Il dovere di accettare, il diritto di dubitare

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Della trattativa Stato-mafia, che ieri ha portato alle prime condanne, inflitte in primo grado a uomini dello Stato come l’ex comandante del ROS Mario Mori e l’ex colonnello Giuseppe De Donno, l’opinione pubblica sa molto più di quanto si sappia a proposito di altri processi. È naturale che sia così, di fronte a fatti gravissimi che implicano il coinvolgimento delle istituzioni in uno scambio di favori con la mafia: in sostanza, la fine delle bombe stragiste in cambio dell’attenuazione del regime di carcere duro. Tuttavia, quel che l’opinione pubblica sa, non lo sa al modo in cui si sanno o si dovrebbero sapere le cose nelle aule di tribunale. Lo sa invece grazie alla «grancassa televisiva, fatta di acritico sostegno e di facile suggestione per il sensazionalismo complottistico», senza di cui «il processo sulla Trattativa non avrebbe avuto la stessa parvenza di legittimità e la stessa risonanza». Le parole che ho posto tra virgolette sono state impiegate da Giovanni Fiandaca a commento della sentenza, a firma del giudice Marina Petruzzella, che a inizio novembre 2015 mandò assolto l’ex ministro Calogero Mannino, pure lui implicato nella trattativa. Anche di questa vicenda si è tornati a parlare, perché è ormai prossimo l’inizio del processo d’appello, e dunque ci sarà modo di dare ulteriore risonanza a tutta la materia. Ma in quell’articolo Fiandaca, più che soffermarsi sulla sentenza, si preoccupava di denunciare «i mostruosi intrecci che da anni legano informazione e giustizia», giungendo a suggerire di fare del processo sulla trattativa «un oggetto esemplare di studio», allo scopo di affrontare con la massima serietà e rigore possibile le patologie della giustizia penale.

Ora non abbiamo un’assoluzione, come nel caso di Mannino, che naturalmente i giornali, all’epoca, quasi nascosero nelle pagine interne, ma una clamorosa condanna, che altrettanto naturalmente finisce in prima pagina. Secondo la Corte di Assise di Palermo, Mori e De Donno commisero il reato di concorso in minaccia a un corpo politico dello Stato, la minaccia essendo quella delle bombe mafiose dell’estate del ’92. Per il periodo successivo, per gli anni del governo Berlusconi, la condanna colpisce Marcello Dell’Utri. L’’ex ministro dell’Interno Mancino è stato invece assolto dall’accusa di falsa testimonianza, mentre condanne hanno riguardato anche il boss Leoluca Bagarella e l’uomo chiave dell’intero processo, Massimo Ciancimino. È lui ad aver documentato (in fotocopia, peraltro: originali non sono stati acquisiti) i termini del patto scellerato fra lo Stato e la mafia, di cui il padre Vito sarebbe stato il mediatore. Ed è soprattutto la sua testimonianza a reggere l’impianto accusatorio.

La sua testimonianza, e la grancassa mediatica. Perché, almeno innanzi all’opinione pubblica, è essa a fornire, per usare ancora le parole di Fiandaca, una parvenza di legittimità. È essa a privare gli imputati di qualsiasi «favor rei», a sospingere tra ali di consenso l’attività delle pubblica accusa, a pronunciare verdetti rispetto ai quali la giustizia dei Tribunali arriva fatalmente dopo, a volte molto dopo i presunti reati (siamo già oltre il quarto di secolo). Con la conseguenza che ogni condanna finisce con l’apparire una conferma, e ogni assoluzione una scandalosa patente di impunità concessa ai potenti.

E invece qualche dubbio è lecito nutrirlo, almeno finché la presunzione di innocenza rimane in vigore nel nostro ordinamento (non è detto che passerà indenne la prossima stagione politica). Anche perché il terreno sul quale si svolgeva il processo è tutto meno che solido. Il reato di trattativa non esiste. All’accusa è toccato dunque dimostrare che gli ufficiali del ROS (gente che non può svolgere indagini tra le scartoffie, come si può ben immaginare) presero iniziative che deviarono dagli scopi di fermare le bombe, e servirono altri fini: nutrirono forse sordidi interessi, consolidarono inconfessabili patti di potere, sostennero indecenti carriere politiche. In larghissima parte, per non dire quasi esclusivamente, la dimostrazione è affidata tuttavia a dichiarazioni di pentiti, e in particolare di quel Massimo Ciancimino, dalla fedina penale non immacolata, che negli anni scorsi è assurto a vera star televisiva, grazie alle sue dichiarazioni.

E così siamo daccapo. Vi è sicuramente, da parte dei giudici palermitani, la volontà di gettare squarci di luce profonda su una stagione torbida della vita pubblica italiana, e non vi è motivo di respingere una sentenza prima ancora di conoscerne le motivazioni. Nessuna critica aprioristica è consentita. Ma vi è invece motivo di tenere desta l’attenzione su tutto quello che si è mosso e si muove attorno a un processo simile, e in particolare modo in cui esso, rilanciato dai giornali, alimenta e infiamma l’indignazione della pubblica opinione, cioè il più grande e decisivo fattore della storia politica della seconda Repubblica, che ne ha in buona misura stabilito il destino (e il fallimento). Non servirà a fini processuali, ma costituirà almeno una linea di resistenza intellettuale, e aiuterà forse, se qualche memoria del passato recente ancora serbiamo, a evitare di assegnare un’altra volta un formato eroico e un potere salvifico al pm di turno.

