Quarto, la giravolta del sindaco

Acquisizione a schermo intero 10022016 204442.bmpLa storia dei 150.000 euro di multa per l’eletto che, violando le regole, procura un danno d’immagine al Movimento sembra uscita da una caricatura di Crozza. E invece è uscita dal codice di comportamento dei candidati a Cinque Stelle al Campidoglio. Difficile sapere, però, quando vi è entrata: prima o dopo il colpo di scena di Quarto, dove il sindaco Capuozzo ha ritirato le dimissioni decidendo di rimanere in sella con un’altra maggioranza, o semplicemente con chi ci sta? Forse la premiata ditta Grillo&Casaleggio deve aver pensato che, certo, se Rosa Capuozzo avesse dovuto sganciare un pacco di euro ci avrebbe pensato su mille volte di più, prima di contraddire il verbo grillino. Quindi è deciso: multe salatissime a chi disobbedisce, in vista di chissà quale altra pena – pecuniaria, fisica o spirituale – che metta ferrei vincoli là dove la Costituzione italiana non li prevede.

Per l’articolo 67 della nostra Carta, infatti, non c’è vincolo di mandato, e così, per dirla con le auree parole con le quali Beppe Grillo salutò l’inizio di questa legislatura, finisce che l’eletto fa «il c…che gli pare».

Ma quando queste idee hanno cominciato ad entrare in circolo? In realtà, dacché esistono i Parlamenti moderni e la democrazia rappresentativa. Non sorprenderà tuttavia scoprire che il più inflessibile propugnatore del vincolo di mandato è stato quel furente giacobino che rispose al nome di Maximilien de Robespierre. In testa (finché, almeno, la ebbe sulle spalle) Robespierre aveva un paio di idee fisse che si ritrovano pari pari nel nostrano Movimento a Cinque Stelle. La prima riguarda la rieleggibilità: per l’Incorruttibile (così era soprannominato), un mandato basta e avanza. Allo stesso modo, una delle prime battaglie di Grillo è stata quella relativa alla limitazione del numero dei mandati: due, non di più. Meno severità e rigore, ma stesso proposito: infragilire i processi politici e costituzionali, per decapitare (metaforicamente, ma non solo) la classe dirigente e proporne a furor di popolo il rinnovamento completo. L’altra idea meravigliosa, che produce gli stessi effetti, riguarda appunto il mandato imperativo: l’eletto deve essere ridotto a un semplice delegato, e non deve ricevere nessun affidamento di cui non sia chiamato a rispondere non già di fronte al corpo elettorale, ma dinanzi al Tribunale del popolo (nel caso di Robespierre) o allo Staff di Beppe Grillo (nel caso del recente regolamento romano).

Certo, i grillini hanno buon gioco nel fare il conto dei parlamentari che cambiano casacca. Effettivamente, moltiplicarne il numero per 150.000 farebbe un bel gruzzolo. Ma un simile ragionamento ha il torto di saltare a piè pari il problema, che riguarda non già la coerenza o la furfanteria personale, e neppure solo i costumi parlamentari nostrani ma, più in generale, la debolezza di partiti e culture politiche. Compresa quella grillina, qualunque essa sia, visto l’elevato numero di deputati e senatori che hanno lasciato il Movimento, nonostante il muro di carte bollate, codici e regolamenti costruito dal caro (nel senso di costoso) leader.

Altra cosa è la crisi del paradigma rappresentativo in sé e per sé, che regge le sorti della politica moderna da Thomas Hobbes in poi. Tema vasto, molto più vasto di meetup e streaming grillini (a proposito: che fine han fatto? Com’è che si è passato dalle dirette web ai gruppi chiusi sui social network?). Difficile però a dirsi come possa essere più democratico ricevere una lettera in cui un non meglio precisato «Staff» stabilisce chi è dentro e chi è fuori, oppure chi deve sganciare centinaia di migliaia di euro e chi no. La democrazia parlamentare senza vincoli di mandato ha molti difetti ma ha almeno un pregio: rafforza la posizione del parlamentare dinanzi al suo capo. È infatti il capo che annoda i vincoli, non il popolo. È il capo che giudica e manda (le lettere). Rispetto alla democrazia di rito grillino, la democrazia parlamentare senza vincoli di mandato è più difficile che si rovesci in autocrazia.

L’unico partito più o meno strutturato che c’è su piazza, il Pd, questa volta ha dunque ragione nel presentare in Parlamento una proposta di legge, in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che risponde all’esigenza di dettare pratiche democratiche trasparenti all’interno dei partiti. Con tutti i suoi difetti, e nonostante la forte presa personale di Renzi sul partito, non si può dire dei democratici meno che mandino lettere per espellere o multare questo o quello in base all’arbitrio di uno solo (o del suo “Staff”). Se mai, al  Pd si deve chiedere di avere più coraggio, e mettere mano anche alla materia dei rapporti con le lobbies. Le quali, quando operano nell’oscurità, hanno una capacità di corruzione di gran lunga superiore a quella che possono esercitare quando esercitano alla luce del sole la loro pressione. Se la pressione, infatti è visibile, il cittadino avrà un elemento in più per giudicare il comportamento partitico o parlamentare. Sarà più chiaro chi vuole cosa, e per chi vota sarà maggiore l’onere di indicare le ragioni del proprio voto.

