I delusi dal voto che sognano la politica semplice

Immagine3La delusione che Biagio De Giovanni ha espresso ieri sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno è qualcosa di più di un sentimento personale. Cade peraltro nello stesso giorno in cui Raffaele Cantone dichiara che andrà al voto, ma – aggiunge – «non sarà un piacere»: la delusione, dunque, in certo modo riguarda anche lui. Ma delusi per chi o per cosa? Nel caso di De Giovanni, il motivo di delusione è Renzi. Che a livello nazionale lascia sperare in una politica davvero rinnovata, mentre a livello locale, «nelle periferie dell’impero, torna a macinare nei vecchi mulini». Il vecchio mulino da macina è, nella circostanza, il sindaco di Salerno De Luca, che Matteo Renzi, da segretario del Pd, non ha rinunciato a sostenere nella campagna elettorale in corso.

Ora, non c’è riga del filosofo De Giovanni – dico nei suoi libri, non solo nei suoi articoli – che non dia modo di ricavare una severa (e alta, mai cinica o meschina) lezione di realismo: perché dunque questa volta si mette nei panni più volubili di un filosofo «con la testa fra le nuvole», quando invece l’ha sempre tenuta ben dentro i tornanti della storia, secondo la lezione dei suoi maggiori, di Vico o di Hegel? Perché, spiega, una forte discontinuità era da augurarsi anche in Campania: non per semplice ingenuità, ma per necessità politica. La regione, infatti, ha più che mai bisogno di energie nuove, fresche, e invece si ritrova con volti vecchi e, qualche volta, impresentabili.

C’è del vero, naturalmente, in questo argomento. Il Mezzogiorno ha un problema di classe dirigente che non ha sin qui saputo risolvere, e che si ripropone anche in queste elezioni: per esempio, nella formazione delle liste. Ma c’è anche, nella delusione di De Giovanni, una lampante sottovalutazione del dato di fondo di questa tornata elettorale: al confronto vanno non due vecchi leoni della politica locale ma due esperienze amministrative, e su queste è richiesto il giudizio degli elettori. Caldoro chiede di essere confermato alla guida della regione in nome del risanamento dei conti, e del disastro sui rifiuti su cui si infranse la precedente stagione di governo del centrosinistra. De Luca, invece, porta con sé gli anni trascorsi alla guida di Salerno, più di venti, come prova delle sue capacità di amministratore: è poco? È molto? Vedremo. Ma c’è un pizzico di vaghezza nell’immaginare che lo schema renziano della rottamazione, con tutto l’afflato per il nuovo che comporta, possa essere replicato tal quale a Palazzo Santa Lucia come a Palazzo Chigi, indipendentemente dai percorsi politici territoriali, dal contesto sociale, dalla condizione dei partiti regionali.

Renzi ha approfittato con grande scaltrezza del logoramento di una generazione intera di dirigenti democratici, già sperimentatisi al governo, e sostanzialmente bocciati nel voto elettorale del 2013. Invece, né De Luca né Caldoro hanno ancora subito un giudizio simile. Anzi: entrambi rivendicano per sé stessi un successo. Naturalmente si può dare un giudizio negativo sulle loro prove: si può imputare a Caldoro incapacità di produrre idee, visioni per lo sviluppo della regione, e non solo una manutenzione prudente dei conti pubblici. E, allo stesso modo, si può apprezzare poco il tratto decisamente sbrigativo di De Luca, e riconoscervi solo l’antico vizio notabilare della politica meridionale. Ma nell’uno e nell’altro caso bisogna comunque passare attraverso la fisiologia dei processi politici democratici – la loro maturazione, l’aprirsi e l’esaurirsi dei loro cicli – e non pretendere di sostituire ad essi un astratto dover essere, e il rimpianto per quel che doveva essere e, purtroppo, non è stato.

C’è di più: a Napoli i principali partiti politici nazionali sono già franati una volta: nel 2011, quando Luigi De Magistris vinse le elezioni municipali approfittando del naufragio delle primarie democratiche e dell’impreparazione del centrodestra. La rottura, dunque, c’è stata, la rottamazione pure: quale bilancio però ne dobbiamo trarre? Ieri il sindaco di Napoli esultava alla notizia del voto spagnolo per Podemos: ecco altri che finalmente hanno scassato, proprio come lui. E però De Magistris è al governo ormai da quattro anni: forse dovrebbe trovarsi un’altra parte in commedia.

