I volti dei bambini che annegano nel buio

Fingal's cave by Joseph Mallord Turner.jpg

Le foto che vi raccontiamo sono disponibili da più di 36 ore. Non devono essere cercate, né si tratta di occultarle: sono infatti già in rete, sono a disposizione del miliardo di utenti di Facebook, e si trovano sui siti che raccontano il dramma dei migranti, i morti in mare. Non si pubblicano per umanità, per pudore, per decenza. E per il timore che possano suscitare una curiosità morbosa. Però ci sono, sono con ogni probabilità vere e raccontano ciò che accade sempre, ad ogni sbarco. Ritraggono corpi di bambini deceduti insieme a decine di persone nell’ultimo naufragio del Mediterraneo: di fronte a Zuwarah, città costiera situata un centinaio di chilometri ad ovest di Tripoli. Nonostante i rischi, nonostante i pericoli, nonostante i morti, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini continuano ad affrontare il mare aperto; a migliaia muoiono. Muoiono i bambini.

Uno giace disteso, le labbra livide, gli occhi chiusi e le braccia levate – solo i bambini piccoli riescono a dormire in quella posizione – la maglietta a maniche corte sollevata sul pancino, il pannolino con lo strappo. È morto. Intorno si vede la spuma del mare. La pelle è scura ma le mani sono bianche: la morte è bianca, fredda, gelida. La luce è la luce innaturale di un flash: la foto è scattata nell’oscurità. Il bambino è morto nel buio e nell’acqua: non ha potuto vedere né la luce né la terra dove i suoi genitori volevano condurlo.

La maglietta è arrotolata ma si capisce che sopra vi è stampato un personaggio dei cartoni, con dei bei capelli rossi. È una maglietta molto colorata. Colorata di rosso è pure la t-shirt della bambina con il pantalone rosa; colorato di blu il vestitino a pois bianchi di un’altra bambina ancora nell’acqua, con le calze bagnate. Sono morte anche loro. Anche se vestivano proprio come i nostri bambini, anche se i genitori provavano a dare allegria almeno ai loro abiti, e probabilmente a infondere loro un sorriso durante un viaggio difficile, inumano, tutto ciò non conta e non ha più importanza: sono morte. Morta è anche la bambina sul cui corpicino si frangono i flutti del mare: non si vede il volto, si vede l’onda, la schiuma che sale e copre i suoi lineamenti.

Altri ce la fanno: chi viene raggiunto in mare da un mezzo navale, chi viene soccorso in acqua prima di annegare, chi infine raggiunge terra e prova a dileguarsi prima di essere identificato. Tutti però non sono voluti né desiderati; tutti rappresentano un enorme problema che nessuno in Europa sa bene come affrontare.

Le sue dimensioni sono infatti immani. La più grave crisi umanitaria da cinquant’anni a questa parte. Un pezzo di continente assillato dalla fame e dalla guerra, un pezzo di continente in cui si sbriciolano interi ordini politici e sociali, chiede all’Unione Europea accoglienza e rifugio. Ma come si fa? Nessuno sa come si fa. Ora che i cadaveri dei migranti sono stati trasportati fin nel cuore dell’Europa, stipati in un camion e abbandonati per strada tra l’Austria e la Germania, sembra che si voglia finalmente prendere coscienza di un problema che nessuna politica nazionale può affrontare da sola, e che nemmeno l’Unione europea tutta intera sembra preparata a fronteggiare, per le sue proporzioni  imponenti, colossali, epocali.

Il progetto europeo nasce in verità da un bisogno di pace e di prosperità, maturato dopo trent’anni di guerre e decine di milioni di morti. Ma non c’è pace se ai tuoi confini, lungo le tue coste, per le tue strade arrivano in migliaia e muoiono come mosche: inermi e disperati, sgominati ed esausti. E mai è bastato chiudere semplicemente le porte – alzare muri? srotolare chilometri di fili spinati? affondare i barconi, bloccare i valichi, interrompere i traffici e presidiare le molte vie del mare? – mai è bastato o può bastare tutto questo se a muoversi e lasciare le terre d’origine sono popolazioni e paesi. Tutti insieme. Tutti in una volta.

Perciò, lo voglia o no, lo possa o no, l’Unione Europea deve studiare il modo di affrontare il dramma epocale che si sta consumando da anni – anche se fingiamo di accorgercene solo ora – e lavorare ad una soluzione condivisa. Deve varare programmi, tenere vertici e riunire commissioni, ma infine assumere una chiara responsabilità al riguardo. Le risorse economiche e una politica estera comune per l’immigrazione non sono opzioni più o meno disponibili di fronte a una sfida del genere: sono una necessità vitale. Non ha alcun senso dire infatti che le risorse non sono sufficienti, o che gli interessi dei paesi membri sono diversi e non collimano fra loro. O meglio, un senso ce l’ha: vuol dire che l’Unione non esiste. Se non esiste per questo, non esiste per nient’altro.

