Il progetto impossibile

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Mezio Fufezio, chi era costui? Forse un lontanissimo progenitore di Giuliano Pisapia. La cui sorte (di Fufezio, non di Pisapia) è stata raccontata dallo storico Tito Livio: l’ultimo, sconfitto re di Alba Longa fu dai romani legato per un braccio e una gamba a un carro trainato da quattro focosi cavalli, e per l’altro braccio e l’altro gamba ad un altro carro, anch’esso tirato da quattro cavalli, lanciati però nella direzione opposta al primo. Fu così che Mezio Fufezio morì squartato.
La politica romana di oggi non è così feroce come quella di ieri, ma la sorte toccata – non a Pisapia ma al suo Campo progressista – non è molto dissimile da quella patita dell’antico sovrano. La neonata lista dei Liberi e Uguali se ne è andata da una parte; il Pd procede dalla parte opposta. Pisapia, rimasto in mezzo, non ha potuto che prenderne atto. La sua idea, di riunire sotto un’unica insegna tutte le formazioni della sinistra, non aveva più alcuna plausibilità.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, secondo le dichiarazioni ufficiali, la decisione della maggioranza di mettere in fondo al calendario dell’aula la legge sullo ius soli, che così diviene irrealistico ipotizzare che venga approvata durante gli ultimissimi scampoli della legislatura. In realtà, è la fine di Mezio Fufezio: i carri hanno preso a strappare, e un pezzo di Campo progressista sente la spinta a ricongiungersi agli ex compagni di Sinistra e Libertà,  ora confluiti nella lista guidata dal presidente del Senato Grasso, mentre l’altro pezzo, ulivista, progetta di coalizzarsi col Pd.
Lo ius soli c’entra, ma sembra piuttosto un alibi, che una causa reale. È vero che per Pisapia costituiva una parte fondamentale della costruzione dell’identità del centrosinistra, ed è noto quanto stia a cuore all’ex sindaco di Milano la tematica dei diritti e una politica di accoglienza diversa da quella fin qui incarnata dal ministro Minniti. Ma se lo una soli non sarà approvato, nulla impedisce che entri nel programma della coalizione e diventi un punto qualificante della sfida elettorale. Il Pd rimane compattamente schierato per la sua approvazione anche se in questo finale di legislatura sta venendo meno la forza politica necessaria ad imporla ai riluttanti alleati centristi. Non solo, ma la scelta compiuta dalla maggioranza, di portare piuttosto ad approvazione la legge sul biotestamento – che attende da più di un quinquennio – non contraddice affatto la proposta di una piattaforma progressista avanzata sul tema dei diritti.
Dunque, non è questo il punto. Il punto è il supplizio di Medio Fufezio, che ora dilania Campo progressista – l’ultima nata delle diverse sigle politiche a sinistra del Pd, la più incerta e la più fragile – ma che ha sempre torturato la sinistra, più brava a dividersi che a unirsi. L’associazione temporanea di scopo – questo era, in fondo, il Campo di Pisapia – aveva, per giunta, contro di sé solide ragioni storiche, politiche e di sistema. In una cornice proporzionale, la spinta a stare insieme è minore, e la quota maggioritaria da sola non è motivo sufficiente per superare i riflessi identitari che da sempre affliggono la sinistra. Non a caso, nella prima Repubblica solo alla Democrazia Cristiana riusciva di tenere dentro di sé correnti ideologiche e culturali assai diverse per ispirazione e tendenza. La stessa cosa non succedeva a sinistra, dove non bastava affatto la forza egemonica del PCI a riunire le varie declinazioni del progressismo: riformiste e non, socialiste e non, marxiste e non.
Ma è storia di ieri. Oggi ci sono oggi le più contingenti ragioni della politica: la rottura  fra il partito democratico e i fuoriusciti di Mdp era troppo recente perché potesse riuscire l’operazione di incollare nuovamente i cocci. Ancor meno probabile era che potessero bastare i buoni uffici di Pisapia. Il quale ha forse pensato che bastasse rievocare lo spirito dell’Ulivo (assurto ormai a mito politico) per superare antipatie personali e divergenze reali. Peccato che né D’Alema da una parte, né Renzi dall’altra siano mai stati ulivisti. E che soprattutto non lo sia il Pd, nato piuttosto dai limiti di quella esperienza, che non dalla sua ideale prosecuzione. Campo progressista doveva avere il respiro di un nuovo progetto strategico, ma non poteva averlo, perché né da parte di Mdp si voleva mettere in campo una cosa nuova, ma solo azzoppare il Pd, né da parte del Pd si voleva cambiare schema e direzione, ma solo allargare l’offerta elettorale. Giuliano Pisapia ne ha preso onestamente atto: a differenza di Mezio Fufezio, non era lui il finto alleato di Roma, ma gli altri, e forse meriterebbe per questo l’onore delle armi.
(Il Mattino, 7 dicembre 2017)
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Il moralismo come offerta