(Il Mattino, 21 aprile 2018)

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Vincenti nelle urne e confusi alla meta

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Una commedia degli equivoci? È lecito persino pensare questo, al termine di una giornata che prima ha visto avvicinarsi, poi di nuovo allontanarsi la formazione di un governo e di una maggioranza. Il mandato affidato alla Presidente del Senato Casellati dal Presidente della Repubblica era volto a verificare (ancora una volta, si potrebbe aggiungere) se vi fossero condizioni tali da consentire il varo di un esecutivo sostenuto dal centrodestra e dai Cinque Stelle. Era doveroso, da parte di Mattarella, rivolgersi alla seconda carica dello Stato, eletta con i voti delle forze tra le quali si è in cerca di un’intesa fin dal giorno dopo il voto. L’ottimismo diffuso a piene mani da Salvini, a seguito dei contati coi pentastellati, ha fatto pensare, per tutta la giornata, che fossero cadute le pregiudiziali poste dai Cinque Stelle sulla presenza di Forza Italia. Ma in serata Di Maio ha chiarito che le colonne d’Ercole oltre le quali il Movimento non intende spingersi sono quelle che prevedono al più un appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d’Italia (ovviamente indisponibili a una ipotesi del genere). Il contratto alla tedesca, come lo chiamano i grillini, può insomma essere firmato solo con Salvini. Che però ha subito replicato ribadendo che il governo o lo si fa con tutto il centrodestra, o non lo si fa.

E siamo alle solite. È difficile dire che cosa vi sia dietro questo faticoso andirivieni: Salvini ha provato a forzare la mano ai Cinque Stelle? O è piuttosto Di Maio che ha margini molto limitati di pensiero e di azione, per cui quello che lascia intendere in un incontro rischia di essere da lui stesso sconfermato al successivo? Oppure è cambiata la valutazione delle ipotesi subordinate? È evidente infatti che è più facile tener duro se si dispone di un piano B. Dalle parti del Movimento, si son fatte più esplicite, nei giorni scorsi, le avances verso i democratici, ma è pur vero che la prima condizione che il Pd pone, per intavolare qualunque trattativa, è di veder rotolare la testa di Di Maio. Dall’altra parte, Forza Italia non ha mai smesso di guardare al Pd, ma Salvini ha escluso con ogni vigore possibile accordi con quelli che hanno perso. E anche un governo del Presidente, che dovrebbe comunque avere il sostegno dei democratici, comporterebbe per lui l’inconveniente di imbrigliarlo in uno schema di responsabilità senza vere contropartite, ma anzi con un inevitabile appannamento del profilo populista e sovranista uscito vincente dalle elezioni.

Questo è in realtà il nodo cruciale. Perché quel profilo è uscito effettivamente vincente dalle elezioni, tanto nella variante leghista quanto in quella grillina. Ma non riesce a produrre un’alleanza di governo. Rimane la carta vincente sul piano elettorale, ma non può esser giocata al tavolo del governo. Se non nella forma di un’interdizione ‘simbolica’ nei confronti di Berlusconi.

Così, quando Di Maio si riferisce al “governo del cambiamento” che dovrebbe dare agli italiani quello che gli italiani aspettano da trent’anni, per tenersi le mani libere lascia ormai del tutto indeterminato in cosa consisterebbe il cambiamento tanto atteso, a parte l’abolizione dei vitalizi. In una ripresa dello slancio riformatore? In un rinnovato europeismo? In un rinvigorimento dei contenuti sociali dello Stato entro un quadro di democrazia liberale? Oppure, all’opposto, nel superamento della forma rappresentativa della democrazia parlamentare, nel rinfocolare i sentimenti anti-europeisti degli italiani colpiti dalla crisi, nella sostituzione di nuove politiche welfaristiche con la misura universale del reddito di cittadinanza e nella mano dura su immigrazione, giustizia, sicurezza? Il voto, piaccia o no (e a noi, per la verità piace assai poco), aveva dato un’indicazione che nei logoranti tatticismi di queste settimane i Cinque Stelle hanno smarrito, anteponendo la questione del governo e della leadership di Di Maio ad ogni altra questione, senza però riuscire a tradurre in una scelta strategica questo mutamento di impostazione. Non è per un caso che Salvini appaia in questa fase quello risoluto, e Di Maio in preda invece ai demoni del dubbio. I suoi due forni non sono la rendita di posizione di una forza centrale nella vita del Paese e nello Stato, come lo erano invece nella originale formulazione democristiana; sono piuttosto espressione di una indecisione di fondo, di una serie di “vorrei, ma non posso” o di “potrei, ma non voglio”, che non vengono a soluzione. A pensarci, infatti: perché non potrebbe essere proprio il profilo politico, ideologico e programmatico di un accordo con la Lega ritagliato sul populismo speso a piene mani in campagna elettorale a tenere prima o poi fuori Forza Italia, che dopo tutto vuole ancora avere i tratti di una forza politica liberale e moderata? Probabilmente, c’era e c’è una quota elevata di impraticabilità, o forse di immaturità politica, in quelle posizioni, che ne impedisce la conversione esplicita nei fondamenti di un patto di governo. Per il bene dell’Italia, aggiungerei, ma anche con la confusione che tutto ciò continua a ingenerare.

