La riforma giusta si vede dai numeri

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Forse la riforma della scuola non è nata sotto una buona stella, o forse le stelle e la fortuna c’entrano molto poco e c’entra piuttosto quel fenomeno così ricorrente della società italiana che possiamo elevare a principio. Il principio del prurito. Quando hai prurito, l’unica parte del tuo corpo che sembra contare è quella in cui senti del prurito. Può trattarsi anche solo di una prurigine localizzata in un centimetro quadrato di pelle, sotto il gomito o sulla punta del naso, ma finché prude, maledizione: non pensi ad altro, e finché non passa non riesci a far nulla.

Ora, è sicuramente irrispettoso paragonare i docenti che protestano per il trasferimento lontano da casa a prudore, però si prenda l’esempio per ciò di cui è esempio: per il rapporto che il Paese intrattiene con agguerrite e rumorose minoranze, che non solo riescono a calamitare l’attenzione sui loro problemi (il che, va da sé, è assolutamente legittimo), ma che a volte riescono a condizionare, persino a bloccare un processo riformatore, l’introduzione di una nuova normativa di settore o le politiche di un’amministrazione locale grazie alla capacità di mobilitazione, alla protesta sociale, alla pressione corporativa.

Entro certi limiti, siamo nella normale dialettica democratica. Anzi: non di normale dialettica si tratta, ma di dialettica salutare. Ma appunto: entro certi limiti. Perciò, lasciamo pure perdere l’infelice paragone con il prurito ma stiamo tuttavia ai fatti, per vedere se quei limiti non siano superati. Prendiamo allora il caso della Campania.

Che cosa succede in Campania? Quanti sono i docenti costretti a emigrare? Quanti sono i «deportati», come si disse lo scorso anno, quando apparve chiaro che le nuove immissioni di ruolo avrebbero costretto alcuni docenti, prevalentemente meridionali, a trasferirsi nelle inospitali regioni del Nord? A quanti tra i nuovi professori immessi in ruolo nelle scuole superiori tocca finire in un’aula lombarda, o veneta, o emiliana?

Stando ai dati forniti dal Ministero, la mobilità docente extra-regionale riguarda in Campania meno di mille persone su cinquemila domande. Meno dunque del venti per cento. Ma c’è da aggiungere che, a fronte di questi mille docenti costretti a trasferirsi per almeno tre anni, ce ne sono più di mille, quasi mille e cinquecento che invece rientrano. Il saldo, dunque, è positivo. Sorprendentemente positivo. Lo è in generale: rientrano definitivamente al Sud 4295 docenti; vanno a Nord, per tre anni, 3700 docenti. E c’è ancora da aggiungere che i malcapitati trasferiti possono chiedere l’assegnazione provvisoria, e che in realtà possono anche rifiutarsi: rimanendo precari, ma potendo ancora contare sull’inquadramento definitivo il prossimo anno. Insomma: di tutto si tratta meno che di una deportazione di massa. Al Ministero di viale Trastevere è evidente: non siede qualche emulo di Stalin che procede alla immissione forzata dei nuovi professori come un tempo si procedeva alla collettivizzazione forzata delle campagne e alla russificazione del Paese.

È vero: c’è poco da scherzare. È evidente che non è piacevole cambiare forzosamente regime e abitudini di vita. Lo è ancor meno quando si ha ormai una certa età: non parliamo infatti di laureati di primo pelo, di bamboccioni o di giovani troppo schizzinosi – choosy, insomma –, e la propensione al cambiamento e le prospettiva di carriera a una certa età sono ormai comprensibilmente basse. Le relazioni familiari e sociali sono già definite, ed è difficile mandarle sottosopra, specie quando lo stipendio invece di crescere si riduce, a cause delle nuove spese che devono essere sostenute in trasferta.

Tutto vero. Ma resta il dato: meno di mille. Resta la percentuale: meno del venti per cento. Resta il fatto che i docenti sono al Sud e le classi sono al Nord. Resta infine da considerare che ci troviamo dinanzi al più significativo infoltimento dei ranghi docenti da un bel po’ di anni a questa parte. Parliamo, complessivamente, di un numero a sei cifre, dunque di decine e decine di migliaia di nuovi insegnanti. Come è possibile che la rappresentazione di questa realtà si rovesci, almeno a livello mediatico, e la cosa piccola assume, in una prospettiva evidentemente distorta, dimensioni maggiori della cosa grande? Sicuramente, i mezzi di comunicazione amplificano il rumore di chi protesta, rispetto a chi tacitamente approva. Quelli che tornano a casa non vanno in piazza ad esultare, mentre quelli che si allontanano si fanno sentire. Ma c’è forse anche una difficoltà più strutturale, legata alle caratteristiche della società italiana. Al suo innato particolarismo, alla sua resistente corporativizzazione, al suo conservatorismo sociale. Siamo figli di una storia con poche discontinuità, e molte persistenze. Il che non comporta solo svantaggi, ma qualche svantaggio lo comporta. Se poi si considera che una democrazia liberale è un impasto strano (anche se ormai ci è familiare) perché democrazia significa regola della maggioranza, mentre liberalismo significa separazione dei poteri e rispetto dei diritti, individuali e delle minoranze; democrazia significa sovranità del popolo, mentre liberalismo significa limitazione della sovranità – se si considera ciò, si troverà che la mancanza di un forte demos unitario, nel Paese col più alto tasso di liti giudiziarie d’Europa, ha permesso che sotto l’ombra di sacrosanti principi liberali si mantenesse in realtà un basso livello di integrazione, e forti poteri di interdizione diffusi nelle pieghe della società e nella stessa prassi politica, istituzionale, amministrativa. Coi corpi intermedi – partiti e organizzazione sindacali – che hanno ceduto, rischiamo ogni volta che anche la più democratica delle decisioni, invece di piacere alla maggioranza, prenda il suo colore dal dispiacere della più esigua delle minoranze.

