Il diktat del sindaco ha due pesi e due misure

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E così il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha sferrato in poco più di ventiquattro ore un uno-due micidiale, un paio di colpi – uno sopra l’altro invero sotto la cintola – da far invidia al miglior Cassius Clay. Dunque. Domenica De Magistris è andato a Roma, a piazza del Popolo, a parlare dal palco del «corteo sociale» indetto per sostenere il no al referendum costituzionale. Poi è rientrato, si è cambiato d’abito, e allarmatissimo ha annunciato che avrebbe subito verificato se davvero i vertici del San Carlo siano impegnati nella campagna referendaria perché la cosa, ha tuonato il Sindaco, sarebbe molto grave, e configurerebbe l’utilizzo a fini politici di incarichi istituzionali.

Par di aver le traveggole. La persona che nei giorni festivi sfila nella capitale e colà si perita di chiedere dinanzi alla piazza «costituente e ricostituente» nientepopodimeno che «un governo popolare di liberazione nazionale» (qualunque cosa sia), in quelli feriali bacchetta severamente la soprintendente del Massimo partenopeo, Rosanna Purchia, perché avrebbe partecipato a un’iniziativa a favore del sì al referendum. Cioè: De Magistris può andare il giorno prima al corteo romano, parlare e comiziare, mentre Rosanna Purchia non deve il giorno dopo muoversi dal San Carlo, ed è anzi meglio che stia zitta. Lo impone il rispetto delle istituzioni, dice De Magistris, lo esige la necessità di non strumentalizzare un bene pubblico, anzi un bene comune.

Ora, sarebbe il caso che De Magistris spiegasse meglio che cosa significhi rispetto delle istituzioni e cosa bene comune. A giugno, infatti, la giunta da lui guidata ha approvata una delibera con la quale lui, insieme a tutta l’amministrazione comunale, si schierava contro «la deriva autoritaria» della riforma, colpevole di stravolgere l’impianto istituzionale della Repubblica italiana. Non c’è una legge che lo vieta, ma è perlomeno un atto irrituale, che tra le deliberazioni di una giunta comunale spunti fuori una delibera del genere. Invece, quanto al ruolo tecnico della Soprintendente Purchia, per farsi un’idea si potrebbe far così: passare in rassegna le nomine del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, e chiedersi se le persone chiamate a ricoprire incarichi in forza degli atti a firma del Ministro competente non sia meglio che si astengano dal prendere posizione. Il direttore della scuola archeologica di Atene, ad esempio, come la Purchia nominato con decreto del ministro, può dire pubblicamente se vota sì o no, o lo vieta il decoro della Scuola? E il Presidente e i vice-Presidenti dell’Accademia dei Georgofili: loro possono pronunciarsi? E i componenti della Consulta territoriale per le attività cinematografiche, di nomina ministeriale: tutti zitti? Se valesse il criterio di De Magistris per imporre continenza di parole e forse anche di pensieri al Soprintendente del massimo teatro cittadino, la cosiddetta società civile sarebbe ridotta al silenzio d’un sol colpo. E, certo, in tal caso le parole roboanti di De Magistris, la sua battaglia domenicale per «l’autogoverno, l’autogestione, l’autonomia» e per «un’internazionale dei beni comuni» (qualunque cosa siano) rimbomberebbe ancora di più.

Ma per fortuna il rispetto delle istituzioni è una cosa ben diversa dal modo in cui lo interpreta De Magistris. Che è un ex-magistrato, e dovrebbe sapere che i primi a prendere la parola senza tema di compromettere il loro ruolo e la loro funzione sono i magistrati italiani. I magistrati, non i soprintendenti (o gli accademici di questa o quella prestigiosa scuola). Non solo prendendo la parola a titolo personale, ma impegnandosi come associazione. È il caso di magistratura democratica, che a gennaio ha aderito al comitato per il No. Ora, se è un diritto dei magistrati partecipare alla campagna costituzionale referendaria – sentirlo anzi come un dovere civico, quando è in gioco l’architettura democratica del Paese – diviene difficile pensare che il Soprintendente di un teatro invece non possa. Che rischi lei di gettare nella mischia l’istituzione, e non tutti gli altri che si esprimono in un senso o nell’altro.

A meno che De Magistris non si sia ricordato di essersi opposto, lo scorso anno, alla nomina del Soprintendente, e tutta questa sensibilità istituzionale di cui sembra dimenticarsi quando è impegnato a derenzizzare la città non sia piuttosto qualcosa come un sassolino che ancora gli duole nella scarpa, da quando il cda della Fondazione del Massimo decise di procedere nonostante l’opposizione del Sindaco. Lui vuole toglierlo, quel sassolino, e magari prima o poi gli riuscirà di riprendersi uno di quei «palazzi della collettività» (qualunque cosa siano) che gli altri, a suo dire, occupano. Ma decoro, rispetto, dignità e prestigio delle istituzioni può starne sicuro: non c’entrano nulla.

(Il Mattino, 29 novembre 2016)

Mattarella e la forza della mitezza

bobbio

L’arroganza, la protervia, la prepotenza. E poi, al polo opposto, c’è la mitezza. Quando Norberto Bobbio scrisse il suo fortunato elogio della mitezza, aveva in mente una virtù che doveva anzitutto esercitarsi nelle relazioni personali, come disposizione a non sopraffare l’altro, a non esibire la propria forza. Una virtù che si costruisce trattenendosi, ritirandosi dal potere che si potrebbe usare e che si decide invece di non usare. Una virtù che si attaglia benissimo al ruolo che svolge, nell’ordinamento italiano, il presidente della Repubblica.

