Come si costruiscono le vere larghe intese

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A quanto pare, i responsabili sono già stati individuati. Dico: i futuri membri di un movimento di responsabilità nazionale, i futuri Razzi e Scilipoti che dovranno tenere su un governo di centrodestra. Per Berlusconi, quei candidati pentastellati che, per via dei mancati rimborsi, delle affiliazioni massoniche e di altre infrazioni assortite, sono già stati messi fuori dal Movimento, ancor prima di essere eletti, hanno il profilo ideale: primo, sono stati presi a casaccio; secondo; non hanno mai lavorato in vita loro; terzo, troverebbero conveniente incassare integralmente l’indennità parlamentare.

Non proprio un argomento di alta politica, ma tant’è: nonostante le rassicurazioni che l’ex Cavaliere spande a piene mani sulla solidità dell’alleanza di centrodestra (con l’accordo di programma custodito «in cassaforte») e la sbandierata fiducia nella possibilità di conquistare la maggioranza in entrambe le Camere, il leader del centrodestra comincia a dire ad alta voce, sia pure come ipotesi subordinata, quello che in molti pensano: che dal 5 marzo, dal giorno dopo il voto, bisognerà accontentarsi di quel che passa il convento, perché le urne difficilmente consegneranno il governo del Paese a uno solo degli schieramenti in campo.

Solo che, invece di ragionare di possibili formule politiche, di accordi di grande coalizione o di governi di unità nazionale, Berlusconi preferisce mettere su il migliore dei suoi sorrisi, e dire con tutta la simpatia di cui è capace che aspetta a braccia aperte i ripudiati, quei candidati senza arte né parte che, finiti fuori dal Movimento, pur di non tornarsene a casa sapranno comportarsi con responsabilità. Il ragionamento si può naturalmente estendere a tutti i parlamentari di prima nomina, più degli altri restii ad affrontare nuove elezioni a breve, e alla variegata galassia moderata e centrista, sparsa un po’ di qua e un po’ di là, la cui collocazione è abbastanza sfumata da consentire eventuali transiti da una parte all’altra.

Fare le larghe intese? Evidentemente non si può dire. Siamo in campagna elettorale: non solo non si prendono voti, a ventilare una simile eventualità, ma si dà una mano alle formazioni che, a destra come a sinistra, sono pronte a lanciare anatemi. Anzi: lo stanno già facendo. C’è chi si indigna perché il Pd riabilita Berlusconi, chi dice che tanto hanno lo stesso programma, chi si oppone con fieri toni patriottici e chi ovviamente grida al grande inciucio. Tutti, insomma, usano quella ipotesi per darsi patenti di serietà, purezza, autenticità: volete una vera sinistra? Sono quelli che non stringono patti con Berlusconi. Volete una vera destra? Sono quelli che mai e poi mai col Pd. Volete infine i più veri e puri di tutti? Sono i Cinque Stelle, quelli che non fanno accordi con nessun altro.

Allora non diciamolo. Ma mettiamo da parte i numeri ai quali si vorrebbe arrivare con operazioni dal sapore trasformistico, complici la lunga tradizione della politica italiana e le esperienze delle ultime legislature, con continui passaggi da un gruppo parlamentare all’altro e non pochi cambi di maggioranza, e domandiamo se non si possa almeno dire per cosa si vota, qual è la posta in gioco, quali decisioni l’Italia è chiamata a prendere. L’Europa: è o no lo spazio politico nel quale il nostro Paese deve far sentire il proprio peso? Ci sono o no appuntamenti delicatissimi alle viste: le prossime elezioni europee, le prossime nomine (una per tutti: il successore di Draghi), la riforma dei Trattati? Sono questi temi che tracciano una linea tra le forze politiche oppure no? E la questione democratica, la riforma delle istituzioni, la ricostruzione di una sfera politica pubblica: c’è o no un motivo di preoccupazione per lo sfibramento degli istituti del parlamentarismo, per lo Stato di diritto e le sue garanzie fondamentali? Le ricette di centrodestra e centrosinistra, in materia economica e sociale, sono distanti. Ma hanno almeno un comune denominatore: assumono che esista un contesto internazionale, europeo e globale nel quale l’Italia, un Paese ad alto debito, è chiamato ad operare: a finanziarsi, non solo a spendere. È un principio di realtà, che nonostante le promesse viene mantenuto, se non altro per i rapporti che centrodestra e centrosinistra intrattengono con le famiglie politiche del Continente.

