Raggi, un nuovo schiaffo per la giunta: anche Tutino rinuncia all’assessorato

immagineLa saga dell’assessore al bilancio del Comune di Roma continua e non se ne vede la fine. Virginia Raggi, la Sindaca, ha detto a Palermo, lo scorso weekend, che l’ultima moda della stampa che imperterrita si accanisce contro di lei sono le sue orecchie.

Sarà. Ma non si tratta precisamente di orecchie, quando trascorrono più di cento giorni e la nomina dell’assessore non arriva. Non è poi così frequente che la Capitale d’Italia rimanga per oltre tre mesi senza una pedina fondamentale, senza l’uomo che deve far quadrare i conti pubblici (che a Roma quadrati non sono). Non è neppure quello che la Raggi aveva promesso ai cittadini, in campagna elettorale.

A ciò si aggiunga che, in realtà, si tratta di nominare il terzo assessore al Bilancio, visto che il primo, Marcello MInenna, si è dimesso dal mandato per insanabili contrasti politici, mentre il secondo, Raffaele De Dominicis, non ha fatto a tempo ad essere indicato che subito la sindaca ci ha ripensato e lo ha revocato, avendo scoperto che non era in possesso dei necessari requisiti (non giuridici ma, a quanto doveva parerle, morali).

Il Movimento Cinquestelle ha insomma già maciullato un paio di nomi. Ora è la volta di Salvatore Tutino, anche lui come il predecessore (predecessore per modo di dire) magistrato della Corte dei Conti. Il suo nome circolava da alcuni giorni, ma appena è sembrata cosa fatta è partito un robusto fuoco di sbarramento. Il capo d’accusa: far parte della casta. La Raggi aveva detto chiaramente agli altri esponenti di punta del Movimento che la scelta dell’assessore sarebbe toccata a lei e non ad altri che a lei. Ma non è bastato a fermare gli attacchi, a cominciare – dicono le cronache – da quelli di Roberto Fico, che Tutino proprio non lo voleva. Così Tutino ha dovuto rinunciare: «Attacchi del tutto ingiustificati minano alla base ogni possibilità di un proficuo lavoro». E tanti saluti al Campidoglio.

Ma a proposito di orecchie e padiglioni auricolari: siccome il nemico ti ascolta, è d’uopo tacere. Così Beppe Grillo ha twittato: «Ringrazio di cuore tutti i portavoce M5S che non faranno né dichiarazioni né interviste su Roma nei prossimi giorni. Grazie di cuore a tutti».

Il capo politico – perché i grillini dell’«uno vale uno» un capo ce l’hanno e non possono non averlo, visti i casini in cui si stanno infilando – il capo ha imposto a tutti il silenzio stampa, come succede alle squadre di calcio che perdono una partita dietro l’altra. Il Presidente chiama a rapporto l’allenatore, e vieta ai tesserati del club di parlare con gli odiati giornalisti.

Prima o poi la vicenda si chiuderà e Roma, abituata del resto al gioco delle fumate nere e delle fumate bianche del conclave cardinalizio, avrà il suo assessore. Ma resta qualcosa di più di un’impressione di inadeguatezza in capo alla sindaca. Perché non si tratta di difficoltà amministrative, non ci sono provvedimenti o delibere che dividono i dirigenti pentastellati. Tutto questo deve ancora avvenire: la concreta attività di giunta non è neppure cominciata. Si tratta invece di una lotta di potere serrata. Si tratta di nomine, di persone che la Raggi vuole che rispondano innanzitutto a lei e che godano della sua fiducia, e che invece il Movimento vuole controllare da vicino.

La geografia dei Cinquestelle dice che la Raggi ha contro i grillini antemarcia, e in particolare le esponenti romane di maggiore peso, Roberta Lombardi e Paola Taverna. Ma c’è comunque un nodo di fondo che rimane irrisolto. Tutte le volte in cui Virginia Raggi rivendica indipendenza e autonomia si urta contro l’ideologia pentastellata del mandato imperativo, contro il vincolo di mandato che è, però, quintessenziale al Movimento. Ora Tutino farebbe parte della casta per via di stipendi e pensioni di cui godrebbe: di qui l’accusa, le tensioni, le dichiarazioni, infine la rinuncia. Ma in realtà il solo fatto che un diaframma rappresentativo si interponga fra la base e gli eletti scatena prima o poi attacchi e risentimenti. È così fin dall’elezione, a Parma, di Pizzarotti, il primo sindaco grillino di una città di medie dimensioni. Che non a caso sta finendo in questi giorni definitivamente fuori dal Movimento. Non ci possono infatti essere rappresentanti, tra i Cinquestelle. Almeno in linea di principio. Perché di fatto ci sono, e non possono non esserci, dal momento che la legge assegna poteri e prerogative alla Sindaca, non certo a Roberto Fico (questa volta) o a Roberta Lombardi e Paola Taverna (le altre volte). Così lo scontro è inevitabile, ed è altrettanto inevitabile che avvenga non in consiglio comunale, ma da qualche altra parte tra la villa di Grillo, l’azienda di Casaleggio, gli uffici dei deputati o la stanza della sindaca. I grillini, campioni di democrazia e di regole per i quali tutto il resto del mondo politico affonda nell’illegalità e nella corruzione, non riescono insomma a dare chiarezza, formalità e certezza al modo in cui procedono nel rapporto con gli eletti. Non lo sanno, ma è, o sarebbe, moralità anche questa.

