Un voto contro i censori

imagesVincenzo De Luca può festeggiare: le primarie alle quali secondo gli organismi dirigenti del Pd non era opportuno che partecipasse sono state vinte dal sindaco di Salerno. Nonostante la condanna e nonostante il partito. A conti fatti, i due «nonostante» si sono volti in altrettanti punti a favore di De Luca, non contro. Per il Pd c’è di che riflettere. E forse anche per il Paese intero, se l’argomento usato da De Luca in campagna elettorale è riuscito convincente: quella condanna, ha detto, è una medaglia sul petto. Agli occhi dell’elettorato, conta evidentemente più la prova amministrativa di un abuso d’ufficio.

E ha vinto, De Luca, nonostante pure Saviano fosse intervenuto il giorno prima del voto per rovinare la festa: a lui, a Cozzolino e a tutti gli elettori delle primarie di centrosinistra. Nel giorno tradizionalmente riservato al silenzio e alla riflessione pre-elettorale, Saviano ha detto che in Campania non bisognava andare a votare. Ora, Roberto Saviano sa che con le sue parole, con i suoi appelli, si fanno i titoli di apertura dei giornali. Non c’è testata online che non le abbia riportate e rilanciate. Il più clamoroso inquinamento del processo democratico, a questo giro, è stato dunque il suo. Ci si può girare attorno quanto si vuole – i brogli dell’altra volta, il voto di scambio, il cosentinismo, l’impresentabilità di un condannato – ma Roberto Saviano, con tono sofferto, con aria grave, con parole pensose, ha detto a sei milioni di campani che la democrazia, gli dispiace, ma non fa per loro. Di più: ha provato a mettere al di sopra del voto, che siamo abituati a considerare l’istanza più alta e inviolabile, un’altra istanza, assolutamente monocratica: la sua. E con indiscussa autorità morale (indiscussa perché a discuterla si passa automaticamente per farabutti) ha giudicato – prima ancora che le primarie si svolgessero, che si costituissero i seggi, che si aprissero le urne, che si spogliassero le schede – che il voto di ieri non è un voto democratico, non può essere un voto regolare, non può passare per un voto sincero. È una «scorciatoia». Ha detto proprio così: il voto è una scorciatoia. Chi ha votato ha dunque legittimato un sistema che il più onesto scrittore vivente ritiene evidentemente marcio, indecente e irriformabile. Poiché la sua opinione sui dirigenti di partito che hanno affidato a questa sistema la scelta del candidato governatore non può essere molto diversa, e poiché non è diversa neppure l’opinione che Saviano ha del centrodestra, l’unica maniera di fare le cose pulite sarebbe stata quella di far scegliere direttamente a lui – a lui Roberto Saviano – il governatore della regione. Nessuno avrebbe avuto dubbi: avremmo avuto finalmente a Palazzo Santa Lucia un irreprensibile cavaliere della morale, senza macchia e senza paura, ma avremmo avuto anche la sospensione della democrazia per tutto il tempo che Saviano medesimo avesse ritenuto necessario.

Invece si è votato, con un’affluenza non eccezionale, ma buona: intorno ai centocinquantamila votanti. E il voto – assicurato, non dimentichiamolo, su base volontaria da centinaia e centinaia di militanti – è filato via liscio. È il primo, importante risultato, il primo motivo di soddisfazione per il centrosinistra dopo mille tribolazioni, mille tentennamenti, rinvii e ritardi. Da questo momento, il centrosinistra è pronto ad affrontare la partita con Caldoro e il centrodestra, avendo sanzionato col suffragio popolare la scelta dello sfidante. Non è poco, e non era scontato. Come sempre accade dopo un voto sofferto, il primo problema della coalizione è trovare l’unità intorno al nome del vincitore, ma questa volta è possibile che sarà meno difficile di altre volte, visto che le principali tensioni, interne ed esterne al Pd, si sono scaricate già durante i mesi e le settimane dell’imbarazzata campagna elettorale. Se c’è ancora imbarazzo (visto che, allo stato, la legge Severino non consente a De Luca di entrare in carica, qualora vincesse le elezioni regionali) è bene che il Pd pensi subito, in un modo o nell’altro, a superarlo: il vincitore di ieri, in ogni caso, non ne nutre neanche un po’.