(Il Mattino, 20 aprile 2018)

Sottomarino USA, lo svarione di Dema

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Donald Trunp è avvertito: Napoli è stata dichiarata «citta denuclearizzata», quindi il Presidente degli Stati Uniti d’America faccia il favore di portare i suoi sommergibili da un’altra parte. La lettera del primo cittadino parla chiaro: «qualsiasi natante a propulsione nucleare o che contenga armamenti nucleari» non è gradito, come recita una delibera approvata quasi tre anni fa, che De Magistris non ha mancato di richiamare nella lettera inviata al comandante del porto di Napoli, il Contrammiraglio Arturo Faraone. Possibile che l’Ammiraglio se ne sia dimenticato? Possibile che le forze militari americane non girino al largo del porto, dal momento che c’è la delibera del Municipio? Possibile che Trump muova i suoi natanti nello scacchiere mediterraneo, li faccia andare e venire di qua e di là, di sotto e di sopra, senza tenere in alcuna considerazione la ferma volontà di Palazzo San Giacomo? Possibile. Visto che è andata proprio così. Siccome però il sottomarino nucleare statunitense Uss John Warner ha preso parte all’attacco missilistico in Siria (muovendo per la verità da Gibilterra), allora è il caso di protestare fermamente. La Casa Bianca non potrà rimanere indifferente. I vertici militari non potranno fare orecchie da mercante. E soprattutto il mondo deve sapere, l’opinione pubblica deve essere informata.

Perché la risposta del Contrammiraglio, diciamo la verità, è inappuntabile sotto il profilo formale, ma lascia l’amaro in bocca: «le decisioni in ordine all’arrivo e/o al transito delle unità navali militari straniere nelle acque territoriali nazionali non competono all’Autorità Marittima». Quindi: niente da fare. Il Sindaco, d’altra parte, non ha che la polizia municipale, ma quella contro i sottomarini nucleari non può nulla. Allora che si fa? Si manda una missiva al Contrammiraglio, e si monta il caso dandone diffusione a mezzo stampa. Magari sperando in un bell’incidente diplomatico, così se ne parla per giorni.

E si colgono due o tre piccioni con una stessa fava, cioè con un solo sottomarino. Per prima cosa, si dirotta l’attenzione dai problemi del lungomare liberato al mare solcato dalle unità navali americane. Dai trasporti cittadini ai trasporti navali. Dalle noie dell’amministrazione alla grande politica. Dalla spicciola vita quotidiana ai grandi valori e ideali. Napoli città della raccolta differenziata? No: Napoli città della pace. E il gioco è fatto.

Poi si inserisce un altro tassello nel grande racconto ideologico demagistrisiano. L’antimilitarismo e l’antiamericanismo, infatti, ci stanno benissimo. Con Trump alla Casa Bianca, poi, viene anche più facile: la polemica contro gli Stati Uniti che si ergono a unico gendarme del mondo, che fanno il bello e il cattivo tempo contro ogni principio del diritto internazionale, che minacciano l’ordine e la pace con la loro miope politica di potenza è il sottofondo della ferma presa di posizione del Sindaco (tanto ferma quanto ineffettuale, va da sé), ed appartiene da sempre alla tradizione di una certa sinistra. Berlinguer diede scandalo quando dichiarò di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato; ma, a parte il fatto che non viveva a Napoli, a contatto di gomito con il comando alleato e l’ingombrante presenza americana nel porto cittadino, le cose da allora sono cambiate: non c’è più l’Unione Sovietica né il Patto di Varsavia. Dunque la Nato cosa ci sta a fare? A cosa serve l’ombrello? Non sarà che esso, ben lungi dal proteggere, in realtà nasconde gli interessi imperialisti dell’Occidente capitalista, e del suo Paese capofila, gli USA? Per il Che Guevara del Vomero vecchio, questo è più che ovvio: è lapalissiano.

E a proposito del porto e della presenza americana nel capoluogo partenopeo, come non notare che nella sua missiva De Magistris si riferisce alle «acque della nostra città», che vorrebbe libere da navi a stelle e strisce, mentre il Contrammiraglio gli risponde che quelle acque sono «acque territoriali nazionali», e nazionali non vuol dire certo municipali? Ecco il terzo piccione: il municipalismo, per cui a De Magistris non riesce proprio di immaginarsi sindaco di una città che sta dentro una regione che sta dentro uno Stato. Anzi: lui liscia il pelo  ogni volta che può all’anima partenopea, all’identità cittadina, al cuore di Napoli. Non lo fa solo lui: lo fanno un po’ tutti in giro per lo Stivale, approfittando della cronica debolezza delle istituzioni statuali. Lui però lo fa un po’ di più, anche perché l’enorme storia della città glielo consente. E lui se ne appropria, la tira dalla sua parte, la colora del maggior numero di valori possibili e se ne fa l’ultimo, donchisciottesco rappresentante.

(Il Contrammiraglio però ha scritto, e non c’è bisogno di leggere fra le righe: caro Sindaco, stia tranquillo, nessuno ha autorizzato mezzi a propulsione nucleare o con carico radioattivo ad attraccare. Come Autorità marittima mi tocca regolare la navigazione, per ragioni di sicurezza. Che è proprio quel che ho fatto. Peccato, deve aver pensato il Sindaco: per la polemica ripasserò un’altra volta).

