La post-modernità di Masullo e il compito umano di vivere

ImmagineTre «stati di nichilismo», tre «situazioni sintomatiche della cultura europea», tre colpi di sonda gettati per decifrare la situazione spirituale del nostro tempo. Aldo Masullo ha riunito in un unico volume tre saggi apparsi tra il 1984 e il 1996, indicandone a distanza di tempo il filo conduttore e riconoscendone ancora valida l’ambizione. Il filo conduttore è il nichilismo non più come una questione metafisica, ma come la condizione dell’umanità contemporanea. Il più inquietante di tutti gli ospiti, di cui aveva parlato Nietzsche alla fine dell’Ottocento, non si presenta più come una forma più o meno acuta di malessere culturale, o come una più o meno esacerbata reazione ideologica, o come una più o meno fondata proposizione filosofica, ma come una ben radicata forma di vita quotidiana. «Il paradosso estremo del nichilismo» non è più l’affare di un concetto o di un sistema teorico, non è una vertigine speculativa, e neppure un fremito intellettuale che percorre  le forme più alte della cultura occidentale, ma è ormai, secondo il filosofo napoletano, un’esperienza ordinaria, perfino banale: «il vivente non ha il tempo di vivere». Le indagini che nel corso della sua lunga e feconda ricerca filosofica Masullo ha condotto sui temi della temporalità, dell’affettività, della paticità dell’esistere, e di cui sono documento importante lavori come «Il tempo e la grazia» (Donzelli, 1995) e «Paticità e indifferenza» (Il Nuovo Melangolo, 2003) consentono però, sul bordo stesso di questa esperienza, un esercizio di pensiero per nulla banale o ordinario. Questa è infatti l’ambizione dei saggi qui raccolti:  «esercitare il pensiero a non lasciarsi annichilire». Da un lato le potenze che premono sull’esistenza umana, sulla stessa figura antropologica – prima fra tutte la tecnologia, l’accelerazione mai vista prima che l’innovazione tecnologica ha impresso alle nostre vite – dall’altro lato un rigoroso esercizio di pensiero, l’hegeliana «fatica del concetto», il tentativo cioè di tenere insieme e cucire i termini frammentati della nostra vita.

Questo tentativo si dispiega su più piani, e attraverso un’ampiezza di riferimenti che procura un lieve senso di vertigine. Sono convocate in poche, densissime pagine, Parmenide e Platone, Leibniz e Kant, Bergson e Husserl, Heidegger e Derrida per non dire che dei maggiori, con cui Masullo si confronta. Sul piano ontologico, Masullo ci restituisce la modernità, anzi la post-modernità del nostro tempo non solamente come una perdita irreparabile di certezze, sostanza, ordine, ma anche come un’occasione – un’altra espressione cara al filosofo -, anzi come l’invenzione sempre possibile, ma perciò anche mai assicurata a priori, di «inaudite occasioni di libertà». Modernità significa, in una sola parola, presente. Il presente di un mondo «sempre-ancora-in-via-di-farsi», e dunque rimesso alla responsabilità dell’agire umano, non più costretto a conformarsi all’eternità di un ordine antico, al mondo «sempre già tutto fatto» della metafisica classica. Post-modernità significa ancora presente, ma ormai disarticolato, frantumato, e sospinto da un’enorme fretta, consumato da una velocità disperante, che ci consegna sì alla contingenza, alla variabilità del vivere così come alle fantasmagorie del consumo e della merce, ma sottraendoci sempre più la ventura di convertirli in un senso, anzi in una dimensione di con-sensualità condivisa che rimane, per Masullo studioso attento dell’intersoggettività, il «nucleo propulsivo del senso»

Sul piano morale, il punto di partenza ineludibile resta la tesi nietzscheana: «Non ci sono fenomeni morali, ma c’è solo un’interpretazione morale di questi fenomeni». Non esistono fenomeni morali significa: ogni ipotesi di fondazione della morale – in un cielo di valori, nell’oggettività della natura, in Dio o nella coscienza – è destinata a fallire. Eppure, dopo aver posto la nostra epoca sotto il segno di queste parole, dopo aver percorso la china discendente che conduce infine il soggetto morale a non essere che «il punto di incontro fra ciò che una persona vuole e ciò che il mondo le consente di essere» (Richard Sennett, secondo una logica che in fondo esprime il punto di vista della più moderna teoria dei sistemi sociali), dopo aver paventato il rischio che si assottigli fino a scomparire «la discontinuità tra l’etologia animale e la sociologia umana», Masullo prova ugualmente a chiarire come «in qualche modo sia ancora ragionevole parlare dell’universalità dei valori».

In qualche modo. In quale modo? Secondo quale ragionevolezza? Il filosofo napoletano prova da tempo a disegnare una figura della soggettività che, senza più infrastrutture metafisiche, resti tuttavia ancora capace non già di intendere il vero – e dunque la verità del valore – ma, più autenticamente, di patirlo. E di aprirsi in questa dimensione pàtica, affettiva, sensibile, a quell’originaria con-sensualità che sola ci preserva dall’assoluto non senso dell’esistere. Siamo uomini, insomma, perché siamo fra gli uomini, anche se questo «fra» è quanto di più precario vi sia. Cade qui la critica al vizio di teoreticismo della filosofia, che colpisce perfino Martin Heidegger, nonostante gli sforzi da lui condotti per porre la fenomenologia dell’Esserci sul terreno dell’esistenza –, e questa critica è forse, di questi saggi e più in generale delle ricerche di Masullo, il frutto più significativo. La sequenza che la filosofia del ‘900 ha provato infatti a delineare – dall’essere al linguaggio al tempo alla morte – per decostruire l’orizzonte metafisico classico, manca secondo Masullo di un termine essenziale, che può mutarne il senso. Può, anzi, nuovamente donarglielo. La morte è infatti sempre la possibilità di un vivente: proviene cioè dalla vita, non dal concetto, e solo alla vita, alla vita reale, empirica, non all’essere o all’eterno può mettere un termine. Nessun nulla è abbastanza nulla – si potrebbe dire allora –, nessuna insensatezza è tanto tragica, oppure giocosa e irresponsabile per sbalzarci fuori dalle nostre vite e sottrarci al compito «umano, troppo umano» di viverne con passione la serietà.

(Il Mattino, 29 marzo 2014)

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