C’è qui davvero un punto di fondo: i populismi si somigliano infatti in ciò, che non riconoscono altra istanza a cui dar conto che non sia il popolo. La democrazia non deve avere per loro alcuna articolazione: né interna né esterna. Né sociale né politica. E non vi sono sedi internazionali, poteri indipendenti, autorità terze, istituti del mercato o principi di diritto a limitarne la volontà sovrana.

Ecco un’altra linea discriminante: forse l’ultima. Berlusconi non può pensare di presidiarla racimolando qualche parlamentare con spicciola disinvoltura. Ai “responsabili” può rivolgere tutti gli inviti che vuole in campagna elettorale; non può credere che basti tirar su una maggioranza pur che sia, per governare l’Italia dopo il 4 marzo.

(Il Mattino, 21 febbraio 2018)

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Diego Fusaro al Liceo Tasso: una lezione paradossale

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La cosa migliore è che una scuola, che voglia avvicinare i ragazzi al dibattito pubblico, promuovere il confronto delle idee, favorire la crescita culturale, inviti tutti e faccia sentire tutte le voci. Persino le più torbide. Bene sarebbe però che facesse le proprie scelte con un occhio anche a quello che succede nel mondo dei libri e delle riviste scientifiche, e non solo sugli schermi televisivi. Ad ogni modo: il Liceo Tasso di Salerno ha fatto sicuramente benissimo a invitare nientepopodimeno che Diego Fusaro a parlare di Marx: chi meglio di lui? Non è lui che quasi dieci anni fa ha fatto squillare il “Bentornato, Marx!” con un libro che ha venduto migliaia di copie? Dunque: benvenuto Fusaro! E benvenuta la discussione, che sicuramente il suo intervento, domani, nell’Aula Magna del liceo salernitano, si accenderà vivace e stimolante.

Ma servirà a qualcosa? Forse il primo a dubitarne dovrebbe essere lo stesso Fusaro. Non perché si possano mai nutrire dubbi sulla eccelsa qualità della sua relazione, sulla indiscutibile chiarezza dell’esposizione o sull’interesse vivissimo che saprà suscitare. E poi ai ragazzi del Tasso Fusaro darà una bella strigliata: accusandoli di essere politicamente disimpegnati, li chiamerà “selfie della gleba, dediti al culto narcisistico di sé”; li vedrà consegnati “all’erranza planetaria”, visto che non c’è più una sana leva militare obbligatoria ma, al suo posto, l’orrido Erasmus, la “nuova naia”: dove pensano questi ragazzi di andarsene felicemente a spasso, in giro per l’Europa, “abbandonando ogni radicamento nazionale e ogni residua identità culturale”?

Quindi dirà loro in faccia di essere ormai preda “della evasione autoreferenziale e autistica nella galassia telematica e dell’iperrealtà” (scrive così, Fusaro: fascinosissimamente), forzatamente convertiti al “mito capitalistico globalizzato”: prova ne è il fatto che seguono Mtv, l’emittente musicale che, per il Nostro, è l’apice del “degrado spettacolare mondiale americano di ogni cultura”: non si tratta difatti della “normalizzazione videocratica globalista e liberal dell’immaginario”? Infine, toglierà una ad una tutte le armi al capitale: schierando Leopardi contro lo ius soli, Dante contro il consumismo, e l’antica sapienza greca contro il libertinismo sessuale dei nostri giorni.

A quel punto, però, dopo averli così incominciati a rieducare, un dubbio dovrà pur venirgli. Fusaro ha regalato ai suoi seguaci in rete il seguente, acutissimo pensiero: “voi pensate che, se davvero col voto si decidesse qualcosa, vi lascerebbero votare? Commoventemente ingenui”. Siete degli ingenui. Dei poveri illusi. Soprattutto, immagino, quei diciottenni che si avvicinano per la prima volta al voto e che lo ascolteranno domani, a Salerno. Ora, la democrazia è bella per questo, perché anche chi la considera una buffonata può non solo dire la sua opinione, trattando come sciocchi creduloni quelli che la pensano diversamente, ma anche andare nelle scuole pubbliche statali a impartire siffatte lezioni. Rimane però il dubbio, che, se non assalirà Fusaro di suo, sarebbe bene qualcuno gli facesse venire. Domandando per esempio così:

