Se lo scacco non diventa mai matto

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Oggi tocca alla dodicesima, e ultima. Non era mai successo che il match per il titolo di campione mondiale di scacchi vedesse un simile equilibrio. Undici partite, tutte e undici terminate in parità. Se anche oggi finisse patta tra i due contendenti – il norvegese Magnus Carlsen, detentore del titolo, e l’italoamericano Fabiano Caruana, figlio di Santina, di Francavilla sul Sinni, provincia di Potenza, doppio passaporto ma nato e vissuto negli States (anche se per alcuni anni ha difeso i colori azzurri) – allora si andrebbe agli spareggi, partite a tempo breve fino all’Armageddon finale: 5 minuti al Bianco, 5 al Nero, e appena tre secondi di bonus per mossa.

Sergio Mariotti è sbottato: “Mi chiedo che tipo di match sia mai questo”. Lo si può capire: ai bei tempi Mariotti era soprannominato “The italian fury”, il primo italiano nella storia che si sia fregiato del titolo di Grande Maestro, mentre Caruana, di cui commenta le partite, non ha proprio l’aspetto, né il gioco, di uno scalmanato.

Anche per chi non ha mai giocato a scacchi, però, viene buona la domanda di Mariotti: a che gioco giocano gli scacchisti, nell’era dei superprogrammatori, quando ormai sono venti e più anni che il computer ha superato l’uomo? Perché si danno pena di stare ore e ore davanti ad una scacchiera? Perché non la fanno finita? Se poi si è in vena di filosofeggiare, ci si può anche domandare a che gioco giocano gli uomini, in generale, perché non la fanno finita pure loro con le mille preoccupazioni umane troppo umane che li affliggono quotidianamente, quando è evidente ormai che le macchine fanno tutto meglio, giocano meglio a scacchi ma sono più brave anche a pilotare un aereo o a stilare una diagnosi?

“Non c’è dubbio che gli algoritmi siano più saggi e più bravi di noi, quando si tratta di prendere una decisione”. Se lo dice Daniel Kahneman (su “La Stampa”), che la scienza delle decisioni l’ha rivoluzionata, c’è da credergli: “Quando fornisci gli stessi dati a un algoritmo e a un essere umano, nel 50% dei casi l’algoritmo dà la risposta giusta, negli altri c’è il pareggio, e in rarissime occasioni l’essere umano prevale”. A scacchi, c’è poco da fare, l’uomo non prevale. Il fatto che la vita non si giochi su una scacchiera lascia ancora qualche margine all’uomo. Ma, come mostra Kahneman, un margine molto piccolo.

Però quei due, che strano: continuano a giocare. A disputarsi la corona mondiale. Se poi siete norvegesi, allora aggiungete stranezza a stranezza. Perché quei due giocano, e voi rimanete per ore incollati davanti alla tv, per vedere il match in diretta: i commentatori in un riquadro e le telecamere sui volti dei campioni, a volte impassibili, altre volte invece preoccupati o contrariati. E ogni tanto un breve movimento del braccio. Una mossa: nient’altro. Segni astratti: pura arte concettuale.

Carlsen partiva da favorito, l’andamento del match ha minato qualche sua certezza. Caruana sfoggia una preparazione casalinga sulle aperture a dir poco granitica. Durante la nona partita ha difeso con grande precisione; durante la decima ha attaccato con grande coraggio: una Siciliana variante Svešhnikov: posizioni sbilanciate, attacchi sull’ala di Donna e controgioco sull’ala di Re, un finale complesso e incertezza fino all’ultimo sul risultato. L’undicesima è invece filata via senza grandi sussulti. E ora l’ultima, questo pomeriggio. Caruana gioca col Bianco, e deve decidere se rischiare, o finire agli spareggi rapid, dove si suppone che il campione in carica sia più forte di lui.

Gianni Brera diceva che lo 0-0 è il risultato perfetto in una partita di calcio. Lo stesso si può dire forse di una patta a scacchi. Ma di nuovo: perché seguirne le mosse, se da qualche parte, nei circuiti di qualche cervellone, il risultato sembra già scritto? Una risposta può essere: perché non è scritto per gli uomini, che non rinunciano affatto a scriverlo da sé, misurandosi gli uni contro gli altri, nello sport più violento che esista (Kasparov), in cui la tensione e la forza si esprimono nella forma più controllata e, perciò, più intensa e più bella possibile. Una bellezza che, forse, nell’epoca dei computer si tinge di malinconia romantica per quel che il gioco è stato, ma di cui in ogni caso il computer non sa nulla.

