Se il diritto sta al passo coi tempi

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La decisione della Corte di Appello di Napoli è dirompente: due mamme, due fin dalla nascita, non una prima e l’altra dopo. La mamma biologica, che si è sottoposta alla fecondazione artificiale per avere un figlio, non viene prima della sua compagna, che ha ottenuto di poterlo adottare: vengono insieme, mamme entrambe, genitrici ugualmente.

La sentenza contraddice clamorosamente quanti si ostinano a pensare che esiste solo la famiglia formata da una mamma e da un papà, e compie un passo deciso oltre il compromesso raggiunto con la legge Cirinnà di due anni fa, quando si dava finalmente piena cittadinanza alle unioni civili, ma in tema di adozioni si lasciava uno spazio bianco, limitandosi la legge a richiamare le norme già in vigore in materia.

Nel frattempo ci sono state le iscrizioni di alcune coppie omosessuali negli atti di nascita dei loro bambini da parte dei sindaci di alcune città (la Napoli di De Magistris  e la Milano di Sala, ma anche la Torino di Chiara Appendino e poi Palermo, Catania e altre ancora), e c’è stato anche, un paio di giorni fa, la decisione del Tribunale di Pordenone di sollevare innanzi alla Corte Costituzionale la questione di costituzionalità relativamente all’altro bastione, quello posto dalla legge 40, che vieta alle coppie omosessuali il ricorso alle tecniche di  fecondazione artificiale.

In attesa del pronunciamento della Corte, si possono fare già alcune considerazioni. La prima. Quelli che pensano che la sovranità del popolo viene scavalcata ogni volta che un giudice fa di testa sua, in barba a una legge approvata dal Parlamento, hanno una idea alquanto rozza della sovranità popolare. Che, in regime costituzionale, non può essere un Leviatano che divora ogni cosa. La Suprema Corte ci sta apposta per quello, per evitare ogni forma di descriminazione, e proteggere la trama delicata dei diritti e delle libertà delle persone dagli eventuali soprusi del potere politico. Gli italiani sono più liberi, non meno, se c’è un giudice delle leggi, e se dal suo giudizio vengono tutelati principi e valori scritti in Costituzione.

Seconda considerazione. Dalla legge 40 in poi (sono trascorsi quattordici anni), numerosi interventi della Corte hanno modificato, quasi stravolto la normativa originaria. Forse l’ultimo aspetto davvero arcigno della legge è proprio quello che è ora all’attenzione della Consulta. Tolto quello, della legge non resterà quasi nulla. Ora, al di là delle questioni strettamente giuridiche su cui la Corte si pronuncerà, da un punto di vista storico e politico, questa vicenda è la dimostrazione che c’è un senso dei tempi, di cui forse una buona tecnica legislativa dovrebbe tenere conto. Mettere divieti senza considerare in quale direzione vanno le cose, come evolve la sensibilità collettiva, quali istanze emergono dal suo seno è uno sforzo tanto testardo quanto inutile, e a volte persino penoso. Poi di sicuro verranno i filosofi i quali protesteranno e obietteranno che il fatto non può precedere il diritto, e il diritto non può seguire il fatto. Ma questo, se è vero in astratto, non è mai stato vero del tutto, in concreto. Gli ordini del fatto e del diritto si incrociano in continuazione, nella realtà storica e sociale.

Ma poi, in pratica, di quali fatti o di quali diritti parliamo? Questa è la terza e ultima considerazione, che inviterei a tenere presente senza ragionare ideologicamente, o per mero spirito di sistema, ma chiedendosi come davvero vanno, o andranno, le cose. Per quel bambino che non avrà una mamma più mamma dell’altra, è meglio o peggio che i due genitori stiano sullo stesso piano? A memo di non voler rispondere, come un sapiente greco dei tempi antichi, che meglio sarebbe stato per lui non esser nato, difficile negare che sia meglio. Che i due volti che ha dinanzi quando viene al mondo siano quelli di chi lo ha voluto insieme e con pari forza ed amore, non quello di chi lo ha voluto e ha potuto, e l’altro di chi, pur volendolo allo stesso modo, non ha potuto. Certo, il bambino stesso non è solo un “voluto”, l’oggetto del desiderio altrui, ma una nuova soggettività. Ma allora fate la prova, e chiedetegli se vuole far differenza tra i suoi due genitori. Chiedeteglielo appena saprà parlare, e dopo, tutte le volte che vorrete. Ma anche prima, perché ve lo saprà dire anche con gli sguardi.

