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La sfida: tornare una vera comunità

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A distanza di un mese, la fotografia del partito democratico che è restituita dal voto congressuale è chiara: in città vince Nicola Oddati; in provincia, è invece davanti il neo-segretario Costa. La frattura non potrebbe essere più netta. E non potrebbe rendere più acuto il paradosso di un partito guidato da un segretario in minoranza in tutti i quartieri della città, dal Vomero a Poggioreale. Il suo lavoro comincia subito in salita, dunque – se comincia, perché il contenzioso sull’esito del congresso aperto dinanzi alla magistratura è ancora in piedi.
Le elezioni, d’altra parte, sono alle porte, e non è ben chiaro come il Pd arriverà al cruciale appuntamento. Non è ovviamente in gioco solo la formazione dei gruppi dirigenti, ma anche, anzi soprattutto, la selezione delle candidature. Che non verrà affidata alle primarie, come nel 2013, ma alle decisioni dei vertici, e dunque il tema della loro legittimazione è decisivo. E però può succedere di tutto: che si arrivi al giudizio del Tribunale; che il congresso finisca gambe all’aria; che il risultato ne venga confermato; che con uno scatto di improvvisa ragionevolezza si riesca a trovare un accordo che eviti il provvedimento del giudice.
Ma non c’è solo il Pd. O per meglio dire: la fotografia del voto democrat può essere presa come un’indicazione più generale, che viene confermata a Napoli come altrove: che cioè la città e il suo hinterland viaggiano ormai lungo linee divergenti. Un libro di Pareg Khanna, “Connectography”, ha di recente tracciato la mappa del mondo a partire dalle città: sono le città, infatti, che trainano il mondo,  sono le città i nodi reali dell’economia globale. Le città e non gli Stati, la cui funzione regolatrice ed equilibratrice mostra ormai la corda. Le città però dovrebbe significare: le aree metropolitane e il loro retroterra, sempre più connesse funzionalmente e simbolicamente con i capoluoghi.
Napoli però è molto lontano da questo modello di sviluppo. La separazione fra città e provincia dovrebbe essere ricucita dalle istituzioni dell’area metropolitana, ma le istituzioni dell’area metropolitana non hanno ancora cominciato a funzionare. Napoli e l’area vasta non viaggiano affatto all’unisono, né socialmente né politicamente. E anche nel partito democratico si riproduce la spaccatura, non solo nell’espressione del voto ma anche nelle condotte politiche: in città il Pd tiene un atteggiamento intransigente nei confronti di De Magistris e conduce un’opposizione senza sconti; in provincia, invece, tiene un atteggiamento ufficialmente “responsabile” e non disdegna accomodamenti con il Sindaco.
È difficile capire, in queste condizioni, che Pd sarà: un partito fieramente avversario del mondo arancione, che d’altra parte ha cercato in queste settimane un dialogo ravvicinato con la nuova formazione di sinistra, i Liberi ed Uguali di Pietro Grasso, oppure un partito disponibile al compromesso, in cambio di qualche quota di sottoporre nella gestione dell’ente metropolitano? Un partito in cerca di nuovi collegamenti con la società civile, o un partito dominato ancora dalle scelte dei capibastone? Un partito capace di interpretare le sfide della modernizzazione, delle forze più dinamiche della città, o un partito preoccupato di conservare quote sempre più residuali di consenso? Un partito capace di ritrovare il senso di una comunità politica, o un partito costretto ancora una volta a fare intervenire altre istanze per regolarne la vita interna, che si tratti di un giudice o di un commissario?
Non tutti questi dilemmi corrono ovviamente lungo la linea di separazione fra città e provincia, ma tutti però sono ostacolati, nella loro soluzione, da linee di divisione che si approfondiscono fino all’incomunicabilità, e che rendono difficile assegnare  al partito democratico il titolo di interlocutore affidabile per la costruzione di un progetto politico che coinvolga tutta la cintura partenopea.
Eppure non vi sarebbe altro modo di pensare la città, da parte di una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti, se almeno si vuole che nelle mappe delle nuove connessioni globali compaia, in futuro, anche Napoli.
(Il Mattino, 18 dicembre 2017)
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E’ partito l’avviso di sfratto

