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L’Europa à la carte dei 5 Stelle

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Ora Luigi Di Maio pensa che non sia più il momento di uscire dall’euro. Non è ultimo dei repentini mutamenti di rotta del Movimento Cinque Stelle, e non sarà certo l’ultimo. Semplicemente, sta accadendo che per il Movimento la possibilità di andare al governo del Paese si avvicina, e le posizioni più dirompenti si mutano in più realistiche valutazioni di opportunità. Ieri bisognava lasciare l’euro, oggi non più. Ieri bisognava indire un referendum per far decidere gli italiani, oggi il referendum viene derubricato a “extrema ratio”: non una cosa che bisogna fare per rispettare religiosamente la sovranità del popolo – anzi: l’espressione diretta della sua volontà –, ma l’ultima delle strade che a malincuore un governo pentastellato percorrerebbe, se proprio nulla in Europa dovesse cambiare.

Si può leggere questo evidente cambiamento di linea politica in due modi: come una prova della definitiva maturazione del Movimento, della progressiva marcia di avvicinamento alle istituzioni e dello stemperarsi dei più accesi ardori populisti e antisistema, oppure come ennesima dimostrazione dell’inaffidabilità di una formazione politica, che riesce a dire tutto e il contrario di tutto, a giocare più di una parte in commedia, a mutare il proprio profilo a seconda delle circostanze, delle conveniente, dei sondaggi.

Di Maio giustifica questa svolta così: l’Europa del 2013 non è l’Europa del 2018. Il che è vero, naturalmente. Si può però ipotizzare che anche l’Europa del 2023 sarà diversa da quella di oggi. Oppure, senza aspettare tanto, che l’Europa del 2021, quella che dovrà dotarsi di un nuovo bilancio, sia ancora ben lungi dall’avere un profilo, e non è detto affatto che, quando l’avrà, somiglierà all’Europa che oggi Di Maio vede cambiata. Oppure ancora che l’Europa delle prossime elezioni europee, quelle del 2019, sarà diversa sia da quella delle precedenti elezioni del 2014, che, di nuovo, dall’Europa odierna. Cosa dobbiamo attenderci allora, dai Cinque Stelle, dinanzi a tutte queste scadenze? Quante svolte ci saranno ancora?

Il fatto è che l’ancoraggio europeo non può non costituire una scelta strategica fondamentale, durevole e di lungo periodo. In grado di reggere dinanzi ai cambiamenti di ciclo politico. Oggi Di Maio scopre una Germania più debole, per via delle difficoltà della Merkel nel formare un governo. Ma se, dopo il congresso dei socialdemocratici, le trattative in corso sfoceranno nella riedizione della Grosse Koalition fra Cdu e Spd, Di Maio cosa farebbe: tornerebbe a ventilare la possibilità di un’uscita dalla moneta unica? Mentre nota l’impasse politico in Germania, Di Maio, peraltro, non mostra affatto di accorgersi che in Francia è stato eletto Macron, sulla base di una forte vocazione europeista, rilanciata con accenti ispirati nello scorso settembre, con l’ormai celebre discorso alla Sorbona: su questo, il candidato premier dei Cinque Stelle non dice nulla, e dunque non fa capire se, referendum sull’euro a parte, ha in animo di condividere e sostenere l’impegno del Presidente francese per un rilancio del percorso di integrazione europeo.

In realtà, il referendum non è l’unica cosa che i Cinque Stelle dovrebbero mettere da parte, se volessero fare dell’ultima presa di posizione di Luigi Di Maio qualcosa di diverso da un furbesco appeasement con l’establishment, pronunciato per motivi principalmente elettorali.

Perché mentre Di Maio lascia scivolare molto sullo sfondo l’arma fine-di-mondo del referendum (che sarebbe solo consultivo, ma non consulti decine di milioni di persone se poi non vuoi fartene nulla di un tale consulto), i Cinque Stelle in Europa continuano a sedere nel gruppo politico guidato da un certo Nigel Farage, il leader dell’Ukip, fra gli attori principali della Brexit. Proprio la vicenda della collocazione nel Parlamento europeo è stata massimamente indicativa: prima corrispondenza di amorosi sensi con l’antieuropeista Farage, difeso a spada tratta contro la cattiva stampa di cui godrebbe immeritatamente; poi, per un attimo e con una giravolta davvero sorprendente, in realtà semplicemente opportunistica, con i liberali dell’ultraeuropeista Guy Verhofstadt: una posizione che più antipodale non si potrebbe. Quindi daccapo, come il figliuol prodigo, con il focoso leader britannico, insieme al quale i grillini continuano a votare, trovando nell’euroscetticismo il più ampio dei comuni denominatori disponibili a Strasburgo.

Forse l’unica cosa certa, in questo disinvolto ondeggiare, è che Di Maio non ha molta voglia di confrontarsi su questi temi, e preferisce sgombrare il terreno da insidie e polemiche, che distoglierebbero l’attenzione dell’opinione pubblica dai cavalli di battaglia del movimento. Col che però si dimostra che non è certo l’europeismo, e nemmeno l’antieuropeismo, la ragione per cui Di Maio vuole andare a Palazzo Chigi. Ma può la questione dell’integrazione europea rimanere ai margini del dibattito pubblico, o essere trattata.

(Il Mattino, 10 gennaio 2018)

Tutto è bene quel che finisce bene. La pratica «firme per la presentazione delle liste» può essere archiviata grazie all’aiuto dei centristi di Bruno Tabacci, e la strada verso un accordo politico con il partito democratico si presenta adesso in discesa. Che non ci fosse, però, solo un problema tecnico dietro le fibrillazioni degli ultimi giorni è parso palese, quando la Bonino ha tenuto a precisare che in base alla legge vigente la presentazione in coalizione non richiede la condivisione di un programma politico. È così: basta vedere del resto il centrodestra, dove sono addirittura i due principali partiti, Forza Italia e la Lega, a doversi misurare con differenze programmatiche importanti, benché sia ormai data per fatta la coalizione.

