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Il Pd azzerato alla corte di De Magistris

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Giorni fa, De Magistris l’ha presentata come una scelta di cooperazione istituzionale: le deleghe da assegnare in Città metropolitana prescindono dall’appartenenza politica e vanno dunque a tutti i membri del consiglio. È sempre difficile seguire il sindaco nella lettera delle sue dichiarazioni, ed è quindi poco chiaro cosa significhi che la legge istitutiva dell’Ente «non crea maggioranza e opposizione», dal momento che l’organismo rappresentativo, che ha compiti di amministrazione di un’area vasta, è disegnato perché funzioni sulla base del voto di maggioranza, ed è questo banale meccanismo democratico – e nient’altro – che crea, a Napoli come in tutte le altre città metropolitane, una maggioranza e una minoranza. Quest’ultima, di regola, fa opposizione. Ma il partito democratico napoletano no: si sottrae alla regola. Ricevuto l’invito, lo ha accolto di buon grado e ha prontamente accettato le deleghe. Subito dopo, però, sono cominciati i malumori, i ripensamenti e le pause di riflessione. E il Pd è tornato ad essere quel che l’opinione pubblica è abituato a considerare: un tendone sotto il quale si esibiscono con diversa fortuna gruppi e sottogruppi, senza un filo comune e dunque fatalmente esposto al pastrocchio.

Ci sono stati così gli interventi più decisi dei dirigenti nazionali: lunedì ci ha pensato il presidente del Pd, Matteo Orfini, a giudicare incomprensibile la scelta dei consiglieri democrat; mercoledì è toccato invece al ministro Martina, anche lui in visita a Napoli, ribadire l’ovvio: che cioè assumere una responsabilità nel governo dell’Ente metropolitano non c’entra nulla con la sensibilità istituzionale.

Ciononostante, non è mica detto che i consiglieri del Pd facciano macchina indietro: a Napoli il Pd mette qualche fatica a star dietro alle più semplici ovvietà. Mentre è velocissimo a disfare quel poco che prova a costruire. Due cose aveva fatto finora, dopo aver perso rovinosamente le elezioni: aveva tenuto Valeria Valente in consiglio come capogruppo dei democratici, e scelto una linea di opposizione intransigente. In poco meno di un anno la Valente ha dovuto dimettersi, per via dello scandalo sui candidati a loro insaputa, e la linea di opposizione adottata sin lì, è divenuta un po’ più morbida, e soprattutto passibile delle interpretazioni più creative offerte dai consiglieri metropolitani, dove le deleghe «octroyées», gentilmente concesse da De Magistris, sono state prontamente accettate.

Non era ancora arrivato a tre, il Pd, con le cose da cui ricominciare. Ma prima ancora di arrivarci, ha buttato la prima, e ora vuol buttare via pure la seconda. Il che rischia di tradursi in uno zero, al tirar delle somme.

L’azzeramento delle identità politiche è del resto l’altra faccia della medaglia De Magistris. Lo è dal 2011, da quando De Magistris scassò tutto vincendo a sorpresa le elezioni, nel suicidio della destra e della sinistra napoletana. Sono trascorsi quasi sei anni e misurare i passi avanti è un’impresa assai difficile. Quel che infatti è cresciuto non è certo un nuovo profilo del centrosinistra – o, dall’altra parte, del centrodestra –. L’unica cosa che si distingue con chiarezza – che si vede persino da Bergamo o da Pordenone, e che perciò attira come il miele l’orso leghista Salvini, quando si tratta di far polemiche – è la dolciastra identità partenopea, l’anima napoletana confusa e felice che De Magistris ha deciso di rappresentare. Napoli ha naturalmente anche altri sapori, ma quello che il Sindaco ha scelto funziona come un potente surrogato per una fisionomia politica e culturale che le altre forze presenti in città non riescono in nessun modo ad assumere. Non, almeno, fino ad oggi.

 

Generoso e guascone con le parole, il Sindaco sa poi essere anche furbo con i comportamenti. Seminare zizzania tra i suoi avversari politici, compiere qualche manovra tattica, e offrire un posto in cucina a qualche consigliere: costa poco, vale niente e consente a De Magistris di rimanere saldamente il dominus della situazione. In attesa, beninteso, di altri palcoscenici o della rivoluzione mondiale. Che non si farà in provincia, ma che importa? I democratici non hanno ancora capito che le contraddizioni vengono imputate non a chi vince, ma sempre solo a chi perde. A quanto pare, il Pd sembra insomma deciso ad interpretare al meglio un altro pezzo dell’identità napoletana: quello dal sapore amaro che Francesco Durante ha chiamato una volta «sconfittismo ontologico».