“Caro eccellentissimo filosofo Diego Fusaro, guardi un po’ come si può applicare il suo ficcante argomento contro la democrazia: lei pensa che, se davvero le cose che va scrivendo e cianciando un po’ dappertutto – nei capitalistici canali televisivi che frequenta, sui capitalistici social network su cui scrive o sul suo blog personale, circondato da capitalistiche pubblicità, e infine nei libri – merce capitalistica pure quella, in ragione della proprietà – davvero lei pensa che gliele farebbero dire o scrivere, se servissero a qualcosa? Scelga lei. O non servono a nulla, e allora ci lasci almeno votare in santa pace: mentre lei conduce la sua vita inutile, lasci a noi di esercitare i nostri diritti fondamentali, fossero anche inutili. Oppure servono a qualcosa, e allora il mostro capitalistico totalizzante che lei denuncia incessantemente non è così mostruoso, se consente a lei tutto questo gran chiacchierare per ogni dove, con sua anche economica soddisfazione e nostro personale divertimento. Ma allora sarà a maggior ragione utile per noi votare, fare il nostro dovere di cittadini, come anche la scuola e i professori ci ricordano”.

Perché sono sicuro che il liceo pubblico statale Torquato Tasso di Salerno invita sì Diego Fusaro e gli offre una così bella occasione di dialogo – e chi siamo noi per criticare? – ma poi non rinuncia a svolgere fino in fondo la sua missione culturale, pedagogica, civile, perfino democratica. Vero? Buona conferenza!

(Il Mattino, 18 febbraio 2018 – edizione salernitana)

La distinzione

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Se si vede il video pubblicato sul sito della testata online – quello in cui viene avvicinato Roberto De Luca, il figlio del governatore – viene più di un dubbio che i giornalisti, con l’aiuto di un ex boss della camorra, non si siano limitati ad accendere le telecamere e ad ascoltare le cose che accadono, ma abbiano provato a farle accadere, le cose, in quel sottobosco della politica dove, con grande spregiudicatezza, si sono inseriti. Questa del resto è l’idea dell’agente provocatore, ed è stato il direttore di Fanpage, Piccinini, a parlare di “giornalisti provocatori”: chi provoca non si limita a realizzare un’operazione sotto copertura, con un’identità mascherata, ma prova a incitare o indurre al crimine l’interlocutore, a cui propone l’affare sporco. Non osserva semplicemente il quadro, ma di fatto lo altera o addirittura lo costituisce.

Sarà la magistratura – che sulla materia è già al lavoro da mesi – a valutare il materiale raccolto dal Fanpage. Ma la questione è se dobbiamo davvero augurarci di vivere in un mondo in cui è lasciata ad ogni singolo cittadino – e a volte a cittadini con un pedigree non invidiabile, come nel caso del filmato in questione, in cui è un ex boss della camorra il motore di tutto – l’iniziativa di infilarsi tra i malfattori per incastrarli. Conosco l’obiezione: meglio che lo facciano loro, se non c’è altro modo di fare. Meglio andare a caccia di ladri e corrotti anziché mettere la mordacchia al giornalismo d’inchiesta, come si vuol fare tirando in ballo sottili distinzioni giuridiche.

Rispondo: però quelle distinzioni ci sono. Stanno nel codice. E vi stanno a tutela di diritti fondamentali, a garanzia di coloro che si trovano sotto accusa, a protezione delle condizioni per l’esercizio della difesa e di un giusto processo. Se il codice penale parla di agenti infiltrati, e non di agenti provocatori, è perché la differenza c’è, e violarla significa lasciare campo libero all’attività inquisitoria, con la solita scusa che chi è onesto non ha nulla da nascondere. A nessuno viene ormai fatto di pensare che in questo modo si sposta la soglia dalla giuridicità alla moralità dei comportamenti, e che un simile spostamento è pericoloso per la salute di una democrazia.

Conosco l’obiezione: ma la democrazia è malata non per colpa di giornalisti coraggiosi, ma per via della corruzione dilagante. Invito allora a considerare che, così ragionando, assecondiamo la logica pericolosa de: “a mali estremi, estremi rimedi”, logica che sappiamo dove comincia (è già cominciata), ma non sappiamo dove si fermerà. Anzi: in una logica del genere, i freni saltano, e non c’è più nessuna ragione per fermarsi, per non ridurre sempre di più gli spazi di libertà delle persone, in nome della sacrosanta lotta alla corruzione. Quanto alla democrazia: siamo sicuri che far scoppiare un caso simile in prossimità del voto – quando in realtà le inchieste erano già avviate, quando i magistrati erano già al lavoro, quando i riflettori erano già stati messi dalla Procura sulle gare andate deserte e sull’attivismo dei gruppi criminali intorno ad esse – non configuri una forma di inquinamento elettorale, che incide pesantemente sul corso della vita democratica, in un momento decisivo per il Paese?