Ma forse, più in generale e più realisticamente, la politica non è palingenesi, ma una costruzione molto più faticosa e contraddittoria di quanto ci si possa augurare. E neanche a un leader come Renzi può riuscire di semplificarla del tutto. O di distribuire tutte le carte e giocare tutte le partite: qualcuna toccherà pure ai cittadini elettori, di giocarla.

(Il Mattino – ed. Napoli, 27 maggio 2015)

Andare oltre l’ondata moralistica

Acquisizione a schermo intero 23052015 131949.bmpI luoghi, i gesti, le strette di mano. A otto giorni dal voto, la contemporanea presenza di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi in Campania, a sostegno dei rispettivi candidati, Vincenzo De Luca e Stefano Caldoro, viene seguita dall’opinione pubblica metro dopo metro, fotogramma dopo fotogramma. La politica è fatta di parole e di programmi, ma anche di volti, di presenze, di incontri, di sale gremite e di microfoni, visite e atti simbolici, dichiarazioni e silenzi. E, contrariamente a quel che si dice, lamentando la piega personalistica della politica contemporanea, i leader non calamitano l’attenzione solo su di loro, a detrimento di tutto il resto, ma contribuiscono anzi a restituire il senso di un confronto politico al voto di fine mese, fin qui oscurato dal rimpallo delle polemiche sugli impresentabili, sulla legge Severino e tutto il resto. Naturalmente il tema della moralità della politica esiste, così come d’altra parte esiste l’esigenza di misurare gli schieramenti in lizza sulla base dei programmi, e dell’idea complessiva di sviluppo della Regione che propongono.

Ma c’è anche una partita politica che il fuoco di sbarramento dell’indignazione ha finora impedito di delineare. Lo sanno molto bene sia Renzi che Berlusconi: su entrambi grava l’onere di comporre e unire le forze, contrastando le piccole e grandi tendenze centrifughe manifestatesi nei rispettivi schieramenti.

Berlusconi è più indietro: l’ultima diaspora degli uomini di Raffaele Fitto dimostra che il processo di ricomposizione, sia o non il Cavaliere a guidarlo a livello nazionale, non è ancora cominciato. Ma c’è una necessità di sistema alla quale prima o poi il centrodestra non potrà non corrispondere, perché la nuova legge elettorale, l’Italicum, assegna un premio di maggioranza al partito, non alla coalizione. E, dunque, in ordine sparso alle prossime politiche, con rimasugli e spezzoni, partitini e liste personali non potrà certo andare.

Ora, proprio in Campania il centrodestra mostra una compattezza che altrove non ha, a riprova del valore politico di questo voto. Con l’unica, in fondo marginale eccezione di De Mita, passato armi e bagagli con De Luca, Caldoro ha saputo tenere insieme la maggioranza che lo ha sostenuto in questi anni, compreso quel Nuovo Centrodestra che a Roma è invece alleato con Renzi: non era affatto scontato. Il progetto che il Cavaliere ha preso a coltivare, una sorta di partito repubblicano sul modello americano, qui trova subito una cartina di tornasole e una base di consenso piuttosto larga.

Quanto a Renzi, quel che è fatto finora mostra se non altro la sua determinazione nel costruire un partito dai connotati profondamente mutati. Altri lo chiamano partito della nazione, come se fosse soltanto un indistinto spazio onniaccogliente. In realtà Renzi ha semplicemente dimostrato di non temere l’opposizione che gli viene da sinistra, dall’interno e dall’esterno del Pd, e la piccola, modesta diaspora che il Pd sta subendo, priva com’è di di apprezzabili effetti politici, gli sta dando ragione. Ha fatto il jobs act, la legge elettorale e sta facendo la riforma della scuola: ha cioè manomesso la costituency tradizionale del partito di sinistra. Se, dopo tutto ciò, i sismografi registrano solo un Civati che se ne va, vuol dire proprio che non ha sbagliato i conti.

Da dove potrebbero venire allora le scosse maggiori? Dall’astensione, o dal risultato dei Cinquestelle. Cioè da quei comportamenti elettorali che traggono indubbio vantaggio dalla colorazione moralistica della campagna elettorale. È, questa, una mera constatazione politologica, che naturalmente non assolve nessuno dai suoi obblighi: dinanzi alla legge o dinanzi alla coscienza. Le liste dubbie, i candidati impresentabili, le ineleggibilità a norme di legge (a meno di ricorsi e sospensioni) non dovrebbero nemmeno essere della partita. Lo sono, e sollevano (un po’ ad arte, un po’ no) ondate di indignazione. Ma quando poi l’onda si ritira rimane il problema di ciò che lascia dopo il suo passaggio. Ieri Renzi ha affermato che non basta la repressione: la camorra la si combatte anzitutto con il lavoro. Affermazione sensata e del tutto condivisibile. Si può proporre allora una analogia, e chiedere con cosa si battono collusioni e connivenze della classe dirigente locale, se cioè non sia proprio la costruzione di un genuino terreno politico di confronto ad essere in ogni senso decisiva. Anche sul piano della moralità della politica. Ma allora, per sterrare il terreno, ci vuole molto di più della polemica sulle liste. Se Berlusconi e Renzi sono venuti per promuovere questo lavoro, allora sono entrambi i benvenuti.