(Il Mattino, 14 aprile 2017)

De Luca e la trappola del fuori onda

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Ennesimo fuori onda, ennesime polemiche. Il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, chiede a gran voce al neoquestore di smentire le parole che Vincenzo De Luca ha pronunciato in via confidenziale, riferendo nel corso di un incontro al deputato del Pd, Leonardo Impegno, un giudizio che il neo-questore di Napoli, De Iesu, avrebbe pronunciato in via privata: la città è peggiorata, De Magistris ha governato come un pazzo.

Ora, seguitemi: se Tizio dice che Caio pensa peste e corna di Sempronio, non è che Sempronio sia tenuto a smentire quel che Caio va dicendo in giro. Anche perché la smentita di Sempronio potrebbe suonare non semplicemente come una smentita, ma come un (involontario) apprezzamento. «Io non ho mai detto peste e corna di Sempronio» significa, per chiunque lo ascolti, che di Sempronio penso bene: e perché mai Caio dovrebbe dare a intendere una cosa del genere?

Il questore ci ha pensato un po’, poi ha smentito comunque, penso per amor di concordia e senso delle istituzioni: ha detto che nel corso dell’incontro con De Luca non ha «evidenziato considerazioni negative» sulla gestione comunale. Domanda: e se invece avesse detto di non avere evidenziato «considerazioni negative, ma neppure positive»? Sarebbe suonata come una specie di indiretta conferma, al di là della lettera ufficiale?

Forse. E, senza forse, sarebbe molto meglio se De Luca non incorresse in nuove gaffe.

Ma si è trattata veramente di una gaffe, o non piuttosto dovremmo parlare di una sorte di intercettazione non autorizzata? Certo, De Luca dovrebbe avere imparato come funzionano le cose, nella democrazia del fuori onda. Dove può succedere che registrino le tue parole anche dopo che ti hanno assicurato che stai parlando «off record»; o che ti piazzino un microfono nei tuoi paraggi senza che tu te ne accorga; o ancora che ti telefonino sotto falso nome e camuffando la voce ti strappino dichiarazioni con l’inganno. A De Luca è già capitato di incorrere in simili infortuni, e poiché non fa quasi mai uso di lievi ed alate parole le sue frasi fanno ancora più rumore.

Ma resta il fatto che non di annunci fatti alla stampa si è trattato, ma di parole che il governatore stava usando in via del tutto riservata, con un compagno di partito, per chiedere un’opposizione senza sconti all’Amministrazione De Magistris. Certo, il governatore parlava in un luogo pubblico, ma cosa vuol dire? Se ad esempio io tengo un comizio e parlo da un megafono, e ad un certo punto scosto il megafono per rivolgermi a bassa voce a una persona che è sul palco con me – poniamo: per farle un complimento galante – è giusto dire che le ho fatto pubblicamente un complimento? Nessuno lo direbbe. Eppure, se quelle parole fossero carpite da qualche potente microfono piazzato lì sul palco, diverrebbero immediatamente di dominio pubblico, e la loro diffusione sarebbe giustificata proprio dal fatto che sono state rese in un luogo pubblico.

A De Luca si può dunque dire di metterci un di più di attenzione, quando si trova in circostanze come quella di ieri: prima di un incontro pubblico, con telecamere, giornalisti e microfoni in giro. Ma un po’ più di attenzione dovremmo mettercela tutti, perché non è un bel vivere quello in cui saltano le distanze e le separazioni fra la sfera pubblica e la sfera privata, fra pubblicità e riservatezza, fra dichiarazioni e confidenze. Il nostro tempo è segnato da una continua erosione della privacy, da una incessante captazione di dati personali, da una costante pressione a rovesciare in pubblico tutto quello che un tempo si svolgeva in privato: tra mura domestiche, in circoli ristretti, fra pochi amici. Non c’è quasi più nulla che garantisca non dico segretezza, ma almeno discrezione. Gli algoritmi che spazzano la rete sono in grado di tracciare il nostro profilo individuale forse meglio di quanto noi stessi sapremmo fare, sul nostro conto; sui social media finisce tutto, dalla culla alla tomba (ecco che fine ha fatto il welfare State!); «amico> è ormai parola che non indica più nulla di intimo, ma solo il raggio delle possibili condivisioni online. E naturalmente la gogna mediatica funziona a pieno regime. In queste condizioni, provare a tirare una linea fra quello che appartiene al discorso pubblico e quello che invece può, o deve, rimanerne fuori è un’impresa disperata. Ma c’è un’altra conseguenza a cui badare. Perché il crollo delle pareti fra l’ambito pubblico e l’ambito privato comporta anche una distorsione dell’agenda pubblica. Cambia la gerarchia degli argomenti di cui si discute, e si mescolano le notizie che andavano prima su pagine e media ben distinti. De Luca stava dicendo, e avrebbe poi ripetuto a voce alta che la linea del Pd a Napoli non può avere incertezze e condiscendenze verso le uscite alla Masaniello, i neoborbonismi e le pulcinellate. Tutti capiscono cosa pensi e a chi si riferisca: non c’era bisogno di alcun fuori onda per cogliere la sostanza del giudizio politico. Ma l’ennesima indiscrezione involontaria ha messo tutto questo in secondo piano, e sulla ribalta c’è finita, ancora una volta, la coda lunga delle polemiche, delle smentite, delle proteste.