Certo, la politica, ancora una volta, non ne esce bene. Nessuno però vuole negare che c’è un mondo di mezzo che ruota intorno all’emergenza ambientale, che ci sono pesanti interessi in grado di condizionare l’attività amministrativa, che una gestione razionale e trasparente della materia non può prevedere l’interessamento del figlio del Presidente della Regione. Ma di qui a calpestare il lavoro degli inquirenti e a sorvolare sulle distinzioni a cui dovrebbe invece rimanere aggrappato un ordinamento giuridico liberale ce ne corre. Ed è un rischio che, almeno noi, non vorremmo correre.

(Il Mattino, 18 febbraio 2018)

La giustizia fai da te nelle urne

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Ancora una volta, alla vigilia delle elezioni, Napoli balza alla cronaca nazionale per inchieste che coinvolgono esponenti politici. Niente di nuovo sotto il sole? No, qualcosa di nuovo c’è, ed è che questa volta la Procura della Repubblica, in assoluta discontinuità col recente passato, ha provato a tenere al riparo l’indagine dai clamori mediatici, salvo intervenire quando ha tenuto che la diffusione delle notizie comportasse la dispersione di possibili elementi di prova. Nel perverso circuito mediatico-giudiziario in cui è trascinata la vita pubblica del nostro Paese, il pallino è ormai direttamente nelle mani delle testate giornalistiche, al cui rimorchio la Procura è costretta a muoversi.

I fatti. La testata Fanpage assolda un ex boss dei rifiuti, e lo manda in giro per sondare la disponibilità dei politici a intascare qualche robusta mazzetta in cambio dello smaltimento illegale di rifiuti. Il materiale così raccolto – gli abboccamenti e gli accordi corruttivi che sarebbero stati stretti con le persone avvicinate, documentati tramite registrazioni e riprese video, non ancora resi pubblici – viene portato in Procura, che ha già in piedi un’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti in cui è coinvolta la Sma, la società regionale per la tutela dell’ambiente. Nei giorni scorsi, disattendendo la preghiera di riservatezza elevata dalla Procura, quelli di Fanpage fanno sapere che stanno per pubblicare sul sito i risultati dell’inchiesta giornalistica. A questo punto la Procura è costretta a intervenire: partono le perquisizioni, i primi nomi dei politici coinvolti finiscono sui giornali, gli stessi giornalisti si trovano ad essere indagati, la bomba mediatica esplode in piena campagna elettorale. E rischia di riservare sorprese anche nei prossimi giorni.

Ora, fermo restando il rispetto per il lavoro degli inquirenti, spinti sotto i riflettori dove questa volta avrebbero volentieri fatto a meno di finire, non abbiamo più di un motivo di allarme per gli inquinamenti del confronto politico-elettorale, che fatti del genere causano? Fanpage ha indubbiamente una notizia per le mani, e vuole pubblicarla. Ma quella notizia è stata costruita, e richiede di essere usata nel bel mezzo di una campagna elettorale, quando ovviamente fa molto più rumore. A ritrovarsi tirati in ballo si ritrovano così centrodestra e centrosinistra: per via degli esponenti politici coinvolti (appartenenti, a quel che finora si sa, a Fratelli d’Italia), e perché la Sma è una società regionale, e la Regione è in mano al centrosinistra. Domanda: è normale, questo? E bisogna augurarsi che anche altri facciano altrettanto, che per esempio altri giornali si armino di squadre di agenti provocatori, e che magari lo stesso facciano i partiti, provando per esempio ad istigare la commissione di reati da parte di avversari politici? La tentazione fa l’uomo ladro, dice il proverbio. Ma appunto lo fa: non lo rivela semplicemente, ma lo crea. Per moralizzare il Paese, per estirpare la malapianta della corruzione, dobbiamo moltiplicare le possibili tentazioni, e ingrossare le file dei ladri, per poterli poi arrestarli tutti?

