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Adesso facce pulite e nuove competenze

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Il Pd deve riflettere, aveva detto ieri Renzi a «Repubblica». E non è una riflessione semplice: non solo per lui, a livello nazionale, ma anche per il partito, a livello locale. Non solo non è semplice la riflessione, ma non è neppure facile farla uscire fuori. E farla diventare un nuovo punto di coagulo per una formazione politica che, dopo la tremenda botta del referendum, continua a sembrare incerta sulle sue ragioni di fondo. La Direzione provinciale del Pd napoletano ha provato ieri a indicare un percorso: coordinamento cittadino e congresso straordinario in primavera. Eventuali elezioni politiche a giugno potrebbero rendere difficile rispettare questo calendario, ma la più grande difficoltà sta nel portare questi appuntamenti all’attenzione della città, sta nel coinvolgere le energie più vitali, sta nell’immettere forze e facce nuove, sta nel superare le logiche correntizie, sta nel ricostruire un vero senso di appartenenza e la condivisione di un destino comune. È abbastanza singolare, infatti, quel che sta capitando: alle primarie per Napoli Bassolino si avvicinò per una strada tutta sua, accettando di stare ben dentro il perimetro indicato dalle regole del partito ma decidendo di fare comunque a modo proprio, con un accentuato senso personale della sua candidatura e della sua possibile leadership. Ieri, invece, è tornato a frequentare un organismo collegiale, la Direzione provinciale, e si è detto pronto a dare una mano «purché le correnti non pensino di dividersi le spoglie del Pd». Dall’altro lato, l’uomo forte a cui il partito democratico aveva affidato la sua rivincita alle regionali dello scorso anno, Vincenzo De Luca, ieri invece non c’era, e intervenendo ad Afragola spiegava il senso di un’altra cosa, che col Pd c’entra assai poco: «Campania libera», il «movimento di volontariato politico e civile» pronto ad accogliere persone anche di altri schieramenti, in una chiave di rafforzamento tutta personale del governatore, anzitutto nel consiglio regionale e poi chissà, nelle urne.

Ora, che cosa indicano questi movimenti pendolari, queste oscillazioni sempre più ampie un po’ dentro un po’ fuori i confini del partito, se non una debolezza profonda, e una scarsa attrattività del Pd anzitutto sulle personalità che pure appartengono da decenni alla sua storia, come De Luca e Bassolino?

Naturalmente, in questi moti alternati hanno un peso sostanziale i risultati elettorali non proprio incoraggianti conseguiti dai democratici, a Napoli e nel referendum. La vittoria di De Magistris ha permesso a Bassolino di tornare nel partito mostrando una nuova magnanimità, di fronte a un gruppo dirigente indebolito di cui non ha avuto bisogno di chiedere la testa; la sconfitta del referendum costituzionale, in cui il presidente della Campania si era parecchio esposto, costringe invece De Luca a costruirsi altri spazi fuori del partito, dove i suoi avversari hanno subito rialzato la testa.

In fondo è sempre stato così: le vittorie hanno molti padri, le sconfitte nessuno. Se il sì avesse vinto, lo scorso 4 dicembre, questa volta di padri ne avremmo avuto, in realtà, uno solo, Matteo Renzi. Ma così non è andata, e la condizione di orfanezza – lo spiegava l’altra sera Paolo Sorrentino in tv – «predispone ad abbracciare tutti i vizi». Certo, Renzi è ancora il segretario del Pd, ma siccome ha esercitato la sua presa da Palazzo Chigi, trascurando palesemente le stanze del Nazareno (forse non credendo fino in fondo neppure lui allo strumento del partito), ora che è meno presente, o forse meno temuto, i vizi del partito democratico rischiano di ripresentarsi tutti. Come se la rottamazione fosse già finita; o come se, in Campania, non fosse mai arrivata.

C’era evidentemente molta semplificazione nell’idea originaria, che bastasse disfarsi del vecchio per far nascere il nuovo. Ma che vi sia un problema di rinnovamento della classe dirigente rimane drammaticamente vero, come Renzi ha ampiamente riconosciuto. Oggi il Pd appare, nelle realtà locali, quasi un corpo estraneo alla società: non riesce a appassionare le migliori intelligenze, non riesce a servirsi di nuove competenze, non riesce a coinvolgere figure autorevoli e specchiate, non riesce a raggiungere le giovani generazioni. Questo limite mette in pericolo l’idea stessa della rappresentanza: non a caso i grillini vorrebbero farne semplicemente a meno. Perché la rappresentanza comporta l’affidamento delle proprie ragioni e della propria volontà a qualcuno in grado di interpretarle al meglio.