Perciò la blusa azzurra, il pantaloncino corto, le scarpe allacciate o i piedi scalzi nella sabbia umida della notte non sono solo un problema morale per le redazioni, un tormentoso caso di coscienza o una questione di deontologia professionale. Sono il contrassegno di una tragedia storica, e un ultimo appello pieno di allarme e di angoscia all’Europa.

(Il Mattino, 30 agosto 2015)

Embrioni, divieti legittimi. Meno male

fecondazione-eterologa-e-legge-40La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha emesso ieri una sentenza che farà discutere: i diritti della signora Parrillo non sono stati lesi dal divieto, oppostole in base alla legge italiana, di donare gli embrioni crioconservati alla ricerca scientifica. Nel 2002, Adelina Parrillo e Stefano Rolla fanno ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Il 12 novembre 2003, Stefano Rolla perde la vita nell’attentato di Nassirya, in Iraq. L’anno successivo, con la legge 40, l’Italia proibisce l’utilizzo di embrioni a fini di ricerca. Non volendo procedere all’impianto degli embrioni conservati dopo la fecondazione (e depositati presso una clinica romana), e intendendo invece donarli alla scienza, Adelina Parrillo ricorre al giudizio della Corte. Ieri il verdetto che le dà torto.

La sentenza fa ovviamente rumore, perché sembra andare contro l’inarrestabile spirito dei tempi. Al quale viene facile di giudicare oscurantista e reazionario qualunque limite venga frapposto alla ricerca scientifica. Non saranno i diritti della signora Parrillo ad essere stati lesi, si dirà, ma lo sono allora i diritti dei malati, e quindi quelli di tutti noi, che veniamo privati della speranza di poter accedere a cure per il cui sviluppo è necessario che la ricerca scientifica abbia libero corso, e possa anche procedere alla sperimentazione sugli embrioni.

Le cose però non stanno proprio così. La sentenza non interviene sui limiti della ricerca scientifica. Per quei limiti, peraltro, potrebbe bastare la Convenzione del Consiglio di Europa sui diritti dell’uomo e la biomedicina (Convenzione di Oviedo), la quale richiede per un verso una «protezione adeguata all’embrione», e per l’altro vieta la «costituzione di embrione a fini di ricerca». Segno che l’embrione non sarà qualcuno, cioè una persona, ma non è nemmeno una semplice cosa (altrimenti cosa vuol dire: «protezione adeguata»?). La sentenza interviene piuttosto sul rispetto o meno del diritto di proprietà sugli embrioni vantato da chi ha prestato il proprio materiale genetico, così come sul rispetto o meno della vita privata. E dice, in breve, che gli Stati nazionali possono stabilire limiti a ciò che di un embrione si può fare: nel caso in giudizio, donarlo o meno alla scienza. La parte più interessante della sentenza riguarda proprio la «necessità» – la Corte dice proprio così – di un intervento dello Stato. I margini di valutazione sono infatti ampi, sono coinvolte sensibilità morali diverse, i paesi europei hanno legislazioni differenti, c’è una pluralità di opinioni su quando la vita umana abbia inizio. La Corte non può non notare che proprio per questo sia il Consiglio d’Europa che l’Unione europea lasciano che gli Stati nazionali godano di ampi margini di discrezione nell’adottare legislazioni più o meno restrittive a riguardo della distruzione di embrioni.

Può piacere o no, ma questo significa, nei termini più larghi possibili, che ha senso legiferare in materia. E direi: per fortuna (dal punto di vista almeno del diritto pubblico). Il pronunciamento della Corte dice cioè che la questione dell’embrione non riguarda solo i diritti individuali della persona o della coppia che l’ha voluto. Proprietà e sfera privata c’entrano, ma solo fino a un certo punto, e quel punto viene stabilito da una legge dello Stato. C’è un passaggio della decisione della Corte in cui si dice che il diritto invocato da Adelina Parrillo non rientra nei suoi «core rights», cioè nel nocciolo duro dei suoi incomprimibili diritti, poiché non concerne «un aspetto cruciale della sua esistenza o della sua identità». Ne va sì dei suoi geni, insomma, ma non del suo stesso corpo o soltanto dell’espressione della sua volontà. All’ordinamento giuridico viene dunque chiesto di tenere conto di queste evidenti differenze.

