I magistrati e il paradigma delle minacce

ImmagineSu una cosa il presidente Sabelli ha indiscutibilmente ragione: la riforma dell’istituto della responsabilità civile dei giudici non la si fa perché «ce la chiede l’Europa», perché pendono ricorsi alla corte di giustizia europea o perché fioccano multe contro il nostro Paese. Ma le ragioni dell’Associazione Nazionale Magistrati e del suo presidente, purtroppo, finiscono qui. La legge approvata dal Parlamento, che prova finalmente a rendere effettiva una qualche forma di responsabilità per il giudice che sbaglia, andava fatta per dare finalmente attuazione a un principio sacrosanto di civiltà giuridica. Per Sabelli, invece, grazie a questa legge «si tenterà di intimidire il giudice, anche se i giudici non si lasceranno intimidire». Ora queste parole meritano un’interpretazione attenta, anzitutto per escludere che Sabelli pensi che il ministro della Giustizia o il Parlamento italiano mettano in campo o anche solo favoriscano azioni intimidatorie nei confronti della magistratura. D’altra parte, anche Sabelli – come molti, come troppi – ha l’abitudine deleteria di riferirsi in generale (e in maniera, bisogna dirlo, qualunquistica) alla «politica», al pessimo segnale, al «messaggio» che la «politica» avrebbe dato. Ma non si tratta della politica e non si tratta di messaggi: si tratta del Parlamento e si tratta di una legge. Un magistrato dovrebbe tenerne meglio conto, anche nell’esercizio, pur libero e legittimo, del commento e della critica.

Ma cosa c’è che non va nella nuova normativa? Evidentemente il contenuto intimidatorio. Vorrà un giudice esporsi, se al cittadino sarà data la possibilità di intentare un’azione contro di lui? Sarà abbastanza sereno, ora che questa eventualità non è più meramente teorica, e l’ammissibilità dell’azione non sarà «filtrata»? Filtrata però da cosa? Il comunicato dell’Anm spiega:  «da cause infondate per difetto dei presupposti». Ma che ottima cosa è la logica! La logica infatti (non Sabelli) qui ci soccorre: possiamo temere l’intimidazione dei magistrati italiani a colpi di cause infondate? Certo che no. Ma Sabelli sembra pensare invece che ogni serenità è perduta. Devo dire che «sembra» soltanto pensarlo, perché subito dopo aver detto che si tenterà di intimidire i giudici, aggiunge che però i giudici non si faranno intimidire. Io, in verità, ne sono convinto. Trovo anzi offensivo anche solo ipotizzare che possano esserlo. Nelle fila della magistratura ci sono stati e ci sono uomini che non solo non hanno mai fatto un passo indietro di fronte a ogni genere di minaccia o intimidazione, ma hanno messo a repentaglio la loro stessa vita per servire la giustizia. Domando: è credibile che questi uomini, questi coraggiosi servitori dello Stato, si rivelino improvvisamente pavidi per timore di perdere una fetta del loro stipendio? (E a proposito, ma per i troppo pavidi e i troppo negligenti non sono già previste azioni disciplinari da parte dell’organo di autogoverno della magistratura?).

Non solo. La riforma approvata dal Parlamento prevede che a giudicare se scatti la responsabilità civile del magistrato siano altri magistrati. Di chi o di cosa deve dunque avere paura il magistrato? Se avesse qualcosa da temere, perché non dovremmo pensare di qualunque cittadino che finisse dinanzi a un magistrato che deve provare lo stesso, oscuro timore? O forse è di questo che si tratta, della possibilità di intimidire solo ed esclusivamente i cittadini a processo, ma non mai i magistrati che irresponsabilmente procedono? Ma è questo che sta scritto in Costituzione? Così va interpretata la presunzione di innocenza? Il segretario generale dell’Anm, Maurizio Carbone, ha parlato di una «spada di Damocle» sopra la testa dei magistrati: addirittura! Ma su chi vuole invece che quella spada penda disinvoltamente? Perché di nuovo: se pende su un magistrato solo perché un suo collega giudicherà il suo operato, come non pensare che allora pende su tutti noi, quando dovessimo essere sottoposti per qualunque ragione a giudizio innanzi a un giudice che invece non ne risponde?

