dell’attività imprenditoriale da parte del Romeo». Se non si vede il metodo, non si scorge il sistema, c’è il rischio – questo sì concreto – che gran parte delle accuse costruite per tirar dentro un’unica trama di aderenze connivenze e influenze l’imprenditore e il pubblico funzionario, il politico e il faccendiere, il parente e il generale, e insomma Napoli e Roma, gli affari e la politica, sia destinato a cadere come un castello di carte. Quest’ultima però non è una lezione di diritto, ma se mai una desolante lezione di storia. La storia politica e giudiziaria di questi anni, che ancora deve essere scritta.

(Il Mattino, 26 luglio 2017)

Consip, le fughe di notizie fanno una matrioska

fuga

 

L’ultima è l’indagine della Procura di Napoli per rivelazione di segreto d’ufficio, in relazione alla pubblicazione del libro di Marco Lillo sul caso Consip, uscito nelle scorse settimane. Comincia ad essere difficile tenere il conto di tutte queste fughe di notizie. Ma è un fatto che i rivoli lungo i quali è continuata a scorrere la materia dell’inchiesta si sono moltiplicati nel tempo, e l’acqua arriva ormai da tutte le parti, e quando stai per dire: ecco, adesso smette, non fai in tempo ad aprire bocca che l’acqua torna con violenza. Non è la malacqua che inonda Napoli nel bellissimo romanzo di Nicola Pugliese, ma è l’acqua che attorno a questo caso non ha mai spesso di venir giù, e che per la prima volta spinge la Procura napoletana a cercare di trovare il rubinetto che perde: è una notizia anche questa. Una prima volta. Che purtroppo fotografa ancora una volta una situazione confusa, complicata, tesa, in cui si trova ormai da mesi il Palazzo di Giustizia partenopeo, secondo alcuni divisa in partiti, con riflessi inevitabili sulla complessiva efficienza ed efficacia della sua azione, secondo altri semplicemente costretta ad un’affannosa rincorsa degli eventi, la cui gravità è, peraltro, difficile sovrastimare. E intanto sono giorni centoquarantanove che si attende un nuovo Capo dell’Ufficio.

L’ultima fuga di notizie riguarda l’informativa riservata di mille e passa pagine del 9 gennaio scorso stesa dal Noe (il nucleo dei carabinieri a cui il Pm Woodcock aveva affidato le indagini su Consip), informativa che secondo gli avvocati dell’imprenditore Romeo starebbe al centro della ricostruzione giornalistica offerta da Lillo nel suo recentissimo instant book. Ma prima c’è stata la fuga di notizie che permise a Marco Lillo, nello scorso dicembre, di firmare lo scoop sul caso Consip, dando la notizia di un possibile coinvolgimento del padre di Matteo Renzi, Tiziano, prima ancora che questi venisse raggiunto da un avviso di garanzia. La fuga di notizie di dicembre ne rivelava a sua volta un’altra: quella che aveva permesso all’amministratore delegato di Consip, Marroni, di bonificare il suo ufficio, e per la quale è finito sotto inchiesta, fra gli altri, il ministro Luca Lotti. Ma grazie a un’altra fuga di notizie noi sappiamo che dalle parti di quella stessa Procura che indagava sulla fuga di notizie denunciata da Marco Lillo (sulla base, come s’è detto, di una fuga di notizie che gli permetteva di fare lo scoop, e di portare il caso alla ribalta nazionale), cioè dall’iniziativa del capitano Scafarto di informare i servizi, già nello scorso agosto, potrebbe essere venuto l’innesco della fuga di notizie arrivata fino all’orecchio di Marroni, che ebbe il non trascurabile effetto collaterale di estendere il raggio dell’inchiesta fino ai piani alti della politica nazionale, messi a rumore dalle notizie incontrollate che giungevano da Napoli.

Qui finisce, per ora, la matrioska delle fughe di notizie e comincia invece quella delle imprese del capitano Scafarto (che questa volta non seguiremo nel dettaglio: ne facciamo grazia al lettore), responsabile di gravi manipolazioni nelle carte dell’inchiesta. E comincia pure il capitolo dei contrasti fra la Procura di Napoli e quella di Roma, reso pubblico – ad onta dei comunicati ufficiali – con la revoca delle indagini al Noe, subito dopo il trasferimento di competenze nella Capitale, e culminato pochi giorni fa nell’avviso di garanzia al Pm napoletano Woodcock (per la fuga di notizie di dicembre).