(Il Mattino, 17 aprile 2018)

Rebus governo, leader più distanti

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Prendere le misure alla crisi? Difficile oggi come quaranta giorni fa, all’indomani del terremoto elettorale che ha consegnato al Movimento Cinque Stelle la palma di primo partito d’Italia, e al centrodestra il primato come coalizione, con il sorpasso della Lega su Forza Italia. Il Presidente della Repubblica si è riservato di prendere una decisione, che probabilmente cadrà a metà della prossima settimana. Ma finora non ha ricevuto dalle forze politiche nessuna indicazione che gli consenta di dare una soluzione al Paese. Lo stallo continua. Per un Di Maio che lamenta l’ostinazione di Salvini a proporre un centrodestra unito («una strada non percorribile che può fare anche danno al Paese»), c’è un Salvini che invita il capo dei Cinque Stelle a «sforzarsi a fare qualcosa di più», e cioè a rinunciare al veto su Forza Italia. Per un Berlusconi che, all’uscita delle consultazioni, accusa i grillini di ignorare l’ABC della democrazia, c’è un Di Battista che tratta irridente Salvini come «il Dudù di Berlusconi».  La crisi siriana ha poi reso, se possibile, il quadro ancora più incerto, perché ha divaricato le posizioni di Lega e Cinque Stelle, e rilanciato, almeno a titolo di ipotesi, la possibilità che il Pd torni in campo. È uno dei regoli, con cui è possibile misurare le distanze fra le forze politiche. Accanto al regolo internazionale, c’è il regolo elettorale, il regolo del gioco politico, il regolo temporale, e infine il regolo del Quirinale: quello che proverà ad usare Mattarella per fare uscire le forze politiche dallo stallo in cui si sono cacciate.

Il regolo internazionale

È la novità delle ultime ore. Al termine delle consultazioni, il Capo dello Stato aveva espresso preoccupazione per la possibile escalation in Siria. I fatti gli hanno dato ragione: il bombardamento voluto da Trump, con l’appoggio di Francia e Inghilterra, ha posto sul tavolo il tema della politica estera, che né in campagna elettorale né nelle settimane successive ha occupato l’agenda politica nazionale. L’Italia non ha dovuto autorizzare l’uso delle basi militari, e questo ha reso meno evidente il problema rappresentato dall’assenza di un governo pienamente legittimato dal voto, ma le parole di Salvini, che ha giudicato l’attacco voluto da Trump «sbagliato, pericolosissimo, pazzesco», hanno scavato un solco profondo con Forza Italia. Era meglio tacere, gli ha mandato a dire Berlusconi. Che nella lettera al «Corriere della Sera» ha tenuto una posizione più equilibrata: confermando anzitutto la collocazione atlantica del nostro Paese, per rievocare poi lo spirito di Pratica di Mare, l’accordo fra Europa Usa e Russia con il quale si riconosceva a Putin il ruolo di partner strategico nella costruzione dell’ordine internazionale. È chiara la volontà di Berlusconi di mostrarsi come l’unico, nell’ambito del centrodestra, in grado di dare assicurazioni agli alleati occidentali sulla politica estera del nostro Paese. Un argomento al quale il Colle non può rimanere insensibile.

Anche Di Maio ha fatto (insolita) professione di atlantismo, mentre chiedeva l’intervento delle diplomazie, e così ha finito col ritrovarsi vicino al Pd. Che infatti ha mostrato di apprezzare la prudenza con cui il capo del Movimento si è mosso sulla crisi siriana. Misurata col regolo internazionale, insomma, l’ipotesi di un governo giallo-verde, fra Cinque Stelle e Lega, non appare più a portata di mano.

Il regolo elettorale.

I numeri, però, contano. E sostengono ancora gli argomenti con cui le forze politiche continuano a confrontarsi. I grillini sono il primo partito. Il centrodestra è la prima coalizione. Di Maio non perde occasione per ricordare i suoi 11 milioni di voti; Salvini, a sua volta, conta i parlamentari del centrodestra e ribadisce che i suoi sono di più. Per arrivare ad un accordo bisogna che i partiti ragionino tenendo conto del nuovo ambiente proporzionale in cui sono chiamati a misurarsi; ma la legge elettorale ha tuttavia richiesto che si mantenessero, su un terzo dei seggi assegnati, le coalizioni: come si fa allora a chiedere a Salvini di rinunciarvi? Lo stallo è dentro una rappresentanza parlamentare sghemba, che ha portato in Parlamento liste uniche e liste collegate: le ragioni degli uni non sono quelle degli altri. Anche l’idea di fare un governo solo per cambiare la legge elettorale si scontra col fatto che gli interessi di una forza a un eventuale premio di lista sono opposti a quelli dell’altra, interessata invece a un premio di coalizione.

Misurato col solo regolo elettorale, lo stallo rischia di ripetersi anche in caso di elezioni anticipate. Tutti fanno ovviamente mostra di non temerle, di considerarle più vicine o più lontane ma comunque di non averne paura. Ma nessuno ha in mano sondaggi che assegnerebbero a questa o a quella formazione politica la maggioranza. Per questo, Mattarella sa che nuove elezioni non sono affatto la via d’uscita dall’impasse.

Il regolo temporale.