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Nasce una nuova forza politica, Liberi e Eguali, e prende definitivamente corpo e figura quello spirito che ha aleggiato per tutto il corso della seconda Repubblica sopra le diverse formazioni che nel campo del centro-sinistra si sono succedute dal 1994 ad oggi: la sinistra morale, che trova immediatamente il suo leader nel Presidente del Senato Pietro Grasso.

Se si arriva alla manifestazione di ieri seguendo il ritmo della cronaca, si è costretti a raccontare la lenta diaspora del Pd, poi il rimescolamento di carte in quella che una volta era Sinistra e Libertà di Nichi Vendola (e che ora si chiama Sinistra italiana ed è guidata da Fratoianni), poi la fragorosa scissione di Bersani e D’Alema, che persa la guerra con Renzi dentro il Pd danno vita a Mdp, infine la ricomposizione di questi pezzi sparsi della sinistra in un’unica lista, in vista delle prossime elezioni. Tutto questo conta, ovviamente, ma visto troppo da vicino porta in primo piano solo i dissapori personali, le schermaglie tattiche (accentuate dalla nuova cornice proporzionale in cui si svolgeranno le elezioni), e anche una comprensibile esigenza di sopravvivenza di quella parte di ceto politico che Renzi ha costretto a traslocare fuori del Pd.

Ma se si prende sufficiente distanza dal puro e semplice srotolarsi dei fatti, e si giudica in una prospettiva storica, si vede subito qual è il fattore comune che consente a questa nuova formazione di nascere: la pregiudiziale morale, o forse meglio: moralistica, che un tempo galvanizzava le più ampie coalizioni di centro-sinistra, a titolo di suo indispensabile complemento ideologico, e che ora si materializza e rapprende definitivamente in questa sinistra residuale, che in essa trova la sua ultima risorsa identitaria.

Che cos’altro, d’altronde, poteva permettere a Grasso di diventare in un battibaleno, neanche il tempo di lasciare il partito democratico, il leader naturale di Liberi e Eguali? Grasso è persona rispettate da tutti per il suo passato di magistrato: prima giudice nel maxiprocesso a Cosa Nostra, intentato da Giovanni Falcone, poi alla guida della Procura di Palermo, quindi a capo della Procura nazionale antimafia. Il Presidente del Senato ha detto ieri che non si farà forte del suo passato; sta di fatto, però, che la prima ragione che Roberto Speranza ha declinato, per sentirsi dalla parte giusta è stata il filo rosso – così ha detto – che arriva dagli attentati di Falcone e Borsellino fino a qui, fino a ieri.

D’altra parte, se uno analizza il discorso d’investitura tenuto ieri da Grasso, non vi trova il materialismo storico e l’analisi di classe – e questo si capisce –, ma nemmeno una sferzante critica del neoliberismo, o una piattaforma economica alla Mélenchon o alla Corbyn. Certo, seguirà il programma, ma è abbastanza evidente che l’unico ombrello sotto il quale la sinistra può oggi riunirsi, chiamandosi ovviamente fuori dalle responsabilità di governo che pure ha assunto in questi anni, è quello morale.

È l’ombrello più ampio che sia stato tenuto aperto dalla sinistra durante la seconda Repubblica. Sotto di esso, i tentativi di offrire una risposta di governo non sono mancati: con l’Ulivo, con l’Unione, con il Pd. Con risultati alterni e variamente giudicati. Ma quale di essi potrebbe oggi essere rivendicato da Liberi e Eguali, se l’esigenza è quella di marcare una forte discontinuità rispetto al passato? Quale eredità può essere reclamata, se si tratta di battersi per reintrodurre l’articolo 18? E quale schema politico può essere adottato, se non quello che consiste nell’alzare una barriera contro ogni possibile accordo con la destra. Certo, una simile posizione rende possibile solo dare i propri voti ai Cinque Stelle, ma chi si permetterebbe mai di considerarlo un inciucio? Invece, qualunque ipotesi di grande coalizione, o anche solo di accordo al centro, viene presentata come un cedimento morale: vai poi a capire come lo si governerà, questo Paese, dopo il voto. Ebbene, non è in questi termini che ha sempre funzionato l’antiberlusconismo? E non è di nuovo quel motivo che viene riproposto, per rappresentare il Pd come il partito traditore (copyright Pippo Civati) degli ideali della sinistra?