Ma questo “meglio” è oggi molto difficile trovarlo nelle cerchie di partito, e a volte è anche peggio: sembra che non lo si voglia cercare neppure. Forse il lanciafiamme promesso da Renzi all’indomani dei ballottaggi dello scorso anno non era lo strumento migliore per fare spazio, ma pure bisognerà che qualcuno, dalle parti del Pd campano, getti un fascio di luce nuova.

(Il Mattino, 17 gennaio 2017)

De Luca junior e il partito formato famiglia

Immagine2.jpgLe analisi del voto si fanno sui numeri, ma a volte contano anche le storie. Come quella di Salerno. I numeri parlano chiaro. A Salerno, Enzo Napoli è stato eletto sindaco con la percentuale record per questa tornata elettorale del 70,5% dei voti. Il secondo arrivato ha preso il 9,6%: un abisso. Nella sua giunta entra Roberto De Luca, figlio del governatore campano, con deleghe pesanti al bilancio e allo sviluppo. La nuova consiliatura si apre dunque nel segno della più assoluta continuità con un’esperienza politica che dura dal 1993, da quando cioè Vincenzo De Luca subentrò al dimissionario sindaco socialista, Vincenzo Giordano. In quello stesso anno, De Luca affrontò il voto e venne eletto per la prima volta, con quasi il 58% dei voti, alla testa dei «Progressisti per Salerno». Nel 1993 il Pd non esisteva: esisteva il Pds, Partito democratico della sinistra, che sarebbe poi diventato Ds, Democratici di sinistra, e infine – insieme con la Margherita – Pd, partito democratico. In tutto questo tempo, i «Progressisti per Salerno» hanno mantenuto la guida della città, ripresentandosi ad ogni elezione. De Luca è stato sindaco finché ha potuto, finché cioè il limite dei due mandati non lo ha costretto a lasciare. Ora è alla Regione, ma la giunta cittadina è, in tutto e per tutto, una sua diretta emanazione. Un caso analogo, in una città di medie dimensioni, in giro per l’Italia non c’è. Un caso analogo: cioè il caso di una città che tributa un consenso reale, vero, largamente maggioritario (una volta si diceva bulgaro), ad una stessa formazione politica ininterrottamente per un quarto di secolo. In uno strano gioco di eredità, non c’è solo il testimone che passa di padre in figlio, con il neo-eletto sindaco Napoli nei panni del Mazzarino di turno, che assume la reggenza in attesa che si perfezioni la successione; c’è anche un’eredità che si trasmette graziosamente al Pd, il quale riceve in dote i clamorosi successi politici di De Luca pur senza mai affrontare il voto col proprio simbolo.

Napoli: tutt’altra storia. Anche lì cominciata nel ’93, con l’elezione di Antonio Bassolino (che di De Luca è praticamente coetaneo), e proseguita poi per un secondo mandato. A Napoli il passaggio in Regione arriva prima, nel 2000, e nei dieci anni successivi il centrosinistra tiene sia il Comune (con la Iervolino) che la Regione (con Bassolino). Poi, con la drammatica crisi dei rifiuti, perde tutto: prima la Regione, dove sale il centrodestra di Caldoro, quindi la città, dove viene eletto De Magistris, dopo il clamoroso autogol delle primarie annullate. Ma da allora sono trascorsi cinque anni, e il Pd non ha dato segnali di inversione di rotta. Ha cambiato segretari regionali e provinciali, è passato per esperienze di commissariamento, ha ottenuto sottosegretariati al governo, ma nulla è servito. In realtà, il 2011 non era stato solo l’anno di una sconfitta politica, ma anche il punto in cui di fatto si rompeva un rapporto politico e sentimentale con la città. Cinque anni non sono valsi a ricucirlo. Il Pd ha continuato a dividersi, lacerato da polemiche intestine, dominato da piccoli capi locali, quasi disperso come comunità politica. Quel che è peggio, continua a non apparire degno di fiducia a settori larghi della popolazione cittadina, che non avrebbero motivo per seguire le rodomondate di De Magistris, e che però non trovano sufficienti doti reputazionali (eufemismo) nella classe dirigente che il partito democratico esprime. D’altronde lo si è visto: Valeria Valente ha portato per tutta la campagna elettorale la croce di una diffidenza profonda e di un malcontento che venivano dallo stesso partito democratico. Al di là dei suoi meriti o demeriti personali, è un fatto che non c’era nessuno che avrebbe potuto federare i diversi pezzi del Pd e offrire l’immagine di un partito unito e di una causa comune. Lo stesso Bassolino era sceso in campo non già come l’uomo che avrebbe potuto mettere d’accordo tutti, ma come quello che avrebbe potuto vincere da solo, o quasi, sospendendo i giochi correntizi, sempre meno redditizi, che paralizzano il partito democratico

