Se l’Europa sdogana le destre

Sironi L'Italia corporativa 1936

M. Sironi, L’Italia corporativa (1936)

Sebastian Kurz, il nuovo cancelliere austriaco, è la materializzazione di tutto ciò da cui la storia politica europea del secondo dopoguerra ha voluto guardarsi: un’alleanza delle forze popolari di centro con la destra nazionalista e populista, che ha trovato il suo comune denominatore in un programma politico fondato sulla chiusura intransigente verso l’immigrazione proveniente dai paesi islamici. Niente musulmani, niente rifugiati: frontiere chiuse e tolleranza zero.

Dopo la seconda guerra mondiale, le democrazie europee sono state ricostruite sulla base dell’esclusione dall’area di governo delle formazioni politiche di estrema destra, che implicitamente o esplicitamente si richiamavano ai regimi fascisti o nazisti del Novecento. La conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti non era altrettanto insuperabile, dal momento che ne ha consentito il progressivo avvicinamento verso l’area di governo e le regole della democrazia parlamentare: basti pensare alla partecipazione dei comunisti francesi al primo esecutivo Mitterand, in Francia, o al governo della non sfiducia in Italia, a metà degli anni Settanta.

Dopo la caduta del muro di Berlino, lo scenario, però, è radicalmente mutato. Sul piano culturale, si è imposta una lettura della storia europea che insisteva più sulle somiglianze che non sulle differenze fra i totalitarismi del ‘900, con un effetto opposto: l’ideologia comunista finiva nella pattumiera della storia, il nazionalismo post-fascista si faceva sempre più presentabile. Ma sono state la gravissima crisi finanziaria del 2008, le difficoltà delle istituzioni europee di farvi fronte in una cornice di solidarietà condivisa, e l’imponente fenomeno migratorio, ad alimentare nuove paure e ingenerare nuove insicurezze, dando fiato alle destre. Prima, accadeva che l’avanzata della destra estrema venisse respinta da ampi fronti costituzionali. Il caso francese è stato a lungo paradigmatico: sia Jean Marie Le Pen, nel 2002, che la figlia Marine, lo scorso maggio, si sono visti sbarrare il passo da candidati sostenuti da un largo arco di forze che si richiamava ai valori della République, e che comprendeva anche i moderati di centro. Nel 2002 il gollista Chirac rifiutò qualunque confronto pubblico con Le Pen; nel 2017, il centrista Fillon si è schierato nel ballottaggio dalla parte di Macron, contro il pericolo lepenista. Le elezioni austriache dimostrano invece che può ormai accadere il contrario, e che partiti tradizionalmente collocati nell’area di centro si spostino verso destra, per intercettare gli umori di un elettorato sempre più scontento della guida politica ed economica assicurata finora dalle élites demoratiche europeiste, e sempre più sensibile al richiamo sovranista e nazionalista.

È un pericolo? Sì, lo è. Lo dimostra la reazione della Cancelliera Merkel, che si è affrettata a prendere le distanze dal progetto politico di un esecutivo con l’estrema destra sotto la guida del giovanissimo leader dei popolari austriaci. Certo, il risultato può anche essere letto in maniera opposta: non si tratterebbe tanto di uno spostamento a destra della politica austriaca, quanto del tentativo di riassorbire le pulsioni estremiste che si agitano nella pancia del Paese. Un po’ come avvenne in Italia nel 1994, quando Berlusconi sdoganò Gianfranco Fini, portandolo al governo, e favorendo così la trasformazione del vecchio Movimento sociale in un partito di destra liberale, Alleanza Nazionale. I numeri, però, sono assai diversi. Nel ’94, il partito di Fini prese il 13%, esattamente la metà dei voti raccolti in Austria dall’estrema destra di Heinz Christian Strache, leader del partito della libertà. Ma diversa è soprattutto la direzione di marcia che l’Europa ha imboccato: non solo in Austria, ma in tutta l’Europa centro-orientale. Sia o no il caso di considerare minacciati gli istituti della democrazia rappresentativa, sfibrati dall’onda populista e nazionalista, certo è che la fisionomia della destra sta cambiando: a mobilitarne l’elettorato non è l’ideale liberal-democratico della società aperta, l’integrazione, la fiducia nel futuro e un ottimismo rassicurante, ma il progressivo ritirarsi dentro confini nazionali chiusi, la diffidenza nei confronti dello straniero, e la richiesta di risposte forti, venate di autoritarismo.

