Lo Stato di diritto muore. Il Pd gli prepara il funerale.

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Porre un limite all’esercizio dei pubblici poteri è l’essenza dello Stato di diritto. Con l’approvazione delle modifiche al codice antimafia, in discussione al Senato, quel limite rischia di impallidire. Per malintese ragioni di sicurezza, in realtà per la forza che continuano ad avere sulla politica italiana le ragioni della piazza. E ciò avviene per opera del Partito Democratico, che pure avrebbe nella sua identità una matrice liberale, in materia di diritto. Ma prevale su tutto l’emergenza; e prevale, soprattutto, l’incapacità delle forze di maggioranza di mettere un argine al populismo giustizialista.

Per convincersene, basta guardare cosa c’è dentro le misure che il Senato si appresta a votare. Esse riguardano l’estensione alle indagini su tutti i reati contro la pubblica amministrazione, compreso perfino il peculato, dei sequestri e delle confische previste in via cautelare dal codice antimafia.

Questi interventi – si è sempre detto – si rendono necessari per colpire le mafie nel loro portafoglio, che è l’unica maniera di combatterle seriamente. Ed è vero: bisogna seguire la pista del denaro. Ma vi sono alcuni elementi sui quali è necessario riflettere: le dimensioni raggiunte dai provvedimenti di sequestro, anzitutto, che sono notevolissime (17.800 imprese, per un fatturato di circa 21 miliardi di euro); la gestione di questa massa di beni, poi, che purtroppo si è rivelata assai opaca (eufemismo); le imprese sequestrate e confiscate, infine, che non riescono a stare sul mercato e raramente sono in grado di sopravvivere al ciclone dell’amministrazione giudiziaria. Un vero fallimento, col quale si finisce per ottenere il contrario di quel che si voleva, dimostrando che lo Stato funziona peggio di quanto funzionino invece i circuiti dell’economia illegale.

Ma chi abbia un minimo di sensibilità giuridica non può non rimanere colpito da un punto decisivo, che viene innanzi a tutti questi: che le misure in questione vengono prese in presenza di indizi di colpevolezza ma in assenza di un giudicato, e con possibilità di difesa e di opposizione molto, molto limitate. Quella che così viene delineata non è una soluzione difendibile in un ordinamento di impronta liberale, ma è adottata di fatto, in via emergenziale, tant’è vero che costituisce una specialità tutta italiana (che gli altri Paesi, contrariamente a quel che a volte si sente dire, non ci invidiano affatto, e infatti non utilizzano). Per giunta, si tratta di quelle emergenze perenni, che durano decenni, e che nel tempo prendono dimensioni abnormi e, spesso, incontrollate.

Ebbene, di questo sistema cosa viene in discussione oggi? La possibilità di ampliarlo ulteriormente. Di estenderlo ben oltre i confini della lotta alla criminalità organizzata, colpendo anche gli indiziati di delitti contro la pubblica amministrazione: la corruzione, la concussione, finanche il peculato. Deve essere chiaro che parliamo di indiziati, di cui si sostenga la pericolosità sociale, non di colpevoli. Il principio ispiratore è, in breve, che ovunque vi siano accumulazioni di ricchezze “probabilmente” illecite, lì deve poter arrivare la mano non della giustizia, ma del procuratore. Sulla base di una prognosi di pericolosità che in nome della sicurezza amplia l’ambito delle misure di prevenzione, restringe il principio di legalità, mortifica i diritti costituzionali alla proprietà e alla libertà di iniziativa economica. E fa sferragliare quell’enorme carrozzone che è stato finora l’Agenza nazionale dei beni confiscati.

Ma come si fa a dire no, se si tratta di lottare contro la corruzione? Chi dice no, non vuole lottare: questo deve essere il sottinteso che spinge il capogruppo al Senato del partito democratico, Luigi Zanda, a escludere ogni ripensamento in materia. Come se si trattasse di allontanare da sé, e dal partito, il sospetto di immoralità, di connivenza con il malaffare, di indecente tolleranza nei confronti del delitto. Così bisogna fare la gara coi populisti nel dimostrare che, nella lotta alla corruzione, sono solo gli avvocaticchi e gli azzeccagarbugli, i causidici e gli intrallazzatori quelli che si mettono di traverso.