In realtà, la sinistra storica – quella che reggeva un pezzo dell’arco costituzionale della prima Repubblica – non era banalmente la sinistra dei grandi ideali, ma quella che stava dentro un campo internazionale di forze, che aveva robusti referenti sociali e che provava, in breve, a conquistare le casematte del potere, per dirla con il suo nume tutelare, Antonio Gramsci. Tutto questo non vive ormai più da tempo. Ma se viene abbandonato l’altro orizzonte che la sinistra ha provato faticosamente a darsi dopo l’89 – quello cioè di accreditarsi come partito convintamente riformista e di governo – è evidente che non rimane altro se non la nobile testimonianza dei propri ideali. E, per quello, chi meglio di Pietro Grasso, di un’icona morale, arricchita dal prestigio dell’istituzione?

Ora: magari ha ragione D’Alema, Liberi e Eguali può davvero raggiungere la doppia cifra (anche se i sondaggi la stimano attualmente meno della metà). Ma se anche andasse come D’Alema si augura, è improbabile che quella nata ieri sia davvero la sinistra del futuro. Ha piuttosto tutte le carte in regola per rappresentare l’ultima lampada in cui il genio moraleggiante della sinistra è tenuto racchiuso e sotto conserva, nella speranza che strofinandola con energia possa tornare a soffiare con forza.

(Il Mattino, 4 dicembre 2017)

Soddisfatti ma infelici

Non essere cattivo

La sintesi che il Censis offre dell’annuale rapporto sulla situazione sociale del Paese si fonda su due elementi contraddittori: da un lato i numeri mostrano che l’Italia ha ripreso a crescere; dall’altro che sono in crescita anche le “passioni tristi” della malinconia e del risentimento.

L’Italia va: cresce l’industria, cresce la produttività del sistema manifatturiero che continua a rappresentare la spina dorsale di un Paese a forte vocazione industriale. Crescono le esportazioni e crescono finalmente anche i consumi delle famiglie, dopo il “grande tonfo” degli anni passati. Persino la spesa per servizi che il Censis classifica come “culturali e ricreativi” è in aumento.

Si tratta tuttavia di uno scenario che ha ancora ombre, oltre che luci. L’ombra più lunga che pesa sul futuro del Paese è il calo degli investimenti pubblici, nonché il divario fra le diverse aree del Paese (difficilmente colmabile senza un forte impegno dello Stato). Colpisce ad esempio il diverso trend demografico dei grandi centri urbani: le città del Nord crescono, al Sud registrano un tracollo: così la finiamo di dire che tutti vorrebbero vivere a Napoli perché a Napoli ci sono mare e sole, mentre a Belluno no.

Ma soprattutto colpisce l’altro lato della medaglia, quello che il Censis chiama “l’Italia dei rancori”, e per il quale viene offerta una spiegazione abbastanza intuitiva: “Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore”. Detto fuor di metafora: non tutti gli italiani stanno meglio, e quelli che stanno peggio, o che semplicemente non hanno avvertito alcun beneficio dalla ripresa dell’economia, covano comprensibilmente motivi di insoddisfazione, che sfociano in insofferenza e risentimento.

C’è però un numero che sembra non quadrare, e che deve perciò destare particolare attenzione. Secondo il rapporto del Centro Studi, a dichiararsi molto o abbastanza soddisfatto della vita che conduce non è affatto una minoranza, un ristretto numero di italiani che ce l’hanno fatta, o che sono stati baciati dalla sorte, ma è addirittura il 78,2% della popolazione. Chi l’avrebbe mai detto! Ben tre italiani su quattro si dicono contenti del proprio stile o tenore di vita.

Ma, se è così, come si spiega quel sentimento di sfiducia che percorre la società italiana, che ne alimenta la rabbia e, più spesso, la rassegnazione? Come mai non fa opinione – o forse meglio: come mai non dà il tono al discorso pubblico – quel 78,2% di italiani che si gode una propria, piccola felicità quotidiana? Come mai prevale invece il rancore? Forse, l’unica risposta plausibile è la seguente: se gli italiani sono contenti della vita che fanno, e se d’altra parte non nutrono fiducia nel futuro e covano sentimenti di rabbia e frustrazione, è perché la loro felicità è una felicità puramente privata, quindi dimezzata, legata a una dimensione del vivere del tutto scollegata dallo spazio pubblico in cui si dà nome e senso alle cose.