L’onere politico, intendo, non quello finanziario che Grillo&Casaleggio si propongono di addossare ai voltagabbana. Ma, a pensarci, che razza di consiglieri si propongono di selezionare, se considerano che i loro comportamenti possano essere imbrigliati con una multa?

(Il Mattino, 10 febbraio 2016)

La misura della verità

Acquisizione a schermo intero 09022016 205923.bmpChi vede il corpo di un ragazzo torturato e ucciso avverte non solo il dolore enorme e lo strazio, ma anche un’altra esigenza lancinante: vuole verità. Verità: costi quel che costi. Dopo il ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, che reca i segni delle violenze subite, le autorità italiane chiedono in queste ore che sia fatta piena luce sull’assassinio, e usano parole ferme e nette. Ma sanno anche quali profonde relazioni l’Occidente, e l’Italia in particolare, intrattiene con l’Egitto del generale Al-Sisi. Relazioni economiche, politiche, geostrategiche. Perciò è difficile sottrarsi alla domanda più scomoda, la più scabrosa: quanta verità siamo in grado di sopportare? Vogliamo davvero tutta la verità, e soltanto la verità? Non siamo disposti a scendere a patti con nessuno: non per  il petrolio egiziano né per la pace a Tripoli?

No, non siamo disposti. E non c’è motivo di avere dubbi delle parole di nessuno. Ma la verità non è solo affare di parole. La verità non è una pellicola adesiva trasparente che si attacca o si stacca con facilità dalle nostre proposizioni, come il retro delle figurine dall’album delicato dei nostri pensieri. No: è molto di più. La verità si conficca e penetra nella carne degli uomini, nella forma della società, nella vita delle istituzioni. La verità, come del resto l’errore.

Quanto era vero, allora, che con la primavera araba anche l’altra sponda del Mediterraneo avrebbe finalmente conosciuto la democrazia? Quanto abbiamo creduto e fatto nostra quella storia? Abbiamo pensato che una folata di vento avrebbe fatto cadere uno dopo l’altro tutti i regimi autocratici, come un fragile castello  di carte. Ben presto, però, all’entusiasmo è seguita la delusione, quando sono tornati i militari, quando gli squarci di democrazia aperti dalle persone che a centinaia di migliaia occuparono piazza Tahrir, al Cairo, si sono purtroppo richiusi. È stato dunque un errore, ma non è vero che un errore, una volta corretto, non lascia alcuna traccia. Di tracce ne lascia, invece: nella difficoltà di riorientare giudizi e politiche. Di prendere le misure al nuovo potere che ha stabilizzato l’Egitto e di cui l’Occidente, dopo la sbandata di cinque anni fa e nel disordine in cui versa tutta l’area, non può fare a meno.

C’è Occidente, del resto, perché c’è un Oriente: volenti o nolenti, raccontando che cosa sono i musulmani, che cosa sono i palestinesi o che cos’è il Medioriente noi raccontiamo noi stessi. Cinque anni fa la solida e cinica realpolitik che ci permetteva di tenere come alleato Mubarak senza farci troppe domande sui suoi metodi è franata. In maniera certo precipitosa, inaspettata, affrettata: però è franata. Le cose non sono andate come speravamo, col risultato che una politica netta e chiara per quella regione del mondo non ce l’abbiamo più. O almeno: la dose di verità che siamo in grado di sopportare non è più lo stessa. A torto o a ragione. Non si torna mai al punto di prima. Non ci si scrolla mai veramente di dosso gli errori e le verità per le quali passiamo.

Così oggi nulla in apparenza è cambiato rispetto a qualche anno fa, e come sinceri democratici chiediamo tutta la verità. Sta infatti qui il discrimine fra regimi autocratici come quello di Al-Sisi e regimi democratici come il nostro. Solo i primi hanno la polizia non soltanto per proteggere, ma anche per spaventare. Solo i primi hanno assoluto bisogno di quei coni d’ombra, di quelle strade buie, di quegli scantinati deserti in cui poter sequestrare un uomo, un ficcanaso, un testimone scomodo o semplicemente uno che è capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sequestrarlo, e picchiarlo. Sequestrarlo, e torturarlo. Fino alla morte. E nel frattempo predisporre e dare alla luce la versione ufficiale, col mandato di occupare il più a lungo possibile la scena.

