Adesso facce pulite e nuove competenze

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Il Pd deve riflettere, aveva detto ieri Renzi a «Repubblica». E non è una riflessione semplice: non solo per lui, a livello nazionale, ma anche per il partito, a livello locale. Non solo non è semplice la riflessione, ma non è neppure facile farla uscire fuori. E farla diventare un nuovo punto di coagulo per una formazione politica che, dopo la tremenda botta del referendum, continua a sembrare incerta sulle sue ragioni di fondo. La Direzione provinciale del Pd napoletano ha provato ieri a indicare un percorso: coordinamento cittadino e congresso straordinario in primavera. Eventuali elezioni politiche a giugno potrebbero rendere difficile rispettare questo calendario, ma la più grande difficoltà sta nel portare questi appuntamenti all’attenzione della città, sta nel coinvolgere le energie più vitali, sta nell’immettere forze e facce nuove, sta nel superare le logiche correntizie, sta nel ricostruire un vero senso di appartenenza e la condivisione di un destino comune. È abbastanza singolare, infatti, quel che sta capitando: alle primarie per Napoli Bassolino si avvicinò per una strada tutta sua, accettando di stare ben dentro il perimetro indicato dalle regole del partito ma decidendo di fare comunque a modo proprio, con un accentuato senso personale della sua candidatura e della sua possibile leadership. Ieri, invece, è tornato a frequentare un organismo collegiale, la Direzione provinciale, e si è detto pronto a dare una mano «purché le correnti non pensino di dividersi le spoglie del Pd». Dall’altro lato, l’uomo forte a cui il partito democratico aveva affidato la sua rivincita alle regionali dello scorso anno, Vincenzo De Luca, ieri invece non c’era, e intervenendo ad Afragola spiegava il senso di un’altra cosa, che col Pd c’entra assai poco: «Campania libera», il «movimento di volontariato politico e civile» pronto ad accogliere persone anche di altri schieramenti, in una chiave di rafforzamento tutta personale del governatore, anzitutto nel consiglio regionale e poi chissà, nelle urne.

Ora, che cosa indicano questi movimenti pendolari, queste oscillazioni sempre più ampie un po’ dentro un po’ fuori i confini del partito, se non una debolezza profonda, e una scarsa attrattività del Pd anzitutto sulle personalità che pure appartengono da decenni alla sua storia, come De Luca e Bassolino?

Naturalmente, in questi moti alternati hanno un peso sostanziale i risultati elettorali non proprio incoraggianti conseguiti dai democratici, a Napoli e nel referendum. La vittoria di De Magistris ha permesso a Bassolino di tornare nel partito mostrando una nuova magnanimità, di fronte a un gruppo dirigente indebolito di cui non ha avuto bisogno di chiedere la testa; la sconfitta del referendum costituzionale, in cui il presidente della Campania si era parecchio esposto, costringe invece De Luca a costruirsi altri spazi fuori del partito, dove i suoi avversari hanno subito rialzato la testa.

In fondo è sempre stato così: le vittorie hanno molti padri, le sconfitte nessuno. Se il sì avesse vinto, lo scorso 4 dicembre, questa volta di padri ne avremmo avuto, in realtà, uno solo, Matteo Renzi. Ma così non è andata, e la condizione di orfanezza – lo spiegava l’altra sera Paolo Sorrentino in tv – «predispone ad abbracciare tutti i vizi». Certo, Renzi è ancora il segretario del Pd, ma siccome ha esercitato la sua presa da Palazzo Chigi, trascurando palesemente le stanze del Nazareno (forse non credendo fino in fondo neppure lui allo strumento del partito), ora che è meno presente, o forse meno temuto, i vizi del partito democratico rischiano di ripresentarsi tutti. Come se la rottamazione fosse già finita; o come se, in Campania, non fosse mai arrivata.

C’era evidentemente molta semplificazione nell’idea originaria, che bastasse disfarsi del vecchio per far nascere il nuovo. Ma che vi sia un problema di rinnovamento della classe dirigente rimane drammaticamente vero, come Renzi ha ampiamente riconosciuto. Oggi il Pd appare, nelle realtà locali, quasi un corpo estraneo alla società: non riesce a appassionare le migliori intelligenze, non riesce a servirsi di nuove competenze, non riesce a coinvolgere figure autorevoli e specchiate, non riesce a raggiungere le giovani generazioni. Questo limite mette in pericolo l’idea stessa della rappresentanza: non a caso i grillini vorrebbero farne semplicemente a meno. Perché la rappresentanza comporta l’affidamento delle proprie ragioni e della propria volontà a qualcuno in grado di interpretarle al meglio.

Ma questo “meglio” è oggi molto difficile trovarlo nelle cerchie di partito, e a volte è anche peggio: sembra che non lo si voglia cercare neppure. Forse il lanciafiamme promesso da Renzi all’indomani dei ballottaggi dello scorso anno non era lo strumento migliore per fare spazio, ma pure bisognerà che qualcuno, dalle parti del Pd campano, getti un fascio di luce nuova.