(Il Mattino, 28 settembre 2016)

La modernità di Croce nella Napoli fuori tempo

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Se la vera storia è sempre storia contemporanea, come diceva Benedetto Croce , non è Napoli, la sua città, la città di Palazzo Filomarino e dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, la più evidente smentita di quel detto crociano?

Gilles Deleuze diceva che i concetti filosofici hanno una singolare caratteristica: sono firmati. Così ad esempio il cogito è il cogito di Cartesio, l’ignoranza è socratica e l’amore è platonico. Certo vi è, in questa maniera di richiamare momenti della storia del pensiero, una straordinaria semplificazione, persino banalizzazione; ma c’è anche una traccia visibile, non cancellabile, della grandezza di un pensatore, che non scompare mai del tutto nei prodotti del suo pensiero (come accade agli artisti: alle madonne di Raffaello, alle mele di Cézanne…). Così è stato per Croce: i “distinti” – questi precari paletti piantati dal filosofo per evitare che tutto precipitasse e si dissolvesse nella pura circolazione dialettica dello spirito – non sono, per l’appunto, i distinti “crociani”?

Così è anche per quel detto, che dovrebbe riassumere il più alto pensiero di Benedetto Croce sulla storia –  in cui da ultimo doveva risolversi la stessa filosofia – non reca forse il sigillo finale del suo pensiero?

Croce contemporaneo? Il convegno che, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si apre questa mattina nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici per i centocinquant’anni dalla nascita del filosofo di Pescasseroli, vuol dimostrare appunto questo: che se c’è stato un tempo – nel secondo dopoguerra – in cui l’idealismo crociano ha brillato per la sua assenza, quel tempo è ormai alle nostre spalle, e il suo pensiero torna oggi di attualità. Dimostra la sua vitalità nel diffondersi internazionalmente, e nella stessa ripresa di interesse che c’è attorno alla sua opera. D’altra parte, è così grande il lascito crociano, in libri e istituzioni, e la storia politica e culturale del Paese ne è così impregnata, che a meno di non voler rimuovere mezzo secolo di vita italiana non si può non tornare a Croce.

Poi però lo sguardo cade sulla sua città, Napoli – la città in cui Croce è vissuto e ha operato, a cui ha dedicato pagine memorabili, fra letteratura arte e storia, e in cui ha infine lasciato una parte ancora viva della sua eredità – e la domanda su cosa significhi essere contemporaneo, stare nell’attualità del proprio tempo, diviene inevitabile. Quanta parte della città è davvero in linea con il presente, e non è piuttosto rimasta indietro, o ha deviato lunghi percorsi della storia diversi da quelli che ne determinano, appunto la contemporaneità? Quanti tempi sono com-presenti insieme, nei palazzi e nelle strade di Napoli? Si può capire Napoli, i suoi problemi e le sue contraddizioni, le difficoltà e gli sbalzi della sua vita pubblica, disponendoli in ordine, in un unico tempo? È allo stesso titolo contemporanea la vita politica partenopea, quella artistica, quella sportiva o quella industriale?

In un celebre saggio sul malessere della cultura, Freud provò ad immaginare Roma come un «essere psichico, in cui nulla di ciò che una volta è stato può perdersi» e dove dunque sorgono insieme gli antichi monumenti e le più recenti costruzioni. Ebbene, quel che era nello scritto di Freud solo un’immaginazione non è reale e sotto i nostri occhi tutti i giorni, in questa città? Non vi si trovano insieme, nello stesso spazio, persone e cose e pensieri che appartengono a tempi diversi, e che si sovrappongono senza mai districarsi linearmente, resistenti all’idea di disporsi in successione o anche di lasciarsi ricapitolare in un unico presente, e in un unico concetto o idea dello Spirito?

L’unità che la parola “contemporaneo”assicurava serviva in realtà a Croce per tenere in un solo sguardo la declinante storia d’Europa, sconvolta dalla catastrofe della guerra. Nel «Contributo alla critica di me stesso», Croce raccontò che in età giovanile, la filosofia gli era venuta incontro come «bisogno di rifarmi in forma razionale una fede sulla vita e i suoi fini e doveri, avendo perso la guida della dottrina religiosa e sentendomi nel tempo stesso insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quali non mi facevo illusioni». La filosofia e la storia furono dunque per lui il terreno sul quale provare comunque a ricostruire una trama di senso, essendo perduta ogni fede trascendente e non volendosi rassegnare a prospettive di stampo empiristico o materialistico. La libertà – parola chiave nel lessico crociano, parola anche questa, in certo modo, firmata – era la «forma razionale» in cui riacchiappare i rotti legami dell’esistenza. La drammaticità di questa impresa poté accentuarsi e si accentuò, nel corso degli anni: di fronte alle immani tragedie del secolo, era sempre meno ottimistico il modo in cui Croce rimetteva nelle mani dell’uomo il suo stesso farsi storico. Ma gli rimase sempre la convinzione che la libertà fosse una, che uno fosse l’uomo, uno lo Spirito, uno il senso o la ragione delle cose. Questa unità gli permise di guardare sempre alla storia come al terreno dell’universale, mai ultimo e definitivo, in cui la civiltà può perdersi o salvarsi.

