Sinistra senza voce di fronte alle urla della nuova destra

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Come quello che dice: capotavola è dove mi siedo io, così nel Pd (ma anche fuori del Pd) non sono pochi quelli che dicono che sinistra è là dove si trovano loro. Così l’ha messa Renzi ieri, e almeno su questo bisogna dargli ragione: non c’è persona di sinistra, da Marx in giù, che non abbia pensato almeno una volta che di sinistra sono solo le cose che dice lui.

Ma la giornata di ieri, e i fatti di questi settimane, raccontano tutt’altra cosa. Mentre il partito democratico avviava il suo percorso congressuale, con le dimissioni di Renzi, Nicola Fratoianni veniva eletto segretario della neonata formazione di Sinistra italiana. Di sinistre ce ne sarebbero, anzi ce ne sono dunque due, ufficialmente parlando. Però non basta. Perché in mezzo a quelle due ce ne sono già altre tre o quattro, se pure dai contorni ancora ufficiosi: c’è “Possibile”, il movimento di Pippo Civati; c’è il campo progressista di Giuliano Pisapia, in via di costituzione; c’è il drappello di Sinistra e Libertà, guidato da Arturo Scotto, che ha lasciato Sinistra italiana ancor prima che tenesse il congresso; e c’è la neonata associazione “Consenso” di D’Alema, che vorrebbe tanto fagocitare tutte le altre. E infine c’è la minoranza che uscirà dal Pd, in tutto o in parte, ma che non si sa ancora se farà un’altra cosa, diversa da tutte le altre, oppure si unirà a questa o quell’altra formazione già esistente.

In questa situazione, sarebbe facile fare dell’ironia, se la rappresentazione che la sinistra offre in questa fase non esprimesse un dramma vero, una difficoltà reale nell’affrontare uno dei frangenti più difficili della sua storia. Come un film già visto: la destra ritorna infatti prepotente, con parole d’ordine e identità ben riconoscibili, da Trump alla Le Pen, e la sinistra per tutta risposta si divide. Manca solo l’accusa di socialfascismo, perché il remake del Novecento sia completo.

Ieri Veltroni ha detto che il Pd è nato da una fusione, non da una scissione. È stata cioè una singolare eccezione. Perché nella sua storia la sinistra ha offerto molti più esempi di divisione che non di unione. Certo, li ha offerti su un terreno ogni volta diverso, perché le vicende storiche non si ripetono mai uguali, ma con almeno un motivo comune, rintracciabile nella presunzione di possedere una qualche ragione autentica, che la compromissione col potere, oppure con il governo, o con la modernità, o ancora, in termini politici, con il centro e i moderati ogni volta, rischierebbe di disperdere e consumare.

Non c’è altro modo di spiegare come i tre alfieri della minoranza, Rossi Speranza ed Emiliano, abbiano potuto ritrovarsi sotto la bandiera della rivoluzione socialista. Nessuno di loro può presentarsi infatti come un rivoluzionario di professione. Nessuno di loro ha trascorsi massimalisti. Nessuno di loro appartiene alla sinistra antagonista e anticapitalista. Però tutti e tre imputano al partito democratico di Matteo Renzi di aver smarrito le ragioni vere della sinistra, quelle che ne preservano l’autentica sostanza.

Intendiamoci: non mancano sicuramente motivi di più bassa lega per spiegare le manovre di questi giorni: i posti, le liste, la leadership. Ma resta il fatto che la coperta sotto la quale questo gioco si svolge è offerta da quel significante vuoto – si dice così – che viene riempito dall’interpretazione di volta in volta offerta di ciò che è veramente di sinistra.

Una parola-baule, insomma, dentro la quale ci si infilano cose molto diverse. E che però Renzi ieri non ha voluto lasciare alla minoranza, contestandone la pretesa di mantenerne il copyright. Di più: accusando i suoi avversari di conservare della sinistra solo la fraseologia, la prosopopea, i simboli del passato e le bandiere, senza però preoccuparsi minimamente di dargli forma compiutamente sul terreno concreto dell’azione di riforma.

Con i termini che ha impiegato – inclusione, attenzione alle periferie, diritti, terzo settore, ambiente – Renzi ha provato a sgranare il rosario di ciò che il Pd dovrà essere, o almeno di ciò che dovrà discutere, al congresso. Intanto però, ai nastri di partenza si può trovare, nel campionario delle idee della sinistra di oggi, tanto l’inno alla modernità, quanto la critica radicale della modernità; tanto l’europeismo più acceso quanto l’antieuropeismo più preoccupato; tanto il cambiamento della Costituzione quanto la sua tetragona difesa.

Secondo Bobbio, è uguaglianza il discrimine lungo il quale si costituisce l’identità della sinistra. Ma strumenti, politiche, istituzioni che debbono servire per contrastare le disuguaglianze non discendono univocamente da quella semplice idea. Basta vedere.

In primo luogo, le istituzioni. Renzi si è speso su una riforma della Costituzione che doveva dare al Paese istituzioni più semplici e meglio funzionanti. Per la minoranza che il 4 dicembre ha votato no, quelle riforme agevolavano una pericolosa deriva autoritaria: riducevano gli spazi di democrazia, compromettevano garanzie fondamentali. Erano parte di una cultura politica che privilegia il momento della decisione rispetto a quello della partecipazione. In altre parole: erano di destra. Stessa cosa l’Italicum: per Renzi, la nuova legge elettorale definiva finalmente i lineamenti di una democrazia decidente; per le minoranze, in combinato disposto con la riforma costituzionale, metteva in pericolo gli equilibri democratici del Paese.