(Il Mattino, 17 gennaio 2017)

Se la politica si perde tra i congiuntivi

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Tre congiuntivi in un colpo solo non sono uno scherzo. Sono, forse, un record. Perché uno può capitare, due è già più difficile, ma sbagliare tre volte lo stesso verbo, nella stessa frase, per esprimere lo stesso concetto: ci vuole dell’arte. E sicuramente non è colpa dei poteri forti. Fosse stato Grillo, avrebbe comunque trovato il modo di dire: questa volta abbiamo fatto tremare l’Accademia della Crusca, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e la Società Dante Alighieri tutti in una volta. Ma è una versione che non troverebbe corso neanche tra i più fedeli seguaci del vicepresidente della Camera dei Deputati.

Il quale, forse, di simili obbrobri non è materialmente responsabile. Magari è stato qualche suo collaboratore. Ma vige in questi casi la responsabilità oggettiva: come nello sport. Cosa vi è infatti di più oggettivo della lingua, nel senso, almeno, in cui quel cane morto di Hegel parlava di spirito oggettivo? Se però quello se ne frega dei congiuntivi, quell’altro manda a ramengo le subordinate, e quell’altro ancora non si raccapezza più con la «consecutio», tutta codesta oggettività delle istituzioni culturali, massime della lingua, va a farsi benedire.

Prima di Hegel, però: ricordate quel simpatico personaggio di Lewis Carroll, Humpty Dumpty, l’uovo parlante, che avvia una singolare conversazione con Alice? I due non è che si intendano molto, perché l’uovo ha l’improntitudine di far significare alle parole esattamente quello che vuole lui, e lui soltanto. Certo, Humpty sa che alcune parole hanno un brutto carattere: «I verbi, in particolare, sono i più orgogliosi: con gli aggettivi si può fare qualunque cosa, ma con i verbi; però – prosegue – io riesco a dominare tutto il gruppo».

Manca poco che non aggiunga: dal momento che uno vale uno, come dicono i miei amici pentastellati, non ci può essere nessuna autorità linguistica al di sopra di me ad impormi questo o quel significato, quel tempo o quel modo verbale. Perciò faccio quello che voglio, e se voglio che due soggetti, anziché spiare le massime autorità dello Stato, le spiassero le avessero spiate o le spiano, come dice il mio amico Di Maio, amen e così sia! Con buona pace di Alice e di tutti gli elettori votanti.

Sembra il paradiso della lingua – o della democrazia: fate voi – in realtà ne è la pura e semplice cancellazione, perché non è possibile alcuna lingua dove ciascuno assegna alle parole significati a piacimento, o capovolge e sconvolge la grammatica del linguaggio. Come insegnava quell’altro filosofo: un linguaggio privato non può esistere, è una contraddizione in termini. Il linguaggio o è pubblico o non è; o si fonda su regole condivise, accettate, o non è linguaggio. (E quel che è vero del linguaggio vale anche per un mucchio di altre cose: grosso modo, per tutte quelle che Hegel considerava facenti parte dello spirito oggettivo).

Ora si dirà: ma non è un po’ troppo scomodare tutta questa dottrina e tutte queste citazioni per qualche innocente capitombolo linguistico? Forse sì (anche se a pensarci: se Carroll ha potuta infarcire di pensieri un testo per ragazzi come «Alice attraverso lo specchio», si potrà pure infilare qualche riflessione quasi filosofica in un articolo dedicato alle disavventure di Luigi Di Maio con la lingua italiana, o no?). Ci sono, in realtà, tanti modi per scusare Di Maio (o il suo collaboratore): innanzitutto, dove sta scritto che per fare il vice presidente della Camera dei Deputati bisogna sciacquare i panni in Arno e parlare «la meglio lingua»? In secondo luogo, non è forse vero che l’italiano parlato è molto cambiato, e il congiuntivo è ormai una rarità? E tu che scrivi e che ti ergi a pontefice della lingua, sicuro che non hai qualche scheletro nell’armadio, qualche verbo sghembo e slogato nascosto in qualche articolo, o almeno qualche correzione dell’ultimora fatta grazie a un occhiuto correttore di bozze? Ancora: non sai che il purismo linguistico è roba da reazionari delle lettere, che i «grammar nazi» che girano in rete, pronti a lapidarti per l’uso improprio della punteggiatura, combattono una battaglia di retroguardia, già mille volte persa? Come si può pensare che l’italiano si mantenga uguale a se stesso nei secoli dei secoli, passando dalla meditata compilazione di una pagina alla concitata scrittura di un tweet? Se muore il congiuntivo, bisogna farsene una ragione. Muoiono ogni giorno parole e forme linguistiche, cambia ogni giorno la grammatica, che sarà mai la perdita di una coniugazione completa?  (Infine, immancabile: pensi forse che Di Maio perderà voti o non piuttosto li guadagnerà, grazie alla sua straordinaria naÏveté linguistica?).