(Il Mattino, 23 maggio 2015)

Caldoro –De Luca eterne promesse e vecchi insulti

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Un’altra volta tutti e cinque insieme. Stavolta però seduti, nel piccolo studio di Rai 3: Salvatore Vozza, Sinistra e Lavoro, sulla sinistra, con la spilletta al bavero della giacca; Marco Esposito, lista meridionalista MO!,  informale, col pullover  azzurro; Valeria Ciarambino, Cinquestelle, con lo sguardo sempre a metà tra il conduttore e la telecamera; poi De Luca rigido, occhi piccoli e dito steccato; infine Caldoro, attentissimo alla postura, al fianco di De Luca ma in realtà quasi in un’altra inquadratura, tanto i due si son tenuti distanti.

E si parte. Il confronto deve avvenire sui temi, e i temi ci sono tutti: sanità, trasporti, rifiuti, fondi europeiu. Forse, tenendosi a ridosso dei programmi, i due principali competitor possono sottrarsi al paradosso per cui in un caso o nell’altro i campani eleggeranno un’anatra zoppa: azzoppata dalla Severino e dalla freddezza del partito democratico, nel caso di De Luca; dallo sfarinamento politico del centrodestra nel caso di Caldoro.

Su tutti i capitoli del bilancio regionale, De Luca e Caldoro si scaldano un po’, scambiandosi la stessa accusa: dici fesserie. Per De Luca non s’è fatto nulla, Per Caldoro il possibile. Per De Luca Caldoro non può dare la colpa agli altri se il porto di Napoli non funziona, se le ecoballe sono ancora per terra, se le liste d’attesa  in sanità sono eterne; per Caldoro, De Luca dimentica come il centrosinistra ha lasciato la regione nel 2009: con l’immondizia che arrivava al terzo piano, senza treni regionali e con le voragini nel bilancio. Un rimpallo di responsabilità? Sì, ma è normale: siamo in campagna elettorale. Però rispetto al precedente confronto De Luca appare decisamente più aggressivo, più ringhioso: riesce persino a ripetere due o tre volte la parola che, è evidente, gli piace di più: «vergogna!», all’indirizzo dell’avversario politico. Caldoro, dal canto suo, è stato abile, almeno nell’intervento finale, a mettere in scena il pezzo che si era preparato: staccarsi dallo schienale della sedia, avvicinarsi convinto alla telecamera, pesare le parole e mettere sul piatto la bellezza di un miliardo di euro: 500 milioni per le imprese, 500 milioni per le famiglie povere. Come il Berlusconi d’altri tempi (o forse il Renzi di oggi). A quanti lo rimproverano di non aver detto nulla sul futuro della regione ha provato a rispondere così, con un bel gruzzolo, mentre De Luca nell’appello agli elettori sfoderava il suo antico cavallo di battaglia: la polemica sulla «palude burocratica della regione».

Gli altri però non hanno affatto giocato il ruolo da comprimari. Almeno non Marco Esposito e Valeria Ciarambino. Quanto a Salvatore Vozza , è stato l’unico a usare le parole: destra, sinistra, centrodestra, centrosinistra. Ma le usava in una chiave vetero-ideologica, quasi solo per certificare la propria esistenza in vita. Per la verità, Vozza ha provato pure qualche colpo ad effetto: tirando fuori l’abbonamento alla circumvesuviana, e proponendo di firmare subito, seduta stante, la proposta grillina che tutti dichiarano di condividere, sul reddito di cittadinanza. Ma quel che veramente Vozza aveva da dire (e ripeteva quasi ad ogni intervento) era solo che De Luca e Caldoro, Pd e centrodestra per lui pari sono. Un richiamo della foresta a tutti gli elettori di sinistra, smarriti a causa della mutazione renziana. E così da una parte c’era un po’ del vecchio vocabolario politico del Novecento, per racimolare un po’ di voti identitari; dall’altra parte si svolgeva, udite udite, il confronto programmatico vero e proprio.