Qualcosa del genere viene indicato, nella sintesi del rapporto, oltre che dalla consueta gragnuola di percentuali negative che investono la politica e le istituzioni, in cui più nessuno sembra credere, anche alla voce: immaginario collettivo. Che misera cosa è, infatti, un immaginario collettivo in cui primeggiano i selfie e i tatuaggi, lo smartphone e la chirurgia estetica (e in cui comunque rimangono saldi beni primari come la prima casa e l’automobile)? Al primo posto in questa speciale classifica delle faccende che occupano i pensieri degli italiani e ne plasmano bisogni e desideri stanno loro, i social network, che hanno ormai conquistato, secondo il Censis, un “ruolo egemonico”.

Ora, questa parola, gravida di significato, richiede una riflessione in più. Perché se diciamo soltanto che sono i social network a fare opinione, a dettare l’agenda, a formare il sentiment del Paese, rischiamo di cadere in un banale determinismo tecnologico. La sfera pubblica cambia: come potrebbe essere altrimenti? Cambia persino l’umanità dell’uomo, figuriamoci se non cambiano i modi in cui si disegna uno spazio sociale nuovo, nel quale sono totalmente destrutturate, quando non semplicemente assenti, le tradizionali appartenenze, i tradizionali vincoli, le tradizionali forme della rappresentanza. Ma la disintermediazione, che sperimentiamo tutte le volte in cui in rete ci viene richiesta la nostra personale, individualissima opinione, o ci affidiamo avidamente alle altrettanto individuali opinioni altrui, aggregate su base puramente statistica, non è un processo neutrale, meramente tecnico. Nessuna forma di razionalità sociale possiede queste caratteristiche. E nessuna, direbbe la vecchia critica marxista, è sganciata da interessi di classe – noi diciamo almeno: anonima e disinteressata. Ognuna ridisegna invece i luoghi del senso e del non senso, e dunque di quello che, per ciascuno di noi, vale la pena fare o non fare. A questo però la politica non arriva più, e con essa non ci arrivano le classiche agenzie di mediazione sociale: i partiti, i sindacati, la scuola. Ma neppure i distretti industriali, che fornivano supplementi identitari a livello di territorio.

Così, questa è oggi l’Italia: divisa, oltre che da storiche differenze economiche e geografiche, anche tra una moderata, incerta, trascurabile felicità privata e un generale discredito pubblico, un rattrappimento delle ragioni comuni, introvabili nel pulviscolo della Rete. E insieme una diffusa sensazione di disgusto e l’assenza di quelli che il Censis chiama “miti positivi”.

Questa legislatura, che si chiude con dati finalmente convincenti sul versante dell’economia, ha insomma il dovere di mandare qualche segnale anche su quell’altro versante, sul quale il lavoro di ricostruzione dell’ethos civile, politico e culturale del Paese evidentemente è ancora di là dal cominciare.

(Il Mattino, 2 dicembre 2017)

Se la rete sostituisce il pensiero

Prestigiatore

Provo a spiegarla così: un prestigiatore vi fa estrarre una carta, e vi chiede di tenerla coperta. Poi, dopo qualche sapiente formula magica, vi chiede di infilarla di nuovo nel mazzo. Ancora formule magiche e un pleonastico rimescolamento di carte, quindi vi chiede di rivelare al pubblico quale carta avevate scelto. Dopodiché, tira fuori dal taschino un foglietto, sopra il quale è indicata precisamente la carta che avete pescato. Come ha fatto? Molto semplicemente, ha nelle sue molte tasche sistemato un biglietto per ogni carta, e tirato fuori quello che serviva alla bisogna.

Cosa c’entra questo trucco elementare con le fake news? C’entra, perché risponde al medesimo principio: per ogni e qualsiasi opinione vi passi per la testa (come per ogni e qualsiasi carta del prestigiatore), c’è modo di trovare in rete, da qualche parte, e anzi di costruire previamente, una conferma. Massiccia, potente, efficace. Così, del resto gli utenti si muovono in rete: cercando conferme. E trovandole: immancabilmente. Tra gli amici collegati online, nelle chat, nei gruppi sui social network. Echi, rimbombi e caverne in cui ci infiliamo volentieri, uscendone sempre più confermati e rafforzati nelle nostre opinioni.

Ora, non c’è indebolimento dello spirito critico più evidente di questo. Basta ricordarsi di Popper, e di quello che diceva sul modo in cui procede invece la scienza: si formula una congettura, dopodiché si va in cerca non della sua conferma ma della sua confutazione, dell’experimentum crucis che proverà a demolirla. Noi invece procediamo tutt’al contrario, attraverso il rimpallo virale di link che trasformano, secondo una vecchia legge dialettica, la quantità in qualità: oltre una certa soglia di visualizzazioni, una notizia diventa di per sé attendibile. E vera, almeno per il tempo necessario a produrre i suoi effetti.