Messerschmidt

Mozione di sfiducia per Luigi De Magistris. Firmata: Roberto Fico, Matteo Brambilla e il Movimento Cinquestelle. Dunque i grillini provano a fare sul serio anche a Napoli. E battono il loro primo colpo, da quando sono presenti in città, nel momento in cui massima è la difficoltà del sindaco di Napoli, e massima è anche l’eco del voto siciliano. Ci sono già state, è vero, le vittorie di Roma e Torino, ma quelle esperienze amministrative non hanno finora dato motivi di lustro particolari. La Raggi, a Roma, si sta rivelando un fallimento, e anche la Appendino, a Torino, dopo i primi mesi di luna di miele, comincia a sentire la fatica dell’amministrazione. Meglio dunque mettersi in scia del successo nell’isola. Anche se infatti è stato il centrodestra a spuntarla, il sentiment – come oggi si dice – è positivo e la sensazione che la ruota giri a favore dei Cinquesteĺle è forte.

Così, dopo anni di appeasement, anni in cui non si capiva se i grillini potevano considerarsi una proiezione nazionale degli umori espressi a Napoli da De Magistris, o viceversa De Magistris un precipitato locale di un fenomeno di rigetto della politica tradizionale già diffuso su scala nazionale, le cose sono infine venute a un chiarimento: Fico vuole candidarsi a sindaco di Napoli, i Cinquestelle non possono più accontentarsi di andare in scia. In realtà non era vera né l’una né l’altra cosa, Dema e Cinquestelle non sono sovrapponibili. Ma è chiaro che – date pure tutte le differenze – non possono esserci a Napoli due movimenti antisistema, due movimenti populisti, due formazioni in lotta contro tutti e tutto.

Il dado, dunque, è tratto. E il salto da Brambilla a Fico, quanto a peso politico, non è piccolo: nel 2016, il Movimento ebbe la bella idea di candidare contro De Magistris un volenteroso attivista, dal cognome inconfondibilmente settentrionale, oltretutto tifoso juventino: non proprio una scelta aggressiva. Così come non è stata finora aggressiva la condotta in consiglio comunale. Ma ora lo scenario è cambiato, il Movimento Cinque Stelle è il primo partito d’Italia, e a Napoli – ha spiegato Fico – «c’è la possibilità che la giunta salti». Bisogna allora farsi trovare pronti. L’annuncio di ieri, con la presentazione di una mozione di sfiducia per le condizioni in cui si trova il bilancio cittadino, e la richiesta di una «operazione trasparenza a salvaguardia del Comune e di tutti i cittadini napoletani» segna l’inizio delle ostilità.

De Magistris ha reagito abbozzando, provando a smorzare il significato dell’iniziativa, giudicando legittimo che una forza politica di opposizione «in un momento difficile per la città, provi a dare una spallata a sindaco». Il fatto è che per la città è un momento difficile, ma pure per il suo sindaco. Che avverte segni di scollamento nella sua maggioranza. Che intanto cerca di costruirsi un futuro politico oltre l’esperienza municipale. E che soprattutto si trova in una difficilissima impasse: ad ogni passo che fa in cerca di una soluzione istituzionale alle difficoltà amministrative e di bilancio in cui versa il Comune di Napoli, più fortemente sente l’insofferenza di un pezzo dei movimenti. E se viceversa continua a giocare alla rivoluzione, reclutando su Facebook «i combattenti nell’esercito popolare di lotta per i beni comuni», sente che gli si fa il vuoto istituzionale intorno. Ma quanto a lungo può funzionare scomodare la Costituzione e le lotte di popolo per l’accordo sul trasporto pubblico? Più alzi i toni, più in realtà misuri lo scollamento dalle fatiche quotidiane della città. Più ci dai dentro con la retorica, più dimostri tutta la stanchezza e l’affanno amministrativo.

Buon ultimi, i Cinquestelle si sono dunque messi a fare opposizione. L’onesto Brambilla rimane lì, a fare la sua figura da comprimario, e intanto scende in campo Roberto Fico (a cui peraltro Di Maio ha sbarrato la strada sul piano nazionale). Se le cose in tutta Italia arridono al movimento, perché Napoli dovrebbe fare eccezione? Finora, il solo motivo era rappresentato proprio dalla bandana di De Magistris. Se il vuoto della politica perdura, dopo l’arancione, non è forse possibile che invece dell’azzurro del centrodestra, o del rosso del centrosinistra, si arrivi al giallo limone dei grillini?