E allora come? Sono trascorsi ormai 40 giorni. Tempo sufficiente a Gesù per uscire dal deserto, non ancora ai partiti per trovare il bandolo della matassa. Il fattore tempo ha finora regolato il confronto fra le forze politiche. Prima un giro di consultazione, poi un altro. Nulla di fatto. La crisi internazionale ha sostenuto, nelle ultime ore, la convinzione che non si possa fare tardi, ma non c’è una vera emergenza alle porte, che costringa per esempio i partiti a dire di sì a un esecutivo formato da una personalità autorevole, super partes, indicata dal Quirinale. Ci sono però un paio di scadenze elettorali: il voto in Molise, domenica prossima; il voto in Friuli, quella dopo. È opinione diffusa che, superati questi appuntamenti, le forze politiche potranno essere più malleabili. In particolare, molti sono persuasi che se la Lega dovesse fare il pieno in Friuli, avrebbe modo di ridurre Forza Italia a più miti consigli. E anche Di Maio avrebbe forse meno da temere i mugugni interni per le prove di moderatismo che sta dando, cercando di tenersi aperte le due strade del «contratto alla tedesca»: sia l’accordo con un centrodestra senza Forza Italia, sia un accordo con un Pd non più derenzizzato. Se si usasse dunque il regolo temporale, bisognerebbe misurare le determinazioni del Presidente della Repubblica, sul pre-incarico o sul mandato esplorativo, in base al numero di giorni necessari, grazie al loro espletamento, a scavallare quei due appuntamenti col voto regionale. (L’altro, l’assemblea nazionale del Pd, che doveva tenersi il 21 aprile, è stato saggiamente rinviato).

Il regolo del gioco politico.

Passi pure del tempo. Ma per fare cosa? Che cosa si propongono Salvini, Di Maio, Berlusconi (e, eventualmente, il Pd)? Non la stessa cosa, evidentemente. Altrimenti un governo l’avremmo già. Di Maio vuole un governo pentastellato da lui presieduto. Che cosa è disposto a fare per raggiungere questo obiettivo? Non un governo col Cavaliere. Non può: la base (ma anche Grillo) non glielo perdonerebbe. Di Maio deve formare un governo e poter dire: il Pd lo ha tenuto in vita, il Cavaliere; noi lo abbiamo fatto fuori. Se può dire questo ai suoi elettori, simpatizzanti e militanti, tutto il resto, sul programma o sui ministri, può passare.

Nonostante si presenti unito, il centrodestra non ha invece un unico obiettivo. Perché Berlusconi vuole, lo ha scritto al «Corriere», «non un governo qualsiasi, con una qualsiasi maggioranza parlamentare, ma un governo autorevole sul piano interno e internazionale». L’autorevolezza che non riconosce ai Cinque Stelle è per il leader di Forza Italia criterio per formare un governo. Vale a dire: meglio, molto meglio un governo con il Pd che con i grillini. Salvini pensa l’opposto: tutto vuole meno che il Pd. Non vuole nemmeno «governissimi o governoni», cioè soluzioni avallate dal Quirinale che però non trovino fondamento in un accordo politico. Dunque continua a cercare un’intesa con Di Maio, e probabilmente pensa o di convincere Forza Italia a rimanere fuori (magari dopo il voto in Friuli), o che i 5S potrebbero far partire un governo col centrodestra, che potrebbe però perdere per strada il pezzo dei fedelissimi di Silvio. Un po’ come è accaduto nella scorsa legislatura. Col regolo del gioco politico, i prossimi giorni misureranno le mosse e le contromosse per forzare una soluzione o l’altra. Che se poi il gioco non riuscisse, il Pd potrebbe a quel punto (e solo a quel punto), provare a rientrare nella partita, aprendo un dialogo con i Cinque Stelle fino a qualche settimana fa impensabile.

Il regolo del Quirinale.

Il Capo dello Stato ha però per le mani un unico strumento di misura: l’incarico. Improbabile che sia pieno. Il centrodestra ha fatto, all’unisono, il nome di Salvini. Ma il capo della Lega ha chiarito lui stesso che non intende cercare i voti in Parlamento: accetterebbe un incarico solo avendo in tasca l’accordo. Poiché l’accordo non c’è, è ragionevole pensare che il Quirinale si orienterà per una soluzione diversa. Il mandato esplorativo, affidato per esempio alla Presidente del Senato, Casellati, rischierebbe di restituire la stessa fotografia già scattata nel corso delle consultazioni. Tuttavia, se Mattarella si convince che il tempo gioca a favore di una soluzione, allora può effettivamente imboccare questa strada; se invece pensa che rischierebbe di provocare ulteriori irrigidimenti, e per giunta di rendere più difficile la posizione del Paese sul piano internazionale, allora potrebbe osare un po’ di più e giocare la carta del pre-incarico, con la quale dare più chiare indicazioni sulla volontà del Colle. I nomi che circolano non sono molti: Giorgetti, il volto raziocinante e mediatore della Lega; oppure di nuovo la Casellati, con il diverso mandato di formare un esecutivo istituzionale, con tutti (o quasi) dentro. Oppure Fico, per verificare l’altra strada, quella di un governo 5S-Pd. O infine una personalità lontana dai partiti, ma di grande autorevolezza, a cui fosse difficile dire pregiudizialmente di no. Per nessuna di queste ipotesi Mattarella dispone purtroppo di certezze: misurata col regolo del Quirinale la crisi politica presenta ancora margini di indeterminatezza troppo ampi.