Una cosa del genere è inedita. Non era vera mille, cento, a anche solo trenta anni fa. Certo, già Italo Calvino parlava di «questo mondo fitto di scrittura che ci circonda da ogni parte», ma diciamo la verità: non aveva ancora visto niente. Non aveva visto internet, non aveva visto le campagne di disinformazione che è possibile orchestrare in rete, non aveva visto quanto potenti siano le casse di risonanza che amplificano in rete i messaggi.

Cavarsela quindi dicendo che il potere ha sempre cercato di distorcere la verità, che è sempre esistita una verità ufficiale in realtà intessuta di bugie e falsità, significa mancare il fenomeno nelle sue caratteristiche specifiche, nella sua fenomenologia attuale. Che comprende una profondissima erosione di quegli spazi di mediazione oggi superati e anzi travolti dall’idea che basti una ricerca su google per sapere come stanno le cose: senza che ci si faccia anche solo una domanda su come siano imbastiti i risultati di google. Questa, poi, è una differenza fondamentale rispetto al passato: il modo in cui è costruita l’architettura della rete, gli algoritmi che la governano, i poteri e i danari che le danno forma sono per lo più del tutto sconosciuti ai suoi utenti, mentre «l’interfaccia» user friendly è per ciascuno a portata di clic. L’enciclopedia del sapere dentro la quale ci si formava un tempo, checché se ne dica, non era altrettanto invisibile e impenetrabile.

Dopodiché è certamente vero che non saranno i divieti, le censure e la legge penale a poter arginare il fenomeno. Ma questo rende se mai ancor più necessario prestarvi attenzione. Anzi: proprio la semplice constatazione che per definizione il potere mette in scena una certa rappresentazione di sé, dimostra che lo spazio in cui la rappresentazione va in scena è uno spazio decisivo, attraversato per l’appunto da lotte di potere, e dunque, se reso invisibile, pericoloso per la democrazia. Che ha bisogno, al contrario, di sottoporre a critica e di rendere il più possibile trasparente e contendibile l’esercizio di quel potere.

Per questo, il dibattito sulle fake news non è fuffa, non è un dibattito ozioso, non è una perdita di tempo. La democrazia moderna nasce in uno con la formazione di un’opinione pubblica. Anzi, dal punto di vista storico, la seconda ha preceduto e reso possibile la prima: com’è possibile allora non averne cura? Com’è possibile, quando ormai è la rete a orientare una fetta sempre maggiore di cittadini?

 

Si tratta forse di logore posizioni illuministiche? Può darsi. Ma non è ancora più illuministico, o semplicemente ingenuo, pensare di poter sempre e comunque confidare sul sano buon senso delle persone, che sarebbero sempre in grado, da sole, in qualunque condizione e contesto, di discernere il vero dal falso? Eppure è da un pezzo che sappiamo che il pensiero non è affatto una proprietà individuale, che noi parliamo, ma siamo anche parlati, e fior di filosofi hanno dimostrato che noi siamo nel pensiero molto più di quanto i pensieri siano nella nostra testa. Se questo vi pare un astruso filosofema, allora mettete la parola «rete» al posto di «pensiero» e vedrete che i conti vi torneranno.

Quanto infine alla verità, dopo un secolo e più di dubbi sul suo valore, qualcuno potrà anche ritenere che bisogna capitolare dinanzi alla potenza del falso, ma in tal caso finirà probabilmente col considerare un inganno e un’impostura la democrazia tutta intera. E in effetti: è vero forse che siamo a un passo, a un passo soltanto, dall’arrenderci.

(Il Mattino, 28 novembre 2017)

