E’ morto Alfredo Reichlin, partigiano dal Pci al Pd

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Ha avuto una vita lunga, Alfredo Reichlin: dall’esperienza partigiana alla Repubblica; dalla direzione dell’Unità alle numerose legislature in Parlamento; da Togliatti a Ingrao, che fu la figura più influente sulla sua prima formazione; da Berlinguer fino a D’Alema, di cui condivise le scelte fondamentali, fino, da ultimo, alla presidenza della commissione che avrebbe scritto la Carta dei valori del nuovo partito democratico.

L’ha raccontata lui stesso, questa vita lunga e appassionata, attraversata con un tratto di eleganza e di pensosità a cui non rinunciò mai, in un libro di qualche anno fa che Laterza ha dato alle stampe con il titolo: «Il midollo del leone». Nelle ultime pagine del libro, Reichlin spiegava il titolo prescelto. È un’espressione che si trova in un pensiero di Italo Calvino dedicato a Giaime Pintor, morto nel ’43 per l’esplosione di una mina: «l’avara presenza del bello e del bene, questo è il midollo del leone che Pintor, traduttore di Rilke, lettore di Montale, morse dalla civiltà letteraria che l’aveva preceduto». Da ragazzo, Reichlin assaggiò avidamente quel morso: «nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia». Era stato infatti compagno di banco del fratello di Giaime, Luigi, nel Regio Liceo Tasso di Roma. Giaime, più grande di qualche anno, fu tra quelli che aprirono gli orizzonti culturali del giovane Pietro: gli diede in lettura le poesie di Eluard e gli opuscoli di Lenin, i libri di Vittorini e i racconti di Hemingway. Passò infine dai Pintor la strada che portò Reichlin ad iscriversi al partito comunista.

Dopo l’esperienza gappista durante la Resistenza, Reichlin aveva infatti aderito al partito e fin dagli anni Cinquanta ne divenne uno dei più autorevoli dirigenti. Appena trentenne, nel 1957, Reichlin fu infatti chiamato a dirigere «L’unità», che non era allora, sul finire degli anni Cinquanta, solo il giornale del partito, ma era anche il «Corriere della Sera del proletariato», e l’unico quotidiano diffuso uniformemente su tutto il territorio nazionale.

L’esperienza, tuttavia, non durerà molto. Reichlin è in quegli anni vicino a Pietro Ingrao, il capo della sinistra del PCI. I dissensi politici con Togliatti – sull’atteggiamento da tenere nei confronti del primo centrosinistra, che gli ingraiani osteggiano frontalmente, considerandolo solo un aspetto della ristrutturazione del capitalismo – determinano l’allontanamento dalla direzione del giornale. Reichlin finisce in Puglia, dove guida la federazione regionale e contribuisce a tirar su un gruppo di giovani intellettuali – Biagio De Giovanni, Giuseppe Vacca, Franco Cassano, Franco De Felice – raccolti intorno all’Università, alla casa editrice Laterza e all’altro editore di Bari, De Donato. Lucio Colletti appiccicherà a questo gruppo di studiosi l’epiteto un po’ beffardo di «école barisienne», ma, come spesso accade, il nome perderà in seguito il suo significato ironico, per indicare uno delle fucine culturali più vivaci del marxismo italiano degli anni Sessanta-Settanta, insieme all’operaismo.

Si discute, non senza qualche allarme nel partito, di nuova egemonia, di rinnovamento dei quadri dirigenti, di metodo storico, ma anche dei rapporti col movimento studentesco e di sviluppo del Mezzogiorno.

Si apre la stagione del ’68, che in Italia dura un decennio e che, nonostante i successi elettorali del partito comunista, restringe progressivamente i margini culturali e ideologici a disposizione del Pci. «Venivamo – ha scritto Reichlin, che siede in quegli anni nella Direzione del partito – da un marxismo letto come storicismo assoluto. Il nostro referente non era il vecchio scientismo socialista, ma Gramsci e la sua polemica con il positivismo»: questo peraltro era il terreno di incontro con le grandi masse cattoliche, rappresentate in quegli anni dalla complessa e tormentata figura di Aldo Moro. «Il nostro pensiero – aggiunge Reichlin nella sua autobiografia – era certamente classista, ma anche dominato dall’assillo di promuovere quella rivoluzione intellettuale e morale che l’Italia moderna non aveva conosciuto mai», e in queste parole si può forse riconoscere il travaso di temi gramsciani che giunge sino alla segreteria Berlinguer, e all’incipiente questione morale che scaverà un solco, a sinistra, fra il partito comunista e il partito socialista di Bettino Craxi. Reichlin è in quegli anni al fianco del segretario del PCI, in posizioni di responsabilità, e ne condivide tutte le scelte, di cui a distanza ha riconosciuto la complessità e, insieme, i limiti.

Anche negli ultimi tempi, in posizione più defilata, Reichlin non ha mai rinunciato ad affilare le armi della critica in relazione ai compiti storici che vedeva drammaticamente aperti dinanzi all’Italia e all’Europa.  La sua valutazione delle vicende storiche degli ultimi trent’anni non era affatto indulgente: rivoluzione conservatrice, subalternità al liberismo, subalternità rispetto alla finanziarizzazione dell’economia che ha segnato i processi di globalizzazione, restringimento degli spazi di democrazia. È un giudizio che coinvolge tutta la parabola della sinistra, non solo italiana ma europea.