In realtà, i giuristi hanno ormai adottato l’immagine coniata da Giuliano Amato, di un potere «a fisarmonica», che si espande o contrae a seconda delle condizioni complessive in cui si trova il sistema politico. E certo, maggiore è la fibrillazione in cui il sistema versa, più è richiesto al Presidente di svolgere una funzione di equilibrio e di garanzia.

Manca ormai meno di una settimana al referendum costituzionale, e forse è il momento giusto per un elogio della mitezza che il presidente Mattarella ha fin qui dimostrato. Non è solo una questione di galateo, o di stile personale ispirato alla sobrietà. Non è nemmeno un nobile esercizio di pazienza o di cristiana rassegnazione. I toni del confronto politico si sono di molto alzati, e non solo perché è aumentato il rumore della propaganda, o perché non sono mancate le grida scomposte e le espressioni ingiuriose, ma perché più volte sono venuti al pettine i nodi politici e istituzionali che, all’indomani del voto, bisognerà che siano sciolti. E il primo a cui tocca disbrigare quei nodi è proprio il presidente della Repubblica.  Ci sarà o no una crisi di governo, nel caso in cui il no dovesse prevalere? E che genere di crisi sarà? Quali saranno i suoi passaggi parlamentari? E quale governo si farà, dopo? Ma anche in caso di vittoria del sì, non è detto affatto che prosegua tranquilla la navigazione di questa legislatura, e le elezioni potrebbero essere già dietro le porte. E il nodo della legge elettorale, sul quale si attende ancora la pronuncia della Corte costituzionale? Il combinato disposto di Italicum e riforma costituzionale è stato presentato da alcuni come un pericolo, che avrebbe dovuto mettere in allarme le supreme magistrature del Paese. Ma anche il combinato disposto di una mancata riforma e di una bocciatura dell’Italicum porta con sé una quantità di dubbi e di incertezze non piccola, e il rischio di un’impasse istituzionale. E gli stessi partiti, che rimangono i primi interpreti della volontà popolare: anche per loro, il 4 dicembre potrà provocare un energico rimescolamento di carte. Non c’è solo il Pd, la maggiore forza politica presente in Parlamento, che andrà a congresso il prossimo anno. Anche il centrodestra non è chiaro quale fisionomia assumerà, e neppure chi lo guiderà (e verso dove). Persino nei Cinquestelle, che appaiono molto più compatti dietro il megafono di Grillo, non è detto affatto che il processo di selezione della leadership non procuri qualche scossone. Deciderà la Rete, dicono con finta ingenuità, come se, siccome decide la Rete, non si trattasse di una vera decisione politica, con tutti i sussulti che ciò comporta.

E quindi: dal prosieguo della legislatura alla tenuta del governo, dalla legge elettorale ai rapporti politici, le incognite non mancano, così come non mancano i punti di applicazione dei poteri del presidente della Repubblica. Ebbene, immaginate che cosa comporterebbe un altro stile presidenziale, fatto di dichiarazioni pubbliche, interviste, magari messaggi alle Camere, e insomma l’esercizio di una moral suasion condotto in pubblico. Immaginate se salissero i giri anche del «motore di riserva» della Repubblica, se la presenza del Presidente fosse avvertita in questi giorni come più marcata, più decisa, più determinata: un putiferio.

Eppure, si potrebbe persino dire che il Presidente ne avrebbe ben donde. Da un alto è indubbio che, da Sandro Pertini in poi, il volume delle esternazioni è progressivamente cresciuto, in corrispondenza con i mutamenti del sistema politico, la diminuita partecipazione, la crisi di credibilità, la frammentazione dei partiti e degli schieramenti, la fine del bipolarismo. In questo confuso scenario, il Quirinale ha assunto negli anni una posizione sempre più centrale, ma anche propulsiva, fin quasi ai limiti dell’iniziativa politica diretta. Dall’altro, il Presidente rimane pur sempre il garante degli equilibri costituzionali, il difensore dei diritti fondamentali e del bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione: una riforma vasta e incisiva fa necessariamente arrivare fin sul più alto Colle della Repubblica le più diverse sollecitazioni.

Dinanzi a tutte queste spinte, attuali o potenziali, reali o virtuali, c’era materia per dare una curvatura per dir così «governante» alla propria funzione, certo con il rischio di incrinare la stabilità del quadro politico e istituzionale. Mattarella si è ben guardato dall’assumere un simile profilo, mettendo a disposizione la propria forza moderatrice, la propria interpretazione mite del ruolo presidenziale. Ha scelto di pesare il meno possibile sul 4 dicembre. Il Paese ne guadagna una certezza: nessuno mette in discussione che siano in buonissime mani le decisioni che dovranno essere prese a partire dal giorno cinque. Bobbio diceva che compagna della mitezza è la semplicità, «il rifuggire intellettualmente dalle astruserie inutili, praticamente dalle posizioni ambigue». Comunque andrà il voto, la mitezza di Mattarella garantisce al Paese che non saranno percorse strade astruse o ambigue, soluzioni improvvisate o dissennate. E scusate se è poco.