L’autorità senza autorevolezza

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È mai possibile che una studentessa non possa prendersi la libertà di commentare criticamente un post della dirigente scolastica, pubblicato sul profilo Facebook della sua scuola? È mai possibile che la dirigente giudichi il commento gravemente offensivo e lo cancelli, e che di fronte alla protesta della studentessa che difende il proprio diritto di critica replichi convocando il consiglio di classe e comminando poi una sospensione per sette giorni, d’intesa, peraltro, con l’intero consiglio? La ragazza ha scritto di provare vergogna e disprezzo per le cose dette dalla dirigente; ha scritto che il merito dei successi della scuola è tutto degli studenti e di pochi professori; ha negato che i ragazzi dell’istituto siano felici di vivere la realtà del proprio contesto scolastico: sono parole che meritano una sospensione di sette giorni? Ci sono insulti, in queste parole: offese, ingiurie, oltraggi, dileggi? L’immagine del liceo Orazio Flacco di Portici – dove tutto questo è successo – e quella della dirigente, Iolanda Giovidelli, non sono in grado di reggere il peso di una critica simile? Vanno tutelate al punto dal non potere ammettere commenti in dissenso, e dall’allontanare dall’attività scolastica chi rivendichi il diritto di esprimere la propria opinione? E in quale misura, secondo quale norma, in base a quale disposizione di legge uno studente non può commentare su un social network le comunicazioni della dirigenza scolastica? Ci sono regole di comportamento che gli studenti debbono osservare al di fuori dell’orario scolastico? O forse spetta esclusivamente alla dirigente parlare della scuola che dirige nello spazio pubblico? Oppure la dirigente pensa che gli studenti sono come i dipendenti di un’azienda, tenuti a una qualche forma di policy aziendale? E cosa avrebbe fatto, la dirigente, se da lei si fossero presentati i genitori della ragazza, sostenendo che erano stati loro, con l’account della figlia, a rilasciare il commento tanto irriguardoso? E se domani accadesse precisamente questo, e una simile forma di protesta fosse adottata da tutti gli altri studenti? Oppure: se uno studente mettesse, nei commenti ai post della dirigente, un link che rinviasse alla propria pagina, zeppa di critiche alla scuola, cosa farebbe la professoressa Giovidelli, trascorrerebbe i pomeriggi a cancellare i link, e a sospendere i ragazzi che dovessero protestare? O forse crede che basti colpirne uno per educarne cento?

Già: qual è il progetto educativo che propone una scuola, che non  tollera critiche di sorta, o che non accetta un confronto pubblico? E cosa hanno in mente i professori tutti, che non hanno esitato a sostenere le ragioni della dirigente, proponendo anzi – a quel che si apprende – perfino sanzioni più severe rispetto a quella adottata? Questo, forse, è ancor più stupefacente: che tra i docenti della malcapitata studentessa non se ne sia trovato uno che abbia insinuato nella professoressa Giovidelli il dubbio che non è con le punizioni esemplari che si doveva trattare il caso. Non ce n’è stato uno, fra di loro, che ha detto alla professoressa Giovidelli che sarebbe entrato in aula, il giorno dopo, per parlare con calma con la classe, e capire i motivi di un giudizio tanto severo. Nessuno, fra di loro, in grado di stare fra i ragazzi. Nessuno, fra di loro, che avesse sufficiente autorevolezza dal difendere le ragioni della scuola. Oppure: nessuno, fra di loro, capace di spiegare alla dirigente cosa passa nell’animo degli studenti, poco importa se a torto a ragione.

Forse la dirigente pensa che adesso l’immagine del liceo è salva: dopo che si è appreso che in quella scuola si sospendono gli studenti che si permettono di muovere critiche? Che se poi la preoccupazione non era solo per l’immagine, non sarebbe bastato elencare, di sotto al commento della ragazza, tutte le buone pratiche della scuola, il progetto formativo, le attività curriculari e, magari, il giudizio positivo di altri studenti?

E se, per finire, sulla pagina Facebook della scuola qualcuno citasse il commento di un quotidiano, in cui si parla di una dirigente intestarditasi a far valere la propria autorità, al punto da gettar via, per essa, qualunque autorevolezza?

(Il Mattino, 28 novembre 2017)

Intellettuali folgorati dai populisti

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Lo scollamento fra il sistema politico e il Paese sta tutto in un numero, che campeggiava ieri sulla prima pagina del Corriere della Sera, in cima all’editoriale di Galli della Loggia. Il 58% degli italiani non si riconosce nei partiti che hanno governato il Paese durante tutto il corso della seconda Repubblica, di destra o di sinistra che fossero. Ora, quel numero è falso. O perlomeno: è frutto di una somma, di per sé discutibile, fra il tasso di affluenza previsto (non si sa da chi) alle elezioni politiche del prossimo anno, e le dimensioni del voto per i Cinquestelle (la cui stima viene affidata ai sondaggi, abbondantemente arrotondati per eccesso). Ci sono, in vero, modi intellettualmente molto più limpidi di schierare un giornale.

Ma non è ovviamente dei numeri e delle percentuali che vale la pena discutere, quanto piuttosto del ragionamento in cui vengono inseriti. Che è grosso modo il seguente: metà del Paese non ne può più di una classe dirigente sempre uguale a se stessa; il Movimento Cinquestelle non è un movimento eversivo, perché non usa le armi; dunque non c’è motivo – oppure: la classe politica italiana non offre alcun motivo – per non votare i Cinquestelle.

