Qudabliu

C’è una cosmicomica di Calvino che cito sempre, anche se ormai non me la ricordo più. Si chiama Un segno nello spazio, e c’è Qwfwq (Qudabliueffedabliuqu, più o meno) che ha il problema di lasciare, in un universo appena nato, un segno. Il primo.
L’ho citata anche ieri, durante la prima lezione di Filosofia del Linguaggio, introducendo qualche piccola variante. Il protagonista si chiamava cioè Qudabliubush, e siccome era texano, non capiva proprio come non si potesse affatto tracciare questo primo segno.

(Al pomeriggio, durante la prima lezione di Filosofia della Comunicazione, mi veniva voglia di citarla di nuovo. Ma ho fatto di meglio: ne ho inventata una di sana pianta. Però quest’altra non ve la racconto).

P.S. In rete trovo questo passo:
“ (…) io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni d’anni dopo, quando saremmo ripassati di lì al prossimo giro. Un segno come? È difficile da dire perché se vi si dice segno voi pensate subito a un qualcosa che si distingue da un qualcosa, e lì non c’era niente che si distinguesse da niente; voi pensate subito a un segno marcato con qualche arnese oppure con le mani, che poi l’arnese o le mani si tolgono e il segno invece resta, ma a quel tempo arnesi non ce n’erano ancora, e nemmeno mani, o denti, o nasi, tutte cose che si ebbero poi in seguito, ma molto tempo dopo. La forma da dare al segno, voi dite non è un problema perché, qualsiasi forma abbia, un segno basta serva da segno, cioè sia diverso oppure uguale ad altri segni: anche qui voi fate presto a parlare, ma io a quell’epoca non avevo esempi a cui rifarmi per dire lo faccio uguale o lo faccio diverso, cose da copiare non ce n’erano, e neppure una linea, retta o curva che fosse, si sapeva cos’era, o un punto, o una sporgenza o rientranza. Avevo l’intenzione di fare un segno, questo sì, ossia avevo l’intenzione di considerare segno una qualsiasi cosa che mi venisse fatto di fare, quindi avendo io, in quel punto dello spazio e non in un altro, fatto qualcosa intendendo di fare un segno, risultò che ci avevo fatto un segno davvero”.

3 risposte a “Qudabliu

  1. Ti dirò, Massimo, io ho sempre pensato questo: che Qwfwq, qualunque cosa abbia fatta, l’abbia fatta due volte. E il fatto che fossero due, le cose fatte, produceva la distinzione dall’indistinto. Ma non ho idea se sia una buona idea. Poi da quando ho scoperto che il postino suona sempre due volte, per emergere dall’indistinto, ho anche capito che non è un’idea originale.

  2. Per fare un segno, secondo me, c’è bisogno che sia fatto tre volte. O meglio: c’è bisogno della ripetizione, e della regola della ripetizione. E perciò bisogna supporre anche che Qwfwq non abbia fatto tutto da solo. (Neanche questa è un’idea originale: un po’ di originalità si può mettere secondo me nel modo in cui pensare l’indistinto da cui emerge il segno ripetuto secondo una regola)

  3. Siamo dunque alla vecchia questione dell’uno e dei molti (un segno, due significazioni, due significazioni più una regola)?

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