Ciò detto, la domanda è tuttavia: che cosa c’è nel programma politico della lista +Europa, che la Bonino guida e anzi impersona, che potrebbe entrare con difficoltà in dialogo con i democratici? Non certo i temi europei. La lista +Europa vuole rappresentare la punta più avanzata dello schieramento europeista, quella che darebbe ogni volta ragione a Bruxelles piuttosto che a Roma. O che perlomeno rifiuta di considerare le istituzioni europee come il capro espiatorio sopra il quale scaricare tutto il peso delle contraddizioni che la politica italiana si porta dietro fin dai tempi di Maastricht: sempre europeisti a parole, spesso inadempienti nei fatti. Ma su queste posizioni c’è in realtà una convergenza di fondo col Pd, che non dubita affatto della necessità di una maggiore integrazione, che non ha alcun dubbio sulla irreversibilità della scelta per la moneta unica, e che dunque può consentirsi più o meno dialettica con la Commissione e i partner europei dentro una cornice che non viene mai messa in discussione: quella dei Trattati, e del modo in cui progredire in vista di un rafforzamento delle politiche comunitarie. Se mai, al centrosinistra manca in questo momento la capacità di trasformare il capitolo Europa nel capitolo decisivo, discriminante fra le forze politiche. L’opinione pubblica appare abbastanza disinteressata, al punto che nel centrodestra possono stare tranquillamente insieme le posizioni pro e contro dei popolari e dei populisti, di Forza Italia e Lega, senza il timore di subire uno scotto in termini elettorali. E gli stessi Cinquestelle, partiti lancia in resta contro l’Euro con la proposta di un referendum, oggi relegano la faccenda a margine rispetto alle battaglie principali che conducono: in nome dell’ambiente, del reddito di cittadinanza, della lotta contro gli sprechi e i privilegi. Chi vota centrosinistra dà sicuramente un voto europeista, e l’alleanza con la Bonino ne dà ulteriormente conferma, ma la capacità di mobilitazione su questi temi non appare, al momento, davvero dirimente.

Che altro, allora? Che cos’altro significa “più Europa”? Due cose, essenzialmente. Una è legata allo storico impegno dei radicali sul tema dei diritti civili, e alla figura stessa di Emma Bonino, che da commissaria europea si è molto impegnata sul fronte dei diritti delle persone migranti. Anche su questi temi c’è una consonanza di fondo coi democratici, sebbene sentir parlare la Bonino non è proprio come sentir parlare il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Ma il Pd è stato, in questa legislatura, il partito del testamento biologico, del divorzio breve, delle unioni civili, e da ultimo anche dello ius soli, sebbene non sia riuscito a far approvare la legge. Un denominatore comune, anche in questo caso, c’è.

L’altro asset che la lista +Europa getta nella battaglia elettorale viene invece dalla sua componente liberale e liberista. E qui le cose filano forse meno lisce. Nelle scorse settimane, Emma Bonino ha formulato la proposta di congelare la spesa pubblica al livello nominale del 2017 per tutta la durata della prossima legislatura, per avviare in questo modo una significativa riduzione del deficit. Dato l’aumento della spesa pensionistica nel prossimo triennio, questo significa prevedere tagli di spesa di 10 miliardi il prossimo anno, 24 il secondo e 33 il terzo. «Doloroso ma sopportabile», a giudizio della leader radicale. Difficile però che il Pd voglia promettere una politica economica all’insegna del dolore sopportabile, mentre gli altri fanno a gara a immaginare tagli alle tasse e nuovi aumenti di spesa – sulle pensioni (Berlusconi), sul reddito di cittadinanza (Di Maio), sugli investimenti pubblici (entrambi) –. E più complicato è anche immaginare che una simile piattaforma culturale e programmatica – sia davvero congeniale al partito democratico. Ma questo è un problema che, passata la sbornia elettorale, qualunque governo sarà chiamato ad affrontare: se per essere europeisti bisogna essere anche rigoristi, per rifarsi una reputazione presso gli altri Paesi europei (ed i mercati), o se invece “più Europa” può significare provare a spostare il fulcro dell’impegno europeo dal rigore finanziario alla correzione delle diseguaglianze economiche e sociali. Pensare di contrastare la ventata nazionalista e populista che scuote il continente solo con una più austera disciplina di finanza pubblica è una mossa molto rischiosa: non è detto che riesca.

(Il Mattino, 5 gennaio 2018)

 

Sud & storia. Ma la memoria non è una sola

Penone

G. Penone, Continuerà a crescere tranne in un punto (1968)

«Ricordo che quando andai a Caprera, in Sardegna, nel periodo in cui lavoravo al film, il custode della casa – museo di Garibaldi volle mostrarmi la pallottola che avevano estratto dalla gamba del Generale. E mi disse che quella era la pallottola con cui i Borboni avevano sparato a Garibaldi. I Borboni, mi disse: non l’esercito italiano».

In procinto di girare il suo prossimo film, Mario Martone ha accettato volentieri di tornare a riflettere sul Risorgimento italiano, al quale ha dedicato un film importante, bello e teso, «Noi credevamo», uscito nel 2010. L’occasione è la proposta di una giornata in memoria delle vittime meridionali dell’unificazione nazionale, che, su proposta del Movimento Cinque Stelle, ha avuto il voto di quasi tutto il consiglio regionale pugliese, compreso quello del Presidente Emiliano.