Se infine non siete norvegesi ma italiani, tifiate o no per Caruana sappiate che sabato scorso è cominciato il 78° campionato italiano assoluto, a Salerno. In una sala bianca come sul set di “2001 Odissea nello Spazio”, non c’è Hal 9000 ma sei scacchiere e dodici giocatori, alcuni giovanissimi: Luca Moroni, il detentore del titolo, ha 18 anni; il più giovane, Francesco Sonis, ne ha soltanto 16. E ci sono gli “anziani”, e anche la battaglia generazionale è una cosa che emoziona. Andrà avanti fino al 4 dicembre. Si può seguire in diretta, in rete, e c’è massima incertezza su chi lo vincerà.

(Il Mattino, 26 novembre 2018. Nel frattempo la dodicesima partita del match è finita in parità. Si va agli spareggi).

La politica ridotta alla caccia dei voti

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Dentro la diatriba sugli inceneritori, e se farli o non farli, ci sono: una questione ambientale, relativa all’inquinamento, a quello che si produce e a quello che eventualmente si riduce; una questione economica, relativa ai costi e ai benefici di nuovi impianti, ma anche ai costi che comuni e regioni sopportano attualmente; una questione energetica, relativa all’energia che un impianto consuma e a quella che invece si ottiene con esso; una questione temporale, relativa ai tempi di realizzazione di nuove strutture, e a quel che si fa nel frattempo; una questione culturale, relativa alle abitudini di produzione e acquisto di imprese e consumatori; una questione sociale, relativa alla logistica, alla presenza degli impianti su determinati territori, e dove più e dove meno; una questione criminale, relativa alle infiltrazioni malavitose nel settore. E poi naturalmente ci sono più generali profili di politica economica, di politica industriale, di tecnologie vecchie o nuove e di direttive e raccomandazioni dell’Unione europea. Infine, c’è una questione politico-ideologica. Anche l’ultima è ovviamente legittima: sono in gioco idee, appartenenze, storie, che si intrecciano con interessi, con forze sociali ed economiche, con responsabilità amministrative passate e recenti.

Ma quel che è un po’ meno legittimo, o almeno è francamente deludente in tutto questo bailamme quasi scoppiato all’improvviso, è che l’intera faccenda si riduca a un posizionamento elettorale in vista delle prossime elezioni europee: la Lega che tenta di insediarsi anche nel Mezzogiorno, i Cinque Stelle che difendono i loro maggiori bacini elettorali e intanto provano a rendere la pariglia al Nord, gettando tra i piedi degli alleati (pardon: contraenti) di governo i tredici inceneritori della Lombardia. Lì ce ne sarebbero troppi, secondo gli uni; qui ce ne sarebbero pochi, secondo gli altri. Ma di tutte quelle questioni legate insieme nessuno prova a riprendere il filo, a sostenerne la complessità e a misurarsi con le incombenze connesse. Il fatto è che a maggio si vota con il sistema proporzionale: ognuno corre da solo e Lega e Cinque Stelle pare al momento che debbano contendersi la palma di primo partito. A distanza di poco più di un anno dal voto del 4 marzo si tasterà il polso del Paese, si misureranno i rapporti di forza, si saprà se altri scenari, voti anticipati o ribaltoni, saranno possibili.

Non siamo ancora in dirittura d’arrivo, insomma, ma siamo già in campagna elettorale. I prossimi mesi saranno d’altra parte una sorta di stress test per l’economia italiana: per le previsioni del governo sulla crescita, per lo spread, per il sistema bancario. E conseguentemente anche per la tenuta della maggioranza. L’esito delle europee potrebbe fare da detonatore di tutte le piccole o grandi crisi finora avvertite nei rapporti fra leghisti e grillini, compreso il voto di ieri sera alla Camera, col governo battuto su un emendamento che ammorbidisce la disciplina del peculato, contenuta nel ddl anticorruzione. Una materia su cui i due partiti hanno già fatto scintille.

Comunque, al di là del merito dei più importanti provvedimenti sin qui annunciati, che la prossima legge di stabilità dovrà incardinare nel bilancio dello Stato, la domanda che rimane tuttora inevasa è proprio quella che riguarda l’orizzonte temporale delle misure che si intendono mettere in campo: la data di partenza e quella di arrivo. Il contratto sottoscritto da Salvini e Di Maio vale – si son detti i due – per una legislatura. Ma figuriamoci se in politica si possono scrivere oggi cose che debbono valere per cinque, lunghissimi anni. In ogni caso, i due vicepremier danno l’impressione esattamente contraria: di esser pronti a uno showdown anche domani, se fosse necessario. Se lo spread si impenna, se i mercati complottano, o se, più realisticamente, il voto europeo indicherà nuove, possibili vie.