(Il Mattino, 16 aprile 2018)

I leader nel vicolo cieco

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Il secondo giro di consultazioni non ha cambiato di molto i termini del problema. È vero che i colloqui con Mattarella sono stati preceduti dall’intesa fra Cinque Stelle e Lega sul nome del Presidente della commissione speciale della Camera, il leghista Molteni, ma si è trattato, nelle dichiarazioni dei protagonisti, solo di una intesa istituzionale: l’intesa politica ancora non c’è.

Di Maio è tornato a chiedere un passo di lato a Berlusconi, Salvini ha rivendicato anzitutto l’unità di intenti del centrodestra. Per il capo dei Cinque Stelle è incomprensibile l’ostinazione di Salvini; per Salvini sono i grillini a non mostrare senso di responsabilità. Di Maio non chiude le porte al partito democratico, e ribadisce che la proposta del contratto alla tedesca, e il lavoro sul programma, è finalizzato a un confronto sia con la Lega che col Pd (anche se «il Pd non sta aiutando», mentre con la Lega «il Parlamento sarebbe subito operativo»). Salvini invece non contempla ipotesi subordinate: esclude ancora una volta sia l’accordo coi democratici, che di formare un governo senza aver prima definito chiaramente i contorni della maggioranza parlamentare. Sono l’una e l’altra tattiche dettate dalla situazione: Di Maio prova a ventilare ipotesi alternative per far pressione su Salvini; Salvini, al contrario, le ipotesi alternative le deve bocciare sonoramente per scoraggiare quanti, dentro Forza Italia, spingono per incarichi “istituzionali”. E tutti e due provano a gettare sull’altro l’eventuale colpa di un avvitamento senza soluzione della crisi, e di nuove elezioni.

L’unica novità della giornata è forse rappresentata dall’impiego della lingua dei segni all’uscita delle delegazioni dal Quirinale. Non che vi fosse, per la prima volta, un interprete. Ma c’era Berlusconi, al quale riusciva difficile rimanere nella parte che il copione gli assegnava: quella di stare, composto e silenzioso, di fianco al leader della coalizione. Così, prima ha dato lui la parola a Salvini, volendo con ciò ridurlo a semplice speaker del comunicato steso insieme, chiedendogli solo di darne lettura. Poi, quando Salvini ha preso la parola, non ha mai smesso di sottolineare, con una mimica fin troppo eloquente, i passaggi del discorso: contando sulle dita i punti del programma, muovendo il capo e le mani, mostrandosi serio e grave quando si trattava della Siria e disinvolto e sicuro invece quando si trattava di ribadire l’unità del centrodestra. Il Cavaliere – è chiaro – non sa fare la spalla: prova sempre a prendersi tutta la scena. Questa volta c’era però un di più di intenzione: la volontà di mostrare quanto forte rimanga la sua presa sulla linea politica decisa insieme con gli alleati.

Il che vuol dire che così non è. E del resto, appena Salvini ha lasciato il microfono, Berlusconi ne ha approfittato per una breve dichiarazione diretta contro i Cinque Stelle, che «ignorano l’Abc della democrazia». Di Maio ha forse ragione, allora, quando afferma che nonostante le apparenze il centrodestra è «tuttora diviso». Il fatto è che quella divisione non è profonda abbastanza perché la coalizione si spezzi. E non per lealtà, cavalleria, o fedeltà al mandato elettorale. È ormai chiaro a tutti, infatti, e non dovrebbe essere difficile spiegare agli elettori, che la ricerca di un accordo fra forze diverse è inevitabile. No, il punto è un altro: che Salvini, senza Forza Italia, vale in termini di voti e seggi la metà dei Cinque Stelle.

Ora, così stando le cose, non restano molte strade: il ritorno al voto, sempre possibile e che il Capo dello Stato ha il dovere di provare fino all’ultimo ad evitare (anche perché non è chiaro come potrebbe modificare gli equilibri, col rischio di riproporre dunque l’attuale stallo). Oppure un governo del Presidente, con un mandato limitato, formato da personalità fuori dai partiti: è una soluzione, però, da cui proprio i partiti vincitori, che dovrebbero portarne il peso maggiore, hanno tutto da perdere, dovendosi accollare gli oneri del governo senza poterne occupare le posizioni. O infine un cambio di strategia, qualcosa che spinga i Cinque Stelle a rinunciare al veto assoluto nei confronti di Forza Italia e/o che consenta alla Lega di prendere le distanze da Forza Italia. Nella prima Repubblica, che è vissuta a pane e proporzionale e che ha sperimentato formule di compromesso varie e diverse, era il partito maggiore che faceva i sacrifici più grandi. Le forze minori finivano con l’essere sovrarappresentate in cambio della loro disponibilità a far nascere il governo. Probabilmente, l’unica maniera per non andare a sbattere è questa: i Cinque Stelle non possono pensare di ottenere insieme la guida dell’esecutivo, la riduzione della Lega a junior partner e il centrodestra spaccato.

Ma ci vuole una certa maturità politica per provarci davvero. Non limitandosi a rivendicare di essere arrivati primi, ma costruendo sul piano programmatico un’intesa che Forza Italia potrebbe aver difficoltà a digerire (sulla giustizia, ad esempio, o sui migranti, o in materia di conflitto di interessi). E fare poi alla Lega, in termini di composizione del governo, una di quelle offerte che non si possono rifiutare.