(Il Mattino, 14 agosto 2016)

Se Napoli diserta il tavolo

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Con la delibera del CIPE di ieri si conclude a distanza esatta di un anno il percorso scelto dal governo per ridefinire termini e modalità del suo impegno per il Mezzogiorno. E Napoli non c’è. L’anno scorso, in una direzione nazionale del Pd, insolitamente convocata ai primi di agosto, Matteo Renzi annunziò che il governo avrebbe varato un Masterplan per il Mezzogiorno. I patti per il Sud sottoscritti in questi mesi con Regioni e città metropolitane hanno dato forma a quel piano. La delibera del CIPE di ieri dà, invece, i soldi. E Napoli non c’è, il sindaco della città più derenzizzata d’Italia ha scelto ancora una volta di non esserci. Con la conseguenza che non ci sarà nemmeno quando quei soldi si tratterà di spenderli.

Naturalmente è già sorto il conflitto delle interpretazioni: è il governo che tiene fuori il Comune; no, è il Comune che si chiama fuori. È De Magistris che vuole ergersi a campione dell’opposizione al premier; no, è il premier che non tollera le mani libere che De Magistris vuole mantenere. La sostanza è però una soltanto: Napoli non c’è. E siccome la questione meridionale è nata per dir così «ufficialmente», cento e più anni fa, insieme alla questione della città di Napoli, privata del suo rango di capitale nel nuovo Regno unitario, l’assenza della firma del sindaco partenopeo stride ancora di più.

In realtà, manca anche un’altra firma: quella di Michele Emiliano, il governatore della Puglia. Lì però c’è stato nelle scorse settimane almeno un appeasement, un avvicinamento, una stretta di mano, ed è probabile che entro la fine dell’anno tutto si sistemerà. Ma ovviamente colpisce la circostanza per cui sono le personalità che marcano i caratteri del proprio profilo politico proprio grazie all’opposizione al Presidente del Consiglio a tenere in serbo la firma per altri momenti.

Non che occorra essere tutti allineati e coperti; occorre piuttosto avere contezza del proprio ruolo istituzionale, nonché della propria funzione di rappresentanti del territorio, per guardare al rapporto fra Stato, regioni e città in una chiave meno contingente, meno subordinata alle esigenze della lotta politica, meno strumentale rispetto alle proprie ambizioni.

Le critiche di merito sono, invece, un’altra cosa. Fin dall’annuncio dello scorso anno, osservammo peraltro che il Masterplan e i patti che avrebbe generato a livello territoriale contenevano più che altro un’innovazione di metodo: si trattava infatti di un riordino e di un recupero di fondi e impegni di spesa già deliberati, più che di nuovi investimenti. Coi tempi che correvano (e che ancora corrono), non era comunque un piccolo passo. In primo luogo, perché il governo si mostrava finalmente convinto di dover dare una regia generale alla spesa per investimenti nel Mezzogiorno: in materia di infrastrutture, di ambiente, di fiscalità di vantaggio. In secondo luogo, perché si avvertiva finalmente un’inversione di tendenza rispetto agli anni a dominante nordista, trainati dal duo Bossi-Tremonti, per i quali era meglio, molto meglio impiegare i fondi per lo sviluppo e la coesione sociale destinati al Sud per tappare buchi di bilancio, o magari pagare le multe delle quote latte oppure intervenire in emergenze come quella del terremoto dell’Aquila. Insomma, la convinzione diffusa e il discorso pubblico dominante era stato, fino ad allora, solo uno: che i soldi messi su porti, ferrovie o aeroporti del Sud erano soldi spesi male, buttati al vento, buoni solo a ingrassare le clientele meridionali e incapaci di generare crescita economica e occupazione.

Ebbene, cambiare convinzioni (e politiche) è già un bel passo avanti. Leggere perciò che nella delibera del CIPE sono approvati i fondi per le zone economiche speciali da avviare nelle aree portuali e retroportuali di Napoli e Salerno – per fare solo un solido esempio – non è affatto una bazzecola.