Gli avvocaticchi, gli azzeccagarbugli, e Berlusconi. Questo, infatti, è il panno rosso che «Repubblica» agita dinanzi al toro dell’opinione pubblica rispettabile e di sinistra, per spingere la legge: mette da una parte la parola «antimafia», che porta con sé l’idea di una cosa che va fatta e non può non esser fatta, senza indebolire in maniera inaccettabile il fronte della lotta alla criminalità organizzata, e dall’altra associa a dubbi e perplessità sul provvedimento il nome dei berluscones che si muovono felpati nei corridoi di Palazzo Madama, senza mancare ovviamente di evocare i processi ancora in corso a carico del Cavaliere. Come se appunto le manovre in Parlamento a cui il Pd non dovrebbe prestarsi riguardassero la possibilità che l’approvazione della legge minacci le proprietà di Berlusconi.

Dopo vent’anni e più, il totem dell’antiberlusconismo, grazie al quale è stato costruito l’impasto di populismo e giustizialismo che domina la scena politica italiana, evidentemente funziona ancora. D’altronde, come si può spiegare altrimenti il fatto che il partito democratico continua a subire la fiumana retorica a cinquestelle, se non perché certi germi li ha incubati nel suo seno? Questa idea che il diritto può essere messo da parte, se si tratta di mandare a casa i ladri e i corrotti, è il leit motiv di qualunque intervento grillino in materia di politica della giustizia. Ma quali idee alternative ha il partito democratico, e quanto deve temere di tirarle fuori, se il semplice accostamento del nome di Berlusconi basta a frenarne qualunque spirito critico, e a farsi paladino di misure giacobine, manifestamente illiberali?

(Il Mattino, 23 giugno 2017)

Europa. Topologia di un naufragio.

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Metto qui il link alla discussione dell’ultimo libro di Vincenzo Vitiello, Europa. Topologia di un naufragio (Mimesis, 2017) tenutasi lo scorso 8 giugno:

http://www.treccani.it/webtv/videos/Conv_Europa_Vitiello.html

Il tema del progresso secondo un filosofo e uno scienziato

 

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Edoardo Boncinelli è il più noto biologo italiano. Gli capita di frequente di finire in qualche traccia dell’esame di Stato. È successo anche questa volta, la terza. «Evidentemente c’è qualcosa, nel mio modo di scrivere, che piace al Ministero» dice, tra il divertito e il compiaciuto. Così gli chiedo di riproporci la riflessione che il Miur ha scelto per il tema di ordine generale, sulle diverse forme e velocità del progresso.

«Di progresso si parla da almeno due secoli. La domanda che tutti ci facciamo, alla quale rispondeva il mio articolo, è: come mai in certi ambiti si progredisce tanto, mentre in altri così poco e così lentamente, anzi sembra a volte che torniamo indietro? È un tema cruciale. Io distinguo un progresso esterno, e uno interno. Il progresso esterno è veloce; quello interno è lento perché dipende dalla biologia, che per sua natura è lenta. In aggiunta a questo, do un elemento di riflessione attualissimo: molto presto l’uomo sarà in grado di modificare il proprio genoma, e quindi avrà la possibilità di scegliere la direzione in cui andare».

Il progresso esterno, per Boncinelli è il progresso materiale, tecnico, scientifico. Quello interno è morale, individuale e biologico. Che la morale sia una faccenda solo individuale, e che dipende da determinanti di carattere biologico a me non pare così ovvio. E neppure che non vi siano linee di progresso in ambito morale e civile.

Non sono d’accordo. Una cosa è sapere; un’altra sapere comportarsi. Io posso sapere tutto e comportarmi male. A differenza di quello che diceva il povero Socrate, per il quale se so le cose come stanno le faccio anche, la verità è proprio l’opposto: sono due cose completamente separate.

Non siamo d’accordo anche su un altro punto. Boncinelli scrive che le civiltà possono essere civili o civilissime anche se non tutti i loro membri si comportano «come si deve». Sembra che la creatività individuale – la «devianza di taluni singoli», si legge nelle linee di orientamento sulle tracce – sia o possa essere solo elemento negativo di disturbo, di disordine: di immoralità, insomma.

L’individuo è capace di tutto. Lo pensava Hannah Arendt: a fare il male non ci vuole nulla; a fare il bene ci vuole un sacco di fatica. Ma voglio chiarire: quello che a me fa paura è la devianza comportamentale, non la devianza concettuale. Dal punto di vista conoscitivo i geni sono proprio quelli che fanno un passo di lato; ma questo, se funziona, poi viene riassorbito dall’avanzamento culturale generale»

Siccome il tema della natura si trova anche nelle altre tracce, provo a chiedere a Boncinelli cosa pensa delle proposte di quest’anno.