Il fatto che tutto questo si faccia sentire così fortemente in Austria desta qualche motivo di preoccupazione. Nell’immediato, per via della difficoltà supplementari nella gestione dei flussi migratori che sarebbero provocate da un atteggiamento intransigente dell’Austria lungo il confine con l’Italia. Su un piano più generale, e simbolico, per ciò che ha significato la finis Austriae, il tramonto di quel «mondo di ieri», raccontato da Stefan Zweig, al cui collasso sono seguiti in Europa le più immani tragedie. Se però si guarda alla realtà dei rapporti politici sul continente, si trova che la più grande differenza rispetto al passato sta proprio in ciò che ci siamo abituati a criticare e svalutare: in quell’Unione che per alcuni è causa, con il suo immobilismo istituzionale e le sue politiche di austerity, dello scivolamento a destra del continente, ma che per altri si presenta come il più importante argine contro il completo deragliamento delle politiche nazionali nei Paesi in cui sempre più forte si fanno sentire le parole d’ordine del sangue e del suolo.

(Il Mattino, 17 ottobre 2017)

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I democratici nel’era proporzionale

The Beached Margin 1937 by Edward Wadsworth 1889-1949

E.  Wadsworth, The Beached Margin (1937)

Fra i grandi vecchi che intervennero ad Orvieto nel 2006, nel seminario di studi che precedette la nascita del partito democratico, prese la parola anche Alfredo Reichlin. Cominciò da lontano, dal movimento operaio, dal quale provenivano quelli come lui, e parlò del disagio del cattolicesimo democratico che confluiva nel nuovo partito con il timore che l’egemonia sarebbe rimasta saldamente nelle mani degli ex comunisti, ma anche del malessere della sinistra, che temeva dal canto suo di stingersi in un nuovo contenitore non ancorato saldamente nella tradizione del socialismo europeo. Poi però accorciò le distanze, guardando ai compiti ai quali il nuovo partito era chiamato – crisi della democrazia, diritti di cittadinanza, ricostruzione della politica, europeismo – ed aggiunse: «l’identità di un grande partito non è l’ideologia, ma la sua funzione storica reale». Parole sante, a dar retta alle quali la si finirebbe in un sol colpo di chiedersi quanto è di sinistra, o di centrosinistra, il partito democratico, a dieci anni dalla sua fondazione.

Quel che davvero conta non sono i richiami identitari, tantomeno le medianiche evocazioni dello spirito originario, ma quale funzione in concreto il Pd abbia esercitato, e quale funzione pensi ancora di esercitare. Certo, il contesto è cambiato: la democrazia competitiva nella quale il nascente partito democratico doveva inserirsi non c’è più. Non c’è il maggioritario, ma una legge che, faute de mieux, rimette in campo le coalizioni, o qualcosa che prova a rassomigliarci. La partita a due, centrosinistra versus centrodestra, è diventata una partita a tre, o a quattro: maledettamente più complicata. Così che la crisi della democrazia, di cui ragionavano ad Orvieto i partecipanti al seminario, è ben lungi dall’essere alle nostre spalle. La partecipazione politica continua a calare, il virus populista si è grandemente diffuso, la risposta immaginata in termini di riforme costituzionali è naufragata: la salute complessiva del sistema politico, insomma, non è gran che migliorata. Quando dunque Renzi oggi dice che senza il Pd viene giù tutto, non usa solo un argomento da campagna elettorale, ma rivendica quella funzione nazionale di cui parlava Reichlin, e che ha portato i democratici ad occupare a lungo posizioni di governo. Caduto Berlusconi, il Pd ha sostenuto prima Monti, poi Letta, poi il governo del suo segretario Renzi, adesso Gentiloni. In nessuna di queste esperienze di governo il Pd ha governato da solo, o con i soli alleati di centrosinistra: non ve ne sono mai state le condizioni, ed è difficile anche che vi siano nel prossimo futuro.

Di tutte le riflessioni che il Pd è oggi chiamato a fare, questa è forse la più urgente: come si attrezza un partito nato con l’ambizione veltroniana della vocazione maggioritaria, dentro una congiuntura che quella vocazione ha abbondantemente smentito, ridimensionando anzi sempre di più le forze maggiori. Basta guardare al di là delle Api quel che succede alla socialdemocrazia tedesca, o al socialismo francese, per convincersene.

Quanto al suo profilo programmatico, il Pd ha sempre rivendicato il carattere di una forza progressista, riformista, europeista. Non sempre però è stato chiaro a tutti, dentro il Pd, di cosa riempire queste parole. Basti pensare che ad Orvieto era nientedimeno che D’Alema a chiedere «una nuova cultura politica che andasse oltre il vecchio schema socialdemocratico». Si voleva andare al di là, e si è ricaduti al di qua. Quella nuova cultura politica, che veniva identificata con la terza via, con il New Labour di Blair, o il Neue Mitte di Schroeder è proprio ciò che il D’Alema di oggi, quello che ha mollato il Pd da sinistra, mai prenderebbe ad esempio. Ma più che la contraddizione palese, o la credibilità dei suoi interpreti, conta politicamente il fatto che con questa giravolta è rispuntata quella sinistra identitaria, radicalizzata, che il Pd aveva cercato di riassorbire.