In secondo luogo, le politiche. Il governo Renzi è intervenuto con leggi di riforma in diversi settori: nella pubblica amministrazione, nella scuola, nella giustizia, nel lavoro. Gli accenti che ha usato la minoranza in queste settimane di passione non hanno mai previsto una sola parola di difesa dell’attività di governo. Sbagliato il Jobs act, che nelle intenzioni del governo modernizza il mercato del lavoro, mentre per l’altra sinistra porta la macchia incancellabile di avere il gradimento di Confindustria e l’ostilità dei sindacati. Sbagliata la posizione sul referendum anti-trivelle: per la sinistra di governo bisognava contrastare ostilità preconcette, di carattere puramente ideologico, mentre per l’altra sinistra bisognava piuttosto contrastare i petrolieri, e magari il potere corruttivo dei loro denari. Sbagliata la riforma della scuola, che per il governo andava in direzione di una maggiore autonomia scolastica, e per gli oppositori invece mortificava irreparabilmente la figura docente. E ancora: sulla giustizia, la sinistra contiene fermenti garantisti e livori giustizialisti; sugli 80 euro, per gli uni sono stati la più grande operazione di redistribuzione fatta in questi anni; per altri sono stati poco più di una mancetta – come i bonus ai 18enni o ai docenti della scuola –, soldi che sarebbero stati meglio spesi in investimenti infrastrutturali.

Infine gli strumenti, cioè il partito. Renzi ha sicuramente assecondato una certa voga anti-politica. Di tagliare poltrone non ha mai rinunciato a parlare. Dell’abolizione del finanziamento pubblico ha fatto quasi un punto d’onore. Quanto però a valorizzare il partito come comunità, o come strumento di elaborazione intellettuale, non ha mai avuto molta voglia. Gli iscritti sono così calati: fisiologicamente per gli uni, patologicamente per gli altri. Il che si è tradotto in convinzioni di segno opposto anche in questa materia: sulla natura della leadership, sull’uso dei nuovi strumenti di comunicazione, sull’importanza del radicamento territoriale, sulle funzioni da assegnare alla dirigenza del partito.

Insomma, il partito democratico – e più in generale il frastagliato arcipelago della sinistra – ha dovuto in questi anni discutere praticamente su tutto, provando a fornire declinazioni diverse su ciascuno di quei temi. Ma nella stretta finale le distinzioni vengono meno, le differenziazioni sfumano, e rimane il significante da riempire sempre allo stesso modo: da un lato ci sono quelli che Renzi è un intruso (e un sopruso), dall’altro quelli che le anticaglie meglio mollarle una volta per tutte, la sinistra non può più essere quella.

E allora cos’è? È Zeman, ha detto una volta D’Alema e anche a lui, almeno su questo, bisogna dargli ragione: gioca bene ma prende tanti gol. A dire il vero, fa pure qualche autogol.

(Il Mattino, 20 febbraio 2017)

La veloce parabola di un’utopia

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C’è qualcosa che non è andato per il verso giusto, nel partito democratico, se Rossi Speranza ed Emiliano, tutti candidati della minoranza alla segreteria di un partito nel quale non è affatto detto che rimarranno, tengono oggi una manifestazione sotto la parola d’ordine della «rivoluzione socialista».

Non è la parola «socialista» fuori posto, dal momento che proprio il Pd ha completato quell’approdo nel socialismo europeo che non era riuscito né al Pds né ai Ds. Achille Occhetto, dopo l’89, ne aveva fatto anzi quasi un punto d’onore, di non lasciare la tradizione comunista per passare in quella socialista. E invece è andata così, e non poteva che andare in tal modo, perché l’unica famiglia politica europea in cui poteva riconoscersi il Pd, partito che doveva riunire tutte le tradizioni del riformismo italiano in un soggetto politico unitario, era il partito socialista.

Ma rivoluzione? Non era il Pd il risultato dell’avvicinamento della sinistra italiana all’area di governo? Da dove viene questa pulsione a rovesciare tutto il percorso compiuto finora dai democratici?  L’uso della parola indica in realtà l’esigenza di marcare la propria identità di sinistra dopo anni che vengono oggi, nel momento della rottura, avvertiti come anni di disorientamento, di smarrimento, di tradimento di storie ed ideali. Anni in cui la sinistra ha governato ma, evidentemente, senza più esser se stessa, almeno per i tre rivoluzionari. La parola «rivoluzione» viene usata allora nel suo significato astronomico: dopo un lungo giro, si torna alla casella di partenza. Che forse non sarà il ’21, oppure il ’45, ma non può essere neppure il 2007, l’anno in cui Veltroni vince le primarie e prende la guida del Pd. E, a dire il vero, non può essere nemmeno il ’96, quando nasce l’Ulivo di Prodi: che socialista non era ma democristiano di sinistra. La rivoluzione di Rossi Speranza ed Emiliano non ha una data assegnabile, ma addita un’origine mitica da qualche parte nel passato: pura e non contaminata dai compromessi accettati per andare al governo. L’euro, le riforme sul lavoro, quella delle pensioni, le liberalizzazioni, il pareggio di bilancio: è possibile che i tre abbiano di qui in avanti per tutti questi capitoli del ventennio trascorso solo parole di critica, per provare a coagularsi con tutto quello che si muove alla sinistra del Pd.