Poi c’è il Mezzogiorno: è immaginabile che il futuro di questa terra sia affidabile ai sussulti di questa o quella polemica giornaliera? Certo in un giorno si può compiere una rivoluzione: ma solo sul piano linguistico. La terra dei fuochi può diventare d’incanto la terra dei cuori cambiando qualche sillaba (e – temo – pescando ancora una volta in qualche vecchio stereotipo sulla gente del Sud colma di grandi passioni), ma i nodi strutturali di un’economia in grave ritardo, e di una società fortemente indebolita, non possono essere aggrediti se non ci si proietta, nei provvedimenti e soprattutto nelle assunzioni di responsabilità politica, nella capacità di spiegarsi su tutte le questioni che si annodano insieme, assumendo un orizzonte temporale molto più ampio. E infine in decisioni di carattere strategico, che tutto possono essere meno che estemporanee, prese solo in vista del prossimo voto.

Altrimenti ci vuole un attimo, e invece di cuori si ricevono picche.

(Il Mattino, 21 novembre 2018)

Pd, lo stallo di un partito in eterna attesa

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Dal tavolo della presidenza, con voce calma Matteo Orfini chiede attenzione mentre illustra i passaggi che, a norma di statuto, debbono portare il Pd al congresso. La corsa verso l’elezione del futuro segretario comincia così, con il problema di catturare l’interesse di delegati svagati e anche un po’ annoiati.

Che l’assemblea nazionale dovesse solo celebrare il fischio d’inizio, e che dunque non si sarebbe andato oltre le previste formalità si sapeva. Ma, coi tempi che corrono, finisce che uno si chiede perché allora non limitarsi a un tweet. Twitta il presidente Trump, twitta Papa Francesco, twitta persino Giuseppe Conte, che certo non è il più appariscente dei premier: non avrebbe potuto sciogliere con un tweet l’assemblea nazionale del Pd anche il suo presidente, Orfini?

In realtà, i democratici tengono alla loro differenza: sono un partito, hanno uno statuto e degli organi elettivi, si riuniscono e discutono. Tutto molto apprezzabile e meritorio, di questi tempi, se però qualcosa della discussione in corso parlasse al Paese. Che così non sia lo ha riconosciuto anche il segretario uscente Martina, con molta onestà: «Tutti avvertiamo l’insufficienza del lavoro fatto sin qui». Ivi compresa – va aggiunto – quella dell’assemblea nella quale parlava. E forse va detto pure solo che tutti si chiedono anche quando sarà che la politica tornerà a gonfiare le vele del Pd.

C’è già stata, all’opposizione, una nave che rimase a lungo immobile in mezzo al mare: «Eravamo al largo delle Antille, procedevamo a passo di lumaca, sul mare liscio come l’olio con tutte le vele spiegate per acchiappare qualche raro filo di vento». Settimane, mesi, anni: la nave rimane al largo, i marinai ripuliscono le spingarde e lavano il ponte, ma le vele continuano a «pendere flosce nell’aria senza vento». Quella nave era il PCI, e chi ne fece il racconto era Italo Calvino, che un mese dopo aver pubblicato quella parabola marinara, nel ’57, lasciò il partito, accusandolo di non riuscire a schiodarsi dagli ordini del suo capitano. Ma almeno lì il capitano era Togliatti, e muoversi voleva dire mollare l’Unione Sovietica e lo stalinismo. Oggi, invece, lo stallo dipende tutto da ragioni interne. Allora era una decisione strategica e una scelta di campo, oggi è un’indecisione e una difficoltà a tenere il campo, e nessuno capisce più per chi o per cosa bisogna navigare.

Le metafore restano metafore, ma un potenziale euristico ce l’hanno: qualcosa fanno vedere, e capire. Nelle ultime settimane ci sono state: le elezioni di midterm negli Stati Uniti, l’accordo Regno Unito-Unione europea e le susseguenti dimissioni di quattro ministri del gabinetto May; le lettere scambiate dal governo italiano con la Commissione, in un orizzonte sempre più chiuso alla trattativa fra Roma e Bruxelles. Nel mentre, la maggioranza non sembra più solida come all’inizio di questa esperienza, e le occasioni di conflitto fra Lega e Cinque Stelle si moltiplicano.

