Se stare dalla parte giusta è come indossare una divisa

luciaborsellino-975x310«Non capisco l’antimafia come categoria»: così dice Lucia Borsellino, nell’intervista rilasciata a «Repubblica», subito dopo avere lasciato la Giunta regionale siciliana. Dimissioni in qualche modo attese, nel senso che il disagio raccontato dalla figlia del giudice Borsellino data ormai da alcuni mesi. Ma non fa per questo meno male ascoltare dalla sua voce la richiesta di non essere coinvolta nelle commemorazioni del 19 luglio, giorno in cui il padre Paolo perse la vita, ventitré anni fa, per un vile attentato mafioso, che fu capace di scuotere le fondamenta stesse della prima Repubblica.

Lucia Borsellino lascia per dissapori, incomprensioni, per un «abbassamento di tensione anche morale» nel governo siciliano; perché si sono persi di vista gli obiettivi, aggiunge ancora. Ma al di là delle specifiche vicende che l’hanno spinta a concludere anzitempo la sua esperienza politica, c’è anche, nelle sue parole, un allarme più generale, che concerne il significato di un impegno vero, rigoroso, intransigente, per la legalità. Lucia Borsellino lo dice con parole misurate e molto sobrie, ma non per questo meno nette. L’antimafia non può essere una categoria, dice, non può essere una sovrastruttura sociale, la divisa che qualcuno indossa e con la quale esercita con lucro economico o politico una professione. A volte può bastare un cognome, Lucia Borsellino lo sa e non lo può consentire. Lo sa perché ha fatto esperienza di cosa significhi essere tirati da una parte o dall’altra in virtù del solo fatto di portare un cognome. Di certo non significa combattere la mafia: non può anzi esserne nemmeno il surrogato. Proprio non funziona, non è così che si fa e in ogni caso non è così che Lucia Borsellino vuole fare.

Se ne va, dunque, ma restano le sue parole e la sua amarezza, e con quelle bisogna fare i conti. Perché invece di andare con la memoria a Sciascia e alla ruvida polemica contro i professionisti dell’Antimafia, che viene richiamata ogni qual volta occorre dire che tutti, anche i più esperti conoscitori di cose di mafia possono sbagliarsi, è forse più sensato allineare qualche altro segnale a fianco di quello mandato da Lucia Borsellino con le sue dimissioni.

Perché di segnali ve ne sono, purtroppo. Cosa infatti si deve pensare della questione di recente sollevata dal Presidente dell’Anticorruzione, Raffaele Cantone, a proposito della gestione dei beni confiscati alle mafie? Il minimo che si deve pretendere, al riguardo, è che allo Stato riesca di amministrare quei beni meglio di quanto non facciano le organizzazioni criminali. Ma va davvero così? No. E sulla materia degli incarichi agli amministratori giudiziari è un eufemismo dire che l’incertezza regna sovrana. Quel che in effetti regna è una gestione opaca, sia nella determinazione dei compensi che negli affidamenti degli incarichi, con risultati che dal punto di vista della redditività del bene lasciano molto a desiderare (altro eufemismo). Ma il rischio che l’Antimafia significhi spartirsi tra pochi la gestione dei beni che lo Stato sottrae alle mafie esiste eccome. Lo ha capito per tempo il ministro Orlando, che ha predisposto un calmiere delle tariffe, ancora però in attesa di un parere del Consiglio di Stato.

Altro, brutto segnale è giunto in queste ore. L’ex componente dell’Antimafia ed ex parlamentare, Lorenzo Diana – molto noto, come recitano le Agenzie, per il suo impegno e la sua lotta contro i clan, tanto da essere citato da Roberto Saviano nel suo «Gomorra» dalla parte giusta – è indagato dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli per concorso esterno in associazione mafiosa, per una storia di appalti alla cooperativa Concordia. Una storia clamorosa, che forse si sgonfierà presto e che in ogni caso non autorizza nessuno a  pronunciare o anche solo insinuare giudizi di colpevolezza. Ma colpisce il commento di Diana: «Mi sembra – ha detto – di essere tra un sogno e Scherzi a parte». Questo commento può significare, purtroppo, due cose: la prima, che l’accusa è talmente improbabile che non ci si può credere; la seconda, che è talmente improbabile che un simbolo della lotta alle mafie sia inquisito che non ci si può credere.

Non è la stessa cosa, perché nel secondo caso quelle parole indicano, volenti o nolenti, proprio ciò che Lucia Borsellino dice di non poter capire: come l’Antimafia sia divenuta una sovrastruttura, cioè una copertura simbolica che abilita alcuni e solo alcuni a sostenere certe parti, accendendo un’ipoteca morale su chiunque provi a metterle in discussione.

