Camorriste vere e finte, i modelli di Scianèl

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Nel canale «Crime+Investigation», sulla piattaforma Sky, c’è spazio anche per le storie di camorra. Da stasera vanno infatti in onda tre puntata di una mini-serie, «Camorriste»: «uno sguardo senza precedenti sulla vita di alcune donne che hanno fatto parte della camorra». Donne che non vivono all’ombra dei loro uomini, ma che assumono posizioni di responsabilità all’interno dei clan. Donne che sparano, donne che tradiscono o sono tradite, che scontano in carcere la loro pena fino in fondo o che collaborano con la giustizia, rompendo tutti i legami con il mondo di origine.

«Crime+Investigation» è un canale dedicato interamente al «real crime», cioè a crimini realmente verificatisi. Ci sono i criminali seriali, le violenze domestiche, i rapimenti, i casi irrisolti: tutta la cronaca nera che un tempo appassionava i lettori di rotocalchi viene oggi riversata in tv, a uso dello spettatore che conosce già il formato tipico dei canali tematici dedicati alla storia, oppure allo sport, o all’arte. Solo che al posto del grande atleta, o del personaggio storico, del museo o di qualche altra attrazione ci sono tre camorriste, che raccontano «per la prima volta, senza intermediari» la loro vita all’interno dei clan. La novità sta appunto nel fatto che si tratta di donne: siccome nell’immaginario collettivo la delinquenza è ancora soltanto maschile, far parlare le camorriste significa mostrare uno spaccato abbastanza inedito di quel mondo. Ma, quanto alla forma, la serie segue il canone imperante: voce off, testimonianze dei protagonisti, riprese documentaristiche di ambienti e luoghi, e infine ricostruzioni attoriali per la drammatizzazione della cronaca.

È interessante tuttavia che, nella presentazione del nuovo programma, si faccia notare che compaiono tra gli intervistati anche magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine. «Camorriste», ci viene assicurato, «sottolinea anche gli sforzi compiuti e i successi ottenuti dallo Stato per contrastare la criminalità organizzata». Ora, da dove viene questa sottolineatura, se non dal confronto con «Gomorra-la serie»?

In realtà, il confronto è abbastanza improponibile. E non certo perché in questa mini-serie c’è spazio anche per i buoni, mentre nel racconto di «Gomorra» gli autori li hanno deliberatamente tenuti fuori. Ma perché, tanto per cominciare, «Camorriste» non è nemmeno una serie in senso stretto, se per serie s’intende non un seguito di episodi finiti e conclusi, che cominciano e finiscono ad ogni appuntamento, ma un’unica narrazione che si snoda di puntata in puntata, aprendo alcune porte e chiudendone altre, in uno sviluppo che rimane però unico e unitario.

Quel che «Gomorra» e «Camorriste» hanno in comune è solo la materia criminale. Ad onta però del fatto che «Camorriste» racconta storie vere – anzi: proprio per questo motivo – non ha bisogno di produrre un effetto di realtà. Sembra un paradosso ma non lo è: «Gomorra-la serie» è dichiaratamente fiction, costruita secondo i canoni dello spettacolo televisivo, nelle riprese, negli effetti sonori, nelle musiche. Proprio perciò deve essere pignola nei dettagli, maniacale nelle ricostruzioni, e offrire in ogni inquadratura una densità di significato che invece le immagini più slabbrate di «Camorriste» non posseggono. Si tratta, infatti, in questo secondo caso, di circostanze e storie vere, e dunque: dalla recitazione al materiale di scena, dall’uso della lingua alle luci, tutto può essere un po’ più inaccurato.

Lo stesso si dica dei personaggi: quelli di «Gomorra-la serie» sono finti, dunque devono assolutamente essere credibili. Le donne di «Camorriste» invece sono donne vere, e dunque possono fare a meno di convincere ed avvincere. Sono proprio loro, con i loro nomi e cognomi, anche se non sempre possono essere mostrate in volto (alcune sono sotto protezione) e devono nelle riprese farsi sostituire da attori. Il che, evidentemente, rende per principio poco credibile e per niente spettacolare la scena interpretata.

Dopodiché ci si può domandare che cosa dia a conoscere meglio il fenomeno camorristico, se una serie spettacolare come «Gomorra», oppure una produzione documentaria come «Camorriste». Se funzioni di più la sceneggiatura realistica o la realtà sceneggiata. Donna Imma, la moglie del boss Savastano, o Cristina Pinto, la guardia armata del capoclan Pennella? Scianèl, che comanda una piazza di spaccio, o Anna Carrino, sposa di uno dei Casalesi? È, in fondo, una domanda che si poneva già Aristotele, nella sua Poetica, quando confrontava la poesia e la storia. E dichiarava di preferire la poesia, più vera perché più universale della storia, essendo quest’ultima legata ai casi particolari. Ora, Aristotele nulla sapeva di camorra, ma forse tutti i torti non li aveva.