C’è effettivamente chi pensa che si debba fare così. Devono finire tutti in galera: è un sentimento diffuso. Piercamillo Davigo ha sempre sostenuto che i mezzi a disposizione della magistratura non sono sufficienti, e che se si volesse davvero fare la guerra alla corruzione bisognerebbe sguinzagliare per il Paese il maggior numero possibile di agenti sotto copertura. Ci vorrebbe una legge, però, perché la dottrina in materia non è univoca, e non è chiaro fino a che punto si possa spingere l’infiltrato o il falso corruttore. E difatti c’è una forza politica che non ha dubbi al riguardo: sono i Cinque Stelle. Meno di un paio di settimane fa lo hanno detto chiaramente: la prima cosa che deve fare Di Maio, appena arriva a Palazzo Chigi, è una bella legge che dia la più ampia libertà all’autorità giudiziaria di impiegare gli agenti provocatori. A quel punto, il clima poliziesco di sospetto, paura e diffidenza sarà generalizzato, e nessuno vorrà più corrompere o lasciarsi corrompere, per il timore di trovarsi di fronte a un collaboratore delle forze dell’ordine. Tanto, aggiungono, gli onesti non avranno mai nulla da temere. E così, per selezionare un manipolo di onesti incorruttibili (certo solo fino a prova contraria, che può arrivare in qualunque momento) si possono gettare nel terrore tutti gli altri. Cioè noialtri, noi potenziali ladri e corruttori, che, se non accettiamo questa logica, mostriamo già di voler delinquere, o almeno di non essere sicuri di non volerlo fare. Siamo già tutti sospettati o sospettabili.

Ma se non si ha la forza di respingere questa logica perversa, di denunciarla pubblicamente per timore di finire nel novero dei potenziali delinquenti, si guardi almeno a cosa sta accadendo: che l’uso fai da te della giustizia spinge ad usare un camorrista, o ex camorrista, per stanare i corrotti. Che a farlo non è il magistrato, ma il giornalista. E che facendolo si interferisce pesantemente con indagini in corso. Così è, se vi pare.

Naturalmente, appena i video di cui si parla verranno pubblicati, passerà fatalmente in secondo piano ogni genere di preoccupazione per il modo in cui quel video è stato ottenuto, e non sarà certo sui giornali che si discuterà del suo eventuale valore probatorio. Roba da legulei, da sottili azzeccagarbugli. L’indignazione travolgerà ogni cosa. Ed allora, se ancora c’è tempo, proviamo a farlo adesso: sommessamente, sine ira ac studio, prima che la tempesta perfetta si sollevi.

(Il Mattino, 16 febbraio 2018)

La diversità morale e il vizietto

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A quanto pare, non si tratta di dimenticanze, di distrazioni, di semplici ritardi. Non sono disguidi burocratici, calcoli da fare, documenti da allegare: nulla di tutto questo. Si tratta invece di un banale trucco, di un imbroglio, di una vera e propria truffa. Certo, bisogna attendere che quanto sta emergendo in queste ore venga confermato, ma, fatti tutti gli accertamenti del caso, bisognerà chiamare le cose col loro nome. Certi onorevoli a Cinque Stelle avevano il vizietto: con la mano destra versavano, con la mano sinistra revocavano. La mano destra firmava il bonifico e pubblicava la certificazione dell’avvenuto versamento; la mano sinistra, nel giro di 24 ore, lesta annullava la disposizione bancaria e tratteneva il denaro sul conto.

Di Maio si è fatto sentire, naturalmente: a differenza degli altri partiti, ha detto, loro le mele marce le espellono (quando però le ricandidi te le ritrovi in Parlamento comunque, e, espulsi o no, sei tu che ce li hai portati). Né possono essere pochi, limitati episodi, ha continuato imperterrito, a inficiare il valore di un’iniziativa. Che solo il Movimento ha adottato, versando indietro decine di milioni di euro di rimborsi elettorali: questa, ha protestato, è la vera notizia, non l’ammanco di diverse centinaia di migliaia di euro – forse mezzo milione, forse più – che risulterebbe dall’inchiesta giornalistica.

In realtà, dopo dieci anni di ininterrotta predicazione di immacolata onestà, purezza ed innocenza, il Capo politico del Movimento Cinque Stelle scopre che la bandiera della diversità morale reca qualche indecorosa macchia, e che a sporcarla non sono oscuri consiglieri di qualche piccolo comune di periferia, ma i portavoce che siedono in Parlamento. A Roma e forse anche a Strasburgo.

