Famiglie non euclidee

ImmagineNessuno vorrebbe trovarsi nella condizione della mamma che ha scoperto di aspettare due gemellini, i quali però, a causa di uno scambio involontario, non si sa come né quando intervenuto, non sono i suoi. Nessuno può sapere come reagirebbe di fronte a un’evenienza del genere: negli embrioni impiantati nell’utero della donna non c’è materiale genetico del padre o della madre naturali. Nessuno può prevedere nemmeno quale decorso avrà la vicenda: sul piano psicologico, ma anche sul piano legale. Ma è da qualche tempo che, in tema di generazione, ci inoltriamo lungo sentieri finora mai battuti, in cui l’umanità intera non si era mai trovata prima. Certo, quel che è capitato all’ospedale Pertini di Roma è frutto di un terribile errore, che però mostra a che punto siamo oggi: il più lontano possibile dalla tragedia. Dalla tragedia antica, intendo, quando la sventura si abbatteva inesorabile sull’eroe che, muto, andava incontro al suo destino.

L’eroe antico non stava affatto dinanzi ad una scelta: la tragedia stava proprio in ciò, che all’eroe toccava di seguire il suo destino (o, più tardi, il suo proprio, immutabile carattere), pur nella consapevolezza che, seguendolo, si sarebbe infranto contro il volere del fato o degli dèi. Due grandezze etiche si scontravano – Hegel diceva anzi: due «masse», proprio per sottolineare il fatto che non si trattava di momenti del libero arbitrio, o di fragilità del volere. Clitennestra non può non uccidere Agamennone, per vendicare la morte della figlia Ifigenia, e Antigone non può non dare sepoltura al fratello, contravvenendo alle leggi della città. Il tragico non sta dunque in ciò che si compie, perché quel che si compie non può non essere compiuto: sta invece nella catena di conseguenze che l’azione scatena, volente o nolente.

I moderni hanno invece inventato una forma di dramma diverso. Nel blocco inflessibile del carattere si insinua infatti il dubbio, l’esitazione, l’incertezza. La psicologia. Amleto ora non sa più se vendicarsi dell’assassinio del padre: deve scegliere. Le decisioni si rifrangono in uno spazio interiore, in cui abitano i turbamenti dell’animo: i veri tormenti dell’eroe, le sue più profonde angosce. Ed è quello che purtroppo è capitato alla coppia romana – e, alla madre, in particolare – che, ora, deve scegliere se tenere o meno i bambini, se considerarli suoi, se mettersi in cerca dei propri, se cercare di capire dove è stato commesso l’errore e, nel caso, se porvi rimedio. Non ha un destino contro cui scontrarsi e perire; ha invece dinanzi una scelta difficilissima, da cui dipendono gli inizi di nuove vite. Forse una nuova pietas: non dei figli verso i genitori, ma dei genitori verso i figli.

Le possibilità offerte oggi dalla scienza e dalla tecnica investono campi, materie, dimensioni dell’esistere umano un tempo sottratti a qualunque decisione, a qualunque scelta. Oggi è possibile che un genitore scelga – a certe condizioni, che non possono non essere fissate dalla legge – quale madre, quale padre dare al proprio bambino. I coniugi romani si sono trovati dinanzi a una scelta del genere per colpe che andranno accertate, ma si può ben dire che ormai ci troviamo tutti, almeno potenzialmente, dinanzi a scelte analoghe. E, come sempre, non è la dimissione dalle proprie responsabilità il modo migliore per esercitarle. Sarebbe dunque sbagliato prendere a pretesto vicende umanamente molto dolorose e impegnative come quella del Pertini di Roma per compiere passi indietro, invece di costruire le condizioni migliori per compiere nel migliore dei modi un piccolo passo in avanti. Genitorialità e naturalità si allontanano, in certa misura ormai si separano anche: può essere un dramma, non è una tragedia. Spinoza diceva che bisogna trattare le passioni umane, il fondo più profondo dell’uomo, come i geometri trattano i punti, le linee e le superfici. E allora, anche solo per stemperarne la drammaticità, prendiamo ad esempio proprio la geometria. Per secoli il punto geometrico è stato definito dal fatto che per esso, come recita il quinto postulato di Euclide che tutti impariamo a scuola, passa una e una sola retta parallela a una retta data. Poi, nell’800, con la scoperta delle geometrie non euclidee, si è scoperto che per un punto possono anche passare più rette, o infinite rette. È cambiata così la natura del punto.

Sta accadendo qualcosa del genere: si formano famiglie non euclidee. Per i punti un tempo tenuti solo dal padre e dalla madre naturale passano nuove figure genitoriali. E, proprio come per le geometrie non euclidee, se c’è un buon motivo per introdurle non si tratterà solo della fine della consolidate certezze dello spazio a noi familiare, ma anche della possibile conquista di nuovi spazi di vita.

(Su Il Messaggero di oggi col titolo: Se la scienza trasforma la figura del genitore; su Il Mattino di oggi col titolo: La difficile via della pietà)

Una passeggiata e tante scoperte

ImmagineCerto che con il 50% dei disoccupati un paese è davvero in crisi. Lo ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, recandosi ieri in visita privata presso gli scavi di Pompei ed Oplonti, e dunque c’è da scommettere che è proprio così: siamo in crisi. Chi si illudeva che per essere in crisi bisognasse avere, che so, il 70% di disoccupazione, oppure una mortalità infantile come ai tempi dell’antica Roma, oppure peggio: l’invasione delle cavallette, deve purtroppo ricredersi, basta il 50%. Basta: si fa per dire. Il fatto è che nel lieve stupore di Angela Merkel per il dato riferitogli dal sindaco di Pozzuoli, che finora non era evidentemente riuscito a fare arrivare la ferale notizia fino a Berlino, sembra affacciarsi un tratto di comportamento che – il paragone non sembri troppo irriverente – ricorda le famose brioches della regina di Francia Maria Antonietta di Asburgo-Lorena. La gente affamata protestava sotto le finestre del palazzo chiedendo pane, e giustamente la regina rispose che, se non c’era pane, potevano almeno gettare loro delle brioches. La principale differenza tra i due episodi sta evidentemente nel fatto che quello di Maria Antonietta è molto probabilmente inventato, mentre quello che riguarda la Merkel è, purtroppo, ben reale.