Due storie opposte, dunque: a Napoli, un quadro a dir poco frammentato, una dirigenza di fatto priva di autorevolezza, e la mancanza di parole che entrino nel discorso pubblico e aggreghino società civile, intellettualità diffusa, mondo produttivo. Che facciano cioè quel che la politica deve fare. A Salerno, invece, un monolite costruito intorno alla figura carismatica di Vincenzo De Luca, in una forma di affidamento personale, capace di trasmettersi anche oltre i limiti naturali di un ciclo politico, edi ridurre le dinamiche di partito a un ruolo subordinato e quasi ornamentale. A Salerno tutta la città segue De Luca, a Napoli quasi nessuno si fida del Pd, ma in tutte e due i casi, per troppo successo o per un completo insuccesso, i democratici non si capisce cosa ci stiano a fare. E poiché purtroppo poche altre storie offre il Mezzogiorno, usi o no il lanciafiamme, Renzi un pensiero serio alle condizioni in cui si trova il partito di cui è il segretario lo deve dedicare.

(Il Mattino, 10 giugno 2016)

Se la vigilia ricompatta la politica

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Che il 5 giugno, con il voto amministrativo nelle principali città italiane, non sia in gioco il governo Renzi, è sicuramente vero: se non altro perché in molti casi, se non in tutti, la partita si giocherà al secondo turno, due settimane dopo. Sia a Napoli, che a Roma, che a Milano – ma forse anche in altre città come Torino o Bologna – ci sarà infatti bisogno del ballottaggio. E al ballottaggio, ha detto ieri Renzi parlando a Napoli, si gioca un’altra partita, si parte dallo zero a zero. Ed è vero, per diverse ragioni. È vero perché a metà giugno cambia la percentuale dei votanti, che cala fisiologicamente e costringe i candidati rimasti in lizza a moltiplicare gli sforzi per spingere i propri elettori a tornare alle urne una seconda volta. È vero perché si riposiziona il voto dei perdenti, usciti di scena al primo turno. È vero perché emergono con maggiore nettezza le differenze fra i due candidati rimasti in gara e gli schieramenti che li sostengono. È vero perché cambiano le stesse motivazioni del voto, e la logica da «second best», la logica del male minore, può cambiare le scelte degli elettori (e le percentuali del primo turno). È vero soprattutto quando la competizione è stata drogata dalla pletora di liste e candidati messi in campo per acchiappare consenso pur che sia. Questa volta è andata proprio così, molto più che in passato. E la polverizzazione del consenso, che viene raccolto dalle lunghe code di candidati infilati nelle liste più diverse, comporta un forte rischio di dispersione, quando le liste scompaiono di scena e s’alza forte il vento del ballottaggio: la polvere rischia di volare via, o di non depositarsi dove si è raccolta al primo turno.

Ma è il meccanismo stesso del doppio turno che rende possibile la rimonta. Il secondo voto non ha infatti il significato di un voto confermativo. E di casi in cui chi era dietro e dato per sconfitto è riuscito a ribaltare i pronostici e a vincere al secondo turno ce ne sono stati di clamorosi. A Napoli, innanzitutto. Cinque anni fa, De Magistris arriva dietro a Gianni Lettieri di quasi dieci punti: 27,5 contro il 38,5 di Lettieri. Due settimane dopo, Giggino ha scassato tutto: 65 contro 35. Un risultato eclatante, reso possibile anzitutto dal voto in libera uscita del centrosinistra e del Pd: un flusso di voti che solo il ballottaggio poteva innescare. Ma è successo anche altrove: a Roma per esempio, dove nel 2008 Rutelli manca la riconferma nonostante il 45,8 per cento del primo turno e quasi centomila voti in più rispetto a Gianni Alemanno. Al secondo turno, finisce centomila voti dietro: 54 per cento contro 46 per cento.

A Venezia protagonisti di rimonte sono una volta Cacciari, col centrosinistra, e un’altra, dieci anni dopo, Brugnaro, col centrodestra. E tutte e due le volte a farne le spese fu la sinistra-sinistra di Felice Casson, per due volte davanti al primo turno e per due volte trombato al secondo. Tutte e due le volte non gli è bastato di sopravanzare il secondo arrivato di più di dieci punti percentuali. Ovviamente, chi è davanti rimane il favorito. Ma il doppio turno va interpretato così, come una doppia partita, non come la stessa partita giocata due volte.

Questa logica è ancora più evidente quando al voto non arrivano schieramenti tradizionali, dai lineamenti chiaramente profilati, come invece accade a Milano, dove il confronto avviene effettivamente tra un centrosinistra e un centrodestra sostanzialmente uniti. Non a caso, a Milano neanche in passato ci sono stati rovesciamenti come quelli verificatisi a Roma o a Napoli. Dove invece le carte si sono mescolate, dove le forze antisistema hanno raggiunto percentuali ragguardevoli, come a Roma o a Napoli, lì è molto più complicato leggere un turno in continuità con l’altro.