(Il Mattino, 31 marzo 2017)

Il Masaniello in lotta contro tutti

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Che cosa succede quando un movimento rivoluzionario arriva al potere? Le vie della storia sono infinite, e può quindi andare come con Pancho Villa in Messico o come con Lenin in Russia, come nell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro o come con la primavera araba dei paesi del Nord Africa. Può finire con la democrazia, la dittatura o l’esercito: non si sa mai. Diverso ancora è però il caso di Luigi De Magistris, che una rivoluzione vera e propria non l’ha fatta mai (non tutti gli uomini hanno la fortuna di nascere nel tempo e nei luoghi consoni alla loro tempra), ma che tuttavia a volte parla come se la volesse fare, o come se fosse proprio quello che finalmente ci vuole: a Napoli, in Italia, dappertutto. Non è così che aveva salutato la sua vittoria lo scorso anno, quando fu riconfermato sindaco di Napoli? Disse: «Questo è l’inizio di una rivoluzione che farà parlare di Napoli nel mondo». E certo: se Salvini venisse a Napoli ogni settimana, e De Magistris gli opponesse le sue fiere parole di rivoluzionario, con tanto di seguito fra i movimenti e i centri sociali pronti a scendere in piazza per difendere non è chiaro se il proprio onore partenopeo, la Repubblica italiana nata dalla Resistenza o l’esperienza pseudocomunarda della città, se andasse così in ogni weekend, forse davvero di Napoli e del suo Sindaco parlerebbe il mondo intero.

Nel modo in cui De Magistris si muove c’è ben più di una vaga consapevolezza di tutto ciò. Così, quando l’occasione si presenta, le briglie istituzionali si allentano e De Magistris rimette la bandana, lasciando scolorire la differenza fra le responsabilità di un uomo delle istituzioni e le scalmane di un capopopolo, come se fra piazza Mercato e Palazzo San Giacomo non vi fosse più alcuna differenza.

Nella storia politica di De Magistris non è certo la prima volta che capita. Quando nel 2014, chiamato a difendere le proprie scelte di magistrato, fu sentito dal Tribunale di Roma, nella sorpresa generale e in maniera chiaramente pretestuosa tirò in ballo Giorgio Napolitano, raccontando di una sua iscrizione nel registro degli indagati all’epoca di Tangentopoli, quando Napolitano era Presidente della Camera. Ovviamente la cosa era finita in nulla e non aveva alcun rapporto con le ragioni per le quali De Magistris veniva ascoltato, ma lui la ricordava con tutta la malevolenza di chi considerava ( e probabilmente considera ancora oggi) Napolitano un suo nemico: incurante del ruolo istituzionale ricoperto dal Presidente della Repubblica, e del suo stesso ruolo di primo cittadino, ma perfettamente consapevole del potenziale impatto mediatico di simili allusioni e maldicenze.

Non diversamente, De Magistris si è a lungo scagliato contro Renzi, quando questi era Presidente del Consiglio, giungendo a farsi cantore dei cavalieri e delle armi di una città derenzizzata. Nella Napoli liberata di De Magistris, infatti, sarebbe stato meglio che Renzi nemmeno mettesse piede. C’era uno scontro in atto, in particolare su Bagnoli, e una campagna elettorale alle porte, e De Magistris ne disse di tutti i colori: parlò di violazione della Costituzione, di violenza di Stato, di uso illegittimo del diritto, di involuzione antidemocratica e di accelerazione autoritaria, e concluse con un appello alla resistenza e alla lotta  – «nelle piazze, nelle strade e nei vicoli»  – che solo lo svolazzo dell’ultima frasetta finale, dedicata all’amore e alla non violenza, permetteva di non scambiare per un invito alla lotta armata.

