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Primarie Pd, le idee per scegliere

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Primarie a bassa intensità, noiose, clandestine. Primarie scontate, primarie con rito abbreviato, primarie spopolate: definite in molti modi, rappresentano comunque l’appuntamento più largo e partecipato che in questo modo offre la vita interna dei partiti italiani. E dunque vale la pena darci un’occhiata, provare a orientarsi tra i profili e i programmi dei tre cavalieri – Renzi, Orlando, Emiliano – che in singolar tenzone si contendono la guida del partito (e, a norma di statuto, anche la premiership).

Sinistra

Ci sono quelli che dicono che la distinzione fra destra e sinistra non ha più molto senso. E tuttavia il partito democratico (che con Renzi segretario ha definitivamente aderito al socialismo europeo) continua a definirsi come un partito di sinistra, e tutti e tre i candidati condividono questa collocazione. Cambiano però gli aggettivi qualificativi, che sono necessari per apprezzare le differenze. La sinistra di Orlando somiglia alla tradizione socialdemocratica, e l’insistenza sul tema dell’uguaglianza fa sì che “democratico” sia senz’altro l’aggettivo da scegliere per la sua proposta programmatica. Quella di Renzi è invece una sinistra liberale, con più robusti innesti di liberalismo nelle proposte economiche, nell’idea di modernizzazione, nell’insistenza sul tema dello sviluppo. Emiliano, infine, è l’unico che non disdegnerebbe affatto l’aggettivo populista, che prova a presentarsi come l’uomo che lotta contro l’establishment e i potenti («il Pd dei banchieri e dei petrolieri»).

Populismo

A proposito di populismo, detto che per Emiliano non sembra affatto che sia un vero avversario, e che anzi ci andrebbe volentieri a braccetto, Orlando e Renzi usano entrambi la parola per denunciare un pericolo per le istituzioni democratiche, o perlomeno per le politiche di cui il Paese avrebbe bisogno. Orlando lo considera un «rischio mortale» per il Pd e, pensando a Emiliano ma anche a Renzi, denuncia le dosi di populismo entrate nelle vene del partito (ad esempio sul tema dei costi della politica, che Renzi riprende e che Orlando invece non cavalca mai). Per Renzi, al di là di stile, tono e qualche volta argomenti, la vera risposta al populismo stava però nella riforma costituzionale, cioè nel passaggio ad un sistema politico e istituzionale semplificato e più efficiente.

Legge elettorale e sistema istituzionale

Sul primo punto, in cima all’agenda dei prossimi mesi, siamo al ballon d’essai delle dichiarazioni quotidiane. C’è molto tatticismo, e il sospetto fondato che alla fine non cambieranno le cose. Ci terremo probabilmente la legge uscita dalla sentenza della Corte costituzionale, con piccoli aggiustamenti. Renzi, comunque, punta tuttora a correttivi maggioritari; Emiliano si dichiara per un maggioritario con collegi uninominali, e tutti e due vogliono togliere i capilista bloccati. Orlando proviene da una cultura di tipo proporzionalista, ha sposato nella sua mozione la proposta Cuperlo con il premio di lista ma è disponibile ora al premio di coalizione. La riforma costituzionale, dopo il referendum, è invece divenuta un terreno completamente minato: nessuno ci cammina più su. Nella mozione congressuale di Renzi c’è un cenno alla riforma del titolo V (autonomia regionale), in Orlando nemmeno quello. Ma è giusto ricordare che Renzi e Orlando stavano dalla stessa parte, mentre Emiliano ha osteggiato fragorosamente il programma di riforme del governo, e ha votato no al referendum.

Alleanze

Insieme alla legge elettorale sta il punto politico: le alleanze. Gli ultimi giorni si sono giocati su questo tema: Orlando agita contro Renzi lo spauracchio dell’accordo con Berlusconi. Renzi ribatte che Orlando la coalizione con Berlusconi l’ha già fatta. Ma in realtà il tema non può essere declinato concretamente in assenza di una legge. Se rimane un impianto proporzionale, le alleanze si faranno dopo il voto, non prima: secondo necessità. Non è chiaro infatti come si possa evitare l’accordo con il centrodestra senza un meccanismo maggioritario sul modello del tanto deprecato (e dalla Corte costituzionale bocciato) Italicum. Le discriminanti sembrano in realtà altre. Orlando non ha difficoltà a riprendere il dialogo con i fuoriusciti del Pd, Renzi invece ne fa una questione di coerenza: con Pisapia e il suo campo progressista sì, ma come si fa a stringere un’alleanza con D’Alema e Bersani, che il Pd lo hanno rotto? Che senso ha dividersi il giorno prima e allearsi il giorno dopo? Quanto a Emiliano, guarda con interesse agli elettori grillini, e si capisce che cercherebbe alleanze da quella parte.

Unione europea

Dici Europa e li trovi tutti d’accordo: sembra quasi una gara a chi si dice il più europeista di tutti (anche se tutti aggiungono subito dopo che così com’è l’Unione non va). Emiliano, i cui toni populisti non sembrerebbero andare a braccetto con il sogno europeista, innalza addirittura il vessillo degli Stati Uniti d’Europa; Orlando ne fa prioritariamente una questione di policies e punta alla costruzione del “pilastro sociale” che mancherebbe all’Unione; Renzi tiene insieme le due cose e soprattutto prova a rilanciare l’iniziativa politica per cambiare l’Europa, proponendo di affidare alle primarie la scelta del candidato alla Presidenza della Commissione. In realtà, con la probabile elezione di Macron (apprezzato da tutti e tre) e un possibile, rinnovato asse franco-tedesco, gli spazi per i giri di valzer si riducono: Renzi batte i pugni a Bruxelles, Emiliano dice che lo fa troppo poco, e Orlando dice che lo fa inutilmente. Questioni di immagine, più che di sostanza.

Mezzogiorno

Il Mezzogiorno c’è nei programmi di tutti e tre. Ma nessuno dei tre candidati lo ha scelto come terreno sul quale marcare una vera differenza rispetto agli altri due. Neppure Emiliano, che pure è governatore di una regione meridionale, la Puglia. Tutti e tre pongono la questione meridionale come una questione nazionale. Tutti e tre sono consapevoli che l’Italia non potrà mai crescere oltre lo zero virgola se a crescere non sarà anzitutto il Sud. Ma nessuno dei tre ha chiesto un solo voto per il Sud, e alla fine il risultato che prenderanno in Campania o in Sicilia, in Puglia o in Calabria dipenderà molto di più da dinamiche di tipo localistico, che dal profilo programmatico che hanno assunto. E al dunque: Renzi voleva portare il lanciafiamme a Napoli, ma poi non lo ha fatto. Orlando invece a Napoli ci ha fatto il commissario, e chiamarsi fuori non può; Emiliano infine s’è preso lo sfizio di strizzare l’occhio a De Magistris appoggiando pochi giorni fa «l’insurrezione pacifica contro Salvini». Tant’è.