L’ambasciator italiano che ha raccontato le ore angosciose del ritrovamento, la visita all’obitorio, i gelidi colloqui con le autorità egiziane, non ha dato mostra di volersi accontentare, anzi. Con grande determinazione, e senza nemmeno usare modi troppo felpati, ha rappresentato lo sconcerto dell’Italia per l’assassinio di un nostro connazionale che ha tutte le sembianze di un delitto commissionato per motivi politici.

Ma la politica ha le sue ragioni che a volte la buona fede dell’opinione pubblica democratica non è detto sia forte abbastanza  per volerle conoscere, e magari cambiare. Sa allora chinarsi sui suoi morti, secondo la misura della verità che la pietà umana richiede, ma non più trarre da una morte orribile una qualche verità che guidi anche la sua politica. Non si usano i morti, si dice, ma non è vero: altrimenti non vi sarebbero tutti i monumenti che vediamo. Ma usarli è difficile, è la cosa più difficile del mondo. Piangerli è più facile, ci vuole meno forza e meno verità.

(Il Mattino, 07 febbraio 2016)

Gli USA e le primarie dei populisti

2010-06_cartoon.jpgNell’aprile dello scorso anno, quando Hillary Clinton annunciò la sua candidatura alla Casa Bianca, si aprirono i giochi. Letteralmente. La SNAI lanciò le scommesse sulle presidenziali americane: Hillary Clinton stava a 2, Jeb Bush a 5. I favoriti erano loro. Bernie Sanders e Donald Trump non erano nemmeno quotati.

Alla vigilia del voto nello Iowa, con cui il rutilante circo delle primarie comincia a attraversare l’America, la situazione è molto diversa. Sono i due outsiders a tenere il banco nei rispettivi campi. Da una parte il socialista Sanders; dall’altra il miliardario Trump.

Le primarie, in America, sono una roba vera. E soprattutto una storia lunga molti mesi. Non si contano i candidati che, partiti con il vento in poppa, hanno dovuto ben presto ripiegare le ali e uscire di scena.

Evitiamo dunque di fare previsioni sulle sorprese che la politica americana ci riserverà nei prossimi mesi, e limitiamoci a guardare con occhi europei quello che sta accadendo.

Un paio di cose si fanno subito evidenti, nonostante le diversità di sistemi elettorali, politici e istituzionali. I favoriti della vigilia si prestavano ad essere descritti come espressione dell’establishment. Di più: una è moglie di un ex Presidente, l’altro è figlio e fratello di ex Presidenti, Hillary Clinton e Jeb Bush sono i rappresentanti delle due principali «case regnanti» degli ultimi trent’anni. L’una e l’altro possono inoltre contare sul sostegno delle rispettive macchine di partito.

I candidati che rubano loro la scena si lasciano invece rappresentare come candidati «radicali», «estremisti», «populisti». Il significato delle parole è abbastanza fluido perché un termine slitti sull’altro e mantenga contorni piuttosto vaghi. Populismo, in particolare, è una sorta di parola-baule, dentro cui ci finisce un po’ di tutto: e dunque sia le piazzate di Trump contro gli immigrati, sia le intemerate di Sanders contro i ricchi vengono catalogate sotto la voce populismo. Ma un filo comune denominatore c’è: è l’avversione contro quelli di Washington. Noi diremmo: contro il Palazzo, poco importa se a tuonare contro il Palazzo sia un miliardario che i palazzi li costruisce, oppure un politico navigato, con alle spalle una trentina d’anni di incarichi istituzionali.

Il fatto però che entrambi, almeno a giudicare dai sondaggi, abbiano fatto breccia nell’opinione pubblica indica chiaramente che l’affanno delle tradizioni politiche nazionali – la consunzione, quasi, del lessico politico-intellettuale del Novecento – non è un problema solo europeo. Qualche segnale, in fondo, era già venuto nel 2008, quando Barack Obama, primo afroamericano, sbaragliò il campo da outsiders, i favori del pronostico essendo anche quella volta di Hillary. Nell’altra metà del campo i repubblicani puntarono invece su un uomo di apparato, Mitt Romney, che evidentemente non suscitava gli entusiasmi di un elettorato già radicalizzatosi. E persero.

L’ondata populista che sta scuotendo l’Occidente – ecco un punto di differenza  – in America si riversa però dentro i partiti, mentre da noi – come in Grecia, o in Spagna – sceglie altre vie. Se l’ex sindaco di New York, Bloomberg, dovesse davvero candidarsi da indipendente, preoccupato dalle figure estreme che tengono il campo, il rovesciamento sarebbe completo: in Europa nascono nuove formazioni politiche anti-sistema; in America, sarebbe invece la risposta di sistema a doversi inventare una strada nuova.