(Il Mattino, 28 novembre 2016)

Chi ha paura (e disprezzo) della politica

A turkey looks around its enclosure at Seven Acres Farm in North Reading

È possibile che nel falò del 4 dicembre si bruceranno molte ambizioni. Se avesse ragione l’Economist, che ieri ha provato a ragionare sul significato del voto referendario e i possibili scenari futuri, è l’intera classe politica italiana che dovrebbe, se non bruciarsi, almeno farsi da parte, per lasciare spazio ad un «governo tecnico ad interim». L’autorevole settimanale britannico, schierandosi per il no al referendum, sostiene che la riforma costituzionale darebbe troppo potere al futuro premier. Giudizio discutibile, naturalmente, ma ancor più discutibile è il paradosso che l’Economist ne ricava. Che cosa succederebbe infatti, se a riforma approvata, gli italiani votassero Grillo alle prossime elezioni? Il timore che la riforma targata Renzi possa fare il gioco dei Cinquestelle spinge il giornale a suggerire la soluzione tecnica: per timore di un ribaltamento degli istituti della democrazia liberale, ad opera dei grillini, si suggerisce di cominciare subito con una specie di commissariamento soft, una sorta di prudente sospensione più o meno concordata, magari etero-diretta da Bruxelles.

Una simile logica è in reale proprio ciò che tiene lontana l’Unione europea dai cittadini. Perché l’argomento dell’Economist consiste in sostanza nel chiedere di sterilizzare gli effetti del pronunciamento elettorale: proprio come si continua a fare, nel tentativo di far passare in Europa riforme che si giudicano al contempo necessarie ma impopolari. Il populismo, in questo schema, è lo spauracchio, ma è anche il contraccolpo dell’ostinazione con la quale nelle capitali europee di perseguono politiche che non sono in grado di conquistare il necessario consenso.

La cosa notevole è però che questa volta è il sì il risultato da sterilizzare. È evidente, infatti, che la deriva autoritaria è un pericolo sovrastimato: l’Economist cita (e mette sgradevolmente sullo stesso piano) Mussolini e Berlusconi, ma sono paragoni del tutto privi di senso storico. Tanto Mussolini quanto Berlusconi arrivano alla guida del governo per la debolezza del sistema politico e istituzionale, e non già perché l’assetto costituzionale del paese ha tolto le garanzie e i contrappesi, facendo spazio all’uomo forte. Nel caso di Berlusconi, poi, era tanto poco forte la sua condizione che nel ’94 il suo primo governo cadde dopo pochi mesi. Dunque il raffronto storico è del tutto improponibile e va rovesciato: è la debolezza che apre la strada, se mai, a soluzioni autoritarie, non già il rafforzamento delle istituzioni.

Perciò la preoccupazione del settimanale sembra avere un altro senso, e cioè che il sì alla riforma metta in circolo troppa energia politica. Per il prudente e tecnocratico establishment dell’Unione è una condizione con cui è meglio non misurarsi.

Ma chi utilizzerà questa energia, sgombrato il campo dai timori per la democrazia (che spingono per paradosso – come si è visto – a mettere tra parentesi la democrazia): ecco ora il tema. Negli ultimi giorni, si è fatto sempre più chiaro che una parte decisiva sul risultato finale può giocarla il Mezzogiorno, e la Campania in particolare. Se tutta l’attenzione si è concentrata sulle esternazioni di De Luca, al di là dei toni esorbitanti, una ragione c’è. La Campania può essere veramente l’ago della bilancia. È come se sui due piatti stessero da una parte il governatore campano, e dall’altra quello della Puglia. Il sì e il no possono decidere chi dei due peserà di più. In gioco c’è sicuramente la rappresentanza delle ragioni del Sud, ma c’è anche il partito democratico e gli equilibri di tutto l’arcipelago della sinistra. È in vista di quei futuri, nuovi equilibri, che a Napoli si avvicinano a De Magistris pezzi del bassolinismo, la Cgil, i dalemiani: tutto quello che può essere manovrato contro Renzi, insomma. Nella stessa prospettiva si muove anche Emiliano, che nella futura partita congressuale proverà a giocare da principale antagonista di Renzi. Tutt’altro scenario si disegna se invece sarà il sì a prevalere, e De Luca a determinare il risultato con il voto campano. I piccoli fuochi si spegneranno, e si aprirà una fase diversa, incentrata sull’asse preferenziale fra il premier e il governatore. Questo è ovviamente solo una parte del significato che avrà il voto del 4 dicembre. Ma è una parte non piccola, perché, al di là dei futuri meccanismi elettorali o del nuovo ordinamento istituzionale, imprimerà un segno forte anche al sistema politico italiano.