Migranti e sicurezza

Tutti e tre i candidati subiscono la pressione dell’opinione pubblica e tendono a declinare i due temi insieme. Tutti e tre si coprono – come si suole dire – su quel fianco sul quale tradizionalmente i partiti di sinistra si mostrano più scoperti. Così Emiliano spende parole sull’accoglienza e sul bisogno di manodopera straniera della sua Puglia (non proprio un argomento di sinistra), ma nel confronto televisivo tiene a ricordare che lui, da magistrato, girava con la pistola nella tasca dei pantaloni. Renzi fa la polemica con l’Unione europea che scarica sul nostro Paese il peso maggiore nell’accoglienza, ma si allinea alle posizioni più dure in tema di legittima difesa (non proprio una posizione di sinistra); Orlando vuole superare il reato di immigrazione clandestina, ma difende la sua legge che accelera l’esame del diritto d’asilo, togliendo il grado di appello (legge assai poco amata a sinistra). In compenso, nessuno di loro indietreggia di fronte al compito di salvare le vite umane in mare e difendere le Ong.

Economia

Per tornare a trovare differenze più accentuate fra i tre candidati, bisogna allora tornare a guardare ai temi dell’economia e della società. La più chiara di tutte: Orlando e Emiliano sono per una patrimoniale, mentre Renzi la esclude. Il programma economico e sociale di Renzi è per il resto tracciato nel solco di quello seguite dal suo governo. E cioè il jobs act, poi gli 80 euro, «cioè la più grande operazione distributiva che sia mai stata fatta», poi la riforma della pubblica amministrazione e quella della scuola. Orlando in realtà faceva parte del governo e Renzi non ha mancato di ricordarglielo, ovviamente. Ciò non toglie che Orlando ha criticato la politica dei bonus, che vanno a tutti, ricchi e poveri indistintamente, e provato a riprendere il tema più classicamente socialdemocratico della redistribuzione dei redditi («sradicare in tre anni la povertà assoluta»). Emiliano ha forse il programma più a sinistra: critica l’abrogazione dell’art. 18, vuole tassare le multinazionali del web, vuole una forma universale di sostegno al reddito. E però vuole pure la riforma dell’IVA, finanziandola con il recupero dell’evasione dell’imposta.

Partito

Come sarà il partito democratico dal 1° maggio? Se vince Renzi, è l’accusa degli altri due, sarà quello che è stato finora: un partito fortemente segnato dalla leadership di Matteo, tinto di prepotenza e poco inclusivo. Emiliano era sul punto di andarsene, poi è rimasto ma continua a dipingere Renzi quasi come un pericolo. Orlando ha finito la campagna elettorale arrivando a dire che o vince Renzi o vince il Pd. In effetti, Renzi è arrivato alla guida del Pd sull’onda della rottamazione, non mancando di aggiungere che preferiva farsi dare dell’arrogante piuttosto che farsi fermare dai veti incrociati dei maggiorenti del partito. Nella sua mozione, però, gli accenti sono mutati: cita Gramsci, propone non un partito pesante ma un partito pensante, ne mantiene il tratto aperto e contendibile, fondato sul modello delle primarie, ed è soprattutto l’unico che prova a tratteggiare un modello nuovo di militanza. Emiliano chiede invece di cambiare lo statuto e l’identificazione fra candidato premier e segretario nazionale, Orlando propone invece le primarie regolate per legge.

Le persone

Le differenze, tutto sommato, ci sono. Ma sicuramente si disegnano con più nettezza se si guarda alle rispettive personalità. Orlando è quello più “strutturato”, che prova a incarnare la serietà della politica; Emiliano fa quello fuori dalle righe, che sta tra la gente e fuori dal Palazzo (pur essendoci seduto dentro); Renzi vuole essere ancora l’uomo delle riforme, che ha cominciato e vuole continuare. Uomo della mediazione Orlando, uomo della declamazione Emiliano, uomo della rottamazione Renzi. Correzione di rotta per Orlando, rivoluzione gentile per Emiliano, cambiamento per Renzi, bandiera finita nella polvere dopo il 4 dicembre. Non se ne è parlato molto, ma il senso dato a quel voto è un vero discrimine fra i tre. Un no sacrosanto per Emiliano; una severa lezione, per Orlando; uno stop imprevisto dal quale ripartire per Renzi. Solo il voto di oggi potrà indicare la strada. E questo, dopo tutto, è il bello della democrazia (non quella diretta).

(Il Mattino 30 aprile 2017)

Maggioranza e minoranza, ecco dove il Pd si è spaccato

Massimo Adinolfi, Nando Santonastasopd

Nuovi gruppi parlamentari, e presto anche nuovi soggetti politici: la scissione nel Pd è ormai cosa fatta. Ma fatta perché o per cosa? Ragioni di posizionamento politico, lotte di potere, ambizioni personali contano, ovviamente. Ma hanno comunque bisogno di un vocabolario per articolarsi, di un lessico per dirsi e per spiegarsi. Siccome non sono più disponibili i vecchi schemi ideologici, la scissione cammina sui temi e le politiche di questi anni, tra antiche velleità e nuove ambizioni. Dopo dieci anni, il partito democratico non ha ancora chiaro quale debba essere il suo complessivo orizzonte culturale: se deve spingere di più sul pedale dell’innovazione, o recuperare parte del bagaglio teorico abbandonato nel corso degli anni, se essere più testardamente socialdemocratico o più spregiudicatamente liberale, se puntare di più su apertura, speranza e futuro, o se invece offrire più sicurezza, protezione, assistenza. Se reinventarsi o ritrovarsi. E se, più prosaicamente, rivendicare o ripudiare le politiche fatte stando al governo. Il dibattito apertosi dentro il Pd, soprattutto dopo il referendum del 4 dicembre, prosegue ora anche fuori, con la scissione, anche se non così fuori e lontano come appaiono le posizioni di Sinistra italiana. In ogni caso, era giusto parlare di maggioranza e minoranza, come abbiamo fatto, perché la ricerca di spazio e di identità della sinistra non è cominciata con la scissione, e non finisce con essa. Di sicuro nel vocabolario della crisi entrano tanti, forse troppi disitnguo che hanno segnato, irrimediabilmente, la storia interna del maggiore partito italiano negli ultimi anni. Rari i momenti di scelte condivise, fino allo scontro totale che ha preceduto la sconfitta dell’ex premier e della maggioranza al referendum costituzionale. Oggi che i venti di scissione sono diventati certezza, si apre una nuova fase dagli sviluppi complicati, condizionata come sarà dalla nuova prospettiva proposizionale che si intravede nella nuova legge elettorale. Ed è qui che i giochi torneranno a essere decisivi, come non è difficile prevedere.