Dopo il voto del 2013, aveva lui tirato fuori l’idea del partito della nazione, che era stato però largamente fraintesa. Reichlin non pensava a una formazione neocentrista, ma al contrario alla funzione nazionale di un partito di massa. In un certo senso, fedele alla tradizione comunista, non riconosceva altra funzione ad un partito degno di questo nome: «Bisogna ridare un’anima all’Italia, insediarsi   nella   storia   del   paese,   non   cancellare   il   passato. Bisogna fare della sinistra il nuovo “partito nazionale”».

Erano parole che rivolgeva ai dirigenti del PD, con una preoccupazione che ne ha segnato l’ultima, amara riflessione: «La sinistra rischia di restare sotto le macerie». Ma vale forse per il Pd quello che Reichlin ha pensato del partito comunista: non è il Pd che spiega la storia d’Italia, ma questa, se mai, che spiega quella.

(Il Mattino, 22 marzo 2017; liev. mod.)

Perché non è solo un errore folle

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«Un errore folle», ha detto la presidente della Rai, Monica Maggioni. Ma cosa, per la precisione, era folle nella trasmissione condotta da Paola Perego, dedicate ai buoni motivi per cui gli italiani preferirebbero le donne dell’Est? Sicuramente lo erano i motivi illustrati nella grafica che a un certo punto la presentatrice ha sciorinato ai suoi gentili ospiti. Le donne dell’est, spiegava la tabella, “1) Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo; 2) Sono sempre sexy, niente tute né pigiamoni; 3) Perdonano il tradimento; 4) Sono disposte a far comandare il loro uomo; 5) Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa; 6) Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio”.

Ora, è certamente difficile accogliere in così poche righe così tanti luoghi comuni e stereotipi maschili. Improvvisamente indietro di decenni, il maschio italiano che ha risposto al sondaggio della trasmissione targata Rai vuole una donna dal fisico statuario, sempre curata, sempre sottomessa, sempre disponibile, che non si lagna mai. Rivendica naturalmente il diritto atavico alla scappatella e pretende di avere in casa la mamma, la casalinga e naturalmente l’amante, a seconda di come butta.

Ma non basta parlare di follia dinanzi a questa stupefacente capacità di esprimere in un colpo solo il maschilismo più rozzo e la più superficiale incultura, perché, a pensarci bene, se gli autori della trasmissione avessero trovato qualche motivo migliore per discettare intorno alla sorprendente preferenza italica per le donne dell’Est Europa – motivi diversi da quelli illustrati da Marta Flavi (hanno sempre unghie curatissime) o da Fabio Testi (accompagnano i loro uomini nei bordelli) – non avrebbero confezionato una trasmissione molto più decente.

L’incidente in cui è incorsa Paola Perego è talmente gigantesco, l’errore così sesquipedale, che la questione non è come mai non vi fosse nessuno, nella redazione del suo programma, in grado di vedere la montagna di triviali cliché che stava per andare in onda. La domanda è: che cosa va in onda quotidianamente da quelle parti, se si son fatti insensibili a tal punto, se non sono in grado di accorgersi di offrire una rappresentazione della donna (ma anche dell’uomo) così volgare? Bisognerebbe andarsi a guardare tutte le puntate precedenti, per chiedersi se davvero la trasmissione dedicate alle donne dell’Est fosse così fuori linea rispetto ai pomeriggi di Rai 1: così folle – come dice la presidente Maggioni.

Perché non si può far finta di non sapere che è tutto un genere di chiacchiera televisiva che ha preso questa piega. E da tempo. Si chiama infotainment, e consiste nello sposare l’informazione con l’intrattenimento. Ma lo sposalizio può andare in due modi: si può usare l’informazione per divertire, o si può fare il contrario, e provare a usare linguaggi più leggeri, divulgativi, per fare informazione. Questa seconda strada non è quasi mai percorsa, mentre la prima lo è in continuazione, pescando a piene mani dalla cronaca rosa o nera, in cerca di vicende drammatiche o pruriginose, di facili sentimentalismi o di finti sensazionalismi.

È così che funziona, bellezza: forse persino dopo la scandalosa trasmissione della Perego si troverà qualcuno disposto a metterla così, con disinvolto cinismo. Come se non vi fossero responsabilità editoriali di sorta. Come se il servizio pubblico non avesse qualche dovere in più, nel costruire i propri palinsesti. Come se tutto fosse uguale a tutto, senza possibilità alcuna di esercitare un minimo di giudizio critico su quello che va in onda.

Ma veramente non è la singola trasmissione, ciò di cui ci si dovrebbe occupare. Questa volta, peraltro, le scuse dei massimi dirigenti sono arrivate subito e la trasmissione è stata chiusa. Bene. Benissimo. Ma la domanda è: ora cosa andrà in onda, al posto di «Parliamone sabato»? Di cosa si parlerà la settimana prossima nel consueto pomeriggio della Rai? Ancora e sempre delle storie che appartengono alla nostra esistenza quotidiana: quando non si tratta di politica o di sport – gli altri piatti forti del menu televisivo, oltre allo show e, ultimamente, alla cucina – si tratta del «life», cioè della vita messa in forma di spettacolo televisivo. Nozze, are e sepoltura, diceva Giambattista Vico, e li indicava come «costumi eterni e universali», costanti che segnano la struttura stessa dell’umano. Ma il «life» è proprio questo: nozze, are e sepolture, presentate però in tv con tutta la sapienza antropologica di cui possono esser capaci tutti insieme Paola Perego, Marta Flavi e Fabio Testi (e il giornalista e la miss, a contorno).