Lorenzo Diana ha ricevuto nel 2008 il Premio Borsellino per il suo impegno. Il premio è sicuramente meritato. Sull’uso del cognome vale per tutti l’avviso della figlia Lucia.

(Il Mattino, 4 luglio 2015)

Quel nesso tra sovranità e democrazia

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Il titolo non lascia spazio a dubbi: l’ultimo libro di Biagio De Giovanni è un «Elogio della sovranità politica» (Editoriale Scientifica, pag. 330, € 20). E poiché, secondo l’Autore, l’attacco alla sovranità indebolisce complessivamente l’azione politica, manca poco che il libro non sia un elogio della politica tout court. Ce n’è bisogno? Certo che ce n’è bisogno. Non v’è chi non veda infatti quanto la politica non sia solo screditata, ma sempre meno efficace nella capacità di governare le cose degli uomini. Di solito si pensa che sia inefficace perché screditata, cioè corrotta e autoreferenziale. Se ci si sposta sul piano teorico, e si guarda la storia dei concetti – il libro di De Giovanni aiuta a farlo in maniera magistrale – si capisce che è piuttosto vero il contrario: è sempre più inefficace e quindi screditata, più facilmente distolta dai suoi veri compiti e piegata ad interessi personali, non avendone di più alti da servire.

Ripensare la sovranità ha dunque anche il significato di restituire alla politica la sua grandezza, il suo vero formato (almeno in idea). La sovranità è stata infatti la pietra dello scandalo del pensiero politico novecentesco. Ogni sforzo è stato fatto per ricondurla a «potente arbitrio, nemico del diritto», come scrive De Giovanni. Tutto il male, tutte le tragedie del secolo dipenderebbero cioè dalla sopravvivenza di questo arcigno residuo politico-teologico, e tutto il bene verrebbe invece dalla sua eliminazione. A questa veduta L’Autore oppone un’obiezione semplice ma decisiva: fra sovranità e democrazia vi è un nesso, rinsaldatosi storicamente dentro le forme dello Stato moderno, che si fa fatica a non considerare indissolubile. Ci si rende dunque conto che, attaccando la sovranità, si mette in pericolo la democrazia? Ebbene, il salto all’attualità è, forse, un po’ troppo brusco, (ma forse no, se si considera che il pensiero neo-costituzionalista, che oggi impazza, è tra gli obiettivi polemici del libro) – ad ogni modo: non è forse un problema, un problema di democrazia, di «potere del popolo» e non dei giudici, se, dopo l’introduzione del pareggio in bilancio in Costituzione, e dopo un paio di sentenze della Corte costituzionale, prima sulle pensioni, ora sul blocco degli stipendi pubblici, i margini di intervento per l’Esecutivo in materia di politica economica vanno palesemente restringendosi dentro il poco spazio concesso dall’attività interpretativa della Corte? E che dire poi del livello sovranazionale? Non sottrae anch’esso sovranità agli Stati? E come giudicare questo processo, se al più alto livello su cui si sposta la decisione non interviene il soccorso di una vera legittimazione politica? E a chi la si potrebbe chiedere, in mancanza di areopaghi internazionali, o in dubbio circa la loro efficacia, se non ancora agli Stati nazionali? Non è da essi e per essi che i popoli si sentono rappresentati?

Ma De Giovanni ha scritto anzitutto un libro di teoria politica. Che, per quanto aiuti a proporre simili domande, rimane attestato su un livello più alto di confronto teorico. Resta però l’intento polemico, rivolto sia verso gli uni, che paiono non avere chiara consapevolezza di ciò che all’invenzione della sovranità si è potuto storicamente legare, che verso gli altri, cioè verso quanti non nutrono vera preoccupazione per le sorti della democrazia giuridico-liberale,la sola che abbiamo finora potuto realizzare, a cui oppongono velleitariamente un’altra, dai contorni tuttavia imprecisati.

È bene allora dar conto anzitutto di questa intenzione, perché tutto il resto – la presentazione storica dell’emersione del principio di sovranità tra Bodin e Hobbes; la sua  costruzione come forza e forma di mediazione reale da Rosseau a Kant a Hegel; gli «spostamenti laterali» su terreni non propriamente politico-giuridici, con Freud e Kantorovicz, e gli equivoci connessi; il dibattito italiano, e quello tedesco, sulle forme del costituzionalismo; il falso dilemma Kelsen-Schmitt; la grande ondata decostruttiva alimentata con i pensieri di Marx, Nietzsche, Foucault, giù giù fino ai giorni nostri – tutto il resto, che pure è tanto, è però inserito in un percorso non cronologico ma concettuale che quella polemica sostiene.