Ottimo e abbondante, diceva del rancio un ruffianissimo Sordi ne «La grande guerra». E invece è uno schifo, rispondeva burbero il generale: niente grassi e poca pasta, una sciacquatura di marmitte. Poi però il generale, lontano dalle truppe, ammetteva che meglio di così quella brodaglia proprio non la si poteva fare, e che aveva inteso dare solo un contentino alle truppe.

Ecco: decida il Csm, che oggi dovrebbe provare a trovare un’intesa sul nome del nuovo capo della Procura, se tutta la malacqua che in questi mesi si è continuata a riversare sui giornali merita di essere considerata ottima e abbondante, o se invece non sia uno schifo. Ma soprattutto decida se davvero non si possa fare nulla, e se lasciare la Procura di Napoli senza una guida per i prossimi mesi sia accettabile, in una situazione del genere. Una situazione che richiederebbe il massimo di tranquillità, di unità, di compattezza, e che invece vede aprirsi continuamente nuove falle. Non mancheranno certamente le voci che daranno all’opinione pubblica piena garanzia che il lavoro procede in maniera serena, ordinata e regolare, e non vogliamo affatto dubitarne. Non possiamo però non augurarci che si vada oltre le assicurazioni di rito, si trovi il modo di superare l’impasse che impedisce al Csm di arrivare a una nomina, e alla Procura più grande d’Italia, ricca di altissime professionalità e di grandi competenze e capacità,  la possibilità di ripartire con il piede giusto.

(Il Mattino, 6 luglio 2017)

L’altra faccia della gogna

gogna

Tanto tuonò che piovve. Per presunte irregolarità che graverebbero non solo sull’inchiesta Consip, ma anche su quella che ha riguardato, circa due anni fa, la cooperativa Cpl Concordia, il Consiglio Superiore della magistratura ha aperto un’indagine, affidata alla prima Commissione: quella che si occupa, in particolare, di trasferimenti d’ufficio per incompatibilità ambientale. Sotto osservazione finisce dunque il lavoro del Pm John Woodcock, titolare di entrambe le inchieste.

Cosa hanno che non vanno, quelle inchieste? È presto per dirlo, e comunque non compete al Csm occuparsene nel merito. Ma le similitudini sono impressionanti, e gettano dubbi serissimi sul metodo di conduzione delle indagini. Perché nell’uno e nell’altro caso ci sono state fughe di notizie clamorose, che hanno provocato enorme rumore nell’opinione pubblica, giungendo a lambire tutte e due le volte Matteo Renzi. Nell’uno e nell’altro caso si sono trovati errori: causali o no che fossero (e francamente viene sempre più difficile crederlo), quegli errori non erano privi di conseguenze, ma anzi giustificavano le qualificazioni giuridiche dei fatti che potevano autorizzare da un lato il mantenimento della competenza in capo alla procura napoletana, dall’altro l’uso esteso di intercettazioni che a prescindere da qualunque rilevanza penale arricchivano il racconto mediatico. E tutte e due le volte c’è stato in seguito passaggio di competenze; nel caso delle opere da affidare alla Cpl Concordia non ci sono poi stati i tanto attesi sviluppi giudiziari; nel caso di Consip ancora non si sa.

Ma quello che si sa, evidentemente, è già abbastanza perché il compassato Csm non se ne stia più semplicemente alla finestra. C’è  il timore che in una Procura della Repubblica italiana si cucinino con enorme spregiudicatezza prove per portare avanti inchieste che toccano i più alti vertici dello Stato: l’organo di autogoverno della magistratura ha il dovere di intervenire con ponderatezza ma anche con la massima tempestività, come si usa dire. È difficile, infatti, immaginare un motivo di conflitto tra politica e giustizia più grave di questo.

Il punto vero però non è Renzi, il padre Tiziano o i petali del giglio magico. E non è neppure Luca Lotti, investito dalla grave accusa di aver informato l’ad di Consip Luigi Marroni dell’esistenza di un’indagine che lo riguardava. Ieri in Senato, il ministro dello Sport e il partito democratico hanno tirato un gran sospiro di sollievo, perché mentre i bersaniani di Mdp sparavano ad alzo zero contro Lotti, esponenti del centrodestra votavano insieme con la maggioranza la mozione che impegnava il governo a rinnovare i vertici della Consip. È evidente che in quest’ultimo scorcio di legislatura i fuoriusciti dal Pd provano a dimostrare che può esistere una formazione politica a sinistra dei democratici, e che anzi il Pd di Renzi ha poco o nulla il cuore a sinistra, tanto è vero che prende i voti del centrodestra e si prepara a governare con Berlusconi. Un pezzo di questa dimostrazione si è voluto fornire ieri.