«Una proposta assurda, figlia di una grande confusione, di tutto quello che denunciavo quando ho fatto «Noi credevamo». Noi italiani abbiamo un rapporto falsato col passato. Abbiamo tutta una serie di incrostazioni, di letture sbagliate della storia che chiaramente inquinano anche il nostro presente. E questa proposta ne è la dimostrazione. Ma proprio perciò le ho raccontato del custode di Caprera: perché mostra come per il senso comune Garibaldi non potesse essere stato ferito dall’esercito italiano (come in realtà fu). Questo vuol dire che la realtà storica è semplicemente ignota o incomprensibile per larga parte degli italiani.

Martone non sceglie esempio casuale. Il suo film si chiudeva proprio con i fatti del 1862, quando tra i monti dell’Aspromonte avvenne lo scontro a fuoco tra i volontari garibaldini e l’esercito regolare intenzionato a bloccare il generale che tentava di risalire nuovamente la penisola per conquistare Roma. L’Unità d’Italia era stato il capolavoro politico di Cavour, non certo la vittoria di Garibaldi. E il film racconta fin dal titolo quante contraddizioni, quante disillusioni e anche quali fallimenti furono vissuti in quegli anni all’ombra delle grandi imprese risorgimentali.

«Nel senso comune manca un’idea dei contrasti che vi furono allora. Non è entrata l’idea che le visioni dell’Italia durante il Risorgimento sono state non semplicemente diverse, ma contrapposte – da un lato i monarchici, dall’altro i repubblicani; da un lato i moderati, dall’altro i democratici –. Queste cose naturalmente ci sono nei libri di storia. Ma nel senso comune questa verità non è passata. Gli italiani hanno un loro pantheon di signori con la barba, che mette insieme indistintamente Vittorio Emanuele, Giuseppe Garibaldi, il conte di Cavour, Mazzini. È ovvio che in questa fase di populismi, di demagogia dilagante, diventino un unico avversario da abbattere in blocco. Ma è una falsificazione della realtà storica. Non ci si rende conto così che Mazzini e Cavour non possono trovarsi insieme in uno stesso Pantheon. Furono acerrimi nemici. Avevano idee politicamente opposte: su come costruire l’Unità d’Italia, come affrontare il rapporto col Meridione, come affrontare tutti gli aspetti della vita civile».

Martone parla con grande rispetto del lavoro storiografico. E racconta di quanto lui stesso, insieme a Giancarlo De Cataldo, hanno potuto attingere dai libri di storia nella preparazione del film. Ma il punto che evidentemente gli preme non riguarda la mera accuratezza della ricostruzione storica, quanto piuttosto “l’uso della storia per la vita”, cioè nel presente, nell’Italia di oggi.

«Dovunque son andato, in giro nel Mezzogiorno, per presentare il film (eravamo a ridosso del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia) ho sentito le critiche, la rabbia, il fastidio verso le celebrazioni, a volte l’odio. Era ed è molto doloroso. Ma domando: tutto questo può mai trasformarsi in una nostalgia per i Borboni? Non significa tornare indietro, e dico: indietro rispetto non tanto ai dibattiti sul passato, ma ai dibattiti sul nostro presente? D’altra parte, cosa vuoi dire a un ragazzo del Sud oggi, cosa dire a generazioni completamente sfiduciate, quando gli racconti cosa è successo allora? Io penso che si tratta non di alimentare nostalgie per il regime borbonico; semmai, di fargli conoscere Pisacane, di farlo appassionare alla sua storia. Ma per questo il blocco unico del Pantheon ufficiale non aiuta. Pisacane era un repubblicano, stava per dir così sul lato opposto rispetto a quelli che hanno fatto l’Unità d’Italia con i Savoia. E lo stesso Garibaldi: tutti ricordiamo il suo famoso “Obbedisco!”. Voleva dire: mi piego per ragioni di opportunità politica. Fu la scelta giusta, che altro doveva fare? In quel momento le condizioni storiche portavano a questo, e la liberazione di Napoli significò la consegna del Regno a Vittorio Emanuele II. Ma Garibaldi aveva tutt’altro animo, era anche lui un repubblicano. E del resto la vera impresa eroica di Garibaldi fu la Repubblica romana. La Repubblica romana è la vera luce del risorgimento.  Allora io farei una giornata della memoria: ma per ricordare le vittime della Repubblica romana, le vittime di un sogno che è stato calpestato.

Le armi borboniche, in effetti, erano puntate contro la Repubblica romana. Ma voglio ricordare cosa ha scritto Alessandro Leogrande a proposito del suo film: “Che siano esistiti dei patrioti meridionali, dei democratici meridionali, e che questi siano stati stritolati da una Storia travagliata, è la miglior risposta da dare a chi oggi intende riscrivere il nostro Ottocento. Non solo da Nord (da un certo Nord) sparando su tutto ciò che odora di unità. Ma anche da Sud (da un certo Sud), sostenendo che il Risorgimento è stato fatto unicamente da «criminali» al sevizio dei piemontesi «simili ai nazisti», e che quello delle Due Sicilie era in fondo un regno fiorente e liberale».

«Ma certo. Il sentimento dell’unità d’Italia è stato un sentimento straordinario, costruttivo, moderno. Sputare su di esso è orribile. Che modo di ragionare è quello di dividere geograficamente, invece di confrontarsi politicamente? Altro però è chiedersi, come io ho provato a fare, quali opposte visioni si scontrarono. Altro è lo scontro politico interno al processo risorgimentale, che – io credo – si prolunga ancora adesso. A che serve allora una generica giornata per le vittime meridionali? Dentro l’unificazione hanno convissuto non uno, ma due sentimenti unitari. Mazzini è morto da clandestino. Cavour aveva deciso per tempo in quale piazza doveva andare eseguita la sua condanna capitale. Quella piazza è a Genova, e oggi c’è invece un monumento a Mazzini. Ma il sentimento che animava i repubblicani – i Mazzini, i Garibaldi, i Pisacane – non si misurava nel senso dell’annessione ma nel senso dell’unione».