Poi certo, vi sono altre differenze: per esempio che nella Francia del ‘700 le regine indossavano le parrucche e c’era ancora la monarchia (e di lì a poco sarebbe invece scoppiata la rivoluzione, brioches o non brioches), mentre noi oggi viviamo in una sana e robusta democrazia e portiamo molto liberamente i capelli. Però qualcosa della distanza che esisteva un tempo fra i regnanti dell’epoca e il popolo minuto forse si sta producendo nuovamente, drammaticamente, se c’è bisogno di una passeggiata tra gli scavi, o di un caffè in un bar di Pozzuoli, per scoprire con sorpresa il dato della disoccupazione nel Mezzogiorno. Che democrazia è quella che separa così tanto i luoghi di decisione dal paese reale, da renderglielo quasi invisibile, al punto che ci vuole una passeggiata quasi casuale per farne la triste scoperta?

La cosa non può non preoccuparci. Una qualche sottile preoccupazione deve però averla anche la Merkel, se ha voluto farsi un giro, chiacchierare, scambiare impressioni, e non starsene semplicemente in vacanza ad Ischia. Il fatto è che le elezioni europee si avvicinano, e mai come questa volta è di Europa che si parla. Di Europa e dell’euro, e delle politiche fin qui seguite nell’affrontare la crisi, sotto la regia principale del governo tedesco. Ebbene, non poteva certo essere una giornata di libertà il momento giusto per parlare del bilancio dell’Unione, delle necessità finanziarie degli Stati o dei vincoli del patto di stabilità, ma la Merkel deve essersi chiesto cosa mai arrivi ai cittadini europei di tutto questo gran parlare di finanza, monete, debito se, appena ha potuto, ha osservato che, dopo tutto, qualcosa di buono s’è potuta fare con i fondi europei. E vorrei pure vedere!, deve aver pensato il sindaco di Pozzuoli, che però garbatamente si è astenuto dall’esclamare. Ma se quell’uscita è apparsa come la perfetta «excusatio non petita», vuol dir proprio che la Merkel un po’ sotto accusa deve evidentemente sentirsi. Così ha preso a muoversi nelle stanche e provate periferie del vecchio continente in cerca di qualche rassicurazione. La stessa sensazione si è infatti avuta in Grecia, dove pure la Merkel si è recata qualche giorno fa per incoraggiare ed elogiare gli sforzi del governo greco nell’attuazione delle draconiane riforme decise di concerto con l’Unione e gli organismi internazionali. Ecco: chissà se anche lì la Cancelliera ha chiesto il dato della disoccupazione giovanile: lì infatti sono addirittura al 60%, e c’è veramente da augurarsi che la Merkel lo conoscesse ancor prima di recarsi ad Atene.

Che se invece non lo conosceva, e qualche solerte funzionario glielo ha rappresentato come da noi il sindaco puteolano, beh: non vorremmo essere nei panni dei cittadini greci. Ma, a pensar bene, neppure nei nostri.

(Il Mattino, 14 aprile 2014)

Se il dibattito fa notizia

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Il ragionamento che è comparso ieri sui giornali italiani è di una semplicità disarmante. Muove da un fatto inoppugnabile: si è riunita a Roma la minoranza del Pd. Se si è riunita, non è difficile dimostrare che esiste; ma, se esiste una minoranza del Pd, è a maggior ragion necessario – hanno inferito gli spiriti più arguti – che esista una maggioranza del Pd; dunque esistono due Pd. Questo impeccabile ragionamento ha bisogno naturalmente di una premessa aggiuntiva. La quale dice che: una minoranza e una maggioranza non possono stare nel medesimo partito senza che il partito, da uno che era, si divida in due. Il fatto che il partito si chiami democratico, e che la democrazia si fondi a quanto pare sul principio di maggioranza – che perciò stesso non può non prevedere almeno la possibilità di una minoranza – questo fatto non disturba i ragionatori di cui sopra. Il fatto ulteriore che lo stesso Matteo Renzi, prima di diventare maggioranza nel Pd, è stato minoranza entro lo stesso partito di cui poi è divenuto il segretario: neppure questo scompone minimamente i sagaci commentatori delle vicende interne del Pd.

Il fatto è che questa benedetta personalizzazione della politica non deve affatto coincidere con la depersonalizzazione di tutti gli altri, e nemmeno con il rinsecchimento dei partiti. I quali partiti, per la verità, negli ultimi anni sono già rinsecchiti abbastanza di loro stessa mano, che proprio non c’è bisogno che si insegni loro come svuotarsi ulteriormente di istanze critiche e di articolazione interna. C’è peraltro, in questa tendenza, un’accentuazione tutta italiana, perché negli altri paesi non si rimprovera certo alle minoranze di esistere, o di provare a riorganizzarsi, come accade qui da noi.

Poi ovviamente vi sono modo diversi di essere minoranza (così come, beninteso, vi sono modi diversi di essere maggioranza). Tra i più critici nei confronti di Renzi, nel suo intervento di sabato scorso all’assemblea romana Miguel Gotor ha assicurato anzitutto lealtà e responsabilità: sarebbe politicamente incomprensibile – ha detto – mettersi a fare l’opposizione al governo guidato dal segretario del partito. Dopodiché ha aggiunto: insieme alla lealtà e alla responsabilità ci vuole anche autonomia, per non condannare all’eutanasia un intero patrimonio politico e culturale. Ecco: anche in questo ragionamento sembra in verità che sia all’opera una premessa aggiuntiva: che cioè di quel patrimonio politico e culturale non vi sia traccia alcuna né in Renzi né in alcun pezzo della maggioranza che lo sostiene. Che dunque quel patrimonio non lo si possa mettere in gioco se non mettendolo al riparo. In attesa che passi la nottata.