Questo balzo di tigre nel passato fa però sorgere il sospetto che avesse ragione D’Alema quando, a un anno dalla nascita del Pd, nel 2008, descriveva il Pd come un «amalgama mal riuscito». La sua motivazione ideologica più forte doveva stare nel superamento delle divisioni sociali, culturali e politiche che avevano dato forma alla prima Repubblica. In questi termini ne aveva parlato lo storico Roberto Gualtieri, oggi europarlamentare, nel seminario di Orvieto organizzato da Ds e Margherita nel 2006, proprio in vista della nascita del Pd. In quell’occasione il segretario dei Ds di allora, Piero Fassino, aveva sostenuto che era venuto meno il fattore che aveva enfatizzato le differenze tra le diverse culture riformiste italiane socialiste, liberaldemocratiche, cattoliche: il Muro, la divisione del mondo in due. Ma i fatti testimoniano un’altra cosa: se davvero Rossi Emiliano e Speranza compiranno, al grido di “rivoluzione”, il secondo passo fuori dal Pd – il primo avendolo già compiuto D’Alema, con il varo dell’associazione “Consenso” – e se pure il grosso dei bersaniani seguirà, si dovrà dire che la vera motivazione a stare sotto uno stesso tetto risiedeva in realtà nel contesto istituzionale: nell’impianto maggioritario della seconda Repubblica, tendenzialmente bipartitico, e nella personalizzazione della leadership politica. Si trattava insomma di un matrimonio di convenienza: per sfidare il centrodestra tenuto insieme da Berlusconi, ci voleva qualcosa di più di una coalizione fra forze eterogenee. La “macchina da guerra” di Occhetto, nel ’94, non era bastata, l’Ulivo si era rotto e l’Unione si era rivelata una confusa accozzaglia.

Ora però il contesto è mutato di nuovo: con la sconfitta di Renzi al referendum il sistema vira daccapo verso soluzioni di tipo proporzionale – senza premi di lista, senza collegi uninominali, senza correttivi di tipo maggioritario – e allora ognuno può tornare a vestire i panni che gli somigliano di più, senza neppure dover sopportare la fatica di essere minoranza.

Una tal fatica si è fatta negli anni sempre più insopportabile, e questa è un’altra, profonda trasformazione di sistema che ha inciso su giudizi e comportamenti. I partiti sono sempre di più come cozze attaccate allo scoglio dell’istituzione: non riescono a vivere di una vita propria, intorno ai circoli o alle sezioni. Non riescono ad essere un vero soggetto collettivo, una “comunità di destino”, con la conseguenza che prevedono sempre meno spazi di azione effettiva per le minoranze. Dove sono infatti le minoranze nei Cinquestelle, o in Forza Italia, o negli altri partitini che punteggiano il panorama politico? Il Pd, da questo punto di vista, costituiva non la regola ma l’eccezione. Per quanto prepotente si voglia ritenere il piglio di Renzi, anche in questo caso è una logica di sistema a prevalere, più che l’interpretazione personale che ne offrono i protagonisti.

E tuttavia: davvero non era possibile trovare nel Pd un denominatore comune? Che è quanto dire: davvero il Pd non ha più una «mission» davanti a sé? Quando al Lingotto di Torino, proprio là dove Renzi pare oggi intenzionato a tornare per rilanciare la sua corsa alla segreteria, Walter Veltroni tenne il suo primo discorso da segretario in pectore dei democratici, disse, fra le altre cose, che l’Europa stava andando a destra perché la sinistra in quegli anni era apparsa «imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa». Questa doveva essere il «focus imaginarius» del partito democratico. Ed esso era posto abbastanza lontano dalle origini perché alla guida del partito potessero succedersi, dopo Veltroni, un democristiano di lungo corso come Dario Franceschini, un pragmatico comunista emiliano come Pierluigi Bersani, un ex sindacalista socialista della CGIL come Guglielmo Epifani, infine un altro democristiano, come Matteo Renzi, che però non possiede nessuno dei tratti riconducibili alle storie della prima Repubblica. A guardarla così, questa vicenda appare tutto meno che monolitica, e il Pd la cosa più contendibile che ci sia stata sul mercato politico italiano in tutti questi anni.

Perché allora questa vicenda appare alla minoranza ormai priva di futuro? È una domanda che, come spesso capita, ha una risposta nobile e una meno nobile. La risposta nobile fa riferimento alla linea del partito, che deve essere addirittura rivoluzionata dopo anni di timidezze nei confronti delle politiche neoliberiste dominanti. Il baricentro del partito deve essere spostato più a sinistra e non può certo essere Renzi a farlo. Questa risposta coglie almeno in parte nel segno, anche se ha il difetto di trascurare che quasi tutti quelli che vogliono oggi cambiare drasticamente l’indirizzo politico e culturale del partito ne hanno condiviso la rotta, più o meno sempre la stessa nonostante il pendolo dei segretari. La risposta meno nobile fa invece il seguente ragionamento: posto pure che il congresso non consenta alla minoranza di contendere effettivamente la leadership di Renzi, quale probabilità ha il segretario di sopravvivere a una eventuale sconfitta elettorale? Nessuna. E allora perché non aspettare che si schianti, per poi ricominciare daccapo? C’è, d’altra parte, altro modo di ricominciare che non passi attraverso le urne? Non è stato così con Bersani (e prima con l’Unione, con l’Ulivo, con Occhetto?). Se questo ragionamento non passa, non sarà che la minoranza vuole garanzie sulle prossime liste che Renzi non è disposto a dare? Ma questa risposta è meno nobile, e in un momento così drammatico non dovrebbe nemmeno sfiorarci la mente.

(Il Mattino, 18 febbraio 2017)

La sinistra al tempo di Trump

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«Fare il congresso come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grillismo». Già, ma qual è l’alternativa? Perché le prossimi settimane si consumeranno in una lunga guerra sulle date, le scadenze, il regolamento, il tesseramento, la legge elettorali, il voto, ma poi un’alternativa a quel Cerbero a tre teste che ha preso forma «là fuori», come ha detto Renzi ieri, alla Direzione nazionale, bisognerà pure che il partito democratico la trovi.