Con chi dunque polemizza De Giovanni? Da una parte contro i cantori dello jus senza più fonte sovrana, il cui catalogo di diritti finisce però col «volteggiare per l’aria, più astratto di ogni giusnaturalismo del passato» ; dall’altra contro l’ondata della biopolitica, che immagina di liberare la vita da ogni sovrastruttura di regole. Agli uni e agli altri De Giovanni rimprovera fermamente di aver ridotto indebitamente la sovranità a un puro nodo di potere e arbitrarietà, e in questo modo di aver gettato alle ortiche il più potente principio di costruzione politica che la modernità aveva saputo, nei secoli, affinare. Per sostituirlo con cosa, questa è la desolata considerazione finale, non è più chiaro a nessuno.

(Il Mattino, 1 luglio 2015)

Quel misterioso secondo in più

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Se Madre Terra rallenta, toccherà aspettarla. Non è la prima volta: non sarà l’ultima: poiché i nostri orologi si regolano sulla rotazione della Terra intorno al suo asse, e poiché il nostro Pianeta impiega non ventiquattro ore esatte per compiere il suo giro, ma qualche millesimo di secondo in più, pazienta un anno, pazienta due, a un certo punto i sacerdoti internazionali delle misure astronomiche terrestri hanno imposto agli orologi atomici, e di conseguenza anche ai nostri, lo stop di un secondo, scontato coi rintocchi della scorsa mezzanotte.

Cosa però accade davvero, in quel secondo intercalato fra la fine di un giorno e l’inizio di un altro? Nulla di singolare, in realtà: chi dormiva ha continuato a dormire, e chi per qualunque ragione era sveglio avrà continuato a vegliare. I computer e tutti gli altri marchingegni che hanno un timer incorporato erano stati per dir così avvisati, e si sono messi rapidamente in pari. Solo se stanotte fosse accaduta la favola di Cenerentola, le conseguenze avrebbero potuto essere rimarchevoli: forse la fanciulla avrebbe fatto in tempo a recuperare la scarpetta in un secondo, e così non vi sarebbe stato nessun nuovo incontro col principe azzurro.

Ma, favole a parte, di solito va così: se noi rallentiamo, gli orologi continuano imperterriti a battere il tempo. Se invece rallenta la Terra, sono gli orologi a doversi adeguare. Perché? Perché in questione non è il tempo, ma un rapporto fra movimenti, quello della Terra, e quello degli orologi. E finora c’è venuto comodo di regolare il secondo sul primo, e non viceversa. Questo tempo, diceva il filosofo francese Bergson, è però interamente spazializzato: di «propriamente temporale» non ha nulla. Con esso noi stabiliamo solo che quando un certo corpo (la Terra) si trova in una certa posizione, la lancetta si trova in un certo punto del quadrante: per gli usi ordinari della vita basta e avanza. Da Einstein in poi, l’immagine scientifica del tempo si è però maledettamente complicata: non c’è più alcun tempo «assoluto, autentico e matematico» che scorra «uniformemente e indipendentemente da qualsiasi riferimento ad oggetti esterni», come credeva Newton, e come noi siamo tuttora abituati a pensare, ma anche nelle complicazioni della fisica contemporanea quello del tempo rimane un problema di misura, di relazioni fra grandezze, di rapporto fra moti e posizioni nello spazio. Certo, per la più gran parte degli uomini è divenuto misterioso quello che la fisica ci insegna, che cioè lo scorrere del tempo possa rallentare o accelerare a seconda della velocità con cui si sposta l’orologio che lo misura; ma per i filosofi, da Agostino in poi, è ancor più problematico anche solo capire cosa significhi «scorrere», in relazione al tempo: dov’è che il tempo scorre, o trascorre? Dove si raccoglie, se si raccoglie, il tempo trascorso?

Mentre i fisici facevano la loro rivoluzione, anche i filosofi contemporanei – Heidegger e Derrida, in primis – hanno provato a fare la loro, cercando di mettere in dubbio il primato del «presente», cioè l’idea che «essere» significasse sempre e soltanto «esser presente», sicché tutto quel che c’è, c’è e non può esserci se non «presentemente».  Erodere un simili primato non ha significato dire che in qualche modo anche il passato e il futuro ci sono, ma al contrario che nulla, nemmeno ciò che è ora presente, c’è mai veramente del tutto, pienamente e assolutamente.  È venuto giù il cielo, cioè quella dimensione che i filosofi hanno provato a pensare come ciò che non passa, mentre tutto passa. «Ogni cosa nel cielo intelligibile – diceva il filosofo Plotino  – è anche cielo, e lì la terra è cielo, come lo sono anche gli animali, le piante, gli uomini e il mare». Il cielo intellegibile di Plotino era appunto il presente eterno, che contiene tutto il tempo e ogni cosa che passa. Da quando non c’è più, le cose passano senza un cielo in cui possano tutte raccogliersi e radunarsi. Il nostro tempo non è ormai che un infinito spreco di tempo.