Il Jobs act. Su articolo 18 e bonus lo scontro più duro

È uno dei nervi scoperti del Pd, il fronte forse più acceso di contrasto tra maggioranza e minoranza. La riforma del lavoro, difesa a spada tratta da Renzi, ha puntato tra le priorità al ritorno a politiche attive del lavoro, alla creazione di nuova occupazione dopo gli anni della recessione attraverso incentivi e semplificazione burocratica, all’abolizione dei vincoli sui licenziamenti chiesta a gran voce dalle imprese. Sostenuta dall’Ue, che l’ha sempre considerata giusta e moderna, la riforma è finita subito nel mirino della minoranza. L’abolizione dell’articolo 18 e la possibilità dei licenziamenti collettivi hanno creato un solco mai colmato («Errore clamoroso», disse non a caso Speranza nel giorno dell’approvazione della legge). Ma anche i modesti risultati sui nuovi posti di lavoro e sull’occupazione giovanile in particolare sono stati imputati dai “bersaniani” ai limiti oggettivi della legge.

L’Imu. La tassa sulla prima casa tra distinguo e polemiche

Altro terreno di forte scontro, l’aboliione dell’imposta sulla prima casa. Il governo Renzi e la maggioranza Pd l’hanno estesa a tutti, senza alcuna eccezione in base alle categorie di reddito come invece chiedeva la minoranza per la quale il provvedimento è stato considerato sin dall’inizio un ulteriore “regalo” al centro politico che ha sostenuto l’esecutivo. Per Renzi quella scelta è stata invece il primo passo per un progetto più complessivo di abolizione della tassazione sulle famiglie che avrebbe dovuto portare anche alla riduzione delle aliquote Irpef, sponda che la crisi del post-referendum ha reso irraggiungibile. Per la minoranza resta al contrario l’idea-forte di tassare di più i redditi e i patrimoni alti spingendo al massimo la lotta all’evasione fiscale per recuperare le risorse necessarie.

Le alleanze. Sguardi bifronti: dal centro al richiamo della sinistra

Non si sa con quale legge elettorale si andrà a votare, né quando, ma è convinzione diffusa che la legge avrà un impianto proporzionale. Le prossimen maggioranze si formeranno dunque in Parlamento: come nella prima Repubblica, salvo il fatto che la solidità e la compattezza dei partiti di allora è incomparabilmente superiore a quelle delle formazioni politiche attuali. Ciò detto, la minoranza disdegna di guardare verso il centro, mentre la maggioranza del Pd trova più facile tirare una linea di demarcazione a sinistra. Qeusto in teoria, perché per arrivare al 51% è sempre più probabile che ci sarà bisogno di formare coalizioni molto ampie, a meno di non volersi sottrarre alla prova del governo. Ma pezzi della minoranza coltivano l’illusione di riaprire il discorso con il M5S, mentre in settori della maggioranza affascina ancora il modello neocentrista del “partito della nazione”.  

Il welfare. Lotta alla povertà: piani e “strappi” senza sbocchi

La povertà e le misure per contrastarla sono state un terreno quasi inevitabile, anche dal punto di vista ideologico, di contrasto. Il governo Renzi e la maggioranza hanno sempre detto di no all’idea di un reddito di cittadinanza “modello 5 Stelle”, puntando sul reddito di inclusione e aumentando le risorse destinate al Fondo di solidarietà per le famiglie del disagio sociale. I tempi però non sono stati brevi perché il ddl illustrato dal ministro Poletti a febbraio non ha ancora completato l’iter. La minoranza ha presentato proposte se non alternative quanto meno diverse puntando soprattutto ad estendere la platea dei beneficiari degli 80 euro (in base ai componenti del nucleo familiare) attraverso la revisione del codice Isee e degli aventi diritto al bonus bebé. Dialogo spesso tra sordi ma mai interrottosi.

I diritti. Su unioni civili e cannabis uniti senza se e senza ma

Sui temi dei diritti civili, sulle materie eticamente sensibili, il partito democratico è forse meno diviso che in passato. In Parlamento e nelle Commissioni sono in discussione almeno tre argomenti delicati: la legalizzazione delle cannabis, lo ius soli, il testamento biologico. Su posizioni progressiste si trovano tanto esponenti della maggioranza quanto esponenti della minoranza. Così è stato anche al momento di votare le unioni civili, nel 2015: Renzi ne aveva fatto un punto qualificante della sua campagna per le primarie, ma quella legge ha il consenso anche di Speranza o di Rossi. Quando fu varata, si accantonò il tema della stepchild adoption, ma nelle discussioni in corso nessuno lo ha indicato come uno dei punti sui quali fare una battaglia nel prossimo futuro.

Le privatizzazioni. Forti divisioni sul mercato ma la crisi riduce le distanze

La linea della maggioranza renziana è stata chiara sin dall’inizio: mettere sul mercato quote, mai la maggioranza, dei cosiddetti campioni nazionali del sistema industriale e produttivo del Paese (da Eni a Poste) per favorire lo sviluppo della competitività attraverso il mercato e consentire l’attrazione di capitali stranieri, indispensabili alla crescita. Di tutt’altro avviso la minoranza anche se lo stesso Bersani, ministro del governo Prodi, non ha mai nascosto che certe scelte di ispirazione blairiana andavano fatte e condivise (non a caso le “lenzuolate” rimandano al suo nome). Oggi però quelle ricette non vanno più bene di fronte alla povertà e alla strategia politica delle “destre”. Non a caso lo stesso Renzi ne ha tenuto conto negli ultimi tempi rivedendo almeno parzialmente l’impostazione originaria.

Le tasse. 80 euro, Ires, Rai: i tagli non ricompongono l’intesa

«Continuare a ridurre le tasse per i cittadini, fare di tutto per incentivare il lavoro e produrre ricchezza, perché solo così riparte la nostra economia». Renzi e la maggioranza hanno insistito moltissimo su questo punto: non solo l’Imu ma anche il bonus degli 80 euro, la riduzione del canone Rai, il taglio di Iri e Ires per le imprese, l’abolizione dell’Imu agricola sono tutti provvedimenti, spiegano, che dimostrano in modo inequivocabile la scelta di avviare concretamente l’annunciata diminuzione della pressione fiscale. La minoranza replica impugnando l’addio all’Imu: non si può togliere l’imposta anche a chi dichiara redditi da un miliardo. Meglio, si insiste, dedicarsi agli investimenti che incidono di più sulla crescita. Replica di Renzi nel fiore delle polemiche: «Per i cittadini stiamo riducendo troppo poco le tasse invece per (alcuni?) i politici le stiamo riducendo troppo. Non è fantastico?».

L’Europa. Fiscal compact, che errore. Stavolta tutti lo riconoscono

È un terreno che avvicina molto maggioranza e minoranza, peraltro d’accordo su quella che oggi viene considerata una scelta-capestro per un Paese con un elevato debito pubblico. Parliamo dell’adesione al fiscal compact “imposta” dal patto tra il governo Monti e l’Unione europea e considerato quattro anni fa come un punto irrinunciabile per riconquistare la fiducia di Bruxelles. Il pareggio di bilancio, votato dal Parlamento (Pd pressoché compatto) e inserito nella Costituzione, si è rivelato con il tempo una sorta di trappola: da tempo Renzi chiede la fine di politiche di rigore e austerità dell’Ue e su questo terrno non ha trovato opposizioni interne. La minoranza chiede però che il partito si impegni per una forte politica di redistribuzione dei redditi e sul come agire le distanze interne restano.