Tutto, insomma, sembra muoversi nel vasto mondo; quasi nulla nel Pd. Certo, c’è il nodo delle candidature, per cui si vivisezionano le parole di Minniti, che rinvia ancora l’annuncio della sua corsa alla segreteria, mentre Zingaretti cerca di sollecitare la più ampia partecipazione alle primarie togliendo di mezzo i due euro che ogni elettore è chiamato a versare per finanziare il partito. Fa notizia l’assenza di Renzi che ha scelto di non partecipare ai lavori dell’assemblea (vuol dire che prima o poi molla tutto e se ne va? Vuol dire che lui per primo a questa assemblea non crede?), e la delegata che vorrebbe mandare tutti i dirigenti a casa: una parte in commedia che, ormai, cambiano i nomi ma si trova sempre qualcuno disponibile a recitare in una riunione del Pd.

Che altro? Nient’altro. Quando il congresso sarà celebrato, sarà probabilmente trascorso un anno dal 4 marzo, e il Pd si sarà dunque preso tutto intero il suo anno sabbatico. Il fatto che subito dopo ci saranno le elezioni europee, e che non è detto affatto che il quadro politico rimarrà immutato, in Italia e in Europa, non sembra suggerire a nessuno dei suoi leader particolare fretta. Il paradosso è che per tutti i democrat di qualunque fede tendenza e orientamento le prossime elezioni hanno un significato epocale, sono le più importanti che si siano mai celebrate per il Parlamento di Strasburgo, sono da paragonarsi a quelle dell’aprile del ’48 in Italia (e poi – non dimentichiamolo! –  c’è il fascismo alle porte): com’è che allora si continuano a celebrare, in assemblee così pletoriche, riti così estenuati?

(Il Mattino, 18 novembre 2018)

Se la filosofia è più in crisi della politica

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«Una continua crisi di legittimità>: nelle pagine dell’ultimo libro di Donatella Di Cesare (Sulla vocazione politica della filosofia, Bollati Boringhieri, pp. 179 € 15), ne va del rapporto tra la filosofia e la politica, ma ancor prima è in questione lo statuto stesso della disciplina: è un sapere accademico, da dispensare nelle aule universitarie, così che la sua presenza nello spazio pubblico è superflua, ridicola o abusiva, oppure ha una vocazione intrinsecamente politica?

In effetti: se la filosofia è davvero una scienza, come la fisica o la biologia, perché il filosofo avrebbe più titolo d’altri di occuparsi delle vicende della polis? Certo, ci sono anche le scienze umane. Anche lo storico, il sociologo o l’economista insegnano all’università, adottano metodi scientifici e danno il loro contributo al dibattito pubblico. Ma a qual titolo? Su cosa è fondata la loro presa di parola? Se, in quanto scienziati, non si occupano che di «fatti», mentre come intellettuali preoccupati della cosa pubblica non fanno che formulare «opinioni», allora anche per loro si pone un evidente problema di legittimità: la veste di scienziati non va oltre i fatti che studiano e non è quindi in grado di dare fondamento alle opinioni che manifestano.

Si può far finta di non vedere il problema, ma nondimeno esso esiste, e rimane insolubile finché si sta irremovibilmente fermi a questa sacra divisione: da una parte i fatti, dall’altra le opinioni (mentre sotto i nostri occhi accade, per singolare contrappasso, che sempre più spesso le opinioni vengono maneggiate dalle scienze demoscopiche come meri fatti, e i fatti paiono evaporare in una nuvola di opinioni). Ora, la filosofia non ha proprio modo di esser praticata, se non è in grado perlomeno di revocare in dubbio una simile distinzione. Certo, per farlo ci vuole una buona dose di sfacciataggine. Si deve fare spazio a domande del tipo: «che cos’è un fatto?», o «che cos’è un’opinione?», domande che il buon senso, oggi populisticamente omaggiato persino dalle più alte cariche di governo, non sa proprio da che parte prendere, da dove cominciare. (Tutti abbiamo opinioni circa i fatti; quasi nessuno ha opinioni sulla natura delle opinioni, o su quella di un fatto).

Sono, in effetti, domande radicali: sono – come dice giustamente Donatella Di Cesare – le domande della filosofia. Domande «meta-fisiche»: domande che trascendono l’orizzonte della «fisica» (l’orizzonte dei fatti, degli enti: l’ontologia), senza peraltro trovar casa in un altro mondo (e quindi comodo albergo nella teologia). Domande che restano in sospeso, che smarginano il mondo dei fatti e spostano continuamente il confine tra idee e cose, tra quello che cade sotto i sensi e quello che viene al pensiero.