(Il Mattino, 7 novembre 2017)

La diaspora che sa di passato

Exitù

Lo scenario è in movimento, ed è fresca di stampa una legge elettorale che suggerisce di coalizzarsi anche solo in vista delle elezioni, giusto il tempo necessario per conquistare uno scranno parlamentare. Tutte le soluzioni sono dunque possibili. Vale a Roma e vale pure a Napoli, dove l’agitazione è da ultimo provocata dall’uscita di Antonio Bassolino, che ha abbandonato il partito democratico e ha ripreso a dialogare con il sindaco De Magistris. La motivazione risiede anzitutto nella vicenda personale di Bassolino, com’è chiaro dalle parole usate dalla moglie, l’onorevole democrat Annamaria Carloni: «Antonio non è stato rispettato sul piano politico e umano», «Contro Antonio è stato alzato un muro», «Antonio è stato maltrattato». Ma ci sono anche motivazioni politiche generali: Bassolino ritrova infatti la compagnia dei fuoriusciti del Pd, di tutti coloro cioè che pensano che il centrosinistra non può rinascere se Matteo Renzi non toglie il disturbo.

Quale centrosinistra può però rinascere, se i protagonisti di questa estenuante diaspora sono gli stessi che hanno navigato prima nell’Ulivo e poi nel Pd in tutti questi anni? Non ha un inevitabile sapore di passato, tutta questa discussione? E che c’entra Napoli, la città, con tutto questo? Bassolino va ad aggiungersi ai Bersani e ai D’Alema che hanno guidato la sinistra in Italia per non meno di un paio di decenni. Sbalzati di sella dalla nuova generazione democrat, oggi faticano a riconoscersi nel Pd a guida renziana, ma faticano ancor di più ad accorgersi di come la sinistra che vuole essere alternativa a Renzi, se ha numeri e idee per esistere, non sarà certo per riconoscersi in costoro. Non ha nessun motivo per farlo.

Visto dalla sinistra radicale, questo fantomatico nuovo centrosinistra che nascerebbe se solo Renzi si facesse da parte non è infatti altro che un imbroglio, un pannicello caldo, un cambio di facce ma non di politiche.

A Napoli la cosa prende un’evidenza palmare. Bassolino si avvicina a De Magistris – come del resto ha fatto Mdp in consiglio comunale – e comincia a ragionare di possibili candidature nei collegi uninominali. Dalle parti di Dema, e dei movimenti che appoggiano l’attuale giunta, in molti storcono il naso, per non dire di più: com’è possibile che la rivoluzione arancione torni indietro agli anni di Bassolino alla guida della città? Come può Bassolino rappresentare l’area degli insorgenti, dei benecomunisti, dei centri sociali?

Non può. Però si finge che sia possibile, perché De Magistris qualche interesse a dialogare con Bassolino ce l’ha. Si tratta di costruire una sponda politica per compiere la traversata in Parlamento. Un collegio uninominale è quel che ci vuole. Il progetto di mettere dentro tutti quelli che non ne vogliono sapere del Pd fa giusto al caso, il caso suo o forse meglio quello del fratello, Claudio. E cade pure al momento opportuno, mentre si accentuano le difficoltà dell’Amministrazione comunale, che continua a camminare sull’orlo del definitivo dissesto: la politica interviene insomma come arma di distrazione di massa.

La conversione di un’esperienza amministrativa in una prospettiva politica, buona per conquistare un seggio in qualche quartiere della città, resta però un’operazione complicata assai. Ma il Sindaco ci lavora da tempo, consapevole che la sua stagione a Palazzo San Giacomo sta per finire. E una presenza in Parlamento di Dema è il miglior viatico per tentare, più in là, la conquista della Regione. Tanto più se il campo democratico dovesse rimanere privo di una riconoscibile identità e di un vero progetto politico.

Perché è chiaro: tutte le fortune di De Magistris dipendono dalle sfortune e dai fallimenti dei democratici. È stato così fin dalla prima elezione a Sindaco, nel 2011, e continua ad esserlo ancora oggi. La stessa figura di Bassolino può essere usata per sottolineare le difficoltà in cui si dibatte il Pd. Ogni parola di Bassolino è infatti un implicito atto di accusa contro tutto quello che è venuto dopo di lui, contro le insufficienze e i balbettamenti della dirigenza piddina.