Questa fede “minimale”mai lo abbandonò. E forse non possiamo non nutrirla anche noi, non possiamo non tenerci contemporanei a Croce almeno per quel lato per cui, in mezzo ai tempi diversi del presente, ai suoi anacronismi e alle sue ucronie, cerchiamo comunque di riunirli secondo una comune, anche se fragile, idea di umanità.

(Il Mattino, 22 settembre 2016)

L’accoglienza impossibile senza l’Europa

Acquisizione a schermo intero 20092016 164121.bmp.jpgLa lettera di Beppe Sala, sindaco di Milano, sull’immigrazione ha sicuramente un pregio: non è banale. Dice almeno un paio di cose che su questo tema vanno dette: che il fenomeno migratorio è tutto meno che un’emergenza. E che i Comuni italiani non possono fare da soli. In mezzo a questi due estremi stanno gli altri due attori convocati da Sala: l’Unione Europea, e lo Stato italiano. Sui primi due punti si può raggiungere un elevato grado di consenso. Ragionato, non improvvisato.

Anzitutto, le migrazioni hanno dalla loro la forza irresistibile dei numeri della demografia, ancor prima che l’urgenza e la drammaticità della politica e della storia. È stato calcolato che se i paesi ricchi chiudessero ermeticamente le loro frontiere, e se altrettanto facessero i paesi poveri (asiatici, africani, sudamericani), impedendo alla popolazione di emigrare, i primi perderebbero, nel giro di vent’anni, quasi cento milioni di persone nella fascia di età attiva, fra i 20 e i 64 anni, mentre i secondi crescerebbero, nello stesso arco di tempo e nella stessa fascia anagrafica, di ben 850 milioni di persone.

Siamo dunque in presenza di un fenomeno strutturale, di portata epocale. Che va governato, non esorcizzato. A tale, imponente fenomeno si somma la componente dei rifugiati, di coloro che fuggono dalla guerra, o da paesi in cui non vengono rispettati i loro diritti politici e civili. E si sommano inevitabilmente inquietudini, paure, diffidenze, quanto più lontana o impermeabile appare l’identità culturale e religiosa di provenienza. I numeri dei rifugiati sono in costante aumento, anche se, per il nostro Paese, non sono ancora tali da giustificare l’uso di certe parole. Non è in corso un’invasione, insomma, anche se ormai l’ordine di grandezza è delle centinaia di migliaia di persone. Ed anche se quel che è in corso – questo è il secondo punto della lettera di Sala – difficilmente può essere gestito a livello periferico. Ci vuole un coordinamento nazionale, e ci vuole per esempio che l’autorità centrale, che stabilisce la distribuzione dei migranti a livello locale, abbia da un lato mezzi e competenze, dall’altro legittimità sufficiente perché le sue decisioni non siano rimesse in discussione degli enti locali. Sala, peraltro, ha ragione di richiamarsi alla tradizione civica della sua città, allo spirito di accoglienza, alla collaborazione dei suoi abitanti. Ma non tutte le città sono uguali, e soprattutto non tutti i territori hanno le medesime strutture, il medesimo retroterra economico e sociale, la medesima capacità di assorbimento e integrazione della presenza straniera. Non solo, ma anche la preoccupazione per il rispetto della legge prende forme diverse: nelle città e nelle campagne; nelle zone di degrado e nelle aree meglio attrezzate; dove esiste una piccola criminalità diffusa o di strada, e dove invece non si ha la medesima percezione di insicurezza. E così via. Sala tuttavia fa solo un fugacissimo cenno al tema. È vero che le politiche di integrazione non si riducono affatto al tema della legalità, ma è anche vero che il tema non può essere eluso, o sottaciuto. Perché non c’è solo un’offerta politica che si organizza strumentalmente su questi temi: c’è anche una domanda reale, che a torto o a ragione viene formulata, e a cui amministratori e governanti devono dare risposte concrete ed efficaci, in Italia e in Europa.

L’Europa, appunto. Qui le cose sono forse più complicate di come appaiono al sindaco di Milano. Si sa, per grandi linee, che cosa l’Unione Europea deve fare: anzitutto modificare gli accordi di Dublino sulla ricollocazione dei migranti, perché non hanno funzionato e non stanno funzionando. Poi snellire procedure e stanziare più fondi. Quindi potenziare gli incentivi destinati ai Paesi che sono più esposti e più direttamente investiti dalle migrazioni in corso. Infine attuare in loco strategie di contenimento e politiche di stabilizzazione. E in prospettiva pianificare e regolarizzare i flussi, rendendoli anche più sicuri e meno esposti al ricatto criminale.