(Il Mattino, 24 maggio 2016)

 

Sotto quella bandana un bilancio da nascondere

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Un uomo solo al comando: a quindici giorni dal voto, i sondaggi danno in vantaggio il sindaco uscente, Luigi De Magistris. A distanza tutti gli altri candidati. Così d’altronde è iniziata questa campagna elettorale, e così probabilmente continuerà: con De Magistris avanti e gli altri a inseguire.

Sull’entità del distacco fra il primo cittadino e tutti gli altri si deve essere tuttavia molto più prudenti, perché i sondaggi premiano la popolarità di Giggino, ma non registrano con altrettanta efficacia peso e composizione delle liste, che invece in questa sfida amministrativa contano eccome. Non che De Magistris non vi abbia pensato: se infatti cinque anni fa si presentò con quattro liste a sostegno, questa volta invece le liste sono salite a quattordici (salvo perderne quattro per irregolarità formali). Più che indicare una crescita del consenso, il dato segnala però la necessità di raccogliere voti attraverso il rapporto personale dei candidati col territorio, rinforzando possibilmente la squadra anche con transfughi di altri schieramenti. C’è molto poco di cultura politica e di partito, in questi processi, ma tant’è: tutti vi si sono adeguati, e al giudizio degli elettori si presentano in centinaia. Con De Magistris, ma pure con Lettieri e Valente. Fanno eccezione i grillini, il cui consenso segue altre, più collettive strade, come accade a tutti i movimenti politici nelle fasi iniziali.

Lo stesso ragionamento vale ovviamente per le elezioni circoscrizionali: anche in quel caso ci sarà sicuramente un effetto di trascinamento delle truppe di complemento sulla sfida principale, per l’elezione diretta del sindaco. Sotto quest’aspetto, dunque, i principali contendenti, e schieramenti, si somigliano parecchio.

Se questo è vero, allora la partita è molto più equilibrata di quanto i sondaggi non lascino pensare.

Ma non è l’unica considerazione che convenga fare. Il modo in cui De Magistris sta conducendo la campagna elettorale – toni forti e appassionati, per dirla eufemisticamente, e un nemico individuato non nei suoi avversari politici, ma a Palazzo Chigi –  indica la direzione che intende intraprendere, dopo il voto. E l’ambizione che lo spinge. Su questo giornale, Isaia Sales e Francesco Durante si sono soffermati, nei giorni scorsi, sui motivi del consenso di cui attualmente il Sindaco gode. È interessante che nelle loro analisi non stia in primo piano la qualità dell’azione amministrativa espressa. Quando Luigi De Magistris vinse, scassando tutto, si presentò con due tratti precisi, anche se uno soltanto si impose davvero: da una parte, il magistrato divenuto famoso per le inchieste sulla politica che lotta contro i poteri forti e spazza via il malaffare dei vecchi partiti; dall’altra, un recupero di efficienza amministrativa, di trasparenza, rigore e serietà. A consuntivo, il primo De Magistris si vede, il secondo risulta non pervenuto: qualcosa vorrà pur dire.

Per avere una solida pietra di paragone: Pierò Fassino – anche lui, come il sindaco partenopeo, in cerca di riconferma nella sua città – sta chiedendo voti in nome dei risultati ottenuti a Torino da lui e dalla sua giunta. Parla di bilancio, di investimenti, di quartieri risanati; De Magistris no: nulla di tutto questo. De Magistris ci mette il cuore e manda a cagare. E il risultato principale di cui ,e a vanto è la derenzizzazione, come se fosse un merito tenere Napoli fuori da qualunque circuito istituzionale.  Così, quel che lascia intravedere ha molto di più i lineamenti del suo personale futuro politico che quelli di un progetto di città. Napoli liberata da Renzi cosa mai farà, il giorno dopo il voto? Non si sa.

Il fatto è che lo spazio politico a sinistra, per il capopopolo del Vomero, c’è, mentre mancano altri attori credibili sul piano nazionale. La sinistra italiana di D’Attore e Fassina, del resto, è già alle prese con diatribe interne, e Il sindaco di Napoli sogna di usare la tribuna della terza città d’Italia per arrivare in Parlamento da pifferaio di tutte le opposizioni al premier.

Già, perché in un simile calcolo entra anche l’ipotesi che al voto si torni prima del previsto. Ma anche se si dovesse arrivare al 2018, De Magistris dovrà portare pazienza per un paio d’anni al massimo, con le scartoffie e le beghe amministrative negli uffici: poi, se ne potrà andare a recitare la sua parte di rivoluzionario parolaio su ben altri palcoscenici.

E forse è proprio questo retro-pensiero che spiega l’atteggiamento di Antonio Bassolino, che ha deciso di assegnarsi la parte del vincitore morale delle elezioni, anche se ha perso le primarie. Ovviamente, la politica non contempla una simile categoria di vincitori e non prevede simili copioni (posto che l’ex sindaco abbia titoli per interpretarlo). Così è più probabile che dietro le continue stilettate che infligge a quello che fu (è?, sarà?) il suo partito, c’è un cattivo augurio per i democratici: che se non fossero capaci di arrivare al ballottaggio e di sfidare il sindaco uscente, dovrebbero cedergli nuovamente il passo. Così probabilmente pensa Bassolino. Che evidentemente ignora come i vincitori morali altro non conseguano, in politica, che vittorie di Pirro.