Per questo, il congresso provinciale che il Pd celebrerà fra poche settimane può avere un’importanza cruciale. A condizione, naturalmente, che venga giocato non solo per riempire le caselle in vista dei posizionamenti futuri in lista, ma per proporre un nuovo, credibile profilo del partito in città. In passato le occasioni sono fioccate, tra elezioni municipali e elezioni politiche, commissariamenti e segretari di nuovo conio. Ciononostante, mancandole sempre tutte, il Pd si trova allo stesso punto di prima: senza una chiara linea politica, e con molte difficoltà a suscitare attenzioni e passioni nella società civile.

Ora c’è una nuova prova, il congresso provinciale. La competizione fra Oddati, Costa e Ederoclite per la segreteria democratica deve però ancora decollare. Ma può farlo solo a condizione che il confronto venga sottratto ad una dinamica introflessa, solo per addetti ai lavori (ed esperti di tesseramento), se smette cioè di essere una vicenda tutta piegata sulle diatribe interne, e viene proposto invece alla città come occasione per tirare finalmente una linea e ripartire.

Bassolino e De Magistris simboleggiano, insieme, i nomi di ciò che il Pd non può più essere: da un lato, un’opposizione priva di nerbo e di credibilità in città; dall’altro, il cono d’ombra in cui il centrosinistra si è cacciato dopo la fine politica di Bassolino. Ma cosa il Pd può invece essere, lo si deve ancora capire. E se quei due si mandano segnali, è evidentemente perché c’è ancora un vuoto in cui possono provare a infilarsi, provando a prolungare storie già finite da un pezzo (nel caso di Bassolino) o a inventarne di nuove per non rispondere del proprio operato (nel caso di De Magistris).

In effetti, qualcuno che chiuda questo intermezzo – come nel film di Billy Wilder, «Irma la dolce» –  promettendo finalmente di raccontare un’altra storia, ancora non c’è.

(Il Mattino, 5 novembre 2017)

La riflessione necessaria per ripartire senza vecchi vizi

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L. Bourgeois, Appointment at 11.00 a. m. (1989)

La decisione di tenere la conferenza nazionale programmatica del partito democratico a Napoli nell’ultimo fine settimana di ottobre rende più che probabile uno slittamento di qualche settimana del congresso provinciale, inizialmente previsto nelle stesse giornate. È una decisione saggia, che introduce un po’ di ponderatezza in un dibattito che rischia altrimenti di dilaniare per l’ennesima volta il Pd. Non c’è nulla di male, ovviamente, nel celebrare un congresso in cui si confrontino più candidati alla guida del partito, ma c’è qualcosa di insano nel farlo, senza che vi sia una ragionevole certezza che almeno questa volta le cose fileranno lisce. Allo stato, questa certezza non c’è, e le esperienze recenti consigliano qualche prudenza in più, visto che il Pd non può certo permettersi di farsi un’altra volta travolgere dalla polemica sul modo in cui si fanno le tessere o si esprimono i voti. Tanto più se questo dovesse succedere a pochi mesi dal voto politico nazionale, e in una città governata dalla più esuberante forma di populismo di sinistra oggi disponibile. Che sembra star lì, a Palazzo San Giacomo, al solo scopo di ricordare in ogni momento l’insufficienza del profilo riformista del Pd.

Il Pd deve o dovrebbe partire proprio da qui: da nuove proposte, da progetti e idee per la città, da una robusta ripresa di contatto con la società civile e, certo, anche da una classe dirigente rinnovata. Nella difficoltà di ricomporre il partito intorno a una scelta unitaria, c’è il rischio che tutto questo passi invece in secondo piano, e prevalgano ancora una volta le macchine notabilari con i pacchetti di tessere a decidere la partita. Il tempo supplementare di cui può godere ora il Pd napoletano, può ancora essere speso per costruire almeno un percorso condiviso nell’avvicinamento al congresso e, magari, anche un segretario individuato con l’accordo delle varie componenti. Non riuscisse il tentativo, ci si può scommettere che il partito democratico si trasformerà per l’ennesima volta nel campo di Agramante, con ricorsi e colpi bassi, contestazioni e richieste di salvifici interventi da Roma. Perché nessuno conosce, al momento, com’è formata la base elettorale di questo congresso, cosa è successo con le iscrizioni online al partito e quali sono i numeri nelle diverse realtà territoriali. Né si vede ancora un partito capace di animare un vero confronto di opinioni, con il coinvolgimento reale di pezzi della società a cui offrire un’alternativa seria e soprattutto credibile alla dilagante retorica arancione.