Mi permetto di alzare la posta: tutto vero, tutto giusto. Ma se è così, che fine fa Ulrich? Ulrich è un altro personaggio letterario. Sta ne «L’uomo senza qualità» di Robert Musil, uno dei più grandi capolavori del Novecento. Ulrich possiede – e tiene in maggior conto del senso della realtà – il senso della possibilità: «chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o talatra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: be’, probabilmente potrebbe anche esser diversa». Ma per articolare tutte queste riflessioni c’è bisogno di congiuntivi come dell’aria. Per non soccombere alla dittatura del presente, per non essere schiacciati dalla realtà, per non accontentarsi solo di ciò che è sotto mano, più vicino e più pratico, per dare senso e determinazione a nuove possibilità, e in definitiva: per pensare e per fare pensieri lunghi, di congiuntivi c’è assoluta, vitale, inderogabile necessità. Perché c’è il reale e c’è il possibile; c’è l’indicativo e c’è il congiuntivo; c’è l’affermazione e c’è la negazione. Ma se vi tenete solo l’uno, e rinunciate all’altro, certo non sbatterete mai contro una porta chiusa, però non avrete mai la più pallida idea di cosa potrebbe esserci di là, se invece fosse aperta.

(Il Mattino, 15 gennaio 2017)

La “nuova” politica e le multe dell’infedeltà

dont-throw-the-baby-out-with-the-bath-waterIl passo falso dei Cinquestelle in Europa ha avuto conseguenze anche sul gruppo parlamentare. Due eurodeputati, Marco Zanni e Marco Affronte, hanno lasciato il Movimento per approdare l’uno nel gruppo Salvini-Le Pen, l’altro tra i Verdi. Il che contribuisce a fare chiarezza su un punto: quando si dice che non esistono più la destra e la sinistra s’intende semplicemente che un deputato grillino va dappertutto, ma di sicuro non transita verso i popolari o i socialisti, le due principali famiglie politiche del continente (e non proverebbe ad andare neppure coi liberali europeisti, se non per commettere il più clamoroso degli errori).

Ma la risposta pentastellata non s’è fatta attendere: c’è un contratto, che i parlamentari europei del Movimento sono tenuti a rispettare. Se lasciano il gruppo, tocca loro di pagare una penale di 250.000 euro. Mica bruscolini. Nel Paese che ha eletto il trasformismo a categoria centrale di interpretazione dei fenomeni politici, e che usa rivolgere l’epiteto di voltagabbana a chiunque osi cambiare idea e collocazione politica, il vincolo contrattuale sembra rappresentare il necessario antidoto per frenare gli opportunismi degli eletti. Dei quali evidentemente ci si fida tanto poco, dal ritenere che solo minacciandoli di colpirli nel portafoglio li si può tenere al guinzaglio.

I due ovviamente recalcitrano: la penale non la vogliono pagare. Sostengono che il contratto non ha valore giuridico. Decideranno i giudici, ma la questione non è di poco conto. E non certo per l’entità dell’esborso richiesto, bensì per la natura stessa del mandato parlamentare, che il contratto grillino calpesta e stravolge. Gli onorevoli del Parlamento europeo, come i deputati e i senatori del Parlamento italiano, non hanno infatti alcun vincolo di mandato. Non sono delegati, non sono emissari, non sono tenuti a rispettare clausole contrattuali.  La Costituzione italiana recita (art. 67): «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazioneed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». C’è un perché? Ovviamente sì. La Costituzione, in questo erede di una tradizione politico-giuridica che risale alla rivoluzione francese, e che dunque attraversa tutta la modernità, assegna al parlamentare una funzione politica generale, di rappresentanza dell’interesse collettivo, non già di portatore di interessi e categorie particolari. Lo fa per assicurare una dignità particolare non solo al singolo deputato ma all’intero organo, organo che proprio in virtù della libertà dei suoi membri non si riduce a un ruolo passivo, di mero ricettacolo esecutivo della volontà degli elettori.

Questa è l’idea che della democrazia parlamentare avevano i padri fondatori. Non a caso, il mandato imperativo è stato abbondantemente sperimentato dai paesi del socialismo reale – Unione Sovietica e paesi fratelli – che democratici proprio non erano. Le eccezioni del Portogallo, dell’India o del Bangladesh non mutano il quadro: se vuoi la democrazia – o almeno: se vuoi l’unica forma sperimentata con successo da quando c’è il suffragio universale – allora vuoi l’assenza di vincoli di mandato.

Ma Grillo promette ora di dare non meno, ma più democrazia, grazie alla magia della democrazia diretta, che toglie sì libertà al rappresentante, per darla però al rappresentato, al popolo.