Trumpismo vuol dire almeno due cose: nazionalismo economico e fine dell’età dei diritti. Dagli anni Novanta in poi, le sinistre riformiste sono state invece quasi tutte internazionaliste in economia e progressiste in tema di diritti civili. In particolare in Italia questo impasto ha sicuramente aiutato la sinistra, dopo l’89, a venir via dalla tradizione del comunismo nazionale. Così, l’antica contrarietà nei confronti del sistema monetario europeo – che è stato il principale veicolo di integrazione su scala continentale – si è capovolta, negli anni Novanta, nella più ferma determinazione a entrare invece nella moneta unica. E la prudenza con la quale il partito comunista seguiva i radicali nelle battaglie sui temi del divorzio e dell’aborto è invece divenuta, negli anni Novanta, la determinazione a dare al paese una legge sulle unioni civili e il divorzio breve, che sono indubbiamente frutto dell’ultima stagione di governo del Pd.

Un cambio, come si vede, assai netto. Ma ieri il Pd è stato percorso dal dubbio, che di sicuro lo accompagnerà a lungo, che quel cambio non andava nella giusta direzione, ma era parte di un moto alternato il quale, raggiunto il punto massimo di oscillazione della banda, dovrebbe procedere ora nel verso opposto.

Cosa c’è però nel verso opposto? Quale domanda è oggi prevalente: la domanda di nuovi diritti, o la domanda di sicurezza? Il partito democratico dovrebbe scommettere sulla capacità di tenere insieme i due corni del dilemma, ma trumpismo e lepenismo spingono perché si divarichino invece sempre di più. Ancora: apertura o chiusura? Democrazia significa passione per l’apertura, ma, per un contraccolpo che farebbe invidia a Hegel e alla sua logica dialettica, nel momento in cui massima è la possibilità di connessione globale fra uomini, merci, servizi, più forte si avverte il bisogno di richiudersi invece tra i propri simili, nel proprio orizzonte culturale, nazionale, etnico. La sfida ideologica e culturale è di amplissima portata.

E ancora: innovazione o protezione? Per vent’anni circa, la sinistra ha sposato la prima, portandosi fuori del recinto storico dei partiti socialisti e socialdemocratici del Novecento. La costellazione formata da Clinton, Blair, Schroeder doveva indicare, nel cielo dei valori della sinistra, il cammino. La Terza Via. E quel cammino era scandito dall’imperativo della modernizzazione, del dimagrimento dei compiti dello Stato, da parole come merito e flessibilità. Ieri queste parole non le ha usate quasi nessuno, e la preoccupazione maggiore è sembrata anzi quella di ricucire il rapporto con i tradizionali mondi di riferimento del centro sinistra: la scuola, la pubblica amministrazione, i sindacati e il mondo del lavoro.

Più Stato nell’economia; spesa sociale fuori dal patto di stabilità; piano per il lavoro straordinario. Certo il cambio di vocabolario, nella discussione interna, ieri si è avvertito. Come però si riempiono queste parole è ancora terreno di ricerca e di confronto: non facile, in mezzo a posizionamenti e tatticismi di varia natura. Al primo posto sembra essere l’esigenza di ridisegnare i contorni di uno Stato assicurativo di tipo nuovo, che si orienti non sui vincitori della globalizzazione ma sui vinti, su quelli che in questi anni sono rimasti indietro.

A loro si sono rivolti i fautori della Brexit, a loro è arrivato forte e chiaro il messaggio di Trump, e a loro rischia di arrivare anche, alle prossime presidenziali francesi, la parola altrettanto vigorosa di Marine Le Pen. Ma se le destre offrono un’interpretazione del bisogno di protezione in chiave nazionalista, di ripiegamento identitario, qual è la chiave che la sinistra è in grado di usare? Quali sono i contenitori collettivi entro cui stringere nuove reti di solidarietà, di cittadinanza, di prossimità? Finora i democratici si sono sentiti cittadini del mondo, o almeno dell’Europa. Sono stati quelli che viaggiavano con il progetto Erasmus, e solidarizzavano con i migranti. Quelli che difendevano lo «ius soli», ma pure la «lex mercatoria» che ha accompagnato l’estendersi globale dell’economia e della finanza. Ma domani?

Renzi si trova veramente su un crinale. Non solo perché, annunciando il congresso, ha chiuso la fase apertasi con la vittoria alle primarie del 2013 e deve ora ricostruire la stessa infrastruttura culturale del partito. Ma perché questo passaggio è iscritto in un mutamento epocale. Da Obama a Trump: è come il mondo è cambiato in poco meno di un decennio. Che corrisponde quasi esattamente all’arco di vita temporale del partito democratico. Il che dà l’idea che, ben oltre le schermaglie della direzione – congresso o non congresso, elezioni o non elezioni – la sfida è davvero di quelle che fan tremar le vene e i polsi.

(Il Mattino, 14 febbraio 2017)

Dal Pci al Pd, il partito divora i propri dirigenti

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Riavvolgiamo il film. Perché il partito democratico, con meno di dieci anni di vita, ha già una storia movimentata da raccontare. I segretari del Pd sono stati, finora, cinque: Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani e, da ultimo, Matteo Renzi. Mai si è trattato di una semplice successione: a un leader fortemente legittimato dal percorso congressuale ha sempre fatto seguito una figura di compromesso, chiamato a gestire le dolorose dimissioni del predecessore, successive a una disavventura elettorale. Così è stato nel passaggio dal Veltroni a Franceschini, così anche nel passaggio da Bersani a Epifani: così potrebbe andare oggi, se Matteo Renzi presentasse davvero, in Direzione, le dimissioni da segretario del partito, in vista dell’indizione di un nuovo congresso.