Ma anche il fiume di parole di Valeria Ciarambino. A cui si deve la comparsa, per la prima volta in un appello agli elettori, dell’espressione «residuo vetrificato», pronunciata a una velocità tale che solo un orecchio ben allenato avrà potuto coglierla, collegandola in maniera pertinente a tutto il resto del discorso.  I comuni mortali no: avranno magari apprezzato la foga, ma capito molto poco. I Cinquestelle rimangono la terza forza, se non addirittura la seconda, del panorama politico nazionale, capace di attrarre i voti di tutti quelli che non sono soddisfatti (e sono molti) dell’offerta politica tradizionale. Ma quando non hanno modo di parlare di vitalizi e indennità da abolire, condannati e corrotti da cacciare, rivelano una preoccupante prossimità con il genere di discorso fondamentalista: che si tratti di rifiuti o di mammografie (come Grillo qualche giorno fa), sciorinano la stessa incrollabile certezza, la stessa inflessibile dottrinarietà. Con incidenti di percorso come quello che Marco Esposito, apparso di gran lunga il più preciso della compagnia, ha notato: il reddito di cittadinanza proposto dalla Ciarambino costerebbe venti volte quanto da lei dichiarato. Un’enormità. Ma poco importa: come dice Emmanuel Carrère nel suo ultimo libro sui primi cristiani, i grillini sono coloro che da duemila anni vomitano via dalla loro bocca i tiepidi, quelli che non sono né caldi né freddi (e magari fanno pure di calcolo).

A parte la precisazione – e qua e là Esposito ne ha fatte cadere anche altre: sui trasporti pubblici locali o sui progetti europei – al capofila di MO! va il merito di aver posto con forza un tema politico centrale, che capisce chiunque, al di là di bilanci e promesse: è vero o no che la Campania e il Mezzogiorno soffrono di scarsa attenzione (eufemismo) da parte del governo nazionale? È vero, e qua e là hanno provato a dirlo anche De Luca e Caldoro. Ma Esposito lo ha potuto dire chiaro e tondo, gli altri due solo tra le righe: Caldoro per distinguere le responsabilità proprie da quelle altrui, De Luca per cercare di riproporre la verve polemica che nel passato metteva, da Salerno, contro Napoli. Ma l’uno e l’altro non possono certo prendersela con Renzi ed il governo: De Luca perché Renzi è il segretario del suo partito, Caldoro perché ha appena ricevuto dal premier la patente di «persona seria», e difatti lo ha prontamente ricordato, cercando di approfittarne. E così uno dei temi più sentiti, potenzialmente più mobilitanti, uno di quei temi intorno a cui una regione come la Campania avrebbe motivo di far sentire la sua voce, almeno quanto la fanno sentire, tirando la corda dall’altro capo, il Veneto o la Lombardia, vive in questa campagna elettorale solo di striscio, grazie a una piccola lista che, pur con tutta la simpatia e benevolenza del mondo, difficilmente porterà il suo candidato governatore a Palazzo Santa Lucia.

Ma magari colui che invece ci andrà, tra De Luca e Caldoro, lo chiamerà benevolo alla sua destra: dopo tutto, anche un’anatra zoppa lo può fare.

(Il Mattino, 20 maggio 2015)

Gli outsider all’attacco

imageIn piedi, dinanzi a un podio, i candidati alla guida della Regione Campania sono riusciti a stare senza difficoltà dentro le regole del confronto televisivo. Ed è un punto di merito, che hanno segnato tutti e cinque. Suonava il gong, e loro si tacevano: disciplinatamente. Il conduttore, dal canto suo, ha guidato il confronto sui binari programmatici, tenendo aperti capitoli importanti: prima la disoccupazione, più avanti la sanità, quindi i trasporti e la Terra dei fuochi: ce n’è di che parlare. E a due settimane dal voto viene anche un po’ di rammarico perché la campagna elettorale avrebbe potuto davvero aiutare i cittadini a scegliere. Dopo la prima risposta, i cinque profili erano infatti già nettamente delineati: Salvatore Vozza, Sinistra e Lavoro, insisteva sulla disoccupazione giovanile; Valeria Ciarambino, dei Cinquestelle, reclamava il reddito di cittadinanza; Marco Esposito, lista meridionalista Mo!, lamentava l’enorme squilibrio nei progetti europei a favore del Nord; Caldoro parlava con enfasi dei cantieri aperti in questi cinque anni; De Luca batteva e ribatteva sulla sburocratizzazione. Poi è venuta la seconda, inevitabile domanda: la campagna avvelenata dalla polemica sugli impresentabili. Nessuno ha voluto far nomi, ma Esposito e Ciarambino l’hanno giocata tutta in attacco; Caldoro e De Luca in difesa (mentre Vozza, sciorinando i nomi dei presentabili, cioè dei suoi futuri assessori, s’è tirato fuori dalla mischia). Difficile dire quanta parte del voto si orienterà in base alla qualità delle liste, ai condannati e agli inquisiti, alla quota di trasformisti presenti nell’uno o nell’altro schieramento, ma nel dibattito, salvo Valeria Ciarambino, la più aggressiva, non c’era molta voglia di discutere di queste cose. Non è un caso che il maggior numero di repliche si è avuto su un tema di programma, i trasporti, con Caldoro che difendeva l’opera di risanamento e imputava ai tagli del governo le falle del sistema, e De Luca che invece addossava tutte le responsabilità all’amministrazione Caldoro.