Alla scoperta dovrebbe ora seguire la lezione che Di Maio si rifiuta per il momento di trarre. La devoluzione dei rimborsi elettorali ha assunto, fin dal primo giorno della Legislatura, un valore altamente simbolico. I Cinque Stelle si sono caratterizzati per le posizioni assunte in tema di costi della politica, lotta alla corruzione, rifiuto del finanziamento pubblico. I soldi che lo Stato dà a noi, dicevano i grillini, noi li mettiamo a disposizione di un fondo per le piccole imprese. E non si limitavano a dirlo, ma davano alla cosa un valore dimostrativo, ne facevano un esempio: “ecco, vedete, si fa così: noi siamo quelli che invece di prenderli, i soldi li restituiscono”.  Loro, insomma,  con la Casta non c’entrano. Ancora domenica, nel corso dell’incontro pubblico a Vietri sul Mare, vicino Salerno, Di Maio ha dedicato tre quarti del suo intervento a questi temi: ai vizi irreformabili della classe politica, e alle virtù incancellabili del Movimento Cinque Stelle. In giro per il Paese, i candidati pentastellati chiedono il voto perché loro non rubano, prima ancora di chiederlo perché loro governeranno meglio. O piuttosto: loro governeranno meglio proprio perché non rubano.

La rimborsopoli grillina compromette la validità di questo assunto. Non c’è nessuna diversità morale, antropologica o di altro tipo che metta al riparo la futura deputazione grillina da comportamenti politicamente sconvenienti. Di più: restituire parte (solo parte) dei soldi ricevuti dallo Stato non dimostra proprio nulla, si riveli o no una presa in giro.

Con ciò, però, non si vuol dire che mal comune mezzo gaudio: così fan tutti, teniamoci i piccoli e i grandi truffatori, che mettono radici nelle pieghe della vita pubblica. Quel che si vuol dire è che un’idea di Paese, una prospettiva di governo, una visione politica con i suoi quadri ideologici e culturali non possono essere sostituiti da un controllo di moralità più o meno ferreo. Non si costruisce una classe dirigente nuova e capace dietro presentazione di scontrini e ricevute di versamento. E non si dovrebbe fondare su una palingenetica promessa di rigenerazione morale un’alternativa politica reale, concreta, che tocchi le questioni vere: dalla collocazione internazionale al rapporto con l’Unione europea, dalle politiche industriali al superamento degli squilibri territoriali; dalle scelte sulla questione migratoria all’innovazione nella pubblica amministrazione. Cosa sarà l’Italia nel prossimo futuro dipende dalle decisioni fondamentali che verranno prese su queste materie, non da altro. Va bene allora cacciare nell’ignominia le mele marce, ma è di quelle che rimangono nel cestino che si vorrebbe dimostrazione di autorevolezza e credibilità politica, molto più che la semplice trasparenza degli estratti conto. Le piccole furbate indignano e danno una misura degli uomini, ma se non si esce dal circuito miserrimo dell’indignazione e del discredito, una classe politica all’altezza dei compiti non si formerà mai.

(Il Mattino, 13 febbraio 2018)

 

 

 

 

 

 

Se i diritti restano scritti solo sulla Costituzione

Ricordate Pinocchio?

Quando lascia la stanzina di Geppetto per andare a scuola, non ha solo “un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane”, ha anche l’abbecedario, “il più e il meglio” che un bambino debba avere per imparare a leggere, a scrivere e a fare i numeri. Geppetto, che non ha un soldo, ha dovuto vendere la propria casacca per acquistare il libro, non essendoci alcun sussidio statale, nessun buono libro erogato dal Ministero per venire incontro alle fasce economicamente più deboli. Oggi è, o sarebbe, tutt’altra musica: la fornitura dei libri di testo è garantita oltre gli anni della scuola primaria, anche se bisogna che venga sollecitamente adottata dagli uffici competenti la relativa determina. Sicché è vero che quando la miseria è miseria la intendono tutti, come scrive Collodi, ma non è vero che ciò basti per mettere sotto il braccio dei ragazzi i loro abbecedari: ci vogliono il decreto ministeriale, il piano di riparto regionale, la graduatoria comunale e chissà cos’altro. E passano mesi: la scuola comincia, i libri non arrivano. Fosse successo al bizzosissimo Geppetto, che non amava essere preso in giro, né avrebbe date un sacco e una sporta a chiunque gli fosse capitato a tiro.

Capita invece in Campania; capita a Napoli. Come era già accaduto lo scorso anno, e l’anno ancora prima. Ed è un disagio che colpisce migliaia e migliaia di ragazzi. Quando il Mattino se ne occupò, un anno fa, la Ministra Valeria Fedeli convenne che le procedure burocratiche andavano snellite e i tempi dell’amministrazione pubblica  “resi più compatibili con l’avvio dell’anno scolastico”. L’impegno allora assunto, di eliminare almeno un passaggio, portando la gestione del fondo statale sotto la diretta competenza del Ministero dell’istruzione, è stato in effetti mantenuto. Ma per il cittadino non è cambiato assolutamente nulla: non arrivavano i libri nel 2017, con l’inizio delle attività scolastiche, e non arrivano neppure nel 2018. Allora che si fa? Si chiede ai genitori di impegnare le loro giacche in attesa che qualche impiegato un po’ più solerte si decida a staccare gli assegni di studio?