Il Presidente Sabelli butta poi la palla in tribuna. Sono altri i problemi della giustizia: la corruzione, la prescrizione… come no. Non ne dubito, anche se dubito di pensarla allo stesso modo pure su questi argomenti. E però mi chiedo: cosa c’entra? Nessuno pensa che con la riforma portata tenacemente in porto da questo governo e dal ministro Orlando si svuoteranno d’incanto i palazzi di giustizia e saremo tutti più buoni. Ma non si vede perché l’approvazione della riforma dovrebbe impedire al parlamento, all’opinione pubblica e all’Anm, ciascuno per la sua parte, di continuare ad occuparsi di corruzione o di prescrizione. E come si fa a giudicare frettolosa o prematura una legge che arriva dopo ben venticinque anni dal referendum voluto dai radicali, e di fatto rimasto lettera morta nei venticinque anni successivi?.

Anna Tortora, la sorella di Enzo Tortora, ha ringraziato il governo. Ecco: noi ringraziamo Anna Tortora per aver aspettato venticinque anni, anche se, a quanto pare, per il presidente Sabelli doveva aspettare ancora.

(Il Mattino, 27 febbraio 2015)

La pentola a pressione

Acquisizione a schermo intero 26022015 180238.bmpOra che le primarie non sono più rinviabili – ed è una notizia, perché solo ora la data del primo marzo ha acquistato il carattere della definitività – il partito democratico scoppia. Letteralmente. L’eurodeputato Massimo Paolucci e il deputato Guglielmo Vaccaro, due dei maggiorenti del Pd campano che hanno provato in ogni modo a scongiurare il voto di domenica, abbandonano il partito. Il primo esplicitamente, il secondo lasciando intendere che potrebbe addirittura votare Caldoro, pur di non schierarsi con uno dei due candidati maggiormente accreditati alla vittoria finale, Cozzolino o De Luca. Ma chi voterebbe il centrodestra è complicato immaginare che resti invece nel centrosinistra.

Quello che già era evidente nelle settimane e nei mesi scorsi, e che tuttavia rimaneva nascosto dietro il paravento dei continui slittamenti della competizione elettorale, diviene dunque di dominio pubblico: il Pd campano non è un partito, ma un pentolone in cui ribolliscono storie, uomini e interessi – e insieme rancori, rivalità e inimicizie – che non possono essere cucinati insieme. O almeno: né gli organismi dirigenti locali  (che hanno grandi responsabilità nella gestione di tutta questa fase) né i candidati maggiori hanno sufficiente rappresentatività perché l’europarlamentare Paolucci o il deputato Vaccaro si sentano garantiti in caso di una loro vittoria. Ai loro nomi dovremmo forse sovrapporre le relative etichette, e parlare in un caso di dalemiani (Paolucci), nell’altro di lettiani (Vaccaro), ma così avremmo solo issato qualche altro pudico paravento per una vicenda che, in realtà, non trascende affatto il suolo campano.

Ora, è chiaro a tutti che non si tratta di un confronto anche duro di linee politiche, di divergenze sulle scelte programmatiche, o di incoercibili convinzioni ideologiche. E neppure si tratta dell’ultima linea di divisione che si è formata nel Pd: il vecchio contro il nuovo, i rottamatori contro i conservatori. Né Paolucci né Vaccaro sono infatti uomini politici di primo pelo. Né Paolucci né Vaccaro sono venuti su con l’ultima leva generazionale, quella dei Renzi boys&girls. Né Paolucci né Vaccaro sono dei martiri ingenui, trovatisi improvvisamente nella fossa dei leoni. Nelle loro parole, peraltro, non c’è un’altra idea di regione o un’altra qualità di meridionalismo: c’è puramente e semplicemente, con una franchezza persino brutale, disistima profonda per De Luca e Cozzolino, e sfiducia altrettanto profonda nella capacità del Pd di assicurare alla competizione elettorale un corso regolare. Ma in questo modo è come se ai piani alti della politica non si trovasse per loro più nessuno, e non rimanesse che spingere tutto e tutti nello scantinato buio delle questioni personali e delle lotte di potere. E quando un deputato di esperienza come Vaccaro scrive che l’unico modo di salvare le primarie era evitare di tenerle – che è come dire: commissariate tutto – o che le casse della Regione Campania non sono al sicuro con De Luca o Cozzolino, significa che la prima condizione della comune militanza politica, cioè la fiducia, è venuta completamente meno.

