Il cantiere aperto della laicità

Si parla, a ragione, di crisi della cultura laica. Ma nessuno, credente o non credente che sia, può trarne motivo di soddisfazione, almeno finché tiene alla laicità dello Stato. E se ad essa credenti e non credenti tengono, è perché è un valore; e così i laici in crisi, in attesa di tempi migliori, possono dire di averne, per loro fortuna, almeno uno (e fondamentale, perché posto a fondamento dello Stato). Ma in cosa consiste propriamente la crisi? Due sembrano le diagnosi prevalenti. La prima: la laicizzazione ha progressivamente eroso l’identità cristiana dell’Occidente. La crisi è una crisi di identità. La seconda: la ragione laica ha progressivamente perso fiducia nella capacità di orientare l’uomo. È così sfociata nel relativismo, nell’indifferentismo, nel nichilismo (queste parole non significano la stessa cosa, ma sempre più spesso si lascia credere che così sia). Le diagnosi prevalenti sono anche convergenti. Se infatti uno smarrisce la propria identità, smarrisce facilmente anche la fiducia nella possibilità di conoscere e perseguire il proprio bene. E viceversa: se uno non sa più quale sia il suo vero bene, è molto difficile che mantenga un forte senso di identità. In un modo o nell’altro, la cultura laica sembra incapace di dare risposte a domande ineludibili relative al senso dell’esistenza, tanto individuale quanto collettiva.
Che le domande di senso – le domande circa la natura e il destino dell’uomo, o sul valore della vita e il suo vero bene – riescano a un tempo irrisolte e però ineludibili, può essere considerato anche questa una manifestazione della crisi: a lungo la modernità ha creduto infatti o di poter dare a tali domande una risposta del tutto laica e immanente, oppure di poterle relegare in uno spazio strettamente individuale, in modo da eluderne l’impatto nella sfera pubblica. Ma le risposte non sono venute, né si possono più eludere le domande. Da questa crisi, dalla deludente assenza di risposte e dalla insistente persistenza delle domande, dovrebbe muovere il dialogo fra credenti e non credenti. Il quale avrebbe perciò quest’unica condizione, che «gli uni e gli altri credano che esista un bene umano e che questo bene umano possa essere conosciuto e perseguito» (F. D’Agostino, Avvenire, 5-6-2006). Non è una condizione di poco conto: se non altro, è molto più che non il mero rispetto del fondamentale diritto di libertà di ciascuno di dire la propria su qualunque argomento, diritto che dovrebbe essere sufficiente a garantire la laicità dello spazio pubblico e la sua agibilità per tutti, credenti e non. Tuttavia D’Agostino ha ragione ad alzare la posta in gioco. Non sono sicuro, ma suppongo che quando si parla di nuova laicità, di laicità sana o di laicità positiva si intenda fare rifermento proprio a questa condizione non meramente formale o procedurale, per la quale la costruzione di una «società bene ordinata» costituisce l’obiettivo verso il quale indirizzare l’impegno comune di laici e religiosi. Ha ragione nel dire cioè che in ciò consiste la provocazione della Chiesa alla cultura laica, la quale non può fare finta di nulla, e ha ragione pure quando respinge la rozza semplificazione con la quale a volte, da parte laica, si indulge a rappresentare la fede in termini strettamente fideistici, ossia irrazionali. La prima regola di ogni dialogo autentico consiste infatti nell’accettare il modo in cui la parte con cui si dialoga comprende se stessa. E nella tradizione cristiana, come Benedetto XVI ricorda sempre, Dio è (anche o anzitutto: la teologia è una roba complicata) logos, cioè appunto ragione, sebbene questa ragione non sia la mera razionalità strumentale della scienza e della tecnica moderna. Non è però sui significati di ragione che intendo soffermarmi in ultimo, quanto proprio sulla provocazione. Per rispondere alla quale devo chiedere a mia volta che si accetti il modo in cui la cultura laica autocomprende se stessa. E non è in termini piattamente relativistici, indifferentistici o nichilistici che lo fa, al suo meglio. Al suo meglio, la cultura laica può ben dire in cosa consista il «bene umano oggettivo», per usare l’espressione che D’Agostino predilige. Può dire che tale bene consiste nelle differenze tra i diversi piani di vita che gli uomini perseguono, e che queste differenze sono le stesse che apprezziamo nei mille contesti in cui amiamo la molteplicità delle esperienze, la varietà dei colori e dei sapori della vita di cui riempiamo le nostre esistenze. Non c’è intelligenza che non si arricchisca o non diventi adulta cercando da sé il modo di ordinare queste esperienze, invece di essere ordinata dall’alto. Solo che, per questo, ci vuole un po’ meno paura di perdere la propria identità, e un po’ più di fiducia nella capacità dell’uomo di esperire senza smarrirsi la ricchezza della vita. Se questa fiducia viene accordata, anche il dialogo tra credenti e non credenti sarà meno animato da riflessi identitari e più aperto alla comprensione reciproca. Sarà quel che deve essere in una democrazia.
 