Ma anche se così non fosse, resta il fatto che nei partiti democratici la soluzione inventata per scongiurare dilanianti lotte di successione, cioè la monarchia ereditaria, non è praticabile.  Non ci sono figli primogeniti, e i figli che ci sono amano sempre meno i padri.

Veltroni è il primo, nel 2007. Il partito democratico è appena nato, e l’ex segretario dei DS vince le primarie con un consenso largo, superiore al 75%. Unici avversari di peso sono Enrico Letta (11%) e Rosi Bindi (12%), ma il grosso della Margherita e dei DS si schiera con Veltroni. Più per necessità che per convinzione. La sorte del governo Prodi, sostenuto da una coalizione debole, eterogenea e rissosa, è già segnata, e Veltroni appare a molti l’unico dotato di un carisma più ampio rispetto alla base elettorale di provenienza. Questo è sempre stato un cruccio dello schieramento progressista: scegliere uomini che guardino al di là del recinto storico della sinistra. Così è stato per Prodi e l’Ulivo, in uno schema che prevedeva ancora un accordo di coalizione, e così è con Veltroni, che ha l’aura del democratico senza aggettivi (cioè senza connotazioni marcate di sinistra) prima ancora che i democratici nascano. Lui intona il mantra della «vocazione maggioritaria» e butta giù Prodi perché convinto di poter vincere marcando la discontinuità con il passato.

Infatti perde. Finisce (in compagnia dell’Italia dei Valori), dietro di quasi dieci punti rispetto alla coalizione di centrodestra.

Alla guida del partito Veltroni resiste un altro annetto, sempre più logorato dagli avversari interni, primo fra tutti D’Alema, che non gli perdonano di avere accelerato la caduta di Prodi e la fine della legislatura. La sconfitta alle regionali in Sardegna, a inizio 2009, è il secondo colpo che lo manda al tappeto.

Segretario diviene Franceschini, fino ad allora vice di Veltroni. Ma ci sono le elezioni europee a giugno: un po’ per questo, un po’ per timore di lacerazioni interne, Franceschini viene eletto dall’Assemblea nazionale e le primarie rinviate in autunno.

Sarà sfida con Bersani (e Ignazio Marino candidato di complemento). Vince Bersani, cioè vince la ditta. Ma quattro anni dopo è già l’addio. Anche questa volta ci vogliono due scosse per buttar giù il segretario. La prima sono le elezioni, che Bersani riesce a non vincere (il Pd scende al 25%). La seconda il naufragio delle candidature al Quirinale prima di Franco Marini, poi di Romano Prodi. Viene rieletto Napolitano, ma per Bersani è troppo: «uno su quattro ha tradito», ripete come un povero Cristo nel Getsemani, e tra i sospettati ci finiscono i renziani, che ne vogliono minare la leadership, ma pure D’Alema, che il segretario non aveva voluto lanciare nella corsa al Colle.

Il Pd riparte daccapo. Renzi, che aveva perso un anno prima la sfida con Bersani, diviene la sola carta da giocare. Il mantra è la rottamazione, e funziona. Renzi prende il 67% (Cuperlo il 18%, Civati il 14%). Il vento in poppa lo sostiene fino allo scorso anno, quando pure lui subisce la legge dei due rovesci. Il primo sono le amministrative; il secondo, micidiale, il referendum del 4 dicembre.

Non sappiamo ancora se quest’oggi Renzi manterrà le redini del partito o si tufferà in una nuova battaglia congressuale: quel che sappiamo è che la vicenda del Pd è comunque attraversata da un grande scialo di personale politico, che si consuma più rapidamente di quanto non accadesse un tempo. Non ci sono più i segretari a vita di una volta, questo è chiaro. Ma colpisce pure la debolezza del collante. L’addio di Civati o di Fassina nella stagione renziana valgono quanto l’addio di Rutelli con l’avvento di Bersani. E la ventilata scissione di D’Alema – con la nascita di ConSenso dalle ceneri della battaglia referendaria – vale quanto il varo dell’associazione Red, sempre ad opera di D’Alema, durante la segreteria Veltroni. Di questi movimenti si possono dare due spiegazioni.  Si può pensare che sono inevitabili in un partito che non riesce ad essere un vero soggetto collettivo, ma solo una macchina per selezionare rappresentanti. Con la conseguenza che quelli che non ce la fanno non trovano altre ragioni per restare e se ne vanno (o, se restano, remano contro). Oppure si può pensare che la politica non è uno sport per signorine, e tradimenti e regolamenti di conti sono per questo all’ordine del giorno. Nel Pd ma non solo. Come andò infatti con Alessandro Natta, che perse la segreteria del partito comunista mentre era ancora in ospedale, ad opera dei rottamatori d’allora, Occhetto, D’Alema e gli altri quarantenni? E cosa capitò a Achille Occhetto? Lui che si era spinto oltre le colonne d’ercole del ‘900, imponendo il cambio del nome ai comunisti, fallì a sorpresa il quorum dell’elezione a segretario durante il congresso del 1991, grazie a un’accorta regia dei suoi secondi, Veltroni e D’Alema in testa? I quali poi lo lasciarono lì, mezzo morto alla guida del partito, salvo presentargli il conto dopo la sconfitta con Berlusconi, nel ’94.

Insomma: con questa lista di precedenti, c’è poco da star sereni. La minoranza lo sa e sposta ogni volta un centimetro più su l’asticella delle sue richieste. Forse però oggi sapremo se questo gioco continuerà ancora a lungo, o se Renzi ha infine deciso di saltare.