Quella frasetta c’è sempre, per la verità, nei discorsi e negli scritti del Sindaco, anche se non tutti vi prestano attenzione e qualcuno anzi scende nelle piazze (e nelle strade e nei vicoli) senza serbare memoria dell’amore e della non violenza: lo si è visto sabato.

Ma si è visto anche che De Magistris tiene alla connessione sentimentale con questa parte della città, e anche quando si accorge che a qualcuno è scappata la frizione, non sente la necessità di prendere le distanze. Anzi: sonda, tasta, fiuta. POI sceglie. Sa che deve rimanere legato a quella frase, ma sa anche che certi atteggiamenti da Masaniello riscuotono grandi simpatie e, anzi, aperto consenso in quel mix di radicalismo intellettuale e bisogni popolari che intende rappresentare. Sa che di gente arrabbiata ce n’è, sa che per questa gente arrabbiata i partiti sono minestre riscaldate e sa che, soprattutto a sinistra, il Pd appare il campione di ogni moderatismo (senza peraltro effettivamente brillare per proposta riformistica); sa infine che non è l’attività amministrativa il luogo in cui provare a dare risposte a domande di senso. Perché anche quando la violenza è insensata (oltre che, nei fatti, controproducente) prende almeno un significato politico, ed è quello che De Magistris coglie, al di là o al di sopra delle istituzioni. Per questo, tra chi lo segue non si sono contate ieri le citazioni di Sandro Pertini che, nel 1960, a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, infiamma la piazza e impedisce che si tenga il Congresso dei neofascisti di Giorgio Almirante. Non importano le distanze storiche: evidentemente, De Magistris sa come accorciarle bruscamente. Non contano nemmeno le regole: troppo pesanti e rigide rispetto ai simboli che De Magistris sa come mobilitare. Non conta insomma rappresentare le istituzioni come autorità terze e imparziali, perché farne invece il transfert di un’intensa identificazione con la propria parte politica rende molto, ma molto di più.

(Il Mattino, 13 marzo 2017)

Il populismo non si combatte negando il diritto di parlare

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Il progetto per l’Italia che Matteo Salvini ha spiegato a questo giornale, nel forum di mercoledì scorso, difficilmente potrà far breccia nel cuore dei napoletani. Però era giusto che il leader della Lega avesse tutta intera la libertà di esporlo alla città. È giusto anche che possa tenere la sua convention: negargli la possibilità, per le proteste di un gruppo di manifestanti che ha occupato gli spazi della Mostra d’Oltremare dove si sarebbe dovuto svolgere l’incontro odierno, non è una vittoria, bensì una sconfitta. Che gli dà modo di mettere sotto accusa un’intera città. Un conto infatti è protestare, anche in maniera vivace; un altro è impedire. Un altro ancora – il più amaro di tutti –  assecondare gli arrabbiati esponenti dei centri sociali e della rete antirazzista, e ritirare la disponibilità della sala. Se finisse così, non sarebbe certo un epilogo di cui andare fieri. Ed è una vergogna che sia dovuto intervenire il Ministero dell’interno, per garantire a Salvini l’agibilità democratica in città.

Matteo Salvini ha opinioni sull’euro, sulla globalizzazione, sull’immigrazione, non molto diverse da quelle di Marine Le Pen, che in Francia è candidata alle prossime elezioni presidenziali, e che però può ben tenere i suoi comizi in tutto il Paese. Non molte diverse neanche da quelle dell’olandese Geert Wilders, pure lui prossimo alla sfida del voto (che in Olanda cade il 15 marzo) e pure lui in tour elettorale con un analogo bagaglio di euroscetticismo e xenofobia spinto al limite dell’odio razziale e religioso.

C’è in Europa una destra sovranista, nazionalista e populista, che intende fermare i flussi migratori, smantellare le istituzioni europee, mettere fine in un colpo solo alla moneta unica e all’islamizzazione del continente. Salvini e la Lega Nord condividono queste idee, e vi aggiungono una forte coloritura antimeridionale, iscritta dalle origini fin nel nome, che ancora oggi inneggia, in maniera abbastanza ridicola, all’indipendenza della Padania. Ma quel nome funziona quando si tratta di scagliarsi contro il parassitismo dei meridionali, gli sprechi dei meridionali, il clientelismo dei meridionali, la mafia e la camorra dei meridionali. Questa retorica è ancora utile a prendere voti al Nord, e infatti Salvini non l’abbandona del tutto. Siccome però il fulcro della polemica politica si è spostato: non è più Roma ladrona, ma la Merkel, l’euro e la BCE, Salvini si spinge fino a Napoli a cercare i voti: perché – bontà sua – non tutti i meridionali sono ladri e imbroglioni. Lui crede che a sentirsi offesi dai suoi pregiudizi antinapoletani siano solo i «quattro facinorosi» che protestano: ovviamente si sbaglia, ma è un errore che gli lasciamo volentieri.