Restano da fare ancora due considerazioni. La prima: oggi è giovedì. Alle primarie mancano cioè quattro giorni: non è un po’ tardi per scoprirsi nel cuore un così immacolato candore? Non somiglia troppo, la denuncia di Paolucci e Vaccaro, a quello che ti vuole bucare il pallone, perché non vuol perdere la partita? La seconda: oggi è giovedì. E sì: alle primarie mancano quattro giorni e i democratici si giocano davvero una grossa fetta della loro credibilità. Solo attraverso un ordinato, ordinatissimo svolgimento della competizione il centrosinistra può parare il colpo. Circolano in queste ore foto, voci, indiscrezioni, che danno il centrodestra pronto a invadere il campo del centrosinistra determinando l’esito delle primarie. Ora, un conto è che gli elettori moderati entrino nei seggi, tutt’altro sono gli accordi sottobanco coi capibastone locali dello schieramento opposto. Ma siamo realisti: le primarie del Pd non sono regolamentate per legge. E sono aperte, cioè può votare praticamente chiunque. In simili condizioni, pesano sicuramente i comportamenti e i costumi politici dei candidati. Ma conta anche la forza e la salute complessiva di un partito che, se tale appunto fosse, non temerebbe inquinamenti, perché avrebbe le proprie risorse – organizzative, di militanza, di idee – per respingere patti scellerati. Di quante di simili risorse dispone oggi il Pd? Non è un giudizio che possiamo dare prima: lo si darà dopo il voto, e alla luce del sole.

(Il Mattino, 26 febbraio 2015)

Caos Pd, la somma di tante debolezze

Acquisizione a schermo intero 25022015 110434.bmp«Lacrime, grida, e pianti, urla, terrori/ Spargeranno sangue, carestia, nulla sarà risparmiato»: la grande profezia di Nostradamus non si riferiva certo al partito democratico campano, e certo esagera un po’ nei toni, ma effettivamente nulla o quasi viene risparmiato all’elettore, al simpatizzante o all’iscritto del Pd che, avendo preso diligentemente nota della data di convocazione delle primarie, ha pensato non una, non due, non tre ma quattro volte di potersi recare al seggio per scegliere il candidato governatore del centrosinistra. Domenica prossima sarà la volta buona? Pare proprio di sì, anche se la giornata di ieri è stata un’altra di quelle giornate convulse in cui è circolato di tutto e di più, ivi compresa la pubblicazione, da parte di uno dei candidati alle primarie, il socialista Marco Di Lello, di un elenco di nomi della direzione regionale del partito, in calce ad una richiesta di annullamento delle primarie. Nel frattempo si rincorrevano le voci, le smentite, i veleni, le precisazioni, come se la prima cosa che dovesse preoccupare il centrosinistra non fosse il buon andamento della campagna elettorale e, poi, delle operazioni di voto, ma tutto il resto, tutto quello che cioè appassiona chi le primarie le vuole e chi invece no; chi pubblica allarmato liste di nomi e chi propala notizie false e tendenziose; chi telefona a Roma speranzoso e chi telefona a Roma parecchio incazzato. Insomma: una Babele. E la somma confusa e incomprensibile di troppe debolezze.

C’è anzitutto la debolezza della dirigenza piddina locale, che non è stata in grado di assicurare, nemmeno nell’ultima settimana prima del voto, un minimo di certezza sulla strada intrapresa. C’è poi la debolezza del partito preso nel suo insieme, privo com’è di un vero collante che impedisca di rimettere in discussione ad ogni passo le decisioni adottate.   Una regola, qualunque regola, può essere infatti seguita solo se non è minacciata continuamente di essere revocata in dubbio. Solo se è condivisa: accettata, dice il filosofo, dentro una comune forma di vita. Nel Pd campano, complice una statuto cervellotico fatto apposta per rimettere ogni volta tutto in discussione, questa condivisione minima sulle regole non c’è. C’è infine la debolezza dei candidati. Che sono di due tipi. Ci sono quelli che vorrebbero ma non possono, che cioè hanno cercato fino all’ultimo sponde romane per far saltare il banco delle primarie; e quelli che possono, e vogliono pure, e però non sono voluti (o benvoluti) dalla nouvelle vague del partito. E cioè De Luca e Cozzolino, volta a volta dipinti come orchi, come draghi sputa-fuoco o divora-tessere, ma che, a conti fatti, rimangono gli unici capaci di sottoporsi senza sotterfugi, subordinate o vie di fuga alla prova del voto.

