La nuova sinistra alla prova dell’ambizione

ImmaginePrima c’è il voto, poi c’è la maggioranza, poi c’è il governo: questa è la fisiologia. Ma nell’emergenza in cui vive ormai da anni il sistema politico e istituzionale italiano, emergenza che ha raggiunto il culmine pochi mesi fa, con la rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, la sequenza sembra essersi invertita, più per necessità che per scelta:  si individua così anzitutto quella personalità che, per indiscusso prestigio, è in grado di formare un governo e di raccogliere una maggioranza in Parlamento; si sottopone soltanto poi il suo operato al corpo elettorale (che in verità non sempre ha mostrato di gradire). Anche la spinta e l’impeto che sta conducendo Matteo Renzi alla guida del governo non proviene direttamente dal voto popolare, benché sia sostenuta dal grande consenso riscosso dal sindaco di Firenze nelle primarie del dicembre scorso: nei modi e nelle forme, il passaggio di consegne che in questi giorni si sta consumando non ci riporta dunque ancora dentro lo schema naturale delle cose.

Renzi ne è ben consapevole e, ieri, in Direzione, non ha nascosto la difficoltà. Difficoltà che però è, o è stata sin qui, nelle cose: nella incapacità delle forze politiche di riformare la legge elettorale, nelle forti pulsioni populiste e anti-sistema dei grillini, che sottraggono al gioco parlamentare più di un quarto dei voti espressi; nell’anomalia di larghe intese che non hanno retto ai pesanti strascichi giudiziari della seconda Repubblica; nella crisi economica, sociale e finanziaria che ha condotto il governo su un sentiero apparso obbligato, e tuttavia impervio e non percorribile ancora a lungo. Questo quadro non è affatto alle nostre spalle: in particolare, la Direzione del partito democratico di ieri non ha affatto chiarito quali nuove strade prenderà l’attività di governo, né ha potuto delineare la fisionomia di una nuova maggioranza a sostegno del primo governo a guida Renzi.

E tuttavia, tutto ciò detto e riconosciuto, ieri si è affermato un dato politicamente assai rilevante, che si farebbe un gran torto a sottovalutare, per esempio riducendo tutta la partita in corso a uno scontro tra persone. Renzi ha fatto bene a non smentire la sua «smisurata ambizione politica»: quale paese infatti vorrebbe essere guidato da uomini, forze, partiti, privi di ambizioni? Ma con un voto molto largo e convinto, che ha superato i confini della maggioranza congressuale, riducendo a poco più di una decina i contrari, il Pd ha accettato di condividere per intero quella ambizione, scartando soluzioni raccogliticce di scarsa tenuta, o improvvisi precipizi elettorali. Si è assunto con ciò il peso di una scommessa politica piena, che non si cela più sotto i velami strani di algidi governi tecnici, ma porta per la prima volta il suo leader alla più alta responsabilità di governo. Finora l’impresa era riuscita solo al centrodestra, con Berlusconi. Ora, dall’altra parte, è Renzi a provarci: è un fatto del tutto inedito nella storia del centrosinistra italiano. Che peraltro lo obbliga a dare la più difficile delle prove: quella dimostrazione di compattezza che neanche il centrodestra al governo ha saputo dare (rompendosi più volte: con la Lega, con Casini, con Fini, e via elencando).

Naturalmente, nessuno può dire se la scommessa sarà vinta o persa. Un fattore di rischio è sicuramente rappresentato da un’altra inversione con cui la sfida di Renzi dovrà misurarsi: finora, i rapidi progressi fatti sul terreno delle riforme istituzionali sono risultati inversamente proporzionali all’efficacia dell’azione di governo. Può darsi ora che accada il contrario: che la crescita della caratura politica dell’Esecutivo smorzi l’interesse di Forza Italia per le riforme, e dunque rallenti l’intero processo. Rischia cioè di cambiare il pedale su cui Renzi è chiamato a spingere di più.

Per la verità: non è detto che sia un male. Nessuno onestamente si augura che si fermi la riforma del titolo V o quella del bicameralismo, i due punti principali dell’intesa raggiunta da Renzi con Berlusconi. Ma, di regola, i governi si giudicano anzitutto sul terreno economico e sociale, ed è su questo terreno che Matteo Renzi, da domani, sarà giudicato.

E forse passerà per questa via anche un certo qual ritorno alla fisiologia dei rapporti politici. Con un governo nel pieno della sua forza politica, l’esercizio a fisarmonica dei poteri della Presidenza della Repubblica potrà lentamente ridursi, e questo potrà essere, anche per il Presidente Napolitano, un motivo di apprezzamento del nuovo corso.

(Il Mattino, 14 febbraio 2014)

Una risposta a “La nuova sinistra alla prova dell’ambizione

  1. La nuova sinistra c’è già
    Il PD è nato con l’Ulivo, si è meglio identificato con Veltroni, si è ancor più rafforzato con Renzi. Il prossimo passo avanti è il Presidenzialismo, questo dopo la vocazione maggioritaria, rispetto del voto a maggioranza, il limite dei due mandati, è il pilastro mancante per fare del PD un vero partito democratico modello USA.
    In tutto questo Bersani e Dalema non c’entrano, anzi hanno avversato in tutti modi questo grandissimo progetto di rifondazione liberale e democratica del sistema politico prima ancora che della sinistra. Ma se sono riusciti a cacciare Veltroni e a rubargli il 33% del 2008, per riportare il partito ad un misero 25%, con Renzi, che alle Europee ha sconfitto Grillo e ha praticamente distrutto Silvio, non ci riusciranno.
    loro sono i responsabili delle pensioni e stipendi pubblici d’oro, dei privilegi alle cooperative rosse, dei vitalizi, del precariato, dell’hapartheid nelle aziende, dell’esercito di clientele che gravitano a torno a loro e alla CGIL. Loro non sono dei democratici ma dei gestori di potere.

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