Orbene, quest’idea, che l’ultima parola non spetta alla scienza o al progresso tecnologico, ma alle responsabilità che competono ai pubblici poteri, può spiacere solo a chi ritenesse che scienza e morale individuale sono tutto ciò di cui si ha bisogno in una democrazia per ordinare la convivenza umana. E che politica e religione sono invece ciò che il progresso deve mangiarsi per liberare l’individuo da vecchi legacci e antichi retaggi di illibertà. Ma è molto dubbio che le cose stiano davvero così. E che ieri una Corte europea ne abbia chiaramente preso atto, per una volta non sostituendosi alle responsabilità della politica e dello Stato ma anzi sottolineandole, non è affatto una cattiva notizia, qualunque cosa si pensi della legge 40.

(Il Mattino, 28 agosto 2015)

Basta scontri ora contano solo le riforme

renzi-riforme-il-manifestoSu cosa si sostiene il governo Renzi? Sulla maggioranza parlamentare, certo. Ma una maggioranza parlamentare non basta a sostenere un governo che si è formato nel corso della legislatura e non direttamente nelle urne, se non persegue un disegno chiaro e non si assegna un compito definito. E soprattutto se non convince il Paese che è in grado di realizzare quel disegno e assolvere quel compito. Il Parlamento che vota la fiducia a Matteo Renzi è il Parlamento eletto nel 2013. Ricordiamolo: un Parlamento che viene dopo il naufragio dell’ultimo governo Berlusconi, la fine di Bossi, il fallimento politico di Monti, la «non vittoria» di Bersani. E il clamoroso successo di Grillo. Ieri Renzi ha parlato di un’Italia che per vent’anni è rimasta in pausa, paralizzata dal confronto fra Berlusconi e l’antiberlusconismo. Ma il rischio che la pausa si prolungasse ancora, e che in una  «morta gora» ristagnasse l’intera legislatura uscita da quel voto c’era tutto. O, anche, il rischio di una rapida interruzione della legislatura: di un ritorno al voto (senza una legge elettorale decente), di una forte instabilità e di una crisi politica che avrebbe potuto avere conseguenze sul piano economico e sociale.

Su questo sfondo va dunque compreso il compito che Matteo Renzi ha assegnato al suo governo: quello di fare le riforme. Ieri Renzi non ha fatto altro che ricordarlo. Questa è il punto politico di legittimazione dell’operato del suo governo. Perciò il premier ha elencato le leggi portate ad approvazione – dalla buona scuola alla riforma della pubblica amministrazione, dalla responsabilità civile dei magistrati al jobs act, dagli ottanta euro alla legge elettorale – e ha indicato i prossimi impegni parlamentari, insistendo in particolare sul motivo delle tasse (dal prossimo anno via Tasi e Imu) e su quello della riforma del Senato. Su quest’ultimo tema, in particolare, si apriranno subito le ostilità: il mezzo milione di emendamenti che attende la navigazione del disegno di legge costituzionale, le aperte critiche della minoranza interna del partito democratico, i numeri risicatissimi al Senato.

È ovvio che Renzi minimizzi le difficoltà e mostri sicurezza. Altrettanto ovvio, d’altra parte, che nelle prossime settimane non verrà risparmiato nulla di ciò che la tattica parlamentare richiede, per conseguire il risultato. Poiché però il passaggio rimane stretto, e c’è caso che i voti della maggioranza non bastino, e che anzi se ne perda qualcuno a sinistra per conquistarne qualcun altro al centro e alla destra dell’emiciclo (o nelle terre desolate del gruppo misto e delle formazioni minori), il Presidente del Consiglio è ieri tornato su un vecchio refrain, per porre implicitamente una domanda al Paese: la domanda che accompagnerà probabilmente il cammino parlamentare delle riforme. Il refrain è quello del berlusconismo e dell’antiberlusconismo che per vent’anni hanno bloccato il paese: lo scontro ideologico, la delegittimazione reciproca. In verità, basta voltarsi intorno, ascoltare i discorsi in spiaggia o al supermercato, per accorgersi che la linea di divisione fra gli opposti schieramenti non passa più di lì. Quel che più conta dunque è la domanda, e cioè se gli italiani vogliono che il disegno delle riforme venga completato, e su una tale base giudicare l’operato del governo. Renzi scommette che sia questo ciò che gli chiede il Paese, e ha se non altro il merito di rendere chiara la scommessa politica. Dopo anni di governi tecnici, che facevano le cose in nome di una qualche necessità e quasi per conto terzi, Renzi prova a far prevalere una chiara volontà politica: le necessità – ivi compresi eventuali voti in libera uscita del centrodestra – vengono o verranno di conseguenza. Se non è più tempo di anatemi ideologici, non meraviglia dunque che le riforme Renzi le voglia fare con chi ci sta. In un certo senso, numeri o non numeri, il suo stesso governo procede così fin dai suoi primi passi, visto che i gruppi parlamentari del Pd sono stati formati sotto la segreteria Bersani, su tutt’altre premesse politiche e programmatiche.