Tutte le cerimonie con cui l’uomo marcava la propria differenza rispetto al mondo naturale e costruiva il proprio mondo culturale stanno cambiando: cambiano i costumi sessuali, cambia sia l’inizio che la fine della vita, cambia il senso del sacro. Infotainment dovrebbe significare: capirci qualcosa. E invece vuol dire: darsi di gomito, farci sopra delle risate da trivio o infarcirle dei peggiori luoghi comuni. Un errore folle, è vero, ma purtroppo c’è del metodo in questa follia.

(Il Mattino, 21 marzo 201)

Europa, la svolta. La storia si rimise in cammino

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«Mister Gorbaciov, apra questa porta! Mister Gorbaciov, tear down this wall! Abbatta questo muro!»: la porta non si aprì – non era quello l’«apriti sesamo!» che  doveva cambiare il mondo – né crollarono i tre metri e mezzo di cemento grigio e filo spinato che attraversavano tutta Berlino, lungo la frontiera che dal 1961 separava la Germania dell’Ovest dalla Germania dell’Est, le democrazie capitalistiche dell’Occidente dal socialismo reale dei paesi d’oltrecortina, l’Alleanza atlantica dal Patto di Varsavia. Però la frase pronunciata dal presidente americano Ronald Reagan dinanzi alla porta di Brandeburgo è rimasta, giustamente, nella storia. Era il 12 giugno 1987 e di lì a poco il Muro sarebbe caduto veramente. Ma erano davvero in pochi a pensarlo, allora. O almeno: pochi potevano immaginare il modo in cui un intero ordine politico si sarebbe sbriciolato quasi per caso in una notte sola: alle ore 23.17 del 9 novembre 1989, quando il comandate delle guardie di frontiera della Germania dell’Est diede l’ordine di aprire Checkpoint Charlie, il luogo di confine delle due Germanie nel cuore della Berlino spezzato dalla Guerra Fredda.

Poche ore prima si era seduto dinanzi alla stampa il compassato portavoce del Politburo, Günther Schabowski, ed aveva annunziato la decisione del Comitato Centrale di eliminare le restrizioni sul rilascio dei passaporti. Per la prima volta, ogni cittadino della Germania dell’Est poteva averne uno. Il tono dell’annuncio era, al solito, quasi anodino, ma si trattava di una bomba. Era quello l’«apriti sesamo», anche se il ligio portavoce non lo sapeva. Quando infatti sarebbe entrato in vigore il nuovo regolamento? Il povero Schabowski non ne aveva la più pallida idea. Guardò le carte, mise e tolse gli occhiali perplesso, poi fece di testa sua e bofonchiò: «In base alle mie informazioni, immediatamente». Ab sofort: da subito. La bomba era esplosa.

I tedeschi dell’Est, che nei giorni precedenti erano già scesi in piazza, a milioni, per chiedere riforme democratiche e libertà di stampa, si precipitarono di nuovo per le strade: sempre più numerosi, sempre meno esitanti, sempre più sfrontati dinanzi alle guardie mute che presidiavano il confine. Alla successiva domanda – «che ne sarà del Muro di Berlino?» – Schabowski, nella conferenza stampa del pomeriggio, non aveva saputo rispondere; di fronte alle decine e decine di migliaia di berlinesi che si dirigevano a sera verso Checkpoint Charlie, ai riflettori delle tv occidentali che si accendevano dall’altra parte del Muro, ai tedeschi dell’Ovest che gridavano «Venite! Venite!», neanche il comandante delle guardie seppe bene cosa fare. Infine decise: fece alzare le sbarre. Il Muro non c’era più.

Quando però aveva davvero cominciato a vacillare? Forse con l’elezione di Mikhail Gorbaciov alla guida dell’URSS, nel 1985, e la sua destabilizzante «perestrojka», la politica di riforme che doveva trasformare radicalmente il sistema economico sovietico e introdurre maggiore trasparenza, «glasnost», nella vita pubblica di un Paese ormai sclerotizzato. O forse con il rilancio della corsa agli armamenti voluta dal 40° presidente degli Stati Uniti d’America, il californiano Ronald Reagan, determinato a vincere la Guerra Fredda e a sconfiggere definitivamente il comunismo. O magari con l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyla, e l’appoggio dato dalla Chiesa polacca al sindacato clandestino Solidarnosc: la ribellione degli operai di Danzica, guidati da Lech Walesa, era stata schiacciata nel 1981 dal colpo di stato del generale Jaruzelski, ma aveva mostrato al mondo che i regimi socialisti erano ormai giganti dai piedi d’argilla, privi di qualunque credibilità e consenso presso la popolazione, tenuti in piedi solo dall’esercito e dai metodi polizieschi dei vari partiti comunisti al potere.