Cosa rimane, tuttavia? Rimane il desiderio di un’altra esperienza del tempo. Nella sua brevissima Storia dell’eternità, Jorge Luis Borges l’ha descritta come una sorta di piccola eternità in formato tascabile, di cui si ha improvvisa, saltuaria percezione quando le cose – le case, una calma notte, un limpido muretto – tornano quiete, silenziose, identiche a come già una volta sono state. Lì, scrive Borges, il tempo si disintegra e si rivela un’illusione.

Forse la conclusione è frettolosa: è proprio quando il tempo non va subito via, ma si ferma e indugia un poco e quasi ritorna, e così riempie di senso un attimo della nostra vita, che se ne dà vera esperienza. Basta cioè l’esile intercalare di un secondo; ma dobbiamo mettercelo noi, più che l’International Earth Rotation di Parigi.

(Il Messaggero, 1 luglio 2015)

Ma i diritti sono più forti dei sondaggi

Acquisizione a schermo intero 30062015 152502.bmpRichard Posner, chi era costui? Era, anzi è, oltre che un filosofo del diritto, un giudice americano. Che il 4 settembre 2014, insieme a due suoi colleghi, ha dichiarato incostituzionali le leggi degli Stati dell’Indiana e del Wisconsin, che vietavano il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Una sentenza superata dal pronunciamento della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che la settimana scorsa ha reso legale il matrimonio gay in tutti gli Stati Uniti d’America. Sentenza storica. Obama ha salutato il verdetto dichiarando: «quando tutti gli americani sono trattati in maniera uguale, siamo tutti più liberi». Sono parole che non solo i gay, ma chiunque si consideri progressista sente di dover far proprie. Un sondaggio Gallup conforta peraltro la decisione presa dalla Corte: dal 1996 – anno dell’ultima «legge in difesa del matrimonio» – al 2014, quindi in soli dodici anni, gli americani favorevoli al matrimonio omosessuale sono passati dal 26% al 55%.

Da noi? Da noi, il sondaggio pubblicato ieri dal Mattino ci dice che le cose non stanno proprio così. Stanno anzi all’opposto: abbiamo anche noi il nostro 55%, ma di contrari al matrimonio gay (percentuale che sale al 67% tra i cattolici praticanti, mentre scende al 42% tra i laici). Proprio perciò non è inutile andarsi a leggere la sentenza del giudice Posner: non perché lui ci è arrivato prima, ma perché offre qualche considerazione in materia che merita di essere ripresa, per capire che paese siamo.

Dunque: cosa diceva il Wisconsin? Per prima cosa, che limitare il matrimonio agli eterosessuali fa parte della tradizione, e la tradizione «costituisce una valida base per limitare i diritti civili». Secondo, che va’ a sapere quali conseguenze potrebbero discendere dall’introduzione nell’ordinamento giuridico del matrimonio gay. Meglio, dunque, esser prudenti, e non far nulla. Terzo, che una simile decisione va presa democraticamente, a maggioranza. Quarto, e ultimo, che il matrimonio gay discende da quella stessa concezione dalla quale discende pure il divorzio senza colpa (perché semplicemente ci si è stancati di stare insieme), e produce dunque gli stessi effetti di indebolimento sul matrimonio tradizionale.

Non sono sicuro, ma guardando l’insieme delle risposte date dal campione esaminato da Ipr Marketing nel sondaggio commissionato dal Mattino, mi vien fatto di pensare che gli italiani sono contrari prevalentemente per il primo motivo e, in subordine, per l’ultimo. Non si tratta cioè tanto della volontà di negare diritti agli omosessuali, su questo c’è anzi una relativa apertura (non però sull’adozione gay, su cui le resistenze sono decisamente più forti); si tratta però di difendere l’istituto familiare: peccato che da questa difesa viene come conseguenza niente affatto secondaria che quei diritti risultino conculcati.