Nelle ultime ore, del resto, qualcosa forse è cambiato. L’epopea di De Magistris a Napoli, o il fascino della Raggi a Roma si fondano anche sui disastri delle forze politiche tradizionali,  in particolare del centrosinistra: sui rovesci delle passate primarie a Napoli; sulla fine ingloriosa della giunta Marino a Roma. Ma sia a Roma che a Napoli, benché Renzi abbia cercato di non accollarsi in prima persona il risultato del 5 giugno, e soprattutto i suoi effetti politici, un tentativo di ricomposizione del quadro politico è stato avviato. Ieri Bassolino era alla Mostra d’Oltremare, a fare il suo dovere di «padre fondatore del Pd». A Roma, Giachetti ha avuto il sostegno di quasi tutto il Pd, da Orfini a Veltroni a Zingaretti, e i distinguo residuali di D’Alema si sono persi nelle polemiche della minoranza democrat, sempre più sbiadita e meno convinta.  Difficile capire se questo profilo più compatto del  partito democratico avrà un seguito anche nelle urne. Però contribuisce a rendere più chiara la posta in gioco. E gioverebbe anche al centrodestra, come giova a Milano, con Parisi, presentarsi coeso intorno a un candidato capace – come si dice – di fare la sintesi. Quando questo accade, al secondo turno rimane ancora la possibilità di decidere se continuare a scassare, ma almeno dall’altra parte c’è qualcosa di più delle macerie della volta scorsa.

(Il Mattino, 4 giugno 2016)

Perché a Napoli serve una svolta

43196014-strada-con-la-freccia-su-sfondo-isolato-con-ombraMi candido: così Bassolino annunciò la sua corsa, l’autunno scorso. Ci fossero state o no le primarie, ci fosse stato o no il Pd, Bassolino si sarebbe candidato. Lo disse chiaro e tondo: «appartengo a Napoli, non al Pd». Poi però le primarie ci sono state e il Pd è riemerso da anni di appannamento, per usare un eufemismo. Ha messo in campo due candidati, uno dei quali – Valeria Valente – le primarie le ha vinte. Così ora pare che Bassolino voglia puntare a Palazzo San Giacomo indipendentemente non dalle primarie, ma dal suo esito: non è la stessa cosa.

Ricordare come sono andate le cose non è inutile. E mi riferisco alla politica, non alle vicende della giornata elettorale, allo strascico di polemiche, alla teoria dei ricorsi, alle accuse di brogli. Non intendo sottovalutare gli episodi che si sono verificati davanti ai seggi. Intendo valutarli per quel che sono: risibili. Chiunque volesse sostenere che il video di Fanpage attesta un’alterazione del risultato che ne falsifica l’esito sfiderebbe sia la matematica che la logica. La matematica è inutile discuterla. Quanto alla logica, domando: come si ritiene che il consigliere Borriello – uno dei protagonisti del video – abbia portato voti alla Valente? Se convincendo e persuadendo, nulla quaestio. Se invece in virtù di un rapporto distorto, clientelare, addirittura monetario (un euro per un voto: ma davvero?), quel rapporto è evidente che non lo ha costruito domenica 6 marzo, ma sta in piedi oggi come ieri. Ieri però Borriello firmava la candidatura di Bassolino (e lo sosteneva e lo ha sostenuto in tutti i mesi e anni precedenti). L’ultimo dunque che può censurarne il comportamento è proprio l’ex sindaco, che Borriello conosce da sempre, di cui ha accolto con favore l’appoggio, e del cui «tradimento» si è poi rammaricato: di cosa si rammaricava, allora? La matematica sta a protezione dell’esito del voto, che ha coinvolto trentamila napoletani, non dieci o dodici votanti. La logica a protezione del buon senso, che vuol se mai vederci chiaro non nei comportamenti eticamente censurabili di Borriello, ma nella partita politica delle primarie e, poi, del voto amministrativo.

Le cose sono dunque andate così: che prima, quando Bassolino scese in campo, il Pd napoletano non c’era. Adesso c’è. Si può ben dire che c’è, ma ammaccato, malconcio, confuso, inadeguato. Si può anche aggiungere che c’è, ma è del tutto insufficiente per la sfida del governo della città. Se lo si dice, però, si vota centrodestra. Oppure De Magistris (per votare addirittura i Cinquestelle ce ne vuole): non si vota Pd, o centrosinistra. Non si fa la lista per far perdere nell’ordine: la Valente, il centrosinistra napoletano, Matteo Renzi. Ci si può girare attorno quanto si vuole, ma questo è il punto al quale sono le cose.