Ma quid mali? Cosa c’è di male? Non è così che si afferma una leadership? Non è in questi termini che si costruisce una visione del Paese? E non è da una simile visione, cioè da una sfida politica e da una reale posta in gioco che dipende quel poco di coerenza che si può chiedere ai comportamenti politici? I vent’anni di pausa di cui ha parlato Renzi sono stati anche, paradossalmente, vent’anni di transumanze parlamentari: la più fiera opposizione di principio andava cioè di pari passo con il più disinvolto trasformismo. Le divisioni posticce, artefatte, appiciccate, che si sono trascinate in questi anni, anche fuori tempo massimo, non hanno infatti più senso, e non servono a nessuno. Auguriamoci magari che se ne formino di nuove,  radicate però nelle questioni vere che attendono l’Italia: un nuovo modello di democrazia parlamentare, la sfida epocale dell’immigrazione e una nuova caratura politica dell’Europa. Auguriamoci che le forze politiche su questi temi parlino e operino, si dimostrino vive e vitali, si compongano e scompongano se occorre e si lascino giudicare dagli elettori. Se andrà così, quale che sarà il giudizio, la pausa almeno sarà finita.

(Il Mattino, 26 agosto 2015)

Partiti in crisi, le primarie sono inutili

ImmagineDice Berlusconi: alle prossime elezioni amministrative, accordi tra le forze politiche e niente primarie. Si ricomincia dunque daccapo, dai vertici, dalle riunioni riservate, dalle decisioni prese intorno al caminetto? La retorica delle primarie, che si è imposta in questi anni, sia o no giunta al capolinea, ha comunque lasciato in eredità questa immagine potente: da una parte stanno i capi-partito, i signori delle tessere, la casta insomma; dall’altra la base, i militanti, i simpatizzanti e gli elettori. Fare le primarie significava togliere ai primi e dare a questi ultimi. Far circolare aria nuova e pulita nelle smoke filled backrooms, i retrobottega pieni di fumo di cui parlava il primo uomo politico che di fatto le primarie le inventò, più di  cent’anni or sono: tal Robert La Follette, dello Stato del Wisconsin, USA.

Le cose non sono andate proprio così. Non è che non circoli aria più salubre nelle stanze dei partiti italiani: è che, fra poco, non ci saranno più nemmeno le stanze. In fondo, questo non è mai stato un problema per Berlusconi, che alla crisi dei partiti rispose vent’anni fa con l’invenzione dei club. La cui missione non era certo quella di organizzare le primarie, bensì quella di attrezzare una rete organizzative efficiente e pronta all’uso. Le primarie non avrebbero mai aggiunto nulla alla forza, alla legittimazione e al carisma del Cavaliere: se mai, tolto qualcosa. E infatti, dalle parti del centrodestra, sono sempre state pensate come la maniera di scalzarlo via, non certo di incoronarlo. Così fu per Gianfranco Fini, così è stato per Raffaele Fitto, così oggi per Matteo Salvini.

Lo scenario è ovviamente di molto mutato, e Berlusconi non è più il padrone indiscusso del centrodestra. Tuttavia, di primarie, secondo il Cavaliere, è meglio che non se ne parli nemmeno questa volta. Dov’è la notizia, si dirà? Anzitutto in ciò, che il centrodestra aveva comunque provato la strada: più timidamente del centrosinistra, ma aveva cominciato a sperimentarla, in singole realtà locali. Fior di politologi avevano anzi spiegato, avendo il centrosinistra promosso le primarie a principale punto di innovazione della forma della politica, che il centrodestra non avrebbe potuto non scendere sullo stesso terreno. Ora invece Berlusconi, senza timore di apparire superato, le accantona in maniera esplicita: non servono, non fanno vincere. Il punto vero, in realtà, non è che spesso non selezionano il cavallo vincente, ma che con le primarie non si è costruito nulla: non a destra, e nemmeno, per la verità, a sinistra.