Il giudice Posner, comunque, quei motivi li respinge tutti e quattro. Con buone ragioni, che parafraso liberamente, e che credo siano utili anche al nostro Paese. Per cominciare, la tradizione non è per niente, in quanto tale, un buon motivo per limitare alcunché. Vi sono infatti anche tradizioni cattive, o insulse: se a tradizione non vi è modo di aggiungere «razionale» o almeno «ragionevole», non è il caso di dare ad essa alcuna, speciale autorità. In secondo luogo, non vi sono evidenze empiriche a sostegno della tesi che il matrimonio gay è pericoloso per le basi della società. In terzo luogo, democrazia non vuol dire rimettere tutto al giudizio della maggioranza. Le nostre sono democrazie liberali, che proteggono o dovrebbero proteggere un certo numero di diritti fondamentali anche dalle decisioni della maggioranza. Anzi: dovrebbero in materia di diritti fondamentali difendere anzitutto le minoranze, perché le maggioranze si difendono abbastanza bene da sole. In quarto e ultimo luogo, gli effetti sul matrimonio tradizionale vi saranno pure (vedi alla voce: secolarizzazione), ma siamo daccapo al punto primo: perché sarebbe preferibile una società fondata sul matrimonio tradizionale?

Fin qui, più o meno, Richard Posner. Altro si potrebbe aggiungere, sui timori di chi crede che si darebbe la stura a tutto (perché non la poligamia?), o che si snaturerebbe e infiacchirebbe l’identità di un popolo. Forse, tra gli italiani, circolano anche questi ancor meno razionali timori. Più probabilmente, è solo l’idea che una qualche naturalità dei rapporti morali (quindi anche matrimoniali) vada comunque difesa. Metto insieme tutte queste cose (che identiche però non sono), solo per dire ciò che in esse manca. Manca, in un Paese a sfondo tradizionalista e anagraficamente invecchiato, la fiducia che la storia sia non il luogo di una irreparabile perdita di sostanza, ma quello in cui invece si acquista qualche spazio di libertà in più per l’agire umano. La fiducia nel progresso, si sarebbe detto una volta, definito dal sempre maggior grado di eguaglianza e di libertà fra gli uomini.

La maggioranza degli italiani è contro il matrimonio gay? È una sensibilità di cui il legislatore deve tener realisticamente conto. Ma una sensibilità non è uguale a una ragione, né può essere più forte di un diritto.

(Il Mattino, 30 giugno 2015)

La strategia dell’incertezza

Acquisizione a schermo intero 30062015 153825.bmpLe elezioni regionali campane si sono tenute domenica 31 maggio. Ad oggi, a quasi un mese di distanza dal voto, non è chiaro quando la Campania avrà la sua nuova giunta regionale, e presieduta da chi. Dopo la sconvocazione della prima seduta del consiglio, prevista inizialmente per oggi, tutto rimane appeso alle decisioni di un giudice ordinario, innanzi al quale Vincenzo De Luca presenterà stamane ricorso perché la sospensione inflittagli a norma della legge Severino venga essa stessa sospesa nei suoi effetti, in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale (che dovrebbe – il condizionale, in questa vicenda, è d’obbligo – arrivare in autunno). Dunque: non c’è ancora un Presidente insediato e nel pieno dei suoi poteri, non c’è ancora la giunta, di nomina del Presidente, e non c’è neppure un vice Presidente; non sono state esposte le linee programmatiche del nuovo governo e il primo consiglio regionale è rinviato a data da destinarsi: c’è solo un giudice e un ricorso. Le istituzioni rallentano fino quasi a fermarsi, e tutti si rimane in attesa del pronunciamento del giudice. Qualcuno studia i precedenti, qualcun altro annuncia nuovi ricorsi e carte bollate, altri dichiarano e altri ancora tacciono. Ma siamo là: siamo a un giudice e ad un ricorso. Giudice ordinario, in una situazione invero straordinaria.

Che richiede forse qualche parola in più, da parte dei suoi protagonisti. Perché il mese precedente il voto, e il mese seguente, sono trascorsi all’insegna del «chi vince governa», detto da Renzi e rilanciato dal vincitore, cioè da De Luca. «Chi vince governa» significava: non c’è Severino che tenga. Ovviamente non era così. Tra qualunque vittoria e qualunque atto di governo ci sono un bel po’ di formalità da osservare: quelle formalità collocano la  vittoria politica nel perimetro disegnato  dalle disposizioni di legge. La Severino complica il quadro, ma non altera certo il principio. Questo era ben chiaro sia a De Luca che a Renzi. Ed entrambi hanno altrettanto chiaro che in questi giorni non stanno salendo il Golgota dei cavilli giuridici, ma stanno semplicemente provando a rimanere dentro i limiti dello Stato di diritto.

Cosa dunque non era chiaro, o non è stato debitamente chiarito? Non che la candidatura di De Luca era contro la legge: anzi. De Luca era eleggibile ed è stato eletto. Ma c’è poco da fare: ad esser conseguenti, la volontà di eleggerlo doveva contenere anche la volontà di procedere al superamento della Severino. In realtà, l’ex sindaco di Salerno lo ha detto chiaro e tondo: il problema non sono io, ha ripetuto svariate volte, e non si tratta di fare un favore a me; il problema è la Severino e si tratta di fare un favore al Paese, cancellando una legge incostituzionale. Naturalmente, le dichiarazioni di incostituzionalità non spettano a De Luca, ma alla suprema Corte. Il punto è però politico: può un partito acconsentire a una candidatura, senza acconsentire al significato e alle conseguenze che discendono dalla presentazione di quella candidatura? No, se è un partito serio.