(Il Mattino, 25 novembre 2016)

La lotta politica sulla pelle dei malati

monopoli

È civile un Paese in cui un esponente politico chiede l’arresto di un altro esponente politico? È civile un Paese nel quale  il primo – poniamo: un vice presidente della Camera dei Deputati – chiede l’arresto di un altro – per esempio: il Presidente di una importante Regione del Paese –? È civile un Paese nel quale il primo chiede l’arresto del secondo non sulla base di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, non previo accertamento della commissione di reati, ma perché ha lui stesso individuato il reato? Perché così va, in questo Paese: il vicepresidente della Camera dei Deputati, Luigi Di Maio, afferma che in un Paese civile il governatore campano, Vincenzo De Luca, dovrebbe essere agli arresti. In carcere. In gattabuia. Forse è l’effetto Trump: in campagna elettorale il candidato repubblicano aveva detto infatti che avrebbe nominato un procuratore speciale per mettere sotto inchiesta la Clinton e farla arrestare. Di Maio è solo un po’ più sbrigativo: direttamente in galera, senza passare per la nomina di un procuratore.

Questa, naturalmente, è soltanto la sua idea di civiltà. Ed è un’idea molto lontana dal livello di civiltà giuridica che i paesi europei hanno raggiunto, più o meno da un paio di secoli. Però Di Maio ci fa il piacere di lasciarci immaginare cosa sarebbe il Paese civile che avesse lui alla sua guida: dopo tutto non è nemmeno un’ipotesi così peregrina, visto che è pur sempre il più papabile candidato premier dei Cinquestelle. Sarebbe un Paese in cui uscite sopra le righe come quelle di De Luca costerebbero la detenzione.

Ma intanto il Paese che abbiamo è questo: un Paese in cui Luigi Di Maio si scandalizza per il linguaggio del governatore campano, e tutto infervorato, e tutto consumato dal sacro fuoco dell’indignazione, ne spara una di gran lunga più grossa. Era infelice la battuta di De Luca sulla Bindi? Certo, lo era. Ed era spudorato il comizio di De Luca agli amministratori locali, con il suo elogio iperbolico del perfetto sindaco clientelare? Sì, lo era. Ma è frutto di una incultura giuridica molto più pericolosa, e di una mentalità intrisa di estremismo giacobino, la più lontana possibile da ogni idea liberale della politica e del diritto, l’incitazione all’arresto di De Luca, da parte di Di Maio? Sì, lo è.

Dopodiché cosa succede? Che in commissione tutto si ferma, e quel provvedimento che doveva modificare le regole del commissariamento straordinario, consentendo di riportare la sanità campana (e quella calabrese) sotto la responsabilità politica del governatore, viene sospeso. Chi se la sente infatti di difendere De Luca, mentre il tribunale dei Cinquestelle ne chiede l’arresto per voto di scambio? Non parlano già di schifezza ed abominio (come se la gestione commissariale di questi anni avesse regalato servizi migliori in qualità e quantità)? È chiaro che ora la materia scotta, ed è perlomeno inopportuno, politicamente parlando, mettersi per questa strada. A pochi giorni dal voto referendario, era difficile sfuggire a questa considerazione. Così anche il ministero della Salute ha cominciato a frenare. E addio emendamento.

Ora che quel che succederà dopo il 4 dicembre nessuno lo sa. Bisogna spiegarlo però ai cittadini campani. E spiegarlo bene, perché la sanità è la gran parte del bilancio regionale, oltre ad essere insieme al lavoro, in cima alla preoccupazione delle persone. Senza l’emendamento, la sanità continua a rimanere al di fuori della conduzione del governo regionale. Ospedali, farmaci, prestazioni: tutto. In un Paese civile, questo non accadrebbe se non in via del tutto eccezionale, e per un tempo molto limitato. In un Paese civile, ci si dovrebbe preoccupare piuttosto di come fare perché i politici rispondano del loro operato dinanzi alla pubblica opinione e, in occasione del voto, all’elettorato. Nel nostro Paese, invece, si risponde a Luigi Di Maio.

(Il Mattino, 23 novembre 2016)

Matteo, Vincenzo e le ragioni dell’alleanza

immagineeeLa partita politica che si gioca sul voto del 4 dicembre rischia di avere il sopravvento su quella istituzionale. In realtà, è evidente da tempo che le due partite sono indissolubilmente intrecciate, ed è difficile immaginare che sarebbe potuta andare diversamente. L’azione di riforma costituzionale intrapresa dal governo Renzi, ma già impostata dal governo presieduto da Enrico Letta, era iscritta all’origine di questa legislatura: pensare che possa risolversi  – qualunque sia lo scioglimento finale – senza coinvolgere le prospettive politiche che si profileranno all’indomani dell’esito referendario è abbastanza ingenuo.

Questo è dunque il nodo sostanziale, da cui dipendono legami, rapporti, alleanze. Così si muovono ormai i protagonisti della campagna elettorale. Così è anche tra De Luca e Renzi. Le cronache dicono che fra i due sarebbe sceso il gelo, dopo le frasi indifendibili del governatore campano su Rosi Bindi,e dopo le apostrofi schiette fino alla brutalità, da lui usate per mobilitare sindaci e amministratori locali. Il tour elettorale di Renzi, che è di nuovo stato in Campania, non ha portato infatti il governatore e il premier di nuovo l’uno accanto all’altro: imbarazzo, prudenza, o presa di distanza? Forse nessuna delle tre. O forse meglio: nessuna delle tre condotte tocca il nodo vero, che dipende molto meno dalle parole usate in questi giorni e molto di più dai rapporti di forza che il voto referendario consentirà di misurare.