Così dice il Capo. Ma è così che va? È così che è andata, con la votazione sulla collocazione politica del gruppo pentastellato nel Parlamento europeo? Di sicuro, i«portavoce» (li chiamano così) del Movimento a Strasburgo non hanno deciso nulla: la decisione del voto è stata rimessa online, agli iscritti. Fino al giorno prima, loro manco lo sapevano, che si sarebbe votato. Dopodiché sono da notare almeno due cose. La prima: gli eletti non stanno in Parlamento grazie al solo voto degli iscritti, ma a quello ben più ampio degli elettori. Eppure, sono gli iscritti a dettare loro la legge del Movimento. La seconda: a decidere il come, il cosa e il quando della votazione non sono stati nemmeno gli iscritti, ma Grillo (e/o Casaleggio). A disporre della cassaforte dei dati relativi alle votazioni sulla piattaforma del Movimento (chiamata a Rousseau in puro stile orwelliano) sono, di nuovo, soltanto loro due: Grillo e Casaleggio. Lo stesso, infine, va detto della trattativa portata avanti con il gruppo liberale: non risulta che sia avvenuta tramite consultazione, riunioni in streaming, scambio di vedute con chicchessia. La decisione politica è stata insomma tolta al gruppo, e affidata al Capo politico del Movimento, che può deliberare in solitudine, salvo, di quando in quando, sottoporre agli iscritti il deliberato, per ratifica, nei modi che ritiene più opportuni e secondo le forme di comunicazione che decide a piacer suo. Quel voto è insomma un esercizio di convalida, non una manifestazione di volontà. Comporta, anzi, la riduzione a zero della volontà degli eletti. I quali, a meno che non siano nella ristretta testa di comando del Movimento, cioè nel cerchio magico grillino, possono ritrovare una volontà politica solo uscendo dal gruppo.

Chiamatela come volete: dittatura dei soviet, giacobinismo elettronico, democrazia commissariale, ma non la chiamate democrazia parlamentare. Perché non ne ha più il senso né l’articolazione, una volta che trasforma il parlamentare in un mero esecutore della volontà altrui. Poi, certo, gli affanni degli istituti della rappresentanza e la più generale crisi sociale è tale, che si comprendono il discredito e la sfiducia. Manca una legge sui partiti, mancano regolamenti che scoraggino i cambi di casacca, spesso mancano anche costumi politici all’altezza della dignità parlamentare. Ma mancherebbe un Parlamento democratico, con il mandato imperativo. Quella, insomma, è l’acqua sporca, e questo è il bambino: non conviene mai buttare tutto insieme.

(Il Mattino, 13 gennaio 2017)

I cittadini e il corpo del leader

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Un lieve malore, la coronografia, l’intervento di angioplastica, il decorso post-operatorio al Gemelli di Roma: fra qualche giorno il premier Paolo Gentiloni lascerà l’ospedale e potrà tornare al lavoro, forse già da lunedì prossimo. Non si è trattato, per fortuna, di un problema serio e non c’è motivo di drammatizzare. Il Presidente del Consiglio può fin d’ora ricevere visite, parlare al telefono, studiare dossier. Gli auguri che ha ricevuto da tutto il mondo politico dimostrano la simpatia con la quale è stata seguita questa disavventura, capitata all’inizio di un’esperienza di governo che si presenta politicamente fragile, e di cui dunque le condizioni di salute di Gentiloni hanno, per qualche momento, rischiato di fornirne una sfortunata metafora.

Ma il legame fra il corpo del Capo e la scena pubblica non ha un carattere soltanto accidentale. Un celeberrimo studio di Erwin Kantorovicz sui «due corpi» del Re ha indagato il modo in cui il pensiero politico-giuridico occidentale ha costruito, in prima età moderna, l’idea (e la simbologia) di una doppia persona del Re, dotato di un corpo naturale – che si ammala, invecchia, muore o viene ucciso – e di un corpo politico – incorruttibile, angelico, immortale – capace di assicurare la continuità della funzione sovrana. Il modello offriva insieme distinzione e unità: la distinzione metteva al riparo l’unità politica dalle vicissitudini della vita individuale e storica; l’unità circondava la persona del Re di un’aura quasi sacrale.

La persistenza della figura monarchica nell’immaginario politico occidentale è legata proprio a questa capacità di rendere visibile, concentrato in un punto, il grande mistero dell’unità della società (che noi continuiamo peraltro a pensare come un «corpo» sociale, per l’appunto: in continuità, quindi, con questa tradizione).

Nel frattempo però c’è stato l’illuminismo, la grande razionalizzazione del mondo occidentale e il suo progressivo disincantamento: come dicono i sociologi. Cosa resta allora di quel modello?

A giudicare da come reagiamo alle notizie che riguardano la salute dei leader politici qualcosa resta. E anzi, con l’accentuazione dei tratti personali dell’esercizio del potere politico, così caratteristica dell’attuale fase storica, non solo qualcosa resta, ma qualcosa torna nuovamente a imporsi. La crescente spettacolarizzazione della politica ha riportato in primo piano il tema del corpo del Capo: che si tratti della straordinaria fotogenia di Barack Obama o della rappresentazione machista che di sé offre Vladimir Putin, non vi è dubbio che la cura dell’immagine sia un aspetto essenziale delle dinamiche del potere contemporaneo.