La filosofia è insomma, nella intensa ricostruzione che offre il libro della Di Cesare, «da sempre atopica», «altamente estraniante». Ed è grazie a questa sua problematica collocazione che può non semplicemente trovarsi fuori luogo, ma anche alludere – non più che alludere – a un luogo altro, a una costitutiva inappartenenza del filosofo alla città. E, oggi, contestare la pretesa della globalizzazione capitalistica di rappresentare l’unico orizzonte possibile della storia.

Una simile contestazione prende un chiaro significato politico. Inseguendolo lungo tutto il corso della storia la Di Cesare può comporre in un unico quadro i personaggi e i concetti che gli han dato figura. Compaiono così Eraclito, il primo interprete greco del conflitto politico (per Eraclito «è la città – sostiene la Di Cesare – il paradigma ermeneutico del mondo») e quell’uomo «impossibile da classificare» che fu Socrate. Compaiono soprattutto le «cesure» e i «traumi» del Novecento: il grande errore di Heidegger, che aderisce al nazionalsocialismo, e l’angelo di Benjamin, la «lotta per il risveglio dallo spazio collettivo» di quello straordinario interprete e critico della modernità che fu Walter Benjamin. A lui si deve l’immagine più bruciante che il libro lascia meditare: il filosofo come «stracciaiolo alle prime luci del giorno – all’alba della rivoluzione».

Impossibile, tuttavia, raccogliere qui tutti i fili che il libro intreccia. Due però imprimono un segno più marcato: uno è la critica delle forme politiche moderne: Stato, sovranità, democrazia, che Di Cesare ha già declinato nei suoi libri precedenti (in particolare in «Stranieri residenti», uscito lo scorso anno, in cui si vede quanto questa filosofia si faccia solidale con la condizione del migrante, dello straniero); l’altro è la polemica nei confronti di un’idea troppo rinunciataria della filosofia, «sempre più formale, sempre meno politica», che si contenta di farsi modesta «ancilla» della democrazia. Ma le responsabilità del pensiero sono altre, più grandi e più inquietanti: questo libro è stato scritto per provare a nuovamente suscitarle. E a combattere per esse. E, forse, questi nostri tempi sono effettivamente tempi di nuove battaglie intellettuali.

(Il Mattino, 15 novembre 2018)

La sinistra in sonno vera forza dei 5Stelle

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Forse il primo significato della piazza Si-Tav di Torino è: uno spazio per l’opposizione c’è. Ed è una buona notizia per la democrazia, che ha solo da guadagnarci se scopre di non essersi incamminata su una strada a senso unico. Poi però bisognerebbe subito correggersi, per mettere il verbo al condizionale. Ci sarebbe, lo spazio, se solo ci fosse un soggetto politico che avesse la forza e l’autorevolezza – ma forse si dovrebbe dire addirittura la voglia – di occuparlo.

E invece no: il Pd è alle prese con il congresso. Anche questa è una buona notizia: non sono molte le forze politiche, nel nostro Paese, che celebrano con una qualche regolarità le assisi congressuali. Ma che dal 4 marzo ad oggi non un solo voto pare essersi spostato verso il partito democratico qualcosa vorrà pur dire.

Lo smarrimento dopo una sconfitta imprevista nelle proporzioni? E sia. L’indispensabile dibattito interno? Vada per il dibattito interno. La crisi della sinistra in tutto l’orbe terracqueo? D’accordo, prendiamone atto. La luna di miele del governo con gli italiani? Se ne vede la fine, in realtà, ma va bene: mettiamoci pure quella. Nient’altro? L’invasione delle cavallette, no? Sta di fatto che per un motivo o per l’altro, o per tutti i motivi elencati messi insieme (comprese le cavallette), l’opposizione è ancora sotto la linea di galleggiamento, ancora percorsa da dubbi – esistenziali, prima che politici – ancora priva di voce riconoscibile. A non dire dei frantumi sparsi alla sinistra del Pd, tra una lista che si scinde e un’altra che scompare, senza aver lasciata traccia apparente.

