L’abuso del carcere e la riforma negata

prigione

Si esce dal carcere, ma non dalla condanna, dice amaramente Hugo nei «Miserabili», quando Jean Valjean sente per la prima volta «quelle strane parole: sei libero!» E forse ciò è vero anche quando si esce da un carcere in cui non si doveva entrare, come accade addirittura nel quaranta per cento circa dei casi, secondo i dati della Corte di Appello di Napoli. Quattro volte su dieci le ordinanze di custodia cautelare vanno incontro ad annullamento o a riforma da parte del Riesame. Il che significa che tutti quegli arresti non sarebbero dovuti scattare. Ora, non sono arresti che vengono dopo sentenze, emesse sulla base del convincimento che il giudice si è liberamente formato, ma di carcerazioni decise in base a presupposti tassativamente indicati dalla legge, che tuttavia non impediscono un numero così abnorme di errori. Non vi è nulla di fisiologico in tutto ciò. Si tratta invece di un fenomeno che può essere descritto solo in termini di abuso, e in nessun’altra maniera: in Italia – non solo a Napoli, ma a Napoli in una misura che salta agli occhi – si abusa della custodia cautelare. Lo dicono le cifre. Lo dice anche il numero abnorme di detenuti in attesa di giudizio, ma lo dice soprattutto il numero spropositato di ordinanze annullate o riformate.

Che il Parlamento voglia intervenire sulla materia è dunque cosa buona e giusta. E il Parlamento ci sta provando. Ma è altrettanto buono e giusto tenere i riflettori accesi sulla riforma, dal momento che il Parlamento ci sta provando ormai da più di due anni, e non è ancora detto che riesca ad arrivare sino in fondo, sino al licenziamento della legge. L’ultimo passo compiuto, l’approvazione da parte della Camera dei Deputati in terza lettura, è stato non a caso preceduto da un fuoco di sbarramento di dichiarazioni che la dice lunga sull’avversione da parte di larghi settori della magistratura inquirente nei confronti della riforma. L’argomento più gettonato per ostacolare la riforma è il seguente: se la riforma passa, quasi più nessuno finirà in carcere, salvo forse i recidivi. Non ci finiranno, in particolare, i colletti bianchi, i corrotti e i corruttori: i politici e gli amministratori, insomma, che vengono così agitati come il drappo rosso dinanzi al toro dell’opinione pubblica, in modo che sbuffando, scalciando e caricando sollevi abbastanza polvere perché si perdano di vista le ragioni della riforma. Le quali ragioni non appartengono alla stravaganza di qualche giurista in vena di cavilli, ma stanno, a monte, nella cultura delle garanzie scritta in Costituzione – la custodia cautelare non come espiazione anticipata della pena, ma come extrema ratio, dal momento che ne va del bene fondamentale della libertà personale – e, a valle, nei numeri che dicevamo prima, in quel quaranta per cento di riforma o annullamento delle ordinanze che dimostra drammaticamente come quelle garanzie siano ormai venute meno.

Ma si guardi più da vicino l’argomento gettonato. Con esso, non viene discusso se siano definiti in maniera rigorosa i casi in cui si può far ricorso alla custodia cautelare – l’inquinamento delle prove, la reiterazione del reato, il pericolo di fuga – né come sia da intendersi e quanto attuale sia il pericolo per il quale si ricorre alla carcerazione preventiva, né, infine, se il carcere sia la sola strada percorribile o non vi siano misure alternative a cui ricorrere. L’unica preoccupazione riguarda invece la possibilità di irrogare la misura cautelare: il risultato – che, si badi, non è il carcere per il condannato, ma la carcerazione preventiva per un colpevole solamente presunto –, non i modi e le forme in cui il risultato viene conseguito. Il che è veramente paradossale, dal momento che, quanto al risultato, i dati della Corte d’Appello di Napoli dimostrano al contrario che ci si arriva fin troppo spesso, e senza andare affatto per il sottile. Tant’è vero che il Riesame annulla o riforma.

Ora, diciamo la verità: questo problema ce lo portiamo dietro da fin troppo tempo. Tutta la seconda Repubblica ne è segnata: da quando i pm di Mani Pulite comparvero dinanzi alle telecamere, per protesta contro il decreto dell’allora ministro della giustizia Biondi che interveniva per limitare il carcere preventivo. Non se ne fece nulla: e come si poteva, dal momento che a pronunciarsi contro erano stati gli eroi civili per merito dei quali era stata scoperchiata Tangentopoli? Da quel decreto sono passati più di vent’anni, ed è ancora per correggere l’uso distorto e abnorme della custodia cautelare (e una certa cultura giustizialista che si fa sponda della pubblica opinione), che occorre una vera riforma. Qui non c’entra né la sicurezza dei cittadini né il margine di discrezionalità da lasciare a ogni singolo magistrato. Non c’entra la discrezionalità, perché il quaranta per cento dice che non di errori si tratta ma, se mai, di errori sistematici, e l’errore sistematico, a sua volta, significa una cosa sola: che non si è compresa, o non si è voluta comprendere, la regola che disciplina l’istituto. Definirla in maniera più stringente è dunque indispensabile, se almeno si tiene a quel quaranta per cento di sospettati detenuti indebitamente. E non c’entra neppure la sicurezza, che non è meglio tutelata da pene comminate prima delle sentenze, ma solo da pene certe inflitte in tempi certi. C’entra, invece, un’ossessione sicuritaria sin troppo spiccia, e soprattutto una facoltà intimidatoria che troppi ritengono ancora che i pm debbano poter esercitare, per poter meglio perseguire il crimine. Come se non avesse un costo, e un costo alto in termini di diritti di libertà, concedere questo pericoloso potere, e non provare piuttosto a smorzarlo e ricondurlo dentro l’alveo di una giustizia giusta, guarnita di garanzie e protetta dagli abusi.

Il Mattino,25 gennaio 2015

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