Quanto all’opinione pubblica – che, non dimentichiamo neanche questo, conta meno, non più del voto –, essa si è mostrata sin qui parecchio prevenuta. Sicuramente per il timore di brogli, ma non solo. L’altro giudizio, o pregiudizio, che ha pesato sulla competizione ha riguardato lo spartiacque vecchio/nuovo con il quale si è abituati a valutare forse con troppa sufficienza le proposte politiche in campo. Il fatto è che De Luca (come del resto Cozzolino), con trent’anni di vita politica alle spalle, tutto può rappresentare meno che il nuovo. Di qui un eccesso di sfiducia che, a conti fatti, ha sembrato riguardare più un sottile strato di cosiddetti «opinion leader» che la maggior parte degli elettori di centrosinistra. Ai quali non è affatto parso inutile scegliere fra l’esperienza amministrativa del sindaco di Salerno De Luca, e l’esperienza di governo di Andrea Cozzolino, prima assessore con Bassolino poi europarlamentare. E hanno scelto senza incertezze De Luca: per la sua storia di sindaco, ma più ancora per il piglio con cui interpreta il ruolo, per il carattere pronunciato di una leadership che non sembra ancora destinata a tramontare. Nonostante l’età, la condanna, la decadenza, l’avversione di Roma e pure, da ultimo, quella di Roberto Saviano. Ma siamo realisti: c’è qualcuno, nel centrosinistra campano, che poteva offrire di più in termini di personalità e di consenso? Che poi questo risultato basti a vincere anche la sfida di maggio, questo ovviamente è ancora da dimostrare, ma il primo passo per la sua personale rivincita contro Caldoro De Luca lo ha già compiuto.

(Il Mattino, 2 marzo 2015)

Un brutto film. Speriamo nei titoli di coda

via col vento

Non è il momento di fare previsioni sulle primarie: sarà il risultato a decidere chi ha vinto e chi ha perso, e non il confronto con le precedenti aspettative dell’uno, dell’altro o dell’opinione pubblica. Tolto il socialista Di Lello, che mantiene alla sfida il carattere di un confronto all’interno della coalizione di centrosinistra e non del solo Pd, sia il sindaco Vincenzo De Luca che l’europarlamentare Andrea Cozzolino puntano infatti alla vittoria. Così la sera di domenica, al di là di dichiarazioni di rito, di parole di circostanza, di ringraziamenti agli elettori, di risultati comunque «straordinari» (si dice sempre così), uno avrà vinto e l’altro, inevitabilmente, avrà perso. In attesa di sapere chi, riavvolgiamo il film, e diamo un ultimo sguardo ai principali fotogrammi che il partito democratico, sotto una confusa regia, ha mandato in onda fin qui.

Primo fotogramma: titoli di testa. Il Pd sbanca alle elezioni europee. Nella circoscrizione meridionale, Pina Picierno supera quota duecentomila preferenze. In Campania va oltre le centomila preferenze. Il rinnovamento, la nuova classe dirigente meridionale sembra aver trovato finalmente un punto di partenza. Di Pina Picierno candidata alla guida della Campania si comincia infatti a parlare subito. Ma altrettanto rapidamente si smetterà. Nonostante i voti consegnatigli a maggio, non c’è praticamente nessuno che la consideri forte abbastanza. O adatta per il ruolo. E così, prima ancora che il film abbia inizio, il Pd perde il candidato giovane-donna-renziano su cui sembrava voler puntare.

Secondo fotogramma: lo start. Il Pd campano dà avvio alla corsa. Quando lo fa, non c’è nessuno, ma proprio nessuno che pensi che si possa procedere in altra maniera. Le primarie sono il «mito fondativo» del Pd, e ogni novità, ogni nuova leadership – da Veltroni a Renzi, passando per lo stesso Bersani – si è forgiata così. D’altra parte, le strutture di partito regionale non offrivano (e non offrono ancora) sufficiente forza di legittimazione. Bisogna dunque rivolgersi agli elettori: le primarie s’hanno da fare. E devono essere aperte, per cercare nel rapporto con la società, non tra i signori delle tessere, il battesimo della rinascita. Questa, almeno, è la sceneggiatura. Ma gli attori reali interpreteranno un altro film.

Terza inquadratura: la Fonderia. La ricordate? Un pezzo del Pd campano tiene a Napoli una simil-Leopolda, un incontro giovane-dinamico-aperto-mediatico per buttarsi alle spalle il passato e intercettare l’onda lunga del renzismo. Succede però che a strappare la scena e a rubare applausi siano non i giovani, non i brillanti organizzatori della kermesse, Nicodemo o la Picierno, ma De Luca da una parte e Bassolino dall’altra, leader con circa trenta (diconsi trenta) anni di esercizio di leadership per ciascuno. Insomma: il nuovo rischia subito di finire soffocato in culla. Naturalmente la partita non è già chiusa, ma per la verità non sembra neppure incominciare. Perché dalla Fonderia non viene fuori un candidato uno, che sia buono per le primarie, e in lizza scendono invece Vincenzo De Luca e Andrea Cozzolino. Raccolgono le firme e si presentano. Tutte le altre tribù del Pd, nel frattempo, storcono il naso e affilano i coltelli.