Non c’era motivo, però, di commetterne a propria volta. Né occorre tirare in ballo anche a questo giro la famosa frase (erroneamente attribuita a Voltaire): «non condivido nulla di quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo». Semplicemente, una democrazia liberale lascia libertà di opinione a tutti, finché da quelle opinioni non sia concretamente minacciata. Francamente, non mi pare che fosse il caso della trasferta di Salvini tra il lungomare Caracciolo e la Mostra d’Oltremare. È vero che un ordinamento democratico non è solo un insieme astratto di regole e procedure, ma vive nei comportamenti concreti di ciascuno e, a volte, in prassi di vita e di pensiero che hanno bisogno di essere mobilitate, anche contro i Salvini di turno. Se davvero il Sindaco De Magistris intende questo, quando si dice vicino ai centri sociali e auspica «una grande manifestazione popolare, pacifica, ricca di ironia, di cultura e di satira», allora ben venga: non c’è motivo di allarmarsi. C’è, se mai, da annotare l’uso politico che De Magistris viene facendo della storia, dell’identità e del carattere di questa città. Va bene anche questo. Ma ieri si è andati oltre: metodi violenti e disordini, tumulti e ricatti: quelli non possono andar bene. È pericolosa anche l’idea che la democrazia viva solo dell’effervescenza di movimenti e poteri costituenti, e non di un ordine costituito e di istituzioni legittime che son poste a garanzia dei diritti di tutti, anche di quelli che non ci piacciono. Napoli è Masaniello, ma pure Benedetto Croce.

Salvini, dal canto suo, fa il suo mestiere, e deve poterlo fare. In materia di ordine pubblico, spinge per politiche di tipo securitario e, in economia, per una politica fiscale dirompente (una sola aliquota del 15% per tutti) – dirompente al punto da contraddire il principio costituzionale della progressività dell’imposizione fiscale. Anche queste, però, sono opinioni legittime e meritevoli di essere discusse, così come lo sono quelle esposte nell’incontro organizzato dal Mattino. Non è stata una passerella, ma un utile confronto nel quale gli si è potuta contestare l’approssimazione e la faciloneria con cui declina il tema dei trasferimenti al Sud, contestandogli in punta di fatto il racconto di un Nord che elargisce risorse al Sud, quando è piuttosto vero il contrario. Certo, chi ha un po’ di conoscenza storica riconosce nel rifiuto leghista di stranieri e migranti (specie se musulmani), così come nella polemica contro inetti, ladri e speculatori, eco sinistre di pericolose ideologie illiberali. Ma la democrazia: non scherziamo, non la si difende con le intimidazioni, o impedendo a Salvini di parlare. Non c’è motivo di farlo, non c’è motivo di accendere i riflettori su ogni cosa che Salvini fa o dice. Se Salvini viene a Napoli, è perché Napoli è più grande, molto più grande di Salvini. Promettere disordini per indurre l’Ente Mostra a negare la sala significa offrire al leader leghista la possibilità di mettere il suo nome a fianco del nome di Napoli: onestamente, c’era bisogno di fargli questo regalo? E schiacciare Napoli sul confuso radicalismo comunardo dei manifestanti: è questo che fa grande una città, o piuttosto la condanna, per l’ennesima volta, a tenersi lontana e fuori tempo rispetto alle rotte principali della democrazia e della modernità?

(Il Mattino, 11 marzo 2017

 

Se il partito dà ragione a De Magistris

disco solare

Il Pd napoletano sospende il tesseramento: non ci sono le condizioni. Poco prima che fosse diramata la notizia, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, parlando del partito democratico aveva detto: «non possiamo interrompere una decadenza. Il Pd napoletano è in fase di liquidazione». Dispiace che il Pd abbia fatto di tutto per dare ragione al Sindaco. Vengono al pettine nodi che non sono mai stati risolti, che si trascinano da tempo, che hanno portato il Pd, alle ultime elezioni, a sprofondare all’11%. De Magistris si è preso il merito di avere offerto un’alternativa ai democratici, e progetta di trasferirla sul piano nazionale connettendo esperienze e movimenti, reti civiche e amministratori coraggiosi. In realtà, sul piano nazionale non c’è nulla di neppure lontanamente paragonabile all’esperienza napoletana, che resta segnata dall’estemporaneità, ma che prospera per via del drammatico collasso del partito democratico napoletano. Non più tardi di qualche giorno fa, Valeria Valente si è dimessa da capogruppo del Pd, dopo che i consiglieri del suo partito le hanno chiesto di farsi da parte per via dello scandalo dei candidati a sua insaputa presenti nelle liste. Alla luce della decisione presa ieri dalla commissione per il congresso (a quanto pare presa a maggioranza: non è stato possibile trovare un accordo neppure su un atto così rilevante), quel che è capitato alla Valente somiglia – al di là della sua gravità e di eventuali responsabilità che dovranno essere accertate – alla ricerca di un capro espiatorio, o perlomeno a un modo di dimostrare quel che evidentemente non poteva essere dimostrato: che la partita delle irregolarità più o meno gravi, essendo circoscritta a quegli episodi, si chiudeva lì, una volta per tutte.