Complessivamente non mi sembrano brutte tracce. Hanno due pregi: parlano di cose di oggi e lasciano al candidato una grande libertà. Le tracce che imprigionano non vanno bene. E poi il tema della natura davvero non poteva mancare.

Nella prima traccia è richiesta l’analisi di una poesia di Giorgio Caproni, sul tema del rapporto dell’uomo con l’ambiente. Tutto precipita nel verso finale (Come/ potrebbe tornare a esser bella,/ scomparso l’uomo, la terra»), col suo sublime paradosso: per chi o per cosa, infatti, sarebbe bella la terra, una volta scomparso l’uomo? Ma i versi che colpiscono me sono altri: «il galagone, il pino:/ anche di questo è fatto/ l’uomo». Gran bel capoverso! L’uomo è fatto: del galagone, del pino, del lamantino?

Io sono un biologo. Per me è ovvio che noi non solo discendiamo da altre specie viventi, ma siamo in stretto e quotidiano contatto con loro. Del resto, cosa c’è che ci rende comprensibili a noi stessi se non l’osservazione animale? L’alternativa sarebbe studiare gli angeli, ma gli angeli non ci sono!»

Però un’altra alternativa forse si affaccia, nel mondo contemporaneo. Ed è quella di studiare le macchine. Il saggio di argomento tecnico-scientifico, sulla robotica, prova a suggerirlo.

Le macchine ci dicono alcune cose utili, ma non ci dicono il nocciolo del problema, perché sistematicamente scopriamo che affrontano situazioni e risolvono i problemi in modo diverso da come lo fanno gli esseri viventi. Questa è una lezione importante.

Lei dunque dice che le ricerche sull’intelligenza artificiale non possono arrivare fino a una simulazione completa dell’intelligenza umana?

No. Dico un’altra cosa. Le macchine imparano, ma imparano in maniera completamente diversa dal modo in cui impariamo noi. Si può simulare l’essere umano, ma lo si può simulare anche facendo cose completamente diverse.

E la Soft Robotics di cui parla uno dei documenti forniti agli studenti? Quali sviluppi possiamo attenderci dalla costruzione di robot con parti morbide, malleabili, deformabili, adatte a vari contesti? Noi siamo ancora abituati ad associare alla macchina, al robot, all’intelligenza artificiale l’idea opposta (non umana, né “intelligente”) della rigidità.

Effettivamente la robotica sta cambiando. Riusciamo a fare parti “meccaniche” con materia organica, quindi facilmente assimilabili dal nostro corpo. È una prospettiva molto interessante, alla quale non siamo ancora abituati a pensare. Lentamente, senza fretta, bisognerà cominciare ad abituarcisi. Temo le mode giornalistiche. Ma quando saranno realtà, bisognerà capire che i robot sono un aiuto, e non necessariamente una fotocopia degli esseri viventi.

Al Parlamento europeo si è cominciato a riflettere sui risvolti etici della diffusione delle macchine, introducendo concetti come la responsabilità civiche delle macchine, lo status giuridico delle persone elettroniche…

Secondo me sono nozioni ancora fantascientifiche. Mi posso sbagliare, perché non è il mio campo, ma siamo lontani. Anche se prima o poi arriveranno».

Posso chiederle un’ultima riflessione sulla tecnica in generale, com’è presente nei documenti di questa prima prova? La tecnica rappresenta una minaccia o un’opportunità, toglie posti di lavoro o ne offre di nuovi, distrugge o crea? Non mi sembra che la traccia suggerisca però, più radicalmente, che l’uomo in realtà non è un’altra cosa dall’uomo e dalla sua natura.

La tecnica aiuta e crea. Noi demonizziamo, soprattutto in questo Paese, la tecnica, perché pensiamo che esista l’anima, che però nessuno ha mai incontrato. Direi anzi di più: l’uomo è la tecnica. Pensi che la prima definizione di uomo non è anatomica o fisiologica, ma si rifà alla capacità di costruire strumenti. La tecnica è definitoria dell’essere umano.

C’è infine, nei testi dell’esame, un celebre passo di Leopardi, tratto dalle «Operette morali». La natura, nel dialogo con un islandese, dice: pensi tu davvero che il mondo sia fatto per causa dell’uomo? Questa critica dell’antropocentrismo con cui guardiamo tradizionalmente la natura si può far risalire a Lucrezio o a Spinoza, ma io le chiedo: quanto è invece ancora pensiero nostro, oggi, dei nostri ragazzi?