Nella direzione nazionale dello scorso anno, Renzi aveva detto: «Il problema del Sud oggi non è la mancanza dei soldi. È la mancanza della politica». C’era del vero in quella affermazione, ma c’era anche il timore che per mancanza di politica si continuassero a far mancare i soldi. Adesso però i soldi non mancano, ma Napoli continua a mancare. Per colpa di una cattiva politica, che il Sindaco De Magistris continua a portare avanti convinto di dover trasformare Napoli nella rivoluzionaria comune di Parigi, o della lontana città messicana di Morelos. Lo zapatismo del Sindaco libererebbe la città: questo il vessillo issato su Palazzo San Giacomo in campagna elettorale. Ora, è vero che la libertà non ha prezzo; bisogna pur sapere che, ciononostante, i napoletani un prezzo assai salato rischiano comunque di pagarlo.

(Il Mattino, 11 agosto 2016)

Un sì o un no che riguarda tutti gli italiani

immagine 9 agosto

La decisione della Cassazione di dare il via libera al referendum sulla riforma costituzionale è stata salutata da un tweet del Comitato per il sì alla riforma, subito condiviso dal Presidente del Consiglio: «Adesso possiamo dirlo: questo è il referendum degli italiani». Siccome le parole e i discorsi degli uomini, anche quelli pubblici, si reggono su una fitta trama di implicature che è indispensabile maneggiare per comprendere il senso, è bene comprendere cosa sia contenuto implicitamente nel tweet di Matteo Renzi. E cioè: che adesso si può dire quel che prima non si poteva dire. E che quel che adesso si può dire è che il referendum è degli italiani, cioè di tutti gli italiani, e non di qualcuno in particolare.

Traduciamo in termini ancora più espliciti: se «prima» io, Matteo Renzi, ho detto che su questo referendum si gioca tutta intera la mia scommessa politica, se dunque «prima» questo referendum poteva essere il referendum di Matteo Renzi (e di Maria Elena Boschi) – quello che mi avrebbe definitivamente intronizzato, o, in caso negativo, disarcionato – «adesso» vi dico invece quello che, dopo il deposito delle firme degli italiani e il bollino della Cassazione, posso finalmente dire in chiaro, e cioè che questo referendum è voluto dagli italiani, ed è l’indispensabile viatico per una nuova Italia.

Ovviamente non è andata proprio così, nel senso che questa torsione fra il discorso di «prima» e il discorso di «adesso» non è dipesa dal passaggio formale del vaglio della Corte di Cassazione, ma da fattori politici molto più stringenti. Cioè, per dirla nel modo più netto possibile, dal rischio di fare la fine di Cameron, il premier britannico che ha rimesso la sua sorte politica a un referendum il cui esito – l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – ne ha determinato le dimissioni.

Si rischia davvero un effetto Cameron, anche in Italia? Qualcuno deve averlo pensato, e se non l’ha pensato glielo hanno suggerito i sondaggi: la riduzione della partita referendaria a un voto pro o contro Renzi non conviene al premier. Sovrapporre al voto di merito, sul contenuto della riforma, un voto sulla persona di Renzi e sul suo futuro politico ha l’immediato effetto di coalizzare su una posizione contraria tutto il variegato fronte delle opposizioni. A un guazzabuglio di partitini e correnti divise e litigiose, schierate anche se versanti diversi dello schieramento politico, si offre infatti un comune denominatore potente, che, in un voto referendario, non ha neppure la scomodità di dover trovare un accordo su un programma o su una leadership: gli basta dire no, e il gioco è fatto. Hai un bel dire allora che però sono riforme attese da non so più quanti anni: se è vero che la personalizzazione è una modificazione profonda della scena pubblica (e delle competizioni elettorali), allora è molto difficile che, legando alla riforma un destino personale, non sia questo a prevalere. Cioè, in questo caso, a soccombere. L’uno contro tutti produce infatti, in un referendum, un risultato numerico più che scontato: tutti sono sicuramente più di uno.

Questo che si è detto sin qui vale sul fronte della strategia comunicativa che sarà presumibilmente tenuta dal Presidente del Consiglio e dalla sua maggioranza nelle prossime settimane, fino a novembre, quando con ogni probabilità il referendum sarà celebrato.

Ma poi c’è dell’altro. Il tweet di Renzi può compiere una simile virata strategica anche perché altro vi è implicato. La formula del «referendum degli italiani» non è infatti un’invenzione estemporanea, o campata in aria, ma rinvia al discorso più importante che sia stato tenuto nel corso di questa legislatura, e che ne rappresenta, per dir così, la fonte ultima di legittimità. Si tratta del discorso pronunziato in Parlamento da Giorgio Napolitano, al momento della sua rielezione a Presidente della Repubblica. Fatto eccezionale, legato ad uno stallo politico e istituzionale che, nelle parole del Presidente, non era dovuto solo alla difficoltà di trovare il nuovo inquilino del Quirinale, ma all’incapacità delle forze politiche di fare le riforme: le riforme elettorali e la riforma costituzionale.