In realtà, se c’è un concetto che è difficile maneggiare, nel raccontare la storia, è quello di inizio. Le date servono a mettere un punto, ma i periodi storici non cominciano mai da lì. Non funziona come nei romanzi: non c’è un incipit. Ci sono invece molteplici processi: alcuni più veloci, altri più lenti; alcuni più incisivi, altri meno, così che la figura di un mondo nuovo, che a volte si disegna all’improvviso, come a Berlino la notte del 9 novembre, erompe a partire da un concorso di cause che è vano voler ridurre a una soltanto. Tutti ricordano quella formidabile notte: le persone che si arrampicano sul muro, quelli che ballano, quelli che con il martello provano a scalfire il mostro di cemento, e i tedeschi dell’Ovest che abbracciano quelli dell’Est, e fiumi di birra che scorrono. La potenza simbolica di quelle immagini, l’emozione che suscitarono fu enorme: finiva la Guerra Fredda, finiva il comunismo, finiva la divisione fra le due Germanie. Per qualcuno finiva addirittura la storia: Francis Fukuyama non avrebbe mai scritto, nel 1992, il suo discusso saggio sulla fine della storia, nel quale si celebrava la definitiva vittoria della democrazia come sistema politico e del capitalismo come sistema economico, se il Muro non fosse venuto giù, se quella vittoria non l’avesse vista celebrata sotto la porta di Brandeburgo; se il canuto Honecker, presidente della DDR, non fosse stato costretto a lasciare Berlino per fuggire a Mosca; se il dittatore romeno non fosse stato deposto, poi fucilato; se il Presidente Husák e il segretario Miloš Jakeš, in Cecoslovacchia, non fossero stati costretti dalla «rivoluzione di velluto» a lasciare il Paese; se insomma non fosse crollato l’ordine di Jalta, uscito dalla seconda guerra mondiale, e cambiata, insieme alla Germania riunificatasi nel giro di appena un anno, la geografia politica dell’Europa intera.

Se però vogliamo proprio trovare un inizio della fine allora bisogna dire: dicembre 1988, alle Nazioni Unite Gorbaciov annuncia il ritiro unilaterale di 250.000 uomini dall’Europa orientale. La superpotenza non ha più i soldi. Da quel momento, con la rinuncia alla dottrina interventista del PCUS – quella che aveva portato i carri armati russi a Budapest nel ’56, a Praga nel ’68 – prendono forza, in tutti i paesi del blocco sovietico, le spinte disgregatrici. Tutti ricordano il Muro, ma nel maggio dell’89 era stato il primo ministro ungherese, Miklós Nemeth, scontrandosi col partito, ad annunciare che non avrebbe più sostenuto le spese per mantenere in funzione la barriera elettrificata al confine con l’Austria. Il Muro c’era ancora, per Honecker sarebbe durato ancora cent’anni, ma passando per l’Ungheria diveniva già possibile raggiungere l’agognato Occidente.

I percorsi della storia sono strani. Come è difficile stabilire un inizio, così lo è anche capire come le cose andranno a finire. A fianco di Nemeth, a chiedere a gran voce di seppellire il comunismo, c’era Viktor Orbán: allora giovane leader democratico, paladino delle libertà civili, oggi padrone indiscusso del Paese, a cui ha impresso una forte torsione con serissime limitazioni dei diritti, che preoccupano l’Unione europea. Evidentemente, le vie per conquistare e mantenere la democrazia non sono sempre rettilinee, e certe soluzione autoritarie tornano volentieri ad affacciarsi.

E in Italia? La fine del socialismo reale non poteva non ripercuotersi sul nostro paese, imperniato su due grandi partiti, uno dei quali, il PCI, aveva sì reciso il cordone ombelicale con i comunismi dell’Est e sperimentato una via nazionale e democratica, ma rimaneva permeato di culture, simboli e modelli legati al blocco sovietico. Anche l’Italia franò. Ma il colpo di maglio dell’inchiesta milanese di «Mani pulite» è venuto dopo, nel ’92; le cause internazionali hanno preceduto quelle endogene; la perdita di funzione storica ha preceduto la débâcle morale. Non a caso, troncando un dibattito ormai avviato da mesi, solo tre giorni dopo la caduta del Muro, Achille Occhetto, da poco segretario del PCI, si dichiarò pronto a cambiare anche il nome del partito, cosa che accadrà, senza rinunce o abiure, due anni dopo. Da quel giorno, nomi e partiti in Italia non hanno mai smesso di cambiare, in una girandola ininterrotta, e il sistema politico italiano non ha più ritrovato un assetto stabile.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia. La nostra.

(Il Mattino, 16 marzo 2017; numero celebrativo per i 125 anni del quotidiano)

 

 

La repubblica della “moralità”

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L’onore è perduto, scrive Massimo Giannini su «Repubblica», commentando la decisione a suo dire scandalosa del Parlamento che, nonostante una sentenza di condanna passata in giudicato, nonostante la legge Severino che comporterebbe la decadenza, ma soprattutto: nonostante la «domanda di moralità» che sale dal Paese (e che Giannini mette fra virgolette, forse per una forma di pudore residuo) ha salvato il senatore azzurro Augusto Minzolini, conservandogli lo scranno di Palazzo Madama.