Il confronto con l’America è però istruttivo per un’altra ragione. Gli Stati Uniti sono un Paese in salute. Obama lascia un’economia in crescita. Qualche mese fa, l’economista James Galbraith spiegava il successo di Syriza o di Podemos, con le politiche di austerità adottate dall’Unione europea in piena recessione. Al contrario, aggiungeva, Obama ha praticato una strategia keynesiana, con imponenti iniezioni di denaro pubblico e programmi di sviluppo da miliardi di dollari. Ora, la spiegazione di Galbraith può darsi funzioni in economia, ma evidentemente non funziona in politica, visto che nonostante i successi della politica economica obamiana, democratici e repubblicani faticano ad esprimere candidati in linea con le tradizioni più moderate e centriste dei rispettivi partiti. L’elettorato sembra chiedere segnali di discontinuità, e persino gesti di rottura. Li chiede in America non meno che in Europa: il che vuol dire che ce la possiamo prendere con l’euro, con la crisi o con la Merkel finché vogliamo, ma un malessere più profondo sta forse cominciando a manifestarsi. Se così fosse, vorrebbe dire che in gioco non è solo il futuro di tradizioni e ceti politici, ma il destino stesso della democrazia.

(Il Mattino, 30 gennaio 2016)

Il partito con le lenti bifocali

Acquisizione a schermo intero 22012016 140852.bmpOcchiali bifocali per le primarie napoletane del Pd. Per presbiti e per miopi: per chi vede da lontano (o vede lontano), e chi vede da vicino (o ha la vista corta).

In città, il partito democratico cerca di trovare la quadratura del cerchio intorno a Riccardo Monti; a Roma, si valuta l’ipotesi di puntare su Valeria Valente.

Le logiche con cui vengono individuati i due nomi non sono le stesse, così come sono diversi i profili dei due potenziali candidati in lizza. Riccardo Monti è è Presidente dell’Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e viene dal mondo privato delle professioni. È un tecnico, giovane e preparato, con una vasta esperienza professionale e un curriculum di tutto rispetto. Ed è fuori dagli schieramenti correntizi che non riescono a trovare la composizione sul nome di un politico, legato al partito. Perché questo è il punto. La debolezza del Pd, i veti incrociati, la latitanza dei dirigenti locali portano all’amara constatazione che qualunque altro nome dividerebbe il partito.

Con argomenti del tutto analoghi si scelse cinque anni fa di puntare sul prefetto Morcone. Al suo nome si arrivò dopo il disastro delle primarie, e l’impossibilità di recuperare un simulacro di unità intorno a esponenti politici locali. Morcone significava serietà, efficienza, senso delle istituzioni. De Magistris vinse le elezioni.

Valeria Valente è invece donna, è anche lei giovane, ma ha alle spalle una lunga militanza nelle file del movimento studentesco prima, della sinistra partenopea poi. Ha esperienza amministrativa, avendo ricoperto l’incarico di assessore  nella giunta Iervolino, ed è coordinatrice regionale dei giovani turchi, l’area politica del presidente del Pd, Matteo Orfini. Ha infine un legame antico con Antonio Bassolino, lo spauracchio di questo ennesimo giorno di passione delle primarie napoletane.

E questo è il punto. Bassolino ha annunciato la sua candidatura constatando l’assenza di una classe dirigente locale. Ha più volte ripetuto che se il Pd fosse stato in grado di esprimere una nuova leadership, avrebbe volentieri continuato a fare il nonno. Un argomento che avrebbe difficoltà a riprendere, qualora fosse davvero la Valente il nome su cui punta il Pd. Perché, oltre a marcare una netta discontinuità generazionale, si dà il caso che Valeria Valente abbia mosso i primi passi in politica proprio sotto l’ala di Bassolino. Sarebbe dunque naturale che, di fronte alla scelta del Pd di scommettere su un nome a lui storicamente vicino, compagna di stanza nella Fondazione Sudd che presiede, Bassolino mettesse da parte le ambizioni personali e desse anzi una mano nella partita più importante, quella che si giocherà per Palazzo San Giacomo.

Difficile, però, fare previsioni. Altri fattori intervengono nella partita. La debolezza politica del Pd parla a favore di Monti. A Napoli non c’è nessuno capace di fare la sintesi, come si diceva una volta. Il nome di Valeria Valente non passa nelle componenti più centriste del Pd. Che continuano a esercitare un ruolo di interdizione, riproducendo un gioco a somma zero che confidano di spezzare solo ricorrendo al papa straniero. Il pregio di Monti – lo standing internazionale, il tratto manageriale ed efficientista – è in realtà lo specchio rovesciato del partito democratico napoletano. Come nel Dorian Gray di Oscar Wilde: il partito invecchia e incartapecorisce in soffitta, vergognoso di sé e dei propri limiti, e mette davanti e manda in giro per la città il volto nuovo e brillante di un uomo di successo, chiamato a rappresentare il cambiamento.