Ma questa osservazione attiene, per l’appunto, ai modi diversi di essere minoranza. Il che è tutt’altra cosa dal farsi cadere le braccia per il fatto che nel Pd non c’è un unanime e compatto coro di assensi ad ogni proposta che venga formulata dal governo. Eh no: le braccia devono cadere, al contrario, se non si ascolta più alcuna voce critica. Abbiamo avuto per anni Berlusconi, per anni Bossi. Abbiamo avuto per anni partiti fondati esclusivamente sulla figura più o meno carismatica del Capo. Che in questo modo quei partiti abbiano funzionato è tutto meno che dimostrato. Per giunta, ora abbiamo anche Grillo, e anche lì non sapremmo come immaginare una dialettica fra componenti diverse.

Eppure, quelli stessi che fanno la morale a Grillo, e che magari lo accusano di metodi antidemocratici nei confronti dei dissidenti, non riescono ad accettare l’esistenza di una minoranza fra i democratici.

Cosa che invece Renzi sa fare benissimo, non foss’altro perché è forte dei numeri. Così la direzione si riunisce, i gruppi parlamentari si riuniscono. Certo, la curvatura personale è tale, che non sempre si riesce a differenziare quel che vuole la comunità dei democratici da quel che vuole invece il segretario. Ma proprio per questo non c’è alcun bisogno di assecondare il fenomeno dimostrandosi più realisti del re. Anche questa tendenza, peraltro, sembra contenere una specificità tutta italiana.

(L’Unità, 14 aprile 2014)

 

Dieci domande per il Mezzogiorno che vuole cambiare

Nando Santonastaso, Massimo Adinolfi

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C’è molta confusione sulle parole Mezzogiorno e questione meridionale. Più se ne discute e più sembra che le nuvole dell’indeterminatezza, anziché diradarsi, si addensino. Ciò accade a Roma e a Napoli,nelle sedi istituzionali e della dialettica parlamentare,in televisione e sulle pagine dei giornali, nelle accademie e nei circoli dove del tema si dibatte. È necessario perciò mettere insieme alcuni punti nel tentativo di restituire ai problemi che affliggono il Sud la loro dimensione reale, senza ammantarsi di travestimenti retorici, senza combinare pasticci ideologici, senza compiacersi di variopinti ma vaghi zibaldoni di idee. Dieci domande per disegnare i nuovi confini della questione meridionale. È proprio vero che la malattia del Sud è un tratto delle sue genti? E quale ruolo ha avutolo Stato?Quali gli errori del dibattito corrente? È giunto il momento di rimettere sul tavolo il divario tra assunzioni di responsabilità e richiami a logiche di sviluppo che nell’interesse del Paese non possono prescindere dal Sud.

C’è molta confusione sulle parole Mezzogiorno e questione meridionale. Più se ne discute e più sembra che le nuvole dell’indeterminatezza, anziché diradarsi, si addensino. Ciò accade a Roma e a Napoli, nelle sedi istituzionali e della dialettica parlamentare, in televisione e sulle pagine dei giornali, nelle accademie e nei circoli dove del tema si dibatte. È necessario perciò mettere insieme alcuni punti nel tentativo di restituire ai problemi che affliggono il Sud la loro dimensione reale, senza ammantarsi di travestimenti retorici, senza combinare pasticci ideologici, senza compiacersi di variopinti ma vaghi zibaldoni di idee.

1) Esiste una questione meridionale?

In primo luogo, riappropriamoci della questione. La questione meridionale, infatti, esiste. Né basta imporre nel dibattito pubblico una più impellente questione settentrionale, come è accaduto negli ultimi vent’anni, per scacciare la prima negli incubi del passato. Non c’è niente da fare: prima o poi il rimosso affiora, e, complice la crisi,è proprio quello che sta accadendo in questi anni. In secondo luogo,chiamiamo questione meridionale non semplicemente il divario fra l’economia del Mezzogiorno e quella del resto del Paese,e neppure soltanto il carattere cronico di questo divario, ma la maniera in cui esso è intrecciato con lo sviluppo del resto del Paese.

In sei anni di crisi,dal 2007 al 2013, il  Sud ha bruciato 43,7 miliardi di Pil, pari a quasi 10 punti percentuali, il doppio del centronord. Nel solo 2013, il calo è stato del 2,5% contro l’1,7% perso dal Nord. Nello stesso periodo si sono contati più di 600mila occupati in meno al Sud: la disoccupazione giovanile che nel 2007 si attestava al 33% è schizzata nel primo trimestre 2014 a quasi il 50%, rispetto al 37% della media nazionale e al 22,7% del Nord. Il crollo degli investimenti pubblici ha accentuato la desertificazione industriale e accelerato la fuga dei cervelli: ma è cresciuto in parallelo anche il numero dei «neet»,i giovani che non studiano,non lavorano e non cercano un impiego che oggi sono quasi 600mila, la metà del totale nazionale. Le ultime 20 provincie per qualità della vita sono tutte del Mezzogiorno e la Campania ha un’aspettativa di vita inferiore di due anni alla media del Paese. La prospettiva per il 2014, secondo le elaborazioni Svimez, indica una stagnazione allarmante: la crescita prevista non dovrebbe infatti superare lo 0,1%-0,2% rispetto ad una media Italia dello 0,8% e allo 0,7% del Nord.

2) Che cosa c’entra la storia?