(il Mattino, 22 maggio 2016)

Omelie noiose, preti a lezione di marketing

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Prima lettura, salmo responsoriale, seconda lettura, Vangelo. Poi tutti seduti, e microfono al prete: c’è l’omelia. E quando si arriva all’omelia, i fedeli si mettono comodi, si aggiustano sopra la panca, tirano su col fazzoletto oppure si voltano verso il fondo della Chiesa per dare un’occhiata agli ultimi arrivati, e si dispongono pazientemente ad ascoltare. Ci vuole pazienza, in effetti, e non solo perché immancabilmente la predica verrà lunga, ma perché il più delle volte il prete l’omelia non la sa fare. Certo, se sono fortunati, se cioè il prete ha seguito un corso di introduzione all’omiletica cristiana, ai fedeli riuniti può andar bene. Ma è raro. Il più delle volte sono lontani ricordi di seminario, e di tutta la straordinaria tradizione della retorica cristiana – passata dai primi Padri della Chiesa ai grandi predicatori medievali, dalla riforma cattolica del Seicento ai nuovi ordini religiosi fino alle pastorali morali e sociali degli ultimi due secoli – di tutto questo deposito immenso di parole è rimasto davvero pochino. E quel che è rimasto sembra a volte inservibile.

Così l’Ufficio liturgico nazionale, in collaborazione con quello Catechistico e con l’Ufficio per le Comunicazioni sociali, ha deciso di avviare una roba che ha chiamato «ProgettOmelia». Un progetto che a spiegarlo in parole povere suona così: i preti devono imparare nuovamente a fare le omelie, cercando possibilmente di farle meno noiose., meno verbose, meno stantie. Ma se a spiegare il progetto è il suo coordinatore, don Paolo Tomais, docente di liturgia alla Facoltà teologica di Torino e direttore dell’Ufficio liturgico dell’arcidiocesi subalpina, allora ecco di cosa si tratta: «Una delle sfide è come fare tesoro di alcune delle intuizioni del public speeching, del parlare in pubblico, proprie della comunicazione più orientata al marketing – commenta don Tomatis – senza assumerne l’idea di fondo, cioè ricercare un’efficacia da venditori d’asta».

Avete letto bene: don Tomatis mette insieme, uno dopo l’altro, il public speeching e il marketing, mentre sta parlando della parola del prete dopo la lettura del Vangelo «che cancella i nostri peccati», e la cosa – ammettiamolo – fa sobbalzare un poco. Suona moderno, molto moderno, aggiornato e innovativo: ma si sobbalza lo stesso. Ovviamente don Tomatis sa bene, e precisa subito, che non si tratta di vendere un prodotto: non si tratta di convincere il cliente o di fedelizzare il consumatore. Ma fa lo stesso impressione che vi siano tecniche moderne di comunicazione che i predicatori cristiani, quelli che dai pulpiti delle nostre Chiese hanno predicato per secoli, debbono imparare alla scuola dei pubblicitari. Così va il mondo.

Così va da un centinaio di anni almeno, a dar retta a Marc Fumaroli, critico d’arte tra i più illustri di Francia, uomo coltissimo e magnificamente reazionario, il quale non si capacità di quale straordinaria catastrofe si sia prodotto nel secolo scorso, a proposito di retorica e di un’intera tradizione di immagini, finita improvvisamente al macero. Se si vuole una data, Fumaroli ve la dà: è il 1913, l’anno in cui Marcel Duchamp sbarca a New York, e lì, all’Armory Show, sulla Lexington Avenue, vi espone, tra le reazioni sconcertate del pubblico, il suo «Nudo che scende le scale», mezzo futurista e mezzo cubista. È l’inizio di quella rivoluzione modernista di cui Fumaroli denuncia anzitutto il carattere furiosamente iconoclasta. Tutti i luoghi comuni della tradizione fatti fuori: uno per uno. In poco tempo, ondata avanguardista dopo ondata avanguardista, della iconografia classica e cristiana non resta quasi nulla. Il risultato, dopo qualche decennio di surrealismo, concettualismo, minimalismo, art brut, arte informale e arte povera è la prepotente affermazione dell’arte come marketing. È, insomma, Andy Warhol, l’icona della pop art, che dichiara serafico: «Far soldi è un’arte, e fare buoni affari è la miglior forma d’arte!». Siamo, cioè, all’artista che va a scuola di marketing, e ora – evidentemente – al parroco come suo diligente compagno di banco.