Terzo fotogramma: la lettera. La lettera la scrive Marco Di Lello, per chiedere al Pd, un minuto prima del via, primarie di coalizione. Forse la lettera ha un mandante romano, forse no: in ogni caso è il primo di quattro rinvii, e da quel momento in poi la storia delle primarie si allunga, si complica, si inceppa, si aggroviglia. Non è certo l’allargamento alle altre forze di coalizione il problema, ma la ricerca di una candidatura alternativa. Una candidatura, stavolta, non per le primarie, ma per non fare le primarie. La candidatura agognata viene proclamata retoricamente come «unitaria», senza forse avvedersi che in questo modo ci si candida a fare il rovescio di quello che si era cercato di fare con la Fonderia (il nuovo, la rottura, la discontinuità). E naturalmente la ricerca si fa subito lunga, faticosa, complessa. Viene condotta fra Napoli e Roma, in un gioco di sponda fra segreteria regionale e segreteria nazionale che funziona molto poco. Napoli spera che sia Roma a togliere le castagne dal fuoco, Roma spera che sia Napoli.

Una castagna però prende a scottare più di tutte: Vincenzo De Luca (quarto fotogramma: la condanna). Perché De Luca si becca, tra un rinvio delle primarie e l’altro, una condanna in primo grado che per effetto della legge Severino è una tagliola micidiale. Sarà pure candidabile ed eleggibile, se dovesse vincere, ma decadrà un minuto dopo l’elezione. Quale partito, pensi pure tutto il bene possibile di De Luca e tutto il male possibile della legge Severino, si può permettere di infilarsi in un casino simile? (E quale Regione, soprattutto?). Ma lo statuto del Pd – che di norme cervellotiche ne contiene più d’una, ivi compresa quella che fa ballare tutti, cioè la possibilità di indire-e-poi-annullare le primarie, con il consenso di due terzi della Direzione – lo statuto non dice nulla al proposito, e De Luca va avanti. Imperterrito. Secondo lo schema che gli è più familiare: da una parte il «circo equestre» del partito, dall’altra Lui (e la maiuscola la merita sia per la piccolezza altrui, che per altro).

Quinto fotogramma: «vai mo’». Nel frattempo, vanificato ogni altro tentativo, Gennaro Migliore, entrato di corsa nel Pd e già star della Fonderia, ha rotto gli indugi. Si è candidato a reti unificate, con un’intervista a tutti i giornali, dando o volendo dare l’impressione che, finalmente, lo sforzo unitario responsabile fino ad allora solo di ritardi, rinvii e polemiche, ha trovato compimento. Lui ci crede: ha il sospirato avallo di Roma, anche se Renzi preferisce non esporsi. In realtà, si vede subito che il nome non è unitario abbastanza da convincere gli altri candidati a farsi da parte. Più che l’unità, attorno a Migliore c’è il traccheggiamento. Né a lui riesce di spostare i due terzi della direzione regionale, per annullare la competizione. Così la confusione aumenta: Migliore decide di proseguire, convinto di portarsi dietro il partito, ma dietro, davanti o di lato, il partito non c’è. Tutto il film girato fin qui lo dimostra: il partito non c’è, anche se ci sono le correnti, cioè i pezzi che lo compongono e che più volentieri lo scompongono, secondo dinamiche personali e clientelari che di vincoli di partito ne conoscono ormai ben pochi. Migliore scende dunque in campo, mentre prosegue come prima, più di prima, la caccia al nome unitario.

Sesto fotogramma (con flashback): il sogno proibito. Cioè Raffaele Cantone. Quasi una trama parallela. Perché il Presidente dell’anticorruzione, da poco insediatosi, non ci ha mai pensato, anche se in molti hanno pensato a lui: all’inizio di questa vicenda, tra un rinvio e l’altro, nelle ultime giornate: Ottenendo però sempre lo stesso risultato, un diniego. E in questo modo dimostrando che la costruzione di una classe dirigente non è ancora cominciata, se si va in cerca di supplenze, per quanto autorevoli. Alla stessa logica rispondeva il nome del ministro Orlando, o da ultimo quello di Nicolais. Al posto del lavoro dal basso, e di lunga lena, il jolly calato dall’alto, e fuori tempo massimo. Non poteva funzionare, e non ha funzionato.

Settimo e ultimo fotogramma: il gatto e la volpe. Cioè Paolucci e Vaccaro, i due esponenti del Pd che non si sono rassegnati alla sfida fra De Luca e Cozzolino e in questi giorni hanno rumorosamente sbattuto la porta, per i brogli e gli inquinamenti che a loro dire rischiano di alterare la competizione. Della loro società ci si può fidare, per dirla con la canzone di Bennato? Molto poco. In realtà, sono semplicemente rimasti tagliati fuori dagli accordi stretti nelle ultime ore dai candidati, dopo il ritiro di Migliore. Perché il Pd continua per lo più a funzionare così: attraverso accordi più o meno leonini e patti più o meno capestro. D’altronde queste primarie, così poco combattute in termini di programma e di idee, non hanno certo favorito fin qui l’auspicato ampliamento della platea elettorale. Se la narrazione delle primarie deve appassionare la società civile, bisogna che ci pensi qualcun altro a stendere lo script.