Il leader, dunque, ha di nuovo un corpo. Siccome però non sono più disponibili investiture dall’alto, sacre unzioni e altre forme di legittimazione di tipo tradizionale, gli è indispensabile costruire in altro modo la sua seconda natura, un corpo quasi «mistico» che copra e rivesta le funzioni ordinarie legate alla natura meramente fisica del corpo. Siccome non ci sono più scettro mantello e corona a rappresentare la regalità, ci vogliono allora un make up a regola d’arte, vigoria fisica e, magari, un tocco di glamour. Con le dovute eccezioni, si capisce. Ma se proprio non si dispone di bella presenza comunque non è possibile mostrare al proprio elettorato fragilità e debolezza. La centralità del valore della salute nell’immaginario collettivo fa il resto.

La malattia manda in frantumi questa costruzione. Perché il corpo mistico del Re – cioè del Capo – non è venuto meno, ma non sta più su un piano mitico-sacrale, bensì su uno squisitamente estetico. Dunque la malattia lo minaccia. E a meno di non riuscirla a trasfigurare in senso spirituale (come Giovanni Paolo II) la strategia ordinaria del politico – o dei suoi seguaci – consiste nel negarla, nel nasconderla, nel minimizzarla.

Proprio in questi giorni di gennaio, ventisette anni fa, la malattia fece irruzione sulla scena politica italiana. Non che il tema del corpo non avesse profondamente segnato la nostra storia politica – dal corpo virilizzato del Duce, oggetto di fanatismi e oltraggi, a quello straziato di Aldo Moro, assurto a simbolo di una tragedia collettiva – ma con l’improvvisa malattia di Bettino Craxi, ricoverato per una decina di giorni a Milano in una ridda di voci, indiscrezioni, interpretazioni le più diverse e confuse, accadeva forse qualcosa di diverso: era infatti la prima volta, in Italia, che la malattia minacciava un carisma politico. Lo dimostravano proprio le difficoltà dell’opinione pubblica di tenersi a un resoconto distaccato e obiettivo, le incertezze sull’entità e la natura stessa della malattia, le strategie di rassicurazione messe in atto da amici e compagni. L’aria di segretezza non poteva però essere semplicemente dissipata: non solo o non tanto perché bisognava ridurre la malattia a poca cosa, ma perché, soprattutto, non si poteva offrire una piatta stenografia del decorso ospedaliero nei suoi termini prosaici, meramente medico-sanitari. Oggetto della narrazione non sarebbe stato più, infatti, il corpo magnetico, quasi soraumano, del Capo.

Craxi uscì dall’ospedale il 13 gennaio 1990. Forse anche Gentiloni uscirà il 13, o magari due o tre giorni dopo. Di sicuro, però, questa volta la laicizzazione ha funzionato: si è trattato di scongiurare l’ostruzione di vasi sanguigni, e di nient’altro.

(Il Mattino, 13 gennaio 2017)

I pentiti degli effetti del «No»

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Nell’editoriale di ieri sul Mattino il professor Giovanni Verde ha tratto il bilancio di questo mese trascorso dal referendum del 4 dicembre. Le sue parole hanno il pregio della franchezza. «Quando mi sono speso per il No non era questo ciò che volevo», ha scritto. Non voleva il professor Verde le dimissioni di Matteo Renzi, e il lento scivolamento del Paese all’indietro, verso un quadro politico che sembra indirizzato a cancellare tutti i motivi di rottura introdotti dal governo guidato dall’«arrogante» segretario del Pd.

Quel che però colpisce, nel leggere l’articolo, è la relativa sorpresa che accusa solo oggi, quando era ben chiaro, già prima del voto, che il successo del No avrebbe comportato esattamente questo. La mia valutazione del merito della riforma era opposta, perché non ravvisavo nessun attentato alla democrazia, nessuna involuzione autoritaria, nessuno pericoloso squilibrio fra i poteri costituzionali nel disegno di legge Boschi. Però non è sui contenuti della riforma che vale la pena oggi discutere, bensì sulla situazione politica che la vittoria del No ha determinato. Se vi era un fronte riformatore che sosteneva il nuovo disegno costituzionale, era evidente che la sua sconfitta lo avrebbe indebolito complessivamente: non solo non si sarebbero fatte subito (in pochi mesi! In pochi settimane! In pochi giorni!) la riforma del bicameralismo e la riduzione del numero dei parlamentari, per rendere più snello il nostro sistema istituzionale, ma la corrente di risacca avrebbe trascinato il Paese con sé, nella direzione opposta a quella perseguita dall’esecutivo. È quello che sta accadendo. Sono sicuro che alcune misure prese – sul lavoro, sulla scuola, sul sistema bancario, sulla pubblica amministrazione, sul fisco, sulle politiche europee – potevano essere discutibili, ma quel che ora si fa avanti non è tanto la necessità di correggere questo o quel provvedimento, quanto piuttosto la volontà di marcare con un segno negativo quelle politiche, come se l’idea stessa di procedere in una direzione riformatrice andasse riveduta e corretta. D’improvviso, appare arrischiata l’idea stessa di sfidare le mille corporazioni che frenano l’Italia. Basti vedere come Michele Salvati (che pure ha votato Sì) sente lo spirare del vento e la triplice lezione che viene dal referendum: rassegnarsi alle grandi coalizioni, salvare il salvabile di questi anni di governo, rinunciare al vaglio popolare per i cambiamenti costituzionali. Di fatto, è – sempre con le migliori intenzioni – la rinuncia a pensare che il consenso popolare possa arridere a politiche di stampo riformatore. Che era ed è il senso della sfida di Renzi.