Nella lettera al Mattino la Ministra citava, del tutto a proposito, quell’articolo 3 della Costituzione di cui ogni sincero democratico ha motivo di andare fiero: noi, gli italiani, siamo quelli per i quali l’uguaglianza di tutti i cittadini deve essere effettiva. Il povero come il ricco ha diritto di studiare. L’intero alfabeto dei diritti economici e sociali discende da quell’articolo della nostra Carta. Ma a che vale farvi appello, se poi tra gli ostacoli che debbono essere rimossi bisogna metterci pure le lungaggini burocratiche di quello stesso Stato che i diritti dovrebbe invece garantire e promuovere? Il corto circuito è completo: Geppetto esce dalla sua casetta e invece di vendere a un robivecchi la sua giacca di fustagno si reca presso la segreteria della scuola dove compila un modulo, presenta una dichiarazione e formula una domanda. Poi aspetta il sussidio. Pinocchio rimane per strada a giocare. Mangiafuoco con i suoi burattini passa per il Paese, fa il suo spettacolo e se ne va. E la Fata dai capelli turchini ha un bel dire a Pinocchio di tornare a studiare: i libri non ci sono.

Come tutte le favole, anche questa ha la sua morale. Ed è che riesce drammaticamente controproducente riconoscere in linea di principio un diritto negandolo però in via di fatto. Si fa un duplice danno, perché oltre a non mettere i ragazzi in condizione di stare a scuola alla pari di tutti gli altri, si trasmette a loro e alle loro famiglie l’idea che lo Stato non c’è, che i diritti non sono per tutti, e che uguaglianza di opportunità e equità sociale sono parole vuote, di comodo.

E cosa volete che da ciò consegua, se contemporaneamente sentono parlare di diritti, di accoglienza, di aiuti per quegli altri, gli stranieri, i migranti, a cui bisognerebbe dare quello che lo Stato non riesce ad assicurare ai propri cittadini? Difficile scalfire questo ragionamento, quando l’inefficienza tocca i tuoi figli. In realtà, c’è un solo modo per non rimanere intrappolati nella logica del “prima gli italiani”, con il seguito di guerre tra poveri che rischia di innescare, ed è quello di poter dire: “prima la giustizia”. E se non proprio la giustizia intera, almeno prima i libri di testo: che arrivino prima che finisca la scuola.

(Il Mattino, 12 febbraio 2018)

Il sottile fisso rosso tra Berlino e Roma

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Molte sono le differenze fra l’Italia e la Germania, ma in questa fase storica vi è più di un’affinità, che spiega per quale motivo l’accordo raggiunto da Angela Markel e da Martin Schulz possa essere considerato un possibile preludio a un’intesa fra centrosinistra e centrodestra anche in Italia.

In Germania, la Grande Coalizione nasce sotto la guida di un leader politico sperimentato, che tieni le chiavi della cancelleria tedesca da più di dodici anni. Una continuità di cui l’Italia, in anni recenti, non ha certo goduto. Frau Merkel ha dapprima governato con i socialdemocratici dell’Spd, poi con i liberali dell’Fdp, poi di nuovo con l’Spd: la barra stabilizzatrice del sistema politico tedesco rimane comunque saldamente nelle sue mani. Questo spiega perché la Cancelliera abbia potuto provare a stringere un accordo con i verdi e i liberali, per tornare solo poi a rivolgersi ai socialdemocratici di Martin Schulz. Del resto, entro un sistema di tipo proporzionale, non si può dire che riesca contro natura cercare un accordo in Parlamento con le forze politiche disponibili, dopo che il voto popolare non ha prodotto alcuna maggioranza certa e autosufficiente. Ebbene, il 4 marzo è probabile che accadrà lo stesso in Italia: la maggioranza non arriderà né al centrosinistra (che si sommino o no i voti di Pd e Leu), né al centrodestra – che si presenta unito, ma sulla cui unità è lecito nutrire più di un dubbio – né ai Cinque Stelle. La differenza sta però in ciò, che qui da noi non c’è una figura politica di pari e riconosciuta autorevolezza, e soprattutto pesa il fatto che la seconda Repubblica è nata in Italia con il mito del governo che esce dalle urne la sera del voto, legittimato direttamente dal popolo, per cui qualunque soluzione di tipo parlamentare, diversa da quella profilata nel corso della campagna elettorale, appare ormai come un ignobile inciucio. Eppure, persino Di Maio, che giura e spergiura che accordi politici non ne farà, è costretto a ragionare intorno al modo in cui trovare consensi in Parlamento.