Ma tutta questa partita giocata sullo spartiacque rappresentato ormai quasi per antonomasia da Matteo Renzi, poco o nulla c’entra con l’orgasmo giustizialista che raggiunge il suo acme sui media, piuttosto che nel luogo deputato dell’aula di tribunale. Se si fa lo sforzo di proseguire la lettura dei quotidiani oltre l’attualità politica, fino alle pagine di cronaca, ecco infatti quel che si trovava ieri: che per le presunte tangenti su appalti Trenitalia sono andati assolti tutti e tredici gli imputati che avevano dovuto affrontare il processo. Eppure sette anni fa erano fioccate accuse pesanti a carico di dirigenti e imprenditori. Ed erano state spiccate ordinanze di custodia cautelare per alcune delle persone coinvolte. L’anno dopo, nel 2011, era cominciato il dibattito. Che ieri però si è conclusa con la formula: il fatto non sussiste.

Per dirla poeticamente: un altro sentiero che finisce nel nulla. Ma quanta sofferenza, e quanta ingiustizia ha prodotto l’indagine? Ieri l’ingegnere Raffaele Arena, uno di quelli che si svegliarono sette anni fa con la guardia di finanza alla porta di casa, pronta a tradurlo in carcere, ha raccontato a questo giornale l’angoscia, il dolore e la vergogna provata. Una vita distrutta, una carriera annientata, e il compagno di cella che ti dà una mano perché tu non dia seguito a propositi suicidi. Dinanzi a queste sventure, non si può rispondere che sono cose che capitano.  Non può capitare che qualche innocente ci finisca di mezzo per la cattiva convinzione che l’opinione pubblica sostiene, e a volte finanche acclama: che dove circola denaro pubblico c’è per forza corruzione, e politici e funzionari sono già solo per questo colpevoli, si tratta solo di beccarli. Questo giubilo che accompagna le accuse, quando si riversano sui giornali, è l’opposto della giustizia e del diritto. E siccome si alza quando gli imputati sono eccellenti, copre e giustifica tutte le storture del sistema: le intercettazioni irrilevanti date in pasto ai giornali, le indagini prive di concreti elementi di prova, le disfunzioni e i ritardi degli uffici, i processi che non finiscono mai. Ma chi ne soffre di più non sono i potenti, sono tutti gli altri. Anzi: siamo noialtri, e sono tutti coloro che rischiano di finire stritolati dalla presunzione di colpevolezza che purtroppo finisce per accompagnare ogni processo.

(Il Mattino, 21 giugno 2017)

Le intercettazioni e la pesca a strascico

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Questo articolo è stato già scritto, su questo giornale, un anno fa, il 15 giugno 2016, a commento di un’inchiesta sull’ospedale Santobono a seguito della quale, oltre a finire in carcere dodici persone, era stata coinvolta – si ricorderà – la professoressa Maria Triassi. Che ieri il gup ha assolto con formula piena. Anche gli altri pubblici ufficiali coinvolti sono usciti dal processo.  Lo scorso anno sui giornali era precipitato il solito diluvio di intercettazioni, e in mezzo a quelle dettagliate ricostruzioni, tutte ovviamente ispirate dall’ipotesi accusatoria, era passato quasi inosservato il fatto che il tentativo di un gruppo criminale di ottenere un appalto per l’impresa Kuadra era fallito, e l’appalto assegnato a un’altra impresa. «Ciononostante – scriveva Il Mattino, insinuando qualche dubbio – il manager dell’ospedale, che non risulta aver mai avuto alcun contatto diretto con i presunti corruttori, e un’autorità della sanità campana come Maria Triassi vengono indagati con ipotesi di reato che vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta, senza che peraltro nessuna autorità investigativa abbia mai sentito l’esigenza di interrogarli».

Quei dubbi, da soli, non bastavano certo a correggere la marea montante che saliva dai titoli e dagli articoli, dai commenti e dalle interviste. È la maledizione del circo mediatico-giudiziario che ogni volta miete vittime innocenti. Già, ma di quel circo si finisce col vedere solo il lato più appariscente – quello mediatico, appunto – mentre il lato giudiziario della faccenda finisce in secondo piano. La vicenda del Santobono fa venire però qualche dubbio anche da quel lato. E siccome non vi sono coinvolti politici di primo piano si può forse provare questa volta a ragionarne con maggiore tranquillità.