Nonostante la retorica che le ha accompagnate, le primarie non sono infatti (ancora?) entrate dentro la costituzione politica materiale del Paese, e dei partiti. Il Pd le ha elette a proprio mito fondativo, le ha addirittura considerate un tratto identitario. Poi però è accaduto che persino Matteo Renzi, che per la via delle primarie è arrivato in cima al partito democratico, e al governo, ha aperto ad una valutazione decisamente più laica e prudente della materia: se servono, si fanno; se non servono, no. Ora, è chiaro che una procedura di selezione delle candidature – ma sarebbe meglio dire una famiglia di procedure, dal momento che le primarie si possono tenere in molti modi – non possono essere adottate di volta in volta, a seconda delle circostanze o delle convenienze. Nessun partito può reggere alla fibrillazione comportata dall’incertezza cronica non solo sui nomi dei candidati, ma pure sulla maniera di sceglierli. Il caso Campania insegna. La titubanza espressa giorni fa da Renzi ha messo così crudamente allo scoperto la difficoltà che hanno i partiti, tutti, di tener fede all’impegno preso con l’opinione pubblica il bel giorno in cui decisero che avrebbero smesso di riunirsi tra di loro per selezionare i propri rappresentanti.

Perché però non ci riescono? Perché non sono più partiti veri, e perché non lo si diventa in grazia di un metodo, di un regolamento, di uno statuto o di un qualunque marchingegno elettorale. Le primarie sono state finora non un punto di forza, ma la maschera di una debolezza, cioè l’espressione di una grave crisi di rappresentanza: dunque solo un surrogato, e l’esercizio di una supplenza. Siccome i partiti non riuscivano a rappresentare più nulla, si è pensato che si poteva rinunciare del tutto alla funzione, farsi provvisoriamente da parte e trasportare di sana pianta la società civile dentro le istituzioni. Una scorciatoia, che non ha funzionato e non poteva funzionare.

La strada maestra rimane infatti la ricostruzione della sfera politica, l’allestimento di forze strutturate, reali, radicate nella vicenda nazionale, in grado di esprimere un punto di vista sul Paese, un giudizio sulla sua storia e una strategia sul suo futuro.

Ma simili partiti non ci sono. E così si ricomincia: dai vertici e dagli accordi. Berlusconi lo dice chiaro e tondo, il centrosinistra ancor no, ma di tempo per decidere gliene rimane poco, in un senso o nell’altro. E in Campania ancor meno, dato il precedente poco luminoso del 2011, in cui le primarie cittadine furono annullate, e quello delle regionali di quest’anno, in cui sono state procastinate un numero imprecisato di volte, senza che a lungo si capisse se si sarebbero tenute o no. Ma anche questa volta, per Napoli 2016, non solo non c’è il nome che mette tutti d’accordo, ma non c’è nemmeno la convinzione che il partito reggerebbe il peso di una scelta. E così le primarie tornano ad essere la maniera pilatesca di lavarsene le mani. Non l’espressione di una politica all’aria aperta, ma di una politica ancora alla canna del gas.

(Il Mattino, 24 agosto 2015)

Decisione difficile ma l’occasione è davvero unica

Acquisizione a schermo intero 19082015 224036.bmpA proposito di buona scuola, si può dire: è arrivata in ritardo. Si può anche sostenere, elevando il tono della discussione con una considerazione più generale e quasi metafisica che, nell’ordine del calcolo e del capitale, gli uomini sono diventati ormai, come diceva crudamente Jean Baudrillard, «l’escremento del tempo»: mentre infatti il tempo è indispensabile e non può andare perduto senza commettere peccato mortale di inefficienza, le nostre vite, le nostre esperienze, le nostre storie possono essere perdute, azzerate o anche solo comprate e vendute. Per molti di coloro che, dopo anni di sacrifici e di vita precaria (non solo di lavoro precario), sono chiamati a decidere se accettare di trasferirsi lontano da casa, la prospettiva di dover ricominciare daccapo, da un’altra parte, dovendo quindi riorganizzare tempi di lavoro, abitudini familiari, relazioni sociali (sostenendo anche i relativi costi), equivale a cancellare un pezzo della propria vita.

Però la riforma è arrivata, e va forse giudicata in maniera un po’ più prosaica. Il piano di assunzioni che ne accompagna l’adozione comporta l’immissione in ruolo di decine e decine di migliaia di docenti. Si ha un bel dire che il governo non ha fatto altro che ottemperare a una decisione della Corte europea, che impediva di tirare avanti con l’esercito dei precari: sta il fatto che una decisione è stata presa e una responsabilità assunta. E ha proporzioni quasi storiche. Questa decisione non poteva però servire semplicemente a sanare le condizioni soggettive dei singoli docenti, deve anche consentire di coprire i vuoti negli organici scolastici, e purtroppo la loro dislocazione non corrisponde alle richieste degli aventi diritto. Di qui la «deportazione» di cui parlano polemicamente quanti (circa uno su cinque, a quel che si legge), trovando assurdo che dopo anni di supplenze la presa di servizio possa avvenire a centinaia di chilometri di casa, rifiutano di presentare domanda.