La via lunga della comprensione storica dei problemi è un’ottima cosa, ma non c’entra nulla con l’urgenza dei problemi reali. E soprattutto non può né deve fornire alibi, scuse, pretesti. Parlare di sudismo più o meno straccione, di neoborbonici con o senza abiti d’epoca, di epopee del brigantaggio, di tradizionalismi vecchi e nuovi, equivale a mandare la palla in tribuna. La ricerca storica è un conto, la domanda di politica un altro. Così, è certamente vero che i problemi del Sud affondano in un lontano passato, che non c’è modo di mettere a tema le differenze fra Nord e Sud che non impegni la storia intera  dell’Italia unita. Ma ciò non può essere il paradigma con cui declinare il presente. Noi riteniamo che in condizioni favorevoli, rimuovendo le ostruzioni, liberandosi dalle zavorre, correggendo le storture, il Mezzogiorno può imboccare il sentiero della crescita. Di più: la crescita del Mezzogiorno è ormai condizione indispensabile per la crescita dell’intero Paese. Il Sud non è la palla al piede,è invece il pallone che bisogna lanciare lontano, per far salire tutta la squadra. Perciò basta fandonie: nessuna tradizione culturale condanna irrimediabilmente all’arretratezza. Nessun fattore climatico inficia le possibilità dello sviluppo. Nessuna determinante di lungo periodo è così radicata da non poter essere corretta. Il raffronto con il processo di riunificazione tedesca dopo la caduta del muro di Berlino nell’89 si impone. Qualcuno ha provato a farlo,e il risultato non è Italia-Germania 4-3, come a Città del Messico, bensì Germania-Italia 4-0,come recita il titolo di uno studio dell’Università di Palermo, citato da Isaia Sales nel suo ultimo libro. Quattro a zero perché in vent’anni il divario tra le due Germanie si è considerevolmente ridotto, mentre in Italia è rimasto fermo, anzi è peggiorato. Certo,ci sono volute dosi massicce di intervento pubblico, ma ciò dimostra solo che si può fare. Nei confronti del Mezzogiorno invece è avvenuto l’esatto opposto: esauritosi l’intervento pubblico e cessata la capacità progettuale, il divario è stato messo in soffitta e chiuso letteralmente a chiave.

3) La malattia del Sud è un tratto delle sue genti?

La risposta è no. Si dice: «conditio sine qua non» dello sviluppo (della produttività degli investimenti, dell’efficacia di stimoli e incentivi) è la creazione di un capitale sociale adeguato, che al Sud purtroppo non c’è. È una tesi che rigettiamo. È una nuova versione, l’ennesima, dell’ipotesi avanzata dal sociologo Edward Banfield già negli anni Cinquanta: il Sud sarebbe in condizioni di arretratezza per ragioni anzitutto culturali, morali, se non antropologiche. Noi rifiutiamo l’idea, sin troppo semplicistica, che lo sviluppo presupponga basi morali, capitale umano e fattori culturali; poi,su quelle basi,il resto. Come se moralità, umanità e cultura fossero doni dello spirito e crescessero da soli nell’aria. Invece sono cose che stanno insieme a certe condizioni materiali indispensabili: infrastrutture,servizi, credito. Chi dunque si è accorto in questi giorni che il comportamento dei passeggeri del metrò di Napoli è decisamente più adeguato agli standard europei di quello dei passeggeri della malandata circumvesuviana (napoletani gli uni e napoletani gli altri) ha mancato il punto decisivo, e cioè di mettere questo dato in rapporto con le ingenti risorse investite sulle linee metropolitane. In breve: la sociologia è utile a spiegare fenomeni dinamici, dannosa a stabilire etichette. Il capitale sociale va bene,ci vuole, ma non è la parola magica che consente di supplire ai capitali reali.

4) Classi dirigenti quali priorità e competenze?

Se d’altra parte dobbiamo fare una riflessione seria sulla moralità  pubblica, dobbiamo farla a trecentosessanta gradi. Episodi di corruttela riempiono le cronache del Nord come del Sud. Ora, noi pensiamo che sia sciocco mettersi a fare la classifica per grado di corruzione di paesi,città o contrade. Né intendiamo, per dispetto, rinfacciare quel che ti combina un primario dal vistoso, doppio cognome in una clinica milanese,nel silenzio complice di chissà quanti altri professionisti, medici e paramedici. Se il fallimento amorale è sicuramente una gran brutta cosa, un certo individualismo sordido ed egoista non fa meno danni. Ma citiamo le cronache milanesi di orrore sanitario solo per dire che le etichette – familismo amorale di qua, egoismo sociale di là  – non servono, così come non serve stigmatizzare comportamenti, rispolverare stereotipi, fare di tutta l’erba un fascio senza vedere il più generale problema del collante sociale e politico che sembra mancare all’Italia intera. A un paese slabbrato e senza un chiaro senso di sé, dei propri doveri e della propria missione. Se così non fosse, la questione meridionale non verrebbe avvertita come una seccatura, bensì come una sfida ideale, come il terreno sul quale dimostrare ancora una volta la bontà della scelta unitaria e le possibilità di riscatto offerto dall’identità nazionale. Per farlo, dicevamo, ci vogliono alcune condizioni. Una di esse ci pare senz’altro che sia una classe dirigente all’altezza del compito. Anche in questo caso non sono ammissibili alibi, scuse e pretesti. I micro-notabilati meridionali, i cacicchi e i capobastone devono essere relegati nel passato. Il giudizio non è attenuato se al tempo stesso ricordiamo che la classe dirigente non esente da colpe non si identifica solo con il ceto politico. Come però si costruisce una nuova classe dirigente, se i migliori se ne vanno, se il Sud conosce una vera e propria emorragia di talenti, se l’emigrazione intellettuale è ormai la regola? A quali serbatoi attingere? Compito della politica è favorire il ricambio, far funzionare l’ascensore sociale,riconoscere e premiare il merito: a queste condizioni una nuova classe dirigente può formarsi. Ma queste condizioni faticano ad affermarsi anche perché nell’area dell’euro si amplia la distanza fra parti ricche e parti povere. Si tratta di una conseguenza drammatica della scelta di costringere nello stesso spazio monetario paesi con costi e indici di produttività diversi: la ricchezza e l’attrattività dei paesi forti impoverisce sempre più, in mancanza di interventi correttivi, i paesi deboli. E il deserto generazionale cresce, perché i nostri giovani finiscono inevitabilmente con l’essere attirati dalle maggiori opportunità di vita e di lavoro del Nord, d’Italia e d’Europa.

