La condanna del carcere senza condanna

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Nicola Cosentino è in carcere. Siccome ognuno vede nella detenzione di Nicola Cosentino una conferma del proprio giudizio morale, o politico, nessuno fa il passo successivo e si chiede che razza di carcerazione sia, quella riservata all’ex sottosegretario all’Economia del governo Berlusconi. Tocca allora ricordarlo: si tratta di custodia cautelare. La custodia cautelare, secondo le leggi italiane, va inflitta quando sussistano pericoli di fuga, o di reiterazione del reato, o di inquinamento delle prove. A giudicare della sussistenza di questi presupposti sono naturalmente magistrati, altri da quelli dell’accusa. E bisogna attenersi al loro giudizio, e ai casi definiti che l’ordinamento mette a disposizione per gli eventuali ricorsi della difesa. Tuttavia non si può non notare che troppo spesso le condizioni richieste per l’adozione di provvedimenti restrittivi sono profilate non in relazione a condotte specifiche, ma solo «in abstracto». Per esempio: per via delle possibilità a disposizione di un potente uomo politico. E ciò anche se i fatti che lo riguardano, e in relazione ai quali si attende il pronunciamento del tribunale, risalgono a un bel po’ di anni fa. L’uomo politico continua infatti ad avere molti amici, alza spessissimo il telefono, conosce un sacco di cose. Può molto, insomma. Non è questo il caso di Nicola Cosentino? Non ne sappiamo tutti un bel po’? E così siamo daccapo a ciò che ognuno «ne sa», e al giudizio che l’opinione pubblica rende in generale sulla classe politica, sulle aree di collusione col malaffare, sulla pervasività delle infiltrazioni camorristiche, o anche solo sulla piaga delle pratiche clientelari: un giudizio che si salda benissimo – bisogna convenirne – con la carcerazione preventiva del politico chiacchierato.

Solo che nessun ordinamento può trasformare le chiacchiere in un requisito processuale. Nemmeno nel più chiacchierato dei casi. Non si tratta di trasformare Cosentino in carcere in una bandiera, in un capro espiatorio, nella pietra dello scandalo. Tuttavia, non ci si può non chiedere, a distanza di più di vent’anni dall’inchiesta Mani Pulite, se non si debba una buona volta affrontare seriamente il tema della riforma della giustizia e, in particolare, dell’uso della custodia cautelare. Il Parlamento ne sta ridiscutendo, per fissarne meglio i limiti, e il ministro Orlando ci lavora dal giorno del suo insediamento, e allora vale la pena ribadire almeno questo: in un paese civile, non vi può essere il minimo sospetto che la custodia cautelare venga usata strumentalmente, invece che per le esigenze imposte dal codice. Così come non può succedere, come invece spesso succede, che la custodia cautelare si configuri come un anticipo di pena, comminato però in assenza del giudicato. Tanto più che troppo spesso non si arriva a sentenza, oppure fioccano i proscioglimenti, a distanza di anni dall’avvio di procedimenti giudiziari che, nel frattempo, determinano comunque pesanti conseguenze: non solo sulla vita delle singole persone, ma anche sulla vita civile, politica, sociale del paese. In questi anni, per limitarci a queste nostre sventurate terre, inchieste dal forte clamore mediatico hanno riguardato il Comune di Napoli, la Regione Campania, alcuni ordini professionali, la classe imprenditoriale, settori della polizia investigativa, i partiti politici di centrodestra e quelli di centrosinistra. Orbene, qual è il bilancio di tutta questa inesausta attività giudiziaria, in termini di sentenze definitive? Molto povero, forse addirittura fallimentare, anche se non si può dire lo stesso del loro profondo impatto politico e sociale.

Non è un risultato di cui rallegrarsi, ovviamente. Ma qualche dubbio e qualche interrogativo lo pone, e quei dubbi e quegli interrogativi non possono essere scansati solo perché l’opera degli inquirenti è sempre difficile, sempre meritoria, e sempre – va da sé – sostenuta dall’opinione corrente.

Certo, si può ben ritenere che le condizioni di impunità, in cui viene condotta l’attività politica così come quella economica, specie nel Sud, sono tali per cui bisogna a volte necessariamente essere spicci, sennò in carcere non ci finisce mai nessuno e i furbi e i potenti la fanno sempre franca. Ma bisogna sapere che questo ragionamento, condotto con coerenza, sacrifica tutte le garanzie di una civiltà giuridica liberale. Non dico che suoni falso, o che non colga una situazione endemica della società meridionale. Dico però che comporta quel sacrificio. Ed è un sacrificio pesante. Sopportato il quale, peraltro, ci troviamo sempre allo stesso punto: con le stesse emergenze, la stessa illegalità diffusa, e una continua supplenza per via giudiziaria dei normali processi politici e sociali a cui invece dovrebbe rimanere affidato il governo della cosa pubblica, la formazione e il ricambio della classe dirigente, la lotta politica e la competizione economica. E si sa, purtroppo, quale considerazione si ha dei supplenti: si fa finta di ascoltarli, poi tutto torna come prima.

(Il Mattino, 19 aprile 2014)

Un attimo prima di morire

ImmagineLa legge del taglione si può disapplicare. La vendetta può finire. Anche in Iran. Anche su una pubblica piazza. Anche dinanzi a una folla urlante, che attende di vedere lo spettacolo della morte. Anche quando l’assassino – un ragazzo, Abdollah Hosseinzadeh – ha ucciso tuo figlio pugnalandolo e infierendo sul suo corpo. Anche quando è già salito sulla sedia – è stato martedì scorso, lo si è appreso ieri – e urla, e ha il cappio al collo e la benda sugli occhi, e le guardie sono schierate e tu sei la madre, chiamata ad infliggere la pena capitale. E tu, invece di stringere il nodo, invece di dare un calcio alla sedia, prendi a schiaffi l’assassino, e parli alla folla in lacrime, e tuo marito, il padre della vittima, leva al condannato la corda dal collo e insieme abbracciate l’altra madre, la madre dell’assassino. Va’, e non peccare mai più.

