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La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

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Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)

C’è la paura dietro il monito dell’Europa

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Si può uscire dall’Unione europea? Non a norma di trattati, ma a norma di buon senso? Da ieri la Brexit è realtà. La trattativa tra il Regno Unito e l’Unione Europea durerà due anni, ed è difficile fare previsioni. Difficile persino sapere come sarà il mondo, fra due anni, figuriamoci se si può formulare qualche pronostico attendibile su chi vince e chi perde con la Brexit.

Questo è il momento in cui ascoltare gli economisti solo a una condizione: che si ricordino che l’economia è una scienza morale, una scienza del comportamento umano, e che proprio perciò la formalizzazione matematica dello scambio economico non sempre ci prende: le ragioni di quello scambio, infatti, non sempre sono razionali e non sempre sono economiche. Nel caso della Brexit, è più facile vedere il ruolo che hanno giocato fattori come la tradizione nazionale degli inglesi o la paura di fronte ai fenomeni migratori, che non il puro calcolo economico dei costi e dei benefici. Con l’economia si mescolano la storia, la sociologia, la psicologia e, naturalmente, la politica. A cui toccherà ora interpretare il voto: recuperando l’antica proiezione marittima dell’isola, riverniciando la special relationship con l’America di Trump, difendendo la vocazione finanziaria della City, e magari indovinando la giusta miscela fra amicizia con gli altri popoli europei e un atavico senso di superiorità. Ma insomma: pensare di disporre di una teoria generale del cambiamento storico per prevedere se il Regno Unito andrà lentamente a fondo o invece tornerà a prosperare sui mari di tutto il mondo è abbastanza vano.

Gli inglesi, dal canto loro, abituati a pensare che quando si interrompono le comunicazioni fra i due lati della Manica è il continente a rimanere isolato, hanno sufficiente orgoglio nazionale per non farsi impressionare da qualche numero, buttato lì con nonchalance per cambiare il “sentiment” del Paese in base alle stime sul prezzo che Londra dovrà pagare. Se dunque il Presidente della Commissione europea, Juncker, pensava di fiaccare il morale dei sudditi di Sua Maestà, sentenziando ieri che presto, ahiloro, si pentiranno, ebbene: si sbagliava di grosso.

A pensarci bene, però, quella dichiarazione sembra rivolgersi non tanto all’opinione pubblica britannica, quanto a quella europea. Può darsi infatti che Londra si pentirà, ma questa è cosa che sicuramente si vedrà soltanto in futuro. All’Unione serve invece oggi, subito, di scongiurare analoghe tentazioni fra i suoi Paesi membri, di frenare i movimenti antieuropeisti che punteggiano la cartina dell’Europa, ormai non solo nelle periferie del continente – in Grecia, in Italia – ma anche nel cuore stesso dell’Unione: in Francia, in Germania.

La partita sul futuro dell’Europa è infatti molto più aperta, incerta, di quella che riguarda il futuro degli inglesi. Che, certo, devono, misurarsi con risorgenti spinte indipendentiste, in Scozia e in Irlanda, ma che se non altro hanno, per leggerle, gli strumenti della storia.

L’Unione no. L’Unione esiste da soli sessant’anni, e ha conosciuto finora un solo verso: al riparo dell’ombrello della NATO, ha sperimentato una grande crescita sia economica che civile, e il progressivo allargamento dei suoi confini. A piccoli passi, costruendo una nuova architettura istituzionale, l’Unione ha finora proceduto così. La Brexit inverte il segno di questa storia, e non basta certo una frase di Juncker per assicurare che si tratta solo della scellerata cocciutaggine di un popolo ostinato.

Con il suo monito, il Presidente della Commissione ha parlato in realtà alle paure, non alle speranze degli europei. Chi se ne va, si pente… Si rimane allora seduti tutti intorno allo stesso tavolo, perché guai a lasciarlo, perché non si sa bene cosa c’è fuori, e cosa dunque potrà mai succedere qualora anche noi prendessimo cappello e andassimo via.