Lei ha detto che nel senso comune c’è solo una versione semplicistica, e in fondo agiografica, del Risorgimento. A me colpisce quanto poco il cinema (che sa entrare nell’immaginario collettivo di un popolo) si sia occupato di Risorgimento. Non c’è paragone, mi pare, con l’epopea resistenziale. Ci sono i film di Visconti, c’è un film di Rossellini, i Taviani di Allonsanfàn, Florestano Vancini, i film in costume di Luigi Magni e naturalmente anche qualcos’altro. Ma non mi pare ci sia la costruzione di una vera e corale narrazione risorgimentale.

«Che i film non siano stati tanti dimostra quel che dicevo, la difficoltà di rapporto del nostro Paese con la sua storia e con l’unità d’Italia. L’Ottocento risorgimentale avrebbe potuto dar luogo a una vera e propria mitologia: come gli americani sono riusciti a fare con il West, trasformando in un mito (mito universale, che vale anche per noi) la nascita di una nazione. Ma un mito va affrontato prendendolo di petto. Cosa che noi non abbiamo fatto. Abbiamo invece costruito il nostro Pantheon posticcio. E alla costruzione ha ovviamente dato un contributo decisivo il Ventennio fascista. Ma più in generale io continuo a domandarmi se non rimanga vero che la complessità dei fatti risorgimentali rimanga fuori dalla coscienza collettiva. Come se certe cose non si potessero dire. Come se certi conflitti non si potessero esplicitare. Ed è un problema del nostro Paese, per cui o i conflitti si affrontano con le armi in mano oppure li si rimuove e non li si riesce fare terreno di una dialettica vera, reale.

Tra le cose che nel senso comune passano in maniera distorta c’è anche, a me pare, il rapporto con il Mezzogiorno. O forse è vero che questo rapporto è stato profondamente distorto nell’ultimo quarto di secolo. Il film vede le cose dalla prospettive meridionale, inizia e finisce il suo racconto al Sud. Lei trova che anche su questo tema delle divisioni d un Paese troppo lungo vi sia una vulgata che si tratta di mettere in questione?

Temo di dire cose note. Il processo di unificazione è stato un processo di annessione. È un fatto: si è sviluppato in questo modo. Basti pensare a un episodio, la vicenda più amara per Garibaldi, che spiega tutto. Mi riferisco al fatto che la stragrande maggioranza dei garibaldini, i famosi Mille, sono stati di fatto abbandonati; non furono stati arruolato nell’esercito italiano. È stata la cosa che più di ogni altra ha devastato l’animo di Garibaldi, che più gli ha provocato delusione ed amarezza. Se di unità si trattava, chi ha combattuto dallo stesso lato doveva ritrovarsi anche dopo l’Unità d’Italia. Non fu così. Questo dice tutto sul modo in cui è avvenuto il processo unitario. Che è avvenuto a danno del Sud: neanche su questo – mi pare – ci sono più molti dubbi. Ovviamente la mia prospettiva è quella di un uomo del Sud. I protagonisti del mio film sono cilentani. Ma tengo a dire: non è un punto di vista non anti-unitario, ma è il punto di vista di chi racconta la possibilità di un’unità diversa. Che sarebbe potuta essere e che non è stata. E la celebrazione della giornata delle vittime meridionali dell’unificazione sarebbe di offesa per tutti i meridionali che hanno sacrificato la loro vita per la causa unitaria.

Le chiedo ancora qualcosa a partire dal suo film. Dalle cose che vi mancano. Da un lato i grandi eventi, le grandi battaglie, il 1860. La visione laterale fa sì che i momenti cruciali della storia – che so: l’incontro di Teano – non vi compaiano. Qual è il senso di questa scelta? L’altra cosa che manca è la città. Dico la città del Mezzogiorno, Napoli. Per chi conosce il suo rapporto con Napoli, per chi conosce la sua filmografia – a partire al primo film, Morte di un matematico napoletano – è un taglio che colpisce. Nel film si vedono salotti piemontesi (o parigini) e campagne meridionali.

«Ho cercato, insieme a Gianfranco di Cataldo, di portare ad evidenza tutte le zone d’ombra del processo risorgimentale. Perciò non ci sono le pagine famose. Perfino la Repubblica Romana, che pure è centrale per lo svolgimento del film, non c’è. Ho cercato invece di portare sulla scena i conflitti che ai miei occhi di cittadino italiano mi sono sempre parsi nascosti.

D’altro lato, è vero: il Sud certamente è campagna. È una scelta sociale. Il Sud era ben altro che il Paese di Bengodi che i nostalgici borbonici vogliono farci credere. Vigevano leggi di carattere feudale dal punto di vista sociale. Condizioni sociali e di vita faticosissime. Io non discuto quale fosse stato il bilancio e la prosperità del Regno. Mi domando però quali sperequazioni ci fossero al suo interno. Questo era il contenuto sociale dell’idea che del processo di unificazione avevano i repubblicani, ai quali guardo nel film. Quanto questo contenuto poteva stare a cuore dei monarchici? Nulla. Basta invece leggere la Costituzione  della Repubblica Romana, difesa da Garibaldi e Mazzini, per trovarvi cose come il suffragio universale, le terre ai contadini. C’era un’idea di un vero progresso sociale che doveva accompagnare il moto risorgimentale. C’era l’idea di uguaglianza. Con la sconfitta dell’idea unitaria repubblicana è questo il sogno che svanisce. Riportandoli a una dimensione di nostalgia borbonica, noi certo non onoriamo le vite dei meridionali che si sono battute per questo sogno. Ma a questo sogno è dedicato il film».