È già esistito in verità un uomo cui la sentenza fu letta e a cui fu dato il tempo per torturarsi con l’assoluta certezza che la pena sarebbe stata eseguita, e a cui fu detto invece, all’ultimo minuto: «Puoi andare, ti è concessa la grazia». Quest’uomo potrebbe raccontare cosa ha provato Abdollah quando ha tolto la benda, e ha riavuto la vita, la luce, lo sguardo di altri uomini. Lo ha già fatto, in verità: nell’«Idiota», perché quell’uomo era Fëdor Dostoevskij. L’uomo di cui racconta nel romanzo – parlando della propria stessa esperienza – era grande e forte, e coraggioso, e intelligente, ma mentre saliva al patibolo piangeva come un bambino. Una tortura infernale! In quali sofferenze non si getta un’anima quando non ha più alcuna speranza di salvarsi, quando sa con certezza che «tra dieci minuti, e poi tra mezzo minuto, e poi adesso, in questo preciso istante» tutto sarà finito! «Sta scritto: tu non ucciderai. Siccome uno ha ucciso, lo si deve uccidere? No, questo è peccato». Così si spiega nel romanzo il principe Myŝkin, l’idiota, cioè il puro, il santo, l’innocente. E una goccia infinita di questa purezza era martedì sulle labbra di quella madre. «Sta scritto», dice Dostoevskij, ma la madre musulmana che non ha ucciso, che non ha voluto uccidere, ha dimostrato che non c’è neppure bisogno di leggerlo in un libro, fosse pure un gran libro, fosse anche il libro dei libri. A volte può bastare molto meno: essere visitati da uno strano sogno, ad esempio, com’è accaduto alla donna, e capire, rivedendo in sogno il volto sereno del proprio figlio, che non c’è bisogno di vendicarsi, che nessuna offesa va lavata col sangue, che nessuna giustizia può essere fatta mettendo a morte un uomo, che uccidere chi ha ucciso, in forza di una legge, «è una pena senza paragone più grande della colpa». È una pena semplicemente inumana.

L’umanità comincia proprio là, dove quella pena è estinta. Là dove perfino una madre può vincere i sentimenti di vendetta e perdonare all’assassino di suo figlio. Là dove incontra gli occhi di quell’assassino, dopo che essi hanno veduto con assoluta chiarezza e in una ridda confusa di pensieri febbrili, la morte, e dalla morte sono ritornati. La vita umana è umana non perché va verso la morte, ma perché dalla morte ritorna, e così conquista la grazia incomparabilmente bella della vita.

Ora la pena di Abdollah è sospesa. Le autorità decideranno. Gli uomini e le donne che erano su quella piazza sono tornati alle loro case e ai loro giorni. Anche tutti loro, insieme al loro giovane e grande paese, devono decidere a quale vita vogliono ritornare.

(Iran, la madre della vittima salva la vita all’assassino, Il Mattino, 18 aprile 2014 )

Scambio di embrioni, i confini della libertà

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(di Alessandro Barbano e Massimo Adinolfi)

Caro Massimo, Ho letto con attenzione il tuo articolo sulla vicenda dello scambio degli ovuli fecondati e mi pare che tu colga solo un angolo del problema quando dici che “nessuno vorrebbe trovarsi nella condizione della mamma che ha scoperto di aspettare due gemellini, i quali però, a causa di uno scambio involontario, non sono i suoi”. Non ti pare che manchino, in questa tua valutazione, altri due soggetti in campo, e cioè i genitori biologici? Mi stupisce che questa seconda posizione risulti del tutto in ombra nel dibattito che si è aperto e mi chiedo se questa omissione non sia lo specchio di una sorta di idolatria culturalista che riconosce ed esalta il libero arbitrio anche nelle scelte in cui si devono fare i conti con la natura e la sua casualità. Mi convinco di ciò leggendo le motivazioni addotte da Camilla Baresani sul Corriere della Sera di oggi per sostenere che “è madre chi porta il bimbo in grembo” e che la valutazione che solitamente facciamo delle influenze genetiche sarebbe esagerata. La scrittrice cita insigni genetisti e stabilisce percentuali di influenza al dato biologico stimabili intorno all’1 per cento. Non ti pare una semplificazione? È forse misurabile il rapporto tra natura e cultura? Ti riformulo la domanda da un altro punto di vista, quello dei genitori cosiddetti biologici, non in quanto donatori naturali ma in quanto attori di un processo procreativo complesso fatto di natura e psiche, di desideri individuali e di una volontà genitoriale cresciuta nell’aspettativa di poter dare amore e accoglienza a ciò che è percepito insieme come il sé e l’altro da sé. Perché questi ultimi dovrebbero considerare la perdita della genitorialità come un imprevisto del caso? E bada bene, non voglio qui sostenere che la loro aspettativa delusa configuri un diritto superiore a quello dei genitori casuali e involontari, poiché in realtà non so se sia così e non credo che nessuno possa saperlo. Ma è proprio questo il punto. Nessuno può con la ragione e con il diritto argomentare una tesi che abbia coerenza, nessun tribunale può assumere una decisione che non dico abbia la pretesa di essere giusta, ma neanche che rappresenti il minore dei mali. Credo che questa vicenda rappresenti un vero corto circuito di ogni tentativo di regolare con la ragione umana questioni troppo grandi per essere riservate unicamente a essa. È mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi tu.