Messa così, è messa male per la vecchia Europa. Messa così, l’Unione europea di Juncker sembra reggere solo in forza di una specie di azzardo morale.

L’azzardo morale è quella situazione in cui un soggetto osa quello che non oserebbe se dovesse pagare il conto delle sue decisioni. In altre parole: finché si pensa che fuori dai trattati c’è il caos, l’Unione può reggere anche vivacchiando. Ma qualora questa supposizione dovesse venir meno, lo stallo in cui è finito il progetto europeo non potrebbe più durare.

Il progetto europeo significa, beninteso, molto di più della moneta unica e degli istituti finanziari che debbono sorreggerla. Gli inglesi non ce l’avevano e dunque non poteva essere l’euro a dargli una ragione in più o in meno per uscire o restare. Ma per noi no, per noi non è così. E se l’euro è nato per ragioni politiche ben prima che per ragioni economiche – per tenere dentro una cornice europea la Germania riunificata dopo l’89 – la domanda a cui Juncker e la leadership del continente deve rispondere non è se per gli altri il conto sarà più salato che per noi, ma quali sono, se ancora vi sono, le ragioni profonde per tenere insieme, sotto un unico tetto, i popoli europei.

(Il Mattino, 30 marzo 2017)

Sociale, troppo poco per la nuova civitas

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Non bisogna sottovalutare dichiarazioni di principio e ricorrenze: non scandiremmo la nostra vita secondo un calendario civile, se le date non contassero nulla. Non bisogna sottovalutare neppure le parole, che in certi momenti contano quasi quanto le cose. E tuttavia il programma enunciato ieri a Roma dai leader europei sconta una certa usura del vocabolario con cui declina gli obiettivi da realizzare. Indica, certo, un orizzonte di progresso economico e sociale, che in questi anni si è distribuito tuttavia in maniera diseguale tra le diverse regioni del continente; afferma e fa propria la necessità di lottare contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà, ma non chiarisce se le politiche conseguenti si ritiene che debbano essere adottate per un principio di equità e giustizia sociale, o per correggere gli indirizzi fin qui adottati di politica economica. Nobile intenzione la prima, ma più incisivo proposito il secondo. Il nodo però non viene sciolto, mentre su altri terreni le poche righe impiegate riescono ad essere chiare e nette.

Sull’affermazione del principio di parità fra uomini e donne, in particolare: dal modo in cui viene riproposto, si comprende benissimo che ha la forza di principiare effettivamente linee di intervento contro le discriminazioni e le diseguaglianze di genere.

Dove infine la dichiarazione appare più lontana dal prefigurare in concreto il contenuto dell’Europa sociale di domani è nel formulare l’impegno perché nell’Unione di domani i giovani possano trovare un lavoro in tutto il continente. Una così pronunciata mobilità della forza lavoro non solo non è alle viste, ma sembra possa interessare una fascia esigua di lavoratori, in grado di spendere le proprie abilità e competenze su un mercato più ampio. La fascia può ampliarsi, ed è anzi auspicabile che si allarghi, ma è chiaro che quell’obiettivo promette un dinamismo che non interessa allo stesso modo il laureato e il diplomato, il professionista autonomo e il dipendente pubblico. Punta alla mobilità di un fattore produttivo, più che alla sua protezione.

Forse non c’è altro modo per riprendere un sentiero di crescita, ma l’impressione è che la dichiarazione di Roma stabilisca comunque un ordine di priorità fra le iniziative comprese nella strategia Europa 2020. La crescita è anzitutto intelligente e sostenibile; soltanto poi solidale.

Quello però è il vero tasto dolente della costruzione europea nata nel 1992 con il Trattato di Maastricht, che declinava il patto di stabilità e crescita, in vista dell’introduzione della moneta unica, sulla base di parametri di carattere economico-finanziari – anzitutto il rapporto tra deficit e Pil non superiore al 3%, e il rapporto tra debito e pubblico e Pil non superiore al 60% – privi di un qualunque contenuto sociale.  Prendeva quel Trattato a riferimento i Paesi virtuosi, sui quali gli altri dovevano regolarsi, ma tra le virtù celebrate dal Trattato non ve n’era alcuna che fosse riferita a parametri a carattere sociale, come per esempio il tasso di occupazione.