A proposito del titolo, “Noi credevamo”. Quello che colpisce non è solo la declinazione al passato, che accentua la dimensione del disincanto e della disillusione (lè la chiusa del film: “Eravamo tanti. Eravamo insieme. Noi credevamo”). Ma anche la scelta di un soggetto plurale, collettivo, che sembra essere il soggetto politico mancato, disatteso, di tutta la vicenda nazionale.

«Ma quel noi è vivo ancora adesso. Come sa, il titolo viene dal libro di Anna Banti, così come una robusta parte del film (poi il film racconta molte altre cose, per cui non è una messinscena del romanzo). Ma Noi credevamo implica anche un presente.

Siamo noi, oggi, quelli che credevano ieri?

Ma certo. Il punto in questione siamo noi oggi. Che cosa vogliamo fare del nostro passato e del nostro futuro. riusciamo a recuperare un rapporto sincero, onesto, pieno col passato? Farlo però significa anche recuperare una prospettiva politica: che ha perso, che è stata sconfitta.

Un’ultima domanda vorrei farle. E riguarda il giudizio sulla politica che viene fuori dal film. Non dico sui singoli protagonisti, ma sulla politica nel suo insieme. Uno degli elementi su cui si gioca il film è la contrapposizione fra gli ideali che vivono nella clandestinità, nella cospirazione, nella lotta armata, e il piano lontano, distante, cinico, dei giochi politico-diplomatico-militari. L’impressione è che l’agire politico, schiacciato sulla dimensione della “politique d’abord”, ne esca con le ossa rotte.

«Lei pensa a Francesco Crispi»

Ecco, non voglio dire che la sua figura è più complessa di come compare nel film, non sono uno storico, ma mi interessa una riflessione su questa contrapposizione. Anche dal punto di vista del ragazzo che oggi vede il film .

«Il ragazzo che oggi vede il film non è scoraggiato da ciò che vede, ma da ciò che ha intorno a sé. Il problema non è all’interno del film ma all’interno della politica italiana ed europea. Ecco: partiao dall’Europa. È molto evidente nel difficilissimo rapporto che c’è tra come è governata l’Europa negli alti livelli finanziari, politici, e la sostanza di vita dei cittadini europei. Si ripropone a livello europeo qualcosa che ha attraversato la nostra storia italiana: una sorta di costrizione dei vasi di comunicazione fra i bisogni delle persone e l’elaborazione politica che soffoca il sogno europeo. I vasi continuano a essere molto stretti.

Ciò che portava alla disillusione allora porta alla disillusione oggi. La sperequazione è la stessa. Anche oggi possiamo chiederci: è l’Europa un continente povero? Non che non lo è. Il problema è la distribuzione della ricchezza. Il problema è quello che accade fra la Germania e la Grecia. Come vede, il discorso si riapre. Ed è qui che si infilano le semplificazioni populiste. Ma per rifiutarle occorre vedere il problema in tutta la sua verità e complessità, mettendo in luce i conflitti che attraversano la realtà politica europea, non solo italiana. Glielo dice uno che ama l’idea di un Europa unita. A maggior ragione bisogna allora battersi contro l’idea di un’Europa unita per annessione.

A maggior ragione bisogna provare a declinare un’idea di eguaglianza a livello europeo, e far passare un’idea dell’unificazione non come un’annessione tedesca, ma come qualcosa che spinge da tutti i lati».

Qualcosa che spinge da tutti i lati. In tempi di disaffezione dalla politica, di disincanto e di scarsa partecipazione alla cosa pubblica, questa immagine della vita civile e politica come una cosa mossa da tutti i lati mi sembra davvero uno dei migliori antidoti alle volgarizzazioni populiste e alle nostalgie neo-borboniche. E chissà, magari si ritroverà anche nel prossimo film che Martone si appresta a girare.

(Il Mattino, 11 agosto 2017)

Il diritto di un codice

burri rev

A. Burri, Bianco plastica B5 (1965)

Mettere centomila persone in uno, due stadi di calcio si può fare. Ma se già abbiamo difficoltà ad assicurare la sicurezza di un normale deflusso dagli impianti in occasione di certi eventi sportivi, figuriamoci se quella può mai essere la soluzione per dare accoglienza ai migranti. Mario Calabresi, nel suo editoriale su Repubblica di ieri, voleva dare un’idea delle proporzioni del fenomeno migratorio rispetto alla popolazione italiana complessiva, ma l’immagine che ha scelto non è molto felice. Quella di stipare i migranti in uno stadio sembra anzi un’idea “concentrazionaria” da Paese sudamericano negli anni Settanta, e dimostra che non sempre, quando si parla di accoglienza, si parla davvero e per intero di politiche di accoglienza, di gestione controllata di flussi migratori, di strategie di medio-lungo periodo per fronteggiare un fenomeno che, da qualunque lato lo si guardi, non ha nulla di passeggero. Accoglienza non è salvataggio degli uomini in mare, e nemmeno mero deposito e magazzinaggio di uomini: è tutto quello che viene dopo, e per cui purtroppo il nostro Paese non si è dimostrato, finora, seriamente attrezzato.