Difficile dire chi ha vinto: di sicuro si sono delineati con chiarezza alcuni stili comunicativi. Ciarambino parlava a manetta, sciorinando indiscutibili certezze; Caldoro tirava fuori cartelli e dati ad ogni risposta, e cercava di ribadire così la sua immagine di affidabile uomo delle istituzioni; Marco Esposito, col pullover colorato, sceglievalo stile più informale, e soprattutto insisteva più di ogni altro sull’identità meridionalista della lista; Vozza aveva l’aria un po’ demodé, ma che voleva anche essere rassicurante, della sinistra tradizionale; De Luca si è tenuto invece parecchio lontano dal cliché del sindaco sceriffo, e molto lontano anche dalla imitazione che gli ha regalato Crozza: solo alla fine, sull’ultimo gong,  ha sfoderato il suo piglio decisionista.

Poi il conduttore si è preso la libertà di chiedere a Caldoro e De Luca, che nella scenografia dello studio si sono trovati dalla stessa parte, di guardarsi una buona volta. E i due si sono voltati. Fino a quel momento, non si erano rivolti un solo sguardo. Nulla di personale, ovviamente: ma non v’è dubbio che i due erano i più ingessati, forse perché sono entrambi quelli che più hanno da perdere dalla sfida. Per entrambi si tratta di una partita decisiva: o la polvere o gli altari. Per De Luca è l’ultimo assalto ad un palcoscenico diverso da quello locale, e probabilmente morde il freno per gli ostacoli che gli sono stati buttati nel corso di questa campagna elettorale, dalla legge Severino all’intervista a Saviano. Che qualcosa non gli sia andata per il verso giusto lo dimostra anche il fatto che la Ciarambino, che pure guida una lista anti-sistema, ha polemizzato molto più con lui che con Caldoro. Quanto a quest’ultimo, governatore in carica, è l’ultimo punto di coagulo del centrodestra nel Mezzogiorno: sa bene che senza un risultato positivo il processo di frantumazione proseguirà, e sarà molto difficile immaginarsi, nel breve periodo, linee di ricostruzione di una proposta politica.

Poi sono venuti gli appelli finali. Chissà a cosa servono. Chissà se esiste un elettore al mondo che cambia al voto sulla base delle poche parole che i candidati rivolgono agli elettori in quei pochi secondi finali. Quelli di Sky ci hanno provato in realtà due volte: la prima, quando hanno chiesto a tutti i candidati di rivolgersi a Gomorra senza abbassare lo sguardo; la seconda, appunto, con gli appelli finali. Ma se è lecito interrompere la cronaca, la battuta più felice l’ha avuta, con gli occhi alla telecamera, Marco Esposito, che citando Luciano De Crescenzo, in “Così parlò Bellavista”, ha detto quello che tutti pensiamo dei camorristi: che fanno una vita di merda. È pure ora, però, che i cittadini campani facciano una vita migliore.

(Il Mattino, 18 maggio 2015)

