Ecco quanto vale il test delle metropoli

Città

Al ballottaggio vanno oggi le principali città italiane. Roma, Milano, Napoli, ma anche Torino, e Bologna. Test amministrativo ma anche test politico. Per molte ragioni: per il numero di elettori chiamati al voto; per il valore simbolico che hanno le città interessate; per le figure politiche nuove che affrontano la prova elettorale; per il momento in cui cade questo voto, dopo due anni di governo Renzi e poco prima del voto sulla riforma costituzionale; infine, per il profondo cambiamento della scena politica rispetto a cinque anni fa, quando Berlusconi era al governo, Renzi invece a Firenze e i Cinquestelle  erano solo Beppe Grillo. Nessuna delle tre principali forze politiche del Paese aveva cioè la fisionomia che ha attualmente. Anche gli umori del Paese sono cambiati: alla crisi del centrodestra, che culminerà con le dimissioni del Cavaliere, schiacciato dalla montagna dello spread, c’era ancora chi immaginava di dare una risposta di segno moderato, oppure tecnocratica. Questa ipotesi è definitivamente tramontata: Monti è sparito, il successore Letta è a Parigi, e chissà se tornerà, le piccole formazioni centriste che provavano a imbastire un terzo polo (Rutelli, Casini, Fini) hanno già subito la dura replica delle urne. Oggi l’alternativa è piuttosto immaginata sotto il segno della rottura, della discontinuità di programmi, ma soprattutto di classe dirigente e di sistema. La posta in gioco è molto alta. La si può rappresentare in due modi. Come la partita che l’establishment gioca contro gli homines novi che provano a espugnare la Capitale e, così, il Paese. Oppure come la resistenza contro la deriva populista della democrazia diretta. Ma anche: come l’ultima spallata ad un sistema corrotto e irriformabile, o come l’ultima zattera di salvataggio per la politica italiana. Non tutto dipende dal voto di oggi, ma una buona metà sì. L’altra metà sarà in autunno. E anche se le partite si possono ribaltare nel secondo tempo, giocare bene il primo non è inutile.

Quale impatto sulla leadership di Renzi e sulla battaglia per il referendum.

Prima ipotesi. Renzi e il Pd tengono bene. Il che significa che eleggono Sala a Milano, Fassino a Torino e Merola a Bologna. Napoli è ormai fuori dai giochi, e a Roma solo un miracolo può portare Giachetti in Campidoglio. Ma se Renzi mantiene le città del Nord, la sua leadership esce rafforzata, in vista del referendum di autunno. Col passare delle settimane la campagna elettorale ha subito infatti una brusca virata. Il premier aveva cercato di fare del prossimo appuntamento referendario il momento vero del giudizio sulla sua leadership, per distogliere da sé l’amaro calice del voto amministrativo. Lo spingeva in tale direzione non solo l’ovvia considerazione che il voto sulle riforme tocca essenzialmente il suo programma di governo, nato proprio con un simile mandato. Ma anche un dubbio circa la credibilità e forza del Pd nelle diverse realtà locali. Perché legare allora la sua sorte a quella dei sindaci, che avevano avuto in questo quinquennio di crisi un bel po’ di gatte da pelare? Le cose non sono però andate in questo modo. Vuoi per il tipo di campagna elettorale condotta, vuoi perché questo voto ha il valore di un’elezione di mid-term, in cui al governo si fa una specie di tagliando, sta di fatto che si è costruito un fronte anti-Renzi, che ha sovrapposto al giudizio di merito sull’operato delle amministrazioni locali un giudizio più generale sul premier. È ciò che permette a Salvini di fare l’endorsement per la Raggi a Roma o per la Appendino a Torino. Nello stesso gioco si è infilato pure De Magistris, che aspira a una ribalta nazionale e vorrebbe essere lui a derenzizzare il Paese: così anche da lui piovono auguri ai candidati pentastellati.

Seconda ipotesi. Renzi perde Milano e Torino. Si arriverà lo stesso all’appuntamento autunnale, ma a quel punto l’onda avversa a Renzi si sarà ulteriormente sollevata. Anche dentro il Pd. Il voto referendario, peraltro, è fatto allo stesso modo: non si vota per il proprio partito, e può quindi di nuovo accadere – come sta già accadendo – che si saldino insieme tutte le opposizioni contro Renzi. Che nel frattempo temerà anche di aver perso il feeling col suo popolo. Il referendum costituzionale potrebbe divenire davvero, in quel caso, un’ordalia sul capo di Renzi.

Quale spazio per una politica “altra” o per una sinistra (?) altra costruita sull’asse Roma Napoli tra Cinquestelle e Arancioni.