Però Calabresi ha ragione su un punto: il problema non sono, non possono essere le Ong. Ragioniamo per ipotesi: se domani mattina dal Mediterraneo scomparissero d’incanto tutte le navi che oggi prestano soccorso in mare, gli arrivi dall’Africa subsahariana, dalle regioni più povere del mondo, dai teatri di guerra africani e del Medio Oriente si arresterebbero? È illusorio crederlo. Piuttosto, la pressione demografica, che si esercita su Paesi gravati spesso da condizioni politiche, economiche e ambientali assai difficili, continuerebbe a spingere uomini, donne e bambini a tentare altre vie e a inventarsi altri mezzi e maniere per lasciare le loro terre in cerca di migliore fortuna. Né si farebbe miglior figura a dire che però, in questo modo, sarebbero risparmiati i porti e le città italiane. Mentre chiediamo all’Europa di impegnarsi in uno sforzo comune e condiviso, e ci rammarichiamo degli egoismi degli altri Paesi (ma – sia detto per inciso – questi altri Paesi non hanno affatto, in generale, una presenza di stranieri inferiore alla nostra, e noi non siamo affatto sotto minaccia di un’invasione), non si può fondare una politica nazionale solo sul modo in cui deviare i flussi verso altre mete, altri porti e altre città. In ogni caso, pure in questa ipotetica disinfestazione del nostro mare, non si riuscirebbe certo ad interrompere, estinguere, troncare la migrazione in corso. Ed è per questa ragione che non si vuol spedire la palla in tribuna quando si chiede invece all’Unione europea di fare fronte comune. Da un lato, l’Europa tutta non sarà più senza stranieri, senza cioè una quota significativa di popolazione extra-europea, il fenomeno è strutturale e la xenofobia non è una soluzione. Dall’altro, l’Europa prima ancora che l’Italia deve anche sapere, e non può fingere di non sapere, che la rotta centrale del Mediterraneo, che porta i migranti in Italia, è anche quella più costosa in termini di vite umane.

Ma una politica nazionale ci vuole. E accogliere tutti non è una politica: questa è una proposizione “grammaticale”, un’istruzione sull’uso della parola “politica”. Che comporta sempre una qualche correlazione fra fini e mezzi, fra possibilità e realtà, fra fatti e parole. E, certo, anche fra quello che siamo e quello che vogliamo essere. Ora, è comprensibile che un’organizzazione non governativa, in ossequio ai propri principi (che trovano fondamento in norme e convenzioni sovranazionali), agisca secondo finalità strettamente umanitariee e provi a salvare il maggior numero di persone. Ma lo è altrettanto che uno Stato, nelle proprie politiche, tenga conto delle conseguenze di quell’agire. Che denunci l’effetto perverso per cui all’aumentare delle possibilità di salvataggio in mare dei migranti aumenta anche il numero di imbarcazioni che gli scafisti mettono in acqua, lucrando sulla disperazione dei migranti e sulla buona fede dei soccorritori. Ma se non si può chiedere alle Ong di spezzare un simile circolo vizioso, non vuol dire che lo Stato italiano non debba cercare di spezzarlo. Il codice Minniti è un tentativo del genere. Si tratta peraltro di un codice di autodisciplina (che quindi viene liberamente sottoscritto), prova a dare regole comuni alle azioni di salvataggio in mare, e prevede, in certi casi, presenza di polizia giudiziaria: non per militarizzare le Ong, ma per la conduzione di attività di indagine sul traffico di esseri umani.

Entro questi limiti, il tentativo ha senso. Non lo ha più, ed anzi prende un senso perfino sinistro, se ad esso si affida una sorta di prova muscolare con cui dimostrare che non vogliamo più stranieri sull’italico suolo. Non sono troppi, gli stranieri, e non sono nemmeno pochi: sono invece fatti entrare nel peggiore dei modi possibili. Per mani clandestine, a rischio della loro stessa vita, in balia di mercanti senza scrupoli. Ammassati nei barconi, ammassati nei centri di accoglienza, ammassati nelle periferie delle nostre città. E chissà: magari in futuro in uno stadio. Masse, insomma: che perciò fanno numero, e fanno paura. Ma se chiudere ogni via è impossibile, oltre che ingiusto, aprirne di regolari, e controllate, è, invece, una strada percorribile. E per farlo bisogna, credo, aprire un poco anche le nostre menti.

(Il Mattino, 9 agosto 2017)

Gli egoismi che disfano l’Europa

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La risposta dell’Unione europea non si sa se arriverà; di sicuro però si farà attendere. Conta poco che il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, abbia definito eroici gli sforzi che l’Italia è chiamata a compiere per dare accoglienza ai migranti, in realtà siamo alle solite: non c’è, allo stato, alcuna comune volontà dei Paesi europei di far fronte alla situazione. Così ascoltiamo quello che pensa la Francia, che parla per bocca di Macron e dichiara disponibilità ad accogliere i soli rifugiati, non i «migranti economici». Poi sentiamo la Cancelliera Merkel affermare con maggiore generosità (almeno a parole) che l’Italia e la Grecia non vanno lasciate sole. Registriamo gli apprezzamenti per l’impegno italiano e lamentiamo invece che alcuni paesi europei se ne lavino le mani; ma in questo confuso concerto di voci discordi, regolate esclusivamente dagli interessi nazionali, si disperde il significato stesso dell’unità europea. Non si capisce dove si trovi, chi la rappresenti, in che modo si senta chiamata in causa. In realtà, non c’è, in questo momento, nessun altro tema nell’agenda europea che sia declinato su base nazionale più del tema migrazioni. E d’altra parte non c’è nessun altro tema che, più di questo, possa mai trovare soluzione su un piano meramente nazionale. Perché non è una soluzione la chiusura delle frontiere, così come non lo è l’apertura. Respingere, così come accogliere, sono verbi che richiedono di essere costruiti in una frase: quando, dove, come.