Basti riportarne qui un breve passaggio: «Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario». Questi e altri passaggi furono ascoltati in un doloroso silenzio da tutti i parlamentari, e poi lungamente applauditi. La sostanza della sfida referendaria è quella. Il nodo politico dirimente è quello. Se il referendum non passa, il nulla di fatto vien una volta ancora ribadito. Qui sta una differenza decisiva con la contesa accesa da Cameron con il suo referendum sulla Brexit: perché Cameron ha escogitato il ricorso al referendum proprio per fondarvi la sua leadership sul partito e nel Paese (perdendole entrambe a causa dell’esito a lui infausto), Renzi invece non ha scelto il terreno di elezione della sfida politica: lo ha trovato bensì indicato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento (e, certo, non si è tirato indietro). Questa non piccola differenza gli permette ora la virata. Non gli consente di scindere la sorte del suo governo dal voto di novembre, ma gli dà il margine per riaprire il confronto sui temi di quel voto, sui punti di merito – dalla fine del bicameralismo paritario al nuovo Senato su base regionale, alla stessa legge elettorale –: temi, questi, tutti iscritti fin dall’inizio nei compiti della legislatura. E in questo senso, dunque, è vero: si tratta di un referendum degli italiani, a cui è legata anzitutto la loro sorte.

(Il Mattino, 9 agosto 2016)

Il coraggio di premiare la qualità

ImmagineLa chiamata per competenze introdotta lo scorso anno con la riforma della scuola è destinata a cambiare profondamente una delle infrastrutture portanti del Paese. Perché sono ora i dirigenti scolastici a formare l’organico dei loro istituti. Ora: nei prossimi giorni. Sulla base di criteri pubblici, contenuti nell’offerta formativa della scuola, e dietro motivazione altrettanto pubblica della scelta effettuata tra i curriculum presentati dai docenti, saranno loro, i dirigenti, a coprire di volta in volta il posto di professore di matematica o quello di lingua straniera. Di volta in volta significa: ogni tre anni. Ogni tre anni nuove graduatorie, nuovi criteri e, se è il caso, nuove scelte da parte dei dirigenti. Sicché i docenti, già di ruolo, non avranno più la garanzia di inamovibilità di un tempo, di rimanere cioè in una sede per tutta la loro carriera (salvo chiedere loro stessi di essere trasferiti). Gli tocca di esser bravi, e apprezzati.

Di fronte a un cambiamento di questa portata, non c’è da stupirsi che si registrino resistenze, critiche, paure. Si immagina che la riforma spinga i docenti a una vita da leccapiedi nei confronti dei presidi, o che i presidi facciano un mercimonio del potere discrezionale che la legge assegna loro. In un caso e nell’altro, però, non si dà molta fiducia alle relative categorie. Si pensa che i docenti siano pronti a farsi servili, e che i dirigenti siano disponibilissimi a tradire la loro funzione. Ma stavolta hanno ragione, io credo, Renzi e il ministro dell’istruzione Stefania Giannini: a criticare la riforma è, in fondo, chi pensa che il Paese non ce la possa fare, che non abbiamo un corpo docente e una classe dirigente che amino davvero il proprio lavoro e pensino di poterlo fare bene, e di poter essere finalmente valutate per questo. Perciò preferisce accontentarsi, accettare lo status quo e mantenere un equilibrio non ottimale, piuttosto che provare a innalzare la qualità dell’offerta scolastica puntando anzitutto sull’autonomia della scuola e la responsabilità di chi la dirige.

In realtà, quello di insegnante è ancora un mestiere che si sceglie spesso per vocazione, in cui le gratificazioni di ordine personale legate al rapporto umano, educativo, didattico con gli studenti superano di gran lunga le soddisfazioni di ordine economico, o professionale. Tutti hanno conosciuto – da studenti o da genitori – insegnanti o professori che si dannavano in aula, indipendentemente dalla considerazione che di loro avesse il collega, il preside o il direttore. Indipendentemente anche dallo stipendio. Questi docenti traevano la loro motivazione dall’unico fondo al quale un docente dovrebbe attingere: da loro stessi e dalla loro passione per l’insegnamento. Questi, indubbiamente i più bravi, non cambieranno di un grammo la loro condotta: non riceveranno una spinta o uno stimolo in più dalla riforma, ma non diventeranno certo improvvisamente più servili.

La scuola però è fatta anche di molti altri che in un aula non entrano “per trovare un dimensione”, come il carabiniere del film di Carlo Verdone. A costoro si chiede ora di rinunciare ad alcune delle vecchie certezze e di investire più decisamente sulle proprie competenze. Mentre alle scuole si chiede di innalzare e differenziare in autonomia la qualità dell’offerta formativa. Se i criteri di scelta a fondamento delle chiamate dirette dei dirigenti permettono di premiare una preparazione specialistica post-laurea, oppure di privilegiare qualifiche congruenti con il piano di attività didattiche del singolo istituto, non può che venirne un bene per il sistema dell’istruzione nel suo complesso.