C’è un punto almeno che questa impostazione trascurava, e che i successivi passi per “andare oltre Maastricht” non mi pare abbiano recuperato, se non molto parzialmente. Esso riguarda il profilo stesso della cittadinanza. Al quale appartiene anche un contenuto sociale, conquistato dai popoli europei, secondo tragitti storici diversi, lungo tutto il Novecento. Sicché, nel momento in cui si provava a costruire intorno alle stelle della bandiera dell’Unione un nuovo senso di appartenenza alla “civitas” europea, priva inevitabilmente del principale collante storico, quello nazionale, doveva apparire imprescindibile far crescere, non far diminuire la dimensione sociale della cittadinanza. Dalla dichiarazione di Roma io mi sarei dunque aspettato una più convinta presa d’atto che contano, certamente, le regole dell’economia, ma contano pure le regole della politica: non tutto quello che può apparire astrattamente preferibile, sul terreno della razionalità economica, è anche politicamente praticabile. Questa è del resto la ragione per cui di razionalità economiche ce n’è più d’una, e troppo a lungo è sembrato che Maastricht e l’euro fossero solo la traduzione sul continente della cura che oltre Manica e dall’altra parte dell’Atlantico aveva preso il nome, negli anni Ottanta del secolo scorso, di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Ovvero: non esiste la società, esistono solo gli individui; lo Stato è parte del problema, non della soluzione. Questi slogan può darsi anche che possano funzionare: dove però esiste un contesto istituzionale già consolidato, e spazi di democrazia condivisa. Dove invece queste condizioni mancano, il risultato somiglia troppo da vicino a ciò che negli anni è diventata, agli occhi dell’opinione pubblica, la tecnocrazia europea, la burocrazia europea, l’Europa dell’euro: non uno svuotamento della politica, ma una politica priva di quel contenuto sociale senza il quale nessuna solidarietà europea può veramente stabilirsi.

(Il Mattino, 26 marzo 2017)

La tentazione di abolire i Parlamenti

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La critica – radicale, definitiva, inappellabile – che Michelle Houellebecq rivolge, sul Corriere della Sera, all’indirizzo della democrazia rappresentativa richiede, per essere discussa seriamente, un passo indietro. Di quasi tremila anni.

Houellebecq parla alla vigilia delle elezioni presidenziali in Francia – alla vigilia delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, istitutivi del primo nucleo di comunità europea – e non si limita a prendere le distanze dall’offerta politica del suo Paese («mi asterrò con particolare entusiasmo»), ma, nel formularla, vi mette il carico da novanta, esprimendo un rifiuto completo e senza sfumature delle istituzioni parlamentari come tali, dell’idea che democrazia possa ancora voler dire rappresentanza – oggi, in un tempo in cui la tecnologia sembra rendere possibile l’utopia della democrazia diretta. Questo è il suo primo argomento. Il secondo è invece che non è vero, se mai lo è stato, che il popolo è ignorante, e che dunque non può prendere direttamente decisioni politiche che richiedono particolari competenze. Il terzo infine è che solo il popolo è legittimato a decidere, e nessun’altra istanza è più democratica di quella che al popolo rimette le decisioni su ogni e ciascuna materia su cui occorra deliberare.

Nessuno di questi tre argomenti contiene – bisogna pur dirlo, con tutto il rispetto per il più famoso scrittore francese vivente – una critica particolarmente originale della democrazia moderna. Che non ricorre affatto all’escamotage della rappresentanza solo perché non si riesce a sentir tutti su ogni argomento. Che non si dota di organismi parlamentari solo per togliere la parola al popolo, di cui non si fida. E che infine non costruisce percorsi di legittimazione costituzionale solamente per limitare in chiave oligarchica l’esercizio del potere politico. Per tutto questo, si potrebbe rinviare Houellebecq a qualche buon manuale di diritto costituzionale, per regolare le questioni su ciascuno di questi punti, e intanto domandargli chi diavolo sceglierà – quale Staff, quale Garante, quale Blog – gli argomenti da sottoporre a referendum popolare, e chi governerà nel frattempo, tra un referendum popolare e l’altro.