Caro Alessandro, una volta, al tempo del referendum sulla legge 40, proposi il seguente esperimento mentale. Immaginate, scrissi, di tornare a casa, e di scoprire, in base alle analisi cliniche appena effettuate, che vostro figlio non è vostro figlio. In verità scrissi di più: immaginate di scoprire che vostro figlio abbia proprio un’altra chimica, che sia fatto, che so, di silicio e non di carbonio. Bene: lo amereste meno? Credo proprio di no. Questo ovviamente non vuol dire affatto che l’elemento naturale, oppure biologico, sia del tutto indifferente allo stabilirsi di relazioni d’amore (e di ogni altra relazione umana). Vuol dire forse una cosa più sottile e più complessa: che lo stesso elemento biologico, per valere, deve – come può – motivare l’amore. E un motivo non è una mera causa, naturale o meno che sia. Non escludo neppure, in verità, che lo possa motivare più fortemente, ma quello che sempre più apprendiamo è che quell’elemento non è più, se mai è stato, una condizione necessaria per amare e legarsi a un figlio. L’amore, come ogni relazione umana, legge i segni: spia gli sguardi, gli affetti, non solo le parole. E certamente è vero: noi siamo da gran tempo più bravi nel leggere i segni naturali: del cielo, ad esempio, come delle stagioni come anche delle passioni umane. Ma questo non significa che non possiamo leggere e legarci ad altri segni. (Leggere e legarci: e questo dovrebbe proteggerci dal puro arbitrio). Capisco però le tue preoccupazioni. Perciò aggiungo: io non intendo affatto che i genitori biologici abbiano perso ogni diritto sui gemellini che nasceranno. Temo tuttavia di non saper districare davvero quello che è avvenuto con lo scambio della clinica romana sul piano del diritto. Mi auguro solo che chiunque sia chiamato a giudicare sappia tenere conto di tutti gli interessi e le sensibilità coinvolte. Non è facile. Però su un punto mi sento di darti senz’altro ragione: non ha molto senso misurare quanta sia l’influenza della genetica sui nuovi nati. Il che di nuovo significa che richiamarsi al dato naturale richiede comunque quell’investimento di senso, quella motivazione che ho cercato di indicare nel ‘leggere i segni’: una somiglianza, ad esempio, ma anche un’appartenenza, o, a volte, una semplice vicinanza.

Caro Massimo, tu dici di augurarti che chiunque sia chiamato a giudicare sappia tenere conto di tutti gli interessi e le sensibilità coinvolte. Ma il punto è proprio questo: sai bene che non ci sarà decisione che potrà rivelarsi giusta e meno che mai un male minore. Qualunque decisione verrà, ed è chiaro che a questo punta una decisione s’impone secondo le regole del diritto, sarà costitutiva di nuovo dolore. E come se il diritto e la tecnica fossero complici inconsapevoli di un meccanismo deterministico. Perché quei figli, caro Massimo, non sono fatti di silicio, ma di geni e caratteri biologici di un’altra coppia. E questo, se solo provi a metterti nell’ottica degli involontari donatori, non è indifferente. Tu dici che non basta l’elemento biologico se questo non è capace di motivare amore. Ma è indubbio che qui lo stesso elemento biologico motivi due amori diversi e forse confliggenti. Mi dirai: l’amore non può confliggere se contiene la pietà. E infatti questo mi pare l’unico approdo possibile. Ma se mai si arriverà ad esso, e sarà una dolorosa conquista delle due famiglie, ciò accadrà ben oltre i confini della razionalità, della libertà e del diritto. E forse anche della stessa responsabilità, alla quale tu facevi riferimento in un articolo di qualche giorno fa approvando lo sdoganamento della fecondazione eterologa deciso dalla Consulta. Perché sai bene che, al di là delle belle parole e delle buone intenzioni, nessuna responsabilità è sufficiente a sostenere il fardello di certe vite. E allora una domanda s’impone: la responsabilità non dovrebbe agire anche prima, non dovrebbe valere sulla soglia di quelle possibilità tecniche con le quali pure crediamo di aumentare le nostre libertà ma che spesso ci riservano un destino non previsto e non voluto? Uso volutamente la parola destino, poiché mi pare l’esito di una ragione che sfida la natura delle cose oltre il limite che quest’ultima concede alla libertà e alla centralità dell’uomo. Non ti pare che la nostra capacità di agire sia andata ben oltre la nostra possibilità di assumere la responsabilità di ciò che facciamo? Non ti pare allora che dovrebbe valere anche sul terreno bioetico un principio di precauzione, che pure siamo disposti a sostenere sul terreno ecologico? Perché ci asteniamo dall’utilizzare il nucleare e non poniamo alcun limite alla fecondazione assistita, se pure riconosciamo che il dolore che con l’uno e con l’altra possiamo provocarci è allo stesso modo inconsolabile?

Caro Alessandro, verrà una decisione che inevitabilmente addolorerà qualcuno, ma proprio perché quel dolore conseguirà da una decisione non sarà parte di un meccanismo deterministico. Così come non lo è la “pietas” che sarà esercitata: da chi accetterà – se mai accetterà – di privarsi dei figli. Io non ritengo affatto, peraltro, che questa decisione sia già scritta, né tantomeno ritengo che lo sarà necessariamente a vantaggio dei genitori non biologici. D’altra parte, colei che sta sostenendo il peso della gravidanza non può essere tenuta a portarla a termine: l’esito di tutta questa vicenda è aperto purtroppo anche agli esiti più drammatici, benché nessuno se li auguri. Tu però mi pare che ritieni che questa storia ci metta ancora una volta dinanzi ai limiti dell’azione umana, o meglio alla sproporzione fra ciò che è possibile fare, grazie ai progressi della tecnica, e la nostra capacità di assumerci con responsabilità il peso delle nostre stesse azioni. Io non credo sia così. So che è diffusa questa convinzione, ma non è la mia convinzione. E non perché ritenga che la razionalità, la libertà o il diritto non abbiano limiti o non incontrino attriti, collisioni e insuperabili dilemmi, ma per due ragioni. La prima è forse più immediatamente comprensibile: anche astenersi, anche adottare il principio di precauzione che tu invochi comporta l’addossarsi una grande responsabilità (per esempio nei confronti di quanti, oggi e in futuro, non godranno di ciò che il progresso scientifico potrebbe mettere a loro disposizione: per curare malattie, per migliorare le loro vite). In secondo luogo, perché le risorse morali a disposizione dell’uomo non costituiscono neppure esse un giacimento naturale limitato, di dimensioni e portata date. La nostra sensibilità morale è essa stessa frutto (non solo, ma anche) dei progressi della tecnica: non avremmo tanto orrore della violenza e del sangue se non avessimo messo la violenza e il sangue a una certa distanza dalle nostre condotte quotidiane. Questa distanza è (anche) un portato della tecnica, insieme, certo, all’aumentata (purtroppo) capacità di distruzione. Però la fecondazione assistita non arreca dolore quanto l’uso del nucleare, e di sicuro arreca anche qualche felicità in più. E noi abbiamo sufficiente capacità di discernimento morale per orientarci in un caso e nell’altro, io penso.