Ma, si dice, le cose sono andate così proprio perché si è inventata una candidatura – quella di Valeria Valente – al solo scopo di sbarrare il passo ad Antonio Bassolino. Un po’ più di lungimiranza avrebbe dovuto spingere il Pd napoletano a riconoscere il seguito che Bassolino ha ancora in città, invece di costruire la santa alleanza contro di lui. Mi domando perché. Perché il Pd avrebbe dovuto certificare la propria non esistenza in vita accettando di sostenere chi ha voluto candidarsi indipendentemente dal Pd – azzerando anzi tutto quello che c’è stato dopo di lui, nella più personale delle sfide –,salvo poi confluire nella partita delle primarie, probabilmente perché convinto di avere un consenso più ampio di quello poi ottenuto (e che più ampio sarebbe stato, se Borriello non avesse tradito: ma Borriello, appunto).

La candidatura di Valeria Valente è invece il primo atto politico compiuto dal Pd da cinque anni a questa parte. Il Pd ha prima deciso di non rassegnarsi alle supplenze della società civile: non era affatto scontato, viste le prove di un recente passato. Poi, ha voluto dare alla scelta compiuta la legittimazione piena delle primarie. La Valente sarebbe infatti potuto passare anche con il solo voto della Direzione del partito: in quel caso, però, Bassolino avrebbe forse detto che il Pd si chiudeva a riccio e fatto la sua lista. Ma così no, così ha accettato di stare al gioco, di scendere sullo stesso terreno: non può adesso trasformarlo nel campo di Agramante delle sue proprie rivalse personali.

Ma anche se ci poniamo in una diversa prospettiva, e guardiamo piuttosto alla sfida con De Magistris, non è privo di significato che ci arrivi la Valente, piuttosto che Bassolino. A chi la pensa diversamente non è evidentemente capitato – come è capitato a me ieri – di aprire il libro di Marc Fumaroli, «Parigi-New York e ritorno. Viaggio nelle arti e nelle immagini». Volumone dottissimo, coltissimo, eruditissimo, di uno dei mostri sacri della critica d’arte contemporanea, a leggere il quale però si inciampa, nelle prime pagine, in una «immensa discarica fetida» nel caldo dell’estate napoletana. Giudizio sbrigativo di un vecchio francese reazionario? Sicuramente. Ma se un Accademico di Francia ne è rimasto così impressionato da parlarne in mezzo a Parigi e a New York, come pensare che nella campagna elettorale di primavera gli avversari politici risparmino a Bassolino e al Pd la lettura di simili pagine? Certo, su quella esperienza amministrativa si possono dare i più diversi giudizi, ma non si può negare che quella stagione i napoletani l’abbiano chiusa, e chiusa nel modo più netto, per il centrosinistra: votando Cesaro, Caldoro, poi De Magistris. Una sequenza che ammette poche repliche. E obbliga – almeno in sede politica: in sede storica i giudizi saranno certo più articolati – a percorrere strade nuove e a costruire nuove proposte. Per una volta che il Pd l’ha fatto, si vuole tornare un’altra volta indietro, C’è infine un contesto politico nazionale e regionale favorevole: perché l’elettore di centrosinistra dovrebbe allora complicarsi ancora la vita, inseguendo le rivincite di Bassolino? E come può lui stesso non pensare che il suo dovere, se davvero vuol creare un’alternativa a De Magistris, è sostenere fino in fondo la vincitrice delle primarie?

(Il Mattino, 13 marzo 2016)

La brutta Rai al tempo di Saviano

Acquisizione a schermo intero 26022016 134009.bmpSe una trasmissione della Rai vuole costruire un racconto sulla città di Napoli cosa fa? Prende gli ultimi morti ammazzati, filma un po’ di luoghi degradati, e poi chiama il massimo interprete mondiale  della inestirpabilemala pianta della camorra, Roberto Saviano, lasciandogli il microfono per una dozzina di minuti. Di meno no, di più magari sì. Così ha fatto Ballarò, l’altra sera. L’unica variazione rispetto a una sceneggiatura che non aveva nessun carattere di originalità stava nei comprimari che Massimo Giannini ha chiamato in studio, a parlare di Napoli: Antonio Bassolino e Valeria Ciarambino. Il primo impegnato in una sfida con se stesso, ancor prima che nelle primarie del centrosinistra; la seconda, invece, impegnata in un ruolo, quello di leader dell’opposizione grillina in Regione, di cui probabilmente ancora non si capacita. Come che sia, fossero o no adeguati a sostenere il confronto, resta il fatto che la Rai ha deciso che a parlare dei morti ammazzati, della guerra di camorra, della irredimibile disperazione della città fosse da New York Roberto Saviano, in veste di testimone e dunque senza l’onere di sostenere un contraddittorio (a proposito: si può contraddire Saviano?). Fatta la qual cosa, il conduttore di Ballarò ha lasciato a Bassolino e Ciarambino, in palese imbarazzo, un paio di minuti. Briciole.