Sui titoli di coda forse ce ne si sta rendendo conto, e si comincia a pensare che sarebbe stato meglio girare un altro film. Ma tutto ora dipende dai dati della partecipazione e dal regolare andamento del voto. Se il Pd supera questa prova, pur avendo voluto in ogni modo evitarla, forse stavolta un punto di partenza ce l’ha davvero.

(Il mattino, 1 marzo 2015 – in versione integrale)

I magistrati e il paradigma delle minacce

ImmagineSu una cosa il presidente Sabelli ha indiscutibilmente ragione: la riforma dell’istituto della responsabilità civile dei giudici non la si fa perché «ce la chiede l’Europa», perché pendono ricorsi alla corte di giustizia europea o perché fioccano multe contro il nostro Paese. Ma le ragioni dell’Associazione Nazionale Magistrati e del suo presidente, purtroppo, finiscono qui. La legge approvata dal Parlamento, che prova finalmente a rendere effettiva una qualche forma di responsabilità per il giudice che sbaglia, andava fatta per dare finalmente attuazione a un principio sacrosanto di civiltà giuridica. Per Sabelli, invece, grazie a questa legge «si tenterà di intimidire il giudice, anche se i giudici non si lasceranno intimidire». Ora queste parole meritano un’interpretazione attenta, anzitutto per escludere che Sabelli pensi che il ministro della Giustizia o il Parlamento italiano mettano in campo o anche solo favoriscano azioni intimidatorie nei confronti della magistratura. D’altra parte, anche Sabelli – come molti, come troppi – ha l’abitudine deleteria di riferirsi in generale (e in maniera, bisogna dirlo, qualunquistica) alla «politica», al pessimo segnale, al «messaggio» che la «politica» avrebbe dato. Ma non si tratta della politica e non si tratta di messaggi: si tratta del Parlamento e si tratta di una legge. Un magistrato dovrebbe tenerne meglio conto, anche nell’esercizio, pur libero e legittimo, del commento e della critica.

Ma cosa c’è che non va nella nuova normativa? Evidentemente il contenuto intimidatorio. Vorrà un giudice esporsi, se al cittadino sarà data la possibilità di intentare un’azione contro di lui? Sarà abbastanza sereno, ora che questa eventualità non è più meramente teorica, e l’ammissibilità dell’azione non sarà «filtrata»? Filtrata però da cosa? Il comunicato dell’Anm spiega:  «da cause infondate per difetto dei presupposti». Ma che ottima cosa è la logica! La logica infatti (non Sabelli) qui ci soccorre: possiamo temere l’intimidazione dei magistrati italiani a colpi di cause infondate? Certo che no. Ma Sabelli sembra pensare invece che ogni serenità è perduta. Devo dire che «sembra» soltanto pensarlo, perché subito dopo aver detto che si tenterà di intimidire i giudici, aggiunge che però i giudici non si faranno intimidire. Io, in verità, ne sono convinto. Trovo anzi offensivo anche solo ipotizzare che possano esserlo. Nelle fila della magistratura ci sono stati e ci sono uomini che non solo non hanno mai fatto un passo indietro di fronte a ogni genere di minaccia o intimidazione, ma hanno messo a repentaglio la loro stessa vita per servire la giustizia. Domando: è credibile che questi uomini, questi coraggiosi servitori dello Stato, si rivelino improvvisamente pavidi per timore di perdere una fetta del loro stipendio? (E a proposito, ma per i troppo pavidi e i troppo negligenti non sono già previste azioni disciplinari da parte dell’organo di autogoverno della magistratura?).

Non solo. La riforma approvata dal Parlamento prevede che a giudicare se scatti la responsabilità civile del magistrato siano altri magistrati. Di chi o di cosa deve dunque avere paura il magistrato? Se avesse qualcosa da temere, perché non dovremmo pensare di qualunque cittadino che finisse dinanzi a un magistrato che deve provare lo stesso, oscuro timore? O forse è di questo che si tratta, della possibilità di intimidire solo ed esclusivamente i cittadini a processo, ma non mai i magistrati che irresponsabilmente procedono? Ma è questo che sta scritto in Costituzione? Così va interpretata la presunzione di innocenza? Il segretario generale dell’Anm, Maurizio Carbone, ha parlato di una «spada di Damocle» sopra la testa dei magistrati: addirittura! Ma su chi vuole invece che quella spada penda disinvoltamente? Perché di nuovo: se pende su un magistrato solo perché un suo collega giudicherà il suo operato, come non pensare che allora pende su tutti noi, quando dovessimo essere sottoposti per qualunque ragione a giudizio innanzi a un giudice che invece non ne risponde?