Certo, di mezzo c’è stata la grande crisi economica e finanziaria del 2008: il Pd ha avuto la sventura di nascere con il vento contro, mentre finiva la spinta euforica della globalizzazione, e la marea, ritirandosi, lasciava riaffiorare tutti i problemi rimasti aperti: le diseguaglianze crescenti, l’erosione delle classi medie, le precarietà diffuse, le insicurezze e le paure non governate. Ma, anche così, la funzione storica del Pd non è cambiata di molto, tra ancoraggio europeo e prospettive di riformismo sociale ed economico dentro una solida cultura di governo. Questo è, o dovrebbe essere, il Pd, una cosa riconoscibilmente diversa dalla destra nazionalista di Lega e Fratelli d’Italia, dal populismo giustizialista dei Cinquestelle, dal centrismo moderato di Forza Italia.

Nessuna mutazione genetica è dunque in corso. Altra storia è se, in questa fase, in cui il mondo sembra un’altra volta finire fuori dai cardini, sia abbastanza essere una forza tranquilla – come diceva il Mitterand che saliva per la prima volta all’Eliseo – o se invece non prevalgano passioni e umori più forti, al cui confronto il riformismo appare una pietanza scipita. Le elezioni non sono lontane, e fra poco questo interrogativo verrà sciolto dalle urne.

(Il Mattino, 15 ottobre 2017)

Come non ripetere gli errori e tornare a parlare alla città

Magritte time Transfixed 1938

R. Magritte, Time transfixed (1938)

Il bello comincia adesso, ora che ci sono i nomi dei candidati alla segreteria provinciale del partito democratico napoletano: Nicola Oddati, Massimo Costa, Tommaso Ederoclite. Il primo è sostenuto dall’area ex Ds, compreso il governatore De Luca; il secondo dall’area ex Margherita; il terzo dal Comitato Trenta, di quelli che hanno provato a non intrupparsi né con gli uni né con gli altri. Sarà congresso vero, con vinti e vincitori: le soluzioni unitarie sono naufragate, le mediazioni saltate, e da ultimo pure i comitati di saggi sono rimasti un pio desiderio. (Ma quando mai un partito è stato messo in mano a un comitato di saggi?).

Il bello comincia adesso, perché la vita interna del partito democratico napoletano non è stata, negli ultimi anni, un fulgido esempio di fair play politico. Il timore che anche questa volta il meccanismo si inceppi da qualche parte, e il congresso finisca per ricorsi e commissariamenti, è forte. Ma è pur vero che non si esce da uno stato di minorità politica se non per le vie politiche. E il congresso rimane la via maestra. I democratici hanno buon gioco a dire che sono ormai l’unico partito a celebrarli, a queste latitudini: hanno ragione. Resta però che di una celebrazione deve trattarsi, e non di una zuffa condotta senza esclusione di colpi. Altrimenti la scelta congressuale si rivelerà un micidiale boomerang per il partito.

Il bello comincia adesso anche perché è inedito se non il profilo dei fronti che si contrappongono, almeno uno dei protagonisti. Si deve certo cominciare col dire che da una parte stanno i Casillo e i Topo e le Armato, e dall’altra i Cozzolino e i Marciano e le Valente, democristiani gli uni e diessini gli altri, e tutti di lungo corso, ma la partita politica vede in campo un altro attore, non proprio l’ultimo della compagnia: Vincenzo De Luca, che finora non si era mai fatto tanto accosto al partito napoletano. Questa volta è andata diversamente: prima ha suggerito ipotesi unitarie, poi ha provato a favorirle, cercando la convergenza su un nome da lui stesso proposto; infine ha sostenuto la scelta di Oddati, che tra tutti i nomi circolati tra gli ex ds è sicuramente l’uomo a lui più vicino, oltre che quello di maggior peso. Tanto attivismo si spiega solo in un modo: De Luca non vuol subire il condizionamento crescente del partito napoletano, che rischia di mettere un’ipoteca sul futuro del governo regionale, non tanto in questa legislatura quanto nella prossima. Non fare la battaglia significa già perderla, lasciando il Pd in mano ai suoi avversari interni. E De Luca lo sa: per quanto non abbia mai lesinato le critiche al suo partito, ne ha sempre voluto mantenere ferreamente il controllo, nella sua Salerno. Forse non gli è servito molto per vincere le elezioni, ma gli è sicuramente utile per non avere sassi nelle scarpe. E che Napoli possa diventare per lui non un sasso, ma un macigno, se non prova a entrarci dentro, beh: quello è sicuro.