(Il Mattino, 16/04/2014)

Famiglie non euclidee

ImmagineNessuno vorrebbe trovarsi nella condizione della mamma che ha scoperto di aspettare due gemellini, i quali però, a causa di uno scambio involontario, non si sa come né quando intervenuto, non sono i suoi. Nessuno può sapere come reagirebbe di fronte a un’evenienza del genere: negli embrioni impiantati nell’utero della donna non c’è materiale genetico del padre o della madre naturali. Nessuno può prevedere nemmeno quale decorso avrà la vicenda: sul piano psicologico, ma anche sul piano legale. Ma è da qualche tempo che, in tema di generazione, ci inoltriamo lungo sentieri finora mai battuti, in cui l’umanità intera non si era mai trovata prima. Certo, quel che è capitato all’ospedale Pertini di Roma è frutto di un terribile errore, che però mostra a che punto siamo oggi: il più lontano possibile dalla tragedia. Dalla tragedia antica, intendo, quando la sventura si abbatteva inesorabile sull’eroe che, muto, andava incontro al suo destino.

L’eroe antico non stava affatto dinanzi ad una scelta: la tragedia stava proprio in ciò, che all’eroe toccava di seguire il suo destino (o, più tardi, il suo proprio, immutabile carattere), pur nella consapevolezza che, seguendolo, si sarebbe infranto contro il volere del fato o degli dèi. Due grandezze etiche si scontravano – Hegel diceva anzi: due «masse», proprio per sottolineare il fatto che non si trattava di momenti del libero arbitrio, o di fragilità del volere. Clitennestra non può non uccidere Agamennone, per vendicare la morte della figlia Ifigenia, e Antigone non può non dare sepoltura al fratello, contravvenendo alle leggi della città. Il tragico non sta dunque in ciò che si compie, perché quel che si compie non può non essere compiuto: sta invece nella catena di conseguenze che l’azione scatena, volente o nolente.

I moderni hanno invece inventato una forma di dramma diverso. Nel blocco inflessibile del carattere si insinua infatti il dubbio, l’esitazione, l’incertezza. La psicologia. Amleto ora non sa più se vendicarsi dell’assassinio del padre: deve scegliere. Le decisioni si rifrangono in uno spazio interiore, in cui abitano i turbamenti dell’animo: i veri tormenti dell’eroe, le sue più profonde angosce. Ed è quello che purtroppo è capitato alla coppia romana – e, alla madre, in particolare – che, ora, deve scegliere se tenere o meno i bambini, se considerarli suoi, se mettersi in cerca dei propri, se cercare di capire dove è stato commesso l’errore e, nel caso, se porvi rimedio. Non ha un destino contro cui scontrarsi e perire; ha invece dinanzi una scelta difficilissima, da cui dipendono gli inizi di nuove vite. Forse una nuova pietas: non dei figli verso i genitori, ma dei genitori verso i figli.

Le possibilità offerte oggi dalla scienza e dalla tecnica investono campi, materie, dimensioni dell’esistere umano un tempo sottratti a qualunque decisione, a qualunque scelta. Oggi è possibile che un genitore scelga – a certe condizioni, che non possono non essere fissate dalla legge – quale madre, quale padre dare al proprio bambino. I coniugi romani si sono trovati dinanzi a una scelta del genere per colpe che andranno accertate, ma si può ben dire che ormai ci troviamo tutti, almeno potenzialmente, dinanzi a scelte analoghe. E, come sempre, non è la dimissione dalle proprie responsabilità il modo migliore per esercitarle. Sarebbe dunque sbagliato prendere a pretesto vicende umanamente molto dolorose e impegnative come quella del Pertini di Roma per compiere passi indietro, invece di costruire le condizioni migliori per compiere nel migliore dei modi un piccolo passo in avanti. Genitorialità e naturalità si allontanano, in certa misura ormai si separano anche: può essere un dramma, non è una tragedia. Spinoza diceva che bisogna trattare le passioni umane, il fondo più profondo dell’uomo, come i geometri trattano i punti, le linee e le superfici. E allora, anche solo per stemperarne la drammaticità, prendiamo ad esempio proprio la geometria. Per secoli il punto geometrico è stato definito dal fatto che per esso, come recita il quinto postulato di Euclide che tutti impariamo a scuola, passa una e una sola retta parallela a una retta data. Poi, nell’800, con la scoperta delle geometrie non euclidee, si è scoperto che per un punto possono anche passare più rette, o infinite rette. È cambiata così la natura del punto.

Sta accadendo qualcosa del genere: si formano famiglie non euclidee. Per i punti un tempo tenuti solo dal padre e dalla madre naturale passano nuove figure genitoriali. E, proprio come per le geometrie non euclidee, se c’è un buon motivo per introdurle non si tratterà solo della fine della consolidate certezze dello spazio a noi familiare, ma anche della possibile conquista di nuovi spazi di vita.

(Su Il Messaggero di oggi col titolo: Se la scienza trasforma la figura del genitore; su Il Mattino di oggi col titolo: La difficile via della pietà)

Una passeggiata e tante scoperte

ImmagineCerto che con il 50% dei disoccupati un paese è davvero in crisi. Lo ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, recandosi ieri in visita privata presso gli scavi di Pompei ed Oplonti, e dunque c’è da scommettere che è proprio così: siamo in crisi. Chi si illudeva che per essere in crisi bisognasse avere, che so, il 70% di disoccupazione, oppure una mortalità infantile come ai tempi dell’antica Roma, oppure peggio: l’invasione delle cavallette, deve purtroppo ricredersi, basta il 50%. Basta: si fa per dire. Il fatto è che nel lieve stupore di Angela Merkel per il dato riferitogli dal sindaco di Pozzuoli, che finora non era evidentemente riuscito a fare arrivare la ferale notizia fino a Berlino, sembra affacciarsi un tratto di comportamento che – il paragone non sembri troppo irriverente – ricorda le famose brioches della regina di Francia Maria Antonietta di Asburgo-Lorena. La gente affamata protestava sotto le finestre del palazzo chiedendo pane, e giustamente la regina rispose che, se non c’era pane, potevano almeno gettare loro delle brioches. La principale differenza tra i due episodi sta evidentemente nel fatto che quello di Maria Antonietta è molto probabilmente inventato, mentre quello che riguarda la Merkel è, purtroppo, ben reale.