Così replicando, si mancherebbe l’essenziale. Da quando i moderni hanno costruito la libertà politica grazie all’invenzione dei parlamenti, eletti con voto libero, universale e segreto, al fianco degli istituti democratici è subito spuntata, infatti, la critica dei fautori della democrazia diretta: niente di nuovo sotto il sole. Prima di essere una piattaforma dei grillini, Rousseau era effettivamente un filosofo di questa fatta.

Ma l’essenziale – cioè il vento populista che gonfia le vele di Houellebecq – non lo si coglie senza tornare indietro, di tremila anni. A Omero, al secondo canto di quel primo, immenso monumento della cultura europea e occidentale, che è l’Iliade. Sono i versi in cui, dinanzi ai capi achei riuniti, prende la parola Tersite, l’unico soldato semplice a cui Omero presti una voce distinta in tutto il poema. Dunque: parla Tersite, ed è un atto d’accusa spietato, condito di ingiurie e improperi, contro i capi achei che hanno portato i loro uomini sotto le mura di Troia per una guerra di cui solo loro, i capi, si ingrasseranno spartendosi il bottino. Parla Tersite, e inveisce contro il duce supremo, Agamennone, mosso solo da sete di oro e di giovani donne da conquistare. Parla Tersite – il gaglioffo Tersite, brutto e deforme, calvo e con la gobba – e non ha tutti i torti, perché quando mai c’è stata una guerra al mondo, a cui non si sia stati spinti per brama di potere, di gloria o di ricchezza? Non ha tutti i torti Tersiet, ma uno, fondamentale, lo ha: non sa che sta parlando non solo contro Agamennone e gli altri capi achei, ma anche contro l’Iliade e l’epica stessa. Non lo può sapere, perché lui sta proprio dentro l’Iliade, è dentro la narrazione delle guerra troiana, essendo di quella epopea soltanto un personaggio. Lo sa però Omero, che dopo avergli lasciato libero sfogo per qualche verso lo fa percuotere e zittire dal glorioso Ulisse. E ci consegna l’unica difesa possibile del senso umano della storia dal tersitismo, il primo nome che ha preso il populismo nella storia occidentale.

Se la ragione è di Tersite, e di Tersite soltanto, non ci sarà infatti più nessuna guerra di Troia, ma anche nessun valore, nessuna causa, nessun canto, nessun senso delle vicende umane diverso dal riso, dallo sberleffo e dallo scherno. Non ci saranno eroi nel tempo degli eroi, ma nemmeno poeti nel tempo della poesia, e uomini di Stato nel tempo degli Stati. Tersite non racconta; deride. Ha ragione, ma non ha tutta la ragione; vede il basso e se ne compiace persino, con la sua sguaiataggine, ma così non riconosce nessuna possibile altezza per la figura umana.

Houellebecq dirà allora: cosa però c’è di più democratico di Tersite? Dobbiamo stare con gli uomini del popolo o con la casta dei tronfi capi achei? Ma questa domanda è frutto di un equivoco, frutto dell’idea che democratico sia solo lo scurrile e il plebeo, e dunque solo il movimento che abbassa e degrada, e non anche il movimento che sale verso l’alto, che forma e trasforma anche il vile ed anche il plebeo. Democrazia è questa seconda cosa qua: è la costruzione di un popolo sovrano, non la distruzione di ogni possibile sovranità.