Il bello comincia adesso perché i numeri non sono così netti, da assicurare a tavolino la vittoria all’uno o all’altro. Ancora una volta c’è il rischio che gli organi di garanzia avranno parecchio lavoro da fare. A bocce ferme, gli ex della Margherita sono convinti di avere in mano la maggioranza del partito, ma si tratta di un margine esiguo, ed è possibile che alla fine si riveli essenziale la scelta della minoranza orlandiana. Che al momento sembra stare con Casillo e Topo, ma che ha sicuramente, in diversi suoi esponenti, maggiori affinità culturali, oltre che un retroterra comune di provenienza, con Nicola Oddati. Qualcosa, dunque, potrebbe spostarsi.

Il bello, e il difficile, comincia adesso, va detto infine pure questo, perché se per tre quarti un congresso è già deciso al momento del tesseramento, c’è almeno un ultimo quarto che si gioca fuori, tra i cittadini e con le parti della società a cui si vuol tornare a parlare. Dopo le primarie annullate, i ricorsi e i commissariamenti, i lanciafiamme mai usati, e il minimo storico toccato alle ultime elezioni comunali, o il partito democratico riprende a macinare iniziative, a costruire un progetto politico vero, a attirare nuove energie intellettuali, a recuperare credibilità tra i giovani, oppure non c’è candidato né governatore che tenga. E questo sarebbe un errore imperdonabile, in una fase in cui il clima politico comincia a cambiare, e la stella di De Magistris non manda più una luce pura e senza sbavature sull’orizzonte del lungomare liberato. Né tra i molti che, anzi, si affannano a capire da che parte bisogna voltarsi per rimettere in sesto la città.

(Il Mattino, 14 ottobre 2017)

Il partito trasversale dei guastatori a tutti i costi

afro-demolizioni-1939

Afro, Demolizioni (1939)

Volano parole grosse. È oltre i limiti della democrazia, protesta preoccupatissimo Roberto Speranza, per conto di Mdp. Solo Mussolini aveva fatto cose simili, urla Di Battista. Così che davvero l’ordinamento democratico della Repubblica pare messo in pericolo dall’iniziativa del Pd, fatta propria dal governo, di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale all’esame della Camera. Una decisione politicamente impegnativa, che arriva sul finale della legislatura, ma che non piomba sul Parlamento come un fulmine improvviso scagliato da un dio iroso, bensì come l’ultima possibilità di dare all’Italia un sistema di voto accettabile, essendo naufragati tutti i tentativi esperiti finora. Prima l’incostituzionalità del porcellum, poi l’incostituzionalità dell’italicum, quindi il naufragio del tedeschellum (o teutonicum, che dir si voglia), in mezzo i propositi variamente assortiti, e tutti abortiti, di tornare al mattarellum: tutta questa profusione di latinorum dimostra senza dubbio alcuno la difficoltà del Parlamento italiano di dare un assetto stabile, convincente e soprattutto condiviso alle regole elettorali.

Se spingessimo più indietro lo sguardo, non daremmo un giudizio diverso. La famosa legge-truffa, fortemente osteggiata dal partito comunista, passò, a suo tempo, col voto di fiducia. E a metterlo quella volta non fu il Duce, come forse pensa Di Battista, ma un certo Alcide De Gasperi. Passano gli anni, e sul finire della prima Repubblica torna alla ribalta la questione elettorale. Ma a dare la scossa non fu certo il Parlamento, bensì un referendum popolare, quello promosso da Mario Segni sulla preferenza unica. Insomma, è giusto rivendicare il carattere squisitamente parlamentare della materia elettorale, ma è onesto riconoscere la difficoltà sempre incontrata all’interno del Parlamento, dalle proposte legislative di riforma in questa materia. Così come sarebbe altrettanto onesto rilevare che il rosatellum attualmente in discussione, l’ultimo latinorum della serie, ha un appoggio politico ampio. Anche se per ovvie ragioni né Berlusconi né Salvini voteranno la fiducia al governo, c’è intesa sulla legge. Il che non era, e non è, affatto scontato.