Non si è chiusa per niente, invece. Certo, è inutile far finta di non sapere che, nei partiti, il tesseramento è un momento di scontro aspro, da cui dipendono gli equilibri dei gruppi dirigenti, e in cui quindi non mancano colpi bassi di ogni tipo. Pensare che a ogni tessera corrisponda un militante che, in coscienza, ha deciso, per ragioni esclusivamente ideali, di partecipare alla vita politica del partito, significa prendersi in giro. Oggi non è così, se mai lo è stato. Tuttavia, con l’assottigliarsi delle ragioni ideologiche e delle scelte di campo, dopo la fine della prima Repubblica, è divenuto sempre più difficile tenere la pratica del tesseramento al riparo da qualunque scorribanda. Questa però è una disamina che vale a livello globale, nemmeno soltanto nazionale. In Italia, il partito democratico ha provato a rinverdire le adesioni al partito con lo strumento delle primarie, che, per via della forte personalizzazione del confronto, mobilitano – almeno in linea di principio – anche una parte di elettorato interessata a aderire indipendentemente dalle cordate locali costruite dal personale politico e amministrativo che prende parte, nei rami più bassi, alla competizione.

Un conto però sono queste valutazioni di carattere complessivo – che dovrebbero peraltro spingere a una regolamentazione di partiti e lobby cui si parla da tempo, ma che non vede mai la luce – ben altro è il caso napoletano, l’odissea di un partito che ha smarrito completamente la bussola, e che sbatte continuamente contro gli scogli degli scandali. Che è già passato attraverso l’esperienza del commissariamento, che ha già dovuto cancellare turni di elezioni dei propri candidati, che ha ridotto al lumicino l’iniziativa politica in città, che dopo le dimissioni della Valente deve ricominciare daccapo l’opposizione a De Magistris, che rinvia da tempo immemorabile operazioni di autentico rinnovamento,  o che, quando le fa, le strozza sul nascere, e che insomma fa davvero troppo poco per contraddire il giudizio sprezzante di De Magistris: un partito in decadenza.

(Il Mattino, 9 marzo 2017)

 

Il diktat del sindaco ha due pesi e due misure

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E così il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha sferrato in poco più di ventiquattro ore un uno-due micidiale, un paio di colpi – uno sopra l’altro invero sotto la cintola – da far invidia al miglior Cassius Clay. Dunque. Domenica De Magistris è andato a Roma, a piazza del Popolo, a parlare dal palco del «corteo sociale» indetto per sostenere il no al referendum costituzionale. Poi è rientrato, si è cambiato d’abito, e allarmatissimo ha annunciato che avrebbe subito verificato se davvero i vertici del San Carlo siano impegnati nella campagna referendaria perché la cosa, ha tuonato il Sindaco, sarebbe molto grave, e configurerebbe l’utilizzo a fini politici di incarichi istituzionali.

Par di aver le traveggole. La persona che nei giorni festivi sfila nella capitale e colà si perita di chiedere dinanzi alla piazza «costituente e ricostituente» nientepopodimeno che «un governo popolare di liberazione nazionale» (qualunque cosa sia), in quelli feriali bacchetta severamente la soprintendente del Massimo partenopeo, Rosanna Purchia, perché avrebbe partecipato a un’iniziativa a favore del sì al referendum. Cioè: De Magistris può andare il giorno prima al corteo romano, parlare e comiziare, mentre Rosanna Purchia non deve il giorno dopo muoversi dal San Carlo, ed è anzi meglio che stia zitta. Lo impone il rispetto delle istituzioni, dice De Magistris, lo esige la necessità di non strumentalizzare un bene pubblico, anzi un bene comune.