Gli statali. Una bocciatura che apre altri fronti di contrasto

La riforma tutto sommato non aveva trovato fortissime opposizioni: la decisione di mettere mano alla macchina pubblica, specie per eliminare privilegi e distorsioni organizzative e di carriera, rilanciando finalmente la credibilità del settore, non aveva incontrato resistenze di sorta. Il diavolo però ci ha messo lo zampino, nel senso che la decisione della Consulta di bocciare tre passaggi decisivi del piano predisposto dal ministro Madia ha finito per trasformarsi in un ulteriore motivo di scontro interno anche perché capitato nel bel mezzo delle tensioni per la riforma costituzionale. Olio bollente sull’incendio, insomma. Non è un caso che anche all’interno del partito la riproposizione del ministro nella nuova squadra di governo era considerata poco probabile. Non per Renzi che sulla riconferma del “suo” ministro non ha avuto alcun dubbio rilanciandola anche con Gentiloni.

I riferimenti. Tra Schulz il socialista e Macron l’outsider

Ora che Martin Schulz si è tuffato nella campagna elettorale tedesca, staccando la Merkel nei sondaggi, c’è la possibilità di dire che forse non tutto, del vecchio bagaglio di idee della socialdemocrazia, è da buttare. Perché Schulz ha rivitalizzato la SPD, proponendo di smantellare l’indirizzo politico economico seguito dalla Germania negli ultimi anni (dalla Merkel, ma prima ancora dallo stesso Schrøeder, il cancelliere socialdemocratico che spostò il partito verso il centro): niente austerità, retromarcia sui contratti a tempo e sul salario minimo, che invece di garantire i lavoratori ne comprime i redditi. Lo slogan suona: «è tempo di maggiore giustizia sociale, è il tempo di Martin Schulz». Schulz però entusiasma solo la minoranza, perché la maggioranza renziana pensa piuttosto a Macron, il rottamatore d’Oltralpe che si candida all’Eliseo fuori dagli schemi, oltre la destra e la sinistra.

 La scuola. La riforma della discordia ha spaccato anche il partito

La riforma della scuola è stata una buccia di banana per Renzi e il Pd. Non a caso, nel governo Gentiloni manca solo la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini. Il giudizio della maggioranza, che quella riforma ha voluto e votato, è ovviamente positivo, ma si appoggia soprattutto sull’entità delle risorse messe a disposizione, sul numero delle assunzioni, sull’indizione del concorso. La filosofia della riforma – autonomia, nuovo ruolo della dirigenza, alternanza scuola-lavoro – è molto più timidamente difesa. La minoranza invece la ritirerebbe oggi stesso. E forse sottoporrebbe a revisione tutto l’indirizzo di riforma dei governi di centrosinistra dai tempi del ministro Luigi Berlinguer ad oggi. Ma la scuola è stato anche il terreno di una frattura con tradizionali mondi di riferimento della sinistra, che la minoranza vuole recuperare, che la maggioranza ha qualche difficoltà a rifondare.

Il sistema elettorale. Il ritorno al proporzionale occasione o iattura

La legge con cui voteremo sarà quasi sicuramente una legge proporzionale, più o meno corretta. Ma questo è un giudizio di fatto, che tiene conto della sconfitta di Renzi al referendum e della sentenza della Corte Costituzionale. Il giudizio di valore però è diverso: per gran parte della maggioranza, il proporzionale è quasi una iattura, e l’Italia rischia di scivolare nuovamente nel pantano di governi deboli e coalizioni litigiose. Se potesse correggere in senso maggioritario la legge, lo farebbe. Diverso l’avviso della minoranza, che considera il proporzionale il vestito ordinario delle democrazie parlamentari, e teme ogni rafforzamento dei momenti della decisione, ogni irrobustimento dell’esecutivo a scapito del Parlamento, che passi attraverso correzioni maggioritarie, collegi uninominali, soglie di sbarramento elevate.

Il Mezzogiorno. Masterplan e Patti al via tra dubbi e “resistenze”

Non ha forse assunto il rilievo di uno dei temi più caldi dello scontro interno ma di sicuro anche le politiche per il Sud hanno diviso il Pd. Almeno nel senso che i percorsi individuati per ridurre il divario, obiettivo comune a tutto il partito, non sono apparsi sempre condivisi. Renzi dopo un anno di incertezze e di distacco («Basta piagnistei, basta con la denuncia del Sud abbandonato» ecc. ecc.), forse anche sotto il peso della critica dei territori, ha dedicato al Mezzogiorno un masterplan e 16 Patti con Regioni e Città metropolitane, tutti almeno teoricamente decollati. Ma non è caso che proprio al Sud si sia consumata la fetta più ampia della sconfitta al referendum e che le resistenze di Emiliano in Puglia abbiano avuto un peso anche mediatico tutt’altro che trascurabile.

L’immigrazione. Accoglienza e inclusione ma con diversi accenti

Su questo tema non è sempre chiaro se si confrontino nel Pd diverse sensibilità o diverse politiche. Perché il partito democratico è per l’accoglienza e l’inclusione. Ma con regole, che rendano governabile il fenomeno. Cosa più facile a dirsi che a farsi. Così capita che, a seconda degli umori (o delle tragedie) gli accenti si spostino ora sulla sicurezza, ora invece sulla solidarietà. Un banco di prova sarà presto offerto dalle nuove misure varate dal governo Gentiloni: più poteri ai sindaci, che potranno allontanare dal territorio comunale soggetti responsabili di violazioni reiterate, velocizzazione delle procedure relative al diritto d’asilo, per accelerare eventuali rimpatri. La maggioranza non avrà tentennamenti, ma nella minoranza si faranno sentire posizioni più sbilanciate a sinistra, che temono svolte di carattere securitario.

Le riforme. Il referendum spartiacque su Costituzione e poteri

Dopo lo scontro sul referendum, c’è da ritenere che per un po’ non se ne riparlerà, ma questo non vuol dire che sul terreno delle riforme costituzionali non si sia prodotto una lacerazione. Non solo perché la minoranza ha votato no, mentre la maggioranza ha votato sì, ma perché il no è stato accompagnato da valutazioni perentorie: riduzione degli istituti di garanzia, pericolo di deriva autoritaria. In questione non era il superamento del bicameralismo, né il Senato delle regioni, ma l’impianto complessivo della riforma, che ricordava agli oppositori le aspirazioni di Craxi o il progetto di Berlusconi e Calderoli. Una cosa di destra, insomma, che deturpava uno dei miti fondanti della Repubblica, quello della Costituzione democratica nata dall’antifascismo. Proprio il genere di argomenti che, agli occhi dei fautori, condanna da decenni il Paese all’immobilismo in tema di riforme.