Se questo ragionamento è corretto, allora vuol dire che il Corriere della Sera, per mano di uno delle sue firme più prestigiose, non troverebbe molto da obiettare, e nulla da temere, da un voto che equivalesse semplicemente a un rifiuto, a una espressione di insofferenza, a un moto di rigetto. Come il protagonista del film “Quinto potere”, il commentatore televisivo Howard Beale, si tratta semplicemente di gridare a pieni polmoni: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più». In una maniera che ricorda per la verità altri tempi e altri regimi, Galli trova che l’unica cosa che resta da fare ai politici (a quelli che ci sono stati finora), è un atto di contrizione: fare pubblica ammenda, confessare i propri sbagli, e poi togliersi rapidamente di mezzo. E questo vale per tutti, senza distinzioni di sorta.

Nell’analisi di Galli non entra nient’altro: le posizioni europeiste o anti-europeiste di questa o quella forza politica, l’atlantismo o il putinismo, le politiche del lavoro o quelle migratorie, le posizioni nella materia dei diritti o la cultura (o piuttosto incultura) costituzionale. Non entra nulla, nessuna grande questione da cui invece dipende il futuro del nostro Paese. Il discrimine, lo spartiacque passa solo ed esclusivamente fra la classe politica che ha mal governato negli ultimi vent’anni da una parte, e dall’altra i Cinqustelle, che non avendo governato sono mondi da ogni responsabilità.

E non sono, per la fortuna di tutti, una forza eversiva. Inutile agitare spauracchi. Evidentemente basta questo, nel giudizio dell’editorialista del Corriere, per costruire attorno a Grillo e Di Maio il profilo di una forza affidabile, alla quale è possibile – e forse persino doveroso, visto il discredito di tutte le altre formazioni politiche – mettere nelle loro mani Palazzo Chigi.

Ora, è chiaro che non di eversione democratica si tratta, e salvo momenti di propaganda o di polemica spicciola, non c’è, seriamente parlando, nessuno il quale pensi che i grillini sono pronti a impugnare i fucili e a mettere le bombe. Si tratta però di populismo della più bell’acqua, a cui Galli della Loggia tiene disinvoltamente bordone. Non a caso, degli sforzi che pure i Cinquestelle fanno, per declinare un programma politico-elettorale e inventarsi un profilo di classe dirigente seria e preparata, nell’editoriale di Galli non c’è nessuna traccia. Nessuna proposta viene ripresa, e nessuna disamina viene condotta: ai Cinquestelle è sufficiente non esser compromessi con il passato, per meritarsi il 58% che Galli mette di fatto sotto le loro insegne. Come se non votare e votare per il M5S fossero la stessa cosa. Come se a non essere degni della fiducia di chi si astiene fossero tutti, meno però i grillini.

Ma mi sia permesso ancora un altro paio di osservazioni. Anzitutto, di prese di posizione così, di editoriali così se ne sono già visti, in questi anni. Articoli in cui si chiedeva di fare piazza pulita, mani pulite, tutto pulito, dopo i quali però i miracolosi cambiamenti che ci si attendeva dal repulisti non arrivavano mai. Non sono mai arrivati. Erano un inganno, oppure ci si ingannava: sta di fatto che purtroppo Galli della Loggia perpetua quell’inganno ancora oggi. In secondo luogo, è sorprendente che Galli non dia un minimo di prospettiva storica alle sue considerazioni, né provi a condurre un confronto con altri Paesi europei. Che per esempio hanno percentuali di affluenza al voto simile all’Italia, e in cui i meccanismi democratici rischiano di incepparsi come da noi. Lo stato di salute delle democrazie occidentali non è florido, ma che i Cinquestelle siano la cura miracolosa, invece che un’espressione della patologia del sistema, questo andrebbe forse argomentato con qualcosa di più di uno scoppio di insofferenza verso tutti gli altri.

E forse, a proposito di patologie, è da chiedersi se non sia in essa da comprendere anche una così desolante bancarotta di un pezzo del nostro ceto intellettuale, questa dichiarata volontà di fare le cose semplici, sostituendo a un’analisi politica circostanziata nient’altro che un gesto di impazienza. Non possiamo chiamarlo, con Gramsci, “sovversivismo delle classi dirigenti”, perché altrimenti Galli rispolvera il suo pezzo retorico sui Cinquestelle che non sono eversivi. Ma è qualcosa, tuttavia, che sul piano delle forme ideologiche e culturali gli somiglia molto, molto da vicino.