Ma se l’Europa non lo riesce a fare, è evidente che il fallimento – che Sala denuncia con forza, come del resto ha fatto Renzi al termine del vertice di Bratislava – è evidente che non può non avere conseguenze sulle politiche di accoglienza del nostro Paese. Fermo restando il dovere di salvare il maggior numero possibile di vite umane, come fa l’Italia ad «uscire dall’idea di essere una piattaforma di prima accoglienza» se non c’è un vero accordo europeo di cooperazione? Certo, Renzi continua a dire che l’Italia può farcela da sola: lo ha ribadito anche ieri, in risposta alle sollecitazioni della lettera di Sala. Ma pensiamo davvero che se l’Europa fallisse, non fallirebbe anche il modello di piena accoglienza e integrazione a cui pensa il Sindaco di Milano? E non fallirebbe – prima ancora che nei numeri – nell’idea, nella concezione dello spazio politico in cui ciascuno di noi vive, pensa, lavora? Quello spazio è oggi attraversato da mille problemi, ma non è ancora così angusto da scatenare necessariamente urti e conflitti. Ma sarebbe ancora così, se l’egoismo degli Stati nazionali prevalesse? E l’Unione sopravviverebbe, se si divaricassero ancor più politiche di apertura e di chiusura, riconoscimenti e respingimenti, spazio di accoglienza nel Mediterraneo, e spazio di rifiuto nell’Est e nel Nord del continente?

(Il Mattino, 20 settembre 2016)

Una buona legge è tale se rispetta il senso del limite

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Il primo caso al mondo di eutanasia su un minore non può non suscitare dubbi e interrogativi. In Belgio, dove si è dato il caso, la legge autorizza trattamenti eutanasici, senza porre limiti di età, quando il malato sia affetto da un male incurabile, giunto allo stadio terminale, e la sofferenza patita sia costante e intollerabile. Occorre che siano rispettati, e rigorosamente osservati, tutti i pilastri su cui si regge l’eutanasia legale: non solo lo stato clinico, ma anche una adeguata e completa informazione, e soprattutto l’accertamento della volontà del malato. Ora è chiaro che, nel caso di un minore, è molto più difficile stabilire queste ulteriori condizioni. Il significato stesso dei termini coinvolti nella decisione è molto meno netto di quanto non sia per una persona adulta. Che cosa vuol dire morire? Cosa vuol dire compiere una scelta irreversibile? E cosa l’assenza di alternative? In che modo risponda a queste domande un ragazzo, o un bambino, e quanto la risposta sia meditata, riflessa, matura, è tanto più difficile dire, quanto più bassa è l’età del minore. Certo, la legge belga prevede il concorso dei genitori, oltre ai pareri medici, ma il nodo non resta meno intricato, e anzi delicatissimo da sciogliere: quanto sia individuale, indipendente, autonoma, la volontà del minore, che magari ha vissuto solo pochi anni, per giunta in condizioni di salute particolarmente gravose.

D’altra parte: si possono lasciare i genitori e i loro figli soli e senza strumenti, in situazioni estreme, quando il male avanza, la sofferenza si fa insopportabile, e ogni altra via è preclusa? È vero: la medicina oggi dispone di molti modi per alleviare la percezione del dolore, fino alla sedazione profonda, ma rimane comunque la necessità di decidere, o per alcunidi non decidere, sul modo in cui una vita umana giunga alla sua fine: se in condizioni dignitose, umane, compassionevoli. Chiunque sia stato vicino a un malato terminale sa quanto dura sia la prova a cui egli è sottoposto, e come la morte possa diventare, in certi casi estremi, l’unico sollievo dal dolore, o l’unica maniera di mantenere il rispetto di sé. Che in questa stretta possa trovarsi anche un minore può sembrarci inaccettabile: però accade.

È il più grande degli scandali: che un innocente soffra, e soffra al punto che si spenga in lui persino la volontà di vivere. Ma il bambino è il più innocente fra gli innocenti, e la sua sofferenza è la più scandalosa fra tutte. Ne «I fratelli Karamazov», Dostoevskij fa esprimere a Ivan, il più ‘teologo’ dei fratelli, tutta l’enormità di quella sofferenza inutile: in nessun modo redimibile, in nessun modo riscattabile. La più dura obiezione contro l’esistenza di Dio. Di più: Ivan trova ancor più impensabile che si provi a giustificarla, quella sofferenza, a dargli un senso o una ragione. Gli sembra un’offesa ancora più grande provare a inserirla in un qualunque disegno provvidenziale, misterioso o imperscrutabile che sia. Chi domanda di morire non ha più ragioni per vivere, ma forse non vuole neppure che gliele si presti, che altri gliele forniscano, sottraendogli non solo il diritto di disporre della propria vita, ma anche il diritto di lasciarla fuori, definitivamente fuori da qualunque rete di parole. Logos – parola, discorso, ragione – vuol dire infatti originariamente raccogliere, raccolta. È lo spazioin cui la vita umana, in quanto umana, si raccoglie, viene sottratta a una dimensione soltanto naturale, biologica, per legarsi a quella degli altri: in una possibilità di ascolto e di dialogo, in una narrazione condivisa, in una storiacomune. Chi muore, muore a tutto questo. Chi vuole morire, vuole morire a tutto questo: è giunto in una landa estrema, solitaria, abissale, in cui le parole sono spente del tutto dal dolore, non possono più raggiungerlo, abitarlo, comprenderlo. Non possono spiegare e nemmeno alleviare.