Lo spazio c’è. Il primo ad averlo capito è stato Matteo Salvini, quando ha preso la Lega, ha mollato tutta o quasi la retorica nordista e federalista, e ha cominciato a prendersela con l’Europa e con Renzi. Come mai? Perché quello spazio si è di molto ampliato, in particolare, nel Mezzogiorno. La Lega vorrebbe intercettarlo, si è sposata a Roma con Fratelli d’Italia per questo, ma non ce l’ha fatta. Diversamente è andata per i Cinquestelle. Che a Milano sono rimasti di gran lunga al di sotto della media nazionale. E anche a Torino, dove pure hanno messo in campo la loro migliore candidata, sono sì cresciuti ma, salvo sorprese, non abbastanza da rovesciare il tavolo. La prova amministrativa di Fassino ha consentito al centrosinistra di costruire almeno un argine all’avanzata dei grillini. Ma questo argine non c’è più da tempo al Sud. La bandiera arancione della rivoluzione ha già svettato per cinque anni su Palazzo san Giacomo, e probabilmente svetterà ancora. Si tratta di una proposta politica tinta di demagogia e di populismo, certo, ma con la vittoria della Raggi a Roma si salderebbe comunque un terreno comune, nel quale far crescere una forma nuova di appassionamento alla politica. E istanze di partecipazione, di democrazia diretta, di ambientalismo e benecomunismo. Si tratterebbe, in un linguaggio più posato, del rifiuto del moderatismo e del riformismo, cioè delle due principali risposte di governo reperibili nelle tradizioni politiche e partitiche europee, che in modo diverso hanno guidato i passi dei governi italiani negli ultimi cinque anni. Compreso Renzi, la cui carica di rottura è andata giocoforza attenuandosi, una volta arrivato a Palazzo Chigi. Nel 2011, Ermanno Rea, intellettuale storico della sinistra, scrisse che avrebbe votato il pm napoletano proprio per sottrarre la città al moderatismo all’italiana di cui Napoli era rimasta vittima. Questo sentimento rimane diffuso in larghi strati della popolazione, insieme a un giudizio negativo sulla classe dirigente del Paese. Per questo, la retorica della novità rimane quella principale con cui caratterizzare una forza politica, e i Cinquestelle la usano abbondantemente.

Quale esito per la sfida nel centrodestra e per una leadership berlusconiana o post berlusconiana moderata?

C’è vita nel centrodestra? Sì, c’è vita, e il caso di Stefano Parisi a Milano lo dimostra. Bisogna però ricordare un dato: l’ultimo governo Berlusconi è caduto la bellezza di cinque anni fa. Sembrava già allora che il Cavaliere sarebbe uscito di scena. In realtà, dopo cinque anni, è ancora intorno al suo letto d’ospedale che si riuniscono i maggiorenti di Forza Italia per capire il da farsi. Segno della longevità politica di Berlusconi? Sicuramente, ma anche espressione plastica della difficoltà ancora irrisolta di trovare una via d’uscita al problema della leadership. Se Parisi, ribaltando i pronostici, dovesse vincere a Milano, un centrodestra a guida moderata, capace di tener dentro anche la Lega, prenderebbe di nuovo forma. Non è stato così, del resto, anche in Liguria, lo scorso anno? Lì vinse Giovanni Toti, candidato berlusconiano, approfittando delle divisioni del centrosinistra. A Roma quest’anno è andata diversamente, e anzi la spaccatura ha raggiunto il punto di massima intensità: di là Meloni e Salvini, la destra-destra, di qua invece Marchini e Bertolaso e tutto il mondo dialogante del centro. Risultato: niente ballottaggio. Ma con la vittoria di Parisi il centrodestra saprebbe almeno di avere ancora davanti a sé una strada, percorribile con una leadership pragmatica, aperta, con tratti liberali e europeisti. Disponibile alle maniere ferme sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, ma anche capace di stabilire buoni agganci col mondo imprenditoriale, finanziario e delle professioni che aveva guardato con fiducia al primo Berlusconi. Questo significa oggi Milano, insieme all’idea di una rinnovata centralità della capitale morale del Paese, soprattutto se Roma dovesse andare ai Cinquestelle. La ricostruzione del centrodestra richiede tempo, ovviamente, e non sarebbe indolore per la vecchia guardia berlusconiana. Ma la vittoria di Parisi accelererebbe il processo. La sua sconfitta, invece, lascerebbe ancora la destra italiana in balia del ruolo di interdizione di Matteo Salvini.

Quale destino per la classe dirigente nuova, seminuova e vecchia, del Pd?

Le cose vecchie sono destinate comunque a perire. E nel Pd a perire anche prima del solito, perché si tratta di un partito che nel suo codice genetico ha iscritto una retorica dell’innovazione, del rinnovamento, della rottamazione, che spinge persino il premier ad assicurare che lui andrà via comunque dopo due legislature. Crono che divora i suoi figli.

Se Renzi dovesse essere messo in difficoltà dal voto di oggi, e magari perdere a ruota il referendum, tutto l’asse del partito ruoterebbe ancora una volta. Ma anche se la ruota dovesse fare un altro giro, è più probabile immaginare che vengano su nuove figure, che non prefigurare il ritorno in auge degli uomini in panchina. Il sindacato di blocco esercitato fin dai tempi della segreteria Veltroni, e poi con Franceschini e Bersani, è saltato.

Sui territori, poi, in molti casi è saltato il Pd. Lo si vede bene al Sud. Cos’è il Pd napoletano? Un aggregato di micronotabili. E quello salernitano? Un «nom de plume» di Vincenzo De Luca. Quello pugliese? L’esercito di riserva di Emiliano. E via così. Renzi ha ereditato questa situazione: non è riuscito a cambiarla. Probabilmente, sarà la nuova legge elettorale, con i capilista bloccati e le preferenze, a modificare più in profondità le cose e a formare una nuova classe dirigente. L’ultima leva di sindaci non ha infatti portato lo stesso vento che si sollevò negli anni Novanta, coi vari Bassolino, Cacciari, Chiamparino. Non c’è nessun candidato del Pd, nelle principali città italiane, che possa svolgere lo stesso ruolo di allora (ruolo in verità effimero, più gonfiato mediaticamente che incisivo politicamente). Se dunque deve passare per i sindaci la novità della politica italiana, sarà sull’altro versante, quello dell’antipolitica arancione o a Cinquestelle. Il che però vuol dire che, usi o no il lanciafiamme, come ha promesso di fare a Napoli, Renzi dovrà darsi molto da fare, per rimettere in carreggiata il partito. A meno di non convincersi che è solo una irreformabile zavorra, un parto malriuscito, la bad company da mollare al suo destino.

(Il Mattino, 19 giugno 2016)

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