Questo significa che, oltre ai centristi, tre fra le maggiori forze politiche, di maggioranza e di opposizione, condividono l’impianto della legge. La quarta, i Cinquestelle, è invece sulle barricate. Ma come si fa a dimenticare che hanno qualche responsabilità nel naufragio del precedente tentativo, questa estate, di approvare una legge elettorale sul modello tedesco? Grillo, sul sacro blog, difendeva l’accordo, ma la base ribolliva di rabbia contro quella “cagata di legge elettorale”. E così, alla prova dell’Aula, con la consueta gragnuola di emendamenti, l’accordo non ha retto, e i voti grillini sono mancati. Il solito palleggio di responsabilità tra maggioranza e opposizione ha in seguito intorbidato le acque, ma a nessuno è parso, nelle settimane successive, che Grillo e compagni volessero rimettere mano alla legge. Tutt’al contrario. Ai Cinquestelle il sistema proporzionale partorito con le decisioni della Consulta sta più che bene, perché non gli mette al collo il cappio della coalizione. Posizione legittima, ma che difficilmente può tirare il Paese fuori dalle secche. Promette anzi di lasciarcelo chissà per quanto.

La situazione, vista dal lato del partito democratico, è invece la seguente: assumersi la responsabilità di approvare il rosatellum ricorrendo alla fiducia per evitare l’ennesimo fallimento, oppure alzare bandiera bianca, e consegnare definitivamente il Paese all’ingovernabilità?

Certo, le alternative non si presentano mai così nettamente. Hanno le loro sfumature. È chiaro che il ricorso alla fiducia punta a bypassare malumori e dissensi che attraversano sia il Pd che Forza Italia. È vero pure che anche il rosatellum non garantisce maggioranze stabili: la quota uninominale prevista difficilmente porterà l’uno o l’altro schieramento fino al 50,1%. Ma cosa c’è dall’altra parte? Che cosa motiva il rifiuto della legge da parte dei Cinquestelle, o da parte di Mdp? C’è, da parte loro, l’indicazione di un’alternativa praticabile? Allo stato, no. Allo stato, c’è solo la marea montante della polemica, portata spesso al di sopra delle righe, e condotta non in nome dell’interesse generale, ma dell’interesse proprio. Per quale motivo, infatti, non sarebbe nell’interesse generale del Paese introdurre un terzo di collegi uninominali che spingono le forze politiche a coalizzarsi fra loro, gli altri due terzi rimanendo proporzionali? Non si capisce. Mentre si capisce benissimo perché né i grillini, né quelli di Mdp vogliono il rosatellum: perché non fa al caso loro (mentre fa al caso di quegli altri).

Ora, ci si può dolere che la disputa sulla legge elettorale non si elevi dalla contingenza politica del momento. Ma questa doglianza riguarda tutti i partiti, nessuno escluso. Resta però che col rosatellum si fa almeno un passo in avanti nel senso della governabilità, e soprattutto si produce una legge forte del più largo consenso finora disponibile in Parlamento. Né ce n’è un altro. E, di questi tempi, trovare una maggioranza larga che assume su di sé il peso di una decisione politica per tirare il Paese fuori dallo stallo in cui si è cacciato dopo la bocciatura del referendum costituzionale, non è cosa da poco. Anzi è tanto, e sarebbe sbagliato buttarlo via.

(Il Mattino, 11 ottobre 2017)

Il meridionalismo dell’orgoglio terrone

Kandinsky Intorno al cerchio 1940

V. Kandinsky, Intorno al cerchio (1940)

Chissà dove un nuovo meridionalismo potrà attingere, per ripensare la questione meridionale. Lo scorso anno, Gianfranco Viesti e Carlo Trigilia hanno provato a mettere in fila gli effetti che la crisi ha avuto sull’economia del Mezzogiorno: un calo del Pil doppio di quello del Centro Nord, la caduta degli investimenti; il forte ridimensionamento del settore manifatturiero; l’ulteriore emorragia di occupazione; la crescita della povertà delle famiglie; la riattivazione dei flussi emigratori; il calo demografico per effetto di un abbassamento del tasso di natalità.

Lo scenario completo, ricordavano gli autori, deve però tenere in conto anche i segnali positivi: la forte crescita del turismo, la vivacità imprenditoriale nel settore delle start up, i settori industriali che realizzano performance positive anche negli anni più bui della crisi, la stessa tenuta degli equilibri sociali, non facile agli attuali livelli di disoccupazione.

A questo quadro vanno ad aggiungersi ora i dati confortanti che l’Istat ha fornito sulla produzione industriale nell’ultimo anno, con la Campania che cresce più della media nazionale e del Centro Nord. La direzione presa dalle politiche pubbliche, a livello nazionale e regionale, sembra insomma che stia dando i primi frutti.