Fa bene don Tomatis? Fa bene (credo). Noi abbiamo orecchie e occhi pieni di un mondo molto diverso da quello che veniva illustrato sui muri delle chiese di una volta. Abbiamo abitudini di consumo culturale molto più ricche e varie di quelle che avevano i nostri genitori e nonni. Abbiamo soglie di attenzioni diverse, fraseologie diverse nella testa, e pure prossemiche diverse. Non tenerne conto, è rimanere al di qua della soglia del mondo contemporaneo. Se scompaiono le cattedre di retorica e stilistica al loro posto fioriscono gli insegnamenti di tecniche di comunicazione, anche la Chiesa deve tenerne conto. E siccome la forza dello Spirito è grande quanto la sua estrinsecazione (lo diceva Hegel, uno che ne capiva), bisogna che lo Spirito si estrinsechi per bene, altrimenti perde tutta la sua forza. Però accendiamo una spia. O almeno l’accenda don Tomatis. In fondo a questa strada c’è pure l’idea che bisogna dare al pubblico quel che il pubblico vuole, per piacergli. E siccome tutta la retorica cristiana si fondava sulla follia della Croce, che è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, qualche segno di contraddizione, di difficile digestione, occorrerà pure che rimanga nella parola di questi parroci del terzo millennio. O no?

(il Mattino, 21 maggio 2016)

86 anni con la rosa nel pugno

Pannella

Pannella, il divorzio, l’aborto. Ma nella lunga vita di Giacinto Pannella detto Marco c’è molto di più. Non c’è solo una fotografia in bianco e nero scattata negli anni Settanta, la grande stagione dei diritti civili, ma ci sono anche la campagna contro la fame nel mondo, e i referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti. Ci sono le battaglie sui temi della giustizia: contro la legislazione emergenziale, per la responsabilità civile dei giudici, contro la carcerazione preventiva, per i diritti dei detenuti e l’amnistia. Ci sono il referendum elettorale per l’abolizione delle preferenze, condotto insieme a Mario Segni al tramonto della prima Repubblica, e la legalizzazione delle droghe leggere; lo scontro sul diritto all’informazione – in particolar modo radiotelevisiva –, che ha accompagnato tutta la vicenda politica dei radicali italiani contro l’occupazione della Rai da parte dei partiti e, negli ultimi anni, i temi della procreazione medicalmente assistita e dell’eutanasia. E ci sono gli atti, numerosi, di disobbedienza civile e gli scioperi della fame e della sete, numerosi pure quelli; ci sono le candidature scandalose in Parlamento – da Cicciolina a Enzo Tortora passando per Toni Negri – e l’impetuosa campagna per le dimissioni di Giovanni Leone dalla Presidenza della Repubblica (per la quale, molti anni dopo, ebbe il coraggio di scusarsi); l’accusa di attentato alla Costituzione all’indirizzo di un altro Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e la lotta contro la pena di morte nel mondo. C’è una vita generosa e logorroica, condotta sempre in pubblico e tra i militanti, tracimata in mille modi nelle vene della società italiana. E ci sono le associazioni della «galassia radicale», la radio, le esperienze nel Parlamento nazionale e in quello europeo, la fondazione di liste e soggetti politici che hanno attraversato come stelle filanti il panorama politico italiano: la lista Pannella, la lista Bonino, la Rosa nel pugno, la lista Sgarbi-Pannella, tutti tentativi di malcerta fortuna di riversare in una forma parlamentare un’esperienza unica non solo nel panorama nazionale ma in quello europeo. Basti la lunghissima definizione che dovrebbe riassumerne la posizione politica: laico, anticlericale, liberale, liberista, libertario, ma anche socialista per qualche tratto, e alleato con Berlusconi prima e con Romano Prodi poi, e chissà con chi altri la prossima volta ancora.

Ma una prossima volta non ci sarà, perché all’età di 86 anni si è spenta una vita che ne ha contenute più d’una, e in cui è difficile tenere tutto insieme. Un paio di robusti fili conduttori l’hanno però attraversata. Il primo: le infaticabili battaglie per lo stato di diritto. Pannella ne ha condotte molte, e non sempre sono state battaglie facili e immediatamente comprensibili. Tutti ricordano il caso Tortora, il popolarissimo presentatore televisivo arrestato insieme a centinaia di altre persone. Pannella ne sposa la causa: con passione, coraggio, tenacia. Tortora viene arrestato sulla base di dichiarazione dei pentiti poi rivelatasi del tutto false e infondate, Pannella lo candida al Parlamento europeo. Tortora viene condannato in primo grado a dieci anni, il partito radicale lo elegge presidente. Quella battaglia portò ad un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati che fu largamente vinto dai radicali e ampiamente disatteso dal Parlamento (oltre che inviso alla magistratura associata): ci sono voluti altri venticinque anni per «vendicare» quel referendum, con la legge dello scorso anno.