Ma un bambino? Quali sono le parole di un bambino, le sue ragioni e la fine di tutte le sue ragioni per vivere? Come si precisa la sua volontà di sfuggire alla rete del mondo, di dichiarare che non c’è parola – e non c’è cura – che possa ancora sostenerlo nella sua sofferenza?

Noi non conosciamo l’età del minore al quale è stata praticata l’eutanasia. Non sappiamo quale fosse la sua situazione clinica, le sue condizioni di salute. Dobbiamo ovviamente supporre che siano stati rigorosamente rispettate i protocolli previsti dalla legge, condotte tutte le verifiche e seguite tutte le procedure: il fatto che questo primo caso giunga a distanza di circa due anni dall’approvazione della legge dimostra che la legge non banalizza il diritto a morire per un minorenne. Sarebbe perciò una vera iattura se si conducesse la discussione a colpi di paragoni con le politiche eugenetiche del nazismo e il programma di eliminazione dei disabili, dal monte Taigeto, a Sparta, alle sperimentazioni «in vivo» dei medici del Führer. Tutto questo non c’entra nulla. Ma anche il lessico dei diritti e delle libertà individuali – che è il lessico del nostro tempo – deve chiedersi se ha davvero tutte le parole giuste per spingersi in queste difficili zone di confine, in cui non coincidono o non sono ancora tutte formate individualità, personalità e vita adulta e autonoma. Non è un paradosso che molte cose un minorenne non può fare, mentre può – secondo la legge belga – chiedere di morire?

Delicatezza, umanità, ma anche prudenza e senso del limite sono dunque indispensabili per procedere senza inutile baldanza,sia nella discussione pubblica che nella discussione in Parlamento. Solo così, se si farà una legge, potrà essere anche una buona legge.

(Il Messaggero, 18 settembre 2016)

Il senso della nazione e del dovere

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L’opera politica di Carlo Azeglio Ciampi è legata essenzialmente alla sua azione di governo – come primo ministro, poi come ministro del Tesoro dei governi Prodi e D’Alema, -, e al settennato vissuto alla Presidenza della Repubblica. Ma Ciampi vi è arrivato dopo una vita trascorsa in Banca d’Italia, che guidò per quattordici anni, dal 1979 al 1993. In Banca d’Italiavi era entrato per concorso, poco dopo la fine del conflitto mondiale. Nato a Livorno, nel 1920, laureato in Lettere, aveva scelto da che parte stare subito dopo l’8 settembre, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò. Era così fuggito a Scanno, in Abruzzo, dove era confinato Guido Calogero, il filosofo che aveva conosciuto e amato alla Normale di Pisa. Finita la guerra, aveva presto abbandonato le velleità politiche, insieme agli studi umanistici(anche se gli rimase per tutta la vita l’ossessione per la cura filologica della parola scritta): la moglie Franca non era troppo contenta di un docente liceale di filosofia. Era cosìfinito al Centro studi di Bankitalia.

Divenne governatore all’improvviso, dopo le clamorose dimissioni di Paolo Baffi (incriminato, arrestato, poi prosciolto in istruttoria).Due anni dopo, Banca d’Italia conquistò l’indipendenza della politica monetaria divorziando dal Tesoro: una premessa indispensabile per le politiche di risanamento finanziario degli anni successivi. Ma quei primi anni Ottanta furono anche gli anni della P2, la loggia segreta di Licio Gelli che aveva infiltrato tutte le istituzioni dello Stato. Ciampi dovette fronteggiare le conseguenze del più grave scandalo della storia repubblicana, che aveva travolto il Banco Ambrosiano di Guido Calvi e coinvolto pesantemente lo Ior, la banca vaticana di monsignor Marcinkus.

Giorni di passione Ciampi e l’Italia vissero durantedue gravissime crisi valutarie: la prima nell’85, la seconda nel ’92 (quella della maxi-manovra del governo Amato, del primo innalzamento dell’età pensionistica e del prelievo forzoso sui conti correnti bancari). Giorni e anni difficili, in cuicambiavanettamente direzione la politica economica del Paese: rinunciando al mix di inflazione e svalutazione che ne aveva caratterizzato lo sviluppo per tutto il decennio precedente, l’Italia di Ciampi si impose quel rigore che le permise di entrare nel sistema monetario europeo, progenitore della moneta unica. Ciampi aveva ben chiaro il senso di quelle scelte.Quando, nel 1983, Craxi venne nominato presidente del Consiglio, quel che gli promise il governatore fu un’inflazione a una sola cifra (si viaggiava intorno al 16%). E la lira pesante, con tre zeri di meno, un progetto che sia Craxi che Ciampi accarezzaronoa lungo.

Invece della lira pesante arrivò l’euro, nella stagione dell’impegno politico. Che cominciò anche quella improvvisamente. Nel pieno di Tangentopoli, con una classe politica completamente screditata, il Presidente della Repubblica Scalfaro dovette ricorrere a Ciampi per dare una guida al Paese:«una macchina del Quirinale, con il prefetto Iannelli, verrà a prelevarla per portarla a casa mia», cosìgli disse Scalfaro al telefono. Ciampi riferì ai suoi collaboratori, dopodiché lasciò l’ufficio. E non vi tornò più.