Nella sua lunga conversazione, Houellebecq dice ancora un’altra cosa importante, sull’assenza di una cultura europea: ci sono solo culture locali, e poi una «cultura globale anglosassone.» C’è del vero, in questa affermazione, che meriterebbe un lungo discorso. Ma intanto: quella di Agamennone, Tersite e Ulisse non è una storia che appartenga a una cultura locale, e nemmeno alla cultura globale anglosassone. Se Europa fosse anche solo il luogo in cui queste storie si continuano a leggere, studiare e raccontare non sarebbe piccola cosa. Come non lo sarebbe costruire un quadro istituzionale europee che, certo, non risolvesse i suoi problemi picchiando con lo scettro i Tersite che provano a prendere la parola, ma neppure lasciando che lo scettro cada dalla mano di Ulisse e da ogni mano. Perché, quando cade, qualcuno che lo raccoglie nuovamente c’è, e di solito non è un Tersite, ma qualcuno che lo stringe molto più forte di prima.

(Il Mattino, 25 marzo 2017)

 

Un richiamo alla realtà e all’Europa egoista

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Accogliere i migranti e i rifugiati, ma distinguere. Non chiudere le frontiere, ma regolare. E integrare, certo, non ghettizzare. E dunque calcolare quanti possono essere integrati. Così ha parlato ieri Papa Francesco, di ritorno da una Svezia meno aperta e generosa che in passato, che però Bergoglio ha tenuto anzitutto a ringraziare per le politiche di accoglienza che anche in passato hanno permesso a molti argentini, a molti sudamericani, in fuga dalle dittature militari, di rifarsi una vita in Europa. In passato: oggi è più difficile, e il Papa lo riconosce. Perché accogliere non vuol dire far entrare chiunque, e fare entrare comunque: vuol dire invece predisporre strutture, servizi, risorse. Vuol dire fare opera di educazione, creare percorsi di cittadinanza, favorire il dialogo e la reciproca comprensione. Tutte cose che richiedono un lavoro paziente, una fitta tessitura di azioni, un serio impegno economico, sociale, culturale; richiedono persino la costruzione di un consenso diffuso, per evitare reazioni di rigetto, paure, risentimenti nella cittadinanza.

Avere presente tutte queste condizioni, e vincolare ad esse la parola del conforto e della solidarietà significa tenere un discorso intensamente politico, con quell’avverbio che il Pontefice scandiva con grande convinzione: «politicamente». Politicamente si paga «una imprudenza nei calcoli, nel ricevere di più di quelli che si possono integrare».

Ma che le politiche sull’immigrazione richiedano l’arte prudente di un calcolo: questo è proprio quello che non ci si aspetta da un Papa spirituale. Il fatto è che però Papa Francesco non è un Papa spirituale, se con ciò si intende un Papa ignaro della struttura del mondo, o della complessità del suo governo. Venuto quasi dalla fine del mondo, vicino ai popoli e ai Paesi meno sviluppati, con poca simpatia verso le grandi accumulazioni di ricchezza e le diseguaglianze generate dall’«imperialismo economico» del mercato, Bergoglio non ci ha messo molto a farsi la fama del Papa di sinistra. Per certi ambienti cattolici, anzi, José Mario Bergoglio è un comunista. Lo scorso anno, durante il volo che lo portava in America precisò perciò di essere certo di non avere detto una sola cosa che non fosse già contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. E aggiunse scherzosamente: «Ho dato l’impressione di essere un pochettino più “sinistrino”, ma sarebbe un errore di spiegazione».

Ebbene, sarebbe, di nuovo, un errore di spiegazione, se le parole pronunciate ieri venissero giudicate poco coerenti, o troppo prudenti, o francamente deludenti. Il Papa che saluta con un cordiale buongiorno dal balcone di piazza San Pietro; quello che va a scegliersi gli occhiali dall’ottico o gira con la sua borsa nera sotto mano; il Papa che, soprattutto, compie un viaggio di portata storica, a Lampedusa, nel 2013, e lì cita, nel corso dell’omelia, le parole con cui Dio si rivolge a Caino – «dov’è tuo fratello?» – per fare i popoli europei e l’Occidente responsabile delle migliaia di vite sommerse dai flutti del mare, quel Papa è lo stesso che ieri ha mostrato con grande chiarezza e lucidità che il senso di umanità è una cosa, il generico umanitarismo un’altra. Che la politica non può minimamente trascurare le conseguenze delle decisioni che è chiamata a prendere. Che deve avere una sua morale, ma questa morale non è assoluta; deve bensì mediarsi con la realtà. Né alla Chiesa cattolica come istituzione è mai appartenuto l’atteggiamento dei santi, dei mistici o degli anacoreti. E nemmeno quello delle anime belle.