(Il Mattino, 13 febbraio 2013)

Se l’indole violenta si svela

quarto_potereLa denuncia dell’onorevole Luigi Di Maio segna un nuovo punto nella storia dei difficili rapporti dei Cinquestelle con l’informazione e va presa dunque con estrema serietà. Per il vicepresidente della Camera dei Deputati il Movimento è vittima di una campagna diffamatoria. La campagna diffamatoria è su tutti gli organi di informazione in queste giornate: a proposito delle polizze vita intestata alla ignara sindaca di Roma Virginia Raggi, che secondo Di Maio i giornali presenterebbero in un’ottica falsa e menzognera, formulando ogni genere di ipotesi diverse dalla mera generosità di colui che quelle polizze ha acceso, il fido Romeo.

Vi sono un paio di cose da dire su questo punto, e poi, più in generale, su quale debba essere il ruolo della stampa in un paese liberale e sul modo in cui invece lo concepiscono i grillini.

Di Maio afferma (non ipotizza: afferma) che i giornalisti hanno «diffamato» il Movimento. Ma la diffamazione a mezzo stampa è un reato: la denuncia andrebbe quindi presentata all’autorità giudiziaria. È invece al Presidente dell’Ordine dei giornalisti che Luigi di Maio si rivolge, segnalando casi di comportamenti «deontologicamente scorretti». Con tanto di nomi e cognomi. La prima scorrettezza sta però proprio nel parlare indifferentemente di diffamazione oppure di scorrettezze deontologiche: ma non sono la stessa cosa e non hanno le stesse conseguenze. Il vicepresidente della Camera dei Deputatituttavia sorvola piuttosto scorrettamente sulla distinzione.

Di Maio riporta poi le frasi vergognose per le quali chiede le scuse dei giornalisti. In nessuna di esse però si afferma che la stipula delle polizze configura un rapporto di tipo corruttivo; in tutte si ipotizzano invece spiegazioni diverse da quelle, evidentemente reputate poco credibili, fornite dai protagonisti della vicenda (comprese naturalmente le ipotesi poco commendevoli). Ora, questo modo di scrivere e raccontare può non piacere. La luce che getta sui fatti spesso li altera snatura. Attenzione, però: formulare ipotesi non è di per sé distorsivo, è anzi forma di una comprensione razionale della realtà (chiedere, all’occorrenza, a Aristotele e a Peirce, a Francis Bacon e a Sir Karl Popper). Può, è vero, accadere che le ipotesi siano formulate precisamente allo scopo di infangare, come lamenta Di Maio. E il retroscenismo può – è vero anche questo – promuovere pettegolezzi e illazioni al rango di analisi politiche. Ma se vi è un luogo dove questa maniera distorta di presentare le cose abbonda, tracima, straripa, esonda, trabocca e dirompe, condendosi regolarmente di insinuazioni e pregiudizi, di toni insultanti e iperboli offensive, questo è il blog di Beppe Grillo. Questa è, indubitabilmente, la cultura del Movimento Cinquestelle. Dal Vaffa Day all’ultimo post di Grillo, quello che leggo proprio adesso e dove i governanti europei compaiono del tutto gratuitamente con il titolo non proprio lusinghiero di «cleptocrati» (cleptocrazia, dice Wikipedia, è una modalità di governo che «rappresenta il culmine della corruzione politica»). E si tratta, come sa chiunque legga il blog, di un post dai toni tutto sommato sobri, incomparabilmente più misurati di quelli riservati ai casi di mala politica nostrani.

Ma se Di Maio si accorge solo ora di cosa significhi finire in quel circuito mediatico-giudiziario in cui si finisce per essere se non colpevoli colpevolizzati ben prima della sentenza di qualunque tribunale, beh: dimostra una sorprendente ingenuità. O forse – è un’ipotesi che non voglio nemmeno formulare – lancia solo ora l’allarme perché comincia a temere che prima o poi quel circuito lo possa carpire, afferrare, travolgere, per quanto innocente egli sia da ogni colpa. Una rilettura delle carezzevoli parole usate dal comico genovese nel corso degli anni potrà comunque rivelargli in quale mondo ha vissuto finora meglio di qualunque ulteriore commento.

Questa volta però è in gioco, con più forza di prima, il rapporto con il quarto potere, con l’informazione, la libertà di opinione e il diritto di critica. I grillinisono quelli che in passato rifiutavano di rilasciare dichiarazioni ai giornali italiani, che rifiutavano di andare in tv, e che in seguito hanno preso ad andarci solo alle condizioni da loro dettate (cioè rifiutando il contraddittorio con altri esponenti politici, cosa che – chissà perché – i conduttori gli concedono). I grillini sono quelli che respingono per principio la mediazione dell’organo di stampa, fingendo di non accorgersi che, ben lungi dall’essere diretta, immediata, tutta la loro comunicazione è non semplicemente mediata ma condizionata dallo Staff di Grillo, e sottoposta a precise limitazioni, volte a sedare ogni forma di dissenso, e raccolte sotto la clausola generale del danno d’immagine che verrebbe al Movimento da dichiarazioni non concordate, non condivise, non vidimate dal Capo politico. I grillini sono quelli che additano i giornalisti al pubblico ludibrio, e Grillo è quello che da ultimo si è inventato la più totalitaria delle invenzioni in argomento: la giuria popolare che sancisce la verità o falsità delle notizie.

Tutto questo è intrinsecamente violento. Non è violento nel senso che attenta direttamente, fisicamente alla sicurezza dei giornalisti. Ma nel senso che disconosce la figura della terzietà, cioè il presidio di libertà più prezioso costruito dalla civiltà liberale moderna: nelle forme generali del diritto come in quelle più recenti delle autorità indipendenti, o della stessa articolazione e separazione dei poteri. Le ripudia concettualmente, queste forme, prima ancora che praticamente. Perché non vede nel ruolo terzo interposto fra l’emittente (il blog) e il ricevente (il cittadino), in quello che domanda oppure interpreta, che riferisce oppure giudica, altro che un fattore di distorsione, mentre invece si tratta dell’unica protezione possibile contro ogni forma di indottrinamento. Dove la parola del Capo arriva senza rifrazione possibile, direttamente nella testa del militante, lì non è nemmeno più parola: è solo ordine e ubbidienza. Ed è così che può finire il dominio del diritto, e cominciare quello della violenza.