Altri cavalli di battaglia dell’idea pannelliana di giustizia, come l’avversione all’obbligatorietà dell’azione penale, non sono mai divenuti davvero parte delle proposte di riforma in materia. Lo stato di diritto era però per Pannella violato ogni giorno, ad ogni passo, quasi in ogni circostanza dalla malfamata partitocrazia: parola che, del resto, ha introdotto lui nella contesa politica. La stessa Corte costituzionale riceveva dal leader radicale il nome non graziosissimo di «cupola della mafiosità partitocratica», essendo indicata come il luogo in cui le aderenze e le connivenze consociative tra i partiti trovavano la massima rappresentazione (e il modo e il mezzo per far fuori le proposte referendarie radicali, che in quegli anni piovevano copiose). Il vero terreno di scontro era infatti per Pannella l’assetto stesso dei partiti di massa, che avevano costituito l’architrave della prima Repubblica, e l’impianto proporzionalistico della legge elettorale. Negli anni del compromesso storico fra Dc e PCI, Pannella collocò fieramente all’opposizione la sparuta pattuglia radicale eletta in Parlamento, contro quello che chiamava «il partito della spesa unica». Quando quell’assetto entrò in crisi, Pannella promosse il referendum elettorale per cambiare in senso uninominale e maggioritario la legge. E quando le inchieste di Tangentopoli spazzarono via quel mondo, Pannella fu tra quelli che simpatizzarono con il magistrato «crumiro», Antonio Di Pietro, anche se non dimenticò la propria storia garantista cercando di tenere in piedi il Parlamento degli inquisiti, con l’iniziativa assolutamente impopolare dell’autoconvocazione dei peones parlamentari alle sette del mattino. Una cifra dello stile politico di Pannella, sempre fuori le righe, e impeccabile e spropositato al tempo stesso.

Ecco l’altro filo conduttore: conta la battaglia, non con chi la fai. Per questo motivo, Pannella si è trovato a fianco alle frange extra-parlamentari, quando bisognava protestare contro le leggi eccezionali introdotte per contrastare il terrorismo, ma anche con il Cavaliere al tempo della prima discesa in campo di Berlusconi, in nome quella volta della rivoluzione liberale. Con un’idea quasi evangelica dello «scandalo»: che è bene che avvenga, se serve ad accendere i riflettori. E allora ecco Pannella e la pornostar Ilona Staller, a favore della libertà sessuale, e Pannella che cede stupefacenti in tv, contro la penalizzazione del consumo di droga. Pannella imbavagliato nel corso della tribuna politica, per protesta contro le omissioni e le censure della televisione pubblica, e Pannella che beve la propria urina nel corso di uno sciopero della sete o affianca il medico anestesista Mario Riccio perché aiuti Piergiorgio Welby a morire.

Sul finire degli anni Settanta, Alberto Asor Rosa stigmatizzava, con una certa spocchia, «l’illusione radicale di fare la lotta al sistema senza riferirsi chiaramente a posizioni di classe». La posizione di classe in questione era ovviamente quella del partito comunista, che Pannella detestava cordialmente, cordialmente ricambiato. Bastian contrario per eccellenza, Pannella Giacinto detto Marco non ne voleva sapere di piegarsi alle ragioni delle politica organizzata, anche a costo di beccarsi l’accusa di qualunquismo. Come quando, prima ancora che Grillo e i Cinquestelle comparissero all’orizzonte,, promuoveva la restituzione in piazza dei soldi del finanziamento statale ai partiti. O quando enunciava il più insostenibile di tutti i paradossi: la democrazia repubblicana come una continuazione con altri mezzi del fascismo. Aveva torto o ragione? Torto, ovviamente, ma valle a ritrovare ora, le posizioni di classe di Asor Rosa!

P.S. È entrato tutto Pannella in questo articolo troppo lungo? No di certo: ci mancano almeno il pacifismo e l’interventismo democratico, l’antimilitarismo e il filoamericanismo, una storica amicizia con Israele e la proposta di esilio per Saddam Hussein, l’amore liberale per i grandi partiti all’americana e la presa paternalistica e settaria sul piccolo mondo radicale. E contraddizioni su contraddizioni, in un’avventura umana di cui però, alla fine, non si può non vedere la grandezza. E un punto di coerenza di fondo, nella fiducia (quasi religiosa) nelle laicissime ragioni dell’individuo.

(Il Mattino, 20 maggio 2016)

 

Quella stretta di mano al Mezzogiorno

panzerotti-frittiQuestione di simpatia? Matteo Renzi e Michele Emiliano l’hanno ritrovata, e a detta di quest’ultimo un certo feeling è indispensabile per fare bene un lavoro comune. L’occasione è stata il Patto per la Città Metropolitana di Bari, a cui farà presto seguito il Patto con la Regione. Ma nella tregua di ieri, in nome di una logica istituzionale che spinge governo e poteri locali a lavorare insieme, non si sono avvertiti particolari motivi di tensione fra i due. Anzi, sembra che ci sia stato qualcosa di più, oltre il reciproco riconoscimento di ruolo, e cioè che abbia preso fisionomia una prima intesa politica. Certo, se il referendum sulle trivelle fosse andato diversamente, se si fosse raggiunto il quorum ed Emiliano l’avesse vinto, sarebbe stata un’altra musica, e il governatore della Puglia avrebbe probabilmente continuato a spingere sul pedale della contrapposizione. Ma dopo il voto lo scenario è cambiato, e Emiliano ha cominciato a valutare diversamente i costi di un isolamento.