Che a questo punto si terrà, non può non tenersi. L’elenco dei nomi era una patacca, oppure è scomparso. O forse ha perso pezzi per strada. Ma è chiaro che ogni ulteriore rinvio, ogni ipotesi di annullamento giungerebbe a questo punto fuori tempo massimo. Va da sé, uno vorrebbe aggiungere, se davvero qualcosa nel Pd andasse da sé, e non fosse necessario ad ogni passo farcela andare. Sta il fatto che la finestra elettorale regionale si è aperta nel peggiore dei modi. Forse si chiuderà in un modo migliore: forse i numeri della partecipazione ci faranno ricredere, e tutto filerà liscio senza brogli e contestazioni. Di sicuro però il Pd non ci ha fatto finora una gran figura.

E in verità forse non ce la facciamo neanche noi, non ce la fa neanche il mondo «là fuori», cioè tutti quelli che da questa vicenda non si sentono minimamente coinvolti e che perciò guardano molto distrattamente o finanche ignorano le convulsioni del partito democratico. Non lo dico perché, invece, lo spettacolo sarebbe appassionante, ma perché solo là dove  vi fosse una società civile forte, vigile, robusta simili comportamenti si rivelerebbero  davvero controproducenti per chi li adotta – in termini di reputazione, di immagine, di credibilità, di voto. Certo, uno poi volge lo sguardo dall’altra parte, e si ritrova la storia del complotto intestino contro Caldoro, e veleni sparsi a piene mani anche nel centrodestra, e allora gli tornano per forza in mente le centurie di Nostradamus, e insomma di strada da fare di qui al voto, e dal voto ad un futuro meno fosco per la crescita economica, sociale e civile della nostra terra, è ancora tanta.

(Il Mattino, 25 febbraio 2015)

Gli scritti di Togliatti e il lento revisionismo del Pci

downloadLe ragioni per leggere Togliatti oggi non mancano. Il volume curato da Michele Ciliberto e Giuseppe Vacca per la collana  «Il pensiero occidentale» lo dimostra. In verità Togliatti, che pure fu uomo di vaste letture,  non fu certo un filosofo, ma un capo politico, e, anzi, per un indirizzo di pensiero puramente speculativo non aveva alcun vero interesse. Il suo stile di leadership – come spiegano ene i curatori, nella introduzione generale al volume – era però fondato proprio «sull’esercizio della direzione intellettuale». Una direzione robusta, come dimostrano ad esempio gli appunti su Croce, qui pubblicati: la riforma crociana della dialettica hegeliana – annotava il Migliore dopo la morte del filosofo – a confronto dell’hegelismo è una «castrazione». Filosoficamente parlando, si tratta di un giudizio ben fondato, come lo è il giudizio sul sistema crociano dei distinti: piccola cosa, a confronto dell’«opera colossale» di Hegel.

Ma è il peso complessivo avuto da Togliatti nella cultura italiana del ‘900 ad essere attestato dal volume. E attraverso la sua biografia intellettuale – in questi termini è costruita la raccolta – si getta uno squarcio di luce profondo sulla vicenda non solo politica del nostro Paese, e se ne comprendono nodi essenziali. In particolare, hanno qui grande rilievo gli scritti sul fascismo, apprezzati anche da De Felice, e quelli dell’immediato dopoguerra: per Togliatti, gli anni in cui doveva nascere di una democrazia «di tipo nuovo» e, quindi, delinearsi la «via italiana al socialismo». Risultano invece assai meno rappresentati gli anni del Comintern: non per un goffo tentativo di ridimensionare il ruolo del dirigente comunista internazionale, ma per la buona ragione che la vera impresa politica e intellettuale di Togliatti sta altrove, nel tentativo di innestare il partito nuovo, che nasceva nell’Italia divisa del dopoguerra, dentro la storia d’Italia.