(Il Mattino 6 luglio 2018)

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Universiadi Napoli si gioca la faccia

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È molto semplice: le Universiadi cominciano il 3 luglio 2019. Sono previsti circa 12.000 partecipanti da 170 paesi diversi. 250 le medaglie da assegnare in 18 diverse discipline sportive. E chissà quante ore di trasmissioni televisive, quanti servizi giornalistici, quanti tweet in Rete. Sul sito della FISU, la Federazione Internazionale degli Sport Universitari, sotto una splendida foto di Napoli e del Vesuvio, si garantisce fin d’ora che gli organizzatori sapranno condurre in porto «un’operazione efficiente, che lascerà alla città e all’intera Regione impianti rinnovati, e un grande rilancio dell’attività sportiva».

Queste essendo le aspettative, martedì prossimo, a un anno esatto dall’apertura dei Giochi, suonerà a Roma la campana dell’ultimo giro. E dovrà essere per forza la volta buona, quella che metterà fine, in particolare, alle diatribe che dividono Comune e Regione sulla costruzione del villaggio olimpico. Oltre il 3 luglio prossimi non si può andare, non si può rischiare una figuraccia internazionale mettendo a repentaglio non solo il lavoro fatto finora e i soldi già spesi, ma anche l’immagine della città e del Paese. Un’occasione di rilancio si tramuterebbe in un clamoroso boomerang.

Naturalmente, tutti assicurano che nonostante i ritardi, gli impianti da ristrutturare e quelli da ammodernare, le gare d’appalto non ancora concluse e i progetti non ancora esecutivi, siamo in tempo. In visita a Napoli qualche settimana fa, il francese Jean Paul Clemencon, che presiede la Commissione tecnica internazionale, si è detto ottimista: è normale che alla vigilia di grandi manifestazioni – ha spiegato – ci siano diverse cose da mettere a punto. Quanto però sia normale che il sindaco di Napoli, sostenuto dal Coni, e il Presidente della Regione non siano ancora d’accordo sulla realizzazione del villaggio quando ormai manca solo un anno alla manifestazione non saprei dire. De Magistris vuole le casette per gli atleti alla Mostra d’Oltremare, e immagina che – come fu a Taipei due anni fa – le strutture siano poi riutilizzabili dalla città. De Luca invece ritiene che deturpino gravemente il sito e considera una simile scelta inaccettabile e incomprensibile. Il braccio di ferro è ancora in corso.

E dunque? C’è un filone di pensiero, in ambito economico, chiamato istituzionalismo, che studia l’impatto sui sistemi economici delle istituzioni: non solo quelle legate strettamente alle attività produttive e commerciali – il sistema bancario, ad esempio – ma anche quelle sociali, come la scuola, e quelle politiche, come i sistemi elettorali o le forme di governo. Col che si dimostra che una democrazia funzionante fa bene anche all’economia, non solo ai diritti del cittadino.

Bene: bisogna evitare che le Universiadi napoletane diventino un caso di scuola, di come, ben lungi dal funzionare, la litigiosità fra i livelli istituzionali produca effetti negativi sull’economia di una regione. Se il muro contro muro prosegue oltre l’appuntamento di martedì prossimo, il rischio c’è, ed è grande. Non è la prima volta, come si sa, che De Luca e De Magistris scendono in campo l’un contro l’altro armati: le cronache sono anzi piene dei loro scontri, di intemperanze verbali e occasioni mancate. Sarà la politica, saranno le personalità, saranno le ambizioni personali, saranno infine le future scadenze elettorali (non poi così lontane), fatto è che non siamo ancora riusciti a vederli remare dalla stessa parte. Dopo il 3 luglio bisognerà che questo miracolo si compia. Senza venir meno alle proprie responsabilità, ovviamente, senza tradire i rispettivi ruoli, ma senza neppure mettersi di traverso per fare uno lo sgambetto all’altro, rovinando, insieme all’avversario politico, anche un evento su cui può si può davvero decidere un pezzo del futuro di Napoli e della Regione. Queste Universiadi, insomma, s’hanno da fare, e nessuno può giocare a fare il don Rodrigo della situazione.