Eppure di fieno da mettere in cascina ce ne sarebbe. La piazza gremita di folla di Torino, ma non solo: le contraddizioni, soprattutto in casa grillina, sono all’ordine del giorno. I Cinque stelle non si capisce più se siano o no una forza ambientalista. Il capitolo infrastrutture – dal crollo di Genova, alla Tap, alla Tav, alle Olimpiadi mancate – è tutta una sfilza di «vorrei ma non posso», di forbici che si aprono fra le promesse fatte (tante) e gli impegni mantenuti (pochi, molto pochi). Sugli altri capitoli del programma, che il Movimento ha innalzato come vessillo, prevalgono differimenti e ridimensionamenti. Il reddito di cittadinanza si farà, ma vai a capirne i contorni, le dimensioni, il funzionamento: tutto rimandato. La riforma della prescrizione si farà, ma se ne parla nel 2020, e di qui a quella data bisognerebbe fare una riforma del processo penale di cui non si è pensato ancora nulla. E via elencando: nessuno ha capito ancora dove questa maggioranza andrà a parare su temi sensibili come la scuola, il Mezzogiorno, la sanità. A non dire, infine, dell’Europa: oggi fioccano prudenti le rassicurazioni, ma fino a ieri, tutto al contrario, si ragionava impudentemente di possibili piani B.

Ma che vuol fare il Pd? Com’è possibile che non è in grado di intercettare e raccogliere malumori, malcontenti, delusioni? Come mai continua a subire l’agenda politica dettata dalla maggioranza? È tutta colpa delle incertezze sulla leadership, di Renzi se resta o se ne va, di Minniti se si candida o meno, di Zingaretti se tira fuori gli attributi oppure no?

In politica un fattore conta più di tutti: il fattore tempo. Sul tempo si misura il capitale di fiducia accordato dai cittadini. Con il voto, i cittadini concedono cinque anni alle forze politiche che vincono le elezioni. In realtà, quella è la durata della legislatura. Il più delle volte accade che i partiti consumino il tempo a loro disposizione ben prima della scadenza naturale; molto raramente riescono a proiettarsi in cicli più lunghi, tipo la Merkel. In Italia, la seconda Repubblica è stata anzi segnata da una profonda involuzione, resa evidente dalla rapida obsolescenza dei progetti politici che avrebbero dovuto animarne la vita e rinnovarne il respiro.

Ora è difficile dire se con il voto di marzo si è aperta davvero una nuova stagione, un nuovo tempo della politica, e se dunque l’investimento dei cittadini sulle forze di maggioranza si proietterà nel lungo periodo. Il fatto che le contraddizioni di cui i Cinque Stelle danno quotidianamente prova non procurino alcun vantaggio all’opposizione lo lascerebbe pensare, ma è presto per dirlo: si vedrà alle Europee, se ci saranno solo riequilibri fra le forze di governo o se le opposizioni sapranno rialzare la testa. Intanto però è chiara almeno una cosa, che il terreno sul quale il Pd e la sinistra dovrebbero portare la sfida non può non andar oltre le punzecchiature sulle sortite infelici di Di Maio o di Toninelli, oltre pure i giudizi caustici sull’incapacità e l’incompetenza. Serve un’idea: qualcosa che duri nel tempo e su cui qualcuno voglia insistere e investire per un tempo lungo. Serve, insomma, ripensarsi daccapo, uscir fuori dalle recriminazioni e riconnettersi in profondità con la società italiana. Tutto il resto – lo si vede, ahimè, tutti i giorni – ha veramente fatto il suo tempo.

(Il Mattino, 12 novembre 2018)