A leggere però il racconto che del Meridione fornisce «Attenti al Sud», il libro che raccoglie le testimonianze di quattro scrittori meridionali («il pugliese Pino Aprile, il napoletano Maurizio De Giovanni, il calabrese Mimmo Gangemi, il lucano Salvatore Nigro») sembra che la questione meridionale non sia una questione legata alle strategie di sviluppo economico di queste terre, bensì soltanto una questione di identità. O, peggio ancora, che sia solo la questione di come sia distorta la rappresentazione più o meno stereotipata che di questa identità viene offerta nei media nazionali, nella pubblicistica corrente, da ultimo magari nelle serie televisive in stile Gomorra.

Così i quattro autori provano a raccontare un Sud diverso: Nigro sceglie di mostrare quanto sia da riscoprire la tradizione letteraria meridionale, e in particolare lucana, di cui si sa ancora troppo poco; Gangemi spiega che la Calabria è terra di ‘ndrangheta, ma questo non vuol dire affatto che tutti i calabresi siano ‘ndranghetisti; De Giovanni sostiene che i meridionali questa benedetta identità se la vedono appiccicata addosso dagli altri e finiscono col subirla; Aprile infine prova a sostenere che al mondo nessuno può essere orgoglioso della sua storia e della sua cultura più del popolo meridionale. Non solo, ma «Mentre il Nord sta dissanguando il paese, per tenere in piedi le cattedrali di una religione perduta, ovvero quella industriale, il Sud, con una scarpa e una ciabatta (come dicono a Roma), sta reinventando il mondo».

Nientemeno! Quest’ultima tesi è francamente assai ardita, ma è la più indicativa di una certa maniera di affrontare il tema del divario fra Nord e Sud sulla base di tre, caratteristiche inconfondibili, e ricorrenti in certa saggistica “sudista”, che si ritrovano anche in questo agile libretto. La prima consiste nell’insistere esclusivamente sui torti e le ingiustizie subite dal Mezzogiorno, nel corso della sua storia post-unitaria (chissà poi perché ingiustizie e torti i governanti pre-unitari non ne commettessero); la seconda consiste nell’accumunare enfaticamente la sorte del Meridione d’Italia a quella di tutti i Sud del Mondo; la terza, infine, nel ricercare percorsi di modernizzazione inediti, alternativi a quelli imposti dall’Europa e dall’Occidente, lungo i quali l’arretratezza del Sud si ritrova all’improvviso ad essere non più un handicap, ma anzi un vantaggio e, quasi, un motivo di fierezza.

Le tre caratteristiche suddette si ritrovano nitidamente esposte solo nel testo di Pino Aprile, che insiste in particolare, come in tutti i suoi libri, sulla colonizzazione del Mezzogiorno da parte del Nord. Ma si possono riconoscere anche negli altri contributi: nell’elogio della intemporale bellezza partenopea di De Giovanni, ad esempio, o nella difesa dell’Aspromonte non contaminato dall’industrializzazione di Gangemi: ogni volta, il Sud appare come una specie di miracolo, reso possibile dall’essersi tenuto in disparte dal corso principale della modernità e dalle sue brutture. E siccome i meridionali sono vittime del pregiudizio che li vuole corrotti, delinquenti o sfaticati, in tutto questo libretto non si troverà una sola parola sui loro vizi, ma solo sulle loro virtù: letterarie o morali, umane o artistiche.

Ma è poi dei vizi o delle virtù di un popolo, che si tratta? È questa la questione meridionale: una questione antropologica, scritta nei costumi, nei dialetti e nelle tradizioni del Sud? Ed è da lì che deve ripartire il nuovo meridionalismo? È lecito dubitarne. L’impressione è anzi che si commetta l’errore opposto: alla caricatura anti-meridionalista si replica infatti con una calorosa professione di fede meridionale, come se bastasse rivendicare storia e memoria per superare le contraddizioni reali che frenano lo sviluppo del Mezzogiorno. Come se la questione meridionale fosse solo una questione di orgoglio ferito, e la letteratura fosse chiamata solo a riscattare questo orgoglio: questa sarebbe la sua missione civile. Ho paura che sia il contrario, che questa riscoperta delle proprie radici, per tanti aspetti meritoria, funga solo come consolazione ai propri mali: come spesso è stato nella storia d’Italia, usa a celebrare, a volte persino a mitizzare il proprio glorioso patrimonio, per nutrire speranze future, tenendosi però alquanto discosti dalla prosaicità del presente.