E il governo martedì deve dare una mano. Tirando fuori – se serve – qualche soldo in più, e favorendo il clima di concordia necessario alla urgente rincorsa organizzativa dei prossimi mesi. È anche, se si ha un po’ di avvedutezza, nell’interesse della nuova maggioranza, che ha molti esponenti meridionali nelle sue file, e che farebbe bene a difendere la manifestazione per raccoglierne poi i frutti, se si rivelerà davvero, come ci si augura, un trampolino per la ripartenza del Mezzogiorno.

(Il Mattino, 1° luglio 2018)

Calenda-Zingaretti due mondi paralleli

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L’importante è che non finisca come la grande Azione Parallela. Carlo Calenda e Nicola Zingaretti sono ormai in campo, anche se non si sa ancora quando né come il Pd rinnoverà i suoi gruppi dirigenti. L’Azione Parallela è invece un’idea nobile e commovente che deve sorgere «in mezzo al popolo», per la quale altissime menti si riuniscono, ma che nel capolavoro di Robert Musil, «L’uomo senza qualità», non arriva mai a toccare la realtà.

Per ora, comunque, il superamento del Pd, o il suo rilancio, sono affidati a loro due, Calenda e Zingaretti: all’irruenza del primo e alla prudenza del secondo, all’esuberanza dell’ex Ministro e alla prudenza del governatore del Lazio; alla vis polemica dell’uno e alla tranquilla solidità dell’altro.

Calenda è uno a cui devono aver detto da bambino che la scelta di tempo è tutto, nella vita, altrimenti non si spiega come abbia deciso di annunciare la sua iscrizione al Pd proprio all’indomani della disfatta elettorale, il 6 marzo. Via twitter, naturalmente, perché se c’è tra i democrat uno che sta sui social, questi è Carlo Calenda (a parte Renzi, ovviamente). Per la verità, in quel tweet l’ex Ministro per lo Sviluppo economico diceva che avrebbe lavorato per risollevare il partito democratico, ma lui pare essersi subito convinto che non c’è niente da fare, visto che è ormai attestato sulla proposta di un Fronte repubblicano, o come si chiamerà, che faccia tabula rasa del Pd, e apra un varco verso l’elettorato di centro. Nel Manifesto appena pubblicato da «Il Foglio» Calenda formula cinque idee guida: tenere in sicurezza l’Italia, proteggere gli sconfitti, investire nelle trasformazioni, promuovere l’interesse nazionale, lanciare un piano shock contro l’anafalbetismo funzionale. Ma l’affermazione più perentoria che si legge in quel testo è: «occorre affermare con forza che la paura ha diritto di cittadinanza», non proprio il marchio di fabbrica di un progressista.

Dall’altra parte non è ancora venuto un testo programmatico analogo. Ma intanto Zingaretti – «Zinga», per gli amici – si è potuto permettere di festeggiare la vittoria nelle municipalità romane (mentre tutto il resto del Pd si leccava le ferite), e di incontrare una gran quantità di amministratori locali, molti non del Pd, per indicare la volontà di ripartire. Come? Stringendo alleanze, tenendo unite le differenze, confrontandosi con partiti, comitati, associazioni, movimenti. Un linguaggio decisamente più familiare alla tradizione politica della sinistra nostrana, com’è del resto tradizionale il cursus honorum di Zingaretti. Che superati i cinquant’anni pare finalmente avere sciolto ogni riserva. Tanto brucia i tempi l’uno, tanto però l’altro rimugina bene prima di compiere un passo. L’ex capo dei giovani comunisti romani, ex segretario nazionale della Sinistra giovanile, ex responsabile esteri dei Democratici di sinistra (all’epoca di D’Alema), ex segretario dei Ds romani (all’epoca di Veltroni), ex presidente della provincia di Roma, è ormai pronto a candidarsi alla guida del Pd. Lo era già nel 2011, per la verità. Berlusconi era al governo e il Pd si preparava alle future elezioni, e c’era già chi cercava un baldo quarantenne in alternativa al più stagionato Bersani. Poi le cose sono andate in altro modo. Bersani ha «non vinto» le elezioni e alla testa del Pd è arrivato Renzi l’alieno, ma «Zinga» non si è bruciato: dalla Provincia è passato alla Regione, senza mai esporsi (quante volte l’avete visto in tv?), senza mai mettersi in urto aperto con nessuno (quante volte lo avete sentito pronunciare parole sopra le righe?). Non è un caso se oggi a spendersi in suo favore sarebbero in molti: Fassino, Franceschini, Orlando, Gentiloni. Il suo profilo di affidabile uomo di partito è rassicurante per la vecchia nomenclatura, e la sua candidatura potrebbe riprodurre uno schema falsamente unanimistico che è già stato seguito con Veltroni: quelli che non possono contrastarlo gli si accodano, e intanto si fanno traghettare verso la nuova fase politica. «Zinga» lo sa e sa anche che non può fidarsi fino in fondo. Sorride, tranquillizza, rinfranca, invita a smettere con le polemiche e usa parole di apprezzamento per tutti: il resto si vedrà.