Da una parte, a casa sua, il sindaco di Bari, Decaro, e le forze economiche locali gli chiedevano di sottoscrivere un Piano che finanzia non l’intero ammontare dei progetti presentati dalla Regione, ma una sua fetta consistente. Emiliano non ha mancato di commentare: «è chiaro – ha detto – che c’è differenza tra avere i soldi in tasca e andarli a chiedere, e questo un po’ ci indebolisce dal punto di vista della libertà». Dopodiché però, con sano realismo, ha assicurato che fra un paio di settimane anche la Regione Puglia firmerà l’accordo.

Dall’altra parte, Emiliano deve essersi guardato intorno, e risalendo la Penisola si è accorto che a sinistra, dentro e fuori il Pd, non c’è una falange unita e compatta, pronta a fare di Emiliano il leader degli anti-renziani. Dentro il Pd, del resto, ci provano già Enrico Rossi, il governatore della Toscana, e Roberto Speranza, leader della minoranza dalemian-bersaniana (con cuperliani di complemento): avesse vinto il referendum, avrebbe avuto forse la forza per scavalcarli, ma dopo il voto quella forza Emiliano di sicuro non ce l’ha. E fuori la cosa sarebbe stata ancora più complicata: vuoi perché ne risentirebbero certamente gli equilibri politici della Regione, vuoi perché per andare sino in fondo bisognerebbe scegliere una strada populista e antagonista lungo la quale è già pronto a lanciarsi Luigi De Magistris, che di populismo e antagonismo sa spanderne a pienissime mani. Di Masanielli, insomma, ce n’è già uno. E non teme la concorrenza. Emiliano allora ci ha pensato su, ha dato un’ultima, malinconica scòrsa al voto referendario, e poi ha scritto a Matteo: vediamoci.

Renzi, dal canto suo, non se l’è fatto dire due volte. Quando, pochi giorni, era venuto in Campania, aveva sottolineato che all’appello mancavano ormai solo il Sindaco di Napoli e il governatore della Puglia. Ora può dire che ce n’è rimasto solo uno. A quanto pare, la strategia dei patti con le istituzioni territoriali attraverso i quali ridefinire pezzo a pezzo l’impegno del governo per il Mezzogiorno sta dando, almeno sul piano politico, i suoi frutti. Del resto, non si sottolinea mai abbastanza che il Pd non è solo al governo, è anche alla guida di tutte le regioni meridionali: non è pensabile, dunque, che non si debba accollare il peso di questa così ampia responsabilità. Se non altro perché, al termine della legislatura, gliene verrà chiesto conto. Nei prossimi mesi, terrà ovviamente banco il referendum sulla riforma costituzionale, e il premier – personalizzazione o non personalizzazione del confronto – ha sicuramente bisogno di vincerlo. Perciò, in questa fase, gli viene buono qualunque accordo gli consenta di allargare il consenso, di smussare i distinguo all’interno del Pd, e soprattutto di presentarsi alla guida di un cambiamento reale. Ma dopo saranno anche i temi dell’economia a dettare i tempi della politica nazionale. E Renzi deve continuare a mostrare che la capacità realizzativa esibita nei primi mesi di governo non è andata smarrita. Deve ripartire da lì, dalle opere e dalle infrastrutture, ma anche da un investimento sugli uomini che aiuti a costruire, nel Mezzogiorno, una politica di segno diverso. Il suo governo ha in effetti impresso una decisa correzione in senso centralista delle spinte federaliste e anti-meridionalistiche degli anni passati. Renzi viene e stringe mani, ed è un bene che le mani si aprano per stringere a loro volta il patto per il Sud, Si tratta ora di dimostrare che la correzione di rotta che porta un po’ di risorse in più nel Mezzogiorno non serve solo a mettere in riga qualche avversario politico recalcitrante, con un attento uso della carota dei finanziamenti, ma anche a costruire il profilo di un nuovo meridionalismo, di ben altra qualità rispetto ai vecchi vizi culturali (e clientelari) del passato. I panzerotti di Bari saranno serviti a questo?

(Il Mattino, 18 maggio 2016)

 

Napoli è il mezzo del racconto. Uno spettacolo senza folclore

 

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Se la serie Gomorra ha dei limiti, questi limiti non sono superati dall’essere «tecnicamente perfetta». Provo a riassumere così il pensiero di Giuseppe Montesano, che a un’opera d’arte chiede molto di più: chiede di raccontare la complessità del mondo, di diventare un’interpretazione del mondo reale. Chiede, inoltre, di non arrendersi alla logica del prodotto – e suppongo intenda la logica di mercato, per cui il prodotto è anzitutto qualcosa che si vende, e a cui la patina di spettacolarità, il tocco estetizzante viene aggiunto proprio al fine di vendere meglio. La serie televisiva Gomorra attinge, secondo Montesano, al folclore e al déja vu, e in questo modo «benda altri sguardi», «tagli altri sensi» della realtà napoletana. Così abbiamo, in conclusione, da un lato l’alleanza di tecnica ed estetica nella confezione dei prodotti spettacolari come Gomorra, dall’altro «gli uomini e le ferite reali, con emozioni non teleguidate e non prefabbricate».