(Il Mattino, 13 aprile 2018)

Debito ingiusto e alibi creati dal “sistema”

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La partita che si giocherà sabato mattina, nell’interpretazione che ne offre il Sindaco di Napoli, vede scendere in piazza «la forza e la potenza del popolo napoletano» contro una «legalità formale violenta e ingiusta», che impone ai cittadini e a chi li amministra di pagare per un «debito illegale, ingiusto, odioso». Un debito, sostiene Luigi De Magistris, che non grava sulla Città (che il primo cittadino, conformemente alla sua roboante retorica, scrive sempre con la maiuscola) per colpa dei napoletani o di chi li amministra, ma «per le azioni ed omissioni di chi ha devastato nei decenni passati la Città».

Le cose non stanno così. Le osservazioni della Corte dei Conti, contro le quali il Sindaco chiama a raccolta i napoletani, riguardano debiti non messi a bilancio dal Comune di Napoli, ma in questo monte di debiti non vi sono solo retaggi delle passate amministrazioni, ma anche debiti accumulati dalla giunta De Magistris. Sui 265 milioni di debiti fuori bilancio, il famoso Cr8, che arriva dagli anni Ottanta, grava per 85 milioni circa. Una cifra consistente, ma è consistente anche la somma di 48 milioni di euro, che risalgono invece al 2015, quando la rivoluzione arancione era già in corso.

I numeri hanno la testa dura, si dice. Ce l’hanno pure i sindaci, bisogna aggiungere. De Magistris ha scelto consapevolmente di andare a infrangersi contro la giustizia contabile. Ha scelto di non mettere a bilancio una massa debitoria ben più ampia di quella riconducibile a passate responsabilità. Ha scelto di non indicare a bilancio tutte le poste, vecchie e nuove, dovute dal Comune di Napoli, aggravando i conti degli oneri finanziari che han fatto ulteriormente lievitare quella somma. Soprattutto, ha scelto di non rispondere, ma di accusare.

Il tema del debito si presta, infatti, perché collima alla perfezione non con una cultura istituzionale, drammaticamente assente, ma con una retorica che De Magistris conosce e pratica con grandissima disinvoltura. Chi è l’indebitato, soprattutto in questi tempi di crisi? Chiunque, trovatosi in difficoltà, sia finito nelle grinfie di speculatori, banchieri, creditori senza scrupoli che lo strozzano e lo affamano. Su un piano generale, è il neoliberismo, è il capitalismo finanziarizzato che stritola tutti i Sud del Mondo. Quindi anche Napoli. La cornice ideologica è già lì, insomma: si tratta solo di inserirvi la città partenopea. Se poi si riesce con grande spudoratezza ad inscrivere tutto il debito in una storia di peccati originali commessi da altri, allora, oltre all’ingiustizia e all’odiosità, ecco che può comparire anche il terzo aggettivo demagistrisiano: quel debito oltre a essere ingiusto e odioso è pure illegale. Nientemeno!

Le cose non stanno così: l’ho detto poc’anzi. Napoli non è la vittima di nessun «sistema». Non più di quanto lo siano Roma o Torino. Più semplicemente, dopo sette anni sette a Palazzo San Giacomo, De Magistris: è lui il sistema. E dunque dovrebbe venire anche per lui il «redde rationem»: di quanti altri mandati altrimenti avrebbe bisogno De Magistris per prendersi intera la responsabilità dell’azione amministrativa fin qui condotta?

Se dunque sabato c’è un’altra piazza, non è perché si voglia gridare «sì al debito» contro i sostenitori del Sindaco che dicono no. Non sono questi i termini della contrapposizione che va in scena sabato. Né è il Sindaco che fa eroicamente da scudo alla città contro i poteri forti, ma è casomai lui a farsi furbescamente scudo della città per parare le critiche al suo operato. E lo fa con slancio e passione, senza nulla tralasciare al caso: chiamando a raccolta gli antagonisti dei centri sociali, ma anche tutto il sistema di potere che negli anni si è consolidato attorno alla gestione della cosa pubblica e delle aziende partecipate.

Ma i trasporti pubblici: c’entra qualcosa l’ingiustizia del debito? E la raccolta differenziata, lontanissima dagli obiettivi dichiarati? E il degrado urbano, e l’anarchia del lungomare liberato? Se c’è un’altra piazza, forse è perché ci vuole pure un luogo per parlare di tutto questo. Per togliere qualche alibi e sfrondare almeno un po’ la retorica che gronda e rumoreggia intorno al municipio napoletano.

(Il Mattino, 12 aprile 2018)

Matteo e Luigi i gemelli diversi

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Il terzo tempo della partita giocata dalle forze politiche in questo inizio di legislatura volge al brutto. Ieri i due vincitori delle elezioni – così ci siamo abituati a chiamarli, anche se non hanno ancora conquistato il trofeo di Palazzo Chigi – se le sono date di santa ragione. Salvini ha provato inizialmente a fare l’ottimista, concedendo a un governo di coalizione fra il centrodestra e i Cinque Stelle il 51% di probabilità di nascere. Di Maio non ha perso tempo: un governo del genere – con Berlusconi e «l’ammucchiata di centrodestra», per dirla con la carineria che ha voluto usare – avrebbe zero probabilità di nascere. Secca replica del leader della Lega: «Di Maio in questo momento mi interessa meno di zero». Siamo, insomma, al muro contro muro.