Ma gli anni decisivi furono quelli trascorsi al Tesoro, a via XX settembre, quando si compì, con Prodi e D’Alema, l’impresa di agganciare l’Italia alla moneta unica. E poi gli anni vissuti al Quirinale, nel corso dei quali Ciampi dedicòogni sua energia a risvegliare l’amor di patria. Le due esperienze sono fra loro intimamente connesse, almeno nel modo in cui sono state concepite da Ciampi. Lo dimostrano le parole consegnate alle sue memorie: «L’ingresso nell’euro ci ha messo sostanzialmente al riparo dal secessionismo. Dopo quel successo, non a caso, Umberto Bossi, che precedentemente proclamava ogni anno la secessione della Padania, ha smesso di agitare in quei termini l’idea del Nord come nazione separata».

Dopo sono venuti anni di crisi e di ripensamenti, e la moneta unica è finita sotto accusa.Quanto all’Italia, il senno di poi dimentica che all’indomani dell’accordo sul cambio lira-euro, il Financial Times scrisse che chiunque altro avesse parlato in Europa al posto di Ciampi sarebbe stato «buttato giù dalla finestra».

Ma nelle valutazioni spesso risentite e a volte anche affrettate con cui si giudicano le conseguenze di quella decisione in ogni senso fondamentale, presa con grande coraggio e difesa con altrettanta ostinazione, ci si dimentica di inserire il significato storico e politico al quale Ciampi teneva particolarmente. Da un lato, l’Italia nell’euro ha evitato che l’Europa prendesse un’esclusivo timbro mitteleuropeo, allargando il fronte mediterraneo dell’Unione;dall’altro,l’euro in Italia ha spentoi rancori secessionisti. Politiche rigorose di bilancio e unità nazionale costituivano dunque per Ciampi una e la medesima cosa, e non gli ci volle dunque molto a riversare la sua cultura economica, maturata in Banca d’Italia, nella sua esperienza politica, primo presidente del consiglio non parlamentare della storia d’Italia.

La chiave di lettura che adottò, nel farsi interprete della storia nazionale, proveniva principalmente da un libro che aveva amato molto in gioventù, la storia d’Italia di Benedetto Croce e la sua «religione della libertà». Da Croce – ancor più che dall’azionismo di cui pure Ciampi era profondamente imbevuto, per la via del liberalsocialismo professato dal suo maestro Calogero – da Croce veniva l’idea di una continuità nelle vicende italiane, che il fascismo aveva solo temporaneamente interrotto, ma che idealmente permetteva di collegare i momenti dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale a quelli della Resistenza e della ricostruzione, per giungere sino a noi. Ora, questo legame poteva essere letto in due modi, a seconda che si privilegiasse una direzione o l’altra. In un caso, infatti, se si guarda all’Italia del Novecento a partire dalla sua radice risorgimentale, si delinea anzitutto il compito di un’eredità da raccogliere. Sono allora Mazzini e Cavour a farsi interpreti ideali del senso della nazione e di quello del dovere, sono loro il tesoro anzitutto morale a cui attingere per dare al paese una religione civile moderna; nell’altro caso, è l’Italia democratica e antifascista che pone le basi materiali e realizza le promesse non mantenute del Risorgimento, proiettandole nel futuro del Paese.

Ciampi ha indubbiamente letto e interpretato la storia d’Italia nel primo verso, facendo appello all’unità nazionale, riscoprendone i simboli, riproponendone il valore senza inutile retorica, ma con sobrietà e serietà.

La stessa che metteva negli incontri e nelle visite in giro per il Paese.Come quando venne la prima volta a Napoli da Presidente, nel settembre del 1999, e affrontò, tra le preoccupazioni dei responsabili della sicurezza, i disoccupati organizzati che gridavano «Lavoro! Lavoro!». Lo fece con umanità, ma non senza impartire loro una piccola lezioncina di economia: non chiedete lavori fasulli, li ammonì. E la contestazione organizzata si mutò dapprima in silenzio, poi addirittura in claque presidenziale nel prosieguo della visita.

Per l’isterilirsi delle principali culture politiche del Paese, e nel mezzo di una profonda crisi di legittimazione della Repubblica, Ciampi ha potuto cosìcostituire – con i mezzi di un discorso pubblico sorretto da autentica dirittura morale –un prezioso punto di equilibrio e di ancoraggio, secondo uno stile e con una determinazione proseguita poi dal suo successore, Giorgio Napolitano.

L’altra grande stella polare dell’impegno politico di Ciampi è stata l’Europa. Con Ciampi, finisce il paradosso a lungo incarnato dall’Italia: dichiararsi europeisti ma resistere all’adozione di politiche di marca e formato europeo, in campo economico e non solo. Il primo pezzo del recupero di credibilità del nostro paese in Europa lo si deve a lui. E se oggi l’Unione europea ci appare, nel bene e nel male, la cornice naturale dell’impegno di governo è anche se non soprattutto per merito suo. Per merito di questo livornese tenace, di questo vigile antifascista, di questo cattolico cresciuto in mezzo ai non credenti del partito d’azione, di questo studioso competente, di questo governatore autorevolissimo, di questo europeista convinto che è stato Carlo Azeglio Ciampi.