Questa domanda si ripropone anche oggi, e va rivolta anche a Renzi. A Renzi, cioè al Presidente del Consiglio che ha firmato la sospensione dopo avere chiesto e ottenuto il parere dell’Avvocatura dello Stato, che gli lasciava margini per un decreto che consentisse a De Luca di procedere alla nomina della giunta e del vice-Presidente, così da assicurare da subito la funzionalità dell’istituzione regionale. Come ieri, nella candidatura di un condannato in primo grado per abuso di ufficio, così oggi, in quei margini interpretativi lasciati aperti alla decisione di Renzi, stava un punto politico che il Premier non ha voluto o potuto affermare.  Di più: Renzi ha menato vanto di non averlo fatto. In realtà, ha così riconosciuto di essere sotto scacco, non so se dell’opinione pubblica o delle denunce e della raffica di ricorsi promessi da esponenti dell’opposizione. Nell’uno e nell’altro caso, ha rivelato questa volta di non avere la forza politica necessaria per dar seguito al parere che pure aveva richiesto. Questa forza era però necessaria, così come è stata necessaria a De Luca per candidarsi, per vincere le primarie del Pd, per vincere poi le elezioni. Nel percorso dell’ex sindaco di Salerno c’è una coerenza che non si ritrova invece nei tentennamenti del partito democratico, che sembra stare sempre un passo indietro la necessità del momento: voleva o non voleva De Luca governatore? Chi lo sa. Vuole o non vuole la Severino? Neppure questo è più chiaro. Vuole o non vuole che adesso De Luca governi? Mistero senza fine bello.

C’è però anche per De Luca qualche chiarimento da dare. Perché è ormai evidente che non erano tutte «palle» quelle di chi temeva l’empasse, come lui ha ripetutamente dichiarato. Nell’impasse ci siamo, e anche se forse ne usciremo a breve, non resta meno vero che a dire più di una panzana, su questa vicenda, è stato lui. La più grande è stata lasciare intendere che tutto sarebbe andato e andrà come previsto. Non era previsto un bel niente: la mancata presenza il giorno della proclamazione, la sospensione prima della seduta del consiglio, la convocazione e il mancato insediamento, l’assenza a un mese dal voto di un Presidente o di un vice Presidente in carica. E però, se c’è una cosa di cui c’è massimamente bisogno, specie in territori che con la legalità hanno qualche problema, è la prevedibilità del corso istituzionale. Al momento, il consigliere anziano Rosetta D’Amelio ha sconvocato il consiglio, sperando che il giudice ordinario faccia presto. Sperare si può, ma sperare significa, per definizione, lavorare in condizioni di incertezza: giusto il contrario di quel che ci vuole a un’istituzione per funzionare come si deve.

(Il Mattino, 29 giugno 2015)

I cento complotti di De Magistris

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Dopo i Protocolli dei Savi Antichi di Sion, le scie chimiche e il falso allunaggio, nella classifica dei complotti più famosi al mondo, o almeno sotto il Vesuvio, entra di prepotenza quello ordito ai danni del sindaco di Napoli. Se Elvis Presley inscenò la sua morte, e i rettiliani governano occultamente il mondo, non sarà che tutto l’ambaradan della legge Severino sia stato architettato al solo scopo di fregare Luigi De Magistris? Questo almeno lascia intendere il sindaco, nell’intervista rilasciata ieri a questo giornale. Chi ha scritto infatti la legge Severino? Il ministro Severino, e chi sennò? E da chi era difeso Romano Prodi, parte civile nel processo che ha portato alla condanna di De Magistris? Dallo studio legale Severino. Due più due fa quattro, e la prova è data. In realtà, con questi argomenti, due più due può fare qualsiasi risultato. La legge Severino è firmata effettivamente dal ministro della Giustizia del governo Monti, però è stata voluta anzitutto dal ministro dell’Interno Cancellieri, e redatta insieme al ministro della Funzione Pubblica Patroni Griffi: tutti complottardi? Evidentemente sì.  Quanto al non piccolo particolare che la condanna in primo grado di Giggino è intervenuta dopo la legge, non prima, che ci vuole a sistemare le cose? Basta immaginare trame nascoste e segrete cospirazioni, e si può facilmente supporre che il giudizio della magistratura sia stato abilmente orchestrato a danno del malcapitato Sindaco.