Poi certo, vi sono altre differenze: per esempio che nella Francia del ‘700 le regine indossavano le parrucche e c’era ancora la monarchia (e di lì a poco sarebbe invece scoppiata la rivoluzione, brioches o non brioches), mentre noi oggi viviamo in una sana e robusta democrazia e portiamo molto liberamente i capelli. Però qualcosa della distanza che esisteva un tempo fra i regnanti dell’epoca e il popolo minuto forse si sta producendo nuovamente, drammaticamente, se c’è bisogno di una passeggiata tra gli scavi, o di un caffè in un bar di Pozzuoli, per scoprire con sorpresa il dato della disoccupazione nel Mezzogiorno. Che democrazia è quella che separa così tanto i luoghi di decisione dal paese reale, da renderglielo quasi invisibile, al punto che ci vuole una passeggiata quasi casuale per farne la triste scoperta?

La cosa non può non preoccuparci. Una qualche sottile preoccupazione deve però averla anche la Merkel, se ha voluto farsi un giro, chiacchierare, scambiare impressioni, e non starsene semplicemente in vacanza ad Ischia. Il fatto è che le elezioni europee si avvicinano, e mai come questa volta è di Europa che si parla. Di Europa e dell’euro, e delle politiche fin qui seguite nell’affrontare la crisi, sotto la regia principale del governo tedesco. Ebbene, non poteva certo essere una giornata di libertà il momento giusto per parlare del bilancio dell’Unione, delle necessità finanziarie degli Stati o dei vincoli del patto di stabilità, ma la Merkel deve essersi chiesto cosa mai arrivi ai cittadini europei di tutto questo gran parlare di finanza, monete, debito se, appena ha potuto, ha osservato che, dopo tutto, qualcosa di buono s’è potuta fare con i fondi europei. E vorrei pure vedere!, deve aver pensato il sindaco di Pozzuoli, che però garbatamente si è astenuto dall’esclamare. Ma se quell’uscita è apparsa come la perfetta «excusatio non petita», vuol dir proprio che la Merkel un po’ sotto accusa deve evidentemente sentirsi. Così ha preso a muoversi nelle stanche e provate periferie del vecchio continente in cerca di qualche rassicurazione. La stessa sensazione si è infatti avuta in Grecia, dove pure la Merkel si è recata qualche giorno fa per incoraggiare ed elogiare gli sforzi del governo greco nell’attuazione delle draconiane riforme decise di concerto con l’Unione e gli organismi internazionali. Ecco: chissà se anche lì la Cancelliera ha chiesto il dato della disoccupazione giovanile: lì infatti sono addirittura al 60%, e c’è veramente da augurarsi che la Merkel lo conoscesse ancor prima di recarsi ad Atene.

Che se invece non lo conosceva, e qualche solerte funzionario glielo ha rappresentato come da noi il sindaco puteolano, beh: non vorremmo essere nei panni dei cittadini greci. Ma, a pensar bene, neppure nei nostri.

(Il Mattino, 14 aprile 2014)

Se il dibattito fa notizia

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Il ragionamento che è comparso ieri sui giornali italiani è di una semplicità disarmante. Muove da un fatto inoppugnabile: si è riunita a Roma la minoranza del Pd. Se si è riunita, non è difficile dimostrare che esiste; ma, se esiste una minoranza del Pd, è a maggior ragion necessario – hanno inferito gli spiriti più arguti – che esista una maggioranza del Pd; dunque esistono due Pd. Questo impeccabile ragionamento ha bisogno naturalmente di una premessa aggiuntiva. La quale dice che: una minoranza e una maggioranza non possono stare nel medesimo partito senza che il partito, da uno che era, si divida in due. Il fatto che il partito si chiami democratico, e che la democrazia si fondi a quanto pare sul principio di maggioranza – che perciò stesso non può non prevedere almeno la possibilità di una minoranza – questo fatto non disturba i ragionatori di cui sopra. Il fatto ulteriore che lo stesso Matteo Renzi, prima di diventare maggioranza nel Pd, è stato minoranza entro lo stesso partito di cui poi è divenuto il segretario: neppure questo scompone minimamente i sagaci commentatori delle vicende interne del Pd.

Il fatto è che questa benedetta personalizzazione della politica non deve affatto coincidere con la depersonalizzazione di tutti gli altri, e nemmeno con il rinsecchimento dei partiti. I quali partiti, per la verità, negli ultimi anni sono già rinsecchiti abbastanza di loro stessa mano, che proprio non c’è bisogno che si insegni loro come svuotarsi ulteriormente di istanze critiche e di articolazione interna. C’è peraltro, in questa tendenza, un’accentuazione tutta italiana, perché negli altri paesi non si rimprovera certo alle minoranze di esistere, o di provare a riorganizzarsi, come accade qui da noi.

Poi ovviamente vi sono modo diversi di essere minoranza (così come, beninteso, vi sono modi diversi di essere maggioranza). Tra i più critici nei confronti di Renzi, nel suo intervento di sabato scorso all’assemblea romana Miguel Gotor ha assicurato anzitutto lealtà e responsabilità: sarebbe politicamente incomprensibile – ha detto – mettersi a fare l’opposizione al governo guidato dal segretario del partito. Dopodiché ha aggiunto: insieme alla lealtà e alla responsabilità ci vuole anche autonomia, per non condannare all’eutanasia un intero patrimonio politico e culturale. Ecco: anche in questo ragionamento sembra in verità che sia all’opera una premessa aggiuntiva: che cioè di quel patrimonio politico e culturale non vi sia traccia alcuna né in Renzi né in alcun pezzo della maggioranza che lo sostiene. Che dunque quel patrimonio non lo si possa mettere in gioco se non mettendolo al riparo. In attesa che passi la nottata.

Ma questa osservazione attiene, per l’appunto, ai modi diversi di essere minoranza. Il che è tutt’altra cosa dal farsi cadere le braccia per il fatto che nel Pd non c’è un unanime e compatto coro di assensi ad ogni proposta che venga formulata dal governo. Eh no: le braccia devono cadere, al contrario, se non si ascolta più alcuna voce critica. Abbiamo avuto per anni Berlusconi, per anni Bossi. Abbiamo avuto per anni partiti fondati esclusivamente sulla figura più o meno carismatica del Capo. Che in questo modo quei partiti abbiano funzionato è tutto meno che dimostrato. Per giunta, ora abbiamo anche Grillo, e anche lì non sapremmo come immaginare una dialettica fra componenti diverse.