Ora, sarebbe il caso che De Magistris spiegasse meglio che cosa significhi rispetto delle istituzioni e cosa bene comune. A giugno, infatti, la giunta da lui guidata ha approvata una delibera con la quale lui, insieme a tutta l’amministrazione comunale, si schierava contro «la deriva autoritaria» della riforma, colpevole di stravolgere l’impianto istituzionale della Repubblica italiana. Non c’è una legge che lo vieta, ma è perlomeno un atto irrituale, che tra le deliberazioni di una giunta comunale spunti fuori una delibera del genere. Invece, quanto al ruolo tecnico della Soprintendente Purchia, per farsi un’idea si potrebbe far così: passare in rassegna le nomine del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, e chiedersi se le persone chiamate a ricoprire incarichi in forza degli atti a firma del Ministro competente non sia meglio che si astengano dal prendere posizione. Il direttore della scuola archeologica di Atene, ad esempio, come la Purchia nominato con decreto del ministro, può dire pubblicamente se vota sì o no, o lo vieta il decoro della Scuola? E il Presidente e i vice-Presidenti dell’Accademia dei Georgofili: loro possono pronunciarsi? E i componenti della Consulta territoriale per le attività cinematografiche, di nomina ministeriale: tutti zitti? Se valesse il criterio di De Magistris per imporre continenza di parole e forse anche di pensieri al Soprintendente del massimo teatro cittadino, la cosiddetta società civile sarebbe ridotta al silenzio d’un sol colpo. E, certo, in tal caso le parole roboanti di De Magistris, la sua battaglia domenicale per «l’autogoverno, l’autogestione, l’autonomia» e per «un’internazionale dei beni comuni» (qualunque cosa siano) rimbomberebbe ancora di più.

Ma per fortuna il rispetto delle istituzioni è una cosa ben diversa dal modo in cui lo interpreta De Magistris. Che è un ex-magistrato, e dovrebbe sapere che i primi a prendere la parola senza tema di compromettere il loro ruolo e la loro funzione sono i magistrati italiani. I magistrati, non i soprintendenti (o gli accademici di questa o quella prestigiosa scuola). Non solo prendendo la parola a titolo personale, ma impegnandosi come associazione. È il caso di magistratura democratica, che a gennaio ha aderito al comitato per il No. Ora, se è un diritto dei magistrati partecipare alla campagna costituzionale referendaria – sentirlo anzi come un dovere civico, quando è in gioco l’architettura democratica del Paese – diviene difficile pensare che il Soprintendente di un teatro invece non possa. Che rischi lei di gettare nella mischia l’istituzione, e non tutti gli altri che si esprimono in un senso o nell’altro.

A meno che De Magistris non si sia ricordato di essersi opposto, lo scorso anno, alla nomina del Soprintendente, e tutta questa sensibilità istituzionale di cui sembra dimenticarsi quando è impegnato a derenzizzare la città non sia piuttosto qualcosa come un sassolino che ancora gli duole nella scarpa, da quando il cda della Fondazione del Massimo decise di procedere nonostante l’opposizione del Sindaco. Lui vuole toglierlo, quel sassolino, e magari prima o poi gli riuscirà di riprendersi uno di quei «palazzi della collettività» (qualunque cosa siano) che gli altri, a suo dire, occupano. Ma decoro, rispetto, dignità e prestigio delle istituzioni può starne sicuro: non c’entrano nulla.

(Il Mattino, 29 novembre 2016)

Emiliano e Dema l’ultima alleanza contro Renzi

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Il gioco dell’oca della sinistra ha dunque avuto inizio un’altra volta. La prima regola per partecipare è ovviamente possedere la pedina da muovere sul tabellone della politica italiana. Che in un gioco competitivo, in cui si vince o si perde, la sinistra si presenti con una sola pedina, questo in verità non è mai accaduto, negli ultimi cento anni. Così, lungi dall’esserci la sola pedina del Pd, c’è, per cominciare, la pedina D’Alema, poi la pedina Bersani, quindi la pedina Cuperlo, infine la pedina Speranza: ciascuna si muove con una propria velocità. A volte un passo avanti, a volte due indietro. A volte fermi per un turno o due. Cuperlo dialoga, D’Alema stoppa; Speranza si sforza di essere possibilista, Bersani rimane piuttosto pessimista. D’Alema stoppa di nuovo. E tutti tornano alla casella di partenza.