Io ne ho appena scritto insieme a Giulio Giorello [«L’incanto e il disinganno», Guanda]: Leopardi è di una modernità bruciante. La natura però, gliela dico così, si fa i cazzi suoi. Solo che a noi questa idea non piace.  Quanto ai ragazzi, seguono il mercato. Il mercato dice che tutto ciò che è naturale è bene, tutto ciò che è naturale è male. E questa è una cretinata.

(Il Mattino, 22 giugno 2017)

L’altra faccia della gogna

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Tanto tuonò che piovve. Per presunte irregolarità che graverebbero non solo sull’inchiesta Consip, ma anche su quella che ha riguardato, circa due anni fa, la cooperativa Cpl Concordia, il Consiglio Superiore della magistratura ha aperto un’indagine, affidata alla prima Commissione: quella che si occupa, in particolare, di trasferimenti d’ufficio per incompatibilità ambientale. Sotto osservazione finisce dunque il lavoro del Pm John Woodcock, titolare di entrambe le inchieste.

Cosa hanno che non vanno, quelle inchieste? È presto per dirlo, e comunque non compete al Csm occuparsene nel merito. Ma le similitudini sono impressionanti, e gettano dubbi serissimi sul metodo di conduzione delle indagini. Perché nell’uno e nell’altro caso ci sono state fughe di notizie clamorose, che hanno provocato enorme rumore nell’opinione pubblica, giungendo a lambire tutte e due le volte Matteo Renzi. Nell’uno e nell’altro caso si sono trovati errori: causali o no che fossero (e francamente viene sempre più difficile crederlo), quegli errori non erano privi di conseguenze, ma anzi giustificavano le qualificazioni giuridiche dei fatti che potevano autorizzare da un lato il mantenimento della competenza in capo alla procura napoletana, dall’altro l’uso esteso di intercettazioni che a prescindere da qualunque rilevanza penale arricchivano il racconto mediatico. E tutte e due le volte c’è stato in seguito passaggio di competenze; nel caso delle opere da affidare alla Cpl Concordia non ci sono poi stati i tanto attesi sviluppi giudiziari; nel caso di Consip ancora non si sa.

Ma quello che si sa, evidentemente, è già abbastanza perché il compassato Csm non se ne stia più semplicemente alla finestra. C’è  il timore che in una Procura della Repubblica italiana si cucinino con enorme spregiudicatezza prove per portare avanti inchieste che toccano i più alti vertici dello Stato: l’organo di autogoverno della magistratura ha il dovere di intervenire con ponderatezza ma anche con la massima tempestività, come si usa dire. È difficile, infatti, immaginare un motivo di conflitto tra politica e giustizia più grave di questo.

Il punto vero però non è Renzi, il padre Tiziano o i petali del giglio magico. E non è neppure Luca Lotti, investito dalla grave accusa di aver informato l’ad di Consip Luigi Marroni dell’esistenza di un’indagine che lo riguardava. Ieri in Senato, il ministro dello Sport e il partito democratico hanno tirato un gran sospiro di sollievo, perché mentre i bersaniani di Mdp sparavano ad alzo zero contro Lotti, esponenti del centrodestra votavano insieme con la maggioranza la mozione che impegnava il governo a rinnovare i vertici della Consip. È evidente che in quest’ultimo scorcio di legislatura i fuoriusciti dal Pd provano a dimostrare che può esistere una formazione politica a sinistra dei democratici, e che anzi il Pd di Renzi ha poco o nulla il cuore a sinistra, tanto è vero che prende i voti del centrodestra e si prepara a governare con Berlusconi. Un pezzo di questa dimostrazione si è voluto fornire ieri.

Ma tutta questa partita giocata sullo spartiacque rappresentato ormai quasi per antonomasia da Matteo Renzi, poco o nulla c’entra con l’orgasmo giustizialista che raggiunge il suo acme sui media, piuttosto che nel luogo deputato dell’aula di tribunale. Se si fa lo sforzo di proseguire la lettura dei quotidiani oltre l’attualità politica, fino alle pagine di cronaca, ecco infatti quel che si trovava ieri: che per le presunte tangenti su appalti Trenitalia sono andati assolti tutti e tredici gli imputati che avevano dovuto affrontare il processo. Eppure sette anni fa erano fioccate accuse pesanti a carico di dirigenti e imprenditori. Ed erano state spiccate ordinanze di custodia cautelare per alcune delle persone coinvolte. L’anno dopo, nel 2011, era cominciato il dibattito. Che ieri però si è conclusa con la formula: il fatto non sussiste.