(Il Mattino, 10 ottobre 2017)

 

I buoni, i cattivi e l’umiltà della giustizia

Rothko Antigone 1941

M. Rothko, Antigone (1941)

La descrizione della realtà criminale campana, offerta dal procuratore capo Gianni Melillo nella sua prima uscita pubblica, è assolutamente realistica: la camorra non è un fatto puramente criminale, privo di addentellati con la realtà circostante. La «cantilenante e rassicurante narrazione» che la riduce a mera devianza è ben lungi dal cogliere i fenomeni nella loro natura reale. Ben lungi anche dal descrivere la dimensione dei blocchi sociali che si coagulano intorno ad attività criminali. Questi blocchi – ha spiegato Melillo – assumono sempre più una forma reticolare che coinvolge soggetti, forze, strutture fra loro anche molto distanti, e che possono persino ignorarsi, ma che tuttavia si trovano ad essere collegate da una medesima, robusta trama di interessi.

Se questa analisi è corretta, è evidente la difficoltà a indicare dove finisce l’economia legale e dove comincia invece l’economia illegale, a stabilire fin dove la rete delle imprese o delle professioni, o degli stessi poteri pubblici locali, si mantiene al riparo dall’influenza camorristica. L’attuale complessità dell’organizzazione sociale ed economica sembra portare piuttosto una realtà a stingersi nell’altra, il lecito a confondersi con l’illecito, soprattutto in determinati contesti – come quello campano – caratterizzati da una presenza radicata della delinquenza organizzata, che permea di sé ampi settori della società.

In un quadro così problematico e sfuggente, lo Stato non può certo rinunciare all’azione repressiva: deve anzi aggiornare sempre meglio i suoi strumenti per stare al passo con l’evoluzione dei fenomeni criminosi. Ma è evidente che quanto più si riconosce l’incidenza sociale delle mafie, tanto più si riconosce l’insufficienza di una risposta puramente penale. Non si raddrizza una società con i soli strumenti del diritto penale, insomma, per quanto ampi possano essere i successi riportati nella lotta alla criminalità organizzata. Lo ha ricordato indirettamente lo stesso procuratore: negli ultimi venticinque anni sono stati conseguiti risultati straordinari, ha detto, ma questo non vuol dire affatto che ci siamo liberati dalla camorra. Ovviamente non vuol dire nemmeno che la camorra, come la mafia, non possa essere vinta. Ma la storia dell’Italia mafiosa è intrecciata con la storia economica, sociale e politica del Paese di maniera tale che è nelle linee del suo sviluppo, nell’evoluzione della società, nella sua crescita civile e culturale che va individuato il terreno ultimo sul quale quella lotta va condotta. È accettabile allora che l’ordinamento penale venga sovraccaricato di aspettative improprie, per arrivare là dove non può arrivare, senza stravolgere il sistema di garanzie che dovrebbe costituirne l’anima?  No, non è accettabile. Non è questo un patto che si possa stringere: cedere un po’ sul terreno dei principi dello Stato di diritto, per avere più vigore e forza di penetrazione sul piano dell’azione di contrasto. Al contrario, la vicenda recentissima dell’approvazione delle modifiche al codice antimafia ha purtroppo avuto proprio questo segno, con un’abnorme inflazione di misure preventive, mai così estese nella storia della Repubblica. Indagini come quella di Appaltopoli dimostrano invece un’altra grave stortura dell’attuale sistema: le risultanze investigative danno quel che possono dare, compreso il clamore che suscitano, nella fase preliminare, dopodiché però svaporano nel processo, ridotto quasi ad un’appendice secondaria. La foga di criminalizzare quelle zone grigie della società in cui si annidano collusioni, connivenze e complicità non viene trattenuta entro le regole del diritto, ma sostenuta e anzi surriscaldata dall’indiscutibile esigenza morale di fare giustizia. La distorsione si misura facilmente da ciò, che quando l’indagine viene archiviata o l’imputato assolto, l’opinione pubblica (e qualche infallibile magistrato), pensa non che sia innocente, ma che semplicemente l’ha fatta franca. Il marchio di colpevolezza, così, lo raggiunge comunque: invece di condanne effettive, che non si riescono a comminare, gli si affibbia almeno una condanna morale, per giunta di grande effetto mediatico.

Forte di una esperienza pluridecennale, sia nelle indagini di criminalità organizzata che come cabo gabinetto al ministero della giustizia, tutte queste cose Melillo le sa, le ha viste e le ha conosciute. Ma non tutto il sistema della giustizia, e non tutti gli uffici della procura napoletana le tengono sempre presenti. Nel suo capolavoro, «Viaggio al termine della notte», Céline scriveva: «non sarebbe tanto male, se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi». Qualcosa c’è, in realtà, ed è il diritto, anche se non arriva a rispondere agli interrogativi metafisici posti lungo quel viaggio. Ma è al diritto che affidiamo la distinzione che separa se non proprio i buoni dai cattivi, almeno il lecito dall’illecito. Solo che, per non correre il rischio di spingere un buono tra i cattivi, accettiamo (o dovremmo accettare) che a volte un cattivo rimanga nella compagnia dei buoni. È inefficienza? Certo, ma è anche la misura giuridica che assicura agli individui, e protegge, la loro libertà.