Il Presidente Sabelli butta poi la palla in tribuna. Sono altri i problemi della giustizia: la corruzione, la prescrizione… come no. Non ne dubito, anche se dubito di pensarla allo stesso modo pure su questi argomenti. E però mi chiedo: cosa c’entra? Nessuno pensa che con la riforma portata tenacemente in porto da questo governo e dal ministro Orlando si svuoteranno d’incanto i palazzi di giustizia e saremo tutti più buoni. Ma non si vede perché l’approvazione della riforma dovrebbe impedire al parlamento, all’opinione pubblica e all’Anm, ciascuno per la sua parte, di continuare ad occuparsi di corruzione o di prescrizione. E come si fa a giudicare frettolosa o prematura una legge che arriva dopo ben venticinque anni dal referendum voluto dai radicali, e di fatto rimasto lettera morta nei venticinque anni successivi?.

Anna Tortora, la sorella di Enzo Tortora, ha ringraziato il governo. Ecco: noi ringraziamo Anna Tortora per aver aspettato venticinque anni, anche se, a quanto pare, per il presidente Sabelli doveva aspettare ancora.

(Il Mattino, 27 febbraio 2015)

La pentola a pressione

Acquisizione a schermo intero 26022015 180238.bmpOra che le primarie non sono più rinviabili – ed è una notizia, perché solo ora la data del primo marzo ha acquistato il carattere della definitività – il partito democratico scoppia. Letteralmente. L’eurodeputato Massimo Paolucci e il deputato Guglielmo Vaccaro, due dei maggiorenti del Pd campano che hanno provato in ogni modo a scongiurare il voto di domenica, abbandonano il partito. Il primo esplicitamente, il secondo lasciando intendere che potrebbe addirittura votare Caldoro, pur di non schierarsi con uno dei due candidati maggiormente accreditati alla vittoria finale, Cozzolino o De Luca. Ma chi voterebbe il centrodestra è complicato immaginare che resti invece nel centrosinistra.

Quello che già era evidente nelle settimane e nei mesi scorsi, e che tuttavia rimaneva nascosto dietro il paravento dei continui slittamenti della competizione elettorale, diviene dunque di dominio pubblico: il Pd campano non è un partito, ma un pentolone in cui ribolliscono storie, uomini e interessi – e insieme rancori, rivalità e inimicizie – che non possono essere cucinati insieme. O almeno: né gli organismi dirigenti locali  (che hanno grandi responsabilità nella gestione di tutta questa fase) né i candidati maggiori hanno sufficiente rappresentatività perché l’europarlamentare Paolucci o il deputato Vaccaro si sentano garantiti in caso di una loro vittoria. Ai loro nomi dovremmo forse sovrapporre le relative etichette, e parlare in un caso di dalemiani (Paolucci), nell’altro di lettiani (Vaccaro), ma così avremmo solo issato qualche altro pudico paravento per una vicenda che, in realtà, non trascende affatto il suolo campano.

Ora, è chiaro a tutti che non si tratta di un confronto anche duro di linee politiche, di divergenze sulle scelte programmatiche, o di incoercibili convinzioni ideologiche. E neppure si tratta dell’ultima linea di divisione che si è formata nel Pd: il vecchio contro il nuovo, i rottamatori contro i conservatori. Né Paolucci né Vaccaro sono infatti uomini politici di primo pelo. Né Paolucci né Vaccaro sono venuti su con l’ultima leva generazionale, quella dei Renzi boys&girls. Né Paolucci né Vaccaro sono dei martiri ingenui, trovatisi improvvisamente nella fossa dei leoni. Nelle loro parole, peraltro, non c’è un’altra idea di regione o un’altra qualità di meridionalismo: c’è puramente e semplicemente, con una franchezza persino brutale, disistima profonda per De Luca e Cozzolino, e sfiducia altrettanto profonda nella capacità del Pd di assicurare alla competizione elettorale un corso regolare. Ma in questo modo è come se ai piani alti della politica non si trovasse per loro più nessuno, e non rimanesse che spingere tutto e tutti nello scantinato buio delle questioni personali e delle lotte di potere. E quando un deputato di esperienza come Vaccaro scrive che l’unico modo di salvare le primarie era evitare di tenerle – che è come dire: commissariate tutto – o che le casse della Regione Campania non sono al sicuro con De Luca o Cozzolino, significa che la prima condizione della comune militanza politica, cioè la fiducia, è venuta completamente meno.