A ciò si aggiunga che a Palazzo Santa Lucia siede un governatore che di un sindaco piddino non sente affatto il bisogno, tanto più se proviene dal mondo bassoliniano, verso il quale ha più di una ruggine. De Luca è abituato a non avere intralci politici tra i piedi; sceglie assessori tecnici per essere l’unico in grado di capitalizzare politicamente l’operato dell’Amministrazione; non ha nessuna ragione per preferire un candidato che avrebbe dalla sua anche la forza di un imprimatur romano.

Ma Roma rilutta. Orfini preme per la soluzione Valente, la più chiara politicamente. Del resto, a Roma il Pd sta convergendo sul nome di Giachetti: anche lì, un politico. Lo schema sarebbe dunque questo: i renziani esprimono il candidato sindaco a Roma, l’altro pezzo – più di sinistra – della maggioranza mette il candidato a Napoli. Dove tra l’altro c’è bisogno di togliere voti di sinistra a De Magistris e ai Cinquestelle. E dove, soprattutto, si può così sperare in un ripensamento di Bassolino.

Non ci vuol molto: è probabile che sapremo domani, nella direzione nazionale del Pd, quali lenti il Pd si metterà sul naso, e il nodo verrà infine sciolto.

(Il Mattino – ed. Napoli, 22 gennaio 2016)

Il potere e l’assedio allo Stato democratico

Acquisizione a schermo intero 22012016 140703.bmpMentre i tacchini del Senato approvano il pranzo di Natale, cioè la fine del bicameralismo, nella piccola sede della Fondazione Basso, a Roma, due filosofi italiani, Biagio De Giovanni e Giacomo Marramao, discutono sul far della sera del potere, dello Stato, dell’Unione. Muovendo dai classici, da Machiavelli Schmitt e Foucault, ma approdando ai giorni nostri, e a un processo di integrazione andato, come dice De Giovanni, «completamente in tilt».

C’è un qualche nesso fra il percorso parlamentare delle riforme costituzionali e la scuola di politica della Fondazione, giunta alla X edizione?

Nessuno, nel senso che non si è discusso di ingegneria costituzionale, equilibri fra i poteri dello Stato o legge elettorale. Ma più d’uno, se si guarda al modo in cui Renzi ha investito politicamente sulle riforme, e sul successo del referendum che si terrà in autunno. Se non passano, lui se ne va. Ma, al netto del destino personale del premier, si potrebbe tradurre così: se la politica non è più in grado di aprire uno spazio nuovo, di agire poteri di carattere costituente, o semi-costituente, allora non ha più ragione d’essere. Poteri di altra natura ne prenderanno, se non ne hanno già preso, il posto.

La politica è infatti, secondo la lezione di Machiavelli illustrata da Marramao, la dimensione del potere: se  non c’è l’una non c’è nemmeno l’altra. Dopodiché è vero che la forma di organizzazione del potere politico inventato dalla modernità, cioè lo Stato, non gode di buona salute.

Marramao ha cominciato con l’esporre tre tesi sulla debolezza dello Stato moderno, che vanno per la maggiore. La prima insiste sul carattere di formazione storicamente determinata dello Stato. Lo Stato deteneva il monopolio della violenza legittima, e delle fonti del diritto: ha sicuramente perduto quest’ultimo, non è più sicuro che abbiaalmeno il primo. La seconda tesi proviene dalla sociologia dei sistemi: le società contemporanee sono società complesse, senza vertice e senza centro, non più riconducibili alla logica moderna della sovranità. Il potere non si concentra più in un luogo sovrano, ma si diffonde e circola nei sotto-sistemi in cui la società si organizza. La microfisica del potere di Foucault direbbe, con altre parole, una cosa non molto dissimile.

La terza tesi, infine, dichiara lo Stato non più adeguato alle dinamiche della globalizzazione. Lo spazio globale contraddice la territorialità chiusa delle formazioni statual-nazionali. E questa volta il riferimento è al pensiero di Carl Schmitt.

Qui però sta il cruccio, il vero e proprio rovello di De Giovanni: se prendiamo per buone le tre tesi e diamo per finita la storia della sovranità, così come si è organizzata nella forma moderna dello Stato, non dobbiamo porre immediatamente il problema della democrazia? «Dallo svincolarsi di Stato e ordinamento dei poteri il problema della democrazia viene toccato nel suo cuore più profondo». E la ragione é semplice: è nello Stato e con i mezzi dello Stato che si sono costruiti i regimi politici democratici. Che cosa sia una democrazia post-statuale e post-sovrana nessuno lo sa.

Perciò De Giovanni si sforza di non prenderle affatto per buone, le tesi anti-sovraniste esposte da Marramao. Il confronto più duro è con Schmitt e Foucault. Che oggi dilagano un po’ ovunque. Il primo con la storia dello stato di eccezione: sovrano è, infatti, chi decide su di esso. Basta allora che si parli di sospensione del trattatodi Schengen sulla libera circolazione delle persone perché Agamben salti su a dire che ha ragione lui, che va dicendo da tempo che ormai l’eccezione è la regolae che ogni diritto è sospeso. Il fondamento del rapporto agambeniano fra potere sovrano e nuda vita è, peraltro,nella teoria del potere di Schmitt. Replica De Giovanni: «forzature concettuali che non portano da nessuna parte. C’è sicuramente una dialettica tesa fra sicurezza e libertà, ma appunto una dialettica». Altrimenti, fra le condizioni giuridiche assicurate da una liberal-democrazia, per quanto imperfetta, e i campi di concentramento del Reich salta ogni differenza.