Nell’opera costituente, questo innesto si può dire riuscito. Può dirsi anche che fu, nel lungo periodo, la forma in cui il Pci praticò il suo lento «revisionismo». Il volume raccoglie comunque materiale sufficiente per comprendere la trama ideologica con cui i comunisti vi parteciparono; per ricondurvi anche l’«operazione Gramsci», compiuta nel secondo dopoguerra con la pubblicazione delle carte del pensatore sardo; per vedervi infine all’opera la concezione realistica e storicistica della politica togliattiana: senza edulcorazioni, senza scolasticismi, senza tinte agiografiche.

Ma è forse in poche paginette, pubblicate sul finire del ’52, che si trova la ragione più attuale di un confronto con la cultura politica di Togliatti e del comunismo italiano. Siamo nel pieno della battaglia contro la legge maggioritaria (la «legge truffa») e Togliatti la bolla come «la più grande assurdità antidemocratica e antiliberale […] inventata da un cervello rinsecchito». Ma non è certo per ricevere da Togliatti lezioni di democrazia o di liberalismo che val la pena richiamare questo giudizio, quanto per conoscerne le motivazioni. Servirsi di un uno per cento di maggioranza per far scattare il premio significava, secondo il segretario del Pci, far calare una saracinesca fra le due parti del Paese, e vedere consolidarsi un blocco clericale, conservatore e reazionario. Questa critica di fatto prevalse e, dopo il ’53, democrazia, parlamentarismo e proporzionalismo si saldarono l’uno con l’altro. Ma la premessa era appunto la profonda spaccatura ideologica e di classe del Paese, e l’idea che il sistema maggioritario avrebbe finito col perpetuarla. È allora il caso di chiedersi se lo stesso realismo di Togliatti non imponga, venuta ormai meno quella premessa, di riconsiderare il senso della riforma costituzionale ed elettorale oggi intrapresa. Era, insomma, un’altra Italia; ma conoscerla aiuta forse a capire anche l’Italia di oggi.

(Il Messaggero, 25 febbraio 2015)

Gli scatti di merito bussano a scuola

buona-scuolaIl principio enunciato dal governo nella definizione della nuova scuola italiana è perentorio: non c’è vera autonomia senza responsabilità. E non c’è vera responsabilità senza valutazione. Per questo, la valutazione si appresta ad entrare anche nella scuola. Una rivoluzione, almeno nelle intenzioni. Siccome però di intenzioni è lastricata la strada dell’inferno, è bene guardare con attenzione cosa sta accadendo in queste ore, e che forme sta prendendo il progetto di riforma della scuola. La filosofia di fondo è che le risorse destinate agli scatti di anzianità debbano essere allocate «secondo criteri di premialità e di valorizzazione delle competenze». Questa filosofia è in parte attenuata nello schema attorno al quale si sta lavorando, essendo previsto un 30-40% di risorse destinate comunque alla progressione della carriera docente in base all’anzianità, mentre il 60-70 % sarà distribuito in base al merito. Non è poco, anzi è tanto. O almeno: è abbastanza, per produrre un mutamento profondo di abitudini, mentalità, comportamenti. Sia nei rapporti del territorio con la scuola, che fra gli stessi docenti. Governare con giudizio questa fase di cambiamento sarà indispensabile.

La valutazione del merito sarà affidata ad una Commissione composta da quattro membri: il dirigente scolastico e tre docenti, dei quali due eletti dal consiglio dei docenti, e uno appartenente invece allo staff della dirigenza. Rispetto alla proposta iniziale, c’è sicuramente un miglior punto di equilibrio tra la componente elettiva e quella non elettiva (formata dal dirigente e da un docente di sua nomina). Ma rimane affermata un’esigenza, quella di affidare anzitutto al dirigente il compito di migliorare il lavoro all’interno della scuola usando una leva mai finora azionata: quella del merito.

La valutazione, su base triennale, sarà espressa in crediti didattici acquisiti in base al successo formativo degli studenti, al complesso delle attività docenti, ai giudizi resi sui docenti da famiglie e studenti. È, forse, l’aspetto di più complessa definizione, che sarà demandato a un decreto attuativo successivo.