Ma anche le migliori riforme difficilmente si fanno senza metterci soldi. Massima che vale anche nel momento in cui cambi il profilo docente. Se finora il patto più o meno tacito era: “tu mi paghi poco, io però lavoro poco e non mi muovo”; il nuovo patto non può essere: “io lavoro di più e mi rendo disponibile a cambiare sede, tu però continui a pagarmi poco”. Immaginare che i docenti possano sobbarcarsi una più intensa mobilità di sede e un’inedita concorrenza entro i nuovi ambiti territoriali senza adeguamenti stipendiali è sbagliato (oltre che ingiusto).

Ed è sbagliato pure non prestare maggiore attenzione, dall’altro lato, ai nuovi compiti dei dirigenti. Le maggiori responsabilità e discrezionalità devono avere conseguenze, quando siano esercitate male. È vero che il dirigente rende pubbliche le sue scelte, ma se le sbaglia? Sul versante della valutazione del dirigente c’è ancora troppo poco, nella riforma. Né si può dire che, allo stato, il territorio e le famiglie esercitino sulle scuole una pressione tale, da esser loro a punire le scelte sbagliate, per esempio in termini di minori iscritti. A volte si sceglie una scuola perché offre la mensa, o è vicino a casa. A volte, purtroppo, anche perché non si corrono troppi rischi di bocciatura. C’è un divario, insomma, fra i criteri con cui i docenti sono giudicati dai presidi, e i criteri con cui i presidi e le scuole sono chiuse loro volta giudicate dai fruitori, cioè dalle famiglie, e in questo divario possono infilarsi dinamiche distorsive (clientelari, corporative, nepotistiche) nelle scelte dirigenziali. È un punto critico, indubbiamente. Ma lo si può affrontare, stringendo qualche maglia in più pure nel rapporto fra la scuola e il territorio da un lato, fra i dirigenti e gli ispettori ministeriali dall’altro. E in ogni caso salvaguardando il principio ispiratore, che solo dall’esercizio delle scelte, e non dalla loro paralisi, può venire una scuola nuova.

(Il Mattino, 1 agosto 2016)

Occidente e Islam sconfitti entrambi dalla Tecnica (int. a E. Severino)

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Chi è il giovane che guida un camion contro la folla, a Nizza, o che sino i due killer che in Normandia, a Saint-Etienne du Rouvray, irrompono all’interno di una chiesa, e tagliano la gola a un parroco, un uomo di 84 anni, Jacques Hamel? Chi è il terrorista? Che cosa lo muove, che cosa lo arma? La conversazione con Emanuele Severino, filosofo, tra i massimi pensatori del nostro tempo, ha preso le mosse da questa domanda, ma anche dal dubbio che dietro le fedi, le ideologie, le psicologie individuali e collettive, vi sia qualcos’altro, e che almeno una parola della filosofia, la parola nichilismo, aiuti a indicarlo. Chi è dunque il terrorista? Chi è il tagliagole, il kamikaze, l’uomo che uccide a sangue freddo, quello che spara indiscriminatamente a giovani, donne, bambini?

«Oggi sta diventando chiaro che il terrorismo include ma non coincide con il terrorismo fondamentalista islamico. Certo, è venuto in chiaro come siano radicalmente sbagliati i motivi che spingono quelli che non si sentono a proprio agio nelle società occidentali a reagire in modo così violento. Il terrorismo islamista è però solo la componente eminente, non l’unica. È vero tuttavia che le diverse forme di disagio trovano una giustificazione, forse persino una santificazione nella causa islamica. Ma ci sono anche casi in cui questo non avviene. Definire il terrorismo come esclusivamente terrorismo islamico fondamentalista è, dunque, improprio. Vi sono altre componenti: anzitutto il disagio, il risentimento degli emarginati. Ma anche la sublimazione di patologie mentali: la sublimazione, dico, nel senso di una giustificazione religiosa, ma anche nel senso dell’esibizione di un coraggio cieco e assoluto di fronte alla morte. Perché questa gente appartiene alla categoria dei candidati al suicidio. Temo anzi che saranno sempre di più, tra quanti pensano al suicidio, quelli che risolveranno il problema motivandolo religiosamente o politicamente o ideologicamente».

Il pensiero corre ai demoni di Födor Dostoevskij. Il rivoluzionario, il teorico, il fanatico, ma anche l’ingegnere disoccupato, il nichilista Kirillov, ossia il suicida, quello che accetta di firmare una falsa confessione, prima di togliersi la vita con un colpo alla testa, per accollarsi la responsabilità di un assassinio. E nel modo in cui si forma, nel grande romanzo russo, la cellula di rivoluzionari che dovrebbe gettare la Russia nel caos con una serie di attentati terroristici, nel modo in cui vi entrano i demoni, divorati da passioni ideologiche e motivazioni personali diverse, non vi è forse qualcosa dei profili così diversi dei terroristi che hanno agito in queste settimane: persone emarginate, ma anche ricchi rampolli della borghesia islamica? Ragazzi con gravi disturbi mentali, ma anche giovani radicalizzatisi in un crescendo di odio e fanatismo? Non avremmo ragione di usare allora come denominatore comune, una parola della filosofia (che peraltro Dostoevskij ben conosceva), la parola nichilismo?