Eppure, quelli stessi che fanno la morale a Grillo, e che magari lo accusano di metodi antidemocratici nei confronti dei dissidenti, non riescono ad accettare l’esistenza di una minoranza fra i democratici.

Cosa che invece Renzi sa fare benissimo, non foss’altro perché è forte dei numeri. Così la direzione si riunisce, i gruppi parlamentari si riuniscono. Certo, la curvatura personale è tale, che non sempre si riesce a differenziare quel che vuole la comunità dei democratici da quel che vuole invece il segretario. Ma proprio per questo non c’è alcun bisogno di assecondare il fenomeno dimostrandosi più realisti del re. Anche questa tendenza, peraltro, sembra contenere una specificità tutta italiana.

(L’Unità, 14 aprile 2014)

 

Dieci domande per il Mezzogiorno che vuole cambiare

Nando Santonastaso, Massimo Adinolfi

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C’è molta confusione sulle parole Mezzogiorno e questione meridionale. Più se ne discute e più sembra che le nuvole dell’indeterminatezza, anziché diradarsi, si addensino. Ciò accade a Roma e a Napoli,nelle sedi istituzionali e della dialettica parlamentare,in televisione e sulle pagine dei giornali, nelle accademie e nei circoli dove del tema si dibatte. È necessario perciò mettere insieme alcuni punti nel tentativo di restituire ai problemi che affliggono il Sud la loro dimensione reale, senza ammantarsi di travestimenti retorici, senza combinare pasticci ideologici, senza compiacersi di variopinti ma vaghi zibaldoni di idee. Dieci domande per disegnare i nuovi confini della questione meridionale. È proprio vero che la malattia del Sud è un tratto delle sue genti? E quale ruolo ha avutolo Stato?Quali gli errori del dibattito corrente? È giunto il momento di rimettere sul tavolo il divario tra assunzioni di responsabilità e richiami a logiche di sviluppo che nell’interesse del Paese non possono prescindere dal Sud.

C’è molta confusione sulle parole Mezzogiorno e questione meridionale. Più se ne discute e più sembra che le nuvole dell’indeterminatezza, anziché diradarsi, si addensino. Ciò accade a Roma e a Napoli, nelle sedi istituzionali e della dialettica parlamentare, in televisione e sulle pagine dei giornali, nelle accademie e nei circoli dove del tema si dibatte. È necessario perciò mettere insieme alcuni punti nel tentativo di restituire ai problemi che affliggono il Sud la loro dimensione reale, senza ammantarsi di travestimenti retorici, senza combinare pasticci ideologici, senza compiacersi di variopinti ma vaghi zibaldoni di idee.

1) Esiste una questione meridionale?

In primo luogo, riappropriamoci della questione. La questione meridionale, infatti, esiste. Né basta imporre nel dibattito pubblico una più impellente questione settentrionale, come è accaduto negli ultimi vent’anni, per scacciare la prima negli incubi del passato. Non c’è niente da fare: prima o poi il rimosso affiora, e, complice la crisi,è proprio quello che sta accadendo in questi anni. In secondo luogo,chiamiamo questione meridionale non semplicemente il divario fra l’economia del Mezzogiorno e quella del resto del Paese,e neppure soltanto il carattere cronico di questo divario, ma la maniera in cui esso è intrecciato con lo sviluppo del resto del Paese.

In sei anni di crisi,dal 2007 al 2013, il  Sud ha bruciato 43,7 miliardi di Pil, pari a quasi 10 punti percentuali, il doppio del centronord. Nel solo 2013, il calo è stato del 2,5% contro l’1,7% perso dal Nord. Nello stesso periodo si sono contati più di 600mila occupati in meno al Sud: la disoccupazione giovanile che nel 2007 si attestava al 33% è schizzata nel primo trimestre 2014 a quasi il 50%, rispetto al 37% della media nazionale e al 22,7% del Nord. Il crollo degli investimenti pubblici ha accentuato la desertificazione industriale e accelerato la fuga dei cervelli: ma è cresciuto in parallelo anche il numero dei «neet»,i giovani che non studiano,non lavorano e non cercano un impiego che oggi sono quasi 600mila, la metà del totale nazionale. Le ultime 20 provincie per qualità della vita sono tutte del Mezzogiorno e la Campania ha un’aspettativa di vita inferiore di due anni alla media del Paese. La prospettiva per il 2014, secondo le elaborazioni Svimez, indica una stagnazione allarmante: la crescita prevista non dovrebbe infatti superare lo 0,1%-0,2% rispetto ad una media Italia dello 0,8% e allo 0,7% del Nord.

2) Che cosa c’entra la storia?

La via lunga della comprensione storica dei problemi è un’ottima cosa, ma non c’entra nulla con l’urgenza dei problemi reali. E soprattutto non può né deve fornire alibi, scuse, pretesti. Parlare di sudismo più o meno straccione, di neoborbonici con o senza abiti d’epoca, di epopee del brigantaggio, di tradizionalismi vecchi e nuovi, equivale a mandare la palla in tribuna. La ricerca storica è un conto, la domanda di politica un altro. Così, è certamente vero che i problemi del Sud affondano in un lontano passato, che non c’è modo di mettere a tema le differenze fra Nord e Sud che non impegni la storia intera  dell’Italia unita. Ma ciò non può essere il paradigma con cui declinare il presente. Noi riteniamo che in condizioni favorevoli, rimuovendo le ostruzioni, liberandosi dalle zavorre, correggendo le storture, il Mezzogiorno può imboccare il sentiero della crescita. Di più: la crescita del Mezzogiorno è ormai condizione indispensabile per la crescita dell’intero Paese. Il Sud non è la palla al piede,è invece il pallone che bisogna lanciare lontano, per far salire tutta la squadra. Perciò basta fandonie: nessuna tradizione culturale condanna irrimediabilmente all’arretratezza. Nessun fattore climatico inficia le possibilità dello sviluppo. Nessuna determinante di lungo periodo è così radicata da non poter essere corretta. Il raffronto con il processo di riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino nell’89 si impone. Qualcuno ha provato a farlo,e il risultato non è Italia-Germania 4-3, come a Città del Messico, bensì Germania-Italia 4-0,come recita il titolo di uno studio dell’Università di Palermo, citato da Isaia Sales nel suo ultimo libro. Quattro a zero perché in vent’anni il divario tra le due Germanie si è considerevolmente ridotto, mentre in Italia è rimasto fermo, anzi è peggiorato. Certo,ci sono volute dosi massicce di intervento pubblico, ma ciò dimostra solo che si può fare. Nei confronti del Mezzogiorno invece è avvenuto l’esatto opposto: esauritosi l’intervento pubblico e cessata la capacità progettuale, il divario è stato messo in soffitta e chiuso letteralmente a chiave.