(Il Mattino, 17 settembre 2016)

I libri da consigliare a Di Maio e Di Battista

downloadPinochet: chi era costui? Un dittatore. E dove esercitava il suo onesto mestiere? In Cile. Ma Di Maio lo piazza in Venezuela. Con uno svarione memorabile, come neanche i nostri compagni di scuola hanno saputo regalarci ai tempi belli.

C’è poco da scherzare: se studi da premier, conviene che ti fai una cultura. Magari insieme all’altro aspirante del Movimento Cinquestelle, Di Battista, che ti ha già preceduto da lunga pezza sulla strada delle gaffe. E dei congiuntivi sbagliati.

Si potrebbe cominciare dal giardinaggio, occuparsi della chimica per passare poi all’archeologia. Forse non è il percorso più lineare, ma è quello che seguono quei brav’uomini di Bouvard e Pécuchet, gli eroi involontari dell’ultimo, incompiuto romanzo di Flaubert. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista potrebbero seguirne le orme: magari senza ritirarsi in campagna come loro, perché la carriera politica dei due leader ne risentirebbe, ma con la stessa voracità enciclopedica. Le cose da sapere, infatti, sono tante. Nel frattempo, potrebbe venire loro incontro il dizionario dei luoghi comuni che sempre Flaubert sognava di completare: molto utile per far conversazione in società, tenendosi appunto a quel sano buon senso che insegna le cose che bisogna dire per ben figurare. Come per esempio che il machiavellismo è da esecrare, che Darwin era quello che diceva che gli uomini discendono dalle scimmie e che il filosofo Diderot va citato sempre in coppia con D’Alembert. Cose così, magari appena più aggiornate: coi nomi propri al posto giusto ma sempre nei pressi della familiare banalità quotidiana.

Se infatti si lascia la solida frequentazione delle stupidaggini di tutti i giorni, si finisce fatalmente con l’inciampare. Collocando Pinochet in Venezuela, mentre ci si lancia in un impegnativo paragone fra il nostro premier e il generale cileno. Di Maio avrebbe forse potuto continuare con un «sempre di Sud America si tratta!», ma ha preferito correggersi, il che è sicuramente dimostrazione di una salda volontà di imparare dai propri errori. Però, nel sistemare in fretta la geografia, ha lasciato comunque in piedi il paragone fra il presidente del Consiglio di un paese democratico, e l’autore del golpe, che depose manu militari il governo democratico di Salvador Allende (e che in seguito fu processato per crimini contro l’umanità). Queste cose si sanno: stanno in tutti i manuali scolastici di storia contemporanea, dei quali ogni tanto sarebbe utile un ripasso, o almeno una qualche forma di consultazione. Anche perché Di Maio soggiunge: «e sappiamo com’è finita», come se in fondo all’esperienza del governo Renzi i Cinquestelle intravedessero già migliaia di persone torturate e uccise.

Ma forse è solo un problema di retorica sopra le righe. Se dunque, per sistemare le proprie conoscenze nell’ambito della storia contemporanea, possono tornare utili i manuali in uso delle scuole (non dimenticandosi di aggiungere che il Novecento è stato il secolo breve: così si fa mostra di aver letto Hobsbawm e si allunga il dizionario di Flaubert), per sistemare paragoni e metafore si può ricorrere a Bice Mortara Garavelli, coi sui libri sulla retorica, e il prontuario di punteggiatura. Il classico trattato sull’argomentazione di ChaÏm Perelman è infatti un po’ troppo impegnativo.

Prendete Di Battista: «mi domando quanto un miliziano dell’ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell». A parte il gentile contributo alla causa di Flaubert – la violenza è sempre «inaudita» o «efferata» –, è chiaro che per sostenere simili paragoni servono anche dosi massicce de «L’arte di ottenere ragione» di Schopenhauer. O qualcosa del genere. Ma certo è che il lungo scritto in cui Di Battista, nel ricostruire a modo suo (cioè con parecchie imprecisioni) le vicende mediorientali, chiedeva di «intavolare una discussione» coi terroristi e eleggeva lo Stato islamico ad interlocutore, più che un contributo all’analisi storico-politica era un manifesto dell’antiamericanismo, cioè un pezzo di (alta o bassa: fate voi) retorica politica.

Già. Sistemati italiano e storia (e giardinaggio e chimica e archeologia) bisognerebbe pur sempre saperne di più di politica. Da dove cominciare? Dalla «Politica» di Aristotele o dal «Leviatano» di Hobbes? Perché non c’è cultura senza classici, ma i classici purtroppo sono tanti. E poi c’è la filosofia politica, la scienza politica, la storia delle dottrine politiche, la sociologia politica: insomma, una faticaccia. Che fare? Forse ci si può limitare ai pensatori del Novecento – a Bobbio e Habermas, a Dahl e Rawls –, così ci si tiene in una zona medio-alta, e ci si accultura senza troppi rischi.