Restano da fare ancora due considerazioni. La prima: oggi è giovedì. Alle primarie mancano cioè quattro giorni: non è un po’ tardi per scoprirsi nel cuore un così immacolato candore? Non somiglia troppo, la denuncia di Paolucci e Vaccaro, a quello che ti vuole bucare il pallone, perché non vuol perdere la partita? La seconda: oggi è giovedì. E sì: alle primarie mancano quattro giorni e i democratici si giocano davvero una grossa fetta della loro credibilità. Solo attraverso un ordinato, ordinatissimo svolgimento della competizione il centrosinistra può parare il colpo. Circolano in queste ore foto, voci, indiscrezioni, che danno il centrodestra pronto a invadere il campo del centrosinistra determinando l’esito delle primarie. Ora, un conto è che gli elettori moderati entrino nei seggi, tutt’altro sono gli accordi sottobanco coi capibastone locali dello schieramento opposto. Ma siamo realisti: le primarie del Pd non sono regolamentate per legge. E sono aperte, cioè può votare praticamente chiunque. In simili condizioni, pesano sicuramente i comportamenti e i costumi politici dei candidati. Ma conta anche la forza e la salute complessiva di un partito che, se tale appunto fosse, non temerebbe inquinamenti, perché avrebbe le proprie risorse – organizzative, di militanza, di idee – per respingere patti scellerati. Di quante di simili risorse dispone oggi il Pd? Non è un giudizio che possiamo dare prima: lo si darà dopo il voto, e alla luce del sole.

(Il Mattino, 26 febbraio 2015)

Caos Pd, la somma di tante debolezze

Acquisizione a schermo intero 25022015 110434.bmp«Lacrime, grida, e pianti, urla, terrori/ Spargeranno sangue, carestia, nulla sarà risparmiato»: la grande profezia di Nostradamus non si riferiva certo al partito democratico campano, e certo esagera un po’ nei toni, ma effettivamente nulla o quasi viene risparmiato all’elettore, al simpatizzante o all’iscritto del Pd che, avendo preso diligentemente nota della data di convocazione delle primarie, ha pensato non una, non due, non tre ma quattro volte di potersi recare al seggio per scegliere il candidato governatore del centrosinistra. Domenica prossima sarà la volta buona? Pare proprio di sì, anche se la giornata di ieri è stata un’altra di quelle giornate convulse in cui è circolato di tutto e di più, ivi compresa la pubblicazione, da parte di uno dei candidati alle primarie, il socialista Marco Di Lello, di un elenco di nomi della direzione regionale del partito, in calce ad una richiesta di annullamento delle primarie. Nel frattempo si rincorrevano le voci, le smentite, i veleni, le precisazioni, come se la prima cosa che dovesse preoccupare il centrosinistra non fosse il buon andamento della campagna elettorale e, poi, delle operazioni di voto, ma tutto il resto, tutto quello che cioè appassiona chi le primarie le vuole e chi invece no; chi pubblica allarmato liste di nomi e chi propala notizie false e tendenziose; chi telefona a Roma speranzoso e chi telefona a Roma parecchio incazzato. Insomma: una Babele. E la somma confusa e incomprensibile di troppe debolezze.

C’è anzitutto la debolezza della dirigenza piddina locale, che non è stata in grado di assicurare, nemmeno nell’ultima settimana prima del voto, un minimo di certezza sulla strada intrapresa. C’è poi la debolezza del partito preso nel suo insieme, privo com’è di un vero collante che impedisca di rimettere in discussione ad ogni passo le decisioni adottate.   Una regola, qualunque regola, può essere infatti seguita solo se non è minacciata continuamente di essere revocata in dubbio. Solo se è condivisa: accettata, dice il filosofo, dentro una comune forma di vita. Nel Pd campano, complice una statuto cervellotico fatto apposta per rimettere ogni volta tutto in discussione, questa condivisione minima sulle regole non c’è. C’è infine la debolezza dei candidati. Che sono di due tipi. Ci sono quelli che vorrebbero ma non possono, che cioè hanno cercato fino all’ultimo sponde romane per far saltare il banco delle primarie; e quelli che possono, e vogliono pure, e però non sono voluti (o benvoluti) dalla nouvelle vague del partito. E cioè De Luca e Cozzolino, volta a volta dipinti come orchi, come draghi sputa-fuoco o divora-tessere, ma che, a conti fatti, rimangono gli unici capaci di sottoporsi senza sotterfugi, subordinate o vie di fuga alla prova del voto.

Che a questo punto si terrà, non può non tenersi. L’elenco dei nomi era una patacca, oppure è scomparso. O forse ha perso pezzi per strada. Ma è chiaro che ogni ulteriore rinvio, ogni ipotesi di annullamento giungerebbe a questo punto fuori tempo massimo. Va da sé, uno vorrebbe aggiungere, se davvero qualcosa nel Pd andasse da sé, e non fosse necessario ad ogni passo farcela andare. Sta il fatto che la finestra elettorale regionale si è aperta nel peggiore dei modi. Forse si chiuderà in un modo migliore: forse i numeri della partecipazione ci faranno ricredere, e tutto filerà liscio senza brogli e contestazioni. Di sicuro però il Pd non ci ha fatto finora una gran figura.