Verde (non solo lui) sembra ritenere che il segretario del Pd ha compiuto un errore colossale, legando la sua sorte a quella delle riforme costituzionali. Visto l’esito, è difficile dargli torto, se si guarda al personale destino di Renzi, oggi più incerto che mai. Ma se invece si guarda al progetto complessivo, è difficile negare che non ci si poteva voltare dall’altra parte, o nascondersi dietro una presunta neutralità delle riforme, come se non bisognasse assumersene la piena responsabilità politica. Non è che Renzi abbia perso la pazienza e abbia deciso all’improvviso di intestarsi le riforme: è andato al governo portando avanti quelle idee, enunciandole nel suo programma. I tempi sono stati sbagliati (non voglio dire sfortunati), perché la mancata crescita del Paese ha reso poco attraente una prospettiva di cambiamento affidata al solo veicolo della riforma costituzionale, ma non si è trattata di un’improvvisa alzata di ingegno, ed è singolare che il giorno dopo quel voto molte anime belle si dolgano e si battano il petto. Sono quelli che volevano bocciare le riforme, senza dare una botta a Renzi, e quelli che volevano dare una botta a Renzi, pazienza se di mezzo ci sarebbero andate le riforme. Il risultato è diverso da quello che si aspettavano, ma non occorre scomodare l’astuzia della ragione di hegeliana memoria per scoprire che la storia ha una sua oggettività, contro cui poco possono i pii desideri dei professori di diritto. Fa sorridere vedere ora Vladimiro Zagrebelsky e Nadia Urbinati avere dubbi sulla possibilità che la loro sapienza politica e costituzionale possa accasarsi fra i grillini. Per dirne una soltanto: l’idea, tecnicamente eversiva, del mandato parlamentare imperativo non è un’invenzione ad uso dei giornali, come quella strampalata delle giurie popolari che stabiliscono la verità delle notizie. Questa, che spinge Zagrebelsky a prendere oggi allarmato la penna, è solo l’ultima trovata mediatica; quella, che meriterebbe ben altro allarme, è invece un pezzo del programma pentastellato, e sta lì da ben prima del 4 dicembre.

La verità è che aveva ragione Umberto Saba, il poeta: siamo un Paese di fratricidi, roso da rivalità e campanilismi fra simili. Faceva, Saba, l’esempio di Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani «Gli italiani sono l’unico popolo – diceva – che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ma è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione». Non è forse andata così, anche questa volta? Altro che rottamazione dei padri: non abbiamo assistito piuttosto a un fratricidio? Renzi viene ancora dipinto come un bullo, come un ducetto, come un apprendista stregone: ma non dai suoi avversari politici, dai suoi compagni di partito!

Siccome però, come diceva Keynes, l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre, è meglio non fare previsioni su quel che succederà di qui in avanti: se la lenta ma costante spinta restauratrice prevarrà, o se invece assisteremo a un nuovo cambio di palcoscenico. Sarà bene però attrezzarsi, per non fare ancora una volta sfoggio soltanto del senno di poi.

(Il Mattino, 7 gennaio 2017)

La Rai irriformabile specchio del Paese

 