L’insufficienza dell’onesta

Acquisizione a schermo intero 16052015 141556.bmpNella consueta rubrica che tiene sull’Espresso, Roberto Saviano riserva questa volta, nelle ultime righe, una piccola sorpresa. Non è che l’articolo non faccia già notizia per le critiche che lo scrittore indirizza a Grillo. Il leader dei Cinquestelle se l’era presa infatti con Veronesi e la sua Fondazione, sostenendo che si capisce perché il celebre oncologo vada così spesso in tv a parlare di prevenzione e di mammografia: perché riceve finanziamenti dall’industria farmaceutica. A Saviano non ci vuol molto obiettare che, da qualunque parte provengano i finanziamenti, la prevenzione è importante e salva vite umane: la dichiarazione rilasciata da Grillo è apparsa subito « folle», e però lo hanno detto tutti o quasi, sicché nessuna sorpresa. Poi però Saviano fa un altro passo: la butta in politica, e lì si meraviglia che nessuno nel movimento abbia preso le distanze dal leader, e in particolare che non l’abbia fatto Valeria Ciarambino, la candidata donna dei Cinquestelle in Campania, dove più forte è – probabilmente per cause ambientali – l’incidenza del tumore al seno sulla mortalità femminile. Infine Saviano fa un ultimo passo, e arriva la morale. Che non è la solita. E qui sta la sorpresa, perché la lezione che lo scrittore trae dalla vicenda non è affatto in linea con le censure abitualmente destinate alla politica e ai politici, bacchettati sempre per indecenze, ambiguità, timidezze e contiguità con la criminalità organizzata. Stavolta a finire sul banco degli imputati sono l’onesto Grillo e gli onesti tutti. La morale suona infatti così: «in politica l’ignoranza degli onesti è una cosa molto, molto pericolosa. Non basta essere incensurati, non condannati, non indagati. Bisogna essere prima di tutto responsabili». Ovviamente, Saviano non intende affatto che l’onestà non conti, e non costituisca anzi un requisito essenziale della buona politica. Tuttavia, forse perché la logica del ragionamento sin lì condotto lo spingeva a tanto, o forse perché funzionava bene come conclusione, questa volta apprendiamo dalla penna del campione indiscusso di moralità del paese – l’unico in grado di bacchettare persino Cantone, in questa materia – che la prima cosa per un politico non è l’onestà: la prima cosa è la responsabilità. Max Weber, quello della politica come professione e dell’etica come responsabilità opposta all’etica dell’intenzione (che cioè se ne frega delle conseguenze del suo agire) non avrebbe saputo dir meglio. Si spiega così: Grillo fa la morale, se poi le donne smettono di  farsi la mammografia a lui cosa mai importa? Lui ha detto (o presunto di dire, in tutta onestà) la verità, costi quel che costi.

Ma allora: se, in un confronto a due, fossimo chiamati a scegliere fra un politico onesto ma irresponsabile e un politico disonesto ma responsabile, dovremmo forse preferire il secondo, in base al «prima di tutto la responsabilità» di Saviano? Attenzione: è solo un paradosso. Non si vuol cioè dire, né Saviano dice, che è giocoforza essere disonesti, se si vuol esser responsabili. Di più, in una regione fortemente permeata dalla criminalità organizzata, e con un debole senso della legalità come la Campania, la disonestà è forse la prima delle irresponsabilità. Ma rimane sorprendente vedere Saviano lasciar perdere per una volta l’intemerata morale e prendersela invece col partito degli onesti: cioè degli onesti ad ogni costo, che si pretendono in pace con la loro coscienza, salvo dire o fare clamorose stupidaggini.

Ma dalle parole di Saviano capiamo anche un’altra cosa, ancor più dirompente della prima: che cioè se abbiamo la (buona?) ventura di imbatterci in un politico onesto, dalla coscienza non pulita ma pulitissima, anzi adamantina, anzi inattaccabile, c’è caso che proprio questa sua inattaccabilità lo armi oltre misura e lo renda addirittura «pericoloso» per la democrazia, particolarmente (aggiungiamo noi) in un tempo in cui l’indignazione morale produce effetti politici molto più che le proteste sociali o le organizzazioni di partito.  Gli antichi chiamavano hybris, tracotanza, la tendenza a spingersi oltre il confine assegnato dagli dèi agli uomini. Ormai gli dèi sono fuggiti dalla sfera pubblica, e confini simili non ce ne sono più. Ma è bello che sia proprio Saviano ad accorgersi degli sconfinamenti che vengono comunque compiuti da chi pontifica in nome della morale. Non siamo infatti al racconto autobiografico, ma ci piace pensare che poco ci manca.

(Il Mattino, 16 maggio 2015)

Prove tecniche per il partito della nazione

Acquisizione a schermo intero 13052015 171027.bmpCaldoro è una persona seria e De Luca è un buon amministratore: chi la mette così non dà certo l’impressione di stare da una parte sola, soltanto con l’uno o soltanto con l’altro. Eppure a metterla così è stato il premier Renzi, che non incidentalmente si trova ad essere anche il segretario del partito democratico. Cioè del partito di De Luca, non di Caldoro. Ma l’intervento di ieri è suonato quasi salomonico: «La gara è tra De Luca e Caldoro e saranno i campani a decidere». Certo: chi altri, sennò? Simili parole, però, non potrebbero mai essere pronunciate, in una campagna elettorale spesa a sostegno del proprio candidato, senza aggiungere per esempio che, d’accordo, son bravi tutti e due e mi auguro proprio che vinca il migliore, ma il migliore, si sappia, è il mio candidato. Si fa così, di solito: tutta la cavalleria e il bon ton istituzionale che si vuole ma, alla fine, la pacca sulla spalla si dà ad uno solo dei due.