Il partito. Primarie aperte a tutti o più peso per gli iscritti

I democratici sono l’unica formazione politica attualmente in campo che conserva il nome di partito. A volte sembra un motivo di orgoglio, altre volte un inutile fardello. Di sicuro la minoranza imputa a Renzi le maggiori responsabilità per la scissione, accusandolo di non aver saputo o voluto tenere insieme una comunità. Per Renzi e i suoi, è la minoranza che rifiuta le regole democratiche del confronto e della decisione. Al fondo stanno però idee diverse sulla forma-partito. Non a caso, per la minoranza il problema è già nello statuto, che per via delle primarie aperte dà poco peso agli iscritti e proietta la leadership in un rapporto diretto coi cittadini. Cosa che per la maggioranza è, al contrario, un titolo di merito. Infine: Renzi ha fortemente voluto l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, la minoranza volentieri tornerebbe indietro.

(Il Mattino, 22 febbraio 2017)

La Campania offre un patto al governo

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La provocazione ha avuto effetto: i 200.000 posti del piano di Vincenzo De Luca per la pubblica amministrazione nel Mezzogiorno hanno tirato fuori il dibattito dalle secche in cui c’è sempre il rischio che scivoli, quando si tratta di misurarsi con la sempiterna questione meridionale. La proposta è in sé discutibile, ed infatti è stata discussa. È stata anzi al centro della discussione che ha ravvivato questi Stati Generali, voluti dal governatore De Luca per rilanciare il tema dello sviluppo del Sud e porlo nuovamente al centro dell’agenda nazionale. E nella discussione sono affiorate le domande: siamo sicuri che il Mezzogiorno abbia bisogno anzitutto di un piano straordinario di assunzioni, anziché di un rilancio degli investimenti? Siamo sicuri che è un piano sostenibile per le finanze dello Stato? Siamo sicuri che il tema delle burocrazie pubbliche non sia anche un tema di qualità complessiva dell’azione amministrativa e di efficientamento delle policies? Siamo sicuri che basti indicare un obiettivo generale, e non siano piuttosto da considerare i settori strategici nei quali occorre anzitutto rafforzare la macchina dello Stato?

Ma ora ci sono le domande, e prima non c’erano nemmeno quelle. Diciamo anzi la verità: la proposta di De Luca ha almeno un primo merito, quello di rovesciare senza timidezze la retorica corriva, secondo la quale i soldi dati al Mezzogiorno sono per forza soldi sprecati, che finiscono invariabilmente in clientele, assistenzialismo, ruberie. Finché prevale questa narrazione, è difficile impostare il tema della riforma della pubblica amministrazione in maniera diversa da quella dei tagli, del risanamento e della spending review. Poi ne ha anche un secondo, più generale, dal momento che una proposta del genere suppone che ridurre il perimetro dell’azione pubblica non sia più la priorità assoluta. Con il blocco del turn over in tutti questi anni lo Stato, secondo De Luca, è dimagrito abbastanza: in tutto il Paese e in particolare al Sud.

Su questo, il Presidente Renzi ha convenuto. «Si deve dire che si tornerà ad assumere nella pubblica amministrazione», ha detto il premier, ed in effetti il governo ha cominciato a farlo: nel settore della scuola o in quello della giustizia, per esempio. Poi però ci sono le precisazioni: «servono più ricercatori» – ha aggiunto infatti Renzi – «non più dipendenti». Che tradotto vuol dire: badiamo alle domande di cui sopra. Cioè: stiamo attenti alla qualità della spesa pubblica, non accontentiamoci di buttar dentro qualche centinaio di migliaia di statali, ma ragioniamo su dove e come impiegare nuove risorse.

La prudenza, insomma, è necessaria: dettata anzitutto dal ruolo e dalle responsabilità. Ma in nessun modo Renzi ha ribaltato i dati di partenza del ragionamento che De Luca ha proposto nel suo intervento agli Stati Generali. E cioè: l’amministrazione pubblica è anagraficamente vecchia; l’amministrazione pubblica si è progressivamente dequalificata; lo Stato non può lasciare fuori un’intera generazione.

Questi infatti sono i dati. Poi c’è il numero, la meta iperbolica delle 200.000 nuove assunzioni, e quella è evidente che a Renzi (e non solo a lui) è parsa del tutto fuori dalla portata dell’azione di governo, in questa congiuntura. Ma quel numero doveva essere dirompente, per lanciare con forza l’idea di una nuova stagione di impegno vero dello Stato nel Sud. E doveva anche avere un sottinteso politico, nemmeno tanto velato.

In politica conta chi prende l’iniziativa, chi manifesta un’ambizione, chi si fa portabandiera di un progetto di largo respiro. Renzi lo ha fatto, portando ad approvazione la riforma costituzionale e ora mettendo in gioco il futuro del Paese con il referendum del 4 dicembre. Nelle intenzioni del premier, le riforme sono il viatico della nuova Italia: hic Rhodus, hic salta.

De Luca lo fa a sua volta, chiedendo però al governo di fare un altro salto, persino più grande del primo. Proponendo cioè di riempire il disegno riformatore con un piano almeno altrettanto ambizioso, che parli da molto vicino alle persone, soprattutto in quelle aree dove la crisi economica e sociale morde ancora, e non bastano certo le attuali, risicatissime percentuali di crescita del PIL per delineare una concreta inversione di rotta. In questo senso, De Luca cerca di dare una mano a Renzi, non di mettere in difficoltà il governo. È come se gli dicesse: caro Renzi, prova a spiegare che questa maggioranza che chiama al voto il 4 dicembre sulle riforme è la stessa che vuole affrontare in maniera radicale il tema del lavoro nel Mezzogiorno, che vuole offrire una prospettiva di futuro ai giovani. Prova a far passare l’idea che anche su questo si gioca la partita del voto, e magari così ti riesce pure di vincerla. Poi i numeri li aggiustiamo, e la spesa la teniamo sotto controllo. Ma intanto lanciamo una grande controffensiva politica e culturale anche su questi temi, su un’offerta rinnovata di beni pubblici in tema di sicurezza, di sanità, d’istruzione, di ambiente su cui il Mezzogiorno ha pagato sinora il prezzo più alto.

Ora però queste cose non è che De Luca si limita a suggerirle: le dice lui stesso, in prima persona, e pure questo un significato ce l’ha. Ed è più di un messaggio o di una raccomandazione. È l’offerta di un patto politico, che il presidente della regione Campania si prefigge di stringere più fortemente, dopo che sarà chiaro il risultato del referendum.