De Luca, infatti, non ha smesso un solo istante di fare campagna elettorale. E andrà avanti così, fino all’ultimo giorno utile. Figuriamoci se si lascerà infastidire dalle critiche che ha ricevuto in questi giorni, in privato e in pubblico, o da una stretta di mano mancata. Il suo obiettivo è chiaro: quali che siano le percentuali che il sì riuscirà a raggiungere il 4 dicembre, la Campania deve stare al di sopra di quelle percentuali. E più starà al di sopra, più sarà l’ago della bilancia, meglio De Luca dimostrerà non solo il consenso di cui gode, ma che – ancora una volta – quel consenso è anzitutto merito suo. Poi, certo, non è la stessa cosa: se il sì vince, Renzi rimarrà ancora a lungo il dominus della situazione, e De Luca avrà da trattare con lui, sulla base del risultato campano. Se invece vince il no, si giocherà in un futuro non lontano la rivincita delle elezioni politiche: a scadenza naturale o anticipata, con o senza una nuova legge elettorale, con o senza un governo di scopo, o di transizione, ma in ogni caso con Renzi ancora in campo a guidare il fronte del cambiamento. E De Luca a dettare le sue condizioni per sostenerlo.

Insomma, sia Renzi sia De Luca non hanno scelto di amarsi e onorarsi per tutti i giorni della loro vita. Non lo hanno scelto ieri, né lo avevano scelto un anno fa. Checché se ne dica, i due non si somigliano affatto, né a quanto pare vogliono somigliarsi. Le parti sono assegnate e ognuno fa il suo: Renzi vuole essere il perno di un sistema politico nazionale rinnovato, e De Luca vuole essere il rappresentante degli interessi meridionali nel nuovo assetto istituzionale. Ma, per il resto, i due non hanno la stessa cultura politica, non provengono dalla stessa storia, non hanno la stessa età e probabilmente nemmeno gli stessi gusti. È vero che in entrambi non si trova più la fraseologia tradizionale della politica italiana, ma la nuova non è fatta con lo stesso impasto. De Luca non cessa di dimostrare che ha la forza per andare avanti senza perdere tempo – a volte senza neanche prendersi il disturbo di far valere le proprie migliori ragioni –;  Renzi, dal canto suo, tiene alle ragioni del suo progetto politico, ma certo non ignora che ha bisogno di forza per portarle avanti.

Soprattutto al Sud. La rottamazione ha comportato un ricambio politico di classe dirigente a livello nazionale, e i D’Alema e i Bersani ne hanno fatto le spese. Ma nelle diverse realtà locali, e in particolare nel Mezzogiorno, non è andata nello stesso modo. Le sue primarie, anzi, Renzi le ha vinte proprio grazie all’appoggio di pezzi di partito, amministratori e sindaci che hanno trovato in lui l’unica risposta credibile ai Cinquestelle (e spesso anche l’unica maniera possibile per rimanere a galla). Però, al di là delle reciproche convenienze e delle personali ambizioni, il combinato disposto di Renzi a Roma e De Luca a Napoli finora ha dimostrato di funzionare. De Luca porta in dote un consenso e una popolarità larga, che Renzi non si sogna di turbare, e in cambio chiede un’attenzione speciale per la Campania – in termini di risorse e investimenti – che il governo non gli fa mancare.

Chi usa il termometro per misurare la tenuta dell’accordo politico fra i due non registrerà bruschi cambiamenti: non siamo alle basse temperature oggi, come non si scaldavano i cuori ieri. Siamo invece nella regione temperata dell’accordo, della mediazione, dello scambio, dove si coagulano interessi e forze sociali, istanze collettive e, anche, identità nazionale. Non è un male, e neppure un bene: è il materiale di cui è fatta la politica, e che può svoltare tanto nel senso del cambiamento, quanto nel senso della conservazione.

(Il Mattino, 21 novembre 2016)

La lezione di Croce

acquisizione-a-schermo-intero-19112016-195150-bmpAntonio Gramsci, Norberto Bobbio, Enzo Paci, Eugenio Garin: la tradizione comunista e quella liberalsocialista, il pensiero fenomenologico ed esistenzialista della scuola milanese e l’umanesimo civile della grande tradizione storiografica italiana: non si tratta, in senso stretto, dell’eredità crociana, ma una mappa del pensiero italiano del Novecento non può non organizzarsi intorno a questi nomi, e tutti non possono essere letti né essere compresi se non nel confronto e finanche nella contrapposizione al pensiero di Benedetto Croce. È in questo modo che Biagio De Giovanni ci avvicina all’appuntamento di lunedì prossimo quando, nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, terrà la sua prolusione sul concetto speculativo della libertà in Croce, in occasione dei 150 anni della nascita del filosofo e dei settant’anni di vita dell’Istituto. Perché questo tema? De Giovanni è seduto, si schiarisce un poco la voce, quasi sembra chiedere scusa per la complessità e la densità dei problemi che si prepara ad affrontare e comincia a rispondere. Ma le sue non sono risposte, sono ragionamenti lucidi e serrati, interrotti solo da qualche miagolìo del gatto che si muove nei paraggi, l’unico autorizzato a interromperlo.