Calenda no: è lontanissimo da questa foto di gruppo con ex compagni della sinistra storica. Lui viene dal mondo dell’impresa, ha fatto il manager, stava con Montezemolo in Ferrari e lo ha seguito prima in Confindustria e poi nella non memorabile stagione di “Italia futura”; da lì è passato in “Scelta civica” con Monti e poi al governo, con Letta prima e Renzi poi. E alle ultime elezioni ha voluto marcare una distanza, pensando bene di non candidarsi alle elezioni per mantenere un profilo distinto da quello dei politici di professione. Siamo dunque agli antipodi: Zingaretti ha un’estrazione popolare e comunista; Calenda ha un’estrazione borghese e liberale; uno ha un fratello, Luca, che in gioventù ha militato più a sinistra di lui prima di diventare il volto televisivo del commissario Montalbano; l’altro è figlio di una regista, Cristina Comencini, che appartiene alla sinistra fatta di libri e mare a Capalbio. Uno mantiene un’aria di famiglia rispetto ai volti e alle storie della tradizione politica italiana; l’altro invece punta a fare un’altra cosa, ben lontana dal Pantheon della sinistra storica. Uno, Zingaretti, è a suo agio nella casa del socialismo europeo, l’altro, Calenda, non avrebbe difficoltà a sedere fra i liberaldemocratici e i macroniani.

Insomma: non sono la stessa cosa. Anche se si scambiano volentieri le parti. Perché uno, Calenda, sta cercando di frequentare i temi che possono dargli un’anima popolare, mentre l’altro, Zingaretti, non vuole certo ingobbire sotto il peso della tradizione e tende a proporsi come nuovo e modernizzatore. Ma resta il fatto che per il Pd tracciano futuri molto diversi, proponendosi uno, Calenda, di superarlo, l’altro, Zingaretti, di ricostruirlo. L’importante, lo dicevo prima, è che in esito a questo confronto non fondino insieme un comitato per celebrare il grande anno dell’Azione Parallela.

(Il Mattino, 30 giugno 2018)

La sinistra senza orizzonte

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Il 3 febbraio 1991 – meno di un anno e mezzo dopo la caduta del muro di Berlino – nasce dalle ceneri del partito comunista il Pds, Partito democratico della sinistra. Verranno poi i Democratici di sinistra e, infine, il Partito democratico. Dal lato del cattolicesimo democratico, al Pd si arriverà, dopo la fine della Democrazia cristiana, attraverso il Partito popolare e la Margherita. In mezzo altre diaspore, mille sigle e mille micro-partiti. E le tradizioni socialista, ambientalista, repubblicana ed altre ancora.

L’ho presa alla lontana, ma se non si vede da dove viene la frana non si capisce nemmeno perché il Pd somigli al campo di Agramante, e perché la sua classe dirigente del Pd si diva ancora in sottomultipli sempre più piccoli, fra quelli che vogliono andare oltre il Pd (Prodi), e quelli che invece vogliono ricostruirlo (Orlando, Franceschini), quelli che lo dichiarano già morto (Pizzarotti), e quelli che lo difendono a spada tratta (Orfini); quelli che lo vorrebbero sciogliere (Cacciari), e quelli che vogliono costruire nuove alleanze o nuovi fronti (Calenda) – che significherebbe ricominciare da tre, dopo l’Ulivo e l’Unione. Fin qui, purtroppo, è un copione già letto. Per cambiare il quale si può ricorrere ad una metafora già impiegata da Aristotele: quando un esercito è in rotta ci vuole qualcuno che a un certo punto si fermi e di lì non si muova: poco a poco anche altri soldati, senza nemmeno sapere perché, si raccoglieranno intorno a lui e ne ricostituiranno le file.