Ho due motivi di perplessità. Uno di ordine generale, l’altro che riguarda proprio Gomorra, la serie. Il primo: ad un’opera d’arte si può certo chiedere, e forse si deve, un’interpretazione del mondo reale in tutta la sua complessità, ma occorre comunque che questa interpretazione sia riuscita. Questa «riuscita» è l’affare di una «techne», e ad essa evidentemente si allude quando si dice di un’opera che è tecnicamente perfetta. Significa che è riuscita. Che è compatta e potente. D’altra parte, non mi convince neppure la distinzione, ahimè consueta, fra le meraviglie della tecnica e i luccichii dell’estetizzazione da una parte, e le emozioni vere della vita reale dall’altra. È chiaro che funziona: chi mai, infatti, si azzarderebbe a difendere un’opera d’arte elogiando una messa in scena falsa, artificiale e illusoria? Ma mi domando: non è un po’ prefabbricata (e in verità da gran tempo) pure questa distinzione? Non è troppo semplice, troppo familiare, la gerarchia di valori che veicola? Non è, soprattutto, molto letteraria, e molto meno tagliata per la settima arte del cinema e dell’audiovisivo?

Da essa Montesano trae peraltro un preciso motivo di critica: a differenza di altre rappresentazioni, il male in Gomorra è seducente, ma si tratta di una falsa seduzione. Cosa tuttavia è falso: che il male sia seducente? Non mi pare: è, anzi, una sua caratteristica quasi definitoria. Forse però la falsità della seduzione sta in ciò, che la forza della spettacolarizzazione esercita la sua seduzione sul pubblico senza alcun filtro, senza frapposizione di alcuna distanza. È la cancellazione di questa distanza critica che si imputa, in generale, ai mezzi rutilanti dello spettacolo, e a Gomorra-la serie in particolare. Più precisamente ancora: gli si imputa di ottenere un’immersione assoluta nell’esperienza del male proprio imponendo il sacrificio dell’intelletto, cioè la rinuncia ad un sano esercizio di valutazione e messa a fuoco.

Ma qui interviene un secondo motivo di perplessità. Non v’è dubbio che la narrazione proceda senza che venga intralciata da gravi dilemmi morali, senza che vengano offerti squarci di un altro mondo possibile, in cui non regnino soltanto la sopraffazione e la violenza. Non vi sono esempi positivi a cui aggrapparsi, e per una scelta precisa degli attori non vi è un solo magistrato, un poliziotto, o semplicemente un cittadino qualunque che dimostri senso del dovere, della giustizia, dello Stato. Ma è vero che, in questo modo, lo spettacolo del male ti lascia non solo senza fiato, ma anche senza pensieri? Non credo affatto, credo anzi che fascinazione e repulsione stiano insieme proprio grazie alla raffigurazione di un’umanità in balìa completa dell’illegalità e della violenza, il che non può non generare nello spettatore domande forti quanto la presa allo stomaco di certe scene. E trovo giusto, infine, dire che Napoli non è il fine, ma il mezzo del racconto: non ciò che si vede, ma ciò grazie a cui si vede. Vi sono rappresentazioni della realtà la cui tensione centrifuga disperde le vicende umane ed esistenziali lungo percorsi diversi, irti di contraddizioni; vi sono altre rappresentazioni, in cui una potentissima spinta centripeta li raggruma tutti intorno a un unico dio: il denaro, o il potere, o la morte. Gomorra appartiene a questo secondo filone, ed è per questo, per questa concentrazione precisa, rigorosa (e, sì, anche spettacolare) che non direi nemmeno che si lascia distrarre dal folclore o guidare dal dejà vu: non più di quanto accade con lo squallore lercio e litigioso di una strada messicana in una pellicola di Inarritu.

Così però mi sono forse spinto un po’ oltre, nel giudizio. Perciò faccio un passo indietro. Quando si dice che Gomorra-la serie è tecnicamente perfetta, si vuole anche mostrare consapevolezza che la serie rientra a meraviglia in ciò che si richiede a un certo genere di produzioni televisive, non che riscrive daccapo l’intera storia dell’arte, del cinema o dello spettacolo. Nessuno insomma grida al capolavoro indimenticabile che farà epoca, ma, certo, poiché non sono moltissime le produzioni italiane che raggiungono questi livelli di spettacolarità e di cura formale, è difficile che questa perfezione sia da considerarsi un difetto. E le considerazioni sociologiche ulteriori, sul modo in cui l’Italia raggiunge i mercati esteri – sollecitando cioè quale immaginario – debbono riguardare il Paese e l’esilità di altre storie e altro cinema, più che la maledetta baldanza degli autori di Gomorra.