Non è così che è cominciata la partita tra Lega e Cinque Stelle. All’indomani del voto, era prevalente il legittimo orgoglio per il successo elettorale, ma anche la doverosa fiducia circa la possibilità di formare un governo. Come se la forza delle cose, manifestatasi così prepotentemente nelle urne, dovesse bastare a convincere tutti che non fosse più possibile frenare la spinta al cambiamento. La nascita della Terza Repubblica. Per Di Maio, le elezioni erano state «un trionfo», grazie ai voti di 11 milioni di italiani, a cui – spiegava – bisognava dare una risposta sui temi. E, per darla, il Capo dei Cinque Stelle si dichiarava aperto al confronto con tutte le forze politiche, a partire dalla scelta dei Presidenti delle Camere. Non diceva tutte meno una, Di Maio. Non diceva: tutte meno Forza Italia. Non era ancora il momento di provare a spaccare il centrodestra, per ottenere la guida del governo in quanto prima forza politica del Paese. Dal canto suo, Salvini aveva da festeggiare lo storico sorpasso sugli azzurri: «La Lega ha vinto all’interno della coalizione – dichiarava il leader del Carroccio – e rimarrà alla guida del centrodestra. Abbiamo il diritto-dovere di governare».

Naturalmente non mancavano gli altolà. Il 10 marzo Di Maio postava un video su Facebook in cui metteva in guardia dal fare un governo di tutti senza il Movimento: «sarebbe un clamoroso insulto alla democrazia e ai cittadini». Il giorno dopo anche Salvini chiariva le sue idee a riguardo di soluzioni diverse da quelle che riconoscessero la vittoria del centrodestra: «se bisogna inventarsi pateracchi o minestroni, non sono assolutamente a disposizione», diceva. E se Di Maio ribadiva nei giorni seguenti che il governo i Cinque Stelle lo avrebbero fatto solo partendo dalla squadra presentata in campagna elettorale, Salvini escludeva dal novero delle cose possibili solo una collaborazione col Pd: «non esiste», e fine delle trasmissioni.

Poi è venuta la prima, importante scadenza istituzionale: l’elezione dei Presidenti delle Camere. E dalle puntute dichiarazioni di principio si è passata alla più morbida ricerca di un accordo. Che è stata trovato, forzando la mano al Cavaliere. Lì si è disegnata per la prima volta la possibilità di un asse fra Cinque Stelle e Lega, che potrebbe fare da perno anche alla formazione del governo. Perché Di Maio e i suoi hanno rifiutato di intavolare una discussione con Berlusconi e di votarne la prima scelta, Paolo Romani, e il gioco è riuscito. Salvini ha fatto il bel gesto di non chiedere nulla per la Lega, rendendo possibile che il centrodestra votasse il grillino Fico alla Camera, per avere i voti dei Cinque Stelle al Senato, sulla Casellati. Dentro Forza Italia vi sono stati forti malumori: dopo tutto, Berlusconi era quello che pochi giorni prima aveva detto che lui avrebbe aperto la porta ai Cinque Stelle «solo per cacciarli via». Ma il Cavaliere, si sa, è un ottimo incassatore e non ha fatto un plissé.

A indicare un clima diverso erano comunque dichiarazioni al miele come quelle di Beppe Grillo, che subito dopo l’elezione dei due Presidenti affermava: «Salvini è uno che quando dice una cosa la mantiene, che è una cosa rara». Dall’altra parte il braccio destro di Salvini, Giorgetti, interrogato sul reddito di cittadinanza ci ragionava un po’ su per poi assicurare che «se è qualcosa che incentivi la ricerca del lavoro, allora può essere valutato».

Tutte rose e fiori? Evidentemente no, se con la scadenza successiva, il terzo tempo delle consultazioni al Quirinale apertosi ai primi di aprile, il clima è mutato. Fino alle ruvidissime parole di ieri. Il fatto è che per Salvini tenere unito il centrodestra è una priorità: è la condizione che permette alla coalizione di stare davanti ai Cinque Stelle e di aspirare alla premiership. Per Di Maio, invece, che passi indietro in questa fase non è disposto a farne, un accordo con Forza Italia è politicamente troppo oneroso, e d’altra parte se gli riuscisse di spaccare il centrodestra peserebbe il doppio della Lega. Gli obiettivi politici dei due contendenti sono dunque opposti.

Quel che si può aggiungere, è che entrambi pensano, al punto in cui sono, di avere ancora tempo a disposizione per presentarsi a Mattarella senza formulare ipotesi subordinate, con tutta la forza di cui possono disporre: Salvini andando ad Arcore per dare del centrodestra una rappresentazione unitaria (cosa non facile, visto che da quelle parti c’è chi ancora prova a tirar dentro il Pd, più che il M5S), Di Maio facendosi i selfie insieme a Grillo e Casaleggio, per dimostrare che non ci sono divisioni interne al Movimento.

Ora, ci sarà un altro tempo, dopo che si sarà consumato quello del tatticismo spigoloso di quest’ultima settimana? È difficile fare previsioni, perché nessuno, neppure gli attori politici protagonisti di questo tiro alla fune, sanno fino a quando la corda reggerà. E la verità sta probabilmente nel mezzo: forse non è il 51%, ma non è neanche lo zero.

(Il Mattino, 10 aprile 2018)