5) Lo Stato quale ruolo ha avuto

La sconfitta del federalismo fiscale è sotto gli occhi di tutti. Per dirla con Luca Antonini, la riforma ha generato «un mostro», aumentando anziché riducendo il gap rispetto alle Regioni del centronord. Con la complicità della confusione creata dalla maldestra riforma del titolo V della Costituzione, i livelli essenziali delle prestazioni pubbliche,dalla sanità alla scuola, dai trasporti ai servizi per l’ambiente, sono precipitati al Sud. Ogni cittadino meridionale paga inevitabilmente di più per ognuno di questi servizi smentendo la Costituzione che impone costi e prestazioni analoghe per tutti gli italiani, senza differenze di aree geografiche. Lo ha ricordato la Corte dei Conti: la pressione fiscale dagli enti locali per garantire un minimo di quei servizi, ha assunto proporzioni sproporzionate rispetto alla qualità delle prestazioni assicurate.

6) Gli errori del dibattito corrente

Nessuna ripartenza è possibile, se si rimane impigliati in un dibattito quasi surreale, dove le colpe del Sud annullerebbero ogni altra responsabilità. Certo: i discorsi puramente recriminatori non servono a niente, il vittimismo men che meno. Ma questo non può significare che il Sud deve intonare un «mea culpa, mea maxima culpa» perché il resto del Paese venga assolto. Strana maniera di perdonare i peccati. La verità è che la direzione del Paese negli ultimi decenni non è certo stata in mano al Sud: quest’Italia è stata governata (male) da una borghesia dominante sul piano economico, pronta a tutelare gli interessi del Nord, e disponibile a lasciare ampio spazio alla retorica leghista, ma del tutto impreparata a costruire un’egemonia vera, una prospettiva per il Paese, un disegno politico compiuto. Nel declino,ha pensato di salvare il salvabile mollando il Sud al suo destino. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non vale, per porre oggi rimedio,la filosofia del commissariamento, in voga di questi tempi. Di fronte al fallimento della politica, alle infiltrazioni camorristiche,alla paralisi amministrativa, si pensa che non ci sia altro da fare che commissariare il  Sud. Invia di principio è ragionevole. Ma nella realtà l’effetto è il contrario: non è sospendendo la democrazia, sciogliendo i consigli comunali, svuotando le pubbliche amministrazioni, mandando insomma il sangue in circolo lungo vasi extra-corporei, che si guarisce.

L’esperienza dei commissari ha finito, tranne rarissime eccezioni, per peggiorare l’esistente. Il carrozzone burocratico dell’Antimafia ne è la riprova forse più amara: basta considerare la stragrande maggioranza dei beni sequestrati e poi confiscati che non riescono a tornare produttivi o a garantire reddito ai nuovi gestori, costretti a fare i conti con pastoie normative che spesso sfuggono al più comune buonsenso.

7) Il divario: da dove ripartire?

Ce n’è abbastanza perché si chieda alla politica di rimettere sul tavolo la questione meridionale. Senza pensare che la si possa affrontare come nell’immediato dopoguerra, nella stagione forse più significativa dell’impegno meridionalistico e dell’intervento dello Stato, ma senza nemmeno rinunciare del tutto, perché i tempi sono cambiati. Cambiano sempre i tempi, se è per quello,ma questo non vuol dire che non insegnino nulla. Bisogna dunque farlo seriamente, con rigore, ma soprattutto con passione civile, non con distaccata attitudine professorale. E farlo ricominciando da tre, ponendo tre punti fermi. Che non bastano ma sono necessari. Che non esauriscono il problema ma non possono essere evitati. Il primo riguarda rivendicare la perequazione dei diritti e dei servizi al cittadino, la perequazione infrastrutturale e l’uso corretto dei fondi europei. Che non potranno mai essere l’alibi per rinunciare a investire risorse nazionali, come è accaduto in parte finora per via dell’obbligo imposto dall’Ue di non sforare il tetto del 3% del Patto interno di stabilità. Il Sud deve ancora spendere quasi tutti i 16miliardi di euro non utilizzati nella precedente programmazione. Per poterci riuscire dovrebbe correre come non ha fatto mai. Ma dev’essere decisivo il ruolo di raccordo tra centro e periferia: la nascita dell’Agenzia per la coesione può rispondere a questa  esigenza, ma sempre che sia governata da un disegno strategico nazionale e non di parte. Occorre pretendere una politica industriale che è finora del tutto mancata e smentire l’assunto che il Sud possa risorgere affidandosi unicamente a cultura e turismo. Lo sviluppo o è integrato o non è.

8) E’ possibile scambiare sussidi e diritti?

Il secondo riguarda la riqualificazione dei sistemi di welfare, la rinuncia – netta, e senza attenuanti – alle forme di assistenzialismo improduttivo, la fine dello scambio perverso tra voto di scambio e sussidi: il welfare che serve al Paese non può che essere agganciato alla produttività e al lavoro. Non ci può essere una strada diversa per evitare il dualismo tra chi ha un posto di lavoro e chi continua a non godere di alcun diritto. In questo senso non si può che essere d’accordo con chi vuole chiudere per sempre i rubinetti della spesa pubblica improduttiva.

9) Governance: quali criteri per la scelta?

Il terzo riguarda la promozione del merito,in condizioni di pari opportunità, per spezzare una società costruita ancora sulla genealogia dell’appartenenza. Va fatto anzitutto nei mondi dell’istruzione, dell’università, del credito. Impossibile colmare le distanze con i livelli standard dello sviluppo se il denaro al Sud continua a costare3 o 4 punti in più della media nazionale. Se pmi e famiglie non lo chiedono più alle banche, perché hanno perso anche la capacità di scommettere. Dovrebbe essere invece compito di uno Stato moderno farsi intermediario tra banche e società reale, specialmente in tempi di crisi e far sì che siano premiati i progetti che valgono. Va consentito ai talenti più giovani di ottenere fiducia e credito presentando in banca le proprie idee e perfino la propria pagella, come accade in molti altri paesi. Lo stesso discorso vale per l’Università: il divario di qualità non può essere un alibi delle classi dirigenti locali per non cambiare ma neanche, come sta accadendo, il presupposto per scelte punitive.