Ora, nella natura di un talk show di approfondimento giornalistico, quale la trasmissione di punta di Rai 3 si picca di essere, dovrebbe essere lasciata al dibattito in studio la possibilità di fare emergere punti di vista diversi, magari contrapposti, comunque argomentati. Nella trasmissione di martedì scorso, Bassolino e Ciarambino hanno avuto – formalmente, almeno – la possibilità di interloquire, ma la distanza auratica dalla quale parlava Saviano, e il tempo spropositatamente lungo messo a sua disposizione, rispetto all’esiguo minutaggio riservato agli ospiti in studio, hanno ridotto quasi a macchietta, a caricatura, i loro interventi. Saviano parlava, anzi recitava, in piedi, assistito da un montaggio sapiente. Bassolino e Ciarambino stavano invece seduti, schiacciati sulle loro poltroncine, come scolaretti sottoposti al severo giudizio censorio, in un paio di punti perfino irridente, dell’autore di Gomorra.

Bene. Io chiedo  che mi venga risparmiata non l’accusa di lesa maestà nei confronti di Saviano – perché quella c’è tutta, lo riconosco, e in realtà riguarda meno, molto meno lui che i costruttori del pulpito dal quale lo fanno parlare ogni volta – ma la batteria di argomenti che di solito si usano in questi casi: a Napoli la camorra c’è veramente, non è mica una costruzione narrativa. Oppure: le responsabilità storiche e politiche della classe dirigente napoletana ci sono tutte, come si fa a negarle? O ancora: non bisogna lavare i panni sporchi in famiglia, e minimizzare, e nascondere la polvere sotto il tappeto, e insieme alla polvere pure i cadaveri che cadono per strada.

Tutto vero, tutto giusto, anzi sacrosanto. Ma la questione è un’altra. E cioè: che genere di trasmissione è Ballarò? Chiediamocelo, prima di schierarci a difesa di questo o di quello. Che nella rappresentazione di Napoli offerta martedì scorso doveva esserci qualcosa che non andava; che questa riduzione di una grande città di un milione di abitanti all’unico denominatore comune della sua cronaca nera fosse un filino parziale lo ha pensato onestamente persino Vittorio Feltri, di cui non si ricordano natali partenopei. È stato lui a introdurre l’unico elemento di dubbio sulla narrazione fin lì offerta, quando ha ricordato che altre città e altri paesi hanno tassi di criminalità più alti di Napoli. Ovviamente il punto non è quello, è se mai se gli unici tassi disponibili sulla città debbano riguardare la realtà criminale.

Il punto è, anzi, un altro ancora. Nel suo intervento fiume, Saviano è passato, sempre senza contraddittorio, dai mondi disperati del malaffare all’imputazione a carico della classe politica – imputazione che, detta da lui, equivale ipso facto a una condanna – per chiudere infine sul dovere morale di parlare, criticare, denunciare. Ha dunque enunciato il seguente paradosso: prima, con Berlusconi al potere, di camorra e corruzione si poteva parlare, il centrosinistra poteva parlare, ed anzi erano quelli gli strumenti per attaccarlo (più le signorine, bisognerebbe ricordare). Ora che tocca al centrosinistra e a Renzi, bisogna invece dire che va tutto ben e di camorra non si può parlare. Lo dice proprio lui, che è probabilmente l’unico, insieme forse a Benigni, a poter essere ospite di una trasmissione Rai e parlare dodici minuti di fila senza interruzione. Ad ogni modo, si è forse avuto il principio di una imprevista, doppia confessione. Lui non se ne è accorto, ma le sue parole si possono benissimo intendere così: che, prima, si trattava per molti di un uso strumentale di questi temi, e che ora, per gli stessi, non può non trattarsi di una difesa di posizioni acquisite. In tutto questo, viene infine da domandarsi, il servizio pubblico cosa c’entra?

