Contropiede lento, ma il Pd è in surplace

ImmagineStefano Caldoro rompe gli indugi e annuncia con un tweet la sua ricandidatura. Alle prossime elezioni regionali il candidato del centrodestra è il governatore uscente. C’è tuttavia, nel suo breve messaggio, una condizione: «Punto a un nuovo mandato – scrive infatti il governatore – con l’unità della coalizione». La candidatura dunque c’è; manca però ancora l’unità. Ma è come nel celebre esempio che fa Aristotele:  «in battaglia, quando l’esercito si è volto in fuga, se un soldato si arresta, si arresta pure un secondo, e poi un altro ancora, sino a che si giunge al principio dello schieramento». Sino a che, cioè, l’esercito – in questo caso la coalizione di centrodestra – rinserra tutte le sue file. La scommessa di Caldoro è dunque anzitutto quella di mettere finalmente un punto fermo e riuscire a ricomporre, con la sua discesa in campo, lo schieramento che lo ha sostenuto durante il primo mandato.

Non è semplice. Caldoro ha preso la sua decisione nel momento in cui, a livello nazionale, più alta è la confusione: Forza Italia è spaccata, e la spaccatura si riflette anche in Campania; anche Ncd conosce forti fibrillazioni al suo interno, mentre la Lega di Salvini tira dritto per la sua strada esercitando insieme attrazione e repulsione sui vari segmenti del centrodestra. In questo quadro, Caldoro si è reso conto che ritardare ancora la decisione significava lasciar andare ognuno per proprio conto. E, soprattutto, sottrarsi alla responsabilità politica che invece gli compete: non solo presentare al giudizio dell’elettorato il risultato della sua azione di governo, ma porsi come guida della coalizione e assumere in pieno la leadership del centrodestra. Questo passo doveva essere compiuto, e con il tweet di ieri è stato finalmente compiuto. Il tempo dei pour parler è finito.

Non basta. Caldoro ha rivendicato un risanamento finanziario che è un indubbio risultato se si guarda ai cinque anni trascorsi, ma non può essere una garanzia sul futuro. Ora deve anche offrire ai suoi alleati una prospettiva capace di proiettare la regione ben oltre le emergenze del passato. Finora il governatore ha motivato le sue scelte di programma sulla base dell’eredità ricevuta. A torto o a ragione – giudicheranno gli elettori – ha giustificato il decremento dei livelli di assistenza sanitaria, o i ritardi nella progettualità strategica, nelle infrastrutture, nei programmi di sviluppo, imputandoli a retaggi antichi o recenti che a suo dire gli tarpavano le ali. Ora però deve dimostrare di saper anche volare alto, offrendo ai suoi potenziali alleati una piattaforma di ampio respiro che vada oltre l’oculata ragioneria di questi anni. Questa è ancora una regione dalle profonde diseguaglianze e con forti sacche di sofferenza sociale. Tassi di disoccupazione elevatissimi, tassi di dispersione scolastica elevatissimi, bassa competitività e contrazione della base industriale: dai trasporti ai rifiuti alla sanità, senza una forte strategia di crescita non c’è futuro.

Caldoro ha però un piccolo vantaggio: è partito prima del centrosinistra. Sembrava dovesse avvenire il contrario: il Pd aveva cominciato a ragionare di primarie nell’agosto dello scorso anno, prometteva di tenerle in autunno, sta finendo l’inverno e c’è ancora qualcuno che dubita che si faranno. Ai nastri di partenza c’è l’europarlamentare Andrea Cozzolino, che scalpita in vista dell’appuntamento del 22 febbraio, e rimane ancora, a contendergli la vittoria, l’anatra zoppa, Vincenzo De Luca, benché tutti, da Roma e da Napoli, gli dicano che per la condanna di primo grado inflittagli e le conseguenze della legge Severino la sua candidatura non è opportuna. Eufemismo per dire che non si può fare. Rimane anche il socialista Marco Di Lello, il dipietrista Di Nardo, e Gennaro Migliore, che solo oggi annuncia nell’intervista al Mattino la presentazione delle firme necessarie per ufficializzare una candidatura fino a ieri fittizia. Forse perché fino a ieri si riteneva che, in realtà, la sfida non si sarebbe tenuta, e Migliore aspettava solo di ricevere una qualche investitura dall’alto.

Questo strano surplace del Pd, che nella campagna elettorale per le primarie discute soprattutto del come e del se le primarie si faranno, è destinata giocoforza a finire. A quel punto, forse, la Campania potrà allinearsi a quello che accade in una normale competizione politica. Due candidature, due leadership, due schieramenti in cui qualcuno, da una parte e dall’altra, ha finalmente deciso di tenere il punto, per costruire uno schieramento e una proposta politica su cui misurare idee, credibilità, autorevolezza.

(Il Mattino, 7 febbraio 2015)

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