3) La malattia del Sud è un tratto delle sue genti?

La risposta è no. Si dice: «conditio sine qua non» dello sviluppo (della produttività degli investimenti, dell’efficacia di stimoli e incentivi) è la creazione di un capitale sociale adeguato, che al Sud purtroppo non c’è. È una tesi che rigettiamo. È una nuova versione, l’ennesima, dell’ipotesi avanzata dal sociologo Edward Banfield già negli anni Cinquanta: il Sud sarebbe in condizioni di arretratezza per ragioni anzitutto culturali, morali, se non antropologiche. Noi rifiutiamo l’idea, sin troppo semplicistica, che lo sviluppo presupponga basi morali, capitale umano e fattori culturali; poi,su quelle basi,il resto. Come se moralità, umanità e cultura fossero doni dello spirito e crescessero da soli nell’aria. Invece sono cose che stanno insieme a certe condizioni materiali indispensabili: infrastrutture,servizi, credito. Chi dunque si è accorto in questi giorni che il comportamento dei passeggeri del metrò di Napoli è decisamente più adeguato agli standard europei di quello dei passeggeri della malandata circumvesuviana (napoletani gli uni e napoletani gli altri) ha mancato il punto decisivo, e cioè di mettere questo dato in rapporto con le ingenti risorse investite sulle linee metropolitane. In breve: la sociologia è utile a spiegare fenomeni dinamici, dannosa a stabilire etichette. Il capitale sociale va bene,ci vuole, ma non è la parola magica che consente di supplire ai capitali reali.

4) Classi dirigenti quali priorità e competenze?

Se d’altra parte dobbiamo fare una riflessione seria sulla moralità  pubblica, dobbiamo farla a trecentosessanta gradi. Episodi di corruttela riempiono le cronache del Nord come del Sud. Ora, noi pensiamo che sia sciocco mettersi a fare la classifica per grado di corruzione di paesi,città o contrade. Né intendiamo, per dispetto, rinfacciare quel che ti combina un primario dal vistoso, doppio cognome in una clinica milanese,nel silenzio complice di chissà quanti altri professionisti, medici e paramedici. Se il fallimento amorale è sicuramente una gran brutta cosa, un certo individualismo sordido ed egoista non fa meno danni. Ma citiamo le cronache milanesi di orrore sanitario solo per dire che le etichette – familismo amorale di qua, egoismo sociale di là  – non servono, così come non serve stigmatizzare comportamenti, rispolverare stereotipi, fare di tutta l’erba un fascio senza vedere il più generale problema del collante sociale e politico che sembra mancare all’Italia intera. A un paese slabbrato e senza un chiaro senso di sé, dei propri doveri e della propria missione. Se così non fosse, la questione meridionale non verrebbe avvertita come una seccatura, bensì come una sfida ideale, come il terreno sul quale dimostrare ancora una volta la bontà della scelta unitaria e le possibilità di riscatto offerto dall’identità nazionale. Per farlo, dicevamo, ci vogliono alcune condizioni. Una di esse ci pare senz’altro che sia una classe dirigente all’altezza del compito. Anche in questo caso non sono ammissibili alibi, scuse e pretesti. I micro-notabilati meridionali, i cacicchi e i capobastone devono essere relegati nel passato. Il giudizio non è attenuato se al tempo stesso ricordiamo che la classe dirigente non esente da colpe non si identifica solo con il ceto politico. Come però si costruisce una nuova classe dirigente, se i migliori se ne vanno, se il Sud conosce una vera e propria emorragia di talenti, se l’emigrazione intellettuale è ormai la regola? A quali serbatoi attingere? Compito della politica è favorire il ricambio, far funzionare l’ascensore sociale,riconoscere e premiare il merito: a queste condizioni una nuova classe dirigente può formarsi. Ma queste condizioni faticano ad affermarsi anche perché nell’area dell’euro si amplia la distanza fra parti ricche e parti povere. Si tratta di una conseguenza drammatica della scelta di costringere nello stesso spazio monetario paesi con costi e indici di produttività diversi: la ricchezza e l’attrattività dei paesi forti impoverisce sempre più, in mancanza di interventi correttivi, i paesi deboli. E il deserto generazionale cresce, perché i nostri giovani finiscono inevitabilmente con l’essere attirati dalle maggiori opportunità di vita e di lavoro del Nord, d’Italia e d’Europa.

5) Lo Stato quale ruolo ha avuto

La sconfitta del federalismo fiscale è sotto gli occhi di tutti. Per dirla con Luca Antonini, la riforma ha generato «un mostro», aumentando anziché riducendo il gap rispetto alle Regioni del centronord. Con la complicità della confusione creata dalla maldestra riforma del titolo V della Costituzione, i livelli essenziali delle prestazioni pubbliche,dalla sanità alla scuola, dai trasporti ai servizi per l’ambiente, sono precipitati al Sud. Ogni cittadino meridionale paga inevitabilmente di più per ognuno di questi servizi smentendo la Costituzione che impone costi e prestazioni analoghe per tutti gli italiani, senza differenze di aree geografiche. Lo ha ricordato la Corte dei Conti: la pressione fiscale dagli enti locali per garantire un minimo di quei servizi, ha assunto proporzioni sproporzionate rispetto alla qualità delle prestazioni assicurate.