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Per dove passa l’innovazione, in Rai? Per il momento, da nessuna parte. Le dimissioni di Carlo Verdelli, dopo la bocciatura del suo piano editoriale, ripropongono tuttavia la domanda che, puntuale, si affaccia ad ogni cambio di stagione. In realtà, le cose non erano andate sin qui tutte lisce. Verdelli avrebbe dovuto presentare il piano già questa estate. Francesco Merlo, chiamato come consulente, si era dimesso, senza essere mai riuscito a trovare lo specifico televisivo di cui, a suo dire, si favoleggia soltanto. La bozza di Verdelli era stata criticata, fra l’altro, per mancanza di previsioni dal lato dei costi. E soprattutto il modo in cui il direttore editoriale delle news si era mosso – in un’autonomia che poco a poco era divenuta isolamento – non aveva certo creato un’aspettativa favorevole, dentro il corpaccione della Rai. Le avvisaglie, insomma, c’erano tutte. La materia dell’informazione pubblica rimane d’altronde una materia assai sensibile, anche senza le alzate di ingegno di Beppe Grillo sui media, i telegiornali, le verità e le post-verità.
Comunque, c’entri o no il clima politico determinatosi nel Paese dopo il referendum costituzionale, e a seguito delle dimissioni di Renzi; c’entri o no la più grande debolezza del direttore generale Campo Dall’Orto, quello che aveva chiamato Verdelli nel novembre del 2015, il piano non ha avuto luce verde e Verdelli ne ha tratto bruscamente le conseguenze, senza accogliere l’invito dei consiglieri d’amministrazione di considerare il documento solo un punto di partenza. I retroscenisti cercano ora di capire chi ha sferrato le pugnalate e perché, ma le ricostruzioni più o meno attendibili che si sono lette in queste ore – i consiglieri che storcono il naso, la presidente Maggioni che non muove un dito, il sindacato dei giornalisti che si frega le mani, tutti che, a delitto avvenuto, si voltano dall’altra parte – non toccano la sostanza del problema, cioè come cambiare l’informazione in Rai. Perché sul fatto che è da cambiare non ci piove. Ma i cambiamenti, soprattutto dal lato organizzativo, non sono facili, e si vede.
Verdelli aveva messo nero su bianco alcune cose. Innanzitutto, l’esigenza di superare la divisione delle reti Rai per aree politiche d’appartenenza, ricercando più strettamente la sinergia fra Reti e testate giornalistiche, al fine di individuare specifici e distinti target di pubblico per ciascun tg, sia in relazione al canale che alla fascia oraria di trasmissione. In secondo luogo, la necessità di redistribuire gli organici giornalistici, formati nel tempo sulla base di equilibri politici e aziendali, piuttosto che in virtù delle funzioni produttive assolte. La Rai ha 21 redazioni regionali, in cui siedono circa 800 giornalisti (su un totale di oltre 1700 giornalisti in forza all’azienda, con un’età media superiore ai cinquant’anni). Il piano prevedeva il trasferimento del Tg2 a Milano, una riorganizzazione su base macroregionale in cinque aree, l’integrazione  tra il canale “all news” e i tg regionali, la nascita di un “Tg Sud” affidato al centro di produzione della Rai di Napoli. Una rivoluzione, insomma.
Non mancavano poi, a quel che se n’è letto, osservazioni sul ritmo dei telegiornali, sugli stili di conduzione, sul linguaggio, sui materiali e sui servizi, sulle interazioni con il pubblico, sull’uso dei trend topics della Rete, persino sulle sigle: su tutto insomma quello che c’è o ci sarebbe da fare per svecchiare l’informazione Rai.
Ora, dopo le dimissioni, la Rai deve inventarsi rapidamente qualcosa, per non restare un’altra volta al palo. Questo piano naufraga, infatti, dopo che già il precedente, a cui aveva lavorato Luigi Gubitosi, era finito nel cassetto. Il dubbio che la Rai proprio non ce la faccia a fare la rivoluzione nell’informazione finora solo annunciata è forte. Quella di Verdelli era di certo una cura drastica, forse persino troppo drastica e per alcuni semplicemente irrealizzabile. Ma partiva da un’ambizione legittima: quella di dare un’anima all’informazione Rai, di legarla alla necessità di imbastire un racconto nuovo dell’Italia, di recuperare da Milano un timbro laico e moderno, di rifare da Napoli la narrazione meridionale e meridionalista del nostro Paese. E di rifarla, scuotendo il mondo sonnacchioso delle testate regionali, dando un senso al canale “all news”, recuperando condizioni di operatività in linea con le funzioni complessive dell’azienda.
Era tutto troppo astratto, campato in aria? Era sbagliato l’approccio? Erano saltate le necessarie mediazioni? Può darsi. Di sicuro, qualcuno ha pensato che dopo aver «deportato» i docenti nelle scuole italiane non si potevano «deportare» pure i giornalisti. Forse si è trattato dell’ennnesimo caso di un riformismo calato dall’alto, non capito o forse non spiegato, e perciò andato incontro all’inevitabile insuccesso. Ma il rischio che anche questa bocciatura prenda il sapore di una restaurazione esiste. L’Italia sembra essere andata a sbattere contro un iceberg: a bordo c’è chi si impegna in manovre di correzioni e complicate variazioni di rotta, ma il rischio che invece si finisca tutti a picco purtroppo esiste.

(Il Mattino, 5 gennaio 2017)

Il movimento con il patto di soggezione

leviatano

Il codice di comportamento del Movimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in indagini giudiziarie, che oggi sarà ratificato col voto online degli iscritti, rimette nelle mani del «Garante del MoVimento 5 Stelle», del «Collegio dei Probiviri» o del «Comitato d’Appello» la sorta dell’eletto (denominato «portavoce») che dovesse incappare in procedimenti giudiziari. Da oggi, il ricevimento di un avviso di garanzia non equivale a un’espulsione o a una sospensione dal Movimento. Una valutazione in ordine alla gravità delle contestazioni viene affidata agli organi statutari (cioè a Grillo o chi da lui proposto), e può allinearsi come non allinearsi alle decisioni della magistratura.