I limiti del Pd sono, del resto, sotto gli occhi di tutti. Non è un caso che Mdp-Articolo 1 abbia scelto di tenere a Napoli la sua festa: fra le grandi città italiane, è quello che offre sicuramente più spazio alle formazioni della sinistra radicale per cercare un consenso popolare: Roma e Torino sono in mano ai CInquestelle, Milano, Bari, Bologna, Palermo, Firenze hanno amministrazioni a guida democratica con un buon indice di gradimento; resta Napoli, e infatti è qui che cerca di darsi la sua rappresentazione una sinistra più larga e plurale. Di fatto, in questi giorni, mentre i dirigenti locali sono alle prese con il rebus del congresso – quando tenerlo, come tenerlo se non addirittura perché tenerlo – i ministri del governo Gentiloni vengono a Napoli per parlare di politica con i fratelli coltelli di Mdp. Il mitico dibattito lo fanno loro, insomma, con i democratici napoletani assenti (ma presente Antonio Bassolino). I temi sono i diritti, la costituzione e l’antifascismo, il mezzogiorno e il regionalismo, l’ambientalismo e le violenze sulle donne, le mafie e la scuola. Ci sono, insomma, tutte le parole con le quali si è costituita in Italia l’identità storica della sinistra: c’è persino il dibattito sul «nuovo umanesimo», che si trova già declinato nel manifesto dei valori del partito democratico. Quelli di Mdp fanno la loro parte, insomma, e provano a sottrarre terreno al Pd e a dire che la sinistra sono loro. E certo è più facile se il Pd, a Napoli, non comincia a dire nuovamente cos’è.

Il tempo per lavorarci adesso, forse, c’è. O almeno ce n’è un po’ di più: dare nettezza alle linee programmatiche; dare forza all’opposizione alla giunta De Magistris, dare peso alle scelte di politica regionale, persino restituire al partito il senso di una comunità si può. A patto però di non ricadere negli antichi vizi, dominati da una distruttiva coazione a ripetere.

(Il Mattino, 28 settembre 2017)

Pd, i giochi di potere di un partito smarrito

Donald Judd Untitled 1980

D. Judd, Untitled (1980)

Cosa conviene fare ai democratici, di qui al congresso provinciale: consumare le prossime settimane in un gioco di posizionamenti fra i vari maggiorenti, in cerca di accordi sui diversi livelli di governo del partito – la segreteria provinciale a me, la segreteria regionale a te, i capolista in città a me, i capolista in provincia a te, e così via – oppure spenderle nella ricerca di una linea politica e di un profilo definito? Provate a chiedere in giro che cos’è il partito democratico a Napoli. Gli elementi di riconoscibilità in città sono pochi o nulli: le posizioni all’interno delle istituzioni rappresentano l’unico prova dell’esistenza in vita del partito democratico.

Eppure la materia per fare politica c’è, in abbondanza. Nei suoi anni a Palazzo San Giacomo, il sindaco De Magistris ha cucinato una pietanza nuova, un cibo che ai napoletani è piaciuto per ben due volte, e ora il Pd deve decidere se era davvero una roba commestibile, o se invece conteneva ingredienti adulterati. In quel piatto c’è abbondanza di retorica di una sinistra antagonista e altermondialista, appelli ad un’interpretazione radicale della tradizione democratico-costituzionale, forti iniezioni di una certa napoletanità (quella che culmina nel gigantesco corno scaramantico sul Lungomare «liberato»), esaltazione dello spontaneismo delle culture giovanili, lotta tonitruante alla corruzione come bandiera ideologica, mista però a insofferenza per la fredda razionalità legal-burocratica. Poi c’è la più prosaica attività della giunta arancione, le serissime difficoltà finanziarie in cui versa il Comune, le opere pubbliche al ralenti, la situazione drammatica dei trasporti pubblici, e insomma un’attività amministrativa su cui pure il Pd deve esprimere un giudizio privo di ambiguità. E quale migliore occasione di un congresso del partito?