La sconfitta di domenica era messa nel conto, ma il suo valore simbolico supera di molto le sue proporzioni. Ancona, Teramo o Brindisi non valgono quanto Massa Pisa o Siena. Se la sinistra perde così clamorosamente in territori in cui ha governato dal 1948, o giù di lì, vuol dire che da nessuna parte, in Italia, esiste più uno zoccolo duro di elettori democratici disposti a seguire il Partito nella buona e nella cattiva sorte. Adesso la sorte è cattiva, e gli elettori restano a casa, o votano quegli altri.

Il voto, però, non è privo di indicazioni. Se perdi in Toscana, vuol dire che le appartenenze ideologiche sono finite (cosa peraltro vera da un pezzo). Se perdi in città come Avellino, dove hanno dato una mano – si dice così – Mancino e De Mita, vuol proprio dire che il voto nel Mezzogiorno non è più nelle mani del notabilato locale (cosa altrettanto vera, ma di una verità più recente). Se cade pure Cinisello Balsamo, vuol dire che hai un problema non risolto con il voto dei ceti popolari (cosa anche questa vera da un pezzo). Se però vinci a Teramo, dove appoggi un candidato che in realtà ha guidato una riscossa civica, vuol dire che hai bisogno di avviare un processo di rinnovamento, di uomini e idee, che in molte realtà locali non hai mai condotto sino in fondo (verità recente, che potrebbe dare qualche indicazione per il futuro).

La si può far breve: la parabola di Renzi si è consumata insieme con la discontinuità che ha saputo portare nella politica italiana. Se il Paese rimane sostanzialmente fermo nei suoi fondamentali – poca mobilità sociale, molta disoccupazione; poca crescita, molto debito – è inevitabile che, mentre intere tradizioni politiche si sfarinano, senza trovare un vero ubi consistam in grado di durare, l’elettorato continui a domandare di cambiare, punendo quelli che hanno governato per un decennio. Se poi anche la globalizzazione conosce i suoi contraccolpi, e il clima ideologico e culturale, interno e internazionale, cambia, e si impone una domanda di sicurezza e un’esigenza di chiusura, allora fatalmente per la sinistra gli orizzonti si restringono ancora di più.

Ridisegnare un cerchio più largo è possibile; ritrovare una connessione sentimentale con i ceti meno abbienti e parlare di nuovo una lingua inclusiva si può fare, ma richiede nuovi uomini e nuove idee. Richiede coraggio, anche: più determinazione, meno tatticismi e meno personalismi. Che sia o meno il congresso la fase nuova che il Pd deve avere il coraggio di aprire, certo non potrà farlo se penserà di trasformare i prossimi mesi in un regolamento di conti, in una posticcia incollatura di pezzi di classe dirigente, in un’operazione tutta interna al ceto politico romano. Finché non saprà lasciarsi alle spalle i vecchi vizi, non riuscirà nemmeno ad accorgersi che, se c’è una destra che tracima nel Paese, ci sono tuttavia ancora bisogni e valori, interessi e aspirazioni che chiedono di essere rappresentati in un modo diverso.

(Il Mattino, 27 giugno 2018)

I nuovi sindaci simbolo del Paese che cambia

Le indicazioni delle comunali sono chiare: Lega e Cinque Stelle hanno ancora il vento in poppa. Salvini e il centrodestra conquistano clamorosamente città come Massa, Pisa, Siena, e Terni in Umbria: la tradizionale geografia politica del Paese ne esce profondamente modificata. Dove una volta la sinistra aveva una posizione largamente egemone, lì sventola ora la bandiera del Carroccio e del centrodestra. Un risultato almeno in parte atteso, dopo la disfatta elettorale della sinistra il 4 marzo scorso: si tratta infatti dello stesso sciame sismico, di scosse di assestamento che confermano il terremoto già verificatosi nel Paese. Cionondimeno, fa scalpore la vittoria del centrodestra a trazione leghista nelle città toscane: è la consacrazione definitiva della nuova dimensione in cui è proiettata ormai la Lega sovranista e nazionalista di Salvini, forte e radicata ormai ben al di sotto del Po.