È una scelta amara, che si può capire, specie se compiuta da parte di persone non più giovani, che non cominciano adesso il loro percorso professionale, che magari hanno già preso casa e messo famiglia, o che semplicemente non sono disposte a destinare i loro prossimi stipendi a sostenere le spese necessarie a trasferirsi armi e bagagli al Nord (perché diciamolo: il sacrificio viene chiesto anzitutto ai docenti meridionali, e pure questo è un aspetto dell’impoverimento del Sud).

Ma nel computo delle cose di cui tenere conto, e per una valutazione complessiva del piano di assunzioni straordinario, va considerato pure che viene finalmente offerta una soluzione lavorativa stabile a un vastissimo numero di docenti; che solo per una parte minoritaria dei nuovi assunti si profila la possibilità di un trasferimento lontano da casa; che non è da escludersi la possibilità di avvicinamento nei prossimi anni. E, infine, che c’è un anno di tempo – a quanto si apprende– per prendere la decisione. Un anno di tempo significa che la scelta non è più una pistola puntata alla tempia, un dentro o fuori  pronunciato come una sorta di ultimatum, ma consente almeno un tempo di ponderazione, e così di osservare un certo assestamento del nuovo sistema.

La buona scuola è un difficile incastro fra esigenze diverse. Diverse, si vorrebbe dire, per ogni ordine e grado scolastico, ma anche per esigenze territoriali, percorsi professionali, progetti formativi. Immettere centomila nuovi docenti in un mondo così differenziato, non creandoli ex novo, ma prendendoli dalle graduatorie formatesi – anzi incancrenitesi – nel corso di anni e anni, non era e non è un’impresa facile, se almeno si vuole evitare che il tutto somigli semplicemente a un «ope legis» privo di qualunque criterio e di un minimo di necessità funzionale. Questa necessità è, appunto, una necessità, e cioè non discende – diciamolo chiaramente – dai più alti fini che la legge dichiara fin dal suo primo articolo: mettere la scuola al centro della società, innalzare, rispettare, recuperare, garantire, valorizzare, realizzare. Eccetera eccetera. Qui si trattava di risolvere un problema eminentemente pratico, generato da ritardi storici accumulati nel corso di anni e anzi di decenni, cercando di far incontrare le esigenze del sistema scolastico e quelle del personale docente. Certo, si può anche rinunciare a cercare compromessi del genere e  anzi ogni genere di compromesso. Quanti pensieri acuti non si trovano – solo per fare un esempio – nella prospettiva di un intellettuale irregolare come Ivan Illich, che, prima di Pasolini, auspicava la «descolarizzazione» della società, accusando la scuola di ogni nequizia: di inquinamento fisico, di polarizzazione sociale, di impotenza psicologica. Ma, per seguirlo, bisogna abbandonare del tutto il giudizio prosaico sull’istituzione, e insieme con esso anche cose come il conto dei posti disponibili, le carenze in una materia o nell’altra, i punteggi, le graduatorie e tutto il resto. È, se si vuole, una nobile scelta di vita, ma per fortuna c’è vita pure nelle istituzioni: nel loro spirito e nelle loro necessità.

(Il Mattino, 20 agosto 2015)

Perché si torna a parlare di Bassolino

Acquisizione a schermo intero 19082015 154614.bmpIl «nonsipuotismo». Antonio Genovesi aveva battezzato così il sentimento profondo e inguaribile dell’impossibilità di cambiare le cose, la rassegnazione, la sfiducia, il cronico disincanto. Antonio Bassolino divenne sindaco di Napoli, ormai più di vent’anni fa, con l’obiettivo di curare la malattia. E per qualche tempo ci riuscì.

Se oggi l’ipotesi di una sua candidatura a Palazzo San Giacomo riempie le pagine dei giornali, e stuzzica i napoletani, è forse perché è il partito democratico ad essere affetto dalla malattia: il numero delle cose che pensa non si possano fare cresce ogni giorno di più. Non si possono fare le primarie, non ci si può dividere un’altra volta in maniera lacerante, non si può andare con De Magistris, non si può confidare nella società civile, non si può convergere su un nome unitario, non ci si può affidare a un volto nuovo, non si può aspettare la benedizione di Matteo Renzi, non si possono imporre nomi e però non si possono neppure sceglierli e votare, i nomi. Non si può commissariare il partito ma neppure si può fare la scelta all’interno degli organismi di partito, perché non hanno sufficiente forza e legittimazione per tenere tutti insieme. Non si può questo e non si può quello: più sfiduciati di così si muore.