Ma questa occasione, l’ennesima, il Pd rischia di gettarla al vento. Un po’ perché incombono le elezioni politiche, e il controllo del partito è un pezzo essenziale nella partita per le prossime candidature, un po’ perché non sa nemmeno da dove cominciare. E quando non si sa da dove cominciare, si comincia (e spesso si finisce) col “fare le tessere”. Tutto il resto viene messo tra parentesi.

Intendiamoci: la politica ha le sue necessità, ed è ingenuo pensare che si possa contare solo sui buoni argomenti, sulla forza della persuasione e sullo slancio ideale. Ma è proprio uno sguardo realista e disincantato sulla condizione del partito democratico a Napoli che suggerirebbe di riprendere daccapo il filo della politica. Un partito che conta solo sulle risorse clientelari e le pratiche di sotto governo è destinato a perdere. Non ha capacità di mobilitazione, non ha credibilità, non è in grado di sviluppare un’autonoma progettualità. Non serve a nulla: soltanto a se stesso, alla propria sopravvivenza sempre più residuale.

Non è dunque un atto di generosità che ci si aspetta dai vari De Luca, Casillo, Topo, Cozzolino, ma una presa di coscienza e, di conseguenza, una parola di chiarezza: dove si colloca il Pd? È un partito della sinistra riformista, sì o no? Se lo è, come può confondersi con il populismo cheguevarista di Luigi De Magistris? È il partito democratico il partito che governa a Roma con Gentiloni e a Palazzo Santa Lucia con De Luca? Se sì, come può mettere la sordina all’opposizione a Napoli e nell’area metropolitana? C’è forse una prospettiva politico-amministrativa per l’area metropolitana, che il Pd condivide con Dema e la sinistra radicale? A distanza di sei anni dal primo sventolìo della bandana sul palazzo comunale, la risposta a queste domande non può essere data distrattamente, quasi per sbaglio: deve diventare invece il cuore di una proposta alternativa di governo della città. Solo così il Pd può trovare un’eco nell’opinione pubblica, avvicinare una nuova generazione alla politica, raccogliere energie e intelligenze, recuperare un rapporto con la società, e forse persino fare qualche tessera in più.

Ma forse l’ostacolo principale, per un congresso fatto su grandi opzioni di linea politica e visioni dello sviluppo urbano, piuttosto che sugli organigrammi e gli inciuci, sta nella convinzione che, nell’età della politica personale, un partito vero non serve. Costituisce anzi un freno, un impaccio, una mediazione inutile che può ormai essere saltata. Il fatto è che però non viene affatto saltata; viene anzi mantenuta, sia pure solo fittiziamente, per risultare così il luogo della rappresentazione più deteriore e usurato della politica, fatto di accordi sottobanco, melina sui giornali e una babele di voci che si sovrappongono senza un disegno unitario. L’esito ultimo sappiamo però qual è: il populismo. Grillino a Roma, arancione a Napoli. Sta allora al Pd decidere se intende davvero sfidarlo, o accontentarsi di vivacchiare in cucina, mentre il capopopolo di turno continua a fare il suo show come se fosse a Masterchef.

(Il Mattino, 12 settembre 2017)

Le ambizioni politiche e la città dimenticata

Napoli

Un «buon risultato», dice Luigi De Magistris, che trae dal voto amministrativo di domenica motivi di soddisfazione per gli esiti di Arzano e Bacoli, dove i candidati appoggiati dal Sindaco di Napoli hanno raggiunto il ballottaggio. Non è andata così nelle altre città dove compariva il simbolo della lista DemA, ma, parola del Sindaco, «era importante cominciare». Certo, in tempi di estrema volatilità del voto, tutto può essere: persino che un giorno l’attuale primo cittadino siederà a Palazzo Chigi, con un consenso capace di andare oltre la cinta daziaria del capoluogo partenopeo, ma intanto che cosa si fa? Di fronte all’esiguità dei numeri raggranellati domenica, è più facile ipotizzare per Dema un destino simile nelle percentuali alla infausta «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia, che non improvvisi sfondamenti elettorali, sul modello di Podemos in Spagna. Il dato medio di Dema si aggira infatti tra il 5% e il 6%: non propriamente un successo. De Magistris pesca inoltre in un’area nella quale sono già presenti numerose formazioni politiche di sinistra-sinistra – da Pisapia a Sinistra Italiana, da Civati a Mdp di Bersani e D’Alema –, senza dire che il voto dato in nome della trasparenza, della giustizia, della partecipazione ha già, a livello nazionale, un forte catalizzatore nel Movimento Cinquestelle.