Il Sud fuori dal Giro metafora del Paese

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Cristo si è fermato ad Eboli, e il Giro a San Giovanni Rotondo. Toccata e fuga: più a sud non si va. Siccome però il Giro d’Italia rimane una delle manifestazioni sportive più popolari del Paese, con i corridori più forti al mondo, siccome si va sulle strade, fra la gente, e si sta sul sellino per ore ed ore, con le moto in corsa e l’elicottero della Rai che dall’alto mostra i mille angoli della Penisola, e i sindaci e gli assessori sulla linea di partenza e all’arrivo, e tutta una carovana che si sposta con i corridori, quotidianamente, per tre settimane, uno si chiede che fine abbia fatto il Mezzogiorno. Perché non c’è un’arrampicata sull’Etna o sulla Sila, una tappa nervosa con arrivo per velocisti lungo la costa tirrenica, o una per passisti con qualche impegnativo saliscendi appenninico. Niente. Quest’anno si corre fra Bologna e Verona. Prima si scende dalla Toscana nel Lazio; poi si risale da san Giovanni Rotondo lungo la dorsale adriatica, e si conclude, com’è tradizione, sulle grandi montagne alpine. E stop.
Giro duro, per scalatori. Ma è dura da mandar giù pure questa fotografia di un’Italia che si contrae, si restringe, si accorcia. Un’Italia amputata di un terzo circa del territorio nazionale. Se non fosse per Padre Pio, infatti, l’Italia che la corsa rosa disegna starebbe ancora tutta di là dalla linea Gustav, oltre le rive del Garigliano. Giorgio Ruffolo diceva che l’Italia è un Paese troppo lungo, ed effettivamente: se non bastano 3600 chilometri per raggiungere le coste meridionali, vuol dire davvero che abbracciare tutta l’Italia in un unico giro è divenuta un’impresa improbabile.  Non però per i ciclisti, diciamoci la verità: loro sarebbero stati perfettamente in grado di percorrere qualunque tracciato. Ma per gli organizzatori, che nel disegnare questo Giro non hanno trovato nessuna buona ragione per attraversare tutto lo Stivale.
Perché il punto è proprio questo: per quale ragione le tappe del Giro si sarebbero dovuto correre anche fra Bari, Napoli e Palermo? Perché si tratta del Giro d’Italia, uno risponde, e perché di appassionati della corsa ce ne sono anche qui. Il che è vero, ma è vero pure che una tappa non è solo un evento sportivo, bensì anche un fatto organizzativo di prim’ordine. Ci sono costi da coprire e condizioni logistiche da assicurare. Ed evidentemente o non c’erano i soldi per coprire i primi, o non c’erano le struttura per soddisfare le seconde. Il percorso di questo Giro d’Italia 2019 costringe così ad una amara presa d’atto: il Mezzogiorno non c’è. E non c’è nella geografia sportiva perché non c’è in quella sociale ed economica. Lo sport produce simboli: a volte sono i campioni, altre volte sono le sfide. Questa volta il simbolo di un ritardo che invece di ridursi va approfondendosi è una cartina. Fitta di inchiostro al nord, completamente bianca al sud. Lo Svimez, negli anni scorsi, ha parlato di desertificazione: prima economica, poi demografica. Eccolo là, il deserto: un pezzo di Paese che rimane vuoto di segni, di storie, di imprese. Il siciliano Nibali, il sardo Aru, i due italiani più accreditati per le corse a tappe, non pedaleranno sulle strade del Sud: non in Sicilia, non in Sardegna, non nel Mezzogiorno continentale.
Ora però non è il caso di tirare un’altra volta fuori il giglio dei Borboni, e i biechi prefetti piemontesi e i ribelli (ma generosi, quanto generosi) briganti meridionali. La politica che dobbiamo giudicare è quella di questi anni, e la perdita di una qualunque sensibilità per la questione meridionale non è certo della direzione del Giro, ma della società italiana nel suo complesso. Ricucire il Paese: a chi dobbiamo chiederlo, chi deve farsene carico, la Gazzetta dello Sport di Milano? E a che serve ripetere la solita litania del sud dimenticato, se non si ha la forza di immaginare non già un percorso diverso del giro ciclistico, ma una strategia diversa di sviluppo economico e civile del Mezzogiorno? E a cosa lo dovremmo affidare, allora: alla Tap no ma al Giro sì? All’alta velocità sulla Napoli-Bari no, ma ai velocisti sulle strade provinciali sì? Sarebbe una ben grama consolazione. Anzi: sarebbe una presa in giro, è proprio il caso di dirlo.
(Il Mattino, 7 novembre 2018)

Archiviato Tiziano Renzi, non il fango

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Per la Procura di Roma, Tiziano Renzi può uscire dall’inchiesta Consip. E ora la richiesta di archiviazione obbliga a rivedere il film di un’indagine clamorosa. Tiziano, padre dell’allora premier Matteo Renzi, viene tirato in ballo per traffico di influenze illecite nel corso di un’indagine che, nata a Napoli intorno ad appalti nella sanità, arriva a Roma e investe la centrale acquisti della pubblica amministrazione, Consip. Un pezzo dell’inchiesta, che è ancora in piedi, riguarda l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, e le persone che secondo l’accusa lo avrebbero informato delle microspie nascoste nei suoi uffici. Luca Lotti, allora potente ministro dello Sport, e i generali dei carabinieri Del Sette e Saltalamacchia rischiano tuttora di finire sotto processo (per reati che vanno dal favoreggiamento alla rivelazione di segreto d’ufficio). Ma Tiziano Renzi no, niente influenze illecite per lui: la Procura non chiede nemmeno il rinvio a giudizio.