Voglio rendere subito chiaro che cosa significhi un editoriale di questo tenore, affidato a una delle penne più prestigiose di uno dei più influenti giornali del Paese, e certamente il più influente nel campo della sinistra progressista. Significa che se sale prepotente la domanda di moralità, la libertà del parlamentare non conta, e deve togliersi di mezzo. Giannini non lo dice esplicitamente, ma non può significare altro la sua fierissima indignazione e l’enorme scandalo di fronte alla valutazione compiuta dai parlamentari del partito democratico (per Giannini il voto del centrodestra è indecente per definizione: non vale nemmeno la pena di starsi a chiedere perché votino per il loro compagno di partito, o di merende)  che hanno detto no alla decadenza, poco importa che fra essi vi fosse un giornalista serissimo come Massimo Muchetti, un filosofo come Mario Tronti, una coraggiosissima giornalista anticamorra, tuttora sotto scorta, come Rosaria Capacchione. La domanda di moralità non ammette distinguo, e Giannini non si accorge nemmeno di aver così dato clamorosamente ragione a Angelo Panebianco che sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa aveva parlato di resa culturale ai Cinque Stelle. Resa culturale a quel piccolo Robespierre che risponde al nome di Luigi Di Maio, il vicepresidente della Camera dei Deputati, secondo il quale dopo un voto del genere non ci si può lamentare «se i cittadini vengono a manifestare in modo violento». Resa culturale a quell’altro, autorevolissimo esponente del Movimento, Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza della Rai, che rivolgendosi ai banchi del Pd, usa queste violentissime parole: «siete da radere al suolo».

Cosa aveva scritto Panebianco? Che nel discorso pubblico non c’è nessuno che sia in grado di spendere una parola a difesa delle istituzioni della democrazia rappresentativa, nessuno che si batta a difesa della libertà di mandato del parlamentare (l’unico, vero presidio della libertà politica: non ce n’è un altro), «nessuno che si batta con energia per far capire che i parlamentari non sono cittadini come gli altri». E cosa ha scritto ieri Giannini? «Il Senato, consapevolmente ma colpevolmente, decide dunque di disattendere una legge dello Stato, che vale per tutti meno che per uno dei suoi membri». I due testi – quello di Giannini e quello di Panebianco – si oppongono punto per punto, e la sinistra in Italia – la sinistra riflessiva, intellettuale, civile, colta e informata che legge «Repubblica» – ha scelto, ieri, di arrendersi culturalmente ai Cinquestelle: rappresentando come un’eccezione e un odioso privilegio l’esercizio delle prerogative del parlamentare, tra le quali rientra, evidentemente, quella di esprimere in autonomia il proprio sindacato su una legge, su una decisione o su un qualunque provvedimento sia richiesto alla Camera di appartenenza. Si è arresa, dando del venduto ai diciannove parlamentari del Pd che hanno difeso Minzolini. Ma non avendo la sfrontatezza dei grillini, e volendo mantenere l’eleganza che contraddistingue le opinioni per bene, si è arresa col piccolo artificio retorico di fingere di non voler nemmeno pensare che il Pd e i suoi senatori si sono venduti.

Si è arresa, insomma,facendosi interprete di quella domanda di moralità incattivita dalla rabbia, in nome della quale oggi Giannini non rispetta il voto del Senato, tanto poco quanto lo rispetta il Movimento Cinquestelle, che anzi ne alimenta il disprezzo. In nome della quale Giannini confessa di parlare in un linguaggio che non gli appartiene: scrive infatti che nel voto si è manifestata «la Casta che difende se stessa», e poi aggiunge subito che però queste parole non sono le sue, questa maniera di esprimersi non è la sua, ma quella di un tempo «di ferro e di fango». Già: il tempo. Ma questa è proprio l’egemonia di cui parlava Panebianco: quando parli parole non tue, ne sei consapevole e tuttavia non puoi farne a meno, le metti tra virgolette cercando di tenerle a qualche distanza, prendendole con le pinze, ma intanto non ne hai altre, hai consumato ogni altro lessico e devi prendere le parole dal vocabolario che gli altri, quelli che dovrebbero essere i tuoi avversari, hanno ormai imposto nel discorso pubblico.

Del resto, quali  altri terreni la sinistra politica in Italia ha saputo coltivare durante la seconda Repubblica, all’infuori di quello che gli ha offerto l’opposizione morale al berlusconismo? La domanda di moralità che ieri Giannini ha tirato di nuovo fuori dal cassetto era la madre di tutte le domande, che, nel numero di dieci, «Repubblica» formulava all’indirizzo del Cavaliere. Ed è tuttora la sola domanda che solleva a sinistra passioni e furori, molto più delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali. Anzi, la sinistra sta perdendo pure su quest’ultimo terreno, lasciando che ad occuparlo sia un altro regime di discorso, quello che si fa contro gli stranieri che rubano il lavoro o minacciano la nostra identità.

Anche queste parole si fanno egemoni e sottraggono spazio alla sinistra. Che forse, proprio perciò, va a rimorchio di quelli che inoculano il virus dell’antiparlamentarismo, avendo perduto l’onore di difendere il Parlamento anche quando sbaglia.

Ma un Parlamento che sbaglia è meglio, molto meglio di nessun Parlamento. Avrei votato per la decadenza – e mi spiace di doverlo mettere in premessa per non essere frainteso, come una specie di excusatio non petita – ma se per tenerlo in piedi fosse necessario riempirlo di mille malfattori, ebbene: io lo farei.