10) Come va ripensata la politica?

Da ultimo serve il ritorno del la politica. Si avvicina una stagione di riforme istituzionali. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di un ridisegno della Costituzione che si annuncia profondo e necessario. Ma noi avvertiamo con drammatica urgenza che una riforma dei costumi politici, prima ancora che delle regole in diritto deve restituirci partiti degni del nomee del ruolo che la Costituzione assegnava loro: innervati di nuova partecipazione, di nuove progettualità, di rinnovate aspirazioni. Bisogna rifare la politica: non funzionano i restyling, le improvvisazioni. Non sono sufficienti neppure le scorciatoie decisioniste. Ci vuole, oltre a tutto ciò, un serio investimento di senso per chi fa della politica un mestiere. Non è il professionismo politico che dobbiamo combattere, ma al contrario l’assenza di ciò che un tempo si legava a una professione: la vocazione, il sentirsi investiti da una responsabilità in funzione della propria capacità di rappresentanza. Riproporre la questione meridionale significa perciò richiamare la politica alla sua più alta responsabilità.

(Il Mattino, 12 aprile 2014)

L’ultimo atto di un ventennio

ImmagineDell’Utri latitante. Berlusconi ai servizi sociali. Formigoni alle prese col sequestro di beni (posseduti però a sua insaputa). Cosentino, infine, nuovamente in carcere. È dai tempi di Tangentopoli che l’Italia si ritrova tra i piedi il seguente problema: come evitare di scrivere la storia politica del Paese senza mutarla in una storia criminale, in un commento a piè di pagina delle sentenze della magistratura. È un problema maledettamente serio. Con un atto generoso di fede nella politica – non in questo o quel leader politico, non in questa o quella parte politica – si può provare a mantenere il punto: chi volesse raccontare la storia d’Italia degli ultimi vent’anni lo può fare, anche senza rincorrere alle cronache giudiziarie. Dirà allora dello sgretolamento dei partiti della prima Repubblica, dell’avvento di Forza Italia, della formazione di governi sostenuti da forze estranee all’arco costituzionale (Alleanza Nazionale, la Lega), degli homines novi estranei alla tradizioni politiche del Novecento seduti sui più alti scranni del Parlamento e del Governo, dei tentativi di cambiare l’assetto istituzionale del Paese – in via di fatto (il nome nel simbolo) ancor prima che per la via delle riforme costituzionali (tentate, finora fallite) – delle nuove, pasticciatissime leggi elettorali, della irruente mediatizzazione della politica e infine del suo scadimento in un vortice di gossip, battute ed illazioni. E, corrispondentemente, del progressivo smarrirsi dei progetti politici messi in campo dal ’94 ad oggi: sempre meno riconoscibili, sempre meno credibili, sempre più incentrati esclusivamente intorno al profilo carismatico di una persona: Silvio Berlusconi, l’imprenditore, il tycoon delle televisioni, il Cavaliere per antonomasia (che però ormai nemmeno è più tale). In mezzo dirà certo anche dell’Ulivo, del tentativo forse mal concepito di mettere in mare un vascello riformista, e del suo arenarsi per la confusione del disegno, per l’impreparazione delle culture politiche, forse anche per l’incapacità di superare lo scoglio dell’Euro. Ma tutto questo dirà con un filo di sgomento, forse con una segreta paura nel cuore: che non l’ha raccontata giusta, che non gliel’hanno raccontata giusta, o addirittura che non la si può raccontare giusta senza raccontare anche il resto, senza guardare che fine stiano facendo o abbiano fatto quegli uomini, che fino a poco tempo fa avevano in mano il destino del Paese.

Il fatto è che Forza Italia aveva dentro di sé un capitale di energia politica indiscutibile. Si presentava come una forza modernizzatrice, liberale, anti-statalista. Cambiava, o provava a cambiare linguaggi e forme della politica. Dettava, o provava a dettare, una nuova agenda: basta questione meridionale, basta questione sociale e retorica dell’uguaglianza, basta intervento pubblico, basta mediazioni dei corpi sociali intermedi, basta partiti. Basta comunisti, anche. È finita però con Berlusconi in cerca di agibilità politica nonostante la condanna definitiva, la decadenza da senatore, l’affidamento ai servizi sociali; con Dell’Utri irreperibile ma forse in Libano, ignominioso latitante ma forse solo bisognoso di cure (però accortamente all’estero) e comunque sotto un bel po’ di processi; con Formigoni, il Celeste, il governatore della Lombardia per quasi vent’anni, che si difende dal sequestro giudiziario negando che i beni sequestrati siano a lui riconducibili; con Cosentino tradotto in carcere, ma capace ancora di spaccare Forza Italia in Campania, e di tenere col fiato sospeso il governatore Caldoro (e pure Fitto, il capolista alle Europee, che ne chiede i voti).

Ci vuole, ripetiamolo, un atto di fede. Il guaio è che mentre lo studioso può compierlo con l’aiuto di Machiavelli e magari di qualche altra arguta parola sull’autonomia della politica (dopo tutto, non diceva Rino Formica che la politica è sangue e merda? Ci sarà dunque almeno del sangue, della passione che scorre ancora da qualche parte!), l’elettore di centrodestra deve farlo pur essendo stato così vistosamente tradito, perfino turlupinato, se è vero che Dell’Utri se ne rimarrà al sicuro in qualche paese lontano. Quell’elettore: speriamo davvero che mantenga ancora intatta la forza di desiderare un’Italia migliore e un centrodestra migliore, glielo auguriamo sinceramente.