Infine, rimane ancora da stabilire se fissare o meno soglie nella assegnazione da parte del singolo istituto scolastico della quota premiale. Non è un particolare irrilevante: senza introdurre tetti, rimarrebbe alla Commissione la possibilità di procedere a una distribuzione a pioggia, che di fatto vanificherebbe il senso dell’intera procedura di valutazione. Potrebbe accadere? Potrebbe accadere. È chiaro che in un contesto come quello scolastico, in cui le dinamiche competitive e anti-egualitarie innescate da premi e incentivi, rappresentano una novità quasi assoluta, le resistenze al cambiamento sono forti, e forti dunque le spinte a svuotare nei fatti l’impatto delle nuova normativa.

Per il governo è perciò importante far passare il principio; ma per la scuola sono altrettanto importanti due cose: che i principi non restino sulla carta; e che non producano effetti contro-finali, che non si vada cioè in direzione opposta a quella auspicata.

Potrebbe accadere? Potrebbe accadere anche questo. Anzitutto perché una riforma vera della scuola non si fa senza risorse aggiuntive. Il piano di immissione in ruolo dei precari e gli interventi di edilizia scolastica dovrebbero dimostrare i propositi seri del governo. È bene sapere però da dove si parte, cioè da scuole che invitano gli studenti a portare da casa le risme di carta per le fotocopiatrici. Come saranno valutati i risultati dei docenti della scuola che ha la carta rispetto a quelli della scuola che la carta non ce l’ha?

C’è poi un altro aspetto su cui sarà bene che i riformatori mettano un supplemento di attenzione. All’interno del corpo docente di un istituto, di una sezione, di una classe, è bene che continuino a vigere anche dinamiche di tipo cooperativo, non solo competitivo. Una valutazione che tenesse conto del carattere non esclusivamente individuale della funzione docente e della formazione sarebbe sicuramente più consona all’ambiente scolastico nel quale la si vuole calare.

Ma resta che al termine di questa rivoluzione, se avverrà, non avremo scuole di serie A e scuole di serie B: quelle, infatti, le abbiamo già. La vera differenza è invece tra un sistema che cristallizza le differenze (magari fingendo che non vi siano, per non doversene preoccupare) e un sistema che provi invece non dico a rimuoverle, ma almeno a smuoverle un po’.

(Il Mattino, 24 febbraio 2015)

Come imparammo ad amare la guerra

Bomba1-640x420Torna la grande politica. Cioè: torna la guerra. Si tratta solo di scegliere dove la si vuol fare: se ad est, in Ucraina, oppure a sud, in Libia. Fermo restando che nostri soldati sono impegnati in missioni internazionali anche in altri scenari, e che fra Siria e Iraq c’è forse spazio per succulente operazioni di terra a fianco degli americani, se solo Obama mostrasse finalmente i muscoli. Insomma: un ricco bouquet.

(continua su Left Wing, 22 febbraio 2015)

Bergoglio e l’identità che si fa dialogo

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Nel mondo contemporaneo si può ancora parlare di verità, senza mortificare il pluralismo. Il saggio di Jorge Mario Bergoglio è costruito nello spazio reso disponibile dalle due proposizioni seguenti: da un lato, «voler ridurre tutto a un denominatore comune è un errore»; dall’altro lato, «il pluralismo non sembra così inoffensivo e neutrale come alcuni lo considerano a prima vista». La questione che il futuro Papa Francesco affrontava in un saggio denso e illuminante, apparso in lingua originale nel 1984 e ora riproposto nell’ultimo fascicolo della rivista dei gesuiti, «La Civiltà Cattolica», è la questione della forma cristiana dell’unità: come conciliare la verità, che è una, con le prospettive teologiche, che sono molte? Sulla scorta delle riflessioni di von Balthasar e di Karl Lehmann, le due proposizioni di Bergoglio tracciano il perimetro: l’unità non può andare a scapito delle differenze; le differenze non possono trincerarsi nella propria unilateralità, rinunciando a cercare un terreno comune. Il primo errore conduce a forme di becero conformismo e di chiuso autoritarismo; ma anche il secondo errore conduce a forme di chiusura, di «monismo gnostico», di reciproca incomunicabilità e, infine, estraneità.