(Il Mattino, 14 novembre 2016)

Quella stretta di mano al Mezzogiorno

panzerotti-frittiQuestione di simpatia? Matteo Renzi e Michele Emiliano l’hanno ritrovata, e a detta di quest’ultimo un certo feeling è indispensabile per fare bene un lavoro comune. L’occasione è stata il Patto per la Città Metropolitana di Bari, a cui farà presto seguito il Patto con la Regione. Ma nella tregua di ieri, in nome di una logica istituzionale che spinge governo e poteri locali a lavorare insieme, non si sono avvertiti particolari motivi di tensione fra i due. Anzi, sembra che ci sia stato qualcosa di più, oltre il reciproco riconoscimento di ruolo, e cioè che abbia preso fisionomia una prima intesa politica. Certo, se il referendum sulle trivelle fosse andato diversamente, se si fosse raggiunto il quorum ed Emiliano l’avesse vinto, sarebbe stata un’altra musica, e il governatore della Puglia avrebbe probabilmente continuato a spingere sul pedale della contrapposizione. Ma dopo il voto lo scenario è cambiato, e Emiliano ha cominciato a valutare diversamente i costi di un isolamento.

Da una parte, a casa sua, il sindaco di Bari, Decaro, e le forze economiche locali gli chiedevano di sottoscrivere un Piano che finanzia non l’intero ammontare dei progetti presentati dalla Regione, ma una sua fetta consistente. Emiliano non ha mancato di commentare: «è chiaro – ha detto – che c’è differenza tra avere i soldi in tasca e andarli a chiedere, e questo un po’ ci indebolisce dal punto di vista della libertà». Dopodiché però, con sano realismo, ha assicurato che fra un paio di settimane anche la Regione Puglia firmerà l’accordo.

Dall’altra parte, Emiliano deve essersi guardato intorno, e risalendo la Penisola si è accorto che a sinistra, dentro e fuori il Pd, non c’è una falange unita e compatta, pronta a fare di Emiliano il leader degli anti-renziani. Dentro il Pd, del resto, ci provano già Enrico Rossi, il governatore della Toscana, e Roberto Speranza, leader della minoranza dalemian-bersaniana (con cuperliani di complemento): avesse vinto il referendum, avrebbe avuto forse la forza per scavalcarli, ma dopo il voto quella forza Emiliano di sicuro non ce l’ha. E fuori la cosa sarebbe stata ancora più complicata: vuoi perché ne risentirebbero certamente gli equilibri politici della Regione, vuoi perché per andare sino in fondo bisognerebbe scegliere una strada populista e antagonista lungo la quale è già pronto a lanciarsi Luigi De Magistris, che di populismo e antagonismo sa spanderne a pienissime mani. Di Masanielli, insomma, ce n’è già uno. E non teme la concorrenza. Emiliano allora ci ha pensato su, ha dato un’ultima, malinconica scòrsa al voto referendario, e poi ha scritto a Matteo: vediamoci.

Renzi, dal canto suo, non se l’è fatto dire due volte. Quando, pochi giorni, era venuto in Campania, aveva sottolineato che all’appello mancavano ormai solo il Sindaco di Napoli e il governatore della Puglia. Ora può dire che ce n’è rimasto solo uno. A quanto pare, la strategia dei patti con le istituzioni territoriali attraverso i quali ridefinire pezzo a pezzo l’impegno del governo per il Mezzogiorno sta dando, almeno sul piano politico, i suoi frutti. Del resto, non si sottolinea mai abbastanza che il Pd non è solo al governo, è anche alla guida di tutte le regioni meridionali: non è pensabile, dunque, che non si debba accollare il peso di questa così ampia responsabilità. Se non altro perché, al termine della legislatura, gliene verrà chiesto conto. Nei prossimi mesi, terrà ovviamente banco il referendum sulla riforma costituzionale, e il premier – personalizzazione o non personalizzazione del confronto – ha sicuramente bisogno di vincerlo. Perciò, in questa fase, gli viene buono qualunque accordo gli consenta di allargare il consenso, di smussare i distinguo all’interno del Pd, e soprattutto di presentarsi alla guida di un cambiamento reale. Ma dopo saranno anche i temi dell’economia a dettare i tempi della politica nazionale. E Renzi deve continuare a mostrare che la capacità realizzativa esibita nei primi mesi di governo non è andata smarrita. Deve ripartire da lì, dalle opere e dalle infrastrutture, ma anche da un investimento sugli uomini che aiuti a costruire, nel Mezzogiorno, una politica di segno diverso. Il suo governo ha in effetti impresso una decisa correzione in senso centralista delle spinte federaliste e anti-meridionalistiche degli anni passati. Renzi viene e stringe mani, ed è un bene che le mani si aprano per stringere a loro volta il patto per il Sud, Si tratta ora di dimostrare che la correzione di rotta che porta un po’ di risorse in più nel Mezzogiorno non serve solo a mettere in riga qualche avversario politico recalcitrante, con un attento uso della carota dei finanziamenti, ma anche a costruire il profilo di un nuovo meridionalismo, di ben altra qualità rispetto ai vecchi vizi culturali (e clientelari) del passato. I panzerotti di Bari saranno serviti a questo?

(Il Mattino, 18 maggio 2016)

 

Perché servono risposte grandi

Acquisizione a schermo intero 08092015 140335.bmpÈ trascorso un mese dalla direzione nazionale del Pd convocata per discutere di Mezzogiorno. Mancano invece pochi giorni alla definizione delle misure che dovrebbero dare corpo al «masterplan» annunciato in quella circostanza dal premier. Renzi ha cominciato a parlarne: varie ipotesi sono allo studio. In attesa di conoscerne il dettaglio, si può cominciare però a ragionare sui diversi piani su cui le future decisioni del governo cadranno. Perché c’è anzitutto il piano delle misure economiche: del credito d’imposta o degli sgravi contributivi che sarebbero allo studio, con l’obiettivo di rilanciare anzitutto gli investimenti; ma c’è anche una questione più grande, che fa da cornice generale alle idee e agli strumenti in corso di definizione. E che paiono deboli e incerti anche perché cominciano a profilarsi dopo anni, se non decenni, di sostanziale rimozione del Mezzogiorno dalle politiche nazionali. Si è detto addirittura che la seconda Repubblica poteva vantare se non altro questo merito, di aver mandato finalmente in soffitta l’annosa «questione meridionale». Col magro risultato che, a distanza di vent’anni, la linea della palma di cui parlava Sciascia sta lì: casomai più su e non più giù. E i dualismi economici si sono accentuati, le distanze sono aumentate, le asimmetrie fra Nord e Sud del Paese cresciute.

Quando, poco più di un anno fa, questo giornale provò a rilanciare una sorta di manifesto per un nuovo meridionalismo, cominciò a farlo proprio a partire dai termini del discorso pubblico di cui, pensavamo, bisogna riappropriarsi. Al primo punto stava cioè la necessità di dire con forza che una questione meridionale esiste eccome: senza sconti per nessuno – classi dirigenti meridionali comprese – ma senza neppure alibi o pretesti, presi magari dalla storia o dal clima, dall’antropologia o dalla geografia, per non parlarne affatto.