Ma vada come vada: cosa si fa, intanto? Tutte le sinistre massimaliste hanno avuto, da sempre, il limite di non curarsi troppo dei programmi «minimi», cioè delle cose da fare nel frattempo, prima che scocchi l’ora X della rivoluzione. La differenza è che però De Magistris rimanda tutti a un appuntamento politico fissato a data da destinarsi, o comunque molto lontano nel tempo, mentre si trova a fare personalmente il sindaco, mentre cioè siede a Palazzo san Giacomo e ha doveri amministrativi piuttosto impellenti. La sua Amministrazione ha i cantieri aperti su via Marina o da aprire per la manutenzione di corso Vittorio Emanuele: in quel caso, l’importante non è affatto cominciare, ma finire, possibilmente nel rispetto dei tempi previsti per la realizzazione delle opere, limitando i disagi ai cittadini. Ha difficoltà nel rispettare gli adempimenti contrattuali con la ditta impegnata nella revisione dell’impianto della Funicolare Centrale, col rischio che i lavori non vengano ultimati a causa del ritardo dei pagamenti. Ha da inventarsi una strategia per il sistema dei trasporti pubblici e un’Azienda pubblica sull’orlo del fallimento, costretta a aumentare il costo dei biglietti (scattato ieri) senza poter offrire miglioramenti dal lato dei servizi erogati. Ha da ristrutturare i servizi colabrodo di riscossione delle multe e dei canoni di locazione, ha da realizzare vendite di immobili da anni al palo, ha da costruire un’idea di organizzazione e gestione dei flussi turistici che vada al di là dell’entusiasmo estemporaneo per l’aumento delle presenze. Ha, infine, da impegnarsi su Bagnoli mettendo da parte i calcoli politici: smettendola di cercare soddisfazioni simboliche in nome dell’orgoglio, dell’indipendenza, dell’autonomia e della sovranità della città, per accomodarsi più modestamente a una seria collaborazione istituzionale.

La mistura ideologica del progetto DemA non è, ad oggi, formula che giustifichi le ambizioni politiche del suo inventore, ma quand’anche lo fosse, non dovrebbe funzionare come un’arma di distrazione di massa. Tra l’attuazione della Costituzione e l’attuazione di un programma amministrativo solido e concreto, la preferenza va accordata alla seconda: se non altro perché proprio la Costituzione e la legge gliene assegnano il compito. E poi: va bene fare il bilancio del voto nell’hinterland, o farsi venire la curiosità di registrare quanti voti DemA ha preso a Taranto (poco più dell’1%) o a Carrara (quasi il 2%), ma per i cittadini napoletani i problemi di bilancio del Comune e lo stato di pre-dissesto, tra debiti fuori bilancio e inefficienze ammnistrative, costituiscono una preoccupazione ben più pressante.

A chiusura del Maggio dei monumenti, De Magistris ha sottolineato il grande successo della manifestazione e ha poi aggiunto: «Ora siamo impegnati anche a rafforzare finanziariamente ed economicamente l’Ente e mettere in campo le azioni per migliorare tutti i servizi». Ecco: se quell’«anche» diventasse nei mesi prossimi un: «innanzitutto e quasi esclusivamente», siamo sicuri che se ne gioverebbe il suo profilo di Sindaco e soprattutto ne guadagnerebbe la città.

(Il Mattino, 13 giugno 2017)

De Magistris e l’autogoverno irresponsabile

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La distanza fra la cifra amministrativa della giunta de Magistris e quella politica si allarga. Il Rendiconto di Bilancio passa, la maggioranza applaude, il sindaco ringrazia l’assessore Salvatore Palma per il suo straordinario lavoro, e poi lo congeda con un ultimo saluto. Licenziato. E per dar conto di una decisione altrimenti incomprensibile si appella al contesto «di una crescita non solo amministrativa ma anche politica». Le due cose in realtà non camminano affatto insieme, perché il sindaco è costretto dai mutati e sempre precari equilibri politici a sacrificare proprio l’uomo che teneva i conti, e li teneva su un crinale sempre molto sottile, col baratro del dissesto finanziario non troppo lontano. Ora c’è da augurarsi che il nuovo arrivato, Enrico Panini, trovi subito il filo della matassa, ma certo non si tratta di una mossa ispirata anzitutto all’efficienza e all’efficacia dell’azione di governo.