Ma è nel confronto con Foucault che il pensiero di De Giovanni si precisa meglio. Foucault non è solo il pensatore che scopre i micro-poteri diffusi che informano le relazioni reali tra le persone, ma è anche quello che denuncia il carattere occultante – una volta si sarebbe detto ideologico, sovrastrutturale  – della sovranità. La sovranità occulta la verità del potere. Crea un feticcio che copre la realtà dei poteri reali che si iscrivono direttamente sui corpi delle persone (vedi alla voce: biopolitica).

Quali, però, le conseguenze di questa anatomia del potere? La scomparsa pura e semplice del tema della democrazia politica.

Si potrebbe aggiungere: vale per Foucault, ma vale per larga parte del pensiero radicale contemporaneo, che trova ormai solo di impaccio il dovere di dichiararsi democratici. Con la scusa della democrazia, si vuole dire, ci costringono a mandar giù di tutto.

Sta qui una linea precisa di demarcazione: tra chi, sulla scorta di Nietzsche, giudica lo Stato sovrano il più gelido dei mostri, e festeggia la sua fine, e chi invece ne considera la crisi con preoccupazione. De Giovanni si mette fra questi ultimi.

E anzi della sovranità fa l’elogio, non perché guardi alla sua figura nichilistica, legata alla sua stagione primo-novecentesca (il riferimento è ancora a Schmitt, ma pure all’integrale positivizzazione del diritto di Hans Kelsen, altra faccia della stessa medaglia), ma perché ne apprezza l’opera di mediazione, l’apertura, nel suo seno, di uno spazio costituzionale di diritti.

A Marramao che gli chiede se gli Stati nazionali sovrani non siano inadeguati, dinanzi allegrandi questioni globali del nostro tempo, in un’epoca in cui l’ordine del mondo si regge su grandi Stati continentali o sub-continentali, mentre l’Europa arranca e rischia anzi di indietreggiare – De Giovanni replica in termini problematici: «Le costituzioni nazionali stabilivano un rapporto stretto fra demos e cittadinanza. Il costituzionalismo multilivello europeo contiene solo la dimensione  della cittadinanza». È evidente che non basta. E però un popolo non lo si inventa. Come si viene fuori, allora, da questo impasse? Come reagirà l’Unione Europea all’«indurimento della globalizzazione» – che poi significa la fine dell’illusione che, fatta l’unione monetaria, il resto sarebbe venuto da sé? Sono domande aperte. Ma è già tanto che vengano poste, e non si festeggi l’incapacità di esprimere un’unità politica come l’alba della liberazione, quando rischia di essere al contrario l’inizio di un’epoca confusa, aspra, turbolenta.

(Il Mattino, 22 gennaio 2016)

L’insostenibile leggerezza del Direttorio

Comizio di M5S al Parco delle CaveA reti unificate no, perché la Rete è una, ma a Direttorio quasi unificato, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Luigi Fico prendono la parola per dire che no, loro non sapevano nulla. Ma nulla nullanulla. Che cosa avrebbero dovuto sapere? Che il sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, era stata fatto oggetto di minacce da parte del più votato consigliere quartese del Movimento, Giovanni De Robbio, oggi nel mirino della Procura perché considerato terminale di clan camorristici. De Robbio è stato prontissimamente espulso, già a metà dicembre, eproprio questo dimostra – a detta del Movimento – che la risposta dell’Amministrazione grillina ai tentativi di infiltrazione camorristica è stata netta e ferma. Alla Capuozzo, d’altronde, non si rimprovera nulla, salvo il fatto che dovrebbe dimettersi. Siccome non lo fa, viene espulsa (e se i consiglieri non si dimettono saranno espulsi anche loro, par di capire). Cade dunque Di Robbio; cade il sindaco; cadono o cadranno i consiglieri. Ma Di Maio, Di Battista e Fico no: loro rimangono seduti, con stile disinvoltamente informale, su una qualche scrivania di Montecitorio da cui tutto spiegano e ogni accusa respingono. In diretta e in stile selfie collettivo, l’uno serio e impettito (Di Maio); l’altro spedito e irruente (Di Battista); l’ultimo quasi tenero e un po’ arruffato (Fico), ma tutti e tre ripetono la stessa cosa: non sapevano nulla.