(Il Mattino, 8 ottobre 2017)

Un tribunale internazionale per prevenire le guerre

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P. Mondrian, New York City I (1942)

È possibile prevenire la guerra con lo strumento del diritto? È possibile che le controversie internazionali non siano più decise con le armi, ma affidate a, e risolte da, un tribunale internazionale permanente? È possibile che l’aggressione militare a uno Stato straniero sia non solo contemplata tra i crimini sui quali abbia competenza un simile tribunale, ma anche effettivamente scoraggiata dalle conseguenze penali di una simile azione? Il progetto cosmopolitico di una giustizia penale internazionale prova a rispondere affermativamente a queste domande. E non solo a queste, ma a tutte quelle che sono legate all’obiettivo ultimo di perseguire legalmente, sulla base di quegli stessi principi di giustizia che sostengono la repressione penale negli Stati liberaldemocratici, l’esercizio del potere che si macchia di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimini contro la pace. A questo progetto è dedicato l’importante libro, davvero imprescindibile sull’argomento, di Daniele Archibugi e Alice Pease, Delitto e castigo nella società globale. Crimini e processi internazionali (Castelvecchi, p. 334, € 25). Diviso in tre parti, il libro affronta anzitutto l’evoluzione e gli scopi della giustizia penale internazionale in una prospettiva storica; presenta quindi, con dovizia di particolari e finezza di analisi, alcuni dei più clamorosi processi svoltisi negli ultimi vent’anni a carico di leader politici e capi di Stato come Augusto Pinochet, Slobodan Milosevic, Saddam Hussein: offre infine una valutazione assai informata sul futuro possibile di una giustizia penale internazionale.

Gli autori non si nascondono nessuna delle difficoltà che un tale progetto presenta: difficile recidere il cordone ombelicale che lega le corti di giustizia internazionali agli Stati o alle organizzazioni che le hanno istituite; difficile mettere le corti nella condizione di esercitare effettivamente la loro giurisdizione; difficile predisporre un tessuto autonomo di norme e di procedure sulla cui base operare; difficile perseguire tutti i crimini perpetrati, e difficile dunque che l’azione penale non appaia orientata in maniera parziale e altamente discrezionale. Tutte queste difficoltà non intervengono tanto sul piano teorico, quanto su quello pratico, per la resistenza che oppongono gli Stati (e i loro governanti) a farsi giudicare da un giudice terzo, accettando così una limitazione della loro potestà monocratica. Basti pensare anche solo al fatto che l’attuale Corte penale internazionale, operante già da un quindicennio, ha l’adesione di più di centoventi Paesi, ma non della Cina, dell’India, della Russia e degli Stati Uniti: chi comanda il mondo, non vuole essere giudicato. È la perenne lezione del realismo politico.

La prospettiva di ricerca di Archibugi e Pease si situa lungo il prolungamento di una linea cosmopolitica, che al potere sovrano dello Stato (il più gelido di tutti i mostri, diceva Nietzsche) vorrebbe in realtà tagliare le unghie. Le sue stelle polari si trovano nel progetto di pace perpetua di Immanuel Kant e nell’internazionalismo giuridico di Hans Kelsen. Ma si prova ad andare anche oltre: finché infatti, scrivono gli autori, “la giurisdizione universale è esercitata da magistrature statali, e i tribunali internazionali sono il risultato di complesse negoziazioni intergovernative” sarà illusorio pensare di costruire “un autentico contropotere rispetto alle istituzioni statali”. Invece però di rassegnarsi di fronte all’illusione, Archibugi e Pease sostengono la necessità di accompagnare il processo verso una giustizia internazionale più giusta dal basso, attraverso la costruzione di una opinione pubblica orientata in tal senso.

Illusione anche questa? Può darsi. Però resta una domanda, che dal processo di Norimberga ad oggi rimane decisiva: dati tutti i limiti, le insufficienze e finanche le ipocrisie della giustizia internazionale, preferite che questa trama giuridica si spezzi del tutto, che non vi siano più corti internazionali, che i criminali di guerra non vengano giudicati (ma sommariamente giustiziati o sbrigativamente amnistiati), o vi augurate invece che si rafforzi e si ampli la giurisdizione internazionale? Non sarà realistico prendersi anche quel poco che queste corti sono finora riuscite a fare, per provare ad ampliarlo un po’ di più?

(Il Mattino, 7 ottobre 2017)