Quanto ai Cinque Stelle, che al primo turno hanno registrato un consistente arretramento – cosa che tipicamente avviene, per il Movimento, nel passaggio da elezioni politiche a elezioni amministrative – possono brindare, in particolare, per il successo di Avellino, che ribalta l’esito del primo turno. Si tratta di un dato

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Le indicazioni delle comunali sono chiare: Lega e Cinque Stelle hanno ancora il vento in poppa. Salvini e il centrodestra conquistano clamorosamente città come Massa, Pisa, Siena, e Terni in Umbria: la tradizionale geografia politica del Paese ne esce profondamente modificata. Dove una volta la sinistra aveva una posizione largamente egemone, lì sventola ora la bandiera del Carroccio e del centrodestra. Un risultato almeno in parte atteso, dopo la disfatta elettorale della sinistra il 4 marzo scorso: si tratta infatti dello stesso sciame sismico, di scosse di assestamento che confermano il terremoto già verificatosi nel Paese. Cionondimeno, fa scalpore la vittoria del centrodestra a trazione leghista nelle città toscane: è la consacrazione definitiva della nuova dimensione in cui è proiettata ormai la Lega sovranista e nazionalista di Salvini, forte e radicata ormai ben al di sotto del Po.

Quanto ai Cinque Stelle, che al primo turno hanno registrato un consistente arretramento – cosa che tipicamente avviene, per il Movimento, nel passaggio da elezioni politiche a elezioni amministrative – possono brindare, in particolare, per il successo di Avellino, che ribalta l’esito del primo turno. Si tratta di un dato particolarmente significativo, perché nel capoluogo campano viene sconfitto il patto fra Mancino e De Mita, storici avversari dentro il centrosinistra, questa volta uniti per fronteggiare i “barbari” grillini. Morale: l’elettorato ha colto due piccioni con una fava, scrollandosi di dosso tutti e due, e insieme con loro la vecchia classe dirigente da loro espressa. Al Partito democratico non basta evidentemente incollarne i pezzi per resistere. Bisogna che trovi nuove vie.

Nella romagnola Imola, del resto, le cose non sono andate diversamente. Lì la vecchia sinistra di Errani e Bersani, uscita dal Pd, ha dato indicazioni per un voto unitario, ma non sono bastate: a trionfare è stata comunque la candidata pentastellata. Un’altra roccaforte storica è stata espugnata.

Aver tenuto però città come Ancona, Brindisi o Teramo dimostra che neanche per il Pd tutto è perduto. Certo, non saranno piccole operazioni cosmetiche che potranno restituirgli credibilità come alternativa politica alla maggioranza populista.

Il quadro è comunque, nel suo complesso, meno omogeneo di quanto si creda. È peraltro comprensibile che sia così: nelle elezioni comunali i cittadini non trascurano affatto di esprimere un giudizio sulla proposta politica locale, sulla credibilità di un singolo candidato o di un’alleanza, al di là del significato generale che il voto può assumere considerando i dati aggregati.

Per questo l’interpretazione del voto di ieri in stretta connessione con le polemiche di questi giorni – con le polemiche, più che con l’azione di governo, che a poche settimane dall’insediamento non ha ancora potuto dispiegarsi – è abbastanza avventurosa. È indiscutibile che i cittadini non hanno affatto inteso punire Salvini o Di Maio per avere dato vita all’esecutivo giallo-verde: ben al contrario. Ma, più che premiarlo, si direbbe  che semplicemente hanno fatto valere, applicandoli alla realtà locale, quegli stessi motivi di insoddisfazione e quelle stesse richieste di cambiamento già manifestatesi a marzo. In esse è possibile riconoscere il profilo di una società scettica verso le politiche adottate in questi anni, e tentata dalla volontà di sperimentare un ricambio profondo, una discontinuità la più marcata possibile nei confronti del passato recente.

L’ultimo elemento che salta agli occhi è che, al momento, Salvini è l’unico ad avere in mano una carta di riserva. Perché il centrodestra vince, e vince anche contro i Cinque Stelle. Se dunque qualcosa, nei prossimi mesi, dovesse andar storto, Salvini potrebbe decidere di cambiare schema, e governo. E potrebbe farlo sia prima che dopo le elezioni europee del prossimo anno. Più che dalle risorse dell’opposizione, è da questa eventualità che dipende la tenuta o il rovesciamento dell’attuale quadro politico.