La questione dell’immigrazione è, insomma, una questione enorme. Che non si affronta con astratte affermazioni di principio, e nemmeno soltanto con l’appello ai buoni sentimenti. Che ci vogliono, naturalmente. Ma ci vuole anche il calcolo, dice Papa Francesco. Cioè una saggia commisurazione di mezzi e fini.

È evidente che il Pontefice non intendeva con ciò fare sconti a quei popoli che si sottraggono ai doveri dell’accoglienza. La Svezia non è l’Ungheria, e la prudenza non è sinonimo di miope egoismo o di gretto nazionalismo. Se anzi l’Europa riuscisse ad imporre uno stesso atteggiamento di apertura regolata, se facesse suo il calcolo di Bergoglio, se fosse in grado di gestire in maniera coordinata i flussi, con la collaborazione leale di tutti i membri dell’Unione, potrebbe dare una risposta di gran lunga più efficace di quella che oggi mette sotto tensione Paesi rivieraschi come l’Italia e gonfia e altera la percezione degli eventi prestandogli i contorni del fenomeno incontrollato, e perciò tanto più pericoloso.

Ma per questo ci vuole una buona dose di razionalità politica che, bisogna dirlo, ieri sembrava trovarsi nelle parole del Pontefice della Chiesa cattolica romana, più di quanto non accada nei discorsi di certi leader politici europei.

(Il Mattino, 2 novembre 2016)

Il sisma e gli zero-virgola

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La terra torna a tremare ancora, nel centro Italia. Torna a fare danni, provocando crolli e seminando paure fra la popolazione. Linee elettriche saltate, treni rallentati sulle tratte ferroviarie interessate, scuole chiuse. Difficile fare un primo bilancio. Un territorio fragile, che l’incuria ha, negli anni, contribuito a indebolire, si scopre ancora una volta particolarmente vulnerabile. E vulnerabile si rivela il patrimonio edilizio italiano, e la straordinaria eredità culturale disseminato nelle città d’arte, nei paesi, nei mille borghi italiani.

D’improvviso, la discussione sul punto decimale che divide il governo italiano dalla Commissione europea che sorveglia i nostri conti appare quasi ridicola. Un’inezia, a confronto dell’emergenza che si abbatte sul nostro Paese. Certo, l’Unione europea ha le sue regole, ed è giusto che ne chieda il rispetto. Ma è giusto anche che la loro interpretazione – che ha significativi margini di flessibilità, come si è dimostrato in più di un’occasione – tenga conto delle condizioni date: dei diversi paesi membri e dell’Unione presa nel suo insieme. Ciò che allora le condizioni storiche, in questo tempo di crisi, non riescono a fare – e cioè: smuovere le autorità di Bruxelles da una linea di austerità economica di cui, per usare un eufemismo, pochi al di fuori della Germania vedono i benefici – può darsi che lo possano fare le condizioni naturali che il terremoto di ieri sera, purtroppo, ripropone con la forza di una drammatica attualità.

Nei giorni scorsi, si era capito che al governo italiano la Commissione rimproverasse una certa disinvoltura nell’ampliare il programma di investimenti pubblici per la messa in sicurezza del territorio nazionale, sulla base del margine concesso dopo il terremoto di Amatrice. Ieri, una nuova, forte scossa si è incaricata di dimostrare che, forse, l’Italia tutti i torti non li aveva. Che l’imprevedibilità e il forte rischio di nuovi episodi sismici non sono un’emergenza inventata per racimolare punti percentuali di deficit in più, ma richiedono effettivamente al Paese uno sforzo straordinario.