Bene: ma allora, di grazia, cosa ci stanno a fare? Per quale motivo consiglieri e sindaco di Quarto cercavano Fico e Di Maio, se, conclusa l’affannosa ricerca, non li mettevano a parte di nulla? E per quale altro motivo il sindaco a una consigliera fa sapere che quello, De Robbio, «ricatta, ricatta, ma non ottiene niente», mentre ai capi del Direttorio rappresenta educatamente normali divergenze politiche? Roberto Fico sventolava iericon assoluto candore il messaggio con cui, su Whatsapp, rispose al capogruppo Nicolais (che chiedeva chiarimenti dopo l’espulsione di De Robbio), presentandolo come la prova provata che lui non sapeva assolutamente nulla. La sua risposta fu infatti un veloce sms a una persona che peraltro non conosceva neppure, e a cui dunque diceva di «andare avanti» ignorando completamente i fatti. Promettendo, certo, di interessarsene «appena possibile», ma evidentemente disinteressandone del tutto. Ebbene, se questa è la linea difensiva, allora è anche, lo voglia o no Fico, la dimissione da qualunque ruolo «direttoriale». Che lo si nomina a fare, un direttorio, con compiti evidentemente di guida, di direzione del movimento, se quando scoppia una grana simile nessuno si preoccupa di informarlo, codesto direttorio e i suoi inflessibili membri, o se, quando qualcosa arriva all’orecchio, loro se lo tappano, oppure si voltano dall’altra parte, oppure fanno finta di seguire la vicenda ma in realtà non la conoscono per nulla?

Bisognerebbe ristabilire le proporzioni. Il caso di Quarto – hanno ragione i Cinque stelle – non è minimamente paragonabile a vicende come quella di Mafia Capitale. È assolutamente vero che gli altri partiti hanno molte più rogne, da queste parti e in giro per l’Italia. Ma sono i Cinque stelle che hanno fissato l’asticella che ora rischiano di non riuscire a saltare. Sono loro che hanno preteso di fare pulizia non solo di ladri e delinquenti, ma pure di ombre, sospetti e maldicenze. Che però qualcosa non funziona è evidente,non solo perché continuano a fioccare le espulsioni, ma perché fioccano in maniera quasi surreale: quello che è in odore di camorra (De Robbio) viene espulso per dissensi sulla linea politica, mentre quella che ha resistito alla pressione camorristica (Capuozzo) viene espulsa per violazione delle regole del Movimento. Sembra il mondo rovesciato.

E sembra anche che, come al solito quando le cose accadono a insaputa di qualcuno, quello – o quelli – che non le sanno, non ci fanno una figura brillantissima. Perché delle due l’una: se i Di Maio e i Fico e i Di Battista sapevano, allora vale per loro quello che vale per la Capuozzo e dovrebbero lasciare l’incarico; se invece non sapevano, allora non si capisce quell’incarico cosa lo tengono a fare.

Come invece sarebbe stato tutto più lineare se i nuovi leader non si fossero preclusi o non fingessero di considerare indegna una gestione politica della vicenda, affrontandola nella sua vera sostanza! Bastava rivendicare con forza la capacità di resistere alle pressioni criminali, mostrando autentica solidarietà alla Capuozzo, e ammettendo l’unica cosa che c’era da ammettere: che la Rete da una parte e i certificati di buona condotta dall’altra non sono la leva miracolosa che consente di cambiare con un clic la classe dirigente. Perché la responsabilità politica è una cosa seria, a volte persino tragica, non surrogabile con le regolette del blog di Grillo. La sindaco Capuozzo è persona onesta e capace: sì o no? C’è qualcuno che sa dirlo, essendo poi conseguente con questo giudizio? Oppure si preferisce far valere la logica del capro espiatorio, per salvare la purezza del movimento? Possibile che, espellendola, questa domanda finisca col diventare, per i grillini, irrilevante? Di Battista spiega sulla sua pagina Facebook che i voti presi da De Robbio non hanno deciso il successo elettorale. Di nuovo, allora: perché andare a nuove elezioni? Se quel voto è pulito, va rispettato, e bisogna avere il coraggio politico di intestarselo, garantendo per esso, invece di buttare tutto a mare lavando via sospetti che loro stessi non fanno che alimentare, ignorando o fingendo di ignorare. Ma se uno nasce Robespierre, c’è poco da fare: certo non morirà mai Talleyrand, ma neppure gli riuscirà mai di sfuggire alla logica implacabile dell’epurazione.

(Il Mattino, 13 gennaio 2016)

L’epurazione salva il marchio ma l’utopia grillina finisce qui

immagine 11 gennaio

Ora anche Beppe Grillo chiede le dimissioni del sindaco di Quarto. Le chiede da casa sua, per iscritto, tramite comunicato apparso sul blog, a nome di tutto il Movimento Cinque Stelle che evidentemente ammonta ancora solo a lui stesso e a Casaleggio, mentre a Quarto i militanti grillini sostengono il sindaco Capuozzo e chiedono a Roberto Fico e Luigi Di Maio di sfilare a sostegno dell’Amministrazione. Più che sfilare, i due dirigenti (a quanto pare, anche i Cinquestelle hanno scoperto di avere dei dirigenti) si rivelano piuttosto usi obbedir tacendo, visto che da giorni scansano microfoni e telecamere, pur di non prendere posizione sulla spinosissima vicenda. Sempre molto loquaci sulle disgrazie altrui, si rivelano oggi straordinariamente parchi di parole su quelle di casa propria.