Poi ci sono le altre pedine, quelle manovrate da chi sta fuori dal Pd: la pedina Sinistra italiana (a sua volta rappresentata da due sottopedine: da quelli che provengono da Sel e vanno verso il Pd, tipo il sindaco di Cagliari, Zedda, e da quelli che provengono dal Pd e vorrebbero tenersene il più distante possibile, tipo Fassina o D’Attorre), la logora pedina comunista (o post-, o ex-, o ri-: tipo Ferrero, o Bertinotti), la pedina che in ossequio a una vecchia idea potremmo chiamare della sinistra indipendente, formata dagli intellettuali di area, tipo Rodotà o Zagrebelski. Fino a non molto tempo fa, inoltre, sullo stesso tabellone giocavano per alcuni anche i grillini; ma ormai, dopo il connubio della sindaca Raggi con la destra romana, è molto più difficile farne una costola della sinistra. Da ultimo, però, c’è l’importante pedina che potremmo definire civil-rivoluzionaria, in omaggio alla vecchia, naufragata idea del Pm Ingroia (presente al raduno di D’Alema e Quagliariello), ma anche al profilo dei suoi due vistosi portabandiera: Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, e Michele Emiliano, governatore della Puglia. Loro stanno a cavalcioni: uno fuori e l’altro dentro il Pd, ma entrambi passionali e pugnaci, e soprattutto entrambi determinatissimi a mettere la loro esperienza amministrativa a disposizione. Di cosa? Di un nuovo soggetto politico, di una rinnovata partecipazione dal basso, di una nuova e più democratica maniera di fare politica, di una riapertura di dialogo a sinistra, della costruzione di un’alternativa, della ridefinizione, infine, del concetto stesso di sinistra. A disposizione di tutto questo, e del loro personale futuro politico, naturalmente.

Perché il conto è presto fatto: se l’esposizione dei partecipanti al gioco prende metà articolo, qualche problema c’è. C’è un problema portato dal protagonismo di alcuni dei personaggi elencati, ma c’è anche, in realtà, un problema legato a certe idee radicate. Anzitutto la vocazione per l’opposizione, in quanto luogo dove è più facile custodire intatta la propria identità e purezza; in secondo luogo, un modello di democrazia che definire consensualista è fargli un complimento ingiustificato. Bastava ascoltare Zagrebelsky, la sera del confronto con Renzi, dire che vede con un brivido di paura un governo che duri cinque anni (cioè che duri il tempo dettato dalla fisiologia costituzionale attuale, quella che il professore strenuamente difende), per convincersi che non di costruire un consenso ampio intorno alla decisione si tratta, ma di indebolire puramente e semplicemente il momento della decisione. Per lasciarla, evidentemente, in mani più miti e più sapienti: la decisione è infatti la chiave dell’esercizio del potere, ma a Zagrebelski e a certa dottrina non basta che sia un potere democratico, legittimato dal voto; preferisce, piuttosto, che a prendere la decisione siano gli ottimati del sapere (costituzionale, s’intende).

Ora, il gioco dell’oca della sinistra ha un traguardo, il 4 dicembre, fissato dal referendum sulla riforma costituzionale, cioè da Renzi. Ma i partecipanti non corrono, a ben vedere, per far vincere il no in odio a Renzi, ma perché, se vince il no, il tabellone non cambierà, e le pedine potranno rimanere tutte lì: nello stesso, sparso ordine in cui sono abituate a muoversi. Così si giocano, in realtà, due partite. In una, gioca il partito democratico nella sua larga maggioranza. E Renzi, che punta davvero a riporre il vecchio tabellone nella scatola del passato: dal punto di vista dei costumi politici, infatti, ancor prima che dal punto di vista dell’ordinamento della Repubblica e dell’assetto istituzionale, il referendum rappresenta indubbiamente un cambiamento profondo. Un’altra scacchiera. E nuove regole di gioco. Nell’altra, si gioca invece per posizionarsi nello scenario che seguirà all’appuntamento elettorale, qualora dovesse vincere il no.

In quest’altra partita, De Magistris ed Emiliano stanno forse qualche casella più avanti. Riescono infatti a intercettare quell’animus populista, quello spirito anti-casta, quella polemica nei confronti del ceto politico (di cui pure fanno parte, inevitabilmente) che gode oggi di un ampio favore, e che obiettivamente i D’Alema, i Cuperlo o i Bersani faticherebbero a rappresentare. La riforma non li spazzerà via (non spazzerà via nessuno), ma è chiaro che se vincesse il no, i due eroi della sinistra popolare non solo resterebbero in campo ma darebbero ulteriore fiato alla loro ottima e abbondante retorica (e qualche chance in più alle loro legittime ambizioni di recitare su un palcoscenico nazionale).   Che poi una vittoria del no significhi davvero per la sinistra avere qualche opportunità in più e non pescare invece la carta imprevisti, lasciando il tabellone in mano ai Grillo e ai Salvini, questo è più difficile a credersi.

(Il Mattino, 15 ottobre 2016)