(Il Mattino, 8 febbraio 2017)

Mattarella, i Pm e la tentazione della solennità

immagineLe parole che il Presidente della Repubblica ha rivolto ai giovani magistrati in tirocinio, nel corso della cerimonia al Quirinale, meritano di essere rimarcate. Sono parole di circostanza, nel senso che è d’uso che il Capo dello Stato tenga un discorso in una simile circostanza. E sono parole misurate, come d’altronde è nello stile di Sergio Mattarella. Che ieri, però, è uscito dal «percorso del testo scritto» per svolgere qualche considerazione più personale, più vicina alla sua stessa sensibilità ed esperienza. Sono, dunque, parole diverse.

Il discorso scritto conteneva già alcuni preziosi elementi: la sottolineatura dell’irrinunciabile valore costituzionale dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura era accompagnata da una considerazione non banale sul valore della prevedibilità delle decisioni giudiziarie, che deve valere anche – anzi: soprattutto – per l’esercizio monocratico della funzione in capo al singolo magistrato. Le decisioni «singolari» prendono infatti risalto, fanno parlare, regalano palcoscenici mediatici, ma danneggiano la credibilità della magistratura. Un altro spunto contenuto nel discorso scritto ha riguardato l’importanza degli «espressi enunciati» a cui il magistrato deve innanzitutto attenersi nell’applicazione della norma. Non è un rilievo trascurabile, perché attenersi alla lettera, evitando voli troppo pindarici sulle ali del supposto spirito della legge, contrasta la tendenza, oggi assai diffusa, a inflazionare invece il momento dell’interpretazione. Che si proclama sempre costituzionalmente orientata – com’è ovvio – ma in una fase in cui è sempre meno la Suprema Corte a fornire il suddetto orientamento, e sempre più il giudice ordinario a figurarselo piuttosto liberamente da sé.

Infine, c’è, nel discorso di Mattarella un invito ai giovani magistrati a sentirsi parte di un ufficio, a «fare squadra», a portare questa dimensione della collaborazione con colleghi e dirigenti degli uffici anche dentro i percorsi di formazione e tirocinio della Scuola superiore della magistratura. E pure questo contrasta un poco se non con lo spirito del tempo con certe abitudini professionali del magistrato, gelosissimo della propria autonomia e sempre preoccupato di resistere all’accentuarsi di impronte fortemente gerarchiche nell’organizzazione degli uffici.

Poi però Mattarella è uscito dal testo scritto, e il senso dei margini entro i quali tenere l’esercizio della professione che aveva sin lì trasmesso attraverso raccomandazioni rigorose, ma quasi soltanto in punta di dottrina, si è riempito di un significato quasi esistenziale. Mattarella è stato per alcuni anni giudice della Corte Costituzionale. Ha indossato tocco ed ermellino. Sa cosa significa passare una giornata tra scranni e stucchi. Conosce perfettamente la «solennità» che si accompagna all’esercizio delle più delicate funzioni pubbliche e che certo anche ieri i giovani magistrati avvertivano concretamente, tutta attorno a loro: nel salone del Quirinale, innanzi alle supreme autorità dello Stato. Parla dunque Mattarella a ragion veduta quando raccomanda di non smarrire, tutti compresi del proprio ruolo, «il senso dei propri limiti, particolarmente di quelli istituzionali». Di non smarrirli per via dell’aria rarefatta che si respira intorno a loro, dell’ossequio che è loro comunque dovuto, del silenzio carico di tensione con il quale l’imputato attende il verdetto, o della sensazione di potere che si prova spiccando un provvedimento e mandandolo ad esecuzione.

Pochi anni fa, l’editore Sellerio ha ripubblicato il «Diario di un giudice», scritto negli anni Cinquanta da un magistrato, Dante Troisi, che dopo la pubblicazione del libro finì sotto processo per aver leso il prestigio della magistratura. In realtà, aveva solo provato a mettere anche lui in guardia i giudici dal sentirsi «intangibili ministri della divinità». È un rischio concreto connaturato a una condizione quasi-sacerdotale, alla distanza e alla solitudine legata alla funzione, che può facilmente divenire scollamento e, quindi, rovesciarsi in arbitrio. E può dettare pensieri scandalosi come questo che Troisi annotava nel suo Diario: «Perché mi lamento di oggi? Questa di oggi è una giungla più comoda; son riuscito a salire su un albero per colpire la gente che passa sotto. Presto proverò gusto a centrarli, senza trascurare il piacere di lasciare indenne qualcuno, per goderne la meraviglia». Certo, oggi la figura del magistrato è molto meno sacralizzata di quanto non fosse nel 1955, quando uscì il «Diario». La magistratura è molto cambiata e, con essa, anche la società italiana. Ma è bene che il Presidente della Repubblica abbia lasciato ieri il «percorso del discorso scritto» per darci una pagina del suo diario, una cifra vera della sua stessa, personale esperienza. Perché ne è venuta una autentica lezione di democrazia, che vive solo se si riversa anche nella dimensione dell’ethos professionale, senza di cui non sarà mai possibile domare il ruggito dell’arroganza che si nasconde al cuore di ogni posizione di potere.