Si può ben dire, naturalmente, che metterla in questi termini significa strumentalizzare il terremoto di ieri. Lo si può e lo si deve dire, perché è così, perché il sisma di ieri può essere davvero lo strumento per aprire la governance europea ad una diversa considerazione degli investimenti pubblici, finora tenuti dentro il patto di stabilità e strangolati dal rigore finanziario, soprattutto nei paesi come il nostro gravati da un così alto debito pubblico.

Qualche giorno fa, parlando alla Camera, il Presidente del Consiglio aveva del resto dichiarato:

«Un Paese che ha vissuto tre terremoti come quelli dell’Aquila, dell’Emilia e quello di Amatrice, Accumuli e Arquata, può permettersi di soggiacere a regole burocratiche per non guardare alle esigenze dei propri cittadini? E’ inaccettabile anche che qualcuno lo pensi». La strumentalizzazione non era forse già tutta lì, nel mettere in fila tre terremoti relativamente distanti nel tempo, per giustificare il programma italiano di rilancio degli investimenti? Forse sì, ma l’alto rischio sismico non è tuttavia un’invenzione del governo.

Sia chiaro: nemmeno gli amici di Giobbe, quelli che dinanzi a qualunque disgrazia o sventura provavano comunque a rintracciare un disegno finalistico nell’opera del Creatore, si permetterebbero di considerare provvidenziale il terremoto di ieri sera. Forse però è provvidenziale, nel senso che costituisce una buona ventura, il fatto che il governo abbia già presentato i numeri della prossima legge di stabilità, insistendo sulla necessità di rivedere quegli aspetti della politica economica che impediscono di agire sulle leve dello sviluppo. Il sisma di ieri suona così come un «a fortiori». Permette di dire: a maggior ragione. A maggior ragione appaiono stupidi i parametri del patto di stabilità, a maggior ragione appaiono miopi vincoli assoluti di bilancio, a maggior ragione sembra suicida portare l’Europa a sbattere contro il muro del trattato di Maastricht. Se non lo è dal punto di vista dell’ortodossia economica, di cui si fanno custodi a Bruxelles, a Berlino o a Francoforte, lo è sicuramente dal punto di vista della sostenibilità politica di una simile rotta.

Il ministro Del Rio ha ricordato che in Italia gli investimenti pubblici e privati sono diminuiti di ben 110 miIardi di euro, dall’inizio della crisi. In Europa siamo a meno 250. Il ministro Calenda ha presentato le misure orientate alla ripresa degli investimenti privati, evidenziando sia la mole ingente (13 miliardi in sette anni) che la direzione (competitività e innovazione tecnologica) che, infine, il metodo (con automatismi che eliminano o almeno riducono l’intermediazione politico-burocratica). Ora Bruxelles guardi bene tutti i conti e faccia le pulci alla manovra, chieda chiarimenti e scopra le eventuali, mancate coperture; vigili, insomma, e controlli. Ma non dimentichi che ieri, tra le Marche e l’Umbria, la terra è stata di nuovo scossa. E che l’Italia, ma l’Unione intera, ha bisogno di ripartire.

(Il Mattino, 27 ottobre 2016, col titolo Se il sisma smonta gli zero-virgola dei censori europei)