Lo si vede bene dal gesto spazientito che ha spinto il governo italiano a minacciare la chiusura dei porti alle organizzazioni non governative che portano sulle nostre coste, quotidianamente, migliaia di migranti. A parte i complessi problemi legati al diritto internazionale (ma un’emergenza è un’emergenza: e il diritto, soprattutto il diritto internazionale, finisce di solito con l’adeguarsi), è chiaro che per il ministro dell’Interno, Marco Minniti, non si tratta di una soluzione, ma di una misura resa necessaria, oltre che dal numero eccezionale di sbarchi di queste ore, dalla difficoltà a spiegare cosa mai impedisca alle navi di attraccare in altri porti: maltesi, spagnoli o francesi. Minniti ha detto: «sarei orgoglioso se di tutte le navi che operano nel Mediterraneo centrale una sola, una soltanto, anziché arrivare in Italia arrivasse in un altro porto europeo». Doveva solo aggiungere che sarebbe stato orgoglioso di essere europeo, ed è proprio questa l’aggiunta che manca. Una gestione comune del fenomeno, sia in termini di rimpatri che in termini di ricollocamento nei Paesi dell’Unione, non c’è. Il piano Juncker di ripartizione pro quota dei nuovi arrivi (che pure vale solo per i rifugiati, aventi diritto alla protezione internazionale) è un clamoroso fallimento. E soprattutto non c’è una politica estera comune verso i Paesi africani.

È bene essere chiari: le politiche di accoglienza sono politiche umanitarie: benemerite, ma da sole non possono bastare. Diviene anzi sempre più difficile mantenerle, se non sono affiancate da tutto ciò che uno Stato (e una comunità di Stati, se esiste) può fare per regolare i rapporti coi Paesi viciniori. Finché la Libia rimarrà nell’attuale situazione di instabilità, rimarrà anche il corridoio lungo il quale si riverseranno tutti coloro che cercano in Europa migliori condizioni di vita. Possiamo resistere all’idea che i barconi carichi di migranti debbano essere respinti, solo se non ci limitiamo ad attrezzarci per i salvataggi in mare, ma proviamo anche a ridurre a monte i flussi migratori. Diversamente, non ci tireremo via dalla trappola umanitaria che gli egoismi degli altri Stati membri dell’Unione scarica sul nostro Paese. Perché non è per una cieca fatalità che la meta preferita degli scafisti che attraversano il Mediterraneo è l’Italia, e la rotta libica il percorso più affollato. Ciò dipende da un calcolo preciso, da una diversa probabilità di successo, assicurata lungo queste vie, e per esempio dalla forte riduzione dell’agibilità della rotta balcanica. Dunque non si tratta di fenomeni fuori da ogni controllo. È anzi evidente che qualora diminuissero dovessero diminuire le aspettative di un buon esito, diminuirebbero anche gli sbarchi.

Orbene, se non si vuole tradurre questo assioma spietato ma evidente in una politica attiva di respingimenti, bisogna almeno che si rendano disponibili altre leve di azione. Se quelle detenute dall’Unione latitano, e quelle a disposizione del nostro Paese si rivelano insufficienti, allora non ci sarà accoglienza che tenga. E il rischio che cresca il numero di coloro che saranno accolti solo dalle onde del mare aumenterà enormemente, macchiando per sempre l’onore dell’Europa.

(Il Mattino, 1° luglio 2017 – pubblicato su Il Messaggero col titolo “Paghiamo le furbizie dell’Europa)

A Matteo critiche vecchie. Alleanze inutili col proporzionale

PRESENTAZIONE DEL LIBRO QUEL CHE RESTA DI MARX

Cosa significhi reinventare un «partito popolare e nazionale, un partito della nazione», dentro un nuovo sistema proporzionale, dopo venticinque anni di seconda Repubblica? «È tutto da vedere», mi risponde Giuseppe Vacca, storico presidente della Fondazione Gramsci, ma di certo non è cosa che si vedesse dai commenti seguiti al voto amministrativo di domenica.

«Secondo me i commenti risentono ancora di un clima e di uno stile formatosi durante gli anni della seconda Repubblica. Non ci si rende conto che il maggioritario è finito. Un ciclo politico è compiuto. Qualunque proiezione sul futuro di dati che provengono da elezioni amministrative è perciò da prendere con le pinze. Tanto più che, in generale, è difficile comparare e proiettare il voto delle elezioni amministrative sul piano politico nazionale».

Eppure son tutti lì a ragionare di coalizioni e schieramenti, anche solo per mettere in difficoltà Renzi. Prodi prova a incollare i pezzi del centrosinistra. Orlando chiede primarie di coalizione. Veltroni dice no all’autosufficienza.

Però Il modo in cui si forma l’orientamento dei cittadini verso (o contro) la politica prescinde largamente da questa discussione. Le prossime elezioni si faranno con una legge proporzionale. Con il proporzionale i governi si formano in Parlamento, molto più che col maggioritario. Gli elettori votano per il partito preferito da ciascuno. Quello che poi determina gli equilibri di governo è la qualità, l’efficacia dell’offerta politica.

D’Alimonte su «Il Sole 24 Ore» scrive che il voto di Genova, di Sesto San Giovanni, di Pistoia (ma anche di Padova, che è andata al Pd) dimostra che ormai tutto è contendibile.

L’unico dato generale e generalizzabile è che hanno perso tutti. È un ulteriore segnale di sgretolamento, di frana: non dico nemmeno di un sistema di partiti, ma di un paesaggio politico. Soprattutto nelle elezioni locali, è ancora più difficile parlare di partiti, che non svolgono più alcuna vera funzione rappresentativa. Dire allora che il centrodestra quando è unito vince, può vincere, è persino ovvio, prevedibile e in verità anche previsto, in situazioni come quelle liguri, di Genova o Spezia, che conosco da vicino. Ma questo cosa ha a che fare col tema di come prepararsi alle elezioni politiche?

Cosa allora vi ha a che fare? Nell’editoriale che ho scritto ieri, ho provato anch’io a mettere da parte le mere sommatorie elettorali e a indicare nelle questioni europee il terreno decisivo della sfida.