(Il Mattino, 26 febbraio 2016)

Se la politica si nasconde tra le regole

ouverture-la-regle-du-jeuLa decisione del partito democratico, di tenere le primarie per la scelta del candidato sindaco, è una decisione saggia, oltre che obbligata e lievemente tardiva. Questa volta no, ma prima o poi i dirigenti del Pd si accorgeranno che non può funzionare un sistema che dilapida risorse politiche di credibilità e fiducia non in competizioni elettorali, ma nella decisione intorno al se, al come, e al quando di siffatte competizioni. Rispetto alla precedente esperienza delle primarie per le elezioni regionali, quando la decisione fu a lungo rinviata, il Pd campano questa volta ha fatto meglio, ed è riuscito a dare con buon anticipo la data delle primarie: il 7 febbraio. Scelta saggia, si diceva, e d’altra parte obbligata, per il paradosso che ogni volta si rinnova, che prima ancora di avere certezze sullo svolgimento delle primarie vi sono già candidati in campo che le chiedono a gran voce. Contendibile, infatti, non è solo la carica, ma pure il metodo. Quando però i candidati sono autorevoli, e hanno concrete chance di vittoria, non tenere oppure tenere le primarie diviene una decisione ad hominem, presa pro o contro quel tal candidato. Che, nel caso di Napoli, risponde al nome di Antonio Bassolino. Il quale non fa più mistero di avere intenzione di scendere nuovamente in campo.

Presa una decisione, ne incombe però subito un’altra. Le primarie sì, d’accordo: ma come? Il vertice del partito ha preso tempo, per ragionarci su: confrontarsi, discutere, come si dice in questi casi. Le considerazioni del capoverso precedente possono perciò essere prontamente richiamate qui, un’altra volta: un conto è infatti discutere sulle modalità a bocce ferme, quando un velo di ignoranza copre ancora il nome dei candidati, un altro è farlo quando i nomi circolano già, gli schieramenti vanno profilandosi, e qualunque decisione venga presa vale non tanto per il merito, quanto per il modo in cui taglia la strada, oppure agevola, la corsa del candidato (o dei candidati) già in lizza. Cioè daccapo di Antonio Bassolino.

Lui infatti vuole primarie aperte, e le vuole perché le primarie sono un fatto di democrazia, perché il partito democratico ha bisogno di immettere energie nuove, perché anche Renzi, a suo tempo, fece una battaglia per favorire la partecipazione la più larga possibile – per tutti questi motivi Bassolino vuole primarie aperte, ma soprattutto perché ha più ostilità dentro il partito, fra i maggiorenti locali, che fuori. Sia o no in contraddizione con la sua storia politica passata, Bassolino oggi si presenta come un candidato esterno al Pd, che scende in campo in virtù della sua storia personale, piuttosto che in forza di un rapporto organico con i gruppi dirigenti del Pd. E dunque: più le primarie pescano fuori dal circuito degli iscritti, dell’elettorato mobilitato dai capi corrente, meglio è per lui.

Se allora ci si volge dalle parti del Pd, non meraviglierà che lì, da quelle parti, le primarie le preferirebbero invece chiuse, o almeno socchiuse: riservate agli iscritti, oppure vincolate a una qualche forma di registrazione precedente, o almeno a una sorta di dichiarazione di intenti. Perché però chiuderle o socchiuderle? Per impedire l’afflusso al seggio di elettori di altri partiti o schieramenti, per scoraggiare brogli e rendere il processo più trasparente, per riservare agli iscritti qualche diritto in più rispetto ai semplici simpatizzanti e così salvaguardare l’organizzazione di partito – per tutti questi motivi e perché in questo modo si rende la vita più difficile a Bassolino.

Poi naturalmente ci sono le sfumature: un conto è potersi pre-iscrivere fino al giorno precedente il voto, un altro è chiudere questa fase preliminare settimane prima; un conto è organizzare le iscrizioni in una sede di partito,  un altro è farlo in un luogo meno connotato; un conto è chiedere un contributo volontario, un altro è prevedere un contributo obbligatorio, e magari fissarlo pure alto. Tutte queste diverse opzioni incidono sulla partecipazione, invogliano oppure respingono, e dunque parlano – almeno sulla carta – a favore dell’uno piuttosto che dell’altro.

La cosa, tuttavia, rimane sorprendente, e appassionerà gli scienziati della politica a lungo: sarà che le primarie sono per taluni il mito fondativo del Pd, e come i miti antichi ha mille possibili varianti,  fatto sta che un pezzo della lotta politica nel Pd continua ad essere assorbito da questioni procedurali (che, come si è detto, tanto procedurali non sono), il che ovviamente toglie forza e, alla lunga, credibilità. Soprattutto, non dà al Pd una voce verso la città, che non può certo appassionarsi ai requisiti di partecipazione più vincolanti o meno vincolanti, e lo costringe ogni volta, non si sa per quanto tempo ancora, a consumarsi in una macerazione tutta intestina.