E invece niente pacche: Renzi ha messo camice e guanti e ha usato una precisione quasi chirurgica nel riferirsi alla situazione campana. Del governatore in carica ha elogiato lo «spirito di collaborazione»; dell’ex sindaco di Salerno l’esperienza amministrativa della città. Una buona parola per l’uno, una buona parola per l’altro. Difficile esprimersi in maniera più pacata. E difficile anche non notare una certa terzietà in una simile presa di posizione. Dopodiché Renzi ha provato a togliere le spine con le quali il suo partito viene punzecchiato: prima la legge Severino e De Luca ineleggibile; poi le liste e i nomi degli impresentabili. E ha risposto: sul primo punto, che la norma è già stata disapplicata (per effetto dei ricorsi al Tar) a Salerno e Napoli, e dunque bisogna prenderne atto; sul secondo punto, che gli impresentabili imbarazzano anche lui, ma stanno in altre liste, non in quella del Pd. Il Pd è pulito e lui è il segretario del Pd.

Già: ma proprio perché lui è il segretario del Pd, colpisce che tenga un atteggiamento quasi notarile, come di chi deve limitarsi a stare i fatti, senza provare a imprimere loro una qualche direzione.

Lo si potrebbe chiamare un patto di non belligeranza. In verità, Renzi ha dimostrato in questo anno di governo che lui ci mette un attimo a passare dalla non belligeranza alla belligeranza aperta, ma intanto quel che a tutt’oggi si capisce è che la visita di sabato prossimo a Napoli sarà all’insegna dell’aplomb istituzionale. Dello «spirito di collaborazione»: quello elogiato in Caldoro. E così in Liguria, ad abbracciare sul palco la candidata del Pd Raffaella Paita, Renzi è andato senz’altro da segretario politico, polemizzando con forza contro gli errori della sinistra che ridanno fiato e campo a Forza Italia e al centrodestra. Sulla Campania, invece, nessun ragionamento politico analogo, e presumibilmente neanche vigorose manifestazioni elettorali e plateali abbracci, bensì piuttosto molto garbo e tanta etichetta. E forse, dall’altra parte, Caldoro ricambierà, chiedendo a Berlusconi di non oltrepassare il Garigliano, perché non serve in questa fase marcare un’appartenenza, picchettare il centrodestra, quando Renzi tende la mano in un unico abbraccio. In un unico embrassons-nous.

Forse è troppo presumere. La competizione si avvicina (e pure il terzo incomodo, i grillini di Valeria Ciarambino) e più si avvicina meno si potrà andare per il sottile. E però l’impressione che Renzi abbia deciso di smorzare parecchio i toni ci sta tutta. In fondo, a sud il partito democratico somiglia assai poco al premier. La si chiami rottamazione, la si chiami riforma dei partiti: questa roba di qui non è ancora passata. E anche l’investimento politico, la ricerca di parole venate di accenti meridionalisti, una scommessa ideale o una nuova leva di dirigenti: non si può dire che siano cose che tolgano il sonno al Presidente del Consiglio.

Quel che insomma altrove sembra un discutibile progetto politico – un bel partito della nazione, centrista e centrale, che però non collima del tutto con l’Italicum, fatto piuttosto per rafforzare il bipolarismo – a livello campano, vuoi per convenienza vuoi invece per necessità, non è ancora un progetto vero e proprio, e però appare un po’ meno discutibile. Un po’ più realizzabile, O almeno: a forza di non discuterne e di non parlarne, a forza di smussare e di stare a guardare, finisce che qualcosa del genere prende corpo davvero. E se non sarà nelle urne, magari si materializzerà in quel che verrà dopo.

(Il Mattino, 13 maggio 2015)

Quel che manca è una vera proposta politica

elezioni

Ma l’avete mai fatta una campagna elettorale? Marco Tullio Cicerone, a suo tempo, la fece. E si conserva la lettera che Quinto Tullio, suo fratello, gli scrisse per consigliargli il modo di ingraziarsi gli amici e procacciarsi i voti. La lettera risale, a quanto ci dicono gli studiosi, al 64 a.C: la bellezza di duemilasettantanove anni fa, se non ho fatto male i conti. Beh: andatevelo a leggere. Le circostanze storiche e politiche generali erano a quel tempo un po’ diverse da ora, ma si votava anche allora, eppure i consigli di Quinto temo funzionerebbero benissimo anche oggi. Basti solo questo piccolo inciso, che si trova nell’epistola: «di questi comportamenti [non importa quali] il primo è tipico dell’uomo onesto, il secondo del buon candidato». Non serve commento.