Ci sono almeno due o tre cose sulle quali sarebbe necessaria gettare da parte dell’opinione pubblica una luce più netta. Perché l’inchiesta del Santobono portata avanti dal pm John Henry Woodcok sembra avere caratteristiche che tornano con troppa frequenza in vicende analoghe. La prima: le intercettazioni sono sicuramente uno strumento di indagine indispensabile. Piercamillo Davigo lo ripete fino alla nausea: se non lo fate intercettare, come volete che il povero pubblico ministero possa scoprire il patto corruttivo? Non è come col furto o con l’assassinio: nel caso della corruzione le parti sono d’accordo nella commissione del reato, ed è quindi più difficile scoperchiare il malaffare. Il che è vero, ma non può voler dire che tutta l’attività investigativa si risolve nell’assemblaggio di brani di intercettazione, fatte magari a strascico perché qualcosa comunque finirà impigliata nella rete. Intercettare non è provare: sarebbe bene metterselo in testa. Eppure, nella discussione della riforma giunta al voto finale del Parlamento, nessuno ha osato mettere in discussione la sacralità dell’intercettazione, proponendone una più rigorosa delimitazione come mezzo di prova. Continua a valere l’argomento classicamente inquisitorio: non vuoi essere intercettato? Si vede che hai qualcosa da nascondere. Male non fare, paura non avere! E invece intercettare può far male, molto male, a chi è coinvolto ingiustamente, e spesso nuoce pure alla qualità dell’indagine, divenendo l’alfa e l’omega di tutta l’attività investigativa.

Il Santobono è solo l’ultimo esempio: quando l’inchiesta ha così fragili basi, finisce troppe volte con l’essere ridimensionata, anzi smantellata dalle decisioni del giudice. Le prove: queste sconosciute! Ma siccome il primo tempo se lo aggiudica comunque l’accusa, al momento in cui l’indagine deflagra sui giornali, viene il dubbio che non la sentenza, ma la condanna pronunciata dall’opinione pubblica sulle sole basi delle carte accusatorie sia il vero fine dell’inchiesta.

Seconda caratteristica: queste inchieste partono con ipotesi di reato in cui, immancabilmente c’entra la camorra. Non è terra di camorra, questa? Interrogativo retorico. Poi però, in corso d’opera, quelle inchieste divengono indagini sulla corruzione nella pubblica amministrazione. Benemeriti indagini, sia chiaro: nessuno è contento della corruzione fra i letti d’ospedale. Ma vorrà dire qualcosa se questo schema si ripete in maniera sistematica: non sarà una di quelle manovre che servono per accapararsi inchieste che, di nuovo, hanno maggiore impatto sulla stampa di quanto possa esserlo cercare la mafia o la camorra inseguendo la pista della droga? Il dubbio è lecito, e investe un nodo, relativo al funzionamento degli uffici giudiziari e all’autonomia e indipendenza di cui godono i singoli pm (o che i singoli pm si prendono), che vale la pena affrontare, anche se esistono già, su di esso, montagne di discussioni. Ma è un punto rilevante, che riguarda tutti i cittadini raggiunti dall’azione giudiziaria, non solo gli «interna corporis» di una Procura.

Infine. Già lo scorso anno «il Mattino» notava che tirar dentro il livello manageriale dell’ospedale e della sanità campana – a prescindere, senza troppo curarsi di come sarebbe potuta andare a finire in aula (benché a questo giornale fosse chiaro già un anno fa) – serviva a dare risalto mediatico all’inchiesta. Il guaio è che produce anche un altro effetto, di depauperamento di risorse, competenze e qualità professionali a disposizione della pubblica amministrazione. Se un’intercettazione equivale a una condanna e il tuo nome viene associato a quello di un clan, la voglia di assumere certe responsabilità finisce che ti passa. Chi è impegnato a denunciare e perseguire le contiguità fra mondo legale di sopra e mondo criminale di sotto non ci bada troppo; chi ha il governo della cosa pubblica e deve provare a costruire il profilo di una nuova dirigenza pubblica – specie nel settore così disastrato della sanità campana – è invece costretto a pensarci, per trovare qualche soluzione.  E non è facile.

(Il Mattino, 14 giugno 2014)

Chi comanda in Procura?

napoli

L’incolpazione di Henry John Woodcock per illeciti disciplinari riporta alla ribalta una vicenda che sembrava dovesse spengersi lentamente, come a volte accade alle grandi fiammate che bruciano improvvisamente sui media, per poi scivolare poco a poco e consumarsi lontano dai riflettori.

E invece no: sotto i riflettori ci ritorna perché il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo, ha ravvisato gli estremi per incolpare Woodcock di aver violato sulla vicenda Consip la consegna del «più assoluto riserbo» voluta dal procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, e per avere interferito indebitamente con l’indagine della Procura di Roma.