(Il Mattino, 18 marzo 2017)

 

 

Eclisse di Stato: l’unico orizzonte è giudiziario

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In tempi di avvilimento pubblico è impossibile ogni forma di grandezza: è un pensiero di Antonio Gramsci che vale bene per l’epoca nostra, la cui narrazione è più avvilente che mai. L’almanacco quotidiano delle inchieste reca, alla data di oggi: la condanna a sette anni e sei mesi per estorsione, inflitta a Nicola Cosentino, ex sottosegretario al Tesoro e uomo forte del centrodestra in Campania; 69 arresti, tra cui alcuni eccellenti, per appalti truccati, e reati che vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta. Il Gip che firma l’ordinanza parla della punta di un iceberg. In quella punta sono addossati l’uno all’altro politici e professionisti, tecnici e imprenditori. Completano la giornata le perquisizioni a Palazzo di Giustizia, nell’ambito dell’inchiesta sull’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, e il voto sulla sfiducia (respinta) al ministro Luca Lotti, sempre sul caso Consip. Perfino le pagine sportive avviliscono, con i dirigenti della Juventus convocati dalla Commissione parlamentare Antimafia.

Ebbene, che Paese è questo, che si può raccontare solo in termini di inchieste, scandali, tangenti? Non voglio fare il solito discorso sul garantismo e sul giustizialismo: in questione non è se siano tutti innocenti o tutti colpevoli, ma la domanda su quel che resta della vita pubblica di un Paese quando tutto finisce in coda alla montagna di carte che si riversa sui giornali, le redazioni, i notiziari televisivi. Persino il voto di ieri del Senato sulla riforma del processo penale (che contiene anche inasprimenti di pena a gran voce richiesti su reati come furti e rapine, e la delega al governo su intercettazioni e ordinamento penitenziario) passa non in secondo, ma in terzo o quarto piano, vista la quantità di notizie fornita dalle cronache giudiziarie. E la stessa sorte tocca alla politica estera, col voto in Olanda, alle notizie economiche, col referendum sui voucher, all’udienza del Papa, con le forti parole di solidarietà ai lavoratori licenziati. Tutte notizie relegate nei tagli bassi, solo dopo avere traversato sani e salvi la burrasca dell’attività inquirente.

A suo tempo, Gramsci diceva che i grandi giornali redigono la cronaca giudiziaria secondo gli schemi e le attrattive del romanzo d’appendice. I lettori, evidentemente, si appassionano. Ma quali altre passioni civili e politiche restano, quando non vi sono altre carte da leggere, quando sfogliare un giornale significa leggere le migliaia di pagine che accompagnano le ordinanze di custodia cautelare?

Di nuovo: il punto non è se i quotidiani facciano bene o male, e neppure se non debba essere denunciato il solito circuito mediatico-giudiziario: queste riflessioni le abbiamo già proposte molte altre volte, e sono comunque impari rispetto alla mole delle inchieste in corso. Lasciamo pur dire che non bisogna prendersela con chi racconta i fatti, ma con chi li commette. Resta però il dato che il fiume in piena della giudiziaria travolge ogni altra possibilità di discorso pubblico, e rende consunte e inservibili tutte le categorie con le quali si pensava di poter leggere il mondo.

Sempre Gramsci: «Che tutti i membri di un partito politico debbano essere considerati come intellettuali, ecco un’affermazione che può prestarsi allo scherzo e alla caricatura». Gramsci continuava spiegando che no, non si tratta di uno scherzo, ma oggi: come potremmo noi continuare? È più facile, molto più facile, che qualcuno scriva sul suo blog che tutti i membri di un partito politico debbano essere considerati come collusi o inquisiti, e che, pur essendo un comico di professione, aggiunga che non si tratta affatto di uno scherzo o di una caricatura, ma del discorso ormai egemone nella società.

Così è. Il populismo imperante si nutre di questa opinione diffusa, di questo luogo comune – alla lettera: è il luogo nel quale tutti siamo – di questa maligna intelligenza delle cose e della realtà. E fornisce la chiave d’interpretazione presso che esclusiva degli eventi politici, economici o sociali: perché il declino dell’Italia? Perché i politici rubano. Perché la Juventus vince lo scudetto? Perché la Juventus ruba. Perché non c’è lavoro? Perché gli immigrati ce lo rubano. Ruberanno pure tutti quanti, ma purtroppo non basta affatto arrestare, espellere o squalificare tutti, per avere la crescita, il lavoro o lo scudetto.

Quello che invece si ottiene, è un drammatico impoverimento dello spazio pubblico, e l’eclisse di ogni idea di grandezza associata alla vita dello Stato, alla politica e alle istituzioni. Proprio come diceva Gramsci. Che in fondo variava, in una prospettiva storica, una vecchia frase, ripreso in tanta letteratura moderna, da Montaigne a Hegel: che nessuno è eroe agli occhi del proprio cameriere. L’adagio non contiene la sdegnata protesta aristocratica nei confronti del punto di vista basso e volgare del popolino. Né è la «casta» degli eroi che si lamenta perché i camerieri origliano, intercettano e diffondono. Quel che è in gioco, è se mai la necessità di non perdere del tutto la memoria della grandezza che la politica ha mantenuto per tutto il Novecento. E che, se non fornisce eroi, procura almeno il senso dei compiti ai quali si è chiamati quando la storia del mondo si rimette in moto, come sta prepotentemente accadendo in questi anni. Proprio mentre l’Italia, consumata nel suo spirito pubblico, scivola purtroppo sempre più ai margini.