Il secondo errore ci riguarda più da vicino. Perché le società contemporanee non hanno dietro di sé un’unità di confessione da preservare dagli eccessi del pluralismo teologico, come la Chiesa cattolica. Ma il problema dell’unità ce l’hanno lo stesso. In verità, l’Occidente ha dinanzi questo problema da quando Platone scrisse il «Parmenide», duemilacinquecento anni or sono: come l’uno? Come i molti? Può stare l’uno senza i molti? Possono stare i molti senza l’uno? La «sinfonia» di cui parla la teologia di von Balthasar, che Bergoglio provava nel suo testo a riformulare, non è infatti molto distante dalla «koinonìa», dalla comunione, di cui parla Platone: tenere insieme i molti, senza soffocarli in un unità immobile, presupposta; dare spazio ai molti, senza distruggere l’unità, ma anzi facendola vivere nel dialogo tra le parti. Si può fare? Sul piano teologico, riesce a farlo lo Spirito, figura della relazione tra le persone; sul piano filosofico, per secoli ha provato a farlo il «logos», la logica speculativa. Ma se il secolo scorso è stato ricchissimo di riflessioni teologiche intorno alla maniera di pensare il rapporto fra l’uno e i molti, Dio e l’uomo, verità e libertà, in una straordinaria esplosione di nuove prospettive di ricerca (sia in ambito protestante che cattolico), in filosofia, la faccenda si è fatta maledettamente più difficile: non a caso, il ‘900 può essere detto il secolo più antiplatonico dell’intera storia della filosofia.

Sul piano politico, invece? Non siamo forse alle prese con il medesimo problema, posti innanzi ad esso con drammatica urgenza dagli imponenti fenomeni migratori, dall’esplodere dei fondamentalismi islamici, dalle incerte linee geopolitiche lungo le quali il mondo riesce sempre meno a ritrovare un ordine?

Quando John Rawls scrive «Una teoria della giustizia», il più influente libro di teoria politica della seconda metà del dopoguerra, non considera ancora un problema la pluralità di visioni del mondo che si confronto nell’arena liberal-democratica, e non ha quindi ancora motivo di domandarsi se la tela della democrazia, se i suoi principi e le sue regole riescano a contenere spinte sempre più impetuose e marcate, o non piuttosto si strappino e cedano nel confronto e nello scontro fra gruppi umani e sociali profondamente distanti gli uni dagli altri. Oggi la domanda è ineludibile: se si vanno attenuando, almeno nella loro espressione politica, le differenze di classe, riemergono differenze anche radicali su altri terreni: valoriali, culturali, religiosi, che mettono a dura prova la pacifica convivenza e il pacifico godimento di diritti e libertà.

Come vanno trattate allora queste differenze? È accettabile che si chiudano in sé, senza contaminarsi, misurarsi con l’altro, integrarsi? No, non è accettabile. Il rischio infatti è la chiusura ideologica, la pretesa a una verità esclusiva, fondata sulla negazione dell’altro. Ma funziona, al contrario, la loro riduzione più o meno forzosa a un’unica misura standard, decisa a priori, sempre uguale, a prescindere da storie, tradizioni, identità? Nemmeno. Non può funzionare nemmeno così.

Nel saggio, Bergoglio, sulle orme di von Balthasar, accenna a due criteri per far vivere l’unità senza schiacciare le differenze, e le differenze senza chiusure idiosincratiche. L’uno è il criterio della prossimità (il farsi prossimo all’altro), l’altro il criterio della massimalità (il considerare la verità più grande di noi). Ma entrambi i criteri funzionano solo se la verità rimane a distanze sufficiente da ogni cattura umana, troppo umana, e in fin dei conti ideologica, l’ideologia essendo la pretesa di avere la verità nella propria esclusiva disponibilità.

Ora, c’è una traduzione «politica» per questo concetto? C’è un pluralismo autentico, non debole e rinunciatario, ma forte e abbastanza «sinfonico» da non lasciare le differenze andar per conto loro? Forse sì. Forse lo si può fondare sull’idea che ciascuno di noi ha un punto di indisponibilità rispettando il quale soltanto si può accedere a un dialogo autentico. E però anche viceversa: supponendo cioè che quel punto non è già dato, riottoso e tetragono, prima del dialogo con l’altro, ma scovato proprio in esso e grazie ad esso. Se così fosse, il pluralismo delle democrazie contemporanee non sarebbe una rinuncia all’unità, ma anzi il modo più autentico per rinnovare la sua ricerca.

(Il Mattino, 20 febbraio 2015)