Ma non finisce qua. Perché De Magistris ne ha anche per Raffaele Cantone. In passato, ‘o  Sinnaco ha lanciato sassi contro il Quirinale, quando vi sedeva Giorgio Napolitano: volete che si fermi davanti all’Autorità Nazionale Anticorruzione? La quale Autorità si era pronunciata contro la nomina di Raffaele Del Giudice alla guida di Sapna (la società provinciale che gestisce il ciclo dei rifiuti), e il collegio sindacale di Sapna aveva sostenuto il parere dell’Anac. Ebbene, chi presiedeva il collegio sindacale di Sapna? Ma Michele Cantone, fratello di Michele. Tutto torna, dunque, e la cospirazione è provata. La verità ha poi trionfato ugualmente perché il complotto è stato smascherato dal Tar, ma De Magistris non può star zitto lo stesso, perché De Magistris «non molla mai». Pure qui, in realtà, c’è un particolare che non torna: Michele Cantone si astenne dalla redazione del parere citato da De Magistris, per evitare illazioni. Ma di nuovo: se stai ipotizzando che il mondo ce l’ha con te, questi sono dettagli che lasci a qualche Azzeccagarbugli, tu sei il sindaco che scassa tutto, puoi ben evitare di curartene.

E così De Magistris continua a dare di sé il ritratto che a suo dire piace tanto ai napoletani: quello del Sindaco che a mani nude lotta contro i poteri forti, i poteri occulti, le trame di Palazzo (anche se nel Palazzo lui siede ormai da un bel po’). E così, mentre dice «basta con la storia del soggetto isolato», dice pure che però lui è «l’unico riferimento istituzionale in circolazione»; mentre parla di «autorevolezza nazionale» restituita alla città, se la prende con l’Autorità nazionale anticorruzione, e, en passant, con qualche ex ministro ed ex Presidente del Consiglio. C’è contraddizione? Tanto peggio per la contraddizione!

Tutto ciò ha però una precisa coerenza: il sindaco della gente, senza partiti alle spalle, non può sedersi a un tavolo come un politico qualsiasi e fare l’accordo con il Pd. Non ci sono le condizioni, ripete. «La mia forza non è quella di essere il sindaco di centrosinistra», insiste. E mentre lo dice lascia intendere che in realtà una condizione c’è, ed è quella che ha messo lui: se proprio il partito democratico non sa che pesci pigliare, può mettersi in coda e sostenerlo. «Ben venga»! Basta, ovviamente, che il Pd venga così: con il cappello in mano. O magari in ordine sparso.

Su questo, peraltro, De Magistris ha ragioni da vendere: veramente il Pd non sa, al momento, a che santo votarsi. È vero, manca ancora un anno alle elezioni comunali, ma già si capisce che per ogni nome che vorrà tirar fuori, si troverà certo qualcuno disposto a impallinarlo. Dopo il disastro delle primarie del 2011, e il fallimento del Prefetto Morcone, andare appresso a De Magistris significherebbe però certificare questo stato, ammettere che, nel frattempo, non è maturata alcuna proposta politica seria. Può essere che non ci sia altro da fare. Del resto, alla Regione c’è ora De Luca, che nella sua Salerno il simbolo del Pd non ha voluto vederlo nemmeno col cannocchiale: a che serve proporlo allora a Napoli?

Già: a che serve? A che servono i partiti? Qualcuno ancora, ostinatamente, se lo chiede. Ma, ovviamente, tocca ai partiti dimostrare che a qualcosa servono: non certo a De Magistris. E forse nemmeno a De Luca.

(Il Mattino, 27 giugno 2015)

Se il premier prende il gessetto e la maggioranza impara la lezione

174917526-939a51a4-c385-4c08-92ab-94ab2dc39a39-420x133Con la fiducia al Senato, la riforma della scuola del governo Renzi si avvia a diventare legge dello Stato. Alla Camera, infatti, i numeri non sono ballerini e sorprese non ce ne saranno. Chi ieri se le aspettava, o anche solo ci sperava, è rimasto deluso da un voto netto, in cui il Pd si è mostrato persino più compatto del previsto. Eccezion fatta per due o tre senatori che non hanno partecipato al voto, e che paiono decisamente propensi ad unirsi a Pippo Civati, già uscito dal Pd, i democratici hanno dimostrato che la tenuta della maggioranza è assicurata anche su materie dove molto forte è la frizione interna, e sulle quali probabilmente hanno perso non pochi consensi, alle scorse elezioni regionali. Un segno di salute del governo, qualunque cosa si pensi della legge.