Per dirla poeticamente: un altro sentiero che finisce nel nulla. Ma quanta sofferenza, e quanta ingiustizia ha prodotto l’indagine? Ieri l’ingegnere Raffaele Arena, uno di quelli che si svegliarono sette anni fa con la guardia di finanza alla porta di casa, pronta a tradurlo in carcere, ha raccontato a questo giornale l’angoscia, il dolore e la vergogna provata. Una vita distrutta, una carriera annientata, e il compagno di cella che ti dà una mano perché tu non dia seguito a propositi suicidi. Dinanzi a queste sventure, non si può rispondere che sono cose che capitano.  Non può capitare che qualche innocente ci finisca di mezzo per la cattiva convinzione che l’opinione pubblica sostiene, e a volte finanche acclama: che dove circola denaro pubblico c’è per forza corruzione, e politici e funzionari sono già solo per questo colpevoli, si tratta solo di beccarli. Questo giubilo che accompagna le accuse, quando si riversano sui giornali, è l’opposto della giustizia e del diritto. E siccome si alza quando gli imputati sono eccellenti, copre e giustifica tutte le storture del sistema: le intercettazioni irrilevanti date in pasto ai giornali, le indagini prive di concreti elementi di prova, le disfunzioni e i ritardi degli uffici, i processi che non finiscono mai. Ma chi ne soffre di più non sono i potenti, sono tutti gli altri. Anzi: siamo noialtri, e sono tutti coloro che rischiano di finire stritolati dalla presunzione di colpevolezza che purtroppo finisce per accompagnare ogni processo.

(Il Mattino, 21 giugno 2017)

Se la vendetta sfida la civiltà

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Quanto peggiorerebbe la nostra vita se la risposta al terrorismo di matrice islamista fosse anch’essa di natura terroristica? Non più soltanto livelli di sicurezza più elevati o proclamazioni dello stato di emergenza, leggi antiterrorismo e inasprimenti di pene, ma un’escalation di terrorismo islamofobo, diretta contro la comunità musulmana?  Da ieri questa eventualità, terribile e angosciosa, si è fatta possibile. Ieri un uomo, Darren Osborne, ha lanciato il suo veicolo contro una folla formata da fedeli musulmani, in una zona a nord di Londra, Finsbury Park. Il furgone ha mietuto una vittima, e fatto una decina di feriti, alcuni dei quali gravi. Odio, risentimento e spirito di vendetta. Ma cosa accadrebbe, se questi sentimenti e stati d’animo si diffondessero come un virus tra la popolazione? Cosa accadrebbe se la risposta al camioncino lanciato sul London Bridge, qualche settimana fa, o all’autocarro che fa strage sulla promenade des Anglais di Nizza, lo scorso anno, fossero altre automobili, lanciate questa volta contro fedeli all’uscita di una moschea? Quasi nelle stesse ore in cui Londra veniva nuovamente insanguinata, a Parigi, sugli Champs-Elysées, un uomo ha provato a farsi esplodere lanciandosi con la sua auto, piena di bombole del gas, contro una camionetta della polizia: l’attentato è fallito e il conducente è morto, ma in Francia è scattato nuovamente l’allarme. Nel giro di ventiquattro ore, siti di informazione e giornali hanno registrato i fatti come un bollettino di guerra: a Londra un inglese di mezza età ha attaccato la folla di fedeli musulmani, durante il Ramadan, mentre a Parigi, un cittadino francese radicalizzato, noto peraltro ai servizi di intelligence, gettava un’altra volta nel terrore la capitale: metropolitana chiusa, area transennata, colonne di mezzi della polizia, sirene e agenti. A Parigi un atto terroristico compiuto probabilmente nello spirito della jihad armata; a Londra, un atto terroristico compiuto invece contro i musulmani. Nello stesso arco di tempo, nel cuore dell’Europa.

Ora, la ragione fondamentale dell’essere europei, per tutta la seconda metà del Novecento, è stata la pace. Non vi è significato più forte e più riconoscibile nell’ideale europeista di questo legame che l’Europa, dopo gli orrori delle guerre mondiali, ha saputo conquistare con la pace, la democrazia, il diritto. Noi europei siamo quelli che hanno messo da parte odi e rivalità nazionali e religiose, ostilità politiche e ambizioni di potenza ed egemonia sul continente, per costruire insieme condizioni di vita e ordinamenti collettivi fondati sulla pace. Abbiamo vissuto la caduta del Muro di Berlino come un passo decisivo nella costruzione della casa europea perché l’89 significava la fine della guerra fredda che aveva diviso l’Europa in due blocchi. E abbiamo patito le contraddizioni di una costruzione politica ancora insufficiente quando si sono incendiati i Balcani, e nuovi conflitti si sono riaperti nel cuore del continente. Infine, sappiamo ormai riconoscere, dopo i processi di decolonizzazione seguiti alla fine del secondo conflitto mondiale, i germi pericolosi che a lungo hanno allignato nell’idea del “buon europeo”. Come possiamo ora pensare che il futuro dell’Unione, il suo destino e il suo senso, si disperda tra paure, scoppi di violenza, focolai di terrore?