L’Italia può tuttavia tornare a specchiarsi nella situazione politica tedesca per un’altra ragione: a Berlino come a Roma si è ridotto sensibilmente lo spazio politico occupato dai partiti politici tradizionali, di destra e di sinistra. Questa affermazione è, in realtà, valida solo in un senso largo e approssimativo per l’Italia. In Germania, la CDU della Merkel (alleata con la bavarese CSU), e l’SPD di Martin Schulz sono infatti per davvero in linea di continuità con la storia politica tedesca del secondo dopoguerra. Non si può invece dire lo stesso di Forza Italia o del Pd, partiti nati entrambi per marcare discontinuità piuttosto che rivendicare persistenze. E però sia Forza Italia che il Pd si ritrovano nelle famiglie politiche europee a cui appartengono i partiti tedeschi, quella popolare e quella socialista (benché in entrambi i casi non sia stato scontato l’approdo). La vera anomalia, giudicata con un occhio europeo, è se mai rappresentata dall’alleanza fra Fi e la Lega, e difatti nelle ipotesi di grande coalizione di cui si ragiona in Italia la Lega non c’è (come non c’è la Meloni). Il punto è che però, qui come lì, a Roma come a Berlino, il patrimonio dalla tradizione ereditato, sia stato o no dilapidato, si è di molto ridotto. In Germania la Merkel ha preso alle elezioni dello scorso anno una decina di punti in meno rispetto al 2013, attestandosi intorno al trenta per cento, mentre l’Spd ha toccato il suo minimo storico, poco sopra il venti. In Italia Il fenomeno è ancora più accentuato, stando agli ultimi sondaggi: Forza Italia vale intorno al 16%, circa la metà del suo massimo storico (Europee ’94), e quasi dimezzato è anche il Pd rispetto alle ultime europee del 2014, sotto di poco meno di dieci punti rispetto al 33% ottenuto al momento del suo varo (nel 2008, con Veltroni). In queste condizioni, quel che c’è di sbagliato nella grande coalizione non è tanto l’avvicinamento fra centrosinistra e centrodestra in nome dell’europeismo, quanto, se mai, il fatto che la si continui a chiamare grande, nonostante il forte ridimensionamento elettorale.

Al quale corrisponde la crescita delle forze antisistema, che a loro volta si somigliano, per i tratti populisti, antiparlamentari, xenofobi, nazionalisti. Il modo in cui questi ingredienti si mescolano in Germania, nella neonata formazione Alternative für Deutschland, è diverso dal modo in cui si presentano in Italia, distribuiti fra la Lega e i Cinque Stelle, ma il problema rimane il medesimo: è il confronto con l’agenda politica dettata da queste forze a tirare infatti la linea di demarcazione, e a spingere, qui come lì, centrodestra e centrosinistra l’uno verso l’altro.

Dichiarando però il contrario. Sia Berlusconi che Renzi si sono detti infatti favorevoli al rapido ritorno alle urne, nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga la maggioranza. Ma anche Schulz aveva dichiarato, prima del voto, che non avrebbe mai e poi mai fatto lo junior partner della Merkel. È andata diversamente, e per l’ex Presidente del Parlamento europeo è ora pronta la carica di ministro degli Esteri. Vedremo da noi il 4 marzo: fino a quella data, Pd e Forza Italia non possono far altro che negare, in perfetta buona coscienza, di voler andare insieme a Palazzo Chigi. Dal giorno dopo, bisognerà tuttavia che ragionino numeri alla mano, e si chiedano se affrontare il mare procelloso di nuove elezioni in tempi ravvicinati, o non piuttosto mettere su un accordo di governo. Perché un’altra differenza c’è, fra il nostro Paese e la Germania: che il timore di instabilità politica non incombe su Roma come su Berlino. Così lì son potuti rimanere per mesi senza un esecutivo nel pieno dei suoi poteri. Da noi, lo stesso scenario, con l’orizzonte affoscato da incipienti ricorsi alle urne, potrebbe comportare molte più turbolenze.

(Il Mattino, 8 febbraio 2018)