Non è stato, in verità, un passaggio semplice. Basta leggere l’intervento del senatore Miguel Gotor, tra i più vicini alla Ditta che fu di Bersani. Gotor, come molti altri della minoranza interna, ha voto sì alla fiducia per evitare, sono state le sue parole, che si aprisse una «crisi politica e istituzionale senza precedenti» (cioè che si andasse al voto), ma giudica questa «la peggior fiducia possibile» alla quale si è risolto «con un crescente disagio, misto a delusione e persino rabbia». Più duro di così c’è solo il voto contrario, ma il voto contrario non c’è stato.

Nel merito, Gotor può lamentare che la legge non fa nulla sulla dispersione scolastica, o che non si è messa mano ai cicli scolastici, ma ha purtuttavia dovuto riconoscere che nel lavoro parlamentare diversi aspetti controversi del testo sono stati modificati, o almeno smussati, e anche se lo considera un «mediocre intervento legislativo», invece di una vera riforma, ha dovuto prendere atto che siamo dinanzi ad un cambiamento deciso dell’organizzazione del sistema dell’istruzione, quasi brusco.

Questa presa d’atto è forse il più chiaro significato politico del voto di ieri. Renzi governa, e non ha nessuna intenzione di mollare la presa, o di rallentare il passo. I conti si faranno alla fine, ma dinanzi agli elettori Renzi vuole presentarsi con un carniere di riforme pieno. Agli avversari interni non resta, appunto, che prenderne atto. Il governo non cade per un incidente parlamentare, o per la defezione di un pezzo del Pd: chi ci contava ha in realtà già lasciato o sta per lasciare il Pd, ma i numeri sono comunque dalla parte del governo. A quest’ultimo appuntamento Renzi non si presentava certo nel momento di massima forza: il mondo della scuola gli si è fatto avverso, i sindacati gli hanno proclamato contro uno sciopero generale e ancora ieri gli insegnanti erano in piazza. Le opposizioni scalpitavano e i grillini non hanno certo perso tempo nel tentativo di ergersi a rappresentanti degli insegnanti e degli studenti delusi dalla sinistra. Per di più, nel voto regionale non sono state tutte rose e fiori, per il Pd. Però le cose sono andate come sono andate: Renzi ha tirato dritto e la maggioranza lo ha seguito. In effetti, il Nuovo Centrodestra ha non poche gatte da pelare (vedi il caso Castiglione) e soprattutto pare tenuto insieme quasi solo dalla presenza nelle istituzioni: difficile dunque che provi a sfilarsi. Non lo farà ora e non lo farà nei prossimi mesi. Quanto al Pd, il vero smottamento si è prodotto in realtà nelle file della sinistra interna, perché all’intransigenza un po’ rancorosa della vecchia guardia di D’Alema e Bersani, sempre più inascoltata, si è sostituita la formazione dialogante dell’area guidata dal ministro Martina e da Cesare Damiano, che pur con tutti i distinguo non intendono affatto essere d’intralcio al governo. Sono gli ultimi arrivati al fatidico momento della presa d’atto: Renzi non è un energumeno estraneo al Pd, lo scassinatore irriguardoso della tradizione della sinistra; è invece colui che ne interpreta la proposta di cambiamento. Respingerla in toto, come ha fatto due giorni fa Fassina, significa uscire dal Pd.

Dunque la nave va, e il suo timoniere può giocarsi una nuova partita, quella delle riforme istituzionali che in corso d’anno, con la legge sul nuovo Senato, proverà a chiudere. Poi, forte del bottino di credibilità conquistato sin lì, proverà a dare una sterzata anche sul quadrante europeo, dove si gioca la vera partita dei conti pubblici italiani. Solo dopo comincerà a pensare al voto, magari aiutato dai primi, timidi segnali di ripresa.

Dall’altra parte del campo di gioco, è ancora presto per dire se davvero Matteo Salvini riuscirà a prendere la guida del centrodestra. Ma intanto è lui che sembra disegnare i crinali lungo i quali si divide oggi l’opinione pubblica, cioè in tema di sicurezza e di immigrazione. L’altro discrimine, quello contro la casta e contro la corruzione, è presidiato con i toni giustizialisti che le sono propri, dall’altra opposizione, quella a cinque stelle. Al Pd,  tocca il compito  di tracciare la sua linea di demarcazione, e provare ad imporla presso l’opinione pubblica. Nelle settimane scorse, tra «mafia capitale» e liste di impresentabili, sbarchi di profughi e paure di uscita dall’Euro della Grecia, se ne era perso il segno. Ieri Renzi ha ripreso in mano il gessetto ed è tornato con decisione alla lavagna. E la maggioranza ha appreso la lezione.

(Il Mattino, 26 giugno 2015)