E il cinema, e tutta l’arte del ventesimo secolo, e la letteratura e il diritto e le scienze sociali? Non finiranno schiacciati, i nostri due eroi, da Dante e Shakespeare, da Manzoni e Thomas Mann? Stiamo esagerando. Per fortuna la politica – la politica democratica – non è affatto riservata solo ai laureati con lode (per quanto, qualche esame in più…). Ma infatti il problema non è la mancanza di cultura: è la mezza cultura, e quel misto di supponenza e faciloneria, di grande saccenteria e piccola bestialità, che a volte si fa persino aggressiva, per nascondere i vuoti – di pensiero, più che di erudizione – che ci sono dietro.

(Il Mattino, 15 settembre 2016)

Il referendum decisivo per il futuro

272175433-giocare-a-carte-carta-da-gioco-tavolo-da-gioco-pokerE di nuovo ieri il premier Matteo Renzi ha ribadito, parlando in chiusura della festa nazionale del partito democratico, a Catania, la disponibilità a rivedere la legge elettorale. Lo aveva detto anche il giorno prima, ed era sembrato che fossero quelle le parole più importanti del suo intervento a tutto campo. Se le si guarda dal punto di vista della lotta politica – e dal punto di vista più limitato della lotta politica all’interno della maggioranza – lo sono indubbiamente. La minoranza del Pd, con Cuperlo e Speranza, continua a chiedere modifiche dell’Italicum. Lo stesso fanno i centristi, da Alfano a Casini. Quando dunque Renzi si dichiara disponibile a intervenire sulla legge, parla innanzitutto a questi settori. Quando però prova a rilanciare l’iniziativa politica, parla a tutti gli italiani. E allora le parole più importanti divengono altre: «una riforma elettorale si cambia in 3-5 mesi, una riforma costituzionale no». Non sarà un diamante, e non sarà per sempre, ma una riforma costituzionale dell’ampiezza di quella in discussione ha, non può non avere l’ambizione di durare per un bel pezzo. Abbiano o no ragione quelli per i quali l’Italicum non è il vestito giusto per l’attuale sistema politico tripolare – e tra di loro c’è anche il presidente emerito Napolitano, primo sponsor delle riforme – è persino ragionevole mostrare disponibilità sul terreno della legge elettorale, per portare a casa un risultato molto più durevole sul terreno delle riforme.

Un risultato, cerca di dire Renzi, capace di futuro. Tutto il discorso di Catania di ieri aveva questo significato. Dalla parte del sì sta il futuro del paese, dalla parte del no stanno i fallimenti della seconda Repubblica. Sta il passato, sta un’altra stagione della vita politica italiana ormai conclusa. E ovviamente sta Massimo D’Alema – sceso in campo come leader del no alla riforma – che più di tutti la incarna. Renzi prova a rilanciare l’iniziativa politica, a raccontare le riforme del suo governo (le unioni civili, la scuola, il jobsact) e i buoni propositi per l’anno venturo (primo fra tutti la riduzione delle tasse).

Ma soprattutto torna ad essere quello che sta davanti, con gli altri ad inseguire. Complici infatti le difficoltà dei Cinquestelle – ancora incartati con il caso Roma e i dolori della sindaca Raggi –, complici le guerre intestine nel centrodestra – con l’investitura di Parisi, voluta dal Cavaliere ma osteggiata dalla dirigenza del partito –, il presidente del Consiglio torna a dare le carte. A mettersi al centro degli equilibri e delle prospettive di governo del Paese. Tutto però dipende dalla capacità di apparire non come quello che vuol sfangarla, sopravvivendo alle forche caudine del referendum, ma come quello che cambia l’Italia. Il viatico è dunque la legge elettorale («sia che la Corte costituzionale dica sì, sia che dica no»), ma l’orizzonte è l’Italia del futuro. La prima è la polpetta che i partiti devono dividersi (se ci riescono, il che non è affatto scontato), ma il secondo è l’elemento davvero decisivo di cui ci si deve impadronire. La vittoria al referendum è insomma legata, per Renzi, alla possibilità di allestire uno scenario che coinvolga tutto il paese e non solo le sue classi dirigenti, che rimangono incerte spaventate o divise dal salto in un nuovo sistema politico-istituzionale.

Al premier, del resto, non manca il dinamismo per condurre questi due mesi, due mesi e mezzo di campagna elettorale all’attacco, su più fronti. Cercando sponde internazionali. Girando per l’Italia. Parlando a tutto campo. Mettendo anche un po’ di furbizia nell’orientare l’attività politico-parlamentare delle prossime settimane (vedi alla voce: legge di stabilità). E aprendo canali di comunicazione anche là dove, fino a poco tempo fa, si era al muro contro muro. A Napoli è così. Oggi il premier è in Campania, per una serie di appuntamenti in cui non gli mancherà certo il modo di confermare, insieme all’attenzione per il Mezzogiorno portata avanti con i patti per il Sud, questa nuova linea dialogante. E in serata, per l’evento organizzato da «il Mattino», siederà nel palco reale del San Carlo insieme al sindaco Luigi De Magistris. Certo, è una serata di gala, non un incontro istituzionale. Ma è, o può essere anche l’occasione per mostrare di avere il vento nelle vele anche alla città più «derenzizzata» d’Italia. A cui stasera in fondo si tornerà a chiedere se convenga continuare il gioco comunardo della repubblica indipendente, o unire il proprio destino a quello del resto del Paese.

(Il Mattino, 12 settembre 2016)