Legalizzare

discoteque

Caro Direttore,

ho letto con attenzione l’intervento, serio e informato, di Giovanni Serpelloni su questo giornale, sul tema della legalizzazione delle droghe leggere, di cui è avviata in Parlamento la discussione (con probabile rinvio a settembre). Nel modo più conciso possibile, e spero fedelmente, provo a riassumerne i punti principali: la droga fa male; la droga fa male soprattutto in età adolescenziale (e gli adolescenti sono i primi consumatori di droghe leggere); il mercato legale di droga, sotto controllo statale, non potrà mai battere quello illegale, che sarà sempre più competitivo, e potrà tra l’altro affiancare alle droghe legali altre sostanze, dal più alto potere psicotropo; quanto alle organizzazioni criminali, potranno comunque vendere anche ai minorenni, le rivendite legali invece no. Poi ancora: nel considerare costi e interessi economici, non si tiene conto da un lato dei costi sociali dell’uso della droga, prevalentemente a carico del sistema sanitario nazionale, dall’altro degli interessi economici che spingono per la legalizzazione. Infine, la legge in vigore non criminalizza e non è criminogena (a volerla però seriamente applicare), mentre la legalizzazione indebolisce il disvalore sociale connesso al consumo di droghe, e concede una libertà di cui i più deboli e i più fragili pagheranno il prezzo.

Mi prendo ora un po’ di spazio per provare ad argomentare non su ciascuno di questi punti, ma su quelli che a mio parere sono rilevanti ai fini della decisione che il Parlamento dovrà prendere. Non mi soffermo dunque su quanto male le droghe facciano o su quante morti causino: se più o meno dell’abuso di cioccolata, dell’alcool o del tabacco. Non discuto nemmeno il diritto dello Stato di incentivare o disincentivare comportamenti individuali o collettivi: non sono un liberale agnostico, per il quale lo Stato meno fa e meglio è, e dunque capisco bene e anzi apprezzo il fatto che si preoccupi della salute degli adolescenti (come di quella dei conducenti di automobili, a cui prescrive la cintura di sicurezza, o di quella degli operai edili, che obbliga a indossare il casco). Discuto invece dell’efficacia delle condotte sin qui tenute, e trovo sorprendente che un serio dibattito non cominci da questo: dagli effetti delle politiche proibizioniste e repressive adottate per decenni. Quegli effetti sono sotto gli occhi di tutti: la droga è libera, e non c’è adolescente che non abbia la possibilità di procurarsene quando e come vuole. La droga è un enorme affare per la criminalità. La droga, infine, comporta una mole ingente di spese dello Stato in termini di impiego delle forze di polizia, oneri per l’amministrazione della giustizia, impegno del sistema penitenziario. Su questo c’è un parere ufficiale della Direzione Nazionale Antimafia, che in un indirizzo al governo ha spiegato come la legalizzazione consentirebbe di liberare ingenti risorse dello Stato da un lato, e comporterebbe una «perdita secca di importanti risorse finanziarie per le mafie» dall’altro. Non mi pare poco.

Ma una discussione in termini di costi e benefici dovrebbe prendere atto innanzitutto del fallimento delle politiche sin qui adottate. Io capisco anche che si voglia assegnare alla legge dello Stato un significato che va al di là delle concrete conseguenze della sua adozione: l’affermazione di un principio o di un valore, ad esempio. Capisco, ma non fino al punto di ignorare che le conseguenze concrete hanno clamorosamente smentito quel valore e quel principio. D’altra parte, non c’è nessuna ragione per cui la legalizzazione delle droghe non dovrebbe essere affiancata, faccio per dire, da campagne di informazione e sensibilizzazione: lo Stato ha molti modi per far capire da che parte sta, senza dover per questo ricorrere allo strumento grandemente inefficace dell’illecito penale o amministrativo.

C’è poi un punto generale, nell’intervento di Serpelloni, che non mi convince proprio, e cioè l’idea che siccome la legalizzazione avrebbe degli ovvii limiti, allora lascerebbe campo libero alla criminalità che di quei limiti si farebbe beffe (per esempio nel trattamento delle sostanze, o nella vendita a minori). Ma io direi: qualunque mercato ha delle regole, e proprio perciò mette fuori legge chi volesse agire al di fuori delle regole. Ma il fatto che vi sarà sempre chi proverà ad aggirare le regole, o a trasgredirle, cosa ha a che vedere con il tentativo di regolamentazione di quel mercato? E cosa vi ha a che fare pure il fatto che vi sono interessi pro legalizzazione, quando sicuramente vi sono interessi criminali ben più corposi che prosperano proprio grazie al proibizionismo? In realtà, la questione è, di nuovo, se quel mercato illegale, pericoloso e criminogeno, si amplierebbe o si restringerebbe grazie alla legalizzazione, e mi pare molto difficile sostenere che si amplierebbe.

Si dice infine che con la legalizzazione la pubblica autorità si sottrarrebbe alle sue responsabilità. Ma a me pare proprio il contrario, che legalizzare significhi, un minuto dopo, impegnarsi per responsabilizzare: le famiglie come la scuola, quelle che oggi si chiamano agenzie educative e i singoli cittadini. E soprattutto, mi dolgo che, proibendo, si pensi di aver fatto tutto, mentre invece non si è fatto proprio niente.

La verità è che la droga fa paura. In tempi in cui di paure ne circolano molte, spesso non controllate e non misurate, io resto però fedele all’idea che non si sconfiggano con gli anatemi e le grida manzoniane, ma con l’uso pubblico della ragione. Ho provato ad applicarmici, spero con qualche risultato.

(Con il titolo “Perché iberalizzare le droghe leggere è togliere linfa alla criminalità”: Il Mattino, 26 luglio 2016)

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