Il titolo della mia prolusione nasce da una recente rilettura di alcune pagine crociane, che risalgono al 1941. In particolare di un saggio, ripubblicato in un’appendice al Contributo alla critica di me stesso, in cui Croce dice: noi abbiamo ancora bisogno di una teoria speculativa della libertà. Abbiamo bisogno cioè della filosofia, non ci basta più una libertà che scorre tranquillamente negli eventi; non ci basta più la storiografia. Il che, detto da lui, che aveva sostenuto più di ogni altro l’esaurimentodella teoresi, cioè della filosofia, nella metodologia della storiografia, non è cosa da poco. Questa necessità di isolare speculativamente il tema della libertà, nel momento più alto della crisi della coscienza europea, mi ha molto colpito.

Colpisce anche me, e ti ringrazio per aver ricordato quelle pagine, tra le più problematiche – se capisco – del pensiero di Croce. Che la filosofia non si esaurisca nell’esercizio storiografico mi pare una breccia assai significativa nel pensiero di Croce.

Per lui il momento della storiografia è il momento della sanità del mondo, il momento in cui il mondo non ha bisogno della filosofia. La filosofia per Croce è qualcosa che interviene nei momenti di scissione, di malattia. La storiografia è il momento più disteso.

Il titolo della tua prolusione richiama però alla mente anche la critica di Bobbio, che in un saggio sul liberalismo di Croce lamentava l’indifferenza del filosofo verso la dimensione empirica della libertà.

Quel celebre saggio di Bobbio, uscito solo qualche anno dopo la morte del filosofo napoletano, imputava a Croce di non aver preso nulla dal pensiero anglosassone, da quei paesi nei quali storicamente la libertà e la democrazia si erano realizzate. Ma Croce aveva già risposto ante litteram. Lo aveva già scritto: la libertà è stata vissuta in chiave  empirica e utilitaristica, ma è stata pensata speculativamente soltanto in area tedesca.

Ma cosa significa pensare speculativamente la libertà, per Croce?

Cercherò di dirlo dopodomani, all’Istituto. Provo però a spiegarmi in questo modo: è una sorta di condizione trascendentale della storicità, di potere costituente della storia.  È la libertà nella sua liberazione dall’empirico.

Traduco a mia volta: una dimensione non orizzontale ma verticale della libertà umana; non una proprietà dell’uomo, ma una condizione che rende pensabile la sua stessa umanità.

Forse ci intendiamo. La storia ha bisogno di una condizione che ne rende possibile la leggibilità, altrimenti diventa un’avventura senza senso. Mettere come principio della storia la libertà, senza cedere a disegni finalistici o provvidenzialistici: questa l’operazione di Croce.

 

In che modo però questo tema passa nella filosofia italiana? Se c’è un tratto portante del pensiero italiano, è proprio il suo rapporto con la storia, in cui tuttavia la filosofia sembra a volte essersi risolta senza residui. Dove rimane invece aperta quella breccia, che tu vedevi aprirsi già nell’ultimo Croce, per cui il nostro non è soltanto un destino epigonale, di chi deve rimuginare i pensieri altrui senza aver più molto da pensare per dir così in proprio, all’altezza di questo tempo? Non è questo un rischio che la cultura filosofica italiana non ha sempre sventato?

Il tema è complicato. Io penso che l’erede vero dell’interpretazione del rapporto fra storia e filosofia che ho provato a proporre non è un filosofo in senso professionale. È Antonio Gramsci. Il suo Anti-Croce è il più alto monumento a Croce che sia stato costruito nel pensiero italiano del ‘900. È così intrinseca l’eredità crociana, pur nella critica e nell’opposizione, che non potremmo intendere l’uno senza ricorrere all’altro.

E dopo Gramsci?

Dopo Gramsci, o a lato, entrano in campo altri autori, nel pensiero italiano: Heidegger, Nietzsche, l’esistenzialismo. Io penso però che sia ancora utile guardare al modo in cui la lezione di Crocepassava nella riflessione di un pensatore importante come Enzo Paci. Croce, nel confronto con Paci, cercava di difendere il terreno della storicità come un terreno distinto dal terreno dell’esistenza.

Eppure il suo pensiero continua ad agire, per dir così, nei suoi rovesci. C’è una presenza di Croce anche nelle punte più critiche: l’alto liberalismo italiano, che attraversa molte zone della filosofia politica italiana, ha Croce come punto di riferimento: dialettico e per contrapposizione, come per esempio nel Bobbio che ricordavamo prima.

E poi c’è il confronto con Gentile e la scuola gentiliana.

Certo. È difficile sopravvalutarne l’importanza. I due autori pensano gli stessi problemi, ma con effetti diversi sulla filosofia e la vita politica e culturale della nazione. E non solo perché Croce diventa, in risposta a Gentile e al suo Manifesto del fascismo,  la guida dell’intellettualità italiana antifascista. Croce finisce così col trovarsi a una distanza incolmabile non solo da Gentile, ma anche dall’altro grande filosofo della prima metà del ‘900, Heidegger.

Dove possiamo meglio misurare questa distanza?

Nella sua Storia d’Europa nel secolo decimonono.LìCroce dà la risposta più alta ai totalitarismi del Novecento. L’irruzione della religione della libertà nella Storia d’Europa (siamo nei primi anni Trenta) è decisiva per la cultura antitotalitaria in Europa. Nel secolo più metafisico che l’Europa abbia vissuto, Croce si troverà sempre su un altro versante, con la sua idea liberale. Non c’è nessun altro grande pensatore, in Europa, che abbia avuto un ruolo paragonabile a Croce in quegli anni.