E in verità forse non ce la facciamo neanche noi, non ce la fa neanche il mondo «là fuori», cioè tutti quelli che da questa vicenda non si sentono minimamente coinvolti e che perciò guardano molto distrattamente o finanche ignorano le convulsioni del partito democratico. Non lo dico perché, invece, lo spettacolo sarebbe appassionante, ma perché solo là dove  vi fosse una società civile forte, vigile, robusta simili comportamenti si rivelerebbero  davvero controproducenti per chi li adotta – in termini di reputazione, di immagine, di credibilità, di voto. Certo, uno poi volge lo sguardo dall’altra parte, e si ritrova la storia del complotto intestino contro Caldoro, e veleni sparsi a piene mani anche nel centrodestra, e allora gli tornano per forza in mente le centurie di Nostradamus, e insomma di strada da fare di qui al voto, e dal voto ad un futuro meno fosco per la crescita economica, sociale e civile della nostra terra, è ancora tanta.

(Il Mattino, 25 febbraio 2015)

Gli scritti di Togliatti e il lento revisionismo del Pci

downloadLe ragioni per leggere Togliatti oggi non mancano. Il volume curato da Michele Ciliberto e Giuseppe Vacca per la collana  «Il pensiero occidentale» lo dimostra. In verità Togliatti, che pure fu uomo di vaste letture,  non fu certo un filosofo, ma un capo politico, e, anzi, per un indirizzo di pensiero puramente speculativo non aveva alcun vero interesse. Il suo stile di leadership – come spiegano ene i curatori, nella introduzione generale al volume – era però fondato proprio «sull’esercizio della direzione intellettuale». Una direzione robusta, come dimostrano ad esempio gli appunti su Croce, qui pubblicati: la riforma crociana della dialettica hegeliana – annotava il Migliore dopo la morte del filosofo – a confronto dell’hegelismo è una «castrazione». Filosoficamente parlando, si tratta di un giudizio ben fondato, come lo è il giudizio sul sistema crociano dei distinti: piccola cosa, a confronto dell’«opera colossale» di Hegel.

Ma è il peso complessivo avuto da Togliatti nella cultura italiana del ‘900 ad essere attestato dal volume. E attraverso la sua biografia intellettuale – in questi termini è costruita la raccolta – si getta uno squarcio di luce profondo sulla vicenda non solo politica del nostro Paese, e se ne comprendono nodi essenziali. In particolare, hanno qui grande rilievo gli scritti sul fascismo, apprezzati anche da De Felice, e quelli dell’immediato dopoguerra: per Togliatti, gli anni in cui doveva nascere di una democrazia «di tipo nuovo» e, quindi, delinearsi la «via italiana al socialismo». Risultano invece assai meno rappresentati gli anni del Comintern: non per un goffo tentativo di ridimensionare il ruolo del dirigente comunista internazionale, ma per la buona ragione che la vera impresa politica e intellettuale di Togliatti sta altrove, nel tentativo di innestare il partito nuovo, che nasceva nell’Italia divisa del dopoguerra, dentro la storia d’Italia.

Nell’opera costituente, questo innesto si può dire riuscito. Può dirsi anche che fu, nel lungo periodo, la forma in cui il Pci praticò il suo lento «revisionismo». Il volume raccoglie comunque materiale sufficiente per comprendere la trama ideologica con cui i comunisti vi parteciparono; per ricondurvi anche l’«operazione Gramsci», compiuta nel secondo dopoguerra con la pubblicazione delle carte del pensatore sardo; per vedervi infine all’opera la concezione realistica e storicistica della politica togliattiana: senza edulcorazioni, senza scolasticismi, senza tinte agiografiche.

Ma è forse in poche paginette, pubblicate sul finire del ’52, che si trova la ragione più attuale di un confronto con la cultura politica di Togliatti e del comunismo italiano. Siamo nel pieno della battaglia contro la legge maggioritaria (la «legge truffa») e Togliatti la bolla come «la più grande assurdità antidemocratica e antiliberale […] inventata da un cervello rinsecchito». Ma non è certo per ricevere da Togliatti lezioni di democrazia o di liberalismo che val la pena richiamare questo giudizio, quanto per conoscerne le motivazioni. Servirsi di un uno per cento di maggioranza per far scattare il premio significava, secondo il segretario del Pci, far calare una saracinesca fra le due parti del Paese, e vedere consolidarsi un blocco clericale, conservatore e reazionario. Questa critica di fatto prevalse e, dopo il ’53, democrazia, parlamentarismo e proporzionalismo si saldarono l’uno con l’altro. Ma la premessa era appunto la profonda spaccatura ideologica e di classe del Paese, e l’idea che il sistema maggioritario avrebbe finito col perpetuarla. È allora il caso di chiedersi se lo stesso realismo di Togliatti non imponga, venuta ormai meno quella premessa, di riconsiderare il senso della riforma costituzionale ed elettorale oggi intrapresa. Era, insomma, un’altra Italia; ma conoscerla aiuta forse a capire anche l’Italia di oggi.