«Se per nichilismo si intende quello che per esempio intendevano i nichilisti russi nell’800, ma anche Friedrich Nietzsche, allora sì, la categoria di nichilismo può essere appropriata. Io credo però che la categoria abbia un significato più profondo».

Qual è allora il più profondo della crisi in gioco? Che cosa dobbiamo vedere, che non vediamo quando ragioniamo sulle modalità di una strage, o anche quando ci interroghiamo intorno alle cause economiche o sociali, politiche o religiose che la ispirano?

«Credo che tutte quelle affermazioni in cui si dice che la crisi attuale non è semplicemente una crisi economica o culturale ma è una crisi molto più profonda, rimangano in realtà alla superficie. Se si va a vedere cosa indicano come il più profondo, si trova che non è tale. Certo è vero: non ci troviamo semplicemente alle soglie di una crisi economica, o culturale, ma ciò di cui propriamente si tratta è quel rovesciamento radicale e inevitabile, in cui la tradizione dell’Occidente è portata al tramonto dai protagonisti autentici della contemporaneità. Bisogna anzi parlarne al singolare: questo protagonista autentico è la Tecnica».

Severino introduce con accortezza al cuore del suo pensiero. È sempre difficile portare lo sguardo dalla superficie delle cose a ciò che avviene al di sotto di essa, e vi è sempre il rischio che questo rivolgimento dello sguardo venga considerato un modo per allontanarsi dalla drammatica attualità del conflitto in corso. Come se non contassero più i morti ammazzati, la terribile contabilità di queste settimane, le immagini concitate che rimbalzano ogni giorno sullo schermo, ma solo potenze astratte e impersonali che, nella loro nitida silhouette concettuale, trascendono però infinitamente le nostre piccole vite umane. In realtà, ciò che suona il più astratto è, per Severino e per la filosofia, il più concreto: chi pensa astrattamente, diceva Hegel, è chi non riesce a vedere la tremenda concretezza delle forze che dominano l’orizzonte del presente.

«Si parla di una terza guerra mondiale. Ne ha parlato il Papa, ma prima del Papa ne ha parlato Friedman [il riferimento è al politologo americano George Friedman, che si è dichiarato pronto a scommettere che il XXI secolo non farà eccezione: come i precedenti, anche il secolo in corso avrà il suo conflitto mondiale]. Se comincia qualcosa come una guerra non possiamo pensare che si dia una risoluzione a breve termine. Ma se ci sono gli elementi per dire che una guerra è possibile, c’è anche la possibilità di indicare l’esito inevitabile di una simile guerra».

Severino resta uno degli ultimi filosofi che mantiene alla parola filosofica il suo carattere originario, di parola vera e incontrovertibile. Mi richiama, dunque, appena provo ad usare la parola «scenario», come si trattasse della prospettazione di un corso possibile di eventi accanto ad altri, e continua:

«Vado da tempo dicendo nei miei scritti che ad uscire vittorioso da questo non breve conflitto non è nessuno dei confliggenti: né l’Occidente democratico-capitalistico, né il mondo islamico, bensì lo strumento di cui l’uno e l’altro sono costretti a servirsi. Questo strumento è la Tecnica».

Appare chiaro allora che per Severino la conflittualità più visibile, che attualmente terrorizza il mondo, non dice il più profondo dello scontro in atto. È una lotta di retroguardia, non la vera anima del conflitto. Più avanti Severino ricorderà come l’Islam, come tutte le forze della tradizione, individui in realtà nella civiltà della tecnica il suo vero nemico. Anche quando parla del Satana americano, l’Islam prende di mira l’America e l’Occidente per via del suo consumismo, del suo allontanamento dalla dimensione religiosa, e infine del suo essere un frutto della civiltà della tecnica. Così è per l’intera civiltà degli ultimi cinque secoli, figlia dell’incontro fra cristianesimo e tecnica e scienza moderna.

«Se si è d’accordo che la Tecnica è lo strumento di cui tutte le forze si servono per prevalere, allora ognuno degli avversari ha uno scopo, per raggiungere il quale gli è necessario il continuo incremento dello strumento di cui si serve. Ognuno dei contendenti deve aumentare all’infinito la potenza. Ma in questo modo l’incremento della potenza, grazie alla tecnica, occupa sempre più spesso l’area dello scopo che la forza in conflitto si propone di realizzare».

Ecco il teorema fondamentale: la Tecnica da mezzo diviene scopo, e così riduce inevitabilmente al silenzio gli scopi per i quali i confliggenti – un tempo gli USA e l’URSS, oggi l’Occidente e l’Islam – sono scesi in campo. È ciò che nel suo libro su «Islam e Prometeo» Severino ha chiamato non «pax americana», ma «pax tecnica», perché l’America, come ogni altra forza storico-politica mondiale – il capitalismo, il nazionalismo, il comunismo, ma anche l’Islam – è ad essa assoggettata.