Qual meraviglia, allora, se in mezzo a tutti questi «non possiamo» – che sono in realtà dei «non vogliamo» – torni di nuovo in lizza il nome di Bassolino? Il quale aspetta sornione e sta a vedere se davvero tutto riprenderà a ruotare intorno a lui, come fosse il motore immobile di Aristotele: non è lui, infatti, che si muove e si affanna in cerca di una candidatura. Sono gli altri, che non potendo andare da nessun’altra parte, per giri ora più grandi ora meno grandi si avvicinano a lui.

E così, dopo la vittoria di Vincenzo De Luca alle regionali, il film della politica campana rischia di girare davvero il sequel degli anni Novanta. Ma cosa vorrebbe dire il possibile ritorno di Bassolino? È banale dirlo, ma il primo significato di una simile, clamorosa rentrée sarebbe una condanna per incapacità della classe dirigente espressa dal centrosinistra negli ultimi cinque, dieci anni. Prima ancora di affrontare la competizione elettorale, il Pd ammetterebbe che dalle sue fila non è venuta fuori un solo nome in grado di proporsi credibilmente per le elezioni municipali. Il che è abbastanza paradossale, visto che il Paese vive in questo momento un profondo rinnovamento generazionale: basta guardare la composizione del governo nazionale.

Ovviamente, il nuovo per il nuovo non è mai stata una vera proposta politica: funziona nei momenti di rottura, e rischia di alimentare risposte avventuristiche: l’esperienza di De Magistris docet. Ma rimane il fatto che l’eventuale candidatura di Bassolino apparirebbe come un ripiego, come una scelta necessitata da insipienze, veti e inconcludenze. Non sarebbe il frutto di una nuova scommessa, ma casomai del rifiuto di scommettere ancora.

Tutto ciò non riguarda, ovviamente, il piano personale. Sul quale Bassolino fa bene a togliersi qualche piccola soddisfazione, essendo uscito dal cono d’ombra nel quale era stato troppo frettolosamente relegato. Ma il primo a sapere che non sussistono oggi le condizioni che lo portarono a vincere nel ’93 è lui.

Si era allora in piena Tangentopoli, la classe dirigente democristiana e socialista era franata rovinosamente, e intorno a Bassolino si raccolse tutto il contrario del «nonsipuotismo»: una speranza di rinnovamento e di rinascita, favorita anche dalla riforma istituzionale dell’elezione diretta dei sindaci, sullo sfondo di un panorama partitico disastrato. Oggi, la crisi della politica, sia locale che nazionale, ha prodotto soggetti come Luigi De Magistris da una parte, e i Cinquestelle dall’altra, che provano entrambi a legittimarsi in chiave polemica nei confronti del governo politico nazionale: De Magistris per spostare l’attenzione e il giudizio degli elettori dal piano amministrativo a quello politico; i Cinque Stelle perché ancora ben lontani dall’essersi provati nei consigli locali. Il Pd è invece alla guida del paese e del Mezzogiorno. È la principale infrastruttura su cui poggia la capacità della politica di riprendere in mano le redini del Paese. Ed ha una responsabilità storica e politica nuova, di interpretare il governo del cambiamento in continuità con la fase aperta da Renzi, dalla «rottamazione» in poi. Può essere Bassolino l’interprete anche di questa stagione? A ciò si aggiunga che nel 2016 il voto in città come Milano o Napoli avrà il valore di un test nazionale. Può Renzi affrontarlo al Sud affidandosi alla vecchia guardia? Non sarebbe l’implicita ammissione che, gli riesca o no di cambiare il Paese, non gli è veramente riuscito di cambiare il Pd?

(Il Mattino, 19 agosto 2015)

Se è troppo noioso derattizzare

Acquisizione a schermo intero 12082015 100519.bmp

Non ci ha pensato solo Giacomo Leopardi, nell’ultimo periodo del suo soggiorno napoletano: anche Luigi De Magistris, a pochi mesi dalla fine del suo mandato, ha deciso di scrivere il suo poemetto satirico e zoo-epico, i suoi paralipomeni alla batracomiomachia, la guerra dei topi e delle rane (con contorno di granchi). Nella celebre versione del poeta di Recanati, i topi erano dalla parte del progresso e della libertà, mentre le rane stavano dalla parte della conservazione (e i granchi alludevano allo straniero, all’austriaco). De Magistris ha invertito i ruoli: Renzi è il topo cattivo che deve essere tenuto fuori dalla città «derenzizzata», il che vuol dire che il primo cittadino ha deciso di celebrare la sua epopea prendendo per sé la parte della rana. In effetti, come le rane, anche il sindaco di Napoli ama spesso gonfiare il petto.