(Il Messaggero, 25 febbraio 2015)

Gli scatti di merito bussano a scuola

buona-scuolaIl principio enunciato dal governo nella definizione della nuova scuola italiana è perentorio: non c’è vera autonomia senza responsabilità. E non c’è vera responsabilità senza valutazione. Per questo, la valutazione si appresta ad entrare anche nella scuola. Una rivoluzione, almeno nelle intenzioni. Siccome però di intenzioni è lastricata la strada dell’inferno, è bene guardare con attenzione cosa sta accadendo in queste ore, e che forme sta prendendo il progetto di riforma della scuola. La filosofia di fondo è che le risorse destinate agli scatti di anzianità debbano essere allocate «secondo criteri di premialità e di valorizzazione delle competenze». Questa filosofia è in parte attenuata nello schema attorno al quale si sta lavorando, essendo previsto un 30-40% di risorse destinate comunque alla progressione della carriera docente in base all’anzianità, mentre il 60-70 % sarà distribuito in base al merito. Non è poco, anzi è tanto. O almeno: è abbastanza, per produrre un mutamento profondo di abitudini, mentalità, comportamenti. Sia nei rapporti del territorio con la scuola, che fra gli stessi docenti. Governare con giudizio questa fase di cambiamento sarà indispensabile.

La valutazione del merito sarà affidata ad una Commissione composta da quattro membri: il dirigente scolastico e tre docenti, dei quali due eletti dal consiglio dei docenti, e uno appartenente invece allo staff della dirigenza. Rispetto alla proposta iniziale, c’è sicuramente un miglior punto di equilibrio tra la componente elettiva e quella non elettiva (formata dal dirigente e da un docente di sua nomina). Ma rimane affermata un’esigenza, quella di affidare anzitutto al dirigente il compito di migliorare il lavoro all’interno della scuola usando una leva mai finora azionata: quella del merito.

La valutazione, su base triennale, sarà espressa in crediti didattici acquisiti in base al successo formativo degli studenti, al complesso delle attività docenti, ai giudizi resi sui docenti da famiglie e studenti. È, forse, l’aspetto di più complessa definizione, che sarà demandato a un decreto attuativo successivo.

Infine, rimane ancora da stabilire se fissare o meno soglie nella assegnazione da parte del singolo istituto scolastico della quota premiale. Non è un particolare irrilevante: senza introdurre tetti, rimarrebbe alla Commissione la possibilità di procedere a una distribuzione a pioggia, che di fatto vanificherebbe il senso dell’intera procedura di valutazione. Potrebbe accadere? Potrebbe accadere. È chiaro che in un contesto come quello scolastico, in cui le dinamiche competitive e anti-egualitarie innescate da premi e incentivi, rappresentano una novità quasi assoluta, le resistenze al cambiamento sono forti, e forti dunque le spinte a svuotare nei fatti l’impatto delle nuova normativa.

Per il governo è perciò importante far passare il principio; ma per la scuola sono altrettanto importanti due cose: che i principi non restino sulla carta; e che non producano effetti contro-finali, che non si vada cioè in direzione opposta a quella auspicata.

Potrebbe accadere? Potrebbe accadere anche questo. Anzitutto perché una riforma vera della scuola non si fa senza risorse aggiuntive. Il piano di immissione in ruolo dei precari e gli interventi di edilizia scolastica dovrebbero dimostrare i propositi seri del governo. È bene sapere però da dove si parte, cioè da scuole che invitano gli studenti a portare da casa le risme di carta per le fotocopiatrici. Come saranno valutati i risultati dei docenti della scuola che ha la carta rispetto a quelli della scuola che la carta non ce l’ha?

C’è poi un altro aspetto su cui sarà bene che i riformatori mettano un supplemento di attenzione. All’interno del corpo docente di un istituto, di una sezione, di una classe, è bene che continuino a vigere anche dinamiche di tipo cooperativo, non solo competitivo. Una valutazione che tenesse conto del carattere non esclusivamente individuale della funzione docente e della formazione sarebbe sicuramente più consona all’ambiente scolastico nel quale la si vuole calare.

Ma resta che al termine di questa rivoluzione, se avverrà, non avremo scuole di serie A e scuole di serie B: quelle, infatti, le abbiamo già. La vera differenza è invece tra un sistema che cristallizza le differenze (magari fingendo che non vi siano, per non doversene preoccupare) e un sistema che provi invece non dico a rimuoverle, ma almeno a smuoverle un po’.

(Il Mattino, 24 febbraio 2015)