Orbene, che lezione vogliamo trarre, a proposito della campagna elettorale che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, della formazione delle liste, dei comizi e delle strette di mano? Forse nessuna. O forse questa, che siccome il suffragio l’abbiamo dai tempi di Quinto e Marco reso (faticosamente) universale e non lo possiamo certo abolire, i «petitores» (così si chiamavano i candidati: quelli che ti chiedono il voto) si troveranno immancabilmente di fronte al dilemma di Quinto: vedi tu se vuoi essere solo un uomo onesto, o piuttosto un buon candidato. Se è così, c’è purtroppo ben poco da sperare dal candidato, e molto più dal contesto in cui è chiamato ad operare, e dunque dal numero di volte in cui si presenterà innanzi a lui il fatidico dilemma.

Questo contesto è fatto di tre cose: di leggi, di partiti, di opinione pubblica e società civile, cioè del corpo elettorale. Ieri su questo giornale Raffaele Cantone si è preoccupato anzitutto di chiedere leggi più severe: nuovi interventi normativi, rafforzamento delle misure attualmente in vigore.  Che il tema ci sia, come ha detto Saviano e come ha ripetuto Cantone, è assolutamente indubbio. C’è a tal punto che quasi non si parla d’altro. In particolare, non si parla di programmi, ma in verità i sondaggisti assicurano che gli elettori non votano certo in base ai programmi, e temo che la pensassero così anche i fratelli Cicerone, pur senza disporre dei sondaggi d’opinione.

Poi però ci sono i partiti. E qui la prospettiva deve essere, io credo, un po’ diversa. Non può bastare cioè l’appello ai codici etici. Non però perché questi codici siano solo carta straccia, o peggio una foglia di fico, buona solo per brillanti esercizi di ipocrisia; ma perché non s’è mai visto un partito che ripulisce le liste a colpi di applicazioni del codice etico, e non lo si vedrebbe neanche se li si trasformasse in più vincolanti norme statutarie, come Cantone propone. Se un partito non ha la forza di buttare fuori qualcuno per indegnità, difficile che gliela dia il codice di autoregolamentazione. È la stessa differenza che passa tra un leader di partito e gli oscuri (nel senso che nessuno li conosce) probi viri: non si può certo lasciare a questi ultimi il peso di decisioni, che competono a candidati e segretari. I quali mettono la loro firma sotto le candidature e si assumono così la responsabilità politica della scelta. E il punto diviene allora se e innanzi a cosa essi rispondono effettivamente.

Arriviamo così all’ultimo pezzo del problema: l’elettorato. L’elettorato, certo, non lo si può cambiare, come invece si possono cambiare i candidati: è comprensibile perciò che si chieda di agire sulla selezione di questi ultimi, e che ci si rammarichi di scelte discutibili, a tal punto che in questi giorni è lo stesso candidato governatore, De Luca, che finisce con l’ammettere qualche imbarazzo. Ma alla fine tocca all’elettore. Certo, non si fa una bella figura ad appellarsi all’elettore solo per lavarsene pilatescamente le mani. Purtuttavia, ripetiamolo: alla fine è all’elettore che tocca la scelta.

Così torniamo al dilemma di prima, più crudamente di prima: se un buon candidato non è necessariamente, almeno per Quinto Tullio Cicerone, una persona onesta, è perché l’elettore non sa che farsene di una persona onesta. Una simile proposizione è certo inaccettabile, e bisogna confutarla. E tuttavia la confutazione non è una roba che si possa affidare semplicemente al ragionamento, come se ci fossimo imbrogliati da qualche parte: sul piano del ragionamento, anzi, lo spazio per una smentita è molto piccolo. Dobbiamo invece e necessariamente affidarlo alla politica, e ai comportamenti effettivi. Forse è un problema culturale, e forse è più ampiamente ancora un problema sociale: poiché ci vuole una diversa coscienza politica ma anche una diversa struttura di interessi economici che debbono trovare il modo di convergere su una proposta politica di altra qualità. Ma allora non esistono scorciatoie, e quel che è da fare è costruire proposte politiche, non scomuniche morali.

(Il Mattino, 11 maggio 2015)