Lo ha fatto anche ieri: e non sulle sudate carte, ma via Facebook, dove si può leggere – non in versi a rima baciata o alternata, ma comunque in una prosa assai roboante – che lui ha, per l’appunto, «derenzizzato» la città. Un proclama leggendario, di cui non sarebbe stato capace neppure il re di Topaia, Mangiaprosciutti, o il suo coraggioso successore, Rodipane, che pure andò alla guerra (e dignitosamente la perse) pur di non piegarsi allo straniero. Ancor più fieramente di costoro, De Magistris difende Napoli e apparecchia la resistenza: «ora e sempre», scrive, con una non impercettibile allusione alla lotta contro il fascismo. De Magistris non dà a Renzi del fascista, bontà sua, ma gli imputa, di seguito e tutto d’un fiato (cioè gonfiandosi come una rana): violazione della Costituzione, occupazione violenta del territorio, abuso della legge, uso illegittimo del diritto, derive autoritarie. All’elenco ha mancato di aggiungere solo i crimini contro l’umanità: il resto c’è. La Corte penale internazionale è avvisata. D’altronde, cosa scrive Leopardi quando giunge l’ora decisiva? «Leonidi, Temistocli e Cimoni,/ Muzi Scevola, Fabii dittatori,/ Deci, Aristidi, Codri e Scipioni», tutti gli oratori e i condottieri del mondo antico non avrebbero saputo tuonar guerra con più vigore di De Magistris.

Il suo posto è infatti colà, tra quei campioni di coraggio e di eroismo, quei fulgidi esempi di ardimento e prodezza, anche se purtroppo la vile cronaca e il monotono ufficio di amministratore lo dovrebbero tenere un po’ più di qua, un po’ più coi piedi per terra. Nel bando affisso ieri sulla bacheca virtuale De Magistris parla anche della Terra, in verità. Ma, in primo luogo, gli mette la maiuscola, e poi scrive che la Terra è bene comune, la Terra «è identità, è radici, è profondità», non è affatto «materialità, consumismo, proprietà». Altisonante formula retorica: ci sono mica napoletani a cui manchino beni materiali, o a cui spiacerebbe acquistare qualcosa e consumare un po’ di più? Evidentemente, per De Magistris, no. Oppure non è questo il tempo. Amministrare si vedrà; intanto, quel che conta nell’«ora e sempre» della Resistenza contro il governo cattivo e usurpatore dell’illiberale e autoritario Renzi, sono, nell’ordine: identità radici e profondità. Figuriamoci se uno che parla così della Grande Madre Terra si può interessare dei topi veri che scorazzano per le strade di Napoli, e che ogni tanto per strada, a terra, ci rimangono. I topi di Topaia, quei valorosi topi che nelle stanze in ottave di Leopardi difendono la libertà contro i soprusi dei granchi stranieri, quelli sì che gonfiano il petto del sindaco. Il topo che Edgar Colonnese ha trovato davanti alla sua libreria, in pieno centro, quel topo morto e prontamente immortalato non dai versi di un poeta ma dai selfie dei turisti, come ricordo indelebile della visita in città, quello non vuol dir nulla, non accende l’animo dei forti e quindi nemmeno del sindaco.

C’è – ognuno lo vede – una distanza enorme tra i noiosi compiti amministrativi per i quali si viene eletti alla guida di una città (posto che sia la Napoli di oggi e non l’ottocentesca Topaia di Leopardi), e la maniera in cui il sindaco interpreta il suo ruolo, nella ostinata quanto ridicola ricerca di un senso politico, di un ruolo politico, di un destino politico più grande di quello che l’arancione della sua rivoluzione gli ha potuto conferire. Una distanza tale che è legittimo domandarsi: a quando la dichiarazione di indipendenza, una nuova bandiera e una milizia cittadina? E soprattutto: da quale profluvio apocalittico di parole saremo travolti nella prossima campagna elettorale, in cui De Magistris chiamerà i suoi a difendere come minimo la democrazia e la libertà? Saprà qualcuno opporgli un bilancio un po’ più sobrio, freddo e ragionato della sua sindacatura?

(Il Mattino – ed. Napoli, 12 agosto 2015)