La motivazione con cui Grillo silura Rosa Capuozzo è semplice: dobbiamo dare l’esempio. Dobbiamo dimostrare di essere «sempre, senza eccezione alcuna, al di sopra di ogni sospetto». Per quanto dunque il consigliere indagato, De Robbio, sia stato già espulso dal Movimento, per quanto Rosa Capuozzo, il sindaco, non si sia piegata alle «pressioni politiche» del consigliere, occorre essere esemplari, scrive Grillo sul suo blog, e il solo sospetto che fossero inquinati alcuni voti, serviti per eleggere la nuova amministrazione a Cinque Stelle, deve portare alle dimissioni del sindaco e a nuove elezioni.

Di questi argomenti consta la linea dettata di suo pugno da Grillo;  delle stesse ragioni è fatta la linea difensiva della Capuozzo, salvo il particolare che non intende affatto dimettersi. Ma gli argomenti sono i medesimi: il consigliere è stato espulso, le pressioni politiche rispedite al mittente, ci hanno provato ma sono stati respinti, dunque niente infiltrazioni camorristiche e niente dimissioni. Ora che Grillo ha parlato, le toccherà fare in tutta fretta nuove valutazioni, come ha subito aggiunto, ma resta la curiosa circostanza per cui con i medesimi argomenti si possono chiedere le dimissioni o rifiutarsi di rassegnarle.

Il fatto è che non di mere circostanze si tratta ma di problemi politici che sia Beppe Grillo, nel suo benservito telematico, che Rosa Capuozzo nella sua surreale autointervista, evitano prudentemente di affrontare.

Può darsi che alla fine il sindaco di Quarto si dimetterà, ma dopo che avrà date le dimissioni rimarrà tale e quale la questione del modo in cui è arrivata sulla poltrona di primo cittadino. Del modo in cui cioè il Movimento Cinque Stelle seleziona i suoi candidati.

L’utopia grillina è intrisa di anima ed esattezza. L’anima è l’onestà, l’incorruttibilità, la differenza morale da «tutti gli altri»; l’esattezza è il web, la democrazia diretta, le primarie online. Il fatto è che la prima non è evidentemente garantita dai certificati antimafia e dalle fedine penali pulite, come purtroppo un gran numero di casi dimostra, e la seconda si limita a mettere insieme pochi numeri di simpatizzanti, ma è perfettamente scalabile da chi ha un minimo di organizzazione (figuriamoci dalla criminalità organizzata).

Certo, Quarto è particolarmente esposta a quel genere di infiltrazioni che ora il movimento sostiene di conoscere e di saper respingere, ma la fragilità della formula adoperata risalta sempre di più. La capacità di interpretare e rappresentare quel che si muove in un dato territorio, di legare gli interessi reali che si formano in una comunità a progetti ideali che sostengono l’identità di una forza politica non sono surrogabili con i video di autopresentazione delle candidature, i rapporti virtuali della rete e il principio dell’«uno vale uno». In fondo Grillo stesso lo sa, tant’è vero che quando serve interviene, e di solito non ammette repliche. Ma è costretto a intervenire dopo: a ritirare simbolo, chiedere dimissioni e comminare espulsioni. Tutte cose, però, che può fare dopo; nulla invece che serve per agire prima, nel retroterra sociale in cui una forza politica dovrebbe invece crescere.

Ma il nome stesso del Movimento tradisce lo spirito iniziale. Funziona grosso modo come per le guide turistiche, dove c’è qualcuno che va sul luogo e mette o toglie stelle a seconda del possesso di determinati requisiti. A parte la dubbia democraticità del processo (un problema che le guide di vini o di ristoranti non hanno), questo metodo non garantisce affatto il luogo, cerca casomai di tutelare il buon nome del marchio. Ed è in quest’ottica che ora Grillo chiede le dimissioni. Certo, ci vuole un attimo, ma un attimo è appunto il tempo che ci è voluto ad apporre il bollino.  Tutto il resto del tempo che ci è voluto, se c’è n’è voluto, per costruire il meetup quartese non riguarda Grillo e il simbolo (e a quanto pare neppure Di Maio o Roberto Fico, da qualche giorno). Ritirato il bollino di qualità – dimesso il sindaco – tutto, a Quarto, rimane come prima. Se questo è vero, l’utopia grillina finisce qua, e una storia diversa dovrà prima o poi cominciare.

(Il Mattino, 11 gennaio 2016)