Innanzitutto la parte maggioritaria dell’elettorato deciderà in base al bilancio su cinque anni di governo Renzi-Gentiloni: come si fa a ignorarlo? E l’intera legislatura è stata incentrata sul nesso fra Italia ed Europa. Ebbene, è da vedere come si costruirà l’agenda europea dopo le elezioni tedesche e soprattutto chi darà le carte. Da noi conterà la capacità di dire veridicamente ai cittadini, senza imbrogliare, come e perché determinati problemi sono problemi europei.

Ma se è il rapporto con l’Europa a determinare l’agenda, non è complicato per i democratici immaginare dimettere insieme una coalizione di centrosinistra, in vista di una futura alleanza di governo? Dove sono i «buoni europei», a sinistra del Pd?

Ma non è questione di sinistra o destra. I cittadini votano in base ai problemi i più diversi, alle esasperazioni più diffuse, a insoddisfazioni, interessi corporativi, o anche a grandi visioni e grandi narrazioni. Non credo che i cittadini siano molto appassionati di queste categorie di destra/sinistra. Certo c’è una storia, una sedimentazione di valori, ceti politici diversi, culture diverse, che si dicono di destra o di sinistra. Ma non se ne può parlare in base a semplici etichette. È evidente che c’è una certa continuità in un arco di forze che va dai moderati di centro fino a Pisapia: ma a che serve cominciare dalle etichette? È questo il problema che definisce l’agenda politica con cui si deve misurare una leadership?

Provo allora a fare l’avvocato del diavolo e ti chiedo: ma quelli che invece dicono che una forza di sinistra non può condividere strutturalmente l’impianto politico e istituzionale di questa Unione europea, che in essa istanze di sinistra non possono trovare spazio, che l’euro è l’equivalente di quello che sono stati Reagan e Thatcher negli anni Ottanta?

Se, per essere di sinistra, invece che di far pesare le questioni nazionali sul modo in cui si compone l’agenda europea, si tratta di dire: “questa Europa è fallita”, non condivido ma capisco: è legittimo. Ma poi chi dice così non si può mettere insieme con chi pensa: “ma come è fallita? Vediamo invece cosa realisticamente è successo, in base a una cartografia sobria, realistica, del mondo”. Come si fa a dire ad esempio, come fa Veltroni, che per essere di sinistra bisogna fare la lotta alla precarizzazione? La precarizzazione è il modo in cui si riflette sui governi e le nazioni di tutto il mondo questo tipo di globalizzazione. Ed è quanto meno un problema di dimensioni europee. Non possiamo parlare delle cose italiane a prescindere dal contesto. E il nostro contesto storico, economico, la parte che ci spetta in un concerto plurinazionale si decide in Europa. Quello diventa un grande discrimine. Aggiungo: chi ha cambiato il paradigma del rapporto con l’Europa, anche rispetto al centrosinistra degli anni passati, si chiama Matteo Renzi. Sembra poco ma non lo è. Prima si trattava sott’acqua: l’Europa era sentita come vincolo, invece che come responsabilità condivisa. Renzi ha invertito la tendenza. È ancora difficile e non è diventato ancora oggetto di un diverso racconto del Paese, ma questo è il tema.

Nel Novecento, l’essere di sinistra si definiva in base al contesto internazionale, e in base ai mondi sociali di riferimento: l’una e l’altra cosa. La mia impressione è che dopo l’89, essendo mutato il quadro internazionale, la sinistra ha sentito sempre meno la necessità di collocare istanze e rivendicazioni dentro un contesto più ampio di quello nazionale. Non ce la fa più. Prima, quando c’erano i paesi del socialismo reale, viveva quel rapporto come un motivo identitario, oggi lo subisce soltanto.

Diciamo però che quello che è stato importante nel comunismo italiano è il modo in cui ha cercato di interpretare l’interesse della nazione italiana. Per il resto, a parte il PCI, non c’è alcuna grande e gloriosa storia del comunismo in Europa. Però certo: oggi la declinazione dell’interesse nazionale è insieme la declinazione dell’interesse europeo.

Un’ultima cosa voglio chiedertela sul partito. A che punto è il “partito pensante” annunciato da Renzi durante il congresso?

Se devo trovare una connessione fra la leadership di Renzi è un universo identitario dico altro, dico il governo di questi cinque anni. Tutto il resto è da rifare. Ma il problema non è Renzi e nemmeno i suoi difetti. S’è fatto un Congresso due mesi fa: se ci fosse un’alternativa a Renzi sarebbe già emersa. Il Pd rimane però la forza centrale per come ha incorporato il nesso Italia-Europa. Non basta, ma è il punto al quale siamo.

Quel punto è parecchio condizionato dall’esito del referendum costituzionale.

Il referendum è stato uno spartiacque drammatico. Ma chi lo ha perso è il Paese. Si può discutere di come è stata condotta la campagna referendaria (male, almeno al 70%). Ma il referendum non era sul governo; era sull’ossatura politico-istituzionale di questo Paese, in pezzi da vent’anni. Ma dove sono le forze che provano a spiegare che il deficit di competitività di cui soffre l’Italia almeno dal 2001 è una conseguenza dell’impalcatura politico-istituzionale, e che il referendum serviva per spezzare la rete di interessi corporativi e diffusi che rendono molto difficile fare dell’Italia un Paese come la Francia o la Germania?

Già, dove sono queste forze? Saluto Beppe Vacca e noto che mantiene nella voce l’equilibrio fra l’analisi senza indulgenze dello stato del sistema politico e una certa serenità e fiducia nel prossimo futuro. Davvero il miglior commento delle sue parole è in quelle di Gramsci: «Ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà».

(Il Mattino, 28 giugno 2017)

La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

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Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)