Eppure, nei giorni in cui i quotidiani si occupavano della vicenda, sembrava che Renzi padre fosse al centro di una inconfessabile ragnatela di interessi. C’era quello che riferiva di una cena con Alfredo Romeo (l’imprenditore napoletano che cercava di aggiudicarsi il mega-appalto Consip: quella cena sembra ora che non ci sia stata); c’era il tipo losco, che losco non era affatto, che aveva segretamente incontrato Tiziano Renzi a Fiumicino (per lavoro, s’è saputo poi); c’era il «pizzino» di Romeo con una somma indicata a fianco di una «T.», e come non pensare, allora…: chi altri potrebbe essere? Eppure, di passaggi di danaro in questa inchiesta non s’è mai trovata la benché minima traccia. C’erano, soprattutto, le impareggiabili trascrizioni dell’ufficiale del Noe, Gian Paolo Scafarto, infarcite di errori, a quanto pare involontari, ma che curiosamente andavano tutti nella medesima direzione: addosso a Renzi. E c’era infine una storia di pedinamenti dei servizi segreti inventata di sana pianta.

Se ora il gip accoglierà la richiesta della Procura, l’incredibile castello di carte cederà di schianto. E si vedrà meglio quel che è successo: una valanga di articoli e un’attività investigativa condotta – a non dir altro – con qualche approssimazione, hanno finito col condizionare pesantemente l’opinione pubblica e il corso della politica italiana. Non è la prima volta che accade, e non sarà l’ultima. Nella storia repubblicana, abbiamo avuto Capi di Stato costretti a dimettersi, travolti da violentissime campagne di stampa, e Presidenti del Consiglio spinti alle dimissioni per l’orchestrazione anche mediatica di inchieste, che non hanno poi prodotto nulla nelle aule giudiziarie. Ma questo non è un buon motivo per fingere di non vedere.

Certo, rientra nel gioco democratico che un potere confligga con un altro. È, anzi, salutare che la magistratura possa procedere indisturbata nell’accertare le ipotesi accusatorie che viene formulando, soprattutto quando riguardano i santuari del potere: politico, economico, finanziario. Ed è fondamentale che la stampa, libera e indipendente, possa fare – come si diceva una volta – da cane da guardia, non solo con la critica ma anche con la denuncia dei verminai della corruzione.

Questo però vale su un piano di principio. Nella realtà, alcuni motivi ricorrenti si presentano in indagini che, più che riguardare la politica, sembrano cercare nell’uomo politico da dare in pasto all’indignazione popolare il punto archimedico su cui far leva per trovare una sponda nell’opinione pubblica e ricavarne un ritorno in termine di immagine, di visibilità, di potere. C’è tutta una fase dell’attività giudiziaria che sembra dedicata meno a quel che si può portare in tribunale e molto di più a quel che si può ottenere sulla stampa, ben prima di qualunque esito processuale. C’è, ancora, una presunzione di colpevolezza che sembra fare da rumore di fondo a qualunque giudizio sulla cosiddetta “casta” della politica, così mantenuta in uno stato di minorità permanente (e a preoccuparsene dovrebbero essere proprio i sovranisti che sono oggi alla guida del Paese). E c’è infine che, anche quando tutto avviene in perfetta buona fede, una certa concezione del magistrato inquirente, cavaliere della virtù che deve essere armato del maggior numero possibile di strumenti per fare giustizia, che schiaccia ogni idea liberale di giusto processo.

L’inchiesta Consip, con le intercettazioni a strascico e le compiacenti fughe di notizie, i nuclei investigativi singolarmente fidelizzati e le ipotesi di reato configurate in funzione di pressioni investigative (invece del contrario), ricalca insomma un copione che finisce con lo stravolgere i cardini del nostro ordinamento. Che le accuse contro Tiziano Renzi finiscano in nulla è un fatto politico rilevante, vista la canea sollevata. Ma ancora più rilevante sarebbe riuscire a modificare quel pericolosissimo copione. Sarebbe di gran lunga preferibile a quel che invece continua ad accadere. Anche questa volta: si concludono le indagini dovendo prendere atto che non c’è nulla di penalmente rilevante, ma inserendo qua e là qualche parola da dare in pasto a chi vorrà scrivere, pure in presenza di una richiesta di archiviazione, che insomma, quel Tiziano Renzi uno stinco di santo non era. E il gioco è fatto. E la canea riprende. E un fumo di colpevolezza continua ad appestare l’aria, e l’idea non è che uno è innocente, ma che l’ha fatta franca. Non è un’idea sana, e non è una democrazia sana, questa.

(Il Mattino, 3 novembre 2018)