«La tecnica che in ultimo prevarrà sarà la Tecnica capace di ascoltare quella distruzione assoluta della tradizione, che la grande filosofia ha pensato, quella distruzione radicale Nietzsche chiama per esempio «morte di Dio». Che non è una parola in libertà di un uomo un po’ folle, ma anzi ha una potenza che la cultura contemporanea e la stessa Chiesa non comprendono. La Chiesa vede nel relativismo il suo nemico, e non scorge il sottosuolo filosofico del nostro tempo dove si dimostra l’impossibilità di ogni limite che arresti l’agire dell’uomo».

Questa impossibilità di porre un limite, la parola della filosofia che dice alla tecnica «tu puoi» è, insomma, la più grande volontà di potenza. Nessun contrattacco della tradizione potrà mai prevalere su di essa, secondo Severino. E però, nel salutarlo e nel ringraziarlo per la lunga conversazione, un dubbio mi assale: ma questa fede nell’impossibilità di porre un limite all’agire dell’uomo non è, da ultimo, proprio la stessa che nutre il terrorista che lancia il suo camion sulla folla del lungomare di Nizza, o spinge a tagliare la gola a un anziano curato di provincia?

(Il Mattino, 27 luglio 2016)

Legalizzare

discoteque

Caro Direttore,

ho letto con attenzione l’intervento, serio e informato, di Giovanni Serpelloni su questo giornale, sul tema della legalizzazione delle droghe leggere, di cui è avviata in Parlamento la discussione (con probabile rinvio a settembre). Nel modo più conciso possibile, e spero fedelmente, provo a riassumerne i punti principali: la droga fa male; la droga fa male soprattutto in età adolescenziale (e gli adolescenti sono i primi consumatori di droghe leggere); il mercato legale di droga, sotto controllo statale, non potrà mai battere quello illegale, che sarà sempre più competitivo, e potrà tra l’altro affiancare alle droghe legali altre sostanze, dal più alto potere psicotropo; quanto alle organizzazioni criminali, potranno comunque vendere anche ai minorenni, le rivendite legali invece no. Poi ancora: nel considerare costi e interessi economici, non si tiene conto da un lato dei costi sociali dell’uso della droga, prevalentemente a carico del sistema sanitario nazionale, dall’altro degli interessi economici che spingono per la legalizzazione. Infine, la legge in vigore non criminalizza e non è criminogena (a volerla però seriamente applicare), mentre la legalizzazione indebolisce il disvalore sociale connesso al consumo di droghe, e concede una libertà di cui i più deboli e i più fragili pagheranno il prezzo.

Mi prendo ora un po’ di spazio per provare ad argomentare non su ciascuno di questi punti, ma su quelli che a mio parere sono rilevanti ai fini della decisione che il Parlamento dovrà prendere. Non mi soffermo dunque su quanto male le droghe facciano o su quante morti causino: se più o meno dell’abuso di cioccolata, dell’alcool o del tabacco. Non discuto nemmeno il diritto dello Stato di incentivare o disincentivare comportamenti individuali o collettivi: non sono un liberale agnostico, per il quale lo Stato meno fa e meglio è, e dunque capisco bene e anzi apprezzo il fatto che si preoccupi della salute degli adolescenti (come di quella dei conducenti di automobili, a cui prescrive la cintura di sicurezza, o di quella degli operai edili, che obbliga a indossare il casco). Discuto invece dell’efficacia delle condotte sin qui tenute, e trovo sorprendente che un serio dibattito non cominci da questo: dagli effetti delle politiche proibizioniste e repressive adottate per decenni. Quegli effetti sono sotto gli occhi di tutti: la droga è libera, e non c’è adolescente che non abbia la possibilità di procurarsene quando e come vuole. La droga è un enorme affare per la criminalità. La droga, infine, comporta una mole ingente di spese dello Stato in termini di impiego delle forze di polizia, oneri per l’amministrazione della giustizia, impegno del sistema penitenziario. Su questo c’è un parere ufficiale della Direzione Nazionale Antimafia, che in un indirizzo al governo ha spiegato come la legalizzazione consentirebbe di liberare ingenti risorse dello Stato da un lato, e comporterebbe una «perdita secca di importanti risorse finanziarie per le mafie» dall’altro. Non mi pare poco.

Ma una discussione in termini di costi e benefici dovrebbe prendere atto innanzitutto del fallimento delle politiche sin qui adottate. Io capisco anche che si voglia assegnare alla legge dello Stato un significato che va al di là delle concrete conseguenze della sua adozione: l’affermazione di un principio o di un valore, ad esempio. Capisco, ma non fino al punto di ignorare che le conseguenze concrete hanno clamorosamente smentito quel valore e quel principio. D’altra parte, non c’è nessuna ragione per cui la legalizzazione delle droghe non dovrebbe essere affiancata, faccio per dire, da campagne di informazione e sensibilizzazione: lo Stato ha molti modi per far capire da che parte sta, senza dover per questo ricorrere allo strumento grandemente inefficace dell’illecito penale o amministrativo.