6 risposte a “Il cantiere aperto della laicità

  1. utente anonimo

    bravo, molto interessante,
    contemporaneo.
    m i

  2. utente anonimo

    davvero ben detto, si parva licet. tra le altre cose, notavo come le parole vengano sempre più spesso usate in modo impazzito. fini, nel suo discorso di insediamento come presidente della camera, ha tuonato contro il “relativismo culturale”. e io che già faccio fatica a capire come stia la faccenda del relativismo religioso, del relativismo dei valori e del relativismo etico, sul relativismo culturale proprio sobbalzo! ma come, la cultura o è relativista o non è! come può esistere una cultura assoluta o assolutista? comunque sia, i tuoi interventi mi aiutano a pensare!

  3. Chi vive sperando muore cagando. (Scherzo: ottimo pezzo, ti farei notare solo che tu stesso scrivi che la cultura laica può ben dire eccetera eccetera, però “al suo meglio”. C’è anche un suo peggio, ed è quello che talvolta fa sbiellare i pistoni a qualche benintenzionato arcivescovo (che poi esistano pure arcivescovi malintenzionati te lo concedo).

  4. Quanti sono al mondo coloro i quali pensano che non c’è un meglio e un peggio della cultura laica, e un meglio e un peggio della cultura cattolica? Quasi tutti, credo. Perciò non credo di avere scritto altro che un’ovvietà. E concedo: indirizzata non a quanti non riconoscono l’ovvietà, ma a quanti diversamente, nell’ambito stesso della cultura laica, determinano questo meglio. E’ infatti meno ovvio quel che ho scritto poi circa questo meglio. E tutta la cultura cattolica che mi concede quel che ho detto che mi pare sia il meglio della cultura laica mi appare, naturalmente, la migliore. Non so quantificarla: poiché temo che il Papa attuale (anzi: il Papa attuale, di questi tempi) non me lo concederebbe, ho motivo di credere che non sia molta (o se lo è, è alquanto silente). Ma forse mi sbaglio.

    p.s. Le espressioni ‘cultura cattolica’ e ‘cultura laica’ sono ovviamente semplificazioni.

  5. constato l’ennesima sovrapposizione concettuale tra cultura laica e cultura atea (di cui non si parla).
    laico è chi concede uno spazio civile di esistenza e di manovra a tutte le culture.
    dunque laico può (deve?) essere anche chi è cattolico.
    ateo è chi non può, per statuto, “dialogare” col credente.
    (pure questa sarebbe un’ovvietà)
    il mondo di oggi è sostenuto – materialmente e totalmente – da una cultura di necessaria matrice atea (quella scientifica) che tuttavia rimane pressoché segreta (non si può dire apertamente, cioè politicamente, cioè culturalmente, filosoficamente, eccetera, Dio Non C’è senza essere immediatamente bacchettati dai falsi laici) a fronte dell’invasività della menzogna dei credenti.

  6. Daccordo con la limpida chiarezza di tashtego.
    La ricerca di improbabili e contorti sincretismi e di terze vie pontificie tra cultura scientifica e quindi atea e credi e teologie complicate o semplificate sono solo la manifestazione di un “opportunismo” scientifico che fa il paio con il tatticismo che nel PD ha impedito, fino ad ora, di definire le regole per una convivenza e collaborazione tra atei e cattolici invece di ricercare la pietra filosofale che concili l’inconciliabile.

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