Cos’era infatti accaduto? Che la Procura di Roma aveva revocato l’indagine tenuta dal Noe di Napoli e dal capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto a seguito della fuga di notizie che aveva accompagnato il passaggio delle carte per competenza da Napoli a Roma. Passa un mese, o giù di lì, e i magistrati romani si accorgono di una manipolazione del contenuto delle intercettazioni, con la quale in bocca all’imprenditore Romeo finisce una frase da lui mai pronunciata, che l’investigatore giudica peraltro di particolare rilievo a sostegno dell’ipotesi di traffico di influenze che si viene formulando a carico del padre di Matteo Renzi, Tiziano. Una falsità, di una gravità inaudita, che però salta fuori solo perché la Procura di Roma spulcia fra le carte dell’inchiesta.

Ora apprendiamo dall’atto del procuratore Ciccolo che, scoppiata la notizia dell’accusa nei confronti di Scafarto, il dottor Fragliasso tiene una riunione con i pm coinvolti, nel corso della quale Woodcok manifesta l’esigenza che l’ufficio confermi piena fiducia al capitano Scafarto e al nucleo investigativo del Noe. Cosa che avviene. Apprendiamo pure che, nel corso della riunione, Fragliasso raccomanda la consegna del silenzio con gli organi di informazione «per non interferire con le indagini». Cosa che invece non avviene: Woodcock parla, le sue parole finiscono sui giornali ed interferiscono pesantemente, perché il magistrato napoletano si perita di spiegare che, a parer suo, solo un pazzo avrebbe potuto deliberatamente compiere un falso negli atti dell’indagine in corso, escludendo dunque che potesse trattarsi di altro che di un errore. In tal modo, scrive Ciccolo nella sua incolpazione, «ha pubblicamente contraddetto e svalutato l’impostazione accusatoria della Procura di Roma, fondata invece sulla ritenuta falsità».

Ce n’è abbastanza per notare le seguenti cose. La prima, che ci troviamo di fronte a un magistrato che disattende palesemente il suo dover d’ufficio al riserbo, richiestogli in una circostanza così delicata dal capo della sua Procura, salvo poi sostenere di essere stato tratto in inganno: un’ingenuità che però appare sorprendente in un uomo navigato come Woodcock, peraltro avvezzo ad avere i giornalisti alle calcagna. La seconda, che mentre tutta Italia si chiede come sia possibile che in un’indagine così delicata, che lambisce i più alti vertici istituzionali, le parole agli atti non vengano controllate non una ma cento volte, prima di costruirci su un castello di accuse – mentre tutta Italia si chiede questo, Woodcock rivolge al procuratore Fragliasso la richiesta di mantenere Scafarto al suo posto. Una richiesta talmente imbarazzante, che lo stesso capitano dei carabinieri chiederà, a sua propria tutela, di essere sollevato dal ruolo. Prudenza avrebbe voluto che ci pensassero i magistrati napoletani, invece i magistrati pensano il contrario. Woodcock garantisce per Scafarto, e la Procura lo segue. Questa è la terza cosa che lascia di stucco: può darsi che i rapporti professionali fossero tali da giustificare una simile condiscendenza, sta di fatto che l’impressione che se ne ricava è che da quelle parti sia Woodcock a dettare la linea, persino in una circostanza così complessa.

Quarto: la procura di Napoli aveva assicurato, con tanto di comunicato ufficiale, che non c’era stato alcun attrito con Pignatone e i pm romani. Nessun contrasto, nessuna tensione. Su questa posizione si era attestato anche il Csm. Comprensibilmente, perché non è mai saggio alimentare conflitti istituzionali. Ma ora sappiamo dall’atto di incolpazione del procuratore generale che lo scontro c’è stato eccome, visto che un magistrato napoletano è accusato di avere interferito con le indagini romane, provando a demolire pubblicamente l’accusa formulata a danno di Scafarto. In sostanza, Woodcock ha mandato a dire ai colleghi romani, a mezzo stampa, che Scafarto era un suo uomo e non andava toccato.

L’ultimo punto accompagna questa vicenda fin dall’inizio. A Napoli manca da mesi il capo della Procura. Il Csm non l’ha ancora nominato. Lo segnalammo (incidentalmente, ma non troppo), quando il caso scoppiò. Torniamo a segnalarlo ora, visto che è palese – indipendentemente dalla grande qualità ed esperienza delle persone coinvolte – che non è la stessa cosa essere il procuratore ed essere il facente funzione. Forse ci sbagliamo, ma la condotta di Woodcock, per come viene delineata dal procuratore Ciccolo nella circostanza, inclina a darci ragione.

(Il Mattino, 9 maggio 2017)