C’è poi un punto generale, nell’intervento di Serpelloni, che non mi convince proprio, e cioè l’idea che siccome la legalizzazione avrebbe degli ovvii limiti, allora lascerebbe campo libero alla criminalità che di quei limiti si farebbe beffe (per esempio nel trattamento delle sostanze, o nella vendita a minori). Ma io direi: qualunque mercato ha delle regole, e proprio perciò mette fuori legge chi volesse agire al di fuori delle regole. Ma il fatto che vi sarà sempre chi proverà ad aggirare le regole, o a trasgredirle, cosa ha a che vedere con il tentativo di regolamentazione di quel mercato? E cosa vi ha a che fare pure il fatto che vi sono interessi pro legalizzazione, quando sicuramente vi sono interessi criminali ben più corposi che prosperano proprio grazie al proibizionismo? In realtà, la questione è, di nuovo, se quel mercato illegale, pericoloso e criminogeno, si amplierebbe o si restringerebbe grazie alla legalizzazione, e mi pare molto difficile sostenere che si amplierebbe.

Si dice infine che con la legalizzazione la pubblica autorità si sottrarrebbe alle sue responsabilità. Ma a me pare proprio il contrario, che legalizzare significhi, un minuto dopo, impegnarsi per responsabilizzare: le famiglie come la scuola, quelle che oggi si chiamano agenzie educative e i singoli cittadini. E soprattutto, mi dolgo che, proibendo, si pensi di aver fatto tutto, mentre invece non si è fatto proprio niente.

La verità è che la droga fa paura. In tempi in cui di paure ne circolano molte, spesso non controllate e non misurate, io resto però fedele all’idea che non si sconfiggano con gli anatemi e le grida manzoniane, ma con l’uso pubblico della ragione. Ho provato ad applicarmici, spero con qualche risultato.

(Con il titolo “Perché iberalizzare le droghe leggere è togliere linfa alla criminalità”: Il Mattino, 26 luglio 2016)

«Lobby del cancro», Di Maio nuova gaffe

Acquisizione a schermo intero 22072016 172411.bmp.jpgLa cosa sta così, ha spiegato Luigi Di Maio. C’è questa potente società di lobbying che ha studiato il comportamento parlamentare dei Cinque Stelle: cosa votano, cosa non votano, se votano tutti insieme oppure in dissenso, se avanzano proposte e vanno a buon fine oppure no. Allora io, che sono Di Maio, vicepresidente della Camera dei Deputati, membro del direttorio e per i giornali candidato premier in pectore, sono andato a sentire. Tutto qui: che c’è di male?

Nulla. Se non fosse che non c’era lo streaming (l’hanno rottamato da un bel po’). Se non fosse che il post in cui Di Maio ha fornito le sue spiegazioni lo ha scritto a cose fatte, solo dopo esserci andato, per cercare di spegnere le polemiche: prima, nessuno sapeva nulla. Se non fosse che i mugugni han preso a circolare fra i suoi stessi colleghi parlamentari, che – anche loro – avrebbero gradito sapere prima, se non altro perché stanno lavorando a una legge di regolamentazione delle attività dei portatori di interesse e hanno quindi motivo di vederci più chiaro. Se non fosse infine che lo stesso Di Maio ha fatto orecchie da mercante e ha tirato dritto facendo finta di nulla quando un giornalista gli ha chiesto chi andasse a incontrare a due passi dal Parlamento.

Prudenza, discrezione, imbarazzo? Forse anche un pizzico di vergogna. Ma la vicenda, di per sé, è del tutto irrilevante. Di Maio ha fatto qualcosa perfettamente in linea con la normale attività di un parlamentare della Repubblica. E però sarebbe utile se dedicasse un minuto di riflessione ai commenti e alle voci che lo hanno costretto a precisare, a chiarire, a rassicurare i molti simpatizzanti che proprio non se l’aspettavano: un grillino attovagliato coi lobbisti! Un cittadino (e che cittadino!) che stringe e si frega le mani incontrando chissà quali faccendieri!

Nella spiegazione Di Maio ha infilato un’altra gaffe, perché è sembrato mettere sullo stesso piano la lobby dei malati di cancro e quella dei petrolieri, mentre lui voleva dire l’opposto: che incontra solo i primi e non i secondi, solo i buoni e non i cattivi. Ma insomma: che la facesse davvero una piccola riflessione su come ci si sente a finire sotto il fuoco di parole di sdegno e riprovazione morale, su cosa significa passare anche solo qualche ora per quello che traffica e maneggia nei retrobottega della politica. Cosa significa rispondere a domande inquisitorie del tipo: se non c’era nulla di male, perché non lo hai fatto alla luce del sole? Con il sottinteso: evidentemente hai qualcosa da nascondere! Pensi anche, Di Maio, a quanto faticoso sia risalire la china della reputazione a colpi di smentite, perché per adesso gli può bastare un post su Facebook, ma la prossima volta chissà. Per adesso è stato solo un piccolo incidente, ma in futuro? Lui non incontra i petrolieri, ha tenuto a precisare, ma putacaso si scoprisse che fra i lobbisti che ha incontrato ieri ce n’è qualcuno che è finanziato dai petrolieri, che farà? Scriverà un altro post? E poi?

(Il Mattino, 22 luglio 2016)