Eppure il crinale lungo il quale ci muoviamo è estremamente sottile. Darren Osborne, per ora, è solo un nome balzato drammaticamente agli onori della cronaca per una violenza stupida e insensata. Ma il senso delle cose non si decide mai una volta per tutte. Un gesto isolato, un episodio circoscritto non cambia il corso degli eventi. La vita scorre uguale. Ma noi oggi non sappiamo affatto se tale resterà. Non lo possiamo sapere. Non sappiamo se altrove non vi sia chi non pensi di fare altrettanto. Non sappiamo neppure se non vi sia chi soffia sul fuoco, chi magari cerca di esasperare le opinioni pubbliche dei paesi europei, di suscitare sentimenti di frustrazione della popolazione di fronte al diffondersi endemico di attentati terroristici, per far precipitare tutto in una spirale sempre più intensa di violenza. Darren Osborne non avrà fatto troppi calcoli e probabilmente non ha nessuno dietro di sé. Un atto individuale non ha ancora un significato collettivo. Ma se in futuro qualcuno proverà a fare invece qualche calcolo, a spostare gli equilibri politici del continente – e non solo – usando le ragioni del conflitto, i meccanismi della ritorsione, il contrappasso della vendetta?

Non sarebbe una guerra giusta, così come quella islamica non è una guerra santa, almeno ai nostri occhi. Sarebbe piuttosto una guerra strisciante, tenuta dentro i confini slabbrati della pace ma all’ombra di conflitti sempre più cruenti, e endemici, e globali. Una guerra in cui precipiterebbe e andrebbe in frantumi l’ideale stesso della modernità, e il suo corredo di valori, abitudini, stili di vita, nato e coltivato in questa parte del mondo. Cosa ci guadagneremmo, allora? A cosa potremmo mettere fine, e cosa invece si prolungherebbe indefinitamente se ci lasciassimo trascinare sul piano che gli attacchi terroristici ogni volta propongono: il numero delle vittime, le modalità dell’attentato, la cultura e l’identità religiosa come motivo di scontro? Non sarebbe questa ritornata barbarie la fine stessa del sogno europeo come lo abbiamo coltivato negli ultimi decenni?

(Il Mattino, 20 giugno 2017)

Le intercettazioni e la pesca a strascico

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Questo articolo è stato già scritto, su questo giornale, un anno fa, il 15 giugno 2016, a commento di un’inchiesta sull’ospedale Santobono a seguito della quale, oltre a finire in carcere dodici persone, era stata coinvolta – si ricorderà – la professoressa Maria Triassi. Che ieri il gup ha assolto con formula piena. Anche gli altri pubblici ufficiali coinvolti sono usciti dal processo.  Lo scorso anno sui giornali era precipitato il solito diluvio di intercettazioni, e in mezzo a quelle dettagliate ricostruzioni, tutte ovviamente ispirate dall’ipotesi accusatoria, era passato quasi inosservato il fatto che il tentativo di un gruppo criminale di ottenere un appalto per l’impresa Kuadra era fallito, e l’appalto assegnato a un’altra impresa. «Ciononostante – scriveva Il Mattino, insinuando qualche dubbio – il manager dell’ospedale, che non risulta aver mai avuto alcun contatto diretto con i presunti corruttori, e un’autorità della sanità campana come Maria Triassi vengono indagati con ipotesi di reato che vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta, senza che peraltro nessuna autorità investigativa abbia mai sentito l’esigenza di interrogarli».

Quei dubbi, da soli, non bastavano certo a correggere la marea montante che saliva dai titoli e dagli articoli, dai commenti e dalle interviste. È la maledizione del circo mediatico-giudiziario che ogni volta miete vittime innocenti. Già, ma di quel circo si finisce col vedere solo il lato più appariscente – quello mediatico, appunto – mentre il lato giudiziario della faccenda finisce in secondo piano. La vicenda del Santobono fa venire però qualche dubbio anche da quel lato. E siccome non vi sono coinvolti politici di primo piano si può forse provare questa volta a ragionarne con maggiore tranquillità.