(Il Mattino, 27 novembre 2017)

Se Roma decide per Napoli divisa

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“O si ripristinano le regole, o in qualità di presidente nazionale interesserò io gli organismi di garanzia a tutela del partito nazionale”. Dunque, secondo il Presidente nazionale del partito democratico, Matteo Orfini, nel pd napoletano le regole non ci sono, o non vengono osservate. Se fino a ieri era forse ancora possibile considerare regolare l’andamento a singhiozzo del congresso provinciale – mezzo celebrato mezzo no, una domenica sì e l’altra pure – oggi lo è molto meno, visto che regolare non appare nemmeno al presidente del partito. Purtroppo non è una novità: tra primarie annullate, primarie contestate , ricorsi al tribunale e commissariamenti di federazione, va così, ormai, da un buon numero di anni. Mancava la nascita del gemello diverso, e ora c’è pure quello, con Nicola Oddati che ieri ha tenuto a battesimo “Passione democratica”. Sigla: Pd. Che è come dire che del neo-segretario Costa, uscito vincitore dalla conta dimezzata delle settimane scorse, non c’è da parte di Oddati (e dei Cozzolino, Impegno, Marciano, Buonavitacola che lo hanno sostenuto) alcun riconoscimento. Ci sono invece le carte bollate, cioè la certificazione che il Pd partenopeo, allo stato, può essere definito in molti modi, ma non come una comunità politica. Si vedrà nei prossimi giorni se le parole forti di Orfini approderanno all’unico esito possibile in queste condizioni, cioè all’ennesimo commissariamento (sempre che non arrivi prima un giudice a decidere per tutti), ma una cosa è certa: un partito precipitato all’11% che si divive in due, come una mela, vede le sue chance di ripartire ridotte al lumicino.

Del resto, fare della materia del congresso la sua conformità alle regole è confessare implicitamente che altra materia, allo stato, non v’è.

Eppure ci sarebbe, e come se ci sarebbe. Nel Parlamento, il Pd si è fatto interprete delle richieste formulate dall’Anci di venire incontro ai comuni in predissesto. Tra gli emendamenti presentati a firma democrat ve ne sono alcuni che consentirebbero a De Magistris di tirare il fiato: di avere ulteriore accesso al fondo di rotazione per coprire debiti fuori bilancio, di allungare i termini di rateizzazione dei debiti erariali e previdenziali del Comune e delle sue partecipate, di utilizzare ulteriori anticipazioni di liquidità. Orbene, si può capire lo spirito diciamo pure istituzionale con cui l’Anci si è mossa, al fianco dei comuni sull’orlo del baratro (tra i quali c’è Napoli); un po’ meno si capisce come mai sia il Pd a farsene zelante interprete, spingendosi sino al punto di firmare emendamenti calzati su misura sui conti di Palazzo San Giacomo. Ancor meno si capisce l’annuncio del governo di voler intervenire a favore degli enti locali in predissesto: se questo significherà, per De Magistris, vedersi riconosciuta la possibilità di presentare un piano di equilibrio sostitutivo di quello sonoramente bocciato  non da un ragioniere di passaggio ma dalla Corte dei Conti (e per il sindaco sarebbe la salvezza, almeno sul piano formale), allora l’incomprensibilità sarà totale. Il Pd controlla infatti tutte le caselle: guida l’Anci, guida il governo, ha i suoi parlamentari che presentano gli emendamenti. L’unica casella che non compare in questo surreale gioco di sponda è quella napoletana. In consiglio comunale la occupa Valeria Valente, che però conduce, praticamente in solitaria, la sua battaglia di segno diametralmente opposto sui conti disastrati del Comune, ma la sua voce evidentemente non arriva a Roma. Cioè non arriva la voce del Pd napoletano, che invece di fare su questa roba un congresso, e prendere una chiara posizione politica, si attorciglia su se stesso, si dilania tra correnti, si consuma in diatribe senza fine.

Di cui, diciamo la verità, nulla o quasi arriva all’opinione pubblica. Che certo non vuol sapere come finirà la conta interna e chi deciderà le candidature al Parlamento (la vera posta in gioco nella estenuante lotta di potere in corso), ma qual è il profilo politico del partito democratico a Napoli. E conseguentemente qual è la posizione del Pd su De Magistris, e se e a quali condizioni dargli una mano: per salvare lui o per salvare la città? Per cambiarne gli indirizzi e condizionarne le politiche o per contrattare un po’ di sottogoverno?

Ma niente: l’oggetto del contendere sono le regole, le tessere, le date, le poltrone. E intanto Roma decide su Napoli senza alcuna reale interlocuzione con gli attuali dirigenti del Pd napoletano. Un giudizio più spietato sulla loro rilevanza non si potrebbe dare.

(Il Mattino, 24 novembre 2017)