La questione più grande è dunque se si possa tornare a parlare di Mezzogiorno – parlare, dico, a tutto il Paese – senza apparire vecchi o superati, e senza neppure vedere più politici frenati dal timore di perder voti per il solo fatto di aprir bocca. Dopodiché viene la consapevolezza che, però, sul piano delle misure concrete da adottare non c’è nulla che dall’oggi al domani possa di colpo cambiare le cose, e che, d’altra parte, uno sforzo straordinario è richiesto, per cominciare, cominciare almeno  a recuperare il terreno perduto.

Ma i piani su cui intervenire sono tanti. Basta guardarsi intorno, e basta capire quanto importante sia tutto questo «intorno». Gli psicologi vi diranno che conta, certo, quello che abbiamo in testa, ma conta pure quello che è intorno alla testa: significati, valori e azioni dipendono da ciò che è dentro la testa ma pure da ciò dentro cui la testa sta. I nostri quartieri, le nostre piazze e le nostre strade. È di ieri la notizia che, dopo i fatti di sangue dei giorni scorsi, le misure di sicurezza nel rione Sanità saranno aumentate, che la presenza dello Stato si farà sentire, che ci saranno più polizia e carabinieri nelle zone a rischio, che saranno inviati altri uomini e che queste misure non avranno un carattere temporaneo. Ma è evidente che non sarà la risposta repressiva, da sola, a risolvere i problemi di sicurezza e legalità che affliggono Napoli e il Mezzogiorno. Non saranno i cinquanta uomini mandati da Alfano a farlo, e probabilmente non potrebbero riuscirvi neppure se fossero in cinquecento, o in cinquemila. La repressione è sicuramente una delle leve che devono essere azionate, insieme a una azione di contrasto giudiziario che abbia carattere di certezza. Ma nessuno si illuda che arresti o condanne potranno mai bastare, se la situazione economica, sociale, urbanistica rimarrà quella che è oggi, quella che abbiamo sotto i nostri occhi. Lo Stato è fatto di polizia e tribunali, ma pure di ospedali e scuole: debbono funzionare quelli, ma ancor più devono funzionare questi. Con gli attuali indici di dispersione scolastica e di disoccupazione giovanile, indici da record, si può immaginare davvero che spariscano la delinquenza e la criminalità piccola e grande grazie ai cinquanta uomini in più? Si può anche solo ipotizzare che riqualificazione e rigenerazione del tessuto urbano facciano solo da sfondo all’azione repressiva dello Stato, o non debbono stare piuttosto al centro di ogni ipotesi di riscatto del Mezzogiorno?

Non è allora la stessa mole del problema a rappresentare una prova politica di prima grandezza? In queste ore i giornali e l’opinione pubblica europea è piena di ammirazione per la decisione della cancelliera Merkel di accogliere i rifugiati che premono alle porte dell’Unione Europea. Quel che anzitutto colpisce è per dir così la dimensione della decisione, il tentativo cioè di dare una risposta di ampiezza pari al problema da affrontare. Ecco: noi abbiamo in casa una sfida di carattere epocale, perché tale è il formato della questione meridionale. Non ha senso dunque chiedere se cinquanta uomini non siano pochi, oppure se non giungano tardivamente; ha senso però chiedere se stia o meno maturando la consapevolezza che occorrono risposte grandi, di lunga lena, di lunga durata, che si misurino con un compito storico, a cui è legato davvero il futuro del Paese, sotto e sopra la linea della palma e del caffè ristretto.

(Il Mattino, 8 settembre 2015)

Le lezioncine che non aiutano il Mezzogiorno

Acquisizione a schermo intero 10082015 103756.bmpIl discorso di verità sul Mezzogiorno che Renzi non ha fatto e avrebbe dovuto fare, secondo uno dei maggiori editorialisti italiani, Ernesto Galli della Loggia, suona più o meno così: «Signori della deputazione meridionale, quello che ci vuole al Sud è più legalità, più sicurezza, più autorità, in una parola più Stato. Ma elemento essenziale di uno Stato è il popolo, sono i cittadini – quasi mi scappa: i sudditi – e i cittadini del Mezzogiorno d’Italia, guardateli:  non sono brutti sporchi e cattivi, ma accettano purtroppo di vivere sotto standard di civiltà ancora troppo distanti da quelli propri di uno Stato moderno. Dovreste chiederci prefetti di ferro, e invece ci chiedete solo più spesa pubblica, cioè di buttare via i soldi, o magari di ingrassare solo voi e le vostre clientele».

L’avete già sentita? L’avete già sentita. Ma non è questo il limite principale della lezioncina che Galli della Loggia impartisce al Sud e a Matteo Renzi – e al Sud per il tramite di quella che impartisce a Renzi. Il limite vero sta nell’ordine del discorso, nello scambio di premesse e conseguenze, nel «non sequitur» tra la moralistica lezione inflitta al Sud, e la ricostruzione storica sulle infelici sorti dello Stato nazionale.

Su cui Galli della Loggia riflette invero da tempo, e con buone ragioni: è vero, infatti, che l’Italia soffre di una fragile statualità: è vero che per tutto il corso della sua storia il Mezzogiorno è stato il banco di prova dello Stato italiano e dei suoi leader politici; è vero che della questione meridionale sono impregnate tutte le culture politiche del Novecento italiano; è vero, infine, che il ripristino del senso dello Stato è un fattore essenziale per lo sviluppo e la crescita del Paese (non solo del Sud). Ma Galli della Loggia non nasconde neanche un’altra, ancor più grande verità: che il declino dell’Italia, il quale data almeno dagli anni Novanta, dipende da fattori politici generali, nazionali e sovranazionali, di cui sarebbe però arduo dire che il Mezzogiorno porta la responsabilità. Se mai, ne paga, e duramente, le conseguenze. Siccome è Galli stesso a dirlo, a denunciare l’irrilevanza del Mezzogiorno nella più generale «dissoluzione» dello Stato italiano, davvero non si capisce perché se la prenda allora con lo scarso senso civico dei meridionali, l’evasione fiscale e il clientelismo, scambiando se mai l’effetto con la causa. (A non dire che, purtroppo, problemi di legalità, evasione e corruzione non sono poi così sconosciuti al di sopra del Garigliano). Come infatti stanno insieme l’inadeguatezza dello Stato italiano e il divario fra Nord e Sud del Paese? Un rapporto vi è senz’altro, ma tra le molte cose che si possono dire a questo proposito una è difficile a dirsi: che quel divario sia la causa di quella debolezza.

Un altro paio di cose bisogna invece dirle, per non semplificarsi troppo il quadro sia storico che politico. La prima: che una lettura in chiave esclusivamente etico-politica dei problemi del Mezzogiorno è stata già data, e, se è consentito dirlo, se ne è già vista la sua insufficienza. Si è già detto, ad esempio, che il Sud soffre di scarso capitale sociale, che è malato di familismo amorale, che è scollato dallo Stato e dai doveri  di cittadinanza che esso impone, o dovrebbe imporre. Il guaio è che però le virtù opposte a questi vizi non crescono da sole: non solo non albergano nella natura umana ma neppure le si riesce a suscitare semplicemente con i moniti degli editorialisti. Non si vuol con ciò sostituire una spiegazione monocausale all’altra: non si vuole dire cioè che basta ristabilire i flussi di spesa pubblica per prosciugare le sacche di illegalità e far così ripartire il Mezzogiorno, ma viene difficile immaginare che, all’opposto, chiudere i rubinetti della spesa e non fare l’Alta Velocità avvicini il Sud al resto d’Italia e di Europa.