(L’Unità, 12 aprile 2014)

Perché Giordano Bruno è già riabilitato

ImmagineEretico, impenitente, ostinato. Nella sentenza con la quale Giordano Bruno fu condannato al rogo, l’ex frate domenicano, condotto innanzi al Sant’Uffizio dopo una vita avventurosa e inquieta, dopo essere stato trattenuto in carcere per circa otto anni, dopo essere forse stato anche torturato, appare così: pertinacemente attaccato ai suoi errori, indisponibile all’abiura, fiero e orgoglioso delle dottrine professate e disposto a difenderle contro ogni teologo. Finito che si ebbe di leggere la sentenza, Bruno disse, o avrebbe detto, alla congregazione dei cardinali inquisitori, con tono di sfida: «Forse tremate più voi nel pronunciare la sentenza che io nell’ascoltarla». Non sono parole di uno spirito docile al magistero della Chiesa, come ognuno intende.

Dopo più di quattro secoli, però, Roma non trema più dinanzi al pensiero e all’opera del Nolano. E per questo è possibile persino che la sua figura venga proposta per una riabilitazione ufficiale. Questa è almeno l’intenzione che ha manifestato il cardinale brasiliano Frei Betto, e che Papa Francesco avrebbe intenzione, a detta del cardinale, di tenere in considerazione. Insieme a Bruno, un altro domenicano sarebbe stato proposto per la riabilitazione: il grande pensatore renano Meister Eckhart, vissuto fra XIII e XIV secolo, il cui radicale misticismo speculativo mal si conciliava con la dottrina trinitaria della Chiesa cattolica (mentre fecondò copiosamente, secoli dopo, l’idealismo tedesco di Schelling e Hegel). Nell’uno e nell’altro caso, tuttavia, oltre a rallegrarsi per il generoso proposito, vale la pena chiedersi che cosa precisamente significhi un processo di riabilitazione, e mari anche chi o cosa debba essere riabilitato, se il filosofo o i suoi accusatori. Dopo tutto, le piazze e le strade, le scuole e i monumenti Giordano Bruno li ha già avuti dedicati, senza aspettare il placet ecclesiastico. Né gli occorre per trovare un posto nella storia del pensiero.

Ma si predispongano pure le carte, si rifaccia il processo e si riabiliti pure: significherà questa insperata revisione che innanzi al Sant’Uffizio Giordano Bruno  non fu affatto eretico, impenitente oppure ostinato? Sarebbe complicato assai. Perché impenitente e ostinato Bruno lo fu senz’altro, visto che i lunghi anni del processo non valsero ad ottenere quell’abiura che gli avrebbe salvato la vita. Il processo ebbe fasi diverse e parve, nel corso degli anni, che avrebbe potuto avere un esito diverso. Fino all’ultimo si rimase appesi ad otto proposizioni che Bruno pareva potesse infine ritrattare. Così non fu, e quale che sia stata la causa che determinò l’ultimo irrigidimento del Nolano, per qualunque ragione si convinse che le proposizioni sottoposte al riesame non meritavano una ritrattazione, sta il fatto che per questa ostinazione finì sul rogo: riabilitarlo significa allora riconoscere la grandezza morale del gesto con cui il filosofo tenne ferma la sua opposizione alla dottrina cristiana?

Gli storici della filosofia, d’altra parte, discutono e discuteranno ancora a lungo del suo pensiero: delle influenze rinascimentali, neoplatoniche, neoaristoteliche, della natura e della portata del suo immanentismo, dei suoi propositi di rinnovamento della morale, della politica, della stessa teologia, ma ben difficilmente potranno raccogliere tutti questi fermenti in una qualche summula cristiana. Nella storia, come nel pensiero, non è vero affatto che «anything goes», che tutto va bene, come diceva Paul Feyerabend. Un così largo e generoso anarchismo metodologico non si addice d’altra parte neppure alla Chiesa, il cui profilo dogmatico possono certo aprirsi alle più diverse correnti o ai più diversi stili di pensiero, ma senza che per questo possano scomparire tutti i punti di attrito, tutte le distanze teoriche e gli inconciliabili punti di dottrina. Per dirla all’ingrosso: forse ha senso che rimanga alquanto contraddittorio essere cristiani, per cultura e per fede, e contemporaneamente tenere nel proprio pantheon personale Giordano Bruno o, che so, Cesare Vanini, oppure Giuliano l’Apostata.

Certo, Papa Francesco continua ad apparire abbastanza distante, perlomeno sul piano pastorale, dai suoi predecessori. Per il modo in cui interpreta il suo Pontificato, viene effettivamente difficile aspettarsi da questo Papa un’enciclica sul modello della «Fides et Ratio» di Giovanni Paolo II, con tanto di affermazione del tomismo come dottrina filosofica ufficiale della Chiesa Cattolica. Ratzinger, dal canto suo, non ha certo fatto mancare il senso di un impegno robusto sul piano teologico. Ma tra la riproposizione dei «preambula fidei» della tradizione tomista e il «tana, liberi tutti» con cui pare si voglia tributare oggigiorno un imprevisto omaggio all’eroico Bruno ce ne corre. In un’epoca in cui le idee copernicane facevano molta fatica ad affermarsi, al punto che lo stesso astronomo polacco le aveva proposte a titolo di ipotesi matematica – senza dire che ancora trentatré anni dopo Galileo Galilei sarà chiamato a pronuncerà l’abiura – Bruno scommette invece senza paura sull’infinità dell’universo. E non si tratta neanche di eliocentrismo, ma proprio della rinuncia all’idea di un universo chiuso ordinato intorno a un centro. La prima ferita narcisistica al primato della specie umana, come dirà poi Freud, fu inferta dal ripudio del sistema tolemaico: cosa vuol dire allora riabilitare, sanare quella ferita? Ammettere che l’uomo non è al centro di alcunché?