Quello che è accaduto in aula, non è in realtà molto diverso dal senso complessivo che questa seconda sindacatura sta sempre più assumendo. La sua formula è quella della proporzione inversa: quanto più impegno politico, tanto meno rendiconto amministrativo. Il terreno sul quale Luigi de Magistris cerca e mantiene il rapporto con la città non è infatti quello del risanamento dei conti pubblici, o dell’innalzamento della qualità dei servizi: non si misura con i minuti di attesa dei bus o con il volume delle dismissioni immobiliari. Il Sindaco confida sul consenso di cui gode ancora un’esperienza dalla forte caratura ideologica, mantenuta in connessione con umori e passioni popolari vivi e vitali, che fanno fronte comune nell’orientarsi di volta in volta contro il governo, i poteri forti, il pensiero unico liberista: comunque ben oltre il quadro di responsabilità amministrative di cui un Sindaco è chiamato a rispondere. Di cosa infatti risponde De Magistris? Di orgoglio partenopeo, che sa muovere e suscitare, di attuazione democratica della costituzione, che non è chiarissimo come possa dipendere dalle delibere di una giunta comunale, di processi di distribuzione del potere al popolo, qualunque cosa ciò significhi, e di una politica dell’onestà e delle mani pulite, che rimane la tonalità comune di tutto il malcontento nei confronti delle classi dirigenti. Salvatore Palma stava un passo dietro la roboante retorica del Sindaco, per controllare che l’azione amministrativa non deragliasse del tutto. Ora, quando il Sindaco si volterà per avere almeno un parere tecnico in più, quel parere non lo avrà più dal suo assessore al bilancio.

Il tema dei rapporti tra tecnica e politica non può – è vero – esaurirsi in una forma di supplenza della prima ai danni della seconda. Non è vero neppure che ai servizi sociali debba esserci per forza un sociologo o che all’assessorato ai giovani debbano essere esclusi gli over 50. Per lo stesso motivo, al bilancio non deve andarci per forza un revisore dei conti. Ma nella decisione assunta ieri si tratta, per un verso, di puntellare una maggioranza con l’ingresso di nuove formazioni, in un gioco ad incastro che la frammentazione della rappresentanza in seno al consiglio comunale rende sempre più difficile; per altro verso, si tratta della via d’uscita più frequentata dal sindaco, quando viene messo dinanzi a problemi politici reali: spostare altrove il fuoco dell’attenzione.

Lo si è visto bene anche nelle ultime battute polemiche che ha riservato al governo. Gli omicidi commessi in città negli ultimi giorni hanno suscitato un nuovo allarme. Qual è stata la risposta del Sindaco? Invocare più forse e più risorse da parte del governo, per assicurare un più efficace controllo del territorio. Ora, è comprensibile e anzi giusto che il primo cittadino si affidi anzitutto all’azione repressiva delle forze dell’ordine (anche se il ministro della Giustizia Orlando ha prontamente replicato che l’attenzione del governo per i problemi dell’area napoletana non è affatto mancata in questi anni), ma che dire delle misure che il decreto Minniti ha introdotto mettendo in capo ai sindaci nuovi strumenti per assicurare l’ordine pubblico e il rispetto della legge nelle aree urbane? Il Sindaco di Napoli le rigetta: non ne vuole sapere, non è lui che vuole fare la guerra ai parcheggiatori abusivi e alle occupazioni illegali. Il che è certo coerente con la sua ideologia comunarda e la sua passione per i centri sociali, ma stride con lo scaricabarile di cui si rende protagonista quando accolla tutti gli oneri del rispetto della legge alle istituzioni dello Stato.

Allora De Magistris la butta in politica. E funziona così: che un conto è il governo, ben altro è l’autogoverno. Il primo è chiamato a rispondere ed è subissato di critiche; il secondo non risponde se non della felicità e dell’amore dei napoletani. Perché allora meravigliarsi se l’insorgenza partenopea può fare a meno di un rigoroso assessore al Bilancio? Non è in fondo durato già troppo?

(Il Mattino, 28 maggio 2017)