È una notizia. Il Movimento che per anni ha fustigato tutti gli altri partiti al primo stormire di carte giudiziarie, e che aveva elevato a grido rivoluzionario la parola «onestà!», scandendola fra le lacrime, come un grido identitario, finanche al funerale del leader carismatico, Gianroberto Casaleggio, è ora in grado di considerare onesti anche quei politici che, pur colpiti da un provvedimento della magistratura, non fossero stati ancora raggiunti da una condanna. Almeno quelli fra le proprie file cui dovesse toccare una sorte del genere, perché non è detto che questa improvvisa equanimità di giudizio venga riservata anche agli avversari politici. In passato, infatti il blog di Grillo additava al pubblico ludibrio chiunque risultasse implicato in indagini di qualche tipo, senza andar troppo per il sottile con le valutazioni circa la presunta gravità.

È un passo avanti o uno indietro? Messi di fronte alle difficoltà della vita politica e amministrativa, i Cinque Stelle stanno diventando come tutti gli altri, pronti a chiudere un occhio sulle malefatte della politica, o più banalmente prendono atto con qualche realismo che un avviso di garanzia – per esempio per abuso d’ufficio – non può equivalere immediatamente a una sentenza di condanna? Che non tutte le fattispecie di reato paventate destano la medesima preoccupazione? Che certe reputazioni sono compromesse indipendentemente dall’azione dei pubblici ministeri, e magari certe altre non lo sono nonostante quell’azione?

È evidente che essersi scottati a Parma, a Livorno, a Quarto, infine a Roma doveva avere prima o poi delle conseguenze. A Roma, soprattutto. È già stato chiaro, nelle difficili settimane passate, che bisognava imbastire una difesa della sindaca Raggi a prova di avviso di garanzia. Nomine sbagliate, indagini e arresti mettono un eventuale avviso per il primo cittadino della Capitale nel novero delle cose possibili. Il costo politico delle dimissioni, o anche del ritiro del simbolo, potrebbe essere troppo elevato, soprattutto se non giustificato da fatti di modesta entità. In ogni caso, Grillo vuole riservarsi la possibilità di decidere. Ed è normale che sia così, se si vuole mantenere il controllo politico degli eventi, anche se – va detto – non è la normalità delle dichiarazioni alle quali ci avevano finora abituati gli esponenti del Movimento.

Prendete Di Maio. Un paio di anni fa, di questi tempi dichiarava: «Per me, ai politici non va applicata la presunzione di innocenza. È facendo i garantisti con i politici che abbiamo rovinato lo Stato Italiano». Per difendere queste parole, aveva pure aggiunto, sulla sua pagina Facebook: «Per me, se c’è un dubbio non c’è alcun dubbio. È così che [i politici] vanno trattati». Ora, a meno di non volersela prendere con i magistrati, come si fa a dire che un avviso di garanzia un dubbio non lo fa venire? Ma con l’approvazione del Regolamento, anche Di Maio dovrà tenersi i dubbi per sé, e avere meno certezze sulla flagrante colpevolezza dei politici.

Di certezze dovrà invece continuare ancora a nutrirne di saldissime nei confronti del «capo politico», di Grillo, visto che la qualità democratica del Movimento non è affatto assicurata dalla partecipazione online degli iscritti ai voti di ratifica indetti ogni tanto dal titolare del blog. Basta domandarsi infatti: cosa succederebbe se un avviso di garanzia dovesse arrivare proprio a Beppe Grillo? È evidente che gli estensori del regolamento non si sono posti minimamente il problema. La circostanza che il «capo politico» debba valutare il proprio stesso caso non è disciplinata. Come se fosse esclusa a priori. Grillo è cioè la perfetta incarnazione del sovrano legibus solutus, sciolto dalle leggi che proclama. È l’ultimo discendente di una vecchia idea di Thomas Hobbes, che all’origine del contratto politico moderno metteva non uno, ma due patti: un patto di unione con cui tutti si impegnano reciprocamente a osservare gli stessi doveri, ricevendone gli stessi diritti, e un patto di soggezione, con cui tutti accettano di essere subordinati a (e giudicati da) uno solo, che del primo patto è il supremo garante. Il primo patto prevede una simmetria, che il secondo invece non prevede. Dentro il primo stanno tutti gli iscritti; dietro il secondo sta il solo Beppe Grillo. Ma in un Movimento che per principio «rifiuta la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi» non c’è molto altro: i direttori, infatti, prima o poi si squagliano. Per ora dunque hanno riveduto il solo regolamento, rivendicando autonomia rispetto alle decisioni delle procure; chissà che in futuro, apprezzata questa nuova libertà, non debbano rivedere anche il resto.

(Il Mattino, 3 gennaio 2017)