Ci sono almeno due o tre cose sulle quali sarebbe necessaria gettare da parte dell’opinione pubblica una luce più netta. Perché l’inchiesta del Santobono portata avanti dal pm John Henry Woodcok sembra avere caratteristiche che tornano con troppa frequenza in vicende analoghe. La prima: le intercettazioni sono sicuramente uno strumento di indagine indispensabile. Piercamillo Davigo lo ripete fino alla nausea: se non lo fate intercettare, come volete che il povero pubblico ministero possa scoprire il patto corruttivo? Non è come col furto o con l’assassinio: nel caso della corruzione le parti sono d’accordo nella commissione del reato, ed è quindi più difficile scoperchiare il malaffare. Il che è vero, ma non può voler dire che tutta l’attività investigativa si risolve nell’assemblaggio di brani di intercettazione, fatte magari a strascico perché qualcosa comunque finirà impigliata nella rete. Intercettare non è provare: sarebbe bene metterselo in testa. Eppure, nella discussione della riforma giunta al voto finale del Parlamento, nessuno ha osato mettere in discussione la sacralità dell’intercettazione, proponendone una più rigorosa delimitazione come mezzo di prova. Continua a valere l’argomento classicamente inquisitorio: non vuoi essere intercettato? Si vede che hai qualcosa da nascondere. Male non fare, paura non avere! E invece intercettare può far male, molto male, a chi è coinvolto ingiustamente, e spesso nuoce pure alla qualità dell’indagine, divenendo l’alfa e l’omega di tutta l’attività investigativa.

Il Santobono è solo l’ultimo esempio: quando l’inchiesta ha così fragili basi, finisce troppe volte con l’essere ridimensionata, anzi smantellata dalle decisioni del giudice. Le prove: queste sconosciute! Ma siccome il primo tempo se lo aggiudica comunque l’accusa, al momento in cui l’indagine deflagra sui giornali, viene il dubbio che non la sentenza, ma la condanna pronunciata dall’opinione pubblica sulle sole basi delle carte accusatorie sia il vero fine dell’inchiesta.

Seconda caratteristica: queste inchieste partono con ipotesi di reato in cui, immancabilmente c’entra la camorra. Non è terra di camorra, questa? Interrogativo retorico. Poi però, in corso d’opera, quelle inchieste divengono indagini sulla corruzione nella pubblica amministrazione. Benemeriti indagini, sia chiaro: nessuno è contento della corruzione fra i letti d’ospedale. Ma vorrà dire qualcosa se questo schema si ripete in maniera sistematica: non sarà una di quelle manovre che servono per accapararsi inchieste che, di nuovo, hanno maggiore impatto sulla stampa di quanto possa esserlo cercare la mafia o la camorra inseguendo la pista della droga? Il dubbio è lecito, e investe un nodo, relativo al funzionamento degli uffici giudiziari e all’autonomia e indipendenza di cui godono i singoli pm (o che i singoli pm si prendono), che vale la pena affrontare, anche se esistono già, su di esso, montagne di discussioni. Ma è un punto rilevante, che riguarda tutti i cittadini raggiunti dall’azione giudiziaria, non solo gli «interna corporis» di una Procura.

Infine. Già lo scorso anno «il Mattino» notava che tirar dentro il livello manageriale dell’ospedale e della sanità campana – a prescindere, senza troppo curarsi di come sarebbe potuta andare a finire in aula (benché a questo giornale fosse chiaro già un anno fa) – serviva a dare risalto mediatico all’inchiesta. Il guaio è che produce anche un altro effetto, di depauperamento di risorse, competenze e qualità professionali a disposizione della pubblica amministrazione. Se un’intercettazione equivale a una condanna e il tuo nome viene associato a quello di un clan, la voglia di assumere certe responsabilità finisce che ti passa. Chi è impegnato a denunciare e perseguire le contiguità fra mondo legale di sopra e mondo criminale di sotto non ci bada troppo; chi ha il governo della cosa pubblica e deve provare a costruire il profilo di una nuova dirigenza pubblica – specie nel settore così disastrato della sanità campana – è invece costretto a pensarci, per trovare qualche soluzione.  E non è facile.