La seconda cosa è su Matteo Renzi, perché la lezioncina di Galli riguarda in realtà soprattutto lui. Che si vede singolarmente accusato non solo di un registro linguistico non all’altezza della cosa – il che si può capire: che un accademico non ami gli hashtag e i tweet ci sta (benché ci stia per l’appunto solo in una certa idea dell’Accademia) – ma anche di non avere la minima contezza di quel riordino dello Stato, a partire dal suo ruolo di direzione degli affari pubblici, che è invece assolutamente indispensabile al Paese. Ora, perché l’accusa è singolare? Perché Renzi si vede spesso e volentieri accusato del contrario: di avere messo le scuole in mano ai presidi; di aver rafforzato con il Jobs Act la parte datoriale a scapito delle organizzazione sindacali, di voler squilibrare gli equilibri costituzionali a vantaggio dell’esecutivo (e su Napoli, di scavalcare con prepotenza i poteri locali). C’è sicuramente una parte di strumentalità anche in queste accuse, ed è legittimo che le soluzioni individuate piacciano di più o di meno, ma dire che non vi è interesse per la riforma delle strutture amministrative e di governo (peraltro: a pochi giorni di distanza dall’approvazione della legge delega sulla pubblica amministrazione, che ne ridisegna in profondità i lineamenti)  sembra dipendere da un mero pregiudizio. E così son due, i pregiudizi: uno sul Sud e uno su Renzi. Troppi, per un discorso di verità.

(Il Mattino, 10 agosto 2015)

Lotta  al divario, l’ «ammuina» non serve più

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Basta che non si tratti soltanto di fare ammuina. Che quelli che stanno a prua vanno a poppa, e quelli di poppa vanno a prua. E così, dando l’impressione che vi sia sulla nave un gran daffare, si lasciano invece le cose come stanno. Se questa è la preoccupazione del premier, allora si comprende la risposta sbrigativa rilasciata ieri: «mentre qualcuno piange, altri fanno». Incalzato dalla stampa, dopo la pubblicazione del Rapporto Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno, il Presidente del Consiglio ha lasciato intendere due cose. La prima, che non è interessato a entrare in una discussione sul Mezzogiorno, sui ritardi, sulle colpe, sulle responsabilità, sulle cause, e su tutto quello che la «questione meridionale» torna a muovere nel nostro Paese. La seconda, che a metterla ancora e sempre con l’analisi storica, l’analisi culturale, l’analisi sociologica, l’analisi antropologica si cade in quella cultura del piagnisteo sterilmente rivendicativa, che al Sud non fa fare un solo passo avanti. La storia del piagnisteo varrebbe insomma quanto i «gufi» o i «frenatori» o i «rosiconi», cioè quanto le altre metafore che il premier ha messo in circolo in questi mesi di governo per indicare tutti quelli che ostacolano lo sforzo riformatore del governo. Ed è vero, probabilmente, che neanche la discussione, rilanciata dalla minoranza del Pd in questi giorni, sul Ministro del Mezzogiorno, o su una eventuale delega per il Mezzogiorno cambierebbe di per sé la qualità di questo sforzo.

Dopodiché però la Direzione nazionale del partito democratico si riunisce proprio oggi per parlare di Mezzogiorno. Le parole che Renzi non ha detto, preferendo che a parlare siano i fatti, bisognerà pure che si ascoltino oggi, e che formino una politica. Se infatti la direzione non sarà soltanto uno scroscio di mezza estate, o un’altra maniera di fare ammuina, qualcosa i democrati dovranno pur dire, in proposito. Perché di sotto a tutte le parole stanno le cose, e le cose, per il Sud, non stanno affatto bene. Cosa bisogna dunque attendersi? Per esempio che si capisca bene dove vanno a parare le riforme che il governo sta mettendo in campo, ultima la banda larga per la quale il governo ha stanziato ieri due miliardi di euro e rotti. Ecco un segno concreto, concretissimo, che andrebbe rubricato non solo tra le parole ma tra le cose: per ogni impegno di spesa, o per ogni programma di investimenti, o per ogni allocazione di risorse, o per ogni prelievo fiscale, il governo dovrebbe indicare con chiarezza di volta in volta in che modo preveda che vada a riduzione del divario fra il Nord e il Sud del Paese. Questo significherebbe assumere la questione meridionale come una questione nazionale: ritornello che viene spesso ripetuto in maniera retorica, senza che si riesca davvero ad orientare le politiche nazionali nella direzione auspicata.

La si giri però come si vuole: senza una chiara, forte, ambiziosa scommessa politica, non vi sarà alcun riorientamento di questo genere. Perché è indubbio che la seconda Repubblica è stata – come si dice – a trazione nordista e leghista. Qui non si tratta di piagnucolare perché non siedono al governo ministri partenopei, ma di prendere semplicemente atto che nel discorso pubblico il significante «Mezzogiorno» si è accompagnato in questi anni ad una serie di termini negativi che hanno spinto la politica a tenersene sempre più alla larga. Fare il contrario richiede dunque coraggio ed iniziativa politica, che è però quello che ci si aspetta che il Pd abbia, ora che ha – o avrebbe – una classe dirigente meridionale alla guida di tutte o quasi le istituzioni locali.

Non è pensabile neppure che i suoi rappresentanti procedano però in ordine sparso, covando rivalità e gelosie, senza condividere un disegno di più ampio respiro. Forse è presto per nutrire questa preoccupazione, visto che abbiamo da poche settimane i nuovi presidenti della due più importanti regioni del Sud Italia, Campania e Puglia. Una cosa è certa, però: che le loro voci non vanno ancora all’unisono, e non sembra che vogliano andarci, per provare a costruire una sponda forte di interlocuzione col governo. Ieri Vincenzo De Luca ha diramato un comunicato in cui elenca le necessità logistiche e infrastrutturali a cui dovrebbe far fronte un grande piano mirato di investimenti nel Mezzogiorno. Fin qui si trattava di richiamare il governo alle scelte concrete che si debbono compiere nei prossimi mesi, e su cui più che di ragionamenti c’è bisogno di un sì o di un no. Ma  insieme a questo elenco sta una nota polemica, messa lì solo per dire: io sono un’altra cosa da tutti gli altri che parlano soltanto. Sarà vero. Sta il fatto però che distinguersi significa anche dividersi, o addirittura isolarsi, ed è difficile che il ricco piano che De Luca proporrà nella Direzione di domani possa realizzarsi in forza di divisioni e contrapposizioni. Pure quelle, alla lunga, rischiano di produrre solo ammuina.

(Il Mattino, 7 agosto 2015)