(Il Mattino, 21 novembre – edizione napoletana

 

 

Perché il Pd non deve oltrepassare il punto di non ritorno

mazzo-controllo-deck-buildingSe un candidato unitario non lo si trova, ha detto ieri De Luca, «primarie senza angosce, e parola al popolo». E però il Pd dall’angoscia si sente già quasi afferrato. Anche solo per la ragione illustrata ieri dal governatore. Il voto di Napoli è infatti il voto «più carico di valore politico-simbolico in Italia». Si può discutere se sia davvero così, in generale, ma certo questa volta un eventuale bis di De Magistris, o addirittura una vittoria grillina nella prima città del Mezzogiorno, la terza città italiana, sarebbe un vero terremoto. Meglio dunque che centrodestra e centrosinistra si attrezzino. E meglio che il Pd lo faccia senza angosce, certo. Ha la guida della Regione, ha una responsabilità di sistema, di fatto sostiene in questo momento, a livello centrale e locale, l’asse principale della vita politica e istituzionale del Paese e prova a legittimarsi anzitutto come argine ai populismi di destra e di sinistra: ha dunque il dovere di presentare una proposta politica credibile, autorevole, chiara.

Dov’è, allora, questa proposta? Per De Luca, una proposta del genere ha da essere quella di un candidato unitario, in grado di unire anche una coalizione più larga intorno al suo nome, in grado pure di parlare alla città; in grado, infine, di governare. Fin qui, tutto ok. Ma se tutte queste condizioni non saranno soddisfatte, ha aggiunto, si andrà allora alle primarie – le famose primarie «senza angosce» –, e lui allora userà, ha promesso, parole di verità «dure» e «ineludibili». Ora, se questo non è un altolà quasi minaccioso a Bassolino non si capisce cos’altro sia. E però è difficile che non sia contemporaneamente anche l’inizio di un cammino parecchio angoscioso, e di un nuovo faticosissimo calvario per i democratici campani. Che sperimenteranno un’altra volta la contraddizione capitale, quella che li costringe ogni volta a attorcigliarsi fino all’autolesionismo intorno alla competizione elettorale. Più che una contraddizione, una vera e propria maledizione: l’uomo che raccoglie più consensi, il candidato più popolare, è anche quello guardato con i maggiori sospetti, da parte almeno di un pezzo del Pd che ne vorrebbe impedire, o frenare, il cammino. È stato così nelle primarie regionali di quest’anno, quando è toccato proprio a De Luca, dato per favorito, urtarsi contro chi gli voleva impedire la corsa, per via delle vicende giudiziarie che lo riguardavano. E poco è mancato che lo sgambetto non riuscisse. Ma in fondo fu così anche nelle comunali del 2011, quando il favorito era Cozzolino, che vinse le primarie salvo poi vedersele annullate per brogli. Com’è finita lo si sa. Quanto invece alle prossime comunali, con Bassolino ai nastri di partenza da una parte e le parole «dure e ineludibili» di De Luca dall’altra, il rischio che il Pd si infili in qualcosa di più di una cavalleresca competizione elettorale c’è tutto. E per una ragione molto semplice: perché i duellanti sono di gran lunga più forti del partito che dovrebbe organizzare il duello, allestire l’arena e preparare la competizione. È così da un numero ormai imprecisato di anni: da quando Bassolino faceva il sindaco a Napoli e De Luca a Salerno: una vicenda che dura da qualche lustro. Ma adesso accade di nuovo: quanto più si approssima il momento della scelta, quanto più si serrano i ranghi e si avvicina la conta, tanto più il partito democratico si assottiglia, si fa quasi da parte, rimpicciolisce fin quasi a scomparire. Si parla male dei contenitori, cioè dei partiti politici, perché si vogliono i contenuti, o almeno così si dice. Poi però si vede che quando i contenitori non ci sono, oppure non ce la fanno a contenere alcunché, i cozzi e gli urti che si producono fra le personalità più ingombranti – che siano leader o cacicchi, capobastone o capi carismatici – mettono a repentaglio tutto il resto. Le primarie, quando non siano meramente confermative, favoriscono questo processo: dove esiste un partito strutturato, esiste anche la possibilità di riassorbire le tensioni del voto. Le primarie diventano cioè un fattore di mobilitazione e, potenzialmente almeno, un valore aggiunto per il vincitore chiamato poi alla sfida elettorale. Dove tutto questo fatica ad esistere, il rischio della guerra per bande, di pura interdizione dell’una parte contro l’altra, cresce a dismisura.

Così il Pd ha dinanzi una doppia, anzi tripla sfida. L’ultima e la più lontana è quella delle elezioni municipali, in primavera; penultima quella delle primarie, quando saranno; ma la prima, e la più vicina in ordine di tempo è quella cominciata già in queste settimane, e in cui i democratici devono riuscire a non oltrepassare il punto, superato il quale la contesa interna finisce col lasciare solo macerie sul terreno, e rovinare irrimediabilmente le partite successive. È già successo, può succedere ancora.

(Il Mattino – ed. Napoli, 6 ottobre 2015)