Dal bilancio non possiamo tener fuori un altro grande pezzo della cultura italiana che è legato non solo a lui, ma persino a questi luoghi, a Palazzo Filomarino, alle stanze dell’istituto. Penso al magistero storico di Croce.

Naturalmente. Si tratta di una tradizione storiografica di grandissimo valore, che viene tutta da Croce. Maestri come Giuseppe Galasso ne dimostrano tuttora la grande ricchezza. È un filone di cultura alto, non filosofico in senso stretto, che nasce da un’idea di storiografia etico-politica squisitamente crociana, e in cui si afferma l’idea di un’articolazione del pensiero nella grande opera della storiografia, che dipende dal ciclo delle Storie scritte da Croce

De Giovanni fa una pausa, e prova a riordinare i pensieri esposti. Nonostante una fastidiosa sciatalgia. E nonostante il gatto.

C’è dunque il filone gramsciano, che è andato poi a influenzare tante zone del pensiero italiano anche oltre il gramscismo; poi c’è il filone alto-liberale; poi c’è la grande storiografia. E c’è tutto il campo delle letture vichiane, che ha ravvivato la tradizione storicistica italiana e europea, non solo napoletana.

Un altro snodo nell’albero genealogico della cultura italiana del Novcento è Eugenio Garin. Gentiliano, ma che discute Croce, anche attraverso Gramsci. È Garin che trova in Croce due anime, quella storica e quella logica, e opta decisamente per la prima, meno gravata da filosofemi e fraseologie speculative: da residue scorze teologiche.

Quando incontra il pensiero di Gramsci, quando scrive La filosofia come pensiero storico, Garin sposta certi suoi accenti in direzione di Croce. Ma è indubbio: lui fa parte di quella generazione che di Croce valorizza soprattutto la straordinaria opera storica, ma mette fra parentesi e in certo senso svaluta quella condizione trascendentale della storiografia di cui parlavo prima.

Quello però che non trovo nella sua ricostruzione del paesaggio culturale e filosofico italiano è il motivo della polemica contro l’ottimismo delle filosofie neo-idealistiche

Ma il topos del Croce ottimista, erasmiano, è frutto di una cattiva lettura che ha contribuito, purtroppo, a un certo oscuramento della presenza di Croce. Croce è un pensatore tragico. Nel fondo della storia umana c’è per lui una forza vitale, selvatica. E ambigua. Che può sempre riaffiorare con violenza. In Croce c’è una doppia idea della vita. C’è un’idea umanistico-goethiana, e c’è un’idea biologistico –darwiniana.Ma questo sempre, non solo nell’ultimo Croce. Basti pensare alle pagine conclusive della Filosofia della pratica, che è un testo che fa ancora parte del primo sistema della filosofia dello spirito, e che finisce con il celebre passaggio sulla vita «che è vero mistero». Dopo aver cercato di chiudere nelle categorie della storiografia la storicità, questa immagine della vita con la V maiuscola torna in campo come uno sfondo irresolubile e irrisolto.

Altro tema sul quale è ineludibile il confronto con Croce è quello dell’Europa.

Vale per Croce quello che vale per tutto il grande pensiero europeo fino ai primi del ‘900, vale cioè l’idea di una coincidenza fra civiltà e civiltà europea. Dietro Croce c’è l’Europa: quando lui parla di tornare alla filosofia, è perché ha l’impressione di trovarsi dinanzi a una profonda crisi della civiltà. Il fiore che fiorisce sulla roccia e che un colpo di vento può gettare via, come recita una sua celebre pagina. È il tema della finisEuropae, di una crisi che tocca però la struttura stessa dell’umanità. Croce ha però la lucidità per immaginare la possibilità di un’unificazione europea, di un’Europa in grado di ricostruire la sua unità, di fare sintesi.

Si può allora cominciare a rileggere Croce di qui? Se dovesse indicare a un giovane quale libro prendere innanzitutto, in un lascito di decine di migliaia di pagine, da dove suggerirebbe di cominciare?

Tutto sommato gli suggerirei proprio la Storia d’Europa. Per un giovane, è il libro che fa più fremere qualche nota di attualità: sia per l’epilogo, sull’idea di una possibile unificazione, sia però per la drammatica problematicità di una storia carica di contrasti e di lotte.

E infine, se dovessimo fare anche per Croce il gioco di ciò che del suo pensiero è vivo e di ciò  che è morto?

Vivissimo il tema della storicità – tema declinato in tutto il pensiero europeo a lui coevo – che oggi formulerei in una forma persino inquietante: ci possiamo ancora considerare esseri storici? Tema vivo e oltremodo problematico. Morto è forse qualcosa che Croce stesso mette in questione del suo proprio percorso, e dico il rapporto fra storia e storiografia. È già l’ultimo Croce che mette in crisi certe soluzioni sistematiche del suo pensiero. È già in Croce, come dicevo prima, che entra in crisi il rapporto fra vita e storia. Questo non significa che in Croce vi sia un esito di tipo biopolitico. Croce non ha mai una visione in cui la storia si riduce o si concentra nella vitalità. È se mai il contrario, è la voce della filosofia e dell’alta etica che combatte ogni possibilità di una riduzione biopolitica. E questa è una lezione con cui dobbiamo ancora confrontarci.