E che dire della vigorosa polemica bruniana contro la morale cristiana? La riabilitazione del pensatore deve fermarsi alle soglie del suo pensiero. Ma allora cosa significa riabilitare un filosofo se non si possono riabilitare le sue idee?

Naturalmente, nessuno pensa che la Chiesa debba fare il contrario: ribadire la condanna, mantenere all’Indice i libri, mettere sugli altari gli Inquisitori romani. Ma aprirsi al mondo moderno, riconoscere la libertà di coscienza, tributare un omaggio all’autonomia del pensiero e della ricerca, difendere l’indipendenza dello spirito individuale, la Chiesa per fortuna l’ha già fatto. E da tempo, ormai. Quel che non ha fatto, al riguardo, è solo quello che proprio non si può fare: «factum infectum fieri nequit». Quel che è fatto è fatto, insomma, e non c’è bisogno di mescolare l’acque e fare per esempio di Bruno il campione di un generico e indistinto umanesimo, come vuol fare il cardinale Frei Betto, oppure riconoscere a ritroso i tesori di spiritualità nascosti nella mistica medievale. Quei tesori ci sono, lo sappiamo, filosofia e teologia non smettono di pensarci su, ma non occorre per continuare a farlo alcuna patente di ufficialità né un finto unanimismo. Anche perché se domandassimo se un pensatore bruniano potrebbe spuntar fuori da qualche università pontificia la risposta dovrebbe essere che no, non può affatto accadere. E, francamente, è giusto così.

(Il Mattino, 11 aprile 2014)

Quando la libertà individuale è trionfo e fallimento

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Tra le molte immagini che costellano l’itinerario dell’ultimo libro di Mauro Magatti (con Chiara Giaccardi, Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi, Feltrinelli, € 11) quella forse più fantasiosa è la seguente: «Tra il rigor mortis della solidità e la mobilità illeggibile della liquidità, la generatività sceglie la via del rafting: scendendo il fiume della vita facendosene portare, ma imprimendo una direzione, stando nel movimento ma governandolo, possibilmente senza farsene travolgere». La metafora della «modernità liquida», introdotta da Zygmunt Bauman, domata dal gommone della libertà generativa, che non sta solo per sé, «arretrata su di sé», ma nelle rapide dell’altro, del mondo, della vita.

Gli effetti dirompenti della libertà rispetto agli assetti tradizionali della società segnano il progetto moderno fin dal suo sorgere: basti ricordare i versi del poeta inglese John Donne, risalenti al 1611: la nuova filosofia mette tutto in dubbio – scriveva allarmato Donne – il firmamento si è frantumato, «tutto è in pezzi, scomparsa è ogni coesione». Nel Manifesto di Marx e Engels, meno di due secoli e mezzo dopo, viene indicata la causa di questo universale scuotimento, il modo capitalistico di produzione: «tutto ciò che era solido e stabile viene scosso, tutto ciò che era sacro viene profanato». Al volgere del XX secolo, Nietzsche stila infine la diagnosi della malattia metafisica dell’Occidente: il nichilismo. La liquefazione di ogni patrimonio tradizionale, la scomparsa di ogni aureola di santità, la dissoluzione di ogni legame sociale diverso dal freddo interesse getta nell’oblio anche i fini ultimi dell’umanità. In un celebre frammento datato 1888 Nietzsche scrive: «Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al perché?; che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi si svalutano».

Il paradosso su cui si esercitano Magatti e Giaccardi è presto detto: di questa svalutazione l’agente principale è proprio la libertà degli individui. Trionfo e fallimento del moderno si toccano. Nei suoi precedenti lavori, Magatti aveva delineato anzitutto il grande affresco del capitalismo tecno-nichilista (La libertà immaginaria, Feltrinelli 2009) per poi passare a rappresentare la crisi di questi anni come una crisi sistemica, non semplicemente congiunturale, dopo la quale nulla potrà più tornare come prima: agli stessi livelli di sviluppo, di consumo o – anche – di sfruttamento (La grande contrazione, Feltrinelli 2012). Con questo manifesto, Magatti tenta una reinterpretazione della libertà che le restituisca peso, spessore, sfondo, relazione, contesto. Tutto ciò che la pura e semplice autonomia, declinata come mera emancipazione individuale, disconosce, e che invece procura alla libertà il suo senso, preservandola da esiti contro-finali. La libertà, insomma, ha vinto: ma per cosa o per chi ha vinto? Per fare cosa, per promuovere quale tipo di umanità? Una libertà declinata in termini soltanto consumistici, egoistici, narcisistici, perfino autistici, non è una vera libertà. Una libertà che rinuncia a fare spazio all’altro, che mortifica il desiderio stordendolo nel godimento, che ignora le relazioni di cura e le loro ineliminabili asimmetrie, che non sa pazientare, che non sa aspettare, non è una vera libertà. Somiglia casomai alla «passione inutile» di cui parlava Sartre, priva però del suo tono alto e tragico e immiserita nel circolo del consumo.

La proposta di Magatti e Giaccardi non chiede ai moderni di frenare la corrente, ma di governarla, accendendo un nuovo immaginario della libertà, una nuova costellazione simbolica, che la sottragga alla sua declinazione puramente individualistica. Scommessa tanto ambiziosa, che gli autori non rinunciano neppure a delineare i possibili contorni di una nuova politica, di un nuovo modello di sviluppo, di un nuovo soggetto storico. A un’antropologia di segno cristiano (centrata intorno ai significati dell’altro, della cura, della dedizione) si unisce il vecchio assillo della sinistra politica e sociale: dove si trova il soggetto per questa rivoluzione di senso?

L’impresa è affascinante ma, anche, un po’ misteriosa. È vero infatti che i cambiamenti sociali ed economici in corso hanno imponenti effetti antropologici, e che trascurare questi significa non cogliere la portata di quelli. Ma non è detto che sia vero il contrario, che basti cioè tracciare una diversa figura dell’umano per riuscire a invertire il corso di quei cambiamenti.

(Il Messaggero, 10 aprile 2014)