(Il Mattino, 16 marzo 2017)

Il Masaniello in lotta contro tutti

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Che cosa succede quando un movimento rivoluzionario arriva al potere? Le vie della storia sono infinite, e può quindi andare come con Pancho Villa in Messico o come con Lenin in Russia, come nell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro o come con la primavera araba dei paesi del Nord Africa. Può finire con la democrazia, la dittatura o l’esercito: non si sa mai. Diverso ancora è però il caso di Luigi De Magistris, che una rivoluzione vera e propria non l’ha fatta mai (non tutti gli uomini hanno la fortuna di nascere nel tempo e nei luoghi consoni alla loro tempra), ma che tuttavia a volte parla come se la volesse fare, o come se fosse proprio quello che finalmente ci vuole: a Napoli, in Italia, dappertutto. Non è così che aveva salutato la sua vittoria lo scorso anno, quando fu riconfermato sindaco di Napoli? Disse: «Questo è l’inizio di una rivoluzione che farà parlare di Napoli nel mondo». E certo: se Salvini venisse a Napoli ogni settimana, e De Magistris gli opponesse le sue fiere parole di rivoluzionario, con tanto di seguito fra i movimenti e i centri sociali pronti a scendere in piazza per difendere non è chiaro se il proprio onore partenopeo, la Repubblica italiana nata dalla Resistenza o l’esperienza pseudocomunarda della città, se andasse così in ogni weekend, forse davvero di Napoli e del suo Sindaco parlerebbe il mondo intero.

Nel modo in cui De Magistris si muove c’è ben più di una vaga consapevolezza di tutto ciò. Così, quando l’occasione si presenta, le briglie istituzionali si allentano e De Magistris rimette la bandana, lasciando scolorire la differenza fra le responsabilità di un uomo delle istituzioni e le scalmane di un capopopolo, come se fra piazza Mercato e Palazzo San Giacomo non vi fosse più alcuna differenza.

Nella storia politica di De Magistris non è certo la prima volta che capita. Quando nel 2014, chiamato a difendere le proprie scelte di magistrato, fu sentito dal Tribunale di Roma, nella sorpresa generale e in maniera chiaramente pretestuosa tirò in ballo Giorgio Napolitano, raccontando di una sua iscrizione nel registro degli indagati all’epoca di Tangentopoli, quando Napolitano era Presidente della Camera. Ovviamente la cosa era finita in nulla e non aveva alcun rapporto con le ragioni per le quali De Magistris veniva ascoltato, ma lui la ricordava con tutta la malevolenza di chi considerava ( e probabilmente considera ancora oggi) Napolitano un suo nemico: incurante del ruolo istituzionale ricoperto dal Presidente della Repubblica, e del suo stesso ruolo di primo cittadino, ma perfettamente consapevole del potenziale impatto mediatico di simili allusioni e maldicenze.

Non diversamente, De Magistris si è a lungo scagliato contro Renzi, quando questi era Presidente del Consiglio, giungendo a farsi cantore dei cavalieri e delle armi di una città derenzizzata. Nella Napoli liberata di De Magistris, infatti, sarebbe stato meglio che Renzi nemmeno mettesse piede. C’era uno scontro in atto, in particolare su Bagnoli, e una campagna elettorale alle porte, e De Magistris ne disse di tutti i colori: parlò di violazione della Costituzione, di violenza di Stato, di uso illegittimo del diritto, di involuzione antidemocratica e di accelerazione autoritaria, e concluse con un appello alla resistenza e alla lotta  – «nelle piazze, nelle strade e nei vicoli»  – che solo lo svolazzo dell’ultima frasetta finale, dedicata all’amore e alla non violenza, permetteva di non scambiare per un invito alla lotta armata.

Quella frasetta c’è sempre, per la verità, nei discorsi e negli scritti del Sindaco, anche se non tutti vi prestano attenzione e qualcuno anzi scende nelle piazze (e nelle strade e nei vicoli) senza serbare memoria dell’amore e della non violenza: lo si è visto sabato.

Ma si è visto anche che De Magistris tiene alla connessione sentimentale con questa parte della città, e anche quando si accorge che a qualcuno è scappata la frizione, non sente la necessità di prendere le distanze. Anzi: sonda, tasta, fiuta. POI sceglie. Sa che deve rimanere legato a quella frase, ma sa anche che certi atteggiamenti da Masaniello riscuotono grandi simpatie e, anzi, aperto consenso in quel mix di radicalismo intellettuale e bisogni popolari che intende rappresentare. Sa che di gente arrabbiata ce n’è, sa che per questa gente arrabbiata i partiti sono minestre riscaldate e sa che, soprattutto a sinistra, il Pd appare il campione di ogni moderatismo (senza peraltro effettivamente brillare per proposta riformistica); sa infine che non è l’attività amministrativa il luogo in cui provare a dare risposte a domande di senso. Perché anche quando la violenza è insensata (oltre che, nei fatti, controproducente) prende almeno un significato politico, ed è quello che De Magistris coglie, al di là o al di sopra delle istituzioni. Per questo, tra chi lo segue non si sono contate ieri le citazioni di Sandro Pertini che, nel 1960, a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, infiamma la piazza e impedisce che si tenga il Congresso dei neofascisti di Giorgio Almirante. Non importano le distanze storiche: evidentemente, De Magistris sa come accorciarle bruscamente. Non contano nemmeno le regole: troppo pesanti e rigide rispetto ai simboli che De Magistris sa come mobilitare. Non conta insomma rappresentare le istituzioni come autorità terze e imparziali, perché farne invece il transfert di un’intensa identificazione con la propria parte politica rende molto, ma molto di più.