(Il Mattino, 19 novembre 2016)

La democrazia del fuori onda

maxresdefaultLe parole di De Luca, a proposito della lista degli impresentabili stilata dalla Presidente della Commissione Antimafia Rosi Bindi – «quella è stata una cosa infame, da ucciderla» – sono appena una tacca al di sopra del livello che l’eloquio del governatore raggiunge, nell’imitazione che ne fa spesso Maurizio Crozza. Sono un’enormità, sono letteralmente indifendibili. E infatti De Luca non le ha difese, ma ha denunciato il comportamento del giornalista, che avrebbe prima chiuso l’intervista e poi stuzzicato la vanità del governatore. Che ridendo di gusto alle provocazioni di un altro che va volentieri sopra le righe, Vittorio Sgarbi, se ne è uscito con quell’espressione veramente infelice.

Ora si contrappongono due versioni: quella di De Luca, che accusa il giornalista di avere scorrettamente raccolto le sue parole in libertà; e quelle del giornalista, per cui invece tutto è andato nel più corretto e professionale dei modi. A guardare il video, in verità, si comprende abbastanza chiaramente che si tratta di un fuori onda. Di una trappola, di quelle che i giornalisti tendono per far «cantare» qualcuno. Del resto, De Luca si lascia andare anche ad un’altra coloritissima espressione, a proposito dei gesti apotropaici che esegue quando Salvini compare in tv: come non ravvisarvi una conferma di quanto poco De Luca pensasse, in quel momento, di essere ripreso?

È evidente quel che è accaduto: De Luca pensava di parlare in privato e invece ora le sue parole sono pubbliche; lui pensava di poter esprimersi in tono confidenziale, e invece il suo interlocutore stava ancora lì, con microfoni e telecamere, nell’esercizio della professione; lui pensava di potersela ridere e invece il giornalista faceva sul serio; lui credeva di poter usare un’iperbole e invece le sue parole, del tutto fuori contesto, vengono ora commentate come se andassero prese alla lettera. Ne è seguita una giornata intera di dichiarazioni, richiese di scuse, espressioni di solidarietà, precisazioni, giustificazioni, prese di distanza.

E commenti, in cui l’indice è ovviamente puntato contro le sparate di De Luca. Il quale in molte occasioni se le cerca. È lui che affibbia nomignoli e soprannomi, fa le caricature degli avversari politici, chiama gli uni mezze pippe e gli altri pinguini: la delucheide è ormai un genere letterario che ha i suoi cultori, i suoi estimatori e i suoi detrattori. È un pezzo della sua popolarità, quella che gli procura l’onore di essere tra le imitazioni meglio riuscite di Crozza. D’altra parte, il giornalista non intervistava De Luca sul tema del «politicamente scorretto», di cui lui sarebbe, in Italia, il campione, come in America lo è Trump? E lui non si è prestato con qualche compiacimento al paragone, salvo ironizzare pure sul parrucchino, o forse sul «nido di cinciallegra» che il presidente americano avrebbe al posto dei capelli? A onor del vero, le esuberanze linguistiche non toccano di regola, nel caso di De Luca, i temi sensibili dei diritti e delle minoranze, ma gli avversari politici, e questa fa una qualche differenza.

Ma in gioco ci sono anche altre differenze. Un conto è parlare in via ufficiale, un’altra è parlare off the record. Un conto è sapere che le parole saranno riferite, un altro è ignorarlo, o magari essere esplicitamente o implicitamente essere rassicurati del contrario. Un conto è parlare dopo il primo ciak e prima dell’ultimo, un conto è essere inseguiti da microfoni e telecamere anche quando se ne vorrebbe essere liberati.

Come molte altre distinzioni, anche queste tendono a cadere, insieme a molte altre che dovrebbero regolare i rapporti fra sfera pubblica e sfera privata, ma anche tra politica e giornalismo. Si dice: ai politici piacerebbe che i giornalisti se ne stessero buoni dietro robuste transenne, alle quali benevolmente avvicinarsi come e quando aggrada per dare sempre solo la “versione ufficiale”. E invece il giornalista deve mettere il naso dappertutto, deve fare il cane da guardia del potere: «con forza, vigore e senza impedimenti» diceva Benjamin Franklin, dimenticandosi forse di aggiungere l’astuzia.

E tuttavia non è così che stanno ormai le cose. Perché, da una parte, sono sempre più i politici a cercare le telecamere, come le falene la luce (e a volte, immancabilmente, si bruciano), e perché, dall’altra parte, non è affatto il fuori onda, non sono le parole dal sen fuggite il vero retrobottega della politica, dove scovare le sue inconfessabili verità, ma solo la continuazione dello spettacolo con altri mezzi.

Poco male? Non proprio. In gioco non ci sono le imitazioni di un politico da condividere, e neppure le violenze verbali da condannare. C’è proprio il fuori onda, cioè quello spazio della vita che si tiene fuori dal proscenio, e che è, per tutti, uno spazio di libertà. Lì De Luca si lascia andare a espressioni poco riguardose e ciascuno di noi, ammettiamolo senza ipocrisie, ne dice di tutti i colori. Bonificare quello spazio con la luce potente dei riflettori non uccide solo lo sporco, toglie di mezzo pure noi stessi, i nostri piccoli segreti e le nostre grandi fragilità.

(Il Mattino, 18 novembre 2016)