(Il Mattino, 14 giugno 2014)

Le ambizioni politiche e la città dimenticata

Napoli

Un «buon risultato», dice Luigi De Magistris, che trae dal voto amministrativo di domenica motivi di soddisfazione per gli esiti di Arzano e Bacoli, dove i candidati appoggiati dal Sindaco di Napoli hanno raggiunto il ballottaggio. Non è andata così nelle altre città dove compariva il simbolo della lista DemA, ma, parola del Sindaco, «era importante cominciare». Certo, in tempi di estrema volatilità del voto, tutto può essere: persino che un giorno l’attuale primo cittadino siederà a Palazzo Chigi, con un consenso capace di andare oltre la cinta daziaria del capoluogo partenopeo, ma intanto che cosa si fa? Di fronte all’esiguità dei numeri raggranellati domenica, è più facile ipotizzare per Dema un destino simile nelle percentuali alla infausta «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia, che non improvvisi sfondamenti elettorali, sul modello di Podemos in Spagna. Il dato medio di Dema si aggira infatti tra il 5% e il 6%: non propriamente un successo. De Magistris pesca inoltre in un’area nella quale sono già presenti numerose formazioni politiche di sinistra-sinistra – da Pisapia a Sinistra Italiana, da Civati a Mdp di Bersani e D’Alema –, senza dire che il voto dato in nome della trasparenza, della giustizia, della partecipazione ha già, a livello nazionale, un forte catalizzatore nel Movimento Cinquestelle.

Ma vada come vada: cosa si fa, intanto? Tutte le sinistre massimaliste hanno avuto, da sempre, il limite di non curarsi troppo dei programmi «minimi», cioè delle cose da fare nel frattempo, prima che scocchi l’ora X della rivoluzione. La differenza è che però De Magistris rimanda tutti a un appuntamento politico fissato a data da destinarsi, o comunque molto lontano nel tempo, mentre si trova a fare personalmente il sindaco, mentre cioè siede a Palazzo san Giacomo e ha doveri amministrativi piuttosto impellenti. La sua Amministrazione ha i cantieri aperti su via Marina o da aprire per la manutenzione di corso Vittorio Emanuele: in quel caso, l’importante non è affatto cominciare, ma finire, possibilmente nel rispetto dei tempi previsti per la realizzazione delle opere, limitando i disagi ai cittadini. Ha difficoltà nel rispettare gli adempimenti contrattuali con la ditta impegnata nella revisione dell’impianto della Funicolare Centrale, col rischio che i lavori non vengano ultimati a causa del ritardo dei pagamenti. Ha da inventarsi una strategia per il sistema dei trasporti pubblici e un’Azienda pubblica sull’orlo del fallimento, costretta a aumentare il costo dei biglietti (scattato ieri) senza poter offrire miglioramenti dal lato dei servizi erogati. Ha da ristrutturare i servizi colabrodo di riscossione delle multe e dei canoni di locazione, ha da realizzare vendite di immobili da anni al palo, ha da costruire un’idea di organizzazione e gestione dei flussi turistici che vada al di là dell’entusiasmo estemporaneo per l’aumento delle presenze. Ha, infine, da impegnarsi su Bagnoli mettendo da parte i calcoli politici: smettendola di cercare soddisfazioni simboliche in nome dell’orgoglio, dell’indipendenza, dell’autonomia e della sovranità della città, per accomodarsi più modestamente a una seria collaborazione istituzionale.

La mistura ideologica del progetto DemA non è, ad oggi, formula che giustifichi le ambizioni politiche del suo inventore, ma quand’anche lo fosse, non dovrebbe funzionare come un’arma di distrazione di massa. Tra l’attuazione della Costituzione e l’attuazione di un programma amministrativo solido e concreto, la preferenza va accordata alla seconda: se non altro perché proprio la Costituzione e la legge gliene assegnano il compito. E poi: va bene fare il bilancio del voto nell’hinterland, o farsi venire la curiosità di registrare quanti voti DemA ha preso a Taranto (poco più dell’1%) o a Carrara (quasi il 2%), ma per i cittadini napoletani i problemi di bilancio del Comune e lo stato di pre-dissesto, tra debiti fuori bilancio e inefficienze ammnistrative, costituiscono una preoccupazione ben più pressante.

A chiusura del Maggio dei monumenti, De Magistris ha sottolineato il grande successo della manifestazione e ha poi aggiunto: «Ora siamo impegnati anche a rafforzare finanziariamente ed economicamente l’Ente e mettere in campo le azioni per migliorare tutti i servizi». Ecco: se quell’«anche» diventasse nei mesi prossimi un: «innanzitutto e quasi esclusivamente», siamo sicuri che se ne gioverebbe il suo profilo di Sindaco e soprattutto ne guadagnerebbe la città.

(Il Mattino, 13 giugno 2017)