(Il Mattino, 25 giugno 2018)

Ma i veri problemi del Paese sono altri

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Con la presa di posizione del ministro dell’Interno Salvini sul censimento dei rom, e il diluvio di dichiarazioni che ne è seguito, lo spostamento di attenzione dai problemi reali all’ordine dei problemi puramente immaginari si era già completato. Ora si è aggiunto Saviano e la scorta. Tutto si può dire però, meno che convenga al Paese andar dietro a quest’ordine di questioni per dividersi fra quelli che danno del fascista al leader leghista, e quelli per i quali bisogna strappare tutti i veli della pubblica ipocrisia. Dubito che in questo modo siamo messi dinanzi a dilemmi in qualche senso decisivi, urgenti e indifferibili. D’altronde, né in campagna elettorale, né nelle faticose settimane che hanno preceduto la nascita dell’esecutivo Conte, né nel contratto di governo fra Lega e Cinque Stelle, né infine nelle dichiarazioni rese alle Camere dal Presidente del Consiglio, si faceva menzione dei rom, dei campi nomadi e del censimento. Tantomeno di Saviano. A ragion veduta, direi, perché non vi era motivo di infilare simili questioni dentro documenti che dovevano servire a descrivere la situazione del Paese e a formulare risposte nuove e diverse ai nodi del suo mancato sviluppo, dei suoi molteplici ritardi, delle sue forti diseguaglianze. Tutte cose che coi rom non c’entrano per nulla.

Evidentemente Karl Marx aveva torto: non è vero, infatti, che l’umanità si pone soltanto quei problemi che può risolvere. C’è un mucchio di problemi che l’umanità si pone (o che le vengono imposti) non perché siano risolubili, e vengano poi effettivamente risolti, ma solo per distrarre da altri problemi, la cui risoluzione non è a portata di mano. Salvini ha detto che i rom in possesso della cittadinanza italiana “purtroppo ce li dobbiamo tenere”. Lasciamo perdere quel “purtroppo”, parecchio infelice, ma non è che gli altri, invece, li possiamo mandar via. Anche gli altri sono cittadini comunitari: non c’è alcuna base giuridica – aggiungerei: per fortuna –, per una politica di espulsioni di massa. E d’altra parte, siamo onesti: è molto dubbio che Salvini abbia davvero in mente qualcosa del genere. Probabilmente, pensa solo che sia bene che se ne parli.

E infatti se ne parla: si discute di indici di criminalità fra i rom, oppure di condizioni di vita nei campi, o anche dei Casamonica che spadroneggiano a Ostia. Nessuna di queste questioni ha però minimamente a che vedere con i problemi reali degli italiani: con le tasse, la sanità o il lavoro. Se il governo adotterà o meno un nuovo regime fiscale basato sulla flat tax, infatti, oppure: se gli riuscirà di dare il reddito di cittadinanza; o ancora: se il ministro Traia si muoverà in continuità o discontinuità con le politiche economiche dei precedenti governi, son cose che non dipendono né da presso né da lungi dal numero dei rom, italiani o di altre nazionalità. E lo stesso si dovrà dire quando sul tavolo sarà gettata la questione di un inasprimento della legittima difesa – accadrà: statene certi – o chissà cos’altro. Neppure la questione migranti, che pure rischia di mettere a soqquadro l’Unione Europea, avrebbe in sé un rapporto diretto con i nodi reali del Paese: nessuno può pensare seriamente che se blocchiamo gli sbarchi diminuisce la disoccupazione, cala il debito o cresce la produttività del sistema industriale.

Con ciò non voglio certo dire che solo i temi dell’economia devono preoccupare governo e maggioranza. Stiamo entrando in un’epoca in cui, anzi, par vero il contrario, che cioè le questioni strutturali contano sì, ma fino a un certo punto, perché tornano a pesare anche questioni ideologiche, sovrastrutturali, legate a identità, nazionalità, cultura, religione. La stessa polemica sulla scorta di Saviano: è vuota per un verso, ma per l’altro sposta linee e simboli del dibattito pubblico, cosa che di sicuro incide sugli orientamenti di voto.

Però con i rom, francamente, siamo un po’ oltre, siamo alla ricerca del capro espiatorio. Sarà come ha detto Giulia Grillo, dei 5S, che si tratta solo di una vivace modalità di espressione e non di un’idea sostanziale. Se però si andasse finalmente sulle idee sostanziali contenute nel contratto di governo, e fosse possibile, sia per la maggioranza che per l’opposizione, misurare su quelle la rotta del nuovo esecutivo, di sicuro sarebbe meglio: non dico per i rom, ma per il Paese.