(Il Mattino, 17 maggio 2016)

La vera Antimafia

Immagine.jpgUn ripensamento sulle ragioni dell’Antimafia è stato avviato già da qualche tempo, e forse sarebbe utile condurlo a partire dalla parole che il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha speso all’inizio di quest’anno, in un’occasione solenne, l’inaugurazione dell’anno giudiziario: «C’è stata forse una certa rincorsa all’attribuzione del carattere di antimafia, all’autoattribuzione o alla reciproca attribuzione di patenti di antimafiosità a persone, gruppi e fenomeni che con l’antimafia nulla avevano e hanno a che vedere». E più avanti: «La rincorsa è servita anche a tentare di crearsi aree di intoccabilità, o magari a riscuotere consensi, a guadagnare posizioni, anche a fare affari; ed a bollare come inaccettabili eventuali dissensi o opinioni diverse. E, spiace registrarlo, a questa rincorsa non si è sottratta quasi nessuna categoria sociale e, pur con tutte le cautele del caso derivanti dal rispetto per alcune indagini ancora in corso, forse neanche qualche magistrato».

Se ricordo queste parole, è perché aiutano a capire. La conferma che i clan camorristici stavano progettando di attentare alla vita del Capo della Procura di Napoli – avevano già preparato l’esplosivo, e condotto sopralluoghi, e studiato abitudini di vita e di lavoro di Giovanni Colangelo – dimostra che cosa ancora oggi significhi, purtroppo, condurre a fondo un’azione di contrasto nei confronti della criminalità organizzata. Che cosa significa condurre inchieste, catturare latitanti, spiccare arresti, disporre confische. Che cosa significa mettere in discussione anche certi codici culturali, chiedendo per esempio alle madri di togliere i loro figli dalla strada, spiegandogli che la strada della delinquenza conduce, nel migliore dei casi, al carcere, e in molti altri casi al cimitero. D’altronde il clamore suscitato dalle raffiche di kalashnikov sparate contro la caserma dei carabinieri di Secondigliano è in realtà in un rapporto di proporzione inversa alla forza del radicamento territoriale: meno è forte, più ha bisogno di gesti plateali per affermarsi. Il che dimostra per un verso la fluidità della scena criminale napoletana – che non ne diminuisce affatto la pericolosità ma può anzi persino accentuarla – ma per l’altro anche l’incisività dell’azione che le forze dell’ordine sono venuti in questi mesi conducendo. Colangelo e i suoi pm stanno dando fastidio; una lotta alle mafie condotta con questa determinazione, con questa tenacia, produce effetti, ottiene risultati.La storia delle mafie è la storia della debolezza dello Stato, nel senso che la prima non ci sarebbe stata se non ci fosse stata la seconda. Dove dunque è effettivo l’esercizio dei poteri pubblici, lì sono le mafie a indebolirsi, e sono dunque costrette a reagire.

E così torniamo al discorso del procuratore Lo Voi. Alla necessità di «sostenere e supportare coloro che fanno, anziché quelli che dicono di fare». Forse è sin troppo facile mettere Giovanni Colangelo tra coloro che fanno, e che dunque vanno sostenuti e supportati, mentre è più difficile togliere sostegno e supporto a quelli che dicono – dicono soltanto – di fare. Però è necessario, per dare forza ai primi proprio togliendola ai secondi.

C’è stata in passato un’Antimafia che ha scosso omertà, paure e silenzi, e portato una nuova consapevolezza nella società italiana, strappandola a sottovalutazioni di comodo, e anche ai pregiudizi locali, al folclore e all’antropologia d’accatto. C’è stata un’Antimafia che ha contribuito a spostare l’attenzione anche oltre il terreno stretto della repressione penale, e a individuare quella invisibile linea, varcata la quale i soldi cattivi diventano buoni e non si lasciano più acchiappare. Ma c’è stata e c’è anche un’Antimafia burocratizzata, routinaria, un’Antimafia di carta, un carrozzone inutile o peggio un centro di gestione di affari e consenso e potere: formatosi sia per semplice inerzia che per preciso calcolo e interesse, per guadagnare posizioni o per fare affari.

E invece «antimafia è e significa rispettare le leggi e fare il proprio dovere; gran parte del resto è sovrastruttura»: è ancora il pensiero di Lo Voi, e non è un pensiero vuoto, o banalmente retorico. Sono proprio le risultanze investigative di queste ore a dimostrarlo: quando gli inquirenti scoprono che i clan questa distinzione la sanno fare molto bene, e non perdono tempo appresso alla sovrastruttura, che non spaventa nessuno, ma mettono nel mirino e provano a smantellare la struttura dello Stato che funziona, allora vuol dire che una netta demarcazione va di nuovo tracciata. Per mettere risorse dove servono, e togliere l’acqua dove nuota invece l’Antimafia delle parole.

(Il Mattino, 13 maggio 2016)