L’emergenza che frantuma gli ideali

Mare

Lo scorso anno l’Europa ha adottato un’agenda europea sulla migrazione in cui ha formulato le azioni prioritarie da attuarsi per far fronte l’emergenza. L’emergenza è la seguente: nel corso dell’intero 2014 sono giunti in Europa 282.500 migranti. Nel 2015 hanno tentato di attraversare in maniera irregolare le frontiere esterne dell’Unione Europea 1,83 milioni di persone. Di queste, secondo l’Unicef, il 20% (in lettere: il venti per cento) sono bambini. I numeri si leggono nella articolatissima risoluzione adottata l’aprile scorso dal Parlamento europeo. La quale risoluzione prosegue: menzionando i doveri di solidarietà iscritti nei trattati dell’Unione; ricordando che salvare vite in mare non è solo un dovere morale ma è anche un obbligo giuridico di diritto internazionale; formulando una serie di considerazioni sullo sviluppo di vie sicure e legali per l’accesso dei richiedenti asilo e dei rifugiati. C’è anche dell’altro, nella risoluzione: ci sono i rimpatri, i ricongiungimenti, la tutela dei minori. C’è l’auspicio di un approccio globale alla migrazione, volta a smantellare le reti criminali nella tratta e nel traffico illegale di persone; c’è il richiamo alle decisioni di ricollocazione dei migranti nello spazio interno dell’Unione assunte dal Consiglio europeo per far fronte all’emergenza, con particolare riguardo alla posizione particolarmente esposta in cui si trovano, per motivi geografici, l’Italia e la Grecia; c’è il sostegno operativo ai due paesi del versante meridionale dell’Unione per l’allestimento dei punti di crisi (gli «hotspot»); c’è l’invito a rivedere il regolamento di Dublino che stabilisce sì i criteri per la determinazione dello Stato europeo competente all’esame della domanda di protezione internazionale, e alla concessione dell’asilo, ma che non era stato concepito per affrontare il problema della ripartizione delle responsabilità fra tutti gli Stati dell’Unione. C’è praticamente tutto: c’è il diritto internazionale ma pure quello penale, c’è la cooperazione coi Paesi terzi, di origine e di transito dei migranti, e ci sono  le cause profonde, di carattere geopolitico, che impongono l’azione diplomatica, il coinvolgimento degli organismi internazionali, risorse finanziarie per contribuire a ricostruire i paesi in situazioni di «guerra, povertà, corruzione, fame e mancanza di opportunità». C’è, infine, persino la sottolineatura che il mantenimento dello spazio Schengen – l’Europa senza frontiere interne – è subordinato alla gestione efficace delle frontiere esterne dell’Unione, e non è quindi una cosa che possa essere data per scontata. Anche se subito dopo è espressa la preoccupazione che la chiusura temporaneo di frontiere interne da parte di alcuni Stati membri rischia di mettere in pericolo una delle maggiori conquiste dell’integrazione europea. Insomma: c’è il GAMM, l’Approccio Globale per la Migrazione e la Mobilità, e tutto quello che sta dentro il GAMM.

Dopodiché, essendoci tutto questo, ci sono i sindaci. I sindaci delle città italiane, piccole e grandi, che in buon numero sono pure in campagna elettorale, e a cui riesce difficile partecipare a una gara di solidarietà che temono abbia per loro un costo in termini di consenso. È forse miope – senza forse: lo è senz’altro – avere una così corta vista e ragionare su come affrontare un problema epocale, di così ampie proporzioni, in considerazione del prossimo 5 giugno. Ma di simili miopie, e di egoismi e di paure, insicurezze – a volte legittime, altre volte no –, di interessi poco lungimiranti e pure però di difficoltà obiettive, legate a mancanza di strutture, di mezzi, di disponibilità finanziarie, anche di tutte queste cose è fatto lo spazio Schengen. Cose che, peraltro, non se ne andranno con il 5 di giugno. Allora: deve sicuramente crescere in tutti il livello di consapevolezza della sfida, altrimenti non ce la si fa. Ma deve compiere uno straordinario salto di qualità pure la risposta organizzativa: la risposta pratica, concreta, operativa. Perché i barconi continuano a prendere il mare. Oltre la linea dell’orizzonte che noi vediamo da qui si continua a combattere, e a morire.  Facciamo allora che le affermazioni di diritto non si risolvano in petizioni di principio. E che fra le risoluzioni in dozzine di pagine del Parlamento e l’assessore del comune che deve trovare dalla sera alla mattina strutture di accoglienze idonee, qualcosa ci sia, che leghi piccoli interessi e grandi ideali, e il breve e il lungo periodo, e le paure di perdere tutto e la prospettiva di costruire invece qualcosa. Quella cosa c’era, si chiamava politica. Sarebbe bello dimostrare che serve ancora.

(Il Mattino, 27 maggio 2016)