(Il Mattino, 22 giugno 2018)

I Cinquestelle nell’angolo

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E uno, e due, e tre. Uno: le elezioni amministrative. Due: la nave Aquarius. Tre: l’inchiesta sul nuovo stadio della Roma. Tre pugni che rischiano di mandare al tappeto i Cinque Stelle. Il primo colpo lo sferrano gli elettori, spingendo il Movimento fuori dai ballottaggi nelle città in cui si è andati al voto domenica scorsa. Va bene che i grillini vanno più forti alle politiche; va bene che, confrontato con la precedente tornata amministrativa, l’esito è persino positivo, ma l’arretramento rispetto all’exploit del 4 marzo è troppo pronunciato per poterne sottovalutare il significato. Con la nascita del governo, in luna di miele sembra essere andato il solo Salvini, che viene premiato nelle urne, e dimostra pure di avere sempre a disposizione la carta dell’alleanza col centrodestra, il giorno che l’esecutivo giallo-verde dovesse colare a picco.

Il secondo colpo arriva con la chiusura dei porti italiani e lo scatto di orgoglio nazionale di fronte alle reazioni francesi. Salvini si prende tutta la scena. Toninelli, il ministro dei Trasporti da cui pure dipendono i porti, va a rimorchio; Conte, non pervenuto. E mentre la Lega non ha bisogno di temperare le sue prese di posizione con distinguo su normative internazionali, slanci umanitari ed altre tenerezze, Di Maio e i suoi procedono con molto maggiore imbarazzo, frenati da un pezzo del Movimento che vive male la svolta sovranista del governo. Nessuno, neppure il Carroccio, ha ovviamente una soluzione semplice tra le mani, ma qualcuno – Salvini, per l’appunto – ha in mano le chiavi della narrazione, le parole per intestarsi il tema e un piglio determinato che altri non hanno. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Salvini è, in questo momento, il duro, e a giocare in effetti è quasi soltanto lui.

Come se non bastasse, e tre! A Roma arrivano gli arresti, e in carcere finisce quel Lanzalone, messo a capo della municipalizzata Acea, che all’ombra del Campidoglio risolve i problemi per conto della giunta Raggi. Sul piano politico, per l’amministrazione capitolina è un disastro. Dico sul piano politico, perché le inchieste giudiziarie imboccano spesso strade destinate a rivelarsi in seguito sentieri interrotti. Ma anche se il sindaco di Roma non c’entra nulla nelle condotte del suo assessore de facto allo stadio, non è certo una prova di efficienza, di conoscenza delle cose e di buon governo, quella che l’inchiesta restituisce. Se poi ai Cinque Stelle gli sfili – o almeno gli macchi – la bandiera dell’onestà, gli comprometti il linguaggio-macchina su cui gira il software del Movimento.

In queste condizioni, c’è da meravigliarsi che sia la Lega a indicare la via? Che le posizioni su fisco, immigrazione, Unione Europea siano dettate da Salvini, e che i ministri 5 stelle non abbiano quasi voce in capitolo (e, quando ce l’hanno, è sovrastata dal leader leghista)? Di Maio si è riservato i temi scottanti del lavoro e delle crisi industriali. Ha promesso il reddito di cittadinanza, che però va per ora rinviato, per ragioni tecniche (la riforma dei centri per l’impiego) e finanziarie (la gran quantità di risorse necessarie, se almeno lo si vuole dare all’intera platea dei possibili beneficiari). Prima che i Cinque Stelle possano sventolare qualche risultato tangibile, insomma, ne passerà di tempo. E intanto, sull’altro cavallo di battaglia del Movimento, la democrazia diretta: trovatelo un solo elettore disposto ad appassionarsi per cose come i referendum o il vincolo di mandato.

I media, naturalmente, seguono. Non è che Salvini è bravo, è che in questa fase (e finché non tornano le ragioni dell’economia) sono i temi leghisti a fare egemonia, come si sarebbe detto una volta. I dati forniti da Mediamonitor lo confermano: sui mezzi di informazione, Salvini è molto più presente sia del premier Conte che di Di Maio.

A questo punto, il leader del Carroccio ha un solo, vero problema: quello di non compromettere troppo presto l’equilibrio di governo. Ma finché i grillini porteranno pazienza, e Di Maio si contenterà di abbozzare per tenere unito il Movimento, la navigazione procederà così, almeno fino alla legge di Stabilità, e forse anche oltre: con Salvini a tracciare la rotta, e i grillini sottocoperta a remare.

(Il Mattino 15 giugno 2018)