(Il Mattino, 7 febbraio 2017)

Il filo rosso da Craxi ai 5 stelle

immagine«Bisogna innanzitutto dire la verità delle cose e non nascondersi dietro nobili e altisonanti parole di circostanza che molto spesso, e in certi casi, hanno tutto il sapore della menzogna»: 3 luglio 1992, nell’aula del Parlamento Bettino Craxi pronuncia un discorso passato alla storia per la crudezza con la quale il leader socialista affrontava il tema del finanziamento pubblico dei partiti. Tangentopoli è ormai esplosa, e l’intero assetto istituzionale è profondamente scosso non solo dall’inchiesta «Mani pulite», ma anche da fatti gravissimi, come l’attentato in cui ha perso la vita il magistrato Giovanni Falcone (solo due settimane dopo, il 19 luglio, cadrà vittima di un attentato anche Paolo Borsellino). Il discorso di Craxi andrebbe in realtà riletto tutto, perché descrive uno stallo dal quale, a venticinque anni di distanza, non è facile ritenere che il Paese sia uscito. Il vuoto di cui Craxi aveva orrore, e che il governo di Giuliano Amato provava a riempire, è ancora qui, a minacciare l’attuale sistema politico, agito da partiti sempre più fragili, sospeso fra inconcludenza e risentimento, percorso da venate di populismo che minacciano ogni giorno di far saltare il banco. È ancora qui la montagna del debito pubblico, sono ancora qui le esigenze di riforma e di ammodernamento delle istituzioni, è ancora qui l’insistente domanda sul significato dell’adesione al progetto europeo, ed è ancora qui, non superata, l’esigenza di moralizzazione della vita pubblica. Ma Craxi aveva ben chiaro che a questa esigenza bisognava dare una risposta politica, che non screditasse definitivamente «l’impianto e l’architrave della nostra struttura democratica». È andata diversamente. Non solo i partiti sono stati travolti dal discredito, ma si sono poste allora le basi di una campagna di delegittimazione profonda, che li ha lasciati in una perdurante condizione di minorità, e che sopratutto ha impedito che si affrontasse il nodo di fondo, che l’ex Presidente del Consiglio aveva denunciato in quel discorso: il finanziamento pubblico. Da allora ad oggi, si continua a vivere sotto l’illusoria convinzione che la politica non abbia bisogno di danari, e che chiunque li cerchi per finanziare la propria attività politica sia da quei danari corrotto e comprato irrimediabilmente.

Questa convinzione pesa come un macigno sulla politica italiana, fino a costringere l’altrieri Matteo Renzi a motivare la necessità di andare al voto con la storia dei vitalizi, a cui sarebbero ostinatamente attaccati i parlamentari, e ieri Virginia Raggi a cadere dalle nuvole apprendendo che il buon Romeo ha intestato a suo favore un paio di polizze vita a insaputa della sindaca. Ma se tutto accade a insaputa della politica – una volta le case, quest’altra le polizze, la prossima volta chissà, una donazione o una promozione – vuol dire proprio che la «verità delle cose» non può ancora essere detta in pubblico.

Intendiamoci: abbiamo ogni ragione per credere a Virginia Raggi. Se però la versione che lei fornisce appare così poco credibile, irragionevole, persino insensata, è perché nessuno è in grado di vedere la linea che separa le utilità private da quelle pubbliche, il finanziamento dalla corruzione, la liberalità dall’opportunismo. Quella linea nessuno prova a tracciarla. Si aboliscono i vitalizi (anche se la gente non lo sa), si abolisce il finanziamento pubblico, ma non si mette in chiaro attraverso quale sistema la politica debba sostenersi. Non si fa una legge sui partiti politici, e non si mette ordine nei rapporti con i portatori di interesse, e soprattutto si continua ad agitare in pubblico il drappo rosso che scatena il toro del populismo, nell’illusione che l’Italia starebbe molto meglio se la politica non ci fosse proprio. Se i partiti fossero aboliti, il Parlamento sciolto, e deputati e senatori mandati tutti a casa.

Virginia Raggi non ha alcuna colpa: è quello che personalmente mi auguro. E mi auguro che resti in Campidoglio il più a lungo possibile, così che i cittadini romani abbiano modo di giudicarla per come amministra la città. Ma una cosa non può fare: prendersela con quelli che ora le stanno addosso, che vedono la sua pagliuzza mentre hanno nell’occhio una trave. Perché non è una pagliuzza il programma sopra enunciato: passi per le polizze e chi le intasca, ma quelli che vogliono togliere di mezzo la politica, il parlamento, i partiti e ogni forma di intermediazione politica sono proprio loro, sono i grillini. Sono – se ne rendano conto o no – gli amici fanfaroni ed entusiasti, generosi e inconcludenti dei meetup. È il suo partito che ora cavalca l’onda, quello che si è inventato la retorica dell’uno vale uno, del parlamentare mero portavoce, del mandato imperativo, del Parlamento scatoletta di tonno, dei limiti al numero di mandati, dell’autoriduzione dello stipendio, del non-statuto e dei contratti privati con i quali si risponde non ai cittadini elettori, ma al Capo, a un’azienda privata e al suo Staff. Non sono cose tutte uguali, ma tutte fanno sistema e ostruiscono un discorso di verità sulla politica.

Che non diviene meno vero per il fatto che Craxi fu in seguito travolto dalle vicende giudiziarie.Lo è se mai di più, perché dimostra che quel discorso non riguardava il destino personale di un uomo e non doveva assolvere o giustificare nessuno: riguardava la strada che il Paese doveva imboccare.

Suona assolutorio riproporlo oggi? Può darsi, ma molto dipende dalle orecchie di chi lo ascolta. Se invece servisse non assolvere la Raggi e le sue polizze, ma a spingere qualcuno ad accendere una polizza sulla democrazia, allora tornerebbe davvero utile rileggerlo.

(Il Mattino, 4 febbraio 2017)