(Il Mattino, 13 marzo 2017)

Se la croce e il velo sono vietati al lavoro

Reni

«Una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali»: così ha deciso la Corte di Giustizia Europea, respingendo il ricorso di una donna musulmana che chiedeva di poter indossare il velo sul luogo di lavoro. La Corte ha considerato che vi è discriminazione solo se «l’obbligo apparentemente neutro comporti, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono a una determinata religione o ideologia». Siccome non è questo il caso, perché il divieto riguarda qualsiasi segno, «la politica di neutralità» è legittima e il capo deve rimanere scoperto.

Sembra ragionevole, ma non lo è affatto, e non è difficile spiegare il perché.

Poniamo che i giudici abbiano ragione di considerare discriminatoria solo la regola, quale che essa sia, che va a svantaggio di alcuni – individui o gruppi – e non di tutti. È evidente allora che una regola che proibisse la manifestazione pubblica del pensiero non sarebbe discriminatoria, se appunto valesse per tutti. Eppure, sarebbe una gravissima violazione di un diritto fondamentale. Ora, perché manifestare il proprio pensiero in materia di fedi religiose (o politiche o filosofiche) non dovrebbe essere considerato un diritto parimenti fondamentale? Perché proibire di esprimere il proprio credo non dovrebbe essere considerata una limitazione della libertà individuale, che sul luogo di lavoro può essere ristretta solo se la restrizione è giustificata dal compito che si è chiamati a svolgere?

Ieri la Corte ha deciso anche sul caso di un’altra donna: francese, musulmana, licenziata dall’impresa informatica presso la quale lavorava, a seguito alle rimostranze di un cliente infastidito dall’uso del velo. In questa sentenza, la Corte precisa che il motivo per imporre il divieto non può essere il desiderio del cliente di non essere servito da una donna che indossi lo hijab, e ha pure aggiunto che, per il diritto europeo, la religione di cui si parla, quando si parla di libertà di religione, «comprende sia il forum internum, vale a dire il fatto di avere convinzioni personali, sia il forum externum, ossia la manifestazione in pubblico della fede religiosa».

E allora? Com’è possibile che un’impresa privata possa proibire il velo, cioè la «manifestazione in pubblico della fede religiosa», se essa rientra nella «libertà di religione», sancita nell’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea?

La disputa pro o contro il velo scuote la Francia da anni. In particolare, l’introduzione della legge sui simboli religiosi, promulgata nel 2004, ha riproposto un’interpretazione che potremmo dire aggressiva della laicità dello Stato, che, nella difficoltà di stabilire il confine varcato il quale l’esibizione di un simbolo religioso diviene la prevaricazione della libertà altrui di vivere in uno spazio aconfessionale, ha preteso di risolvere alla radice la questione, senza troppo preoccuparsi di bilanciare la laicità delle istituzioni con le esigenze personali di fede del credente.

L’idea è che dietro il velo – quelli integrali, come niqab e burqa, ma anche quelli meno coprenti, come hijab e chador – vi sia in realtà il rifiuto dell’integrazione e una sfida alla «République». Il divieto riguarda anche altri simboli, come la kippa ebraica, il turbante sikh, o le croci cristiani, quando siano troppo grandi e invadenti, ma è chiaro che la questione esplosiva riguarda la deriva radicale che si nasconderebbe dietro il velo islamico. Questa idea è scritta nella storia della Francia fin dai tempi della strage di san Bartolomeo, cioè delle guerre civili di religione che insanguinarono la Francia nella seconda metà del Cinquecento. Poi c’è stata anche la rivoluzione francese, con la Dea Ragione portata in processione, e il consolidamento di un patrimonio di valori repubblicani garantito non dalla libera convivenza pluralista delle fedi religiose, ma dalla costruzione di una sfera pubblica in cui quelle fedi proprio non comparissero.

Ora, non c’è bisogno di scomodare Habermas e la sua società post-secolare per riconoscere nelle tradizioni religiose qualcosa di diverso da una minaccia alla pace sociale, con il loro potenziale di intolleranza nei confronti dell’universalità della legge. Non è vero affatto che civiltà e religione viaggiano lungo linee opposte, e che il crescere dell’una è possibile solo al decrescere dell’altra. La preoccupazione perché si dia reciproco riconoscimento fra fedi e culture non può rovesciarsi nel suo opposto: in una volontà di assimilazione che, per assicurare la parità di trattamento a tutti i credi, si spinge in realtà a negare qualsiasi riconoscimento. Non si può realizzare l’integrazione sulla base dell’esclusione, e privare lo spazio pubblico dei depositi di senso che in quelle tradizioni sono contenuti. I nostri figli studiano nelle scuole pubbliche proprio quelle correnti di pensiero – religiose, filosofiche o ideologiche – che certi segni portano con sé perché costruiscono appartenenza, legame sociale: che senso ha allora impartirne l’insegnamento, se riescono pericolose al punto di doverne vietare l’uso? Per la verità, pericolose lo sono davvero, come lo è qualsiasi elemento di identità che non si lascia risolvere in uno spazio liscio e neutro, ma proprio perciò insignificante. Ma è pericoloso anche negare, quando in realtà ciò che viene negato è semplicemente rimosso, non cancellato ma spostato, sottratto alla vista. Perché il rischio che torni in altri modi e in altre forme esiste, e non è detto che saranno, quando saranno, modi (e toni) più morbidi e più concilianti. Meglio pensarci per tempo.

(Il Mattino, 15 marzo 2017)