6) Gli errori del dibattito corrente

Nessuna ripartenza è possibile, se si rimane impigliati in un dibattito quasi surreale, dove le colpe del Sud annullerebbero ogni altra responsabilità. Certo: i discorsi puramente recriminatori non servono a niente, il vittimismo men che meno. Ma questo non può significare che il Sud deve intonare un «mea culpa, mea maxima culpa» perché il resto del Paese venga assolto. Strana maniera di perdonare i peccati. La verità è che la direzione del Paese negli ultimi decenni non è certo stata in mano al Sud: quest’Italia è stata governata (male) da una borghesia dominante sul piano economico, pronta a tutelare gli interessi del Nord, e disponibile a lasciare ampio spazio alla retorica leghista, ma del tutto impreparata a costruire un’egemonia vera, una prospettiva per il Paese, un disegno politico compiuto. Nel declino,ha pensato di salvare il salvabile mollando il Sud al suo destino. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non vale, per porre oggi rimedio,la filosofia del commissariamento, in voga di questi tempi. Di fronte al fallimento della politica, alle infiltrazioni camorristiche,alla paralisi amministrativa, si pensa che non ci sia altro da fare che commissariare il  Sud. Invia di principio è ragionevole. Ma nella realtà l’effetto è il contrario: non è sospendendo la democrazia, sciogliendo i consigli comunali, svuotando le pubbliche amministrazioni, mandando insomma il sangue in circolo lungo vasi extra-corporei, che si guarisce.

L’esperienza dei commissari ha finito, tranne rarissime eccezioni, per peggiorare l’esistente. Il carrozzone burocratico dell’Antimafia ne è la riprova forse più amara: basta considerare la stragrande maggioranza dei beni sequestrati e poi confiscati che non riescono a tornare produttivi o a garantire reddito ai nuovi gestori, costretti a fare i conti con pastoie normative che spesso sfuggono al più comune buonsenso.

7) Il divario: da dove ripartire?

Ce n’è abbastanza perché si chieda alla politica di rimettere sul tavolo la questione meridionale. Senza pensare che la si possa affrontare come nell’immediato dopoguerra, nella stagione forse più significativa dell’impegno meridionalistico e dell’intervento dello Stato, ma senza nemmeno rinunciare del tutto, perché i tempi sono cambiati. Cambiano sempre i tempi, se è per quello,ma questo non vuol dire che non insegnino nulla. Bisogna dunque farlo seriamente, con rigore, ma soprattutto con passione civile, non con distaccata attitudine professorale. E farlo ricominciando da tre, ponendo tre punti fermi. Che non bastano ma sono necessari. Che non esauriscono il problema ma non possono essere evitati. Il primo riguarda rivendicare la perequazione dei diritti e dei servizi al cittadino, la perequazione infrastrutturale e l’uso corretto dei fondi europei. Che non potranno mai essere l’alibi per rinunciare a investire risorse nazionali, come è accaduto in parte finora per via dell’obbligo imposto dall’Ue di non sforare il tetto del 3% del Patto interno di stabilità. Il Sud deve ancora spendere quasi tutti i 16miliardi di euro non utilizzati nella precedente programmazione. Per poterci riuscire dovrebbe correre come non ha fatto mai. Ma dev’essere decisivo il ruolo di raccordo tra centro e periferia: la nascita dell’Agenzia per la coesione può rispondere a questa  esigenza, ma sempre che sia governata da un disegno strategico nazionale e non di parte. Occorre pretendere una politica industriale che è finora del tutto mancata e smentire l’assunto che il Sud possa risorgere affidandosi unicamente a cultura e turismo. Lo sviluppo o è integrato o non è.

8) E’ possibile scambiare sussidi e diritti?

Il secondo riguarda la riqualificazione dei sistemi di welfare, la rinuncia – netta, e senza attenuanti – alle forme di assistenzialismo improduttivo, la fine dello scambio perverso tra voto di scambio e sussidi: il welfare che serve al Paese non può che essere agganciato alla produttività e al lavoro. Non ci può essere una strada diversa per evitare il dualismo tra chi ha un posto di lavoro e chi continua a non godere di alcun diritto. In questo senso non si può che essere d’accordo con chi vuole chiudere per sempre i rubinetti della spesa pubblica improduttiva.

9) Governance: quali criteri per la scelta?

Il terzo riguarda la promozione del merito,in condizioni di pari opportunità, per spezzare una società costruita ancora sulla genealogia dell’appartenenza. Va fatto anzitutto nei mondi dell’istruzione, dell’università, del credito. Impossibile colmare le distanze con i livelli standard dello sviluppo se il denaro al Sud continua a costare3 o 4 punti in più della media nazionale. Se pmi e famiglie non lo chiedono più alle banche, perché hanno perso anche la capacità di scommettere. Dovrebbe essere invece compito di uno Stato moderno farsi intermediario tra banche e società reale, specialmente in tempi di crisi e far sì che siano premiati i progetti che valgono. Va consentito ai talenti più giovani di ottenere fiducia e credito presentando in banca le proprie idee e perfino la propria pagella, come accade in molti altri paesi. Lo stesso discorso vale per l’Università: il divario di qualità non può essere un alibi delle classi dirigenti locali per non cambiare ma neanche, come sta accadendo, il presupposto per scelte punitive.

10) Come va ripensata la politica?

Da ultimo serve il ritorno del la politica. Si avvicina una stagione di riforme istituzionali. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di un ridisegno della Costituzione che si annuncia profondo e necessario. Ma noi avvertiamo con drammatica urgenza che una riforma dei costumi politici, prima ancora che delle regole in diritto deve restituirci partiti degni del nomee del ruolo che la Costituzione assegnava loro: innervati di nuova partecipazione, di nuove progettualità, di rinnovate aspirazioni. Bisogna rifare la politica: non funzionano i restyling, le improvvisazioni. Non sono sufficienti neppure le scorciatoie decisioniste. Ci vuole, oltre a tutto ciò, un serio investimento di senso per chi fa della politica un mestiere. Non è il professionismo politico che dobbiamo combattere, ma al contrario l’assenza di ciò che un tempo si legava a una professione: la vocazione, il sentirsi investiti da una responsabilità in funzione della propria capacità di rappresentanza. Riproporre la questione meridionale significa perciò richiamare